lunedì, giugno 20, 2016

Fabio Caucino e "I movimenti del gatto”, quell’irrefrenabile voglia di cantare

di Fabio Antonelli



Fabio Caucino, cantautore torinese con alle spalle già tre buoni album oltre ad innumerevoli collaborazioni, è tornato all’opera con un nuovo album intitolato “I movimenti del gatto”, uscito nel maggio del 2016. Un disco che mi ha sorpreso, sin dal primo ascolto, per l’immediatezza e la piacevolezza delle musiche cui però non vengono mai meno testi intelligenti, a tratti ironici, a tratti malinconici, sicuramente mai banali.

E' appena uscito "I movimenti del gatto" il tuo quarto disco e la prima cosa che voglio sottolineare è la semplicità e allo stesso tempo poeticità della copertina del tuo nuovo lavoro, opera di un certo El Gato Diaz, me ne racconti la genesi?

Sveliamo subito l'arcano che mi vede sdoppiato nella persona di Fabio quando compongo e canto e del mio pseudonimo di El Gato Diaz che lavora con la grafica. Ho cercato l'essenziale, una linea continua che si potesse trasformare e lasciare spazio alla pura creatività. Questa traccia che srotola un gomitolo è il filo conduttore di tutto il lavoro di composizione di questo nuovo disco. La semplicità e la leggerezza contengono già molti degli aspetti ancestrali e primari dell'uomo che purtroppo nasconde attraverso le sovrastrutture che si crea e che non riesce più a riconoscere. Ho cercato solo di dipanare questo groviglio.

Beh, credo che ci sia riuscito in pieno, è da molto che non mi capitava di ascoltare un disco e ritrovarmi da subito a canticchiare alcuni ritornelli. Non credi che, a volte, la canzone d'autore si prenda davvero troppo sul serio per cui all'impegno a tutti i costi subentrino anche pesantezza e noia?

Penso che ci siano momenti in cui sia necessario utilizzare una scossa, altri in cui si possano usare modi differenti, apparentemente più leggeri per poter lasciare un segno. Molte volte la pesantezza è data dal fatto che l'artista non è più sincronizzato con la realtà ma si canta addosso. Non dobbiamo mai dimenticare che quello che proponiamo non è per noi ma per chi ascolta. La grande sfida della canzone di qualità oggi è quella di riportare la musica a essere espressione popolare di temi universali che sono sopiti sotto la cenere ma non spenti. Arriviamo ormai da troppi anni in cui la musica ha perso il suo ruolo sociale. La melodia, l'ironia e la leggerezza possono essere dei buoni strumenti per far tornare le persone a pensare in modo critico e a riconoscersi in una comunità.

Cover CD "I movimenti del gatto"

"I movimenti del gatto", oltre che essere il titolo di questo tuo nuovo progetto, è anche il titolo del singolo da cui è nato un video con tue bellissime animazioni. Un brano accattivante, che è come se lo avessi dentro il cuore da sempre ... nasce subito il desiderio di riascoltarlo all'infinito. Forse perché in fondo è il canto di un desiderio universale, che troppo spesso si ha quasi paura di esprimere?

Ti ringrazio perché mi confermi ciò che dicevamo prima. E' stato molto istruttivo per me osservare con attenzione la vita comunitaria dei miei gatti, da cui ho imparato la spontaneità, le contraddizioni, i bisogni e soprattutto la gratuità del gesto. Nella società veloce e individuale di oggi è più complicato esprimere i concetti di gentilezza, di utopia e ascolto che non il contrario. Sono sicuro che tutti li possediamo ma dovremmo scegliere di tornare ad un passo più lento entrando nelle cose dal retro bottega, non accontentandoci delle apparenze della vetrina del negozio.

Già, un po' come accade in "Il paese del sol", uno dei brani musicalmente di più di facile presa, pur trattando in punta di piedi temi molto sensibili, fino all'amara conclusione "Ma io mi sento ancora ... sol, senza un futuro e sempre ... sol, in questo bel paese del Sol".  E' così?

Questa canzone è la storia infelice di un'amara constatazione, dello scollamento totale tra la politica e la società, tra l'ottimismo velato da una finta partecipazione con l'aggravante, da parte del potere, di scaricare sulle fasce più deboli e meno strutturate il peso del loro fallimento. L'indifferenza e la non curanza dei problemi sembrano costruiti ad arte affinché il qualunquismo possa proliferare.

Proseguiamo questo giro itinerante tra i solchi del tuo nuovo disco, c'è una canzone che sembra quasi uscire da una radio americana di tanti anni fa e che fa venir voglia di affrontare sereni, a testa alta, il nuovo giorno. Mi riferisco a "Beautiful Girl", potere dell'amore?

Ci sono delle idee che rimangono latenti e all'improvviso devono uscire. Non so per quanto tempo ho guardato una foto di mia moglie che ho appeso nel mio studio, sopra il pianoforte. Un giorno l'ho osservata meglio, ho messo le mani sul pianoforte e la canzone era già lì. Bisognava solo coglierla ... potere dell'amore.

In questo disco direi che si alternano meravigliosamente stati d'animo fra loro molto distanti, se a un tratto ci imbattiamo nell'ironica e scanzonata, "La ballata della domenica" che a tratti ricorda lo Jannacci per Cochi e Renato, con un accenno finale "andare camminare lavorare" al grande Ciampi, subito dopo si è avvolti nella struggente, nebbiosa malinconia, di "Torino". In Fabio Caucino come convivono questi sentimenti? Alla fine chi ha la spunta?

Quando scrivo un brano, penso prima a cosa dire, soprattutto se ho qualcosa da dire. Poi viene il sentimento. Se ciò che si fa è vero ci sarà sempre un contrasto tra gli stati d'animo. Mentre si vive quello che capita in ogni istante è una contrapposizione. Basta non fare confusione, utilizzare un sentimento per volta, prendersi il tempo giusto per ciò che ci accade, nel bene e nel male. A volte è bello sapersi prendere in giro, portare il paradosso nella normalità per poter ripensare ai nostri difetti; a volte è altrettanto bello commuoversi davanti all'orizzonte della tua città sapendo che quello che vedi non sono solo mattoni e pietre ma la vita stessa di una comunità che evolve.

Prendersi il tempo ... un po' come fa il "vecchio che osserva paziente, pensando al coraggio del tempo, un ragazzo che sale lentamente" in "Il viaggio", il brano che apre l'album. Anche se il protagonista non sembra voler fermarsi ma uscire, andare via, anche sotto il temporale? Il viaggio è la metafora della propria esistenza?

Ci sono delle volte in cui la vita ti offre due possibilità. Io persi mio padre molto giovane e quindi non ho avuto modo di confrontarmi con lui come avrei voluto in età più consapevole. Il destino mi ha fatto incontrare Luciano, un esempio di coerenza, anarchia e onestà che mi ha fatto interrogare molte volte sul senso del nostro approccio alla vita. Questa chance mi ha offerto un secondo padre con cui ho condiviso davvero tante cose e il brano di apertura del disco è un omaggio appassionato a un uomo che non cercava le cause perse ma le cause giuste per le quali valesse la pena battersi. Purtroppo in questo mondo molte volte le due cose coincidono. Ecco perché tutto il disco è dedicato a mio suocero. Questa domanda esistenziale nonostante parta da un esempio personale diventa immediatamente universale e letto da ognuno attraverso le lenti della propria esperienza.




L'amore sotto le sue svariate forme è spesso presente nelle tue canzoni, d'altronde l'amore è parte essenziale della vita di ogni essere umano, c'è una canzone "Un atto d'amore" che ne parla in maniera sublime, attuale e direi universale. Credo che di atti d'amore ce ne sia un gran bisogno, ora più di sempre, non credi?

Un atto d'amore è una canzone che doveva dare un messaggio definitivo, Non è vero che la non scelta sia una delle opzioni. In questo caso avevo bisogno di affermare che l'atto della scelta avviene sempre a monte, poi si trovano le strategie e le regole. Per quanto riguarda il processo d'immigrazione forzata di questi ultimi anni bisogna prima definire se si sta da una parte o dall'altra e poi agire. Questo concetto può essere considerato profondamente cristiano ma anche totalmente laico. E' una questione di visione del mondo. Ed io ho voluto ribadire da che parte sto.

Nel continuo alternarsi di sentimenti che anima questo disco s’innesta anche una canzone come "Nevicata nel parco", dall'atmosfera così francese direi, in cui all'inverno del paesaggio sembra corrispondere anche l'inverno del rapporto tra i due protagonisti, così almeno mi suggeriscono i versi "e cadono sulle vite cadono sopra il nostro inverno" e il finale "Ti vedo sparire nel dubbio di un bacio non dato". E' così?

In questa canzone ho esplorato il parallelo che può esistere tra le stagioni e i sentimenti. Argomento già sviscerato abbondantemente se non fosse che il parco di cui parlo è quello che si trova sotto casa mia ed è diventato il set ideale per sentimenti contrastanti. E' lo stesso, ad esempio, che mi ha portato a scrivere la ballata della domenica. Nel caso della canzone che hai citato tutti gli anni durante la prima nevicata stagionale, faccio in piena notte una passeggiata mentre il cielo incontra la terra e tutto assume sembianze sfumate. Questo scenario mi ha dato modo di descrivere una relazione non risolta che almeno una volta nella vita è capitata a tutti.

Per concludere il nostro tour tra le tracce del tuo nuovo disco non ci resta che parlare di "Potessi darti". A volte le canzoni che chiudono un album sembrano essere messe lì solo perché in qualche modo si deve chiudere, non mi sembra certo il caso di questa canzone d'amore, intensissima. Basti dire che la traccia e, quindi anche il disco, si chiude con questi versi "Se potessi sfiorare il tuo viso, lo potessi sfiorare davvero, davanti al fuoco a parlar del futuro, perché nessuno di noi muoia invano”. Mica paglia, come direbbe Antonio Silva, no?

La canzone che chiude il disco è una preghiera, una speranza. E' l'incontro tra due persone che riescono a toccare i loro cuori attraverso una lettera, attraverso la parola scritta. Mi ha sempre intrigato il concetto che si possa fisicamente sfiorare qualcuno attraverso il pensiero. La scelta di inserire questo brano alla fine è stato meditato insieme alla produzione per parecchio tempo. Alla fine ci è sembrata una chiosa coraggiosa in cui ho voluto riaffermare il primato del valore sentimentale nella sua accezione più alta rispetto a qualsiasi pragmatismo comunque giustificato. Come si suol dire ho cercato di chiudere il cerchio. Devo ringraziarti per avere avuto la pazienza di voler entrare nelle pieghe di ciò che di solito passa in fretta come le canzoni. Anche questo vuol dire prendersi il proprio tempo.




mercoledì, maggio 04, 2016

Con Massimiliano Larocca i Canti Orfici di Dino Campana diventano grandi canzoni

di Fabio Antonelli


Massimiliano Larocca
Sono passati ormai due anni (2014) dalla pubblicazione di “Qualcuno stanotte” un album che, grazie all’incontro di Massimiliano Larocca e la band strumentale dei Sacri Cuori, ha segnato una virata verso il rock da parte del cantautore di Firenze. Durante questi due anni Larocca ha ripreso in mano un vecchio amore mai sopito, quello per la poesia di Dino Campana e, proseguendo la collaborazione con i Sacri Cuori, cui s’è aggiunta la preziosa presenza di Riccardo Tesi, ha pubblicato “Un mistero di sogni avverati – Massimiliano Larocca canta Dino Campana”.

Il tuo amore per Dino Campana è un sentimento che parte da lontano, ricordo di aver sentito un "demo" molto casalingo in cui mettesti in musica un pugno di liriche del poeta, ora hai dato però alla luce "Un mistero di sogni avverati", un disco vero e proprio, anzi un gran bel disco. Perché questo titolo? Si riferisce al tuo rapporto con Dino Campana?

Il lavoro sui versi di Campana, hai ragione tu, è iniziato oltre quindi anni fa in occasione di un laboratorio / spettacolo teatrale per il quale mi fu chiesto di lavorare musicalmente sui versi del poeta di Marradi, ma il mio amore per lui risaliva a molto prima, all'adolescenza addirittura, quando lo scoprii e lo amai in mezzo ad altre figure "decadenti" del rock e della letteratura. Mi colpiva il fatto che ci fosse un poeta mio conterraneo che parlava con grande Visione e grande Lirismo di luoghi e di un mondo che era esattamente quello che mi trovavo accanto a casa. Il titolo è una citazione da una sua poesia misconosciuta "Une femme qui passe", non facente parte dei Canti Orfici, ma che ho inserito nel disco. "Un mistero di sogni avverati" riassume perfettamente la tensione, l'ambiguità, l'elettricità della poesia campaniana. Sospesa tra luce e buio.

Ad aiutare l'ascoltatore a entrare nella poetica di Dino Campana sottolineandone, come hai detto tu, la frammentarietà e l'ambiguità, ma anche una certa visionarietà, ha sicuramente contribuito l'artista Enrico Pantani con le tavole che ha disegnato per questo tuo disco. Un contributo fondamentale direi, non credi?

Conosco Enrico dai tempi dell'Università e già allora ci accomunava l'amore per Campana, oltre a quelli per gli scrittori beat. Ci siamo persi per più di dieci anni, durante i quali lui si era nel frattempo affermato come illustratore, pittore, artista a tutto tondo. Ho subito sentito la vicinanza tra il suo modo così crudo e disincantato a volte eppure così lirico e profondo e la poetica di Campana. Le sue illustrazioni per le poesie scelte per il disco allargano direi notevolmente il respiro e lo spettro di questo progetto. Soprattutto i suoi coloro sono profondamente Campaniani.

Cover CD "Un mistero di sogni avverati - Massimiliano Larocca canta Dino Campana"
Diciamo che per realizzare questo disco, fortemente voluto, come si evince anche dalle tue parole, ti sei avvalso di una bella squadra. Cominciamo da Riccardo Tesi, che non ha bisogno di presentazioni e che credo tu non abbia scelto solo perché toscano come te. Com’è nata questa vostra collaborazione e quanto ha contribuito nel dare questa splendida veste musicale all'intero lavoro?

A Riccardo iniziai a parlare di questo progetto "incompiuto" su Dino Campana già tre anni fa, accennandogli alla mia idea, netta e chiara da subito nella mia testa: ovvero che questo disco dovesse essere la risultante dell'incontro alchemico / sonoro tra il suo mondo e quello dei Sacri Cuori, che lui ancora non conosceva. Con Tesi avevo già collaborato per "La breve estate", disco del 2008 anche se, quei suoni più acustici e cantautorali, li avevo già abbandonati da tempo, però sapevo che da questo incontro sarebbe nato qualcosa di speciale e di nuovo, perché avrei portato sia Tesi sia i Sacri Cuori, fuori dagli ambiti musicali in cui solitamente agiscono. In effetti, Riccardo Tesi che si sente in quest’album, a mio avviso, svela un suo aspetto di musicista / arrangiatore che forse, in Banditaliana, è un po' più sacrificato. Riccardo in questo disco si è rivelato un grande arrangiatore anche in una chiave diversa, più rock e anche indie se vogliamo. Chi l'avrebbe mai detto? È un grande musicista, un melodista fantastico e ha orecchio per il rock molto più di quello che la gente possa pensare.

Riccardo Tesi e Massimiliano Larocca
Riccardo Tesi però non è l'unico ospite di questo importante progetto, sebbene abbia contribuito alle sonorità di questo disco in maniera, direi decisiva. Cito la presenza di Nada, soprattutto perché in questo tuo lavoro la sua voce non è stata utilizzata in veste di cantante, ma di voce recitante in "La sera di fiera", uno dei Canti Orfici più belli, che conobbi attraverso una magistrale interpretazione di Carmelo Bene. Perché lei e perché proprio questo canto?

Aldilà dell'ammirazione sconfinata che ho sempre avuto per Nada, il cui excursus artistico ha pochi eguali in Italia, nell'ultimo anno è nata quest’amicizia e questa collaborazione molto gratificante. Prima abbiamo lavorato assieme a un progetto di laboratori musicali con ragazzi disabili, nel quale è nata "La canzone dell'amore" scritta da noi due assieme ai ragazzi, che poi lei ha utilizzato proprio come brano-chiave del suo nuovo disco. La sua partecipazione al progetto Campana rientra quindi in quest’anno di lavoro a stretto contatto ma, come dici tu, non ho utilizzato e pensato a Nada in quanto lei e in quanto ospite, ho pensato alla sua voce, che è una sorta di entità autonoma, per "La sera di fiera", perché è una poesia molto intima e delicata ma anche molto crudele. C'è la solitudine dei luoghi affollati, ma ci sono anche le stelle e la poesia della notte: chi meglio di Nada poteva restituirci queste immagini e queste impressioni? E’ forse uno dei momenti più emozionanti del disco. Certamente per me.

Quella di Nada non è, però la sola voce recitante presente nel disco, c'è un altro prestigioso ospite che ha donato la sua voce e il suo accento straniero a "Il russo", si tratta del musicista e produttore australiano Hugo Race. Com'è nata l'idea di affidare a lui questo recitato?

L'idea degli ospiti, come detto, non è intesa in senso tradizionale. Race, a suo modo, come Nada, è una "voce" che porta con sé un preciso immaginario e un ampio mondo. Sono voci interiori, quelle di Campana. Cosi le ho intese, come dialoghi tra il poeta e la sua Musa, oppure con le sue Ossessioni. Nello specifico, Hugo di fatto interpreta Il Russo, questa figura drammatica che Campana incontrò in una delle sue numerose degenze psichiatriche e il suo accento straniero rende bene la sensazione di straniamento che è propria del racconto dei Canti Orfici.

Chiuderei il discorso passando alla dimensione live. Ovviamente, credo, non ti sarà possibile avere con te tutti questi preziosi contributi, ricordo per altro la presenza nel disco anche di Cesare Basile oltre ovviamente ai già citati Sacri Cuori, ma penso che queste canzoni siano così belle da poter funzionare alla perfezione anche in dimensione "light". Con che tipo di formazione porterai in giro questo lavoro? Hai già date imminenti da segnalare?

Le canzoni sono strutturalmente semplici ed essenziali, come si conviene alla poetica dei Canti Orfici, ma intorno abbiamo costruito con Tesi e Sacri Cuori molta bella musica che vorremmo proporre al pubblico per com’è stata concepita. Questo per dirti che no, non è prevista una versione light, ma che presenteremo lo spettacolo solo quando ci saranno le condizioni per farlo integralmente. Del resto la storia "dietro" al disco come ti dicevo, è, oltre a quella di Campana e della sua poetica, proprio l'incontro tra Tesi e Sacri Cuori, tra due mondi sonori che mischiandosi hanno creato questo sound che è nel disco che tutti riteniamo molto personale e originale. Non è canzone d'autore, non è folk, non è rock o roots. È Poesia Europea Musicale Colorita, come diceva Campana. Sarebbe un peccato non riproporla per ciò che è.

Allora, cari lettori, tutti presenti all'Unaetrentacinquecirca di Cantù, questa domenica 8 maggio, per la presentazione del disco “Un mistero di sogni avverati – Massimiliano Larocca canta Dino Campana”.






venerdì, aprile 22, 2016

Le crude ma sincere emozioni post-ideologiche di Giorgia del Mese

di Fabio Antonelli

Copertina CD "Nuove Emozioni Post-Ideologiche"


La cantautrice Giorgia del Mese, campana di origini, ma ormai toscana d’adozione, torna con il suo terzo lavoro discografico intitolato “Nuove Emozioni Post-Ideologiche“. Il nuovo progetto esce a cinque anni dal disco d’esordio ”Sto Bene” e a tre da ”Di Cosa Parliamo”, che vide la collaborazione importante di artisti come Paolo Benvegnù, Alessio Lega, Alberto Mariotti, Fausto Mesolella e fu prodotto e arrangiato da Andrea Franchi. Anche nel nuovo lavoro le collaborazioni importanti non mancano, così come l’apporto di Andrea Franchi, ma è soprattutto Giorgia, con la maturità dei suoi testi e l’energia delle sue musiche a tracciare una nuova via per la canzone d’autore, regalando nuove emozioni post-ideologiche.

Partirei, se sei d’accordo, dalla copertina del disco, quasi monocromatica, semplice, ma molto efficace nell'esprimere, il contenuto del disco che, forse ancor più dei due precedenti lavori, guarda la dura realtà circostante con lacerante lucidità ma che lassù, oltre quella fitta boscaglia di altissimi alberi, sembra lasciar intravedere una luce ... E' così?

Si è cosi, abbiamo scelto una prospettiva da cui guardare, ed è dal basso, in un contesto evocativo e quasi didascalico del tempo che viviamo: la foresta, per simboleggiare una contemporaneità complessa e insidiosa, ma la prospettiva guarda in alto, alla ricerca di una presa d'aria, di una boccata di freschezza che in questo disco si ricerca e afferma.

Musicalmente si può dire che ti sei mossa all'insegna della continuità, dentro sonorità rock ed elettroniche, mettendoti ancora una volta nelle mani di Andrea Franchi che, come per il precedente "Di cosa parliamo”, ha curato la produzione, gli arrangiamenti oltre che suonare questo progetto intitolato "Nuove emozioni post-ideologiche". Credi sia un sodalizio artistico destinato a durare, viste le soddisfazioni ricevute da entrambi? Chi ha scelto il titolo del disco, perfetta sintesi del contento dei tuoi testi?

Il produttore artistico è una figura importante nei miei lavori perché non ho mai considerato il cantautorato in modo classico o solo come narrazione, quindi il sound è identitario e su quello sperimentiamo, con Andrea Franchi, che anche in questo disco ha messo una firma importante. Era da molto tempo che stava pensando a una produzione francamente elettronica e post rock e così ne è venuto fuori un disco impetuoso e abbastanza inedito nel panorama indie-rock.

Il titolo?

Tutto mio!

Che si tratti di emozioni forti lo s'intuisce sin dalla prima traccia "Una nuova visione" in cui, dentro un abito rock assai tirato, canti "È tutto cosi post ideologico / Il male / Come usciremo da sta fine di merda / Come usciremo senza una sostanza / Come si esce da questo seicento". La fine delle ideologiche non ha portato davvero nulla di buono, è come fossimo dentro un nuovo seicento?

In realtà il Post -ideologico fa riferimento a una nuova ideologia in voga che ha sedotto anche molta sinistra: il qualunquismo populista e demagogico che promette di "Fare" senza un riferimento a una storia ideologica e politica col risultato di imborghesire e annacquare le coscienze di una classe che al massimo abdica a tutte le conquiste più importanti per aspirare al meno peggio ...



Si potrebbe quasi definire un'ideologia del nulla, ma tu non hai certo peli sulla lingua ad affrontare le tematiche con grande lucidità. Penso a un altro brano duro e teso come "Caro umanesimo". E' un crogiolo di versi taglienti come lame "Al casinò per giocare / A Berna a rubare / A Cuba a scopare / In Albania a costruire" o "Non ce ne frega niente / Dell’internazionale / Di questa gente / Caro umanesimo / Caro umanesimo / Siamo morti tutti / Democraticamente". Non c'è forse peggior male dell'ipocrisia?

“Caro umanesimo” è un brano che è venuto fuori e rimasto così ... è un urlo d’impotenza verso l’incapacità, anche di una sinistra antagonista o rivoluzionaria, di offrire accoglienza, solidarietà e salvare la vita a milioni di persone che scappano per vivere meglio e che, in questi giorni, sono anche caricate dalla polizia e mortificate, vendute dalle leggi degli stati. L'ipocrisia, in questi casi, si trasforma in razzismo democratico o in elemosina da elargire, mentre la soluzione per me è l'Apertura delle Frontiere.

Anche quando canti l'amore, però, non è mai né un amore banale né facile, non c'è mai un distacco dal reale e dal sociale, mi riferisco a "Bello trovarti", in cui per altro troviamo Andrea Mirò la prima ospite del tuo disco. Che cosa dire di versi come questi "Il sentimentalismo che ci ha fatto morire / sei tutto quello che volevo dire / quando mi dici che di classe si muore / e noi stiamo benissimo cazzo amore"?

L'amore è un’emozione che può essere raccontata in modo rigoroso e comunque non retorico, dipende da come vivi le tue relazioni e personalmente credo che la condivisione degli ideali e di un’etica sia la forma di amore più alta e serena.

Questa tua visione dell'amore, però, visto non solo come esperienza chiusa e privata, emerge anche in un'altra canzone d'amore "Soltanto tu", in cui è presente anche l'inconfondibile voce di Peppe Voltarelli. C'è quel duro contrasto tra "Tutto il dolore degli altri / Dentro i miei spazi / Dentro i miei pasti" e "Nei tuoi panni solo tu / Nei tuoi inciampi solo tu / Negli istanti che solleverai / Soltanto tu". Ti è stata ispirata da un'esperienza personale?

“Soltanto tu” è il brano più solipsistico e filosoficamente pessimista di tutto il disco, è un’amara presa d'atto che in alcuni momenti si è soli nell'affrontare le proprie fragilità e la condivisione non è di aiuto ... sono solo fatti tuoi. Per fortuna non sempre!  La voce di Voltarelli in questo brano è meravigliosa, potente, inquieta e profonda. Una bomba!

In questo disco, un po' come avevi fatto nel precedente, hai volto circondarti di vari amici musicisti. L'ultimo che vado a citare è Francesco Di Bella, anche se sarebbe dovuto essere il primo in realtà, perché l'album è stato anticipato dal bellissimo video di "Lacreme", in cui tu appunto duetti con lui nella revisione di questo storico brano dei 24 Grana. Com'è nata questa collaborazione e perché proprio con questo brano?

Gli artisti che hanno collaborato a questo disco sono musicisti importanti e di prestigio, ma sono soprattutto persone per bene, umanamente alte e questo per me fa la differenza. Con molta umiltà ed entusiasmo si sono messi in questo progetto senza risparmiarsi, gliene sono molto grata! Con Francesco Di Bella c’è un’amicizia profonda che va avanti da alcuni anni, grazie anche a Salerno: la città dove sono nata e dove lui vive attualmente. Sono stata una grande fan dei 24 Grana e quando ho potuto conoscere e avviare con Francesco la nostra amicizia, è stata una gioia poter proporre una cover di "Lacreme", a mio avviso una delle canzoni più belle e potenti scritte in napoletano.



In fondo, in questo disco c'è molto amore, anche se sempre difficoltoso da vivere. Personalmente amo molto "Fuoco tutto" da cui traggo questa immagine che mi ha colpito molto "Mentre scegli pietre per l’assalto / fuma un po’ più piano / cosi blocco quei tuoi occhi / dove prende fuoco tutto". Mi parli di questo bel brano?

“Fuoco tutto” è un brano che racconta un incontro avvenuto in un pomeriggio di agosto caldissimo, con un cielo cupo e gonfio, in cui ero a casa di Francesco Di Bella. Anch’io mi sentivo così cupa e gonfia, Francesco è riuscito a descrivermi, a parlare delle mie forze e delle mie fragilità come non avrei mai immaginato ... è esploso oltre ogni mia diga difensiva con la sua profondità. Un Pomeriggio di amicizia che ricorderò per sempre.

Direi di lasciare ai lettori il piacere di scoprire gli altri brani di questo emozionante disco. Vorrei, invece, chiudere l'intervista con una domanda più personale, legata un po' a quanto mi hai appena detto: quanto la musica, lo scrivere canzoni ti ha aiutato "ad avere gli occhi alti e fieri / e essere allegri lo stesso", come canti in "Tutto a posto"?

La musica, a volte,  salva la vita … altre volte può distruggerla ... a me è capitata la prima.




lunedì, aprile 18, 2016

Pilar sempre più magnifica interprete con “L’amore è dove vivo”

di Fabio Antonelli

Copertina CD "L'amore è dove vivo"

Il 30 ottobre scorso, è uscito “L’amore è dove vivo”, il nuovo album di Pilar, accompagnato anche dal video di “Eternamente” (musica di Bungaro, testo di Pilar e Pino Romanelli), girato da EmbrioNet per la regia di Stanislao Cantono di Ceva, in cui compare lo chef Massimiliano Mariola di Gambero Rosso Channel. “L’amore è dove vivo” è il suo terzo disco dopo l’esordio di “Femminile singolare” e il successivo “Sartoria italiana fuori catalogo”. In questi giorni, è uscito un nuovo video del brano “Il Colore delle Vene” incentrato sulla tematica delle Unioni Civili, di cui Elisabetta Cinà e Serenella Fiasconaro sono sia interpreti sia autrici e produttrici. Da qui è partita la mia intervista.

Vorrei partire, se sei d'accordo, dall'ultima novità discografica che ti riguarda, ossia l'uscita del nuovo video del brano "Il colore delle vene", tratto dal tuo nuovo disco "L'amore è dove vivo" e incentrato sulla tematica delle Unioni Civili. Com'è nata l'idea del video, che vorrei raccontassi brevemente per chi ci legge? Credi davvero che "se l'amore è amore oltrepassa le parole / se l'amore è amore attraversa le paure", come canti nello splendido brano?

Con Elisabetta Cinà ed Elisabetta Fiasconaro della Pathos Concerti, con la quale lavoro, abbiamo commentato pressoché tutti i giorni ciò che è accaduto e che accade in Italia intorno ai diritti civili e alla legge Cirinnà. Elisabetta e Serenella stanno insieme da sette anni, aspettano da sempre la possibilità di poter avere il riconoscimento legale del loro essere famiglia. E' arrivato dunque naturale l'idea di fare un video de “Il colore delle Vene”. L'amore insieme alla curiosità rappresenta il motore del mondo. Nessuno chiede il permesso di amare chicchessia. Due adulti consenzienti si amano e basta. Le parole non servono proprio perché il gesto amoroso è già oltre il ragionamento, l'amore governa con la modalità più efficace che esista: l'esempio.

Hai ragione nel dire che le parole a volte non servono. Se io guardo la copertina del tuo disco, vedo una donna innamorata, ma che soprattutto crede nell'amore e ha voglia di comunicarlo al mondo attraverso le proprie canzoni, è così?

Quella donna è innamorata della vita perché è centrata su di sé, non per egocentrismo ma per maturità, per consapevolezza. La grande conquista, infatti, è che essere spostati sempre sui bisogni dell'altro non è sintomo di generosità ma d’inutile sacrificio, perché se non si è felici con se stessi, non ci può essere un'espressione sana di amore. La musica per me è uno strumento per liberare questa espressione.

Per esprimerlo in questo in questo nuovo album hai collaborato con due grandi artisti, Pierre Ruiz che ne ha curata la produzione esecutiva oltre che scrivere il testo di "En confidence" e con Bungaro, cui si deve non solo la produzione artistica ma le musiche di quasi tutto il disco. Sei stata tu a scegliere loro o viceversa? Com’è nata l'idea di realizzare questo splendido disco?

Con Bungaro collaboriamo dal 2009 circa, abbiamo scritto insieme un disco che poi ho anche in parte prodotto ("Sartoria Italiana Fuori Catalogo"), c'era da un po’ nell'aria l'idea di immaginare un nuovo progetto facendomi vestire più i panni d’interprete che quelli di autrice e con la complicità di alcuni tra gli autori da me preferiti, tutti artisti incredibili. Da Pacifico, a Joe Barbieri, da Mauro Ermanno Giovanardi al genio di Sandro Luporini e poi ho firmato anch’io stessa alcuni brani. E' un progetto molto ambizioso che, insieme alla Esordisco di Pierre (Ruiz) si è potuto concretizzare. Ci siamo scelti a vicenda, abbiamo molti riferimenti comuni, artistici e umani. C'era questa possibilità ed è stata felicemente raccolta.

Pilar - Foto di Paolo Soriani - Napoli

Tra le canzoni scritte da te, voglio citare il brano "Autoctono italiano", che si potrebbe definire di-vino e in cui il testo elenca ben settantatre nomi di vitigni autoctoni italiani, sfruttandone nome assonanza e, permettimi di dirlo, una voce strepitosa. Pilar non solo brava cantautrice ma anche esperta di enologia, varrebbe la pena di organizzare una tournée per cantine, non credi? Come definiresti questa canzone?

Questa canzone è nata da una chiacchierata e poi da una scommessa, quella di scrivere una canzone celebrativa del vino che non fosse retorica e o già sentita, perché il rischio in casi del genere è altissimo e, invece, proprio perché è nata come un "divertissement" è esattamente questo l'effetto che produce: gioco, leggerezza, conoscenza. Il vino è nutrimento, è storia, radice. Un tour nelle cantine? Me lo auguro...!

"Forteresse" è una delle canzoni che amo di più, si cambia totalmente genere, ma questa tua interpretazione di una delle due sole canzoni presenti nel disco che non vedano la presenza di Bungaro (l'autore è Michel Fugain), ha intensità e sensualità da vendere. Da cosa è dettata la scelta di questo stupendo canto d'amore francese?

La scelta di Forteresse è stata dettata semplicemente dall'amore verso la lingua francese che mi accompagna da sempre, del resto cantare in diverse lingue, è una cosa per me naturale e che anche grazie agli studi classici e cameristici è diventata quasi irrinunciabile. Il brano di Michel (Fugain) mi ha colpito da subito, è semplice, diretto, intimo ed epico al tempo stesso. E l'arrangiamento che ne ha fatto Federico Ferrandina, devo dire, ne esalta perfettamente il sapore agrodolce.

Tra gli artisti che hanno scritto per te in questo disco, Joe Barbieri occupa un posto particolare nel mio cuore perché credo che abbia un modo di scrivere delicato, intimo e confidenziale unico, non so se tu sia d'accordo. C'è invece magari qualche altro artista, oltre a quelli che già l'hanno fatto, che desidereresti ti scrivesse una canzone?

Joe è un grande autore, quello che scrive può essere bisturi o piuma e considero "Di Pugno tuo", la canzone che ha scritto per me insieme a Bungaro, un piccolo miracolo. Per quanto riguarda altri desideri di collaborazione ... sarà banale, ma posso dire che questo disco ne ha già esauditi tre o quattro e per adesso mi prendo l'immenso piacere di far vivere queste canzoni, nonché di ricominciare io stessa a scriverne altre.

Pilar - Foto di Paolo Soriani

Da questo punto di vista non ti manca proprio nulla, una voce meravigliosa e una capacità di scrittura invidiabile. Basta ascoltare "Occhi coltelli" per rendersene conto, lì la sensualità e la duttilità della tua voce credo siano fondamentali. In che circostanze è nata questa bella canzone?

Avevo portato a Tony (Bungaro) una decina di testi, alla fine abbiamo scelto questo non solo per il vantaggio di una metrica già assemblata ma anche per la totale assenza di sconti, compromessi stilistici. Ci sto tutta dentro in questa canzone. Non è un caso se poi la musica che ha scritto Tony e l'arrangiamento di Antonio Fresa hanno due caratteristiche che amo molto: libertà e asimmetria (due concetti che spesso coincidono anche in ambito non musicale).

Allora non ho sbagliato a citare proprio questa canzone, ho pensato anch'io ti rappresentasse nella tua molteplicità. Di materiale per i concerti ormai ne hai a disposizione molto, come sta andando il tour? So che il 24 aprile, ad esempio, sarai a Milano nell’importante cornice del Blue Note?

Il 24 aprile saremo al Blue Note a Milano, il 29 a Ivrea, il 6 maggio a Caserta, il 12 a Torino e poi il 19 al Bravo Caffè. Ho una band eccezionale, faremo tanta bella musica.










lunedì, marzo 21, 2016

Folco Orselli, outsider da sempre, con “Outside is my side” lo è per scelta

di Fabio Antonelli


Folco Orselli
A distanza di quattro anni da “Generi di conforto” (Muso Records/Venus - 2011), Folco Orselli cantautore milanese che iniziò a calcare le scene musicali come componente del duo Caligola, partecipando a Sanremo Giovani nel lontano 1995, è appena tornato con un nuovo affascinante album dal titolo “Outside is my side”, il quinto della sua carriera, ormai sempre più consapevole di essere outsider, indipendente, estraneo, cane sciolto, ma per questo ancor più libero.

La copertina del tuo nuovo disco mostra una porta dischiusa e, sotto questa porta, il titolo "Outside is my side". Perché hai scelto questo disegno e questo titolo in inglese?

E’ una porta che si apre verso l’esterno ed è un invito all’”outsiding”, all’uscire dalle convenzioni, al proclamare la propria indipendenza intellettuale intesa come rifiuto al pecorame del pensiero unico ribassato; un invito al piacere che si prova nel sentirsi investiti della responsabilità di fare ognuno qualcosa per migliorare noi stessi e l’aia in cui viviamo; il rifiuto del modello imperante riaffermando la propria indipendenza, sapendo che dagli “insider” non possiamo aspettarci quasi nulla. Chi sono gli insider? Tutti quelli che hanno costruito e imposto lo sbilanciato ossimoro in cui viviamo, sbilanciato sul fattore negativo. Il titolo “Outside is my side” è anche un omaggio a Woody Guthrie e alla sua "This land is your land”, land intesa come terra fisica e mentale per me.

Il disco si apre con "Legato a un palo della luce", una canzone che musicalmente si stacca molto dalle sonorità del tuo precedente disco, quasi volessi spiazzare l’ascoltatore ...  in realtà la canzone si muove quasi su due piani, diversi e contrastanti fra loro un po' come il rapporto che ti unisce e ti divide dalla tua Milano, o sbaglio?

Il titolo esatto è "Legato a un palo della luce / Gattorotto ouverture" e, come suggerisce, è una commistione tra due cose. E’ un cortometraggio in musica. Avevo questi due pezzi nel cassetto da un po’ e, come succede nei cassetti, si sono mischiati, imbastarditi dal tempo e dalle altre cose abbandonate con loro in un luogo chiuso e piccolo. L’ho aperto e li ho raccolti smunti ma ancora vivi. Li ho portati a casa di Enzo Messina, il co-produttore artistico insieme a me del lavoro, il mio pard musicale. Li abbiamo massaggiati per bene per ridargli tonicità e forma. Certo, non mi aspettavo che qualche giorno dopo mi proponesse quest’arrangiamento in 7 della prima parte, ne avevo un’idea diversa. Mi ha spiazzato. Per circa … 40 secondi! Poi ho capito che aveva colto nel segno e aveva ridato “pellicola” al pezzo. Da li abbiamo proceduto alla “visione" della parte centrale che in realtà avrebbe dovuto avere lo stesso passo dell’inizio. Con la sua chitarra acustica nel suo studio, in cui abbiamo lavorato alla pre-produzione di tutto l’album, mi è venuto in mente di cambiare totalmente atmosfera e accordi e di portare il pezzo a un’atmosfera più “Floydiana”. Enzo ha raccolto immediatamente e con la sua faccia illuminata si è buttato a capofitto nell’arrangiamento del mood, è venuta fuori “Sbarra”, la sbarra che c’è tra i due titoli. “Gatto rotto” era già previsto che fosse il secondo pezzo unito al primo, non ci aspettavamo diventasse il terzo del primo, infatti, la canzone ha tre atmosfere completamente diverse. E’ una marcia semi-trionfale che porta al riscatto dopo l’analisi amara. La strada è nera ma i gatti sanno come vederci, ne usciranno vivi dormendo sereni in mattinata. Menzione speciale per Matteo Agosti, il sound engineer (o ingegnere del suono che è più nostro) che ha lottato come un leone su questo flusso prog, dandogli un’unità sonora davvero eccellente. Milano è madre, ma non mi da pace e non mi lava.

Il disco prosegue con "Una vecchia storia d'amore (di noi)". Si ritorna a sonorità più familiari e il brano sembra essere quasi il sequel di "L'amore ci sorprende" ma qui il verbo è al passato, "L'amore ci ha sorpresi in pieno con le sue illusioni", è quello stesso amore ma ormai finito? Splendido poi l'Hammond che la introduce e la conduce per mano ...

L’amore ci sorprende (cd “La spina”) è una canzone di attesa, la condizione in cui ci si trova tra una storia e un’altra, quando dopo esserti leccato le ferite ti senti pronto a infliggertene delle altre pur di vivere la fase dell’incanto."Una vecchia storia d’amore" può essere quello che era successo prima o quello che potrebbe succedere dopo. Dove va chi se ne va? E cosa lascia? Il pezzo non lo dice. Il prezzo è l’onestà di capire che mollare a volte è meglio che trattenere. Le cose rotte hanno un fascino solo se non si hanno semi in tasca da piantare nel futuro. E’ un blues. Abbiamo pensato a "Mad dog & Englishmen", è un omaggio al sound del primo Joe Cocker, al quale va tutta la mia riconoscenza e quella di Enzo che, su questi mood, ci sguazza d’Hammond e di piano come se fossero prolungamenti del sistema nervoso.

Folco Orselli
Si può dire che in questo disco prevalga l'ambientazione notturna? Quella in cui esce anche il lato più oscuro e incontrollabile del comportamento umano? Sto pensando a due canzoni come "Il lupo" e "Hooligan", mi parli di loro, della loro genesi?

Non so, sicuramente è il disco più dark che abbia fatto. Ci sono gli aspetti più intimi della mia vita e scavando ho scoperto di avere un’anima controversa e a tratti scura, nonostante mi senta una persona solare e positiva. Per quanto riguarda “Il lupo” ho scritto questo blues dopo aver letto dell’uccisione di alcune pecore fatta dai lupi in Garfagnana l’anno scorso. Si è alzato un coro di allevatori che chiedevano a gran voce di uccidere tutto il branco famelico e mi sono detto che, se un lupo non può più attaccare qualche pecora per fame, pena lo sterminio, forse dovremmo chiederci cosa stiamo distruggendo noi per “sete” di potere e quale punizione meriteremmo. Ho dato parola al lupo che racconta il suo punto di vista scimmiottando i peggiori lati umani, un lupo che vuole essere come un uomo e somma le negatività delle due nature, antropomorfico come pezzo. “Hooligan” è Il pezzo più violento del disco. Una di quelle notti che sembrano tre insieme (e ce ne sono state) in cui non saprai mai cosa è successo, nessuno avrà il coraggio di dirtelo e ti svegli con un maiale nella testa … parlante. Pare che una parrucchiera abbia finito tutti i tuoi soldi, la Bestia si sia rivelata, qualcuno voleva uccidere il tuo nome e tutto è un fischio insopportabile nelle orecchie. L’unica cosa che ti ricordi è un sudamericano sudato che ti raccoglieva e ti metteva su un taxi guidato da un tizio che somigliava a Predator.

Se "Holigan" è la canzone più dura di questo album, credo che "Piove" sia la più intimista e struggente, sostenuta splendidamente dal flicorno di Daniele Moretto. Sembra nascere da un vecchio disco che gira su un grammofono e poi, piano piano, si dispieghi lenta e sinuosa, com'è nata?

“Piove” è il pezzo forse più fragile del disco, una canzone cui sono particolarmente affezionato perché mi riporta a una crisi molto profonda vissuta qualche anno fa, in cui la solitudine mi stava per schiacciare e che ora, finalmente, riesco a pubblicare. Ho utilizzato degli schemi mentali per parlarne, immagini e suoni. La pioggia che apre era necessaria perché mi rimanda a ore buie e solitarie per strada, con lo sguardo perso in un vuoto che non mi dava sollievo, con un ombrello, gli ombrelli sono uno dei modi migliori per avvicinare il suono della pioggia. Poi c'è un uomo che scappa da se stesso ma, arrivato da qualche parte lontano da casa, ha bisogno di telefonare da una cabina per parlare con nessuno, in quella casa che ha lasciato, a una segreteria telefonica a cassetta, sapendo che la sua voce risuonerà in una stanza in cui è stato felice. Bellissimo il piano di Enzo, le spazzole di Diego Corradin, il contrabbasso di Piero Orsini e, naturalmente, la “voce” di Daniele Moretto, che fa da contraltare alla mia. Apre con un quartetto da camera … vuota.

Forse la solitudine e la disperazione di “Piove” sono le stesse del protagonista di "Quello che canta onliù", lo splendido omaggio che hai voluto fare a un milanese doc come Enzo Jannacci. Come la sua musica è entrata a far parte della tua vita? Credi che in qualche maniera abbia potuto influenzare il tuo modo di scrivere canzoni?

Quando ero ragazzino, mio padre mi portava la domenica a fare delle gite fuori Milano. Quelle domeniche che partono presto, passano pigre e sonnolenti, statiche; tra campagna stinta e osterie, pesca sportiva e zucchero filato. In macchina una musicassetta. Rossa. Fissa: “Ci vuole orecchio” di Enzo Jannacci. Il ritorno era il momento in cui l’assaporavo di più. Cotto e semi addormentato sul sedile dietro, vivevo come un film tutte quelle parole, meravigliose, vere e surreali nello stesso tempo. Non capivo, ero giovane … ma capivo. “Quello che canta onliù” era tutta la malinconia che percepivo esistesse, ma non potevo ancora tastare realmente. La solitudine di un commesso viaggiatore? Il tarlo roditore del senso di colpa? L’amore che crolla e tu che ti affanni a tamponare le falle con la sabbia? Amo non averla ancora capita. Jannacci è uno stregone. Mi ha insegnato l’arte della “visione” in senso psichedelico. I suoi testi sono cangianti, dipenda da come li guardi, come li ascolti, chi sei, chi sei stato. Purtroppo l’ho incontrato una volta sola al teatro Dal Verme per una beneficenza, stavo provando il pezzo che avrei cantato in serata “La ballata del Paolone”, che potrebbe essere una deriva di “El purtava i scarp del tennis”, se non fosse una storia vera; lui era seduto in quarta o quinta fila con un suo collaboratore, il teatro vuoto. Finita la mia prova, vedo che si alza, fa per andarsene, torna indietro e dice al suo collaboratore: ” Ma chi è quello li?”, indicando me e, senza aspettare risposta, se ne va. Fantastico.

Una canzone quasi magica, con quella sua delicatissima intro del pianoforte è "Artisti di strada", dove "ogni ragazza anche se non sarà bella avrà un fiore fatto apposta per lei". Quanto ti senti artista di strada con le tue canzoni?

Gli artisti di strada, insieme ai pittori, sono i miei eroi. Sin da piccolo sono attratto da qualunque forma d’arte per la strada: madonnari, mimi, giocolieri, cantastorie, musicisti. Mi hanno sempre dato un senso di protezione, come la se la strada ti garantisse la carezza materna perduta. Forse è un punto d’arrivo a differenza di quello che si pensa. C’è un carillon che aleggia su tutto il pezzo, è la “pura parte da non fare mai da parte”, come cantavo in una canzone di un po’ di tempo fa (“Paladino” – cd “La Spina”). L'arrangiamento di Enzo, qui, diventa davvero la cifra del racconto, volevo una cosa alla Prokof'ev tipo “Pierino e il lupo”, con tutti gli strumenti a descrivere la storia da protagonisti narranti e così è stato, grazie alla sua magnifica sensibilità.

Se sei d'accordo, vorrei abbandonare il disco, lasciando ai lettori il gusto di scoprire il resto, Chiuderei affrontando la dimensione live, quella che credo tu ami maggiormente. So che ti stai attualmente dividendo tra teatro e concerti, racconti cosa stai realizzando e cosa hai in mente per il futuro? Ci sarà anche un seguito di "Scuola milanese”?

Si, come sempre sono in tour continuo, mi divido tra quello che c’è da fare, suonando ovunque: teatri, club, case. Dove c’è un pubblico e dove mi pagano, io vado. Questi sono tempi in cui bisogna risaltare sui treni con la chitarra e andare in giro a raccontare storie. L’aspetto più interessante di questo crollo del mercato discografico è che ci ha costretto a rimetterci tutti (chi lo sa fare) sulla strada. Ho appena finito il tour teatrale con Gino e Michele per i loro quarant’anni di spettacolo per i quali ho composto le musiche e sono alla ricerca di date per me. Ho lanciato da qualche tempo il Facebooking tour (cioè se mi vuoi nel tuo locale, scrivimi e ci mettiamo d’accordo), che sta funzionando molto bene. Le agenzie non si rendono conto che devono fare un passo indietro e lavorare anche con artisti come me, che non fanno (per ora) il grande pubblico, ma che ovunque vanno buttano le basi per un ritorno. Così facendo mi sto creando un ottimo giro in tutta Italia. Per il futuro ho un po’ d’idee, starò a New Orleans per tre mesi a scrivere il mio prossimo disco tra febbraio e aprile del prossimo anno, voglio andare alla radice del sincretico blues di quelle parti, incontrare e suonare con musicisti del luogo e registrare lì, per catturare quel suono. Il disco credo che s’intitolerà “BLUES IN MI”, dove MI sta per la tonalità del blues più utilizzata, la sigla della targa di Milano, il suono del pronome ME in inglese, ma anche in dialetto milanese. La Scuola Milanese si sta rianimando, a breve metteremo a disposizione, tramite un canale Youtube, le 60 ore di girato che abbiamo realizzato durante le due stagioni alla Salumeria della Musica, montate per bene; poi da ottobre molto probabilmente ripartiremo con un progetto radiofonico.





martedì, marzo 15, 2016

E improvvisamente … ecco Giua portarci una ventata di buona musica

di Fabio Antonelli

Giua


Maria Pierantoni Giua, in arte semplicemente Giua, è una cantautrice ligure nata si può dire con la chitarra in mano, perché ancora bambina è avviata dai suoi genitori alla musica e ben presto diverrà allieva del chitarrista Armando Corsi e dell'insegnante di canto Anna Sini. Dopo aver vinto alcuni importanti premi musicali tra cui Sanremo Lab, Castrocaro, Lunezia e due album all’attivo (Giua 2007 e TrE 2012), si propone ora al pubblico con “E improvvisamente” (uscito il 26 gennaio 2016), un progetto musicale nato da una collaborazione con Stefano Cabrera, violoncellista e arrangiatore degli Gnu Quartet.

E improvvisamente, a voler giocare con il titolo del tuo nuovo progetto discografico, si potrebbe dire che è arrivato questo tuo terzo disco, dopo quello d’esordio "Giua" e "TrE", scritto in coppia con il grande Armando Corsi. La copertina del disco ti coglie con il viso fotografato di profilo, da cui emerge comunque un bel sorriso. E' un sorriso che nasce dalla soddisfazione di aver realizzato, con "E improvvisamente", tutto quello che ti eri prefissata?

E' il sorriso di chi guarda con gusto e fiducia alle tante cose che mi sono capitate in questi anni, belle, difficili, inaspettate e al futuro, con speranza e voglia di costruire. “E improvvisamente” è una frase da completare, sapendo cogliere per la propria vita il lato positivo di quello che accade, anche quando non siamo pronti o non sarebbe quello che vorremmo.

"E improvvisamente" è anche il titolo della canzone che ha anticipato l'uscita del disco, in cui canti insieme a Zibba, una delle voci più calde e affascinanti che ci siano in Italia. Com’è nata questa canzone? È stata da subito pensata per questo magnifico duetto?

Conosco Zibba da tempo e la sua voce mi ha sempre emozionata, portata lontano. Quando ho scritto questa canzone, ho subito pensato a lui, a quello che avrebbe aggiunto, alla forza che gli avrebbe dato e Zibba mi ha fatto davvero un regalo dicendomi di sì!

Zibba, però, non è l'unico ospite del disco. In "Scivola sud", il cui testo è una poesia di Pier Mario Giovannone, troviamo un'altra splendida voce a giocare con te, quella di Pilar. E’ un vero piacere sentirvi evocare questa calda atmosfera, cui contribuisce anche l'inconfondibile chitarra di Armando Corsi. Anche quella con Pilar è una collaborazione partita da lontano? Ci sono altre voci femminili o maschili con cui in futuro vorresti magari collaborare?

Anche la collaborazione con Pilar nasce da un'amicizia e dal fatto che la sua voce, il suo lirismo, la sua sensualità e la sua ironia, mi sembravano perfette per questa poesia in musica rotolante di Sud, miraggi e Ruchè. Sono molto fortunata ad avere amici così! Una voce femminile che da sempre amo è di Ornella Vanoni, di un disco in particolare, 'Argilla' prodotto da Beppe Quirici e Paolo Fresu, ho sempre sognato di poter cantare con lei. Una voce maschile, invece, è quella di Caetano Veloso, una voce che definirei 'oltre', oltre il tempo oltre il sesso oltre la parola; una voce strumento, suono, una voce che mi piace tantissimo. Si può sognare, desiderare, giusto?

Assolutamente si, anzi credo che sia giusto il desiderio di vedere nel futuro realizzati i propri desideri, a muovere ad esempio le donne protagoniste di "Da lontano" e anche coloro di cui parli in "Tutti vanno via dall'Italia". Due canzoni musicalmente diversissime fra loro ma forse con un comune destino?

Un destino molto diverso in realtà. "Tutti vanno via dall'Italia" parla della così detta "fuga dei cervelli" e di una riflessione che ho fatto e sto facendo sull'opportunità di rimanere in Italia e costruire nuove possibilità per un presente e futuro migliore per tutti. E' anche un invito a unire in questo senso le forze (non è semplice sintetizzare su un argomento così complesso...). "Da lontano” è una canzone che nasce dopo aver conosciuto alcune donne che speravano che venire in Italia fosse l'occasione che cercavano e così non è stato. E' una canzone sulla speranza e sull'amarezza ed è anche una preghiera, affinché certi destini trovino protezione, giustizia, aiuto.

Con destino comune, in realtà, intendevo la risoluzione forzata di abbandonare la propria patria, ma hai fatto bene a sottolineare i diversi intenti delle due canzoni. In questo tuo nuovo progetto c'è, però spazio anche per l'ironia, mi riferisco ad esempio a "Disamore infinito / #taggo voluto bene", canzone che prende il via con toni melodrammatici a descrivere la fine di un amore, per poi ... ma lascio raccontare a te.

...per poi arrivare a scoprire che non ci si può più lasciare come un tempo, perché qualcuno ha inventato i social e quindi non è più così facile tagliare i ponti con l'altro, perdersi di vista, dimenticarsi ... È una canzone ironica nata dalla lettura di un articolo di giornale in cui si parlava appunto di come l'avvento di Facebook, Twitter, ecc., abbia modificato i rapporti tra le persone, le modalità, i tempi. Forse però bisognerebbe riappropriarsi di una realtà un po' meno virtuale.

Lo credo anch'io, la vita reale è un'altra, quella magari anche difficile da affrontare, in cui ci sono padri che "ti mettono nomi / per tutta la vita / ti mettono i piedi / ti fanno la strada / e ti tolgono nomi / per tutta la vita / ti tagliano l'aria", come canti in "L''albero di manghi", una di quelle canzoni in cui gli arrangiamenti di Stefano Cabrera più ti hanno allontanata dai suoni latini cui eri abituata, ma è un bel sentire. Perché hai voluto aprire il disco proprio con questa canzone e com’è stato collaborare con Stefano?

Potrei definire 'L'albero di manghi' una specie di manifesto, del mio modo di scrivere, pensare, vivere e desiderare che una canzone, sia ponte tra me e qualcun altro. Mi sembrava un bel modo di cominciare, anche per la veste sonora che con Stefano abbiamo scelto di dargli e che, come tu stesso dici, prende una strada diversa dal mio disco precedente. Lavorare con Stefano è stato bello, arricchente, facile, mi ha permesso di trovare cose inaspettate, di imparare ed essere libera di cercare cose nuove, mi ha permesso di realizzare idee che avevo e non ero in grado di sviluppare da sola. Sono davvero felice di quello che è venuto fuori da questa collaborazione!

Giua


Un'altra canzone che a me piace molto è "Fragole e vento", l'ultima però di cui vorrei parlare anche per lasciare a chi legge la curiosità di cercare e conoscere il resto del disco. E’ una canzone dove la musica emerge come assoluta protagonista della tua vita, riporto solo un'immagine "la musica aggiunge lo zucchero e il sale". Quanto è importante per te la musica e, oggi come oggi, credi sia ancora possibile vivere di musica?

La musica mi accompagna da sempre. C'è anche quando non suono, canto o scrivo, perché è un modo di pensare, di vivere. Trasformarla poi in un lavoro ha fatto sì che fosse tutto più complesso, ma anche più bello e ogni giorno è buono per crescere, inventare cose nuove e nuovi modi di realizzarle. In generale viviamo un momento in cui è un lusso avere un lavoro, figuriamoci fare la musicista, ma con tenacia, passione e tante idee ci si può ancora riuscire. Lo spero e lo auguro a me e a tutte le persone che fanno questo da sempre.

Ho visto che il tuo disco è entrato, a buon diritto, tra i dischi consigliati nel sito della trasmissione televisiva “Che tempo che fa”, una bella notizia sicuramente non credi? Immagino poi che stia anche allestendo un tour di presentazione, hai già qualche data da segnalare? Concluderei cosi, se dovessi pubblicizzare il tuo progetto discografico che parole useresti?

Sono molto felice di questa segnalazione, è una bella soddisfazione. Certo, sarei ancora più felice se Fazio m’invitasse a cantare una canzone dal vivo nel suo programma, chissà, magari prima o poi! Con Egea stiamo ancora definendo le date del nuovo tour, per cui non posso darvi anticipazioni, ma le vedrete presto sul mio sito www.giua.it e sui social (prima data 17 marzo Teatro dell’Archivolto - Genova). Se dovessi pubblicizzare il mio progetto discografico, direi 'e improvvisamente, un disco e un concerto che ha voglia di andare lontano con chi ha voglia di andare lontano e di avvicinarsi alle cose che sembrano piccole per scoprire che sono molto di più di quello che potevamo immaginare'.

Copertina CD "e improvvisamente"


Sito ufficiale di Giua: http://www.giua.it/
Pagina personale di Giua su Facebook: http://www.facebook.com/maria.giua/
Canale di Giua su Youtube: http://www.youtube.com/user/mariagiua



sabato, marzo 05, 2016

Quando la poesia incontra la musica, a volte, è magia!



di Fabio Antonelli

Patrizia Cirulli - Foto di Ottavio Tonti

Patrizia Cirulli, cantautrice milanese dotata di una voce tanto particolare quanto affascinante, ha appena dato vita a un nuovo progetto discografico dal titolo “Mille Baci”. Un disco particolare, in cui sono grandi nomi della poesia italiana e internazionale a firmare i testi delle canzoni, nel senso che alcune poesie accuratamente scelte da Patrizia, sono diventate vere e proprie canzoni, il tutto con la collaborazione di grandi musicisti e la produzione artistica curata da Lele Battista.

La copertina del disco è una splendida fotografia che ti riprende mentre sei letteralmente baciata dal sole e, seppure a occhi chiusi, sorridente. A me piace molto questa immagine, perché credo rifletta pienamente il contenuto del disco? Sei d'accordo? Racconta poi la scelta del titolo "Mille baci".

È vero, è un'immagine che emana una sorta di "calore", è stata fatta a Milano al tramonto e si, riflette un po' il contenuto del disco. "Mille baci" si riferisce al famoso testo di Catullo, che è presente nel disco in forma canzone. Ho voluto poi chiamare così anche il disco perché i testi dei brani del disco sono poesie di grandi poeti e le loro parole sono come carezze, come baci che ci donano.

Il disco, come hai accennato tu, è un disco diverso, almeno nella genesi, nel senso che sei partita dai testi, tutte poesie più o meno note ma di poeti molto conosciuti, che tu hai musicato e quindi cantato. Com'è nata questa idea e com’è stata questa esperienza?

È nata nel 2010, dopo aver vinto il Premio Lunezia per aver musicato "Forse il cuore" di Salvatore Quasimodo, la mia prima poesia in musica. È successo qualcosa di molto bello, non me lo aspettavo. Solitamente, come cantautrice, partivo sempre dalla composizione della musica per poi arrivare al testo. Qui succede il contrario, si parte dal testo e si arriva alla musica, ma il testo ha già dentro di sé una musicalità. Mi sono appassionata molto a questa nuova modalità (che fra l'altro ho scoperto essere molto naturale per me) e così sono andata avanti scegliendo testi di altri poeti.

Nell'ascoltare la prima volta il tuo disco ho come avuto l'impressione che questi testi poetici, in molti casi a me sconosciuti, fossero stati da sempre delle canzoni, nati con quelle musiche e con quelle sonorità. C’è un desiderio di cantare, di liberare la voce, di lasciar suonare questi testi che è incredibile, è un'impressione che condividi?

Assolutamente si!!! La sensazione è proprio quella. Infatti, per me ormai sono "canzoni".  La mia intenzione è stata proprio questa, trasformare testi poetici in canzoni. Pensa che alcuni testi ho iniziato a canticchiarli così, in modo naturale, la musica prendeva forma in modo spontaneo. Infatti, non sento una “divisione” fra il testo e la musica, si fondono l'uno nell'altra. E' molto bello quello che dici “... ho come l'impressione che fossero stati da sempre delle canzoni”. E' proprio così, la sensazione è quella.  Non ho scelto testi molto famosi, solo un paio sono molto conosciuti. Sono canzoni a tutti gli effetti, si canticchiano, possono piacere o meno, e il valore aggiunto è che gli "autori" dei testi sono grandi poeti.

Nell'affrontare i testi di poeti stranieri come Oscar Wilde, Federico Garcia Lorca, Charles Baudelaire, Frida Kahlo e Fernando Pessoa hai, secondo me giustamente, optato per l'utilizzo del testo in lingua originale. E’ stato molto difficile affrontare questi testi?

Ho voluto cantarli in lingua originale per rispetto verso l'opera e gli autori. Il senso autentico delle parole scritte dell'autore si trova lì. Mi sono avvicinata con rispetto e curiosità. Mi sono fatta aiutare per la pronuncia da persone madrelingua, su alcune cose ho fatto più fatica rispetto ad altre. Alcune forme di pronuncia non sono molto semplici, ma alla fine è andata bene. Alla fine del disco, ho comunque aggiunto i brani con i testi di Oscar Wilde e Frida Kahlo cantati in italiano.

Ecco, hai citato Frida Kahlo, credo tu abbia fatto molto bene ad aggiungere come bonus track la canzone "Poema para Diego Rivera" cantata in italiano, perché questa poesia che tu hai musicato è per me una delle più belle e toccanti tra le canzoni di questo disco. L’uso dell’italiano, questa versione, aiuta ad apprezzarne maggiormente la bellezza. Perché però Frida Kahlo è perché questo poema?

Anche qui sono d'accordo con te. È uno dei testi più belli e toccanti. Frida Kahlo è nel mio cuore da sempre. Non avrei mai immaginato di poter musicare un suo scritto. Poi per una serie di circostanze, sono andata a rivedere dei libri che avevo in casa da tempo e ho ritrovato questo testo. È nata subito la canzone. Il testo è dedicato a Diego Rivera, suo marito, e parla del grande amore che aveva per lui. Non solo, fa un elenco di tutto ciò che Diego era per lei e di quanto Diego facesse parte di lei. Conoscendo la sua storia e la loro storia, ho pianto molto mentre musicavo il testo. E ho pianto mentre la riascoltavo ... a volte anche mentre la cantavo. Ho ritenuto opportuno per questo mettere anche la versione in italiano.

Allora mi consolo, non sono l'unico a piangere ascoltando una canzone che tocchi le corde dell'anima ... A proposito di corde, in questo brano, come anche in "Deseo", "Primavera" e "Mille baci" troviamo alla chitarra Massimo Germini. La sua, però, non è l'unica collaborazione musicale di rilievo vero?

È vero, hanno suonato tanti grandi musicisti. Andrea Di Cesare, Tony Canto, Luigi Schiavone, Fausto Mesolella, Davide Ferrario. In "Mille baci" canta con me Giancarlo Cattaneo, speaker di Radio Capital e grande anima poetica, che apre anche il disco con due frasi di Oscar Wilde e recita nella traccia n.6 il testo in italiano di Baudelaire, prima del brano cantato da me in francese. In "Deseo", invece, canta con me l'attore spagnolo Sergio Muniz.

Patrizia Cirulli - Foto di Renzo Chiesa

A "Deseo", poesia di Federico Garcia Lorca, hai regalato una veste musicale molto latina e, come hai appena detto, hai duettato con Sergio Muniz, com'è nata questa collaborazione da cui è nato anche un bel video?

L'arrangiamento del brano è stato curato da Lele Battista, così come il resto del disco. Sentivo la necessità di avere una voce maschile nel brano “Deseo”, volevo la voce di un attore ed essendo il brano in lingua spagnola, pensavo quindi a un attore spagnolo. Parlando con un amico di questa mia intenzione, ci sono venuti in mente dei nomi e Sergio era il più indicato, in quanto è un grande appassionato di musica, suona e canta. L'ho contattato, gli è piaciuto molto il brano e l'idea della poesia in musica e così è nata questa collaborazione. Abbiamo poi girato il relativo video con la regia di Lorenzo Vignolo ed è stato un momento molto bello ... c'era "poesia" nell'aria ... e il mare della Liguria ha creato una bellissima cornice.

Facciamo un salto spazio-temporale. Nel disco, tra le varie chicche letterarie da te raccolte, trova spazio anche un testo di Eduardo De Filippo. E’ stata una scoperta casuale o era un frammento che già conoscevi prima di realizzare questo disco? Rispetto alla citata "Deseo", si cambia totalmente luogo, lingua e registro musicale, è indubbiamente un disco dai molteplici volti?

Si, è un disco che contiene molti mondi musicali. Questo rispecchia comunque il mio essere, mi piace comporre in questo modo, ogni brano ha una sua storia e un suo colore. Il testo di Eduardo non lo conoscevo, ho fatto una ricerca perché volevo cantare anche un suo testo, ma ne cercavo uno in italiano.  Alla fine è successo qualcosa di magico che mi ha portato a "Quanno parlo cu te" e una sera, un venerdì sera, lo ricordo ancora con emozione perché davvero è successo qualcosa di magico per me, è nata la canzone.  È stato poi per me un grande onore e una gioia immensa avere il permesso, l'approvazione e i complimenti da parte di Luca De Filippo per il brano realizzato.

Pur presentando sonorità molto varie, credo che il disco sia in fondo "trasportabile" durante i lives anche in una versione snella, voce chitarra o poco più, mantenendo comunque la propria integrità, non credi? Hai in allestimento un tour?

Si, è così! I brani sono assolutamente fruibili in versione acustica, anche voce e chitarra, che è poi il modo in cui nascono, al di là degli arrangiamenti realizzati in studio.  Stiamo organizzando serate e concerti, da fine marzo si comincia.

Un'ultima curiosità. Visto che il disco è in termini musicali molto generoso, ben 16 tracce e 2 bonus tracks, c'è un brano cui più di tutti sei affezionata?

Più di uno!!! Frida Kahlo ed Eduardo come ti dicevo. Ma anche "Stringiti a me" di D'Annunzio.

Hai introdotto il nome di D'annunzio, ma allora direi che possiamo citare anche Trilussa, Umberto Saba, Alda Merini. In questo tuo nuovo progetto c'è un ricco mondo poetico-musicale, in attesa di essere ascoltato dagli amanti della musica di qualità. Credo che la tua voce particolare, quanto affascinante, meriti di essere ascoltata.

Grazie! In effetti li avrei citati tutti i poeti, amo ogni brano del disco e tutti questi poeti straordinari.

Copertina cd "Mille baci"
 Video canzone “Deseo”




Video canzone “Mille baci”: http://youtu.be/jmimRHOm5E0

Sito personale di Patrizia Cirulli: http://www.patriziacirulli.com/
Pagina personale su Facebook di Patrizia Cirulli: http://www.facebook.com/patrizia.cirulli.3
Pagina pubblica su Facebook di Patrizia Curulli: http://www.facebook.com/patrizia-cirulli-61967007544/?fref=ts