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domenica, febbraio 12, 2017

Federico Sirianni e il suo disco della maturità, “Il Santo”



di Fabio Antonelli

Federico Sirianni - Foto di Valentina Tamborra
 
A quattro anni di distanza dal suo “Nella prossima vita” (Incipit Records - 2012), il cantautore genovese ma oramai torinese d’adozione Federico Sirianni, pubblica un nuovo lavoro discografico dal titolo “Il Santo”, dal cui ascolto emerge subito come sia più che mai il disco della maturità. Un disco che nasce da lontano, da quella canzone “Ascoltami Signore” che gli ha anche appena fruttato la menzione speciale, all’interno del Premio “Musica contro le mafie” da parte del Club Tenco.  Con lui s’è parlato di “Il Santo” ma anche di molto altro …

La prima cosa a colpirmi di un disco, spesso, è l'immagine in copertina. In passato  tu hai sempre realizzato copertine con fotografie che ti ritraevano. Questa volta no, "Il Santo" si presenta agli occhi dei possibili fruitori attraverso un disegno, molto originale, in bianco e nero. Come mai questa scelta così particolare? Perché proprio questo disegno e soprattutto perché un titolo così, "Il Santo", che sembra essere quasi in antitesi con il mondo attuale, quasi volutamente fuori luogo e fuori dal tempo, per un disco, invece, che è intriso di quotidianità?

C'è talmente tanto di me in questo disco che mettere una mia foto in copertina mi sarebbe parso fin eccessivo. Il mio amico Riccardo Cecchetti, illustratore straordinario, collaboratore di Frigidaire, quando ha ascoltato la canzone "Il Santo" mi ha fatto vedere quel disegno, un Buster Keaton in equilibrio precario sull'albero di un'imbarcazione. Ho subito pensato che fosse l'immagine giusta per la copertina del disco. Il Santo è il protagonista del disco, una figura che mi è vicina da qualche tempo, che mi ha fatto poco gentilmente capire che comincio ad avere più passato che futuro, che mi ha aiutato a modificare la scala delle priorità, che mi ha portato a incontrare parti di me che non conoscevo o non volevo conoscere, che mi ha fatto scendere in abissi profondi lasciandomi un po' nel buio da solo, per poi riportarmi a galla a respirare aria nuova.

Il Santo - Copertina
 
"Il Santo" , però, non è solo il titolo di questo tuo nuovo disco, ma lo è anche di uno dei più bei brani, non tanto del disco ma in assoluto, che abbia mai avuto modo di ascoltare. Rileggendone il testo, anche scomponendolo in tante piccole frasi, ognuna avrebbe un valore intrinseco di grandissimo spessore, ne cito solo una "Benedetta la complicità che unisce le persone". Com'è nato questo brano, chi è davvero il Santo oggi?

Intanto grazie per le belle parole. Non vorrei apparire blasfemo ma "Il Santo" è veramente una di quelle canzoni che arrivano dall'alto, che non sai come sia accaduto, ma, a un certo punto, te la trovi scritta sulla pagina del computer che fino a pochi minuti prima era immacolata. È una canzone che ognuno dovrebbe viversi o interpretare come desidera, posso solo dire che il primo pensiero che ho avuto mettendoci mano è che bisognerebbe cercare di trovare quel poco di bellezza anche dove bellezza apparentemente non c'è. E per trovarla bisognerebbe sporcarci le mani, frugando nell’immondizia che trabocca da queste gigantesche discariche che ci circondano. E si trova, se la cerchi, si trova. E quando la trovi, custodiscila come qualcosa di veramente prezioso.

Voglio essere un po' blasfemo anch'io e, volutamente, accosto quel capolavoro che è la canzone "Il Santo" che apre alla grande il disco, con il divertissement che, invece, chiude allegramente il disco, la canzone "Mia madre sta su Facebook", che canti in compagnia del grande trasformista Arturo Brachetti. Lo spessore di questo pezzo è indubbiamente diverso, ma non del tutto scontato, non è che questo vivere “social” sia poi una delle cause per cui non si è più capaci di percepire quella bellezza di cui parlavi?

Non saprei. Ad esempio io non tornerei a quando non c'erano i social. Per gente che fa il mio mestiere Zuckerberg & C. sono piovuti come una manna dal cielo. La possibilità di raggiungere ovunque e in tempo reale i tuoi appassionati o i tuoi potenziali ascoltatori è un privilegio straordinario. Negli ultimi dieci anni il mio pubblico si è decuplicato e, credo, dipenda anche da questo fattore. Poi i social sono un oceano solcato da tante imbarcazioni diverse e abitato da infinite varietà di pesci, alcuni più rassicuranti altri più pericolosi. Tra questi trovi anche chi non vorresti mai incontrare sul tuo cammino, ma alla fine basta evitarli. “Mia madre sta su Facebook” è un gioco che alleggerisce i contenuti di tutto il disco, prova a farti sorridere e suggerisce una visione un poco critica, ma soprattutto ironica della comunicazione contemporanea.

La mia voleva essere, ovviamente, una provocazione ... vorrei piuttosto spostare il discorso su un altro dei punti alti del disco, per non usare ancora una volta la parola capolavoro e che comunque non sarebbe fuori luogo, mi riferisco alla preghiera laico-religiosa "Ascoltami o Signore". Non voglio aggiungere nulla di mio, ma lasciare la parola a te, perché possa dirci com'è nata questa preghiera rivolta a tutti coloro che soffrono e perché abbia pensato proprio alla splendida voce di Giua per questo brano.

Credo sia stato il primo nato di questo disco. Ho cercato di affrontare una serie di situazioni e condizioni esistenziali particolarmente dure, difficili, contraddittorie, non utilizzando lo stilema della canzone di protesta ma quello della preghiera, o forse di un'invettiva in forma di preghiera. Mi ha ispirato il libro di Jodorowski “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” e, quando ho scritto la strofa sul femminicidio, ho subito pensato che la voce di Giua, una cara amica, un'artista straordinaria, avrebbe saputo darle quel passo in più di dolore e disincanto, in un episodio di cronaca così orribilmente banale, comune e tragico.

Federico Sirianni - Foto di Valentina Tamborra

Credo ci sia riuscita perfettamente, ma quella di Giua non è l'unica presenza femminile nel disco, troviamo, infatti, anche la voce e soprattutto l'arpa di Cecilia in "L'iguana sulla scala" e quella, quasi nera, di Giulietta Passera in "L'ultimo blues dell'umanità". Due contributi preziosi per due brani musicalmente e strutturalmente molto diversi fra loro, il primo più onirico-personale, il secondo più biblico-escatologico, in cui hai cantato anche versi di “Last blues to be read some day” di Cesare Pavese. Si vola sempre molto alti, non credi?

Le voci femminili hanno decisamente impreziosito le canzoni di cui parli. Sono tra l'altro tutte molto differenti, così come sono differenti le storie e le intenzioni di questi brani. Per “L'iguana sulle scale” ho subito pensato a Cecilia, arpista e interprete straordinaria; le ho chiesto di interpretarla con il suo strumento e la sua voce in maniera totalmente libera, tant'è vero che nella prima versione il ritornello era in minore, mentre lei lo ha aperto portandolo in maggiore e funziona benissimo. A Giulietta, che è un altro potentissimo talento vocale, ho chiesto un'intenzione quasi voodoo, alla Dr.John per intenderci. Quanto a Pavese, era da tanto tempo che volevo riprendere il suo blues e metterlo in musica. Spero di non aver fatto troppi danni.

Direi proprio di no, anzi, credo che Pavese avrebbe gradito questa tua interpretazione. Restando a queste atmosfere polverose d'oltre oceano, al blues, c'è un'altra canzone cinematograficamente poderosa, mi riferisco a "Il campo dei miracoli" che sarebbe potuta essere stata scritta da Tom Waits. Pensa un po' che il tuo modo di cantare qui mi ricorda Davide Van De Sfroos e la sua "I ann selvadegh del Francu" ("Franks Wild Years" di Tom Waits). E' stata ispirata da qualche storia letta o è pura visionarietà?

Né l'una né l'altra. È un racconto profondamente personale che faccio fatica a spiegare meglio di quanto possano dire le parole del testo. È la cronaca di una mattina di febbraio, il giorno dopo San Valentino, livida, triste e molto consapevole, in cui ho chiuso un lungo e importante capitolo della mia esistenza senza sapere cosa avrei trovato fuori. C'è sicuramente una narrazione un po' visionaria ma non mi sono inventato nulla.

A volte la realtà supera la fantasia ma credo sia la sensibilità di chi scrive a rendere poetica la vita reale e, soprattutto, a spingere a viverla fino in fondo, nonostante tutto ... quanto conta la maturità nel riuscire a scrivere una canzone così?

Maturità, vissuto, consapevolezza… Dieci anni fa scrivevo e raccontavo diversamente, com'è giusto che fosse. Più si invecchia più è necessario essere credibili in quello che si fa, soprattutto in un mestiere come il mio. Spero tra dieci anni, se ci sarò ancora e se ancora continuerò a scrivere, di farlo in modo ulteriormente diverso da come scrivo adesso. Se no sarebbe un problema.

Federico Sirianni - Foto di Fabio Antonelli

Beh, giusta riflessione, d'altronde come avresti potuto scrivere, magari anche solo dieci anni fa, una canzone come "L'amore in fondo", in cui ti metti decisamente a nudo con versi come "E io come metto a posto tutto questo / Ho cent’anni sulle spalle se solo lo capissi / Ma tu corri, vivi, cresci e trova amore / Che l’amore mio va a fondo come il Cristo degli abissi", credo di sapere a chi siano rivolti però vorrei fossi tu a chiarire tutto ...

Ora non è necessario fare nomi e cognomi, però anche le storie d'amore a venti o trent'anni le vivi e le racconti in un modo diverso da quando ti rendi conto, come ti dicevo prima, di avere più passato che futuro. E' una canzone d'amore dolorosa e consapevole, ho cercato di essere sincero e credibile raccontando un sentimento forte, un amore importante e il senso di mutilazione che una determinata assenza può infliggere.

Riletta in questa chiave, allora, "Con te" potrebbe esserne il seguito, il naturale sbocco del dolore cantato in "L'amore in fondo"? O almeno mi sembra di percepire così quei versi pieni di attese "E fare a pezzi la tristezza con te / Viaggiare senza destinazione con te / Essere un uomo migliore con te / Essere molto, molto meglio di me" ... o dico male? Sai che, ripensandoci, forse hai fatto proprio bene a scegliere un disegno come copertina, altrimenti avresti dovuto mostrarti nudo. Credo, infatti, che mai come in queste canzoni tu abbia messo a nudo tutto te stesso ...

Non sarebbe stata, in effetti, una buona idea di marketing, rendo di più vestito… Raccontare le canzoni mi riesce difficile, anche perché mi sembra di togliere qualcosa a chi le ascolta; mi piace che ognuno le interpreti a seconda della sua sensibilità, del suo momento emotivo, della sua storia quello che io, in un mio particolare momento emotivo, ho tirato fuori. Per cui, se per te la canzone "Con te" rappresenta il seguito de "L'amore in fondo" facciamo che sia così, anche se magari, chi lo sa, "Con te" potrebbe essere stato l'inizio e "L'amore in fondo" la fine.

Hai ragione, in fondo questo è anche il bello della musica. Allora, se sei d’accordo, anche per non dire proprio tutto tutto di questo lavoro, lasciamo da parte un attimo il disco. In parallelo alla tournée legata alla promozione di questo nuovo disco stai ancora realizzando date del NoGenovaTour, che ti ha visto per mesi condividere il palco con Max Manfredi? Com'è nata questa idea e come l'hai vissuta? E' fuori luogo pensare per il futuro magari un disco scritto a quattro mani, magari un disco di canzoni natalizie, visto che il Natale, come la neve sono ormai dei punti fermi nella tua produzione discografica ...

Il NoGenovaTour va avanti, in un anno e mezzo abbiamo raggiunto quasi i cento concerti. L'idea è nata davanti a un ottimo pollo ai peperoni magistralmente cucinato da Max che, oltre a essere straordinario cantautore è anche cuoco sopraffino. La formula molto semplice, mettere insieme su palco i due cantautori viventi e attualmente più rappresentativi di Genova che condividono palco, storie e canzoni. Ci divertiamo e il pubblico si diverte, anche perché quell'aura di impegno e serietà che potrebbe suggerire un progetto di questo tipo, si sgretola fin dalla terza canzone e il concerto diventa un happening d'improvvisazione in cui ti può capitare di ascoltare una cover di Cohen o un'esegesi dei Pooh. Per quel che riguarda il disco, ci hai azzeccato, non sappiamo quando accadrà, ma ci piacerebbe far uscire un album di canzoni natalizie.

Max Manfredi e Federico Sirianni - Foto di Manuel Garibaldi

Lo so che i cantautori sono sempre un po' gelosi delle proprie canzoni, un po' come il contadino del suo vino, ma se un cantante maschile o femminile venisse da te e ti dicesse: “adoro il tuo modo di scrivere canzoni vorrei me ne donassi una”, quale concederesti e chi vorresti fosse questo tuo ipotetico estimatore? Lo so che vorresti strozzarmi ... ma non volevo chiederti in maniera diretta chi ammiri in maniera smisurata ...

Mi piacerebbe scrivere canzoni per alcune voci femminili, magari non mainstream, ma che amo molto: Giua innanzitutto, ma ti faccio i nomi di due giovani artiste romane che, secondo me hanno potenzialità notevoli, Gabriella Martinelli, che ha vinto il Bindi due anni fa ed è una bomba vera sul filo del teatro canzone e Mesa (Federica Messa) che ha capacità narrative molto originali e suggestive. Ci metto anche Cecilia e Carlot-ta, altri due talenti giovani e cristallini, che hanno un progetto insieme molto interessante e cantano quasi tutto in inglese o francese, mi piacerebbe scrivere qualcosa per loro in italiano.

Vedo che gli uomini li hai scartati a priori ... Immagino sia una questione prettamente musicale ma allora ti frego in altra maniera. Ti chiamano in un premio dedicato alla canzone d'autore e ti chiedono di premiare un cantautore per quanto scritto in quest'ultimo anno solare, chi premieresti?

Il mio giovane amico Carlo Valente. Tra i cantautori contemporanei è uno dei pochi che, secondo me, scrive in maniera interessante. E comunque sto scrivendo un testo per il nuovo disco del mio amico/fratello Folco Orselli che stimo molto e cui voglio molto bene.

Sono giorni di Festival di Sanremo, non ti chiedo chi faresti vincere perché magari non hai visto nulla, ma se ti chiamassero in gara, ci andresti?

Non ho visto nulla, non per snobismo ma perché ho suonato tutte le sere. E, si, ci andrei certamente, ma non credo mi vogliano.

Ipotizzando che ti vogliano, come ti auto presenteresti al pubblico sanremese?

Beh pagano lautamente ottimi presentatori nazionalpopolari, lasciamoli fare il loro mestiere!

Va beh, ti sei avvalso della facoltà di non rispondere ... allora aggiro l'ostacolo con un'ultima domanda. Un giovane per strada ti vede camminare con la chitarra in spalla e con, in mano, una scatola trasparente con alcune copie del tuo ultimo disco, incuriosito, ti si avvicina e ti chiede se sei un musicista e che tipo di disco stai portando in giro, cosa gli risponderesti?

Gli direi: guarda, faccio un mestiere strano, un mestiere bellissimo che fa sì che ogni giorno sia diverso da quello precedente; un mestiere che ti porta sul roof e improvvisamente ti sprofonda in cantina, un mestiere che ti mette a confronto con la sensazione del successo, il dolore sordo della solitudine, la necessità di una continua curiosità e ricerca faustiana ma senza quel Mefistofele che almeno qualcosa ti aveva promesso in cambio di una qualunque anima. Ecco, gli direi, sono questa cosa qua, come diceva Tom Waits, una leggenda che vive solo nella mia mente. Il disco per questa volta te lo regalo. Dio ti benedica.




martedì, marzo 15, 2016

E improvvisamente … ecco Giua portarci una ventata di buona musica

di Fabio Antonelli

Giua


Maria Pierantoni Giua, in arte semplicemente Giua, è una cantautrice ligure nata si può dire con la chitarra in mano, perché ancora bambina è avviata dai suoi genitori alla musica e ben presto diverrà allieva del chitarrista Armando Corsi e dell'insegnante di canto Anna Sini. Dopo aver vinto alcuni importanti premi musicali tra cui Sanremo Lab, Castrocaro, Lunezia e due album all’attivo (Giua 2007 e TrE 2012), si propone ora al pubblico con “E improvvisamente” (uscito il 26 gennaio 2016), un progetto musicale nato da una collaborazione con Stefano Cabrera, violoncellista e arrangiatore degli Gnu Quartet.

E improvvisamente, a voler giocare con il titolo del tuo nuovo progetto discografico, si potrebbe dire che è arrivato questo tuo terzo disco, dopo quello d’esordio "Giua" e "TrE", scritto in coppia con il grande Armando Corsi. La copertina del disco ti coglie con il viso fotografato di profilo, da cui emerge comunque un bel sorriso. E' un sorriso che nasce dalla soddisfazione di aver realizzato, con "E improvvisamente", tutto quello che ti eri prefissata?

E' il sorriso di chi guarda con gusto e fiducia alle tante cose che mi sono capitate in questi anni, belle, difficili, inaspettate e al futuro, con speranza e voglia di costruire. “E improvvisamente” è una frase da completare, sapendo cogliere per la propria vita il lato positivo di quello che accade, anche quando non siamo pronti o non sarebbe quello che vorremmo.

"E improvvisamente" è anche il titolo della canzone che ha anticipato l'uscita del disco, in cui canti insieme a Zibba, una delle voci più calde e affascinanti che ci siano in Italia. Com’è nata questa canzone? È stata da subito pensata per questo magnifico duetto?

Conosco Zibba da tempo e la sua voce mi ha sempre emozionata, portata lontano. Quando ho scritto questa canzone, ho subito pensato a lui, a quello che avrebbe aggiunto, alla forza che gli avrebbe dato e Zibba mi ha fatto davvero un regalo dicendomi di sì!

Zibba, però, non è l'unico ospite del disco. In "Scivola sud", il cui testo è una poesia di Pier Mario Giovannone, troviamo un'altra splendida voce a giocare con te, quella di Pilar. E’ un vero piacere sentirvi evocare questa calda atmosfera, cui contribuisce anche l'inconfondibile chitarra di Armando Corsi. Anche quella con Pilar è una collaborazione partita da lontano? Ci sono altre voci femminili o maschili con cui in futuro vorresti magari collaborare?

Anche la collaborazione con Pilar nasce da un'amicizia e dal fatto che la sua voce, il suo lirismo, la sua sensualità e la sua ironia, mi sembravano perfette per questa poesia in musica rotolante di Sud, miraggi e Ruchè. Sono molto fortunata ad avere amici così! Una voce femminile che da sempre amo è di Ornella Vanoni, di un disco in particolare, 'Argilla' prodotto da Beppe Quirici e Paolo Fresu, ho sempre sognato di poter cantare con lei. Una voce maschile, invece, è quella di Caetano Veloso, una voce che definirei 'oltre', oltre il tempo oltre il sesso oltre la parola; una voce strumento, suono, una voce che mi piace tantissimo. Si può sognare, desiderare, giusto?

Assolutamente si, anzi credo che sia giusto il desiderio di vedere nel futuro realizzati i propri desideri, a muovere ad esempio le donne protagoniste di "Da lontano" e anche coloro di cui parli in "Tutti vanno via dall'Italia". Due canzoni musicalmente diversissime fra loro ma forse con un comune destino?

Un destino molto diverso in realtà. "Tutti vanno via dall'Italia" parla della così detta "fuga dei cervelli" e di una riflessione che ho fatto e sto facendo sull'opportunità di rimanere in Italia e costruire nuove possibilità per un presente e futuro migliore per tutti. E' anche un invito a unire in questo senso le forze (non è semplice sintetizzare su un argomento così complesso...). "Da lontano” è una canzone che nasce dopo aver conosciuto alcune donne che speravano che venire in Italia fosse l'occasione che cercavano e così non è stato. E' una canzone sulla speranza e sull'amarezza ed è anche una preghiera, affinché certi destini trovino protezione, giustizia, aiuto.

Con destino comune, in realtà, intendevo la risoluzione forzata di abbandonare la propria patria, ma hai fatto bene a sottolineare i diversi intenti delle due canzoni. In questo tuo nuovo progetto c'è, però spazio anche per l'ironia, mi riferisco ad esempio a "Disamore infinito / #taggo voluto bene", canzone che prende il via con toni melodrammatici a descrivere la fine di un amore, per poi ... ma lascio raccontare a te.

...per poi arrivare a scoprire che non ci si può più lasciare come un tempo, perché qualcuno ha inventato i social e quindi non è più così facile tagliare i ponti con l'altro, perdersi di vista, dimenticarsi ... È una canzone ironica nata dalla lettura di un articolo di giornale in cui si parlava appunto di come l'avvento di Facebook, Twitter, ecc., abbia modificato i rapporti tra le persone, le modalità, i tempi. Forse però bisognerebbe riappropriarsi di una realtà un po' meno virtuale.

Lo credo anch'io, la vita reale è un'altra, quella magari anche difficile da affrontare, in cui ci sono padri che "ti mettono nomi / per tutta la vita / ti mettono i piedi / ti fanno la strada / e ti tolgono nomi / per tutta la vita / ti tagliano l'aria", come canti in "L''albero di manghi", una di quelle canzoni in cui gli arrangiamenti di Stefano Cabrera più ti hanno allontanata dai suoni latini cui eri abituata, ma è un bel sentire. Perché hai voluto aprire il disco proprio con questa canzone e com’è stato collaborare con Stefano?

Potrei definire 'L'albero di manghi' una specie di manifesto, del mio modo di scrivere, pensare, vivere e desiderare che una canzone, sia ponte tra me e qualcun altro. Mi sembrava un bel modo di cominciare, anche per la veste sonora che con Stefano abbiamo scelto di dargli e che, come tu stesso dici, prende una strada diversa dal mio disco precedente. Lavorare con Stefano è stato bello, arricchente, facile, mi ha permesso di trovare cose inaspettate, di imparare ed essere libera di cercare cose nuove, mi ha permesso di realizzare idee che avevo e non ero in grado di sviluppare da sola. Sono davvero felice di quello che è venuto fuori da questa collaborazione!

Giua


Un'altra canzone che a me piace molto è "Fragole e vento", l'ultima però di cui vorrei parlare anche per lasciare a chi legge la curiosità di cercare e conoscere il resto del disco. E’ una canzone dove la musica emerge come assoluta protagonista della tua vita, riporto solo un'immagine "la musica aggiunge lo zucchero e il sale". Quanto è importante per te la musica e, oggi come oggi, credi sia ancora possibile vivere di musica?

La musica mi accompagna da sempre. C'è anche quando non suono, canto o scrivo, perché è un modo di pensare, di vivere. Trasformarla poi in un lavoro ha fatto sì che fosse tutto più complesso, ma anche più bello e ogni giorno è buono per crescere, inventare cose nuove e nuovi modi di realizzarle. In generale viviamo un momento in cui è un lusso avere un lavoro, figuriamoci fare la musicista, ma con tenacia, passione e tante idee ci si può ancora riuscire. Lo spero e lo auguro a me e a tutte le persone che fanno questo da sempre.

Ho visto che il tuo disco è entrato, a buon diritto, tra i dischi consigliati nel sito della trasmissione televisiva “Che tempo che fa”, una bella notizia sicuramente non credi? Immagino poi che stia anche allestendo un tour di presentazione, hai già qualche data da segnalare? Concluderei cosi, se dovessi pubblicizzare il tuo progetto discografico che parole useresti?

Sono molto felice di questa segnalazione, è una bella soddisfazione. Certo, sarei ancora più felice se Fazio m’invitasse a cantare una canzone dal vivo nel suo programma, chissà, magari prima o poi! Con Egea stiamo ancora definendo le date del nuovo tour, per cui non posso darvi anticipazioni, ma le vedrete presto sul mio sito www.giua.it e sui social (prima data 17 marzo Teatro dell’Archivolto - Genova). Se dovessi pubblicizzare il mio progetto discografico, direi 'e improvvisamente, un disco e un concerto che ha voglia di andare lontano con chi ha voglia di andare lontano e di avvicinarsi alle cose che sembrano piccole per scoprire che sono molto di più di quello che potevamo immaginare'.

Copertina CD "e improvvisamente"


Sito ufficiale di Giua: http://www.giua.it/
Pagina personale di Giua su Facebook: http://www.facebook.com/maria.giua/
Canale di Giua su Youtube: http://www.youtube.com/user/mariagiua



mercoledì, marzo 14, 2012

Intervista a Giua e Armando Corsi intorno a “TrE”

di Fabio Antonelli

Se a un matematico dovessi dire che 1+1 è uguale a 3, mi darebbe sicuramente del matto, ma la musica non è la matematica e se allora una brava e giovane cantautrice (nonché pittrice) come Maria Pierantoni Giua (più conosciuta come Giua) e un grandissimo chitarrista come Armando Corsi incrociano i propri percorsi artistici, ecco che dal loro incontro ne esce un valore aggiunto, la musica allora diviene il vero motore di un disco chiamato “TrE”, dal quale emerge tutto il piacere di suonare e giocare insieme di questi due straordinari artisti.
“TrE” è addirittura un doppio album, un primo disco di  quindici brani inediti e un disco con sei splendide cover che costituiscono una babele di lingue e di mondi musicali di grande fascino.
Ecco allora i due protagonisti impegnati in un’intervista in parallelo.



Nome?
Giua - Maria.
Corsi - Armando.
Luogo di nascita?
Giua - Rapallo.
Corsi - Genova.
Professione?
Giua - Cantautrice e pittrice.
Corsi - Musicista.
Come vi siete incontrati?
Giua - Cercavo un maestro di chitarra e sono arrivata alla porta di Armando.
Corsi - Ho incontrato Maria nella mia scuola di musica.
Che ricordi hai della prima volta?
Giua - E' stato emozionante, non sapevo cosa aspettarmi e Armando faceva fuori qualunque cliché.
Corsi - Ho un bel ricordo, mi aveva colpito che Maria scrivesse già canzoni.
Com’è nata l’idea di realizzare questo progetto?
Giua - E' nata dal piacere di suonare con Armando e dalla nostra amicizia: volevo raccogliere in un disco tutti questi anni passati insieme suonando e viaggiando.
Corsi - E' nata dal suonare tanto assieme e suonare vuol dire conoscersi. Vita è musica.
Chi ha scelto il titolo "TrE"? Perché proprio "TrE"?
Giua - L'ho pensato io, una sera mentre andavo a dormire. L'idea è 1+1= 3, l'unione di due persone se è buona dà sempre un frutto. La musica e l'altro sono il 3°.
Corsi - L'ha pensata Maria e mi è piaciuto molto, anch'io penso che 1+1 faccia 3.
Il disco è stato preceduto da un videoclip realizzato per uno dei brani più belli e immediati dell’intero lavoro “Totem e tabù”, il brano è interamente firmato da Giua, sua anche la scelta di partire da lì? Perché? Io trovo rappresenti magnificamente lo spirito del disco? Siete d’accordo?
Giua - Abbiamo scelto insieme di iniziare con questa canzone, anche a partire dall'idea di Giada Messetti di girare il video. Rappresenta bene lo spirito del disco, ironico e sfaccettato, ricco di sfumature e dal sapore latino.
Corsi - Penso che in gran parte presenti lo spirito del disco, anche perché è stato realizzato in un modo particolarissimo, fuori norma: è più difficile togliere che aggiungere per il buon andamento del brano. Questo è un disco ironico e inusuale, come questa canzone, costruita con suoni originali e idee che seguono il nostro modo di sentire la musica.
Che cosa aggiunge di nuovo "TrE" al panorama musicale italiano e non solo? Non solo perché penso che abbia le potenzialità di oltrepassare i nostri angusti confini? E’ questa la motivazione della presenza dei testi tradotti in inglese?
Giua - "TrE" parte dal piacere di far musica e di condividerla, porta questa voglia di incontrare e di proporre. Abbiamo scelto di tradurre i testi in inglese perché vogliamo rivolgerci a più persone. La musica ha la forza di non fermarsi a nessun confine.
Corsi - Fare le traduzioni in inglese vuol dire pensare a un mercato internazionale. Quando si è consapevoli di aver fatto alcune scelte, si va a osare e a toccare sia argomenti letterari sia argomenti musicali non usuali. "TrE" aggiunge ulteriore musica colta.
C’è un brano tra i quindici del primo disco (il secondo raccoglie sei belle cover d’autore) che ritieni irrinunciabile? Se si, perché?
Giua - Irrinunciabile è “come fa una mela”, una canzone di cui ho scritto il testo, la musica è di Armando. Ha una grazia che mi sorprende ed emoziona tutte le volte che la canto.
Corsi - Il brano che ritengo irrinunciabile è “come fa una mela”, di cui ho scritto la musica e Maria il testo; non avrei mai pensato che diventasse una canzone. E' irrinunciabile perché fa parte delle mie corde. Se potessi rifarlo, lo registrerei con la London Simphony Orchestra per una sua ulteriore completezza.
Io credo che un altro brano di facile accesso, adatto a un’eventuale programmazione radiofonica sia “Pop Corn”, com’è nato?
Giua - Ho scritto questa canzone in seguito a un incontro con un discografico: per l'ennesima volta ho capito che la visione consumistica del “cotto e mangiato” che regola il mercato discografico proprio non mi piace! Con Armando ci siamo divertiti a fare una canzone “pop” ironica e sensuale: a buon intenditor poche parole.
Corsi - Io sono ancora innamorato degli anni '80 e Maria a volte, non sempre, mi sembra una donna degli anni '80 come gusto e cultura musicale. Ci siamo divertiti a creare questo brano usando suoni e armonie vintage. Avevo in mente la discoteca di quegli anni; abbiamo unito sensualità e musicalità.
“Pop Corn” è proprio uno di quei brani che musicalmente vede la firma di entrambi, com’è stato scritto, vi siete seduti intorno ad un tavolo?
Giua - A partire da una mia idea, in studio mentre stavamo registrando con Armando, la musica ha preso tutta un'altra piega: il bello di fare le cose insieme è questo, si sa da dove si parte e non si sa mai dove si arriva!
Corsi - Un pezzo così realizzato non nasce mai sedendosi intorno a un tavolo: nasce vivendo certi momenti e delle magie particolari. Capito?
Belli sono anche i brani strumentali presenti nel disco, belli perché non costituiscono per nulla un intermezzo, ma sono pezzi con la stessa valenza di quelli con parole forse persino più evocativi come ad esempio “La culla di giunco”, c’è qualche altra vostra composizione strumentale che avreste voluto inserire e per qualche motivo è rimasta fuori?
Giua - No.
Corsi - No.
Uno dei brani più intensi è senza dubbio “Penelope”, che vede la partecipazione di Jaques Morelembaum al violoncello e Marco Fadda alle molle, mentre Armando ha una volta tanto ceduto le chitarre a Giua, suonando invece il rhodes. Soddisfatti dell’esito?
Giua - Moltissimo!
Corsi - Soddisfattissimo!
Bellissimo anche il vostro duello all’ultimo arpeggio di chitarra nella romantica “La via dell’amore”, brano interamente strumentale firmato da Corsi e che vede ancora la stupenda presenza del violoncello di Jaques Morelenbaum. Chi vince alla fine?
Giua - Non vince nessuno, questo è il bello.
Corsi - Alla fine vince Maria, perché si rivela una brava chitarrista.
Un altro brano che acchiappa sin dal primo ascolto è “Wonderwoman”? C’è qualcosa di autobiografico? Io credo che in fondo Giua sia un po’ wonderwoman, musicista, cantautrice, pittrice? E che dire allora di Armando Corsi, personaggio schivo di carattere, non è forse un superman della chitarra? Che dite a proposito di questi due “supereroi”?
Giua - Wonderwoman? Nasce da “le donne che non devono chiedere mai perché tutto gli è dovuto!”.   Ogni tanto capita di inciampare in questi errori e si finisce per scambiare una pretesa col desiderio. Ecco da dove nasce questa canzone!
Corsi - Con tante primavere come il sottoscritto si potrebbe pensare di essere già arrivati a dei traguardi: qualcuno ha mai pensato che vivere ogni giorno come fosse il primo e l'ultimo possa veramente essere un privilegio?
Abbiamo detto molto del primo disco, il secondo affronta invece sei brani di altri autori, partendo da “Volver” di Carlo Gardel e finendo a “ Beuga bugagna”, una filastrocca genovese musicata da Corsi, passando attraverso un classico della canzone napoletana come “I’te vurria vasà”, tra l’altro con un ospite d’eccezione come Fausto Mesolella. Chi ha scelto questi titoli? C’è stata qualche esclusione che invece avreste voluto inserire?
Giua - Abbiamo scelto tra le canzoni che da anni suoniamo insieme dal vivo, canzoni che fanno parte della nostra storia, della nostra cultura e che ci emozionano ogni volta che le suoniamo: diventano sempre nuove.
Corsi - E' stata una scelta dettata dal sentimento e dal modo di essere.
Io ho ascoltato più volte il vostro doppio disco e a ogni ascolto emergono nuove fragranze musicali, c’è un amore intrinseco per la musica che trasuda a ogni passaggio musicale, c’è amore per quel che si suona e molta complicità, insomma piacevolissimo e mai banale, doveste consigliarlo ad altri che parole utilizzereste?
Giua - Direi che è un disco curioso, che lascia spazio a chi lo ascolta coinvolgendolo.
Corsi - Senza presunzione lo definirei una scoperta interessante in tutti i sensi, che ti fa capire cosa vuol dire umiltà e semplicità.
Lavorando a questo progetto e dovendolo ora promuovere dal vivo, è ovvio che vi siate frequentati molto, qual è il pregio più bello del vostro compagno musicale?
Giua - La sua libertà.
Corsi - La fortuna di essere se stessa.
Il difetto, invece, se ne ha?
Giua - Ha un lato scuro in cui ogni tanto è difficile entrare.
Corsi - Non so cosa dire.
Appartenete entrambi allo stesso humus musicale, siete entrambi liguri, ci sono colleghi che stimate particolarmente e con i quali amereste collaborare magari in un futuro progetto, sempre che già non l’abbiate fatto?
Giua - Mi piacerebbe prima o poi scrivere e cantare con Caetano Veloso.
Corsi - Mi piacerebbe collaborare con Leni Andrade.
Due parole invece per salutare chi ci legge e soprattutto fornire loro un motivo per avvicinarsi a "TrE"?
Giua - Non c'è "TrE" senza Te! A presto!
Corsi - Un saluto a tutti, felice. Comprate il disco!

 
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Sito ufficiale di TrE: www.giuaecorsi.it