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venerdì, febbraio 02, 2024

Michele Gazich Federico Sirianni – Domani si vive e si muore (inediti di Michele L. Straniero), due diversissimi artisti al servizio di un prezioso lavoro di recupero

     di Fabio Antonelli

Sul finire del 2003 è uscito il booklet+cd “Domani si vive e si muore - Inediti di Michele L. Straniero” (Nota – 2023), un disco scritto a quattro mani da Michele Gazich e Federico Sirianni, che hanno lavorato sapientemente su dei testi inediti di Michele Luciano Straniero ritrovati dal nipote Giovanni Straniero, da cui è partito l’intero progetto e che ha fatto da regia in questo complesso lavoro di recupero. Il risultato è un disco che ha permesso di portare alla luce brani attuali, vividi, urgenti, perché, come scrisse Straniero, domani si vive e si muore.


    Nome?

M.G. – Michele

F.S. - Federico

Cognome?

M.G. – Gazich

F.S. - Sirianni

Nato a?

M.G. - Brescia

F.S. - Genova

Anno di nascita?

M.G. - 1969

F.S. - 1968

Vivi a?

M.G. - Venezia

F.S. - Torino

Professione?

M.G. - Scrittore di canzoni

F.S. - Scrittore di canzoni

Come è cominciato il tuo rapporto con la musica?

M.G. - Mio padre mi ha insegnato a leggere le note ancor prima delle lettere. Credeva che io fossi Mozart. Si sbagliava.

F.S. - Da bambino, a casa con mia madre cantante.

Qual è stato il tuo primo contatto con la musica di Michele Luciano Straniero?

M.G. - A fine anni Novanta vivevo a Torino e conobbi Giovanni, il nipote di Michele Straniero, frequentando il FolkClub fondato dal suo illustre zio e da Franco Lucà. In breve, Giovanni ed io diventammo amici: bevevamo vino e suonavamo insieme. Grazie a lui ho conosciuto le canzoni di Michele Straniero.

F.S. - Più che con la musica di Straniero, col mondo dei Cantacronache: a Genova, conoscendo e frequentando in gioventù Andrea Liberovici, figlio di Margot e Sergio Liberovici.

Gazich e Sirianni - Foto Flavio Dal Molin

    Com’è nata l’idea di realizzare un disco di inediti di Michele Luciano Straniero?

M.G. - Giovanni da decenni mi aveva proposto gli inediti dello zio da musicare. Per qualche motivo, riteneva che io fossi la persona giusta. Da solo, tuttavia, non avevo coraggio di farlo; ero intimorito. Lavorando a quattro mani con Federico, mi sono sbloccato.

F.S. - Da un’idea di Giovanni Straniero, nipote di Michele. Ha ritrovato degli scritti inediti dello zio e ha proposto a Michele Gazich e al sottoscritto di trasformarli in canzoni.

Ritieni sia stato più difficile o emozionante scegliere le poesie inedite da musicare e adattare in forma di canzone?

M.G. - Incredibilmente emozionante. Una volta che mi sono sbloccato, tutto è stato naturale, spontaneo. Non difficile, ma molto, molto emozionante. Michele Straniero è la fonte della canzone d’autore in lingua italiana. E bere l’acqua alla fonte, che è più limpida e pulita, è stato rigenerante!

F.S. - Entrambe le cose in egual misura.

Con quale criterio sono stati scelti gli otto inediti di Straniero?

M.G. - Si sono scelti da soli. Michele Straniero voleva far conoscere a noi (e attraverso di noi a chi ci avrebbe ascoltato) un’altra faccia di sé: più intima e personale. Le canzoni indicano sempre una via. Noi siamo stati strumento.

F.S. - A sensazioni personali, qualcuno l’ho scelto io, qualche altro Michele, trovando gli scritti che ci colpivano maggiormente e che avessero le caratteristiche per essere adattate alla forma canzone.

Com’è stato scelto il titolo del disco Domani si vive e si muore, che trasmette un senso di urgenza, di concretezza, di mancanza di tempo da perdere?

M.G. - Permettimi due parole in più su questo punto, che sento importante. Federico ed io siamo stati immediatamente rapiti dal verso conclusivo di uno tra i testi che Michele Straniero ci ha lasciato: "Domani si vive e si muore", appunto. Abbiamo dapprima pensato che potesse diventare il titolo di quel componimento e infine anche di tutto il disco, perché ne definisce il contenuto: personale, esistenzialista, di riflessione sul male di vivere e morire. Noi umani un domani vivremo e un altro domani moriremo: è una delle poche certezze che abbiamo a disposizione. Il fatto, poi, che Straniero scriva "Domani si vive e si muore" e non "Domani si vive o si muore" propone anche un'altra idea, una molto amara, e cioè che ad alcuni di noi possa capitare di vivere e morire contemporaneamente, sperimentando una sorta di "morte in vita". Il che ci conduce ad altri due versi meravigliosi e terribili scritti da Straniero, in un testo intitolato emblematicamente Lettera ai genitori: "La mia vita oggi è finita / La vostra è mai cominciata?" Al di là di ciò, il titolo per me ha sempre riecheggiato un verso di Pasolini, dalla raccolta giovanile Poesie a Casarsa (1942): "Oggi è domenica, domani si muore", verso che viene ripreso - alla lettera - da Giovanni Lindo Ferretti nella canzone conclusiva (Irata) di uno degli album più importanti nella storia della canzone e del pensiero in Italia: Linea Gotica dei C.S.I. (1996). Quella canzone e quei versi erano per me un ascolto quasi quotidiano in quegli anni. Allora vivevo a Torino, la città dove ancora viveva e scriveva Michele Straniero e già da anni frequentavo lo storico FolkClub, da lui fondato con il musicologo Franco Lucà. Questo titolo provoca dunque in me un cortocircuito di memorie che mi riporta alla mia gioventù, alla musica che allora ascoltavo, a una Torino, oggi scomparsa, in cui vivevano e operavano intellettuali come Michele Straniero.

F.S. - È una frase presente in una delle poesie che abbiamo musicato, ci sembrava molto significativa e capace di descrivere in sei parole il mondo e la poetica di Michele Straniero.

Al FolkClub - Federico Sirianni ripassa, Michele Gazich riordina le carte

Come consideri la collaborazione con il tuo collega musicista in questo lavoro?

M.G. - Una delle cose più belle che mi siano avvenute lo scorso anno.

F.S. - È stata un’esperienza molto positiva e arricchente che, credo e spero, proseguirà in altri progetti artistici.

Credo che musicare dei testi nati per un altro scopo non sia stata un’operazione facile, ti sei mai sentito in difficoltà tale da pensare di rinunciare?

M.G. - Ho rinunciato per vent’anni. Poi ho deciso o, meglio, ho sentito che era giunta l’ora di superare la mia debolezza, che era giunta l’ora di provarci. Spero di aver fatto bene.

F. S. - Non è stato facile perché misurarsi con un personaggio di tale rilevanza nel mondo letterario e musicale è molto rischioso, ma non c’è mai stato un momento in cui abbiamo pensato di non portare avanti il progetto.

Quanto l’essere in due a lavorare sugli inediti è stato un aiuto, quanto una ulteriore difficoltà?

M.G. - Decisamente un aiuto.

F.S. - Per quel che mi riguarda ho goduto solo dei lati positivi di questo lavoro a quattro mani.

Il disco inizia e finisce con due brani appositamente scritti da voi in omaggio a Michele L. Straniero. Il brano che apre il disco, Ho incontrato Michele Straniero, racconta un immaginario incontro tra te e Michele L. Straniero nella sua Torino, mentre il brano che lo chiude Danzacronaca, è una sorta di macabra danza in cui insieme a Michele L. Straniero sono citati tanti altri musicisti che hanno lasciato un segno indelebile nella canzone d’autore. Com’è stato scrivere questi due brani musicali a quattro mani? È un’esperienza che ripeteresti?

M.G - Un’esperienza che ha arricchito il mio percorso artistico e umano. La stiamo già ripetendo…

F.S. - Sentivamo la necessità di due “canzoni-cornice” in cui incontrare virtualmente Michele Straniero raccontando qualcosa di lui. Scrivere insieme a Gazich è stato molto naturale e sereno, ci siamo trovati d’accordo sostanzialmente su tutto.

Tra questi due brani, come si è detto sopra, otto inediti. Quale tra questi ami di più e perché?

M.G - Il corridoio del Nautilus. Perché? Perché è il Blues se hai vissuto a Torino e non nel Mississippi. Abbiamo tentato di scrivere una musica all’altezza del testo: claustrofobica, iterativa, dolorosa, incollocabile.

F.S. - Mi sono affezionato a tutte le canzoni del disco, mi commuove l’intervento di Giovanna Marini in Da un cielo umano.

In questo intenso lavoro discografico hanno preso parte ben dodici ospiti, come sono stati scelti? Qualcuno più di altri ti ha colpito in particolar modo?

M.G. - Tutti (o quasi) avevano conosciuto Michele L. Straniero. Due sono miei amici cari: Gualtiero Bertelli e Moni Ovadia, con i quali collaboro stabilmente. Entrambi in qualche modo sono stati scoperti da Straniero. Gualtiero mi ha raccontato che, quando Straniero lo sentì cantare la prima volta, chiamò Nanni Ricordi e disse: “Ho incontrato un uomo che quando canta urla come un pazzo e suona la fisarmonica come una clava”. Gualtiero la ritiene ancora la miglior definizione della sua arte.

F.S. - Approfitto per ringraziarli tutti per la partecipazione entusiasta. Ho detto di Giovanna Marini e ho da sempre un debole per Moni Ovadia.

Credo che insieme abbiate fatto un lavoro di recupero straordinario, un’opera come questa a quale pubblico è destinata?

M.G. - “Un disco per tutti e per nessuno”, parafrasando il sottotitolo di un libro fortunato... Penso che sia la riscoperta importante di una fonte maggiore della canzone d’autore in lingua italiana. Sono davvero fiero di aver fatto questo disco con Federico e Giovanni!

F.S. I tempi ci dicono che parrebbe destinata a un pubblico di nicchia e non più giovane ma, secondo me, se le nuove generazioni ascoltassero queste parole ci si ritroverebbero profondamente.

Michele Gazich e Federico Sirianni

Non ritieni che il frutto di un’operazione culturale di questo genere potrebbe essere portata nelle scuole? Come sarebbe accolta dai giovani secondo te?

M.G. - Sarebbe certamente accolta bene. Avverrà. Stimo i giovani. Quelli che temo sono i vecchi.

F.S. - Sarebbe molto bello portare Michele Straniero nelle scuole e, come detto prima, credo sarebbe apprezzato davvero.

A conclusione di un lavoro così complesso, cosa ti ha lasciato Michele Luciano Straniero?

M.G. - Il sogno di un’Italia libera.

F.S. - La voglia di rimettermi a scrivere dopo un lungo periodo di inattività creativa.

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venerdì, marzo 31, 2023

Rossella Seno: La figlia di Dio è tornata per raccogliere su di sé tutto il male del mondo

di Fabio Antonelli

Sembra quasi un miracolo, sono passati solo tre anni dal suo precedente album “Pura come una bestemmia (Azzurra Music - 2020), accolto dalla critica in maniera entusiastica che ecco Rossella Seno, veneziana ma da anni residente a Roma, pubblica un nuovo disco “La figlia di Dio”(Azzurra Music/ Disobedience Associazione Culturale – 2023), un concept-album per tutti coloro che in questa epoca di "rap", "trap" e musica "urban" non riescono a soddisfare la propria necessità di ascolto di buona musica d'autore, così come riportato nei siti online presso i quali è reperibile, in cui si è avvalsa di uno stuolo di prestigiosi collaboratori.


Sono solito cominciare dalla copertina di un disco, a maggior ragione lo vorrei fare per La figlia di Dio perché il titolo è già una provocazione, Caifa sono sicuro che si straccerebbe le vesti nel tempio. Com'è nato questo titolo?  È da esso che ha preso vita l'intero progetto? Poi direi che una riflessione la merita l'illustrazione, con Il tuo volto che guarda dall’alto, con compassione, i soggetti stessi del tuo disco, gli ultimi, i reietti. Mi ha ricordato, soprattutto per la scelta dei colori, la copertina del film di animazione Gesù - Un regno senza confini, ma ciò che più mi ha colpito, a livello contenutistico, è il fatto che mi sembra proprio la rappresentazione fedele del tuo modo di vivere la vita e di vedere il mondo che ti circonda. È davvero così?

La figlia di Dio è un brano di cui Sirianni mi parlò non appena vide la copertina di Pura come una bestemmia, il precedente album. In verità ad ispirarlo fu il film Dio esiste e vive a Bruxelles. Ti ricorderai EA, la sorella di Gesù, la vera salvatrice del mondo. E in effetti Federico sostiene che solo una donna può essersi fatta carico di tutto quella sofferenza. Per quanto riguarda i contenuti hai colto perfettamente il senso della copertina e dell'intero album, La figlia di Dio veglia sui più fragili, sugli oppressi, i disadattati, si fa carico di tutto il male del mondo e lo fa suo. E io lo sento tutto quel dolore, talvolta così fortemente da non riuscire neanche a respirare, paralizzata dall'impotenza. Non capisco come l'uomo possa causare così tanta sofferenza al suo stesso simile e distruggere l'ambiente in cui vive...


Beh, magari Dio non esiste e neppure i miracoli, ma i mezzi miracoli sì, se Federico Sirianni ti ha portata a realizzare un nuovo album dopo soli tre anni dal precedente Pura come una bestemmia. Ti ha donato la canzone che dà il titolo all'intero lavoro e che chiude il disco, ma ha anche tradotto due brani, La colomba (The dove) e Cantami (Sing me) di Allan Taylor. Cantami ha poi visto la partecipazione dello stesso Allan oltre ad essere confluita in un bellissimo video animato dai disegni di Roby il Pettirosso. Com'è ricaduta su questi due brani la tua scelta e come è nata la collaborazione con il cantautore inglese?

La vita non è una passeggiata e abbiamo bisogno di aggrapparci a qualcosa o a qualcuno, soprattutto nei momenti più difficili. Certo che se anche in natura vige la regola del più forte ci riesce difficile pensare ad un Dio buono e giusto. Ma chi non si rivolge a lui nella vita cercando conforto o speranza? O semplicemente per maledirlo... E i miracoli a volte accadono... Del mio incontro con Allan devo ringraziare un amico critico musicale, il quale affermò, in una delle nostre lunghe telefonate, quanto The dove, brano di Allan Taylor appunto, fosse nelle mie corde e come l'avrei cantato bene. E aveva ragione. Lo sentii immediatamente mio e cominciai a volare da subito tra le note di questa suggestiva canzone. Lo contattai, su Messenger, chiedendogli il permesso di interpretarla in italiano e di inciderla inserendola nell'album su cui stavo lavorando, allegandogli il link di Pura come una bestemmia. Mi rispose subito di sì. A quel punto affidai la traduzione a Federico Sirianni, l'autore che ritenevo più adatto, e anche una delle penne che più amo in assoluto, piacque molto anche ad Allan. Fu così che mi venne la sfrontatezza di chiedergli di scrivere un brano appositamente per me. Ci accordammo sulle tematiche da affrontare e dopo pochi giorni mi consegnò Sing me, altro capolavoro, la cui traduzione fu nuovamente affidata a Sirianni. Chiedere ad Allan di intervenire sul disco anche vocalmente è venuto naturale. Abbiamo altri progetti insieme, ma scaramanticamente preferisco non parlarne ancora. E pensa che non ci siamo mai conosciuti personalmente, il nostro è un rapporto "epistolare", solo che le mail hanno preso il posto delle lettere.


Se Allan Taylor rappresenta una novità tra le tue collaborazioni, ritroviamo però la firma, anzi la doppia firma di un tuo storico collaboratore come Pino Pavone, collaboratore storico anche di Piero Ciampi, guarda caso... Doppia firma perché per questo progetto ti ha donato due splendidi brani musicati da Massimo Germini, Candide delicatissima canzone sul tema della prostituzione con una gravidanza mai cercata, anzi subita e Prima che il gallo canti, la ricerca di un Dio spesso incomprensibile o mai vicino abbastanza. Com'è stata questa nuova collaborazione con Pino? 

Pino mi conosce come nessun altro. È il mio confidente, a lui rivelo tutte le mie miserie. Infatti, Prima che il gallo canti è una canzone indubbiamente biografica, la ricerca di un padre e non solo spirituale e la convinzione di aver sbagliato qualcosa. La vita d'artista, al di là delle gratificazioni, non è semplice, soprattutto per una personalità complessa come la mia. Pino ha scritto anche il testo dello spettacolo di cantateatro La figlia di Dio, recitato fuori campo da Riccardo Mei, che ha debuttato qui a Roma il 17 marzo.


Un'altra collaborazione preziosa credo sia stata quella di Michele Caccamo, sia in termini quantitativi che qualitativi. Lo si intuisce subito dall'incipit Nessuno è stato portato in cielo con la voce recitante di Alessio Boni, un misto tra preghiera e amara constatazione di come "per questi segni neri nessuno è stato portato in cielo". Passando per Don Gallo e i suoi millesimi, splendido ritratto di quel prete con "voce di lupo un sigaro acceso" che "aveva sempre deciso che su tutto l'amore conta", per approdare alle terribili Sono solo un suono e Un tempo immondo, terribili non perché brutte, ma perché feriscono il cuore, mettendo in evidenza la nostra impotenza di fronte a tanto dolore e tanto male. Sei d'accordo? Lo scrivere canzoni, nel tuo caso il cantarle, può essere medicina capace di lenire le ferite dell'anima? Te lo chiedo perché, ad esempio, ho sentito dire tante volte da Pippo Pollina come sia stata proprio la musica a salvargli la vita.

Questa domanda mi spiazza, perché non saprei cosa risponderti. La musica può lenire, ma questa che per me è più una missione che una professione a volte, più che una medicina, pare essere una maledizione. Metto in evidenza le situazioni che più mi stanno a cuore, ma questo non basta, né a me né agli altri. In fondo le mie mani sono troppo piccole per contenere tutto l'orrore e la mia voce flebile...

A proposito di missione mi vengono in mente i versi "E morì come tutti si muore / Come tutti cambiando colore / Non si può dire che sia servito a molto / Perché il male della terra non fu tolto" tratti da Si chiamava Gesù di Fabrizio De André, che hai inserito in questo tuo disco. Una canzone che sembra voler ribadire l'assoluta laicità di questo tuo progetto, non credi? Ti trovi allineata alla sua visione?

Un'opera laica ma allo stesso tempo religiosa. Non viene messa in discussione tanto l'esistenza di Dio, piuttosto il suo "operato". La figura del Cristo è fondamentale per la nostra religione, ne sono attratta, anzi, ho una vera e propria passione nei suoi confronti, un uomo rivoluzionario, magari seguissimo il suo insegnamento! Ma la sua morte, presunta o vera, pare non essere servita a niente... Nessun agnello ha tolto i peccati del mondo, nessun cuore redento.


È un'amara considerazione cui replicherei con le parole "Chi è senza peccato scagli la prima pietra", nel senso che non credo si possano attribuire a Dio le nostre colpe. In tal senso mi viene di citare questi versi "Perché voi possiate uscire / Perché io non possa entrare / Per qualche voto in più / Perché ho un altro colore / Di confine si muore / Di confine si muore / Di confine si muore" con quel "Di confine si muore" ripetuto tre volte, numero biblico, tratti da Requiem, un testo dell'antropologo Marco Aime che Massimo Germini ha musicato. Tema di massima attualità, ma direi anche tema eterno, a ribadire che il peggior nemico dell'uomo è l'uomo stesso, che ne pensi?

Ne sono assolutamente convinta. Che brutta roba quella dei confini. Non riusciamo a considerarci abitanti dello stesso unico pianeta. Ma è un atteggiamento insito nell'essere vivente, anche gli animali delineano il loro territorio.  Guarda quello che sta succedendo in Ucraina, una guerra incomprensibile che potrebbe trascinarci in un conflitto mondiale.

D'altronde credo che il male, quello sì, non abbia confini. Ho volutamente lasciato per ultimo Zohra, la canzone scritta da Matteo Passante su una schiava domestica pachistana di soli otto anni, schiava di una coppia sposata, Hassan Siddiqui e Umme Kulsoom che è stata torturata e uccisa per aver rilasciato erroneamente i pappagalli dei suoi padroni a Bahria Town, Rawalpindi, 1 giugno 2020. La canzone è piena di poesia, ma una crudele poesia, ho ancora impressi i duri versi conclusivi "Il reato commesso / è aver aperto la porta dell'uccello ingabbiato / Ma solo io lo capivo / Il profumo del cielo / Quando è primavera / Oggi ho messo le ali / E sono sopra quei cieli che il demonio ha creato/ Se la terra fu inferno nel nulla da cui canto è ancora più inverno". Mi ha riportato alla mente il verso "E libertà è un discorso per chi non sta in prigione" che Pierangelo Bertoli cantava in Leggenda antica. Sei stata tu a suggerire il tema a Matteo Passante?

Si, ho giurato a quella bimba che non l'avrei dimenticata, che l'avrei cantata. Ed è grazie a Matteo Passante e a Massimo Germini se ho potuto mantenere la promessa fatta.


Un'ultima domanda, o meglio una duplice domanda. Se non sbaglio tu nasci attrice e con gli anni sei diventata cantante, ma non sei una musicista, quanto è stato importante nel realizzare questo disco un personaggio come Massimo Germini? È vero che non sei una musicista, ma non ti è mai venuta voglia di provare a scrivere i testi delle canzoni che canti?

A dire il vero è entrata la musica per prima nella mia vita, dalla quale un certo punto ho preso una pausa. Il mio "personaggio" poco si sposava con ciò che volevo cantare. Troppo glamour e poco credibile per la canzone d'autore. Solo con gli anni ho acquisito credibilità. Per quanto riguarda i testi meglio affidarsi a chi lo sa fare, soprattutto se sei cresciuta a pane e Fossati. Mi chiedi quanto sia stato importante Massimo Germini? Senza di lui non esisterebbero questi album. È l'autore di gran parte delle musiche e arrangiatore di tutti i brani. Diciamo che musicalmente viaggiamo sulla stessa lunghezza d'onda. E non avrei potuto né voluto affidarmi a nessun altro che non fosse lui. È un grandissimo musicista e autore, dotato di particolare sensibilità. Vado orgogliosa di ciò che abbiamo fatto insieme. E gliene sono grata.

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sabato, aprile 04, 2020

Max Manfredi: dalla scimmia all'elicriso


di Fabio Antonelli

A qualcuno che ha bazzicato, in questi giorni di forzata clausura, sulla pagina Facebook del cantautore genovese Max Manfredi non saranno certo sfuggiti tre video casalinghi di altrettanti brani inediti, segno che qualcosa bolle nel calderone creativo dell’artista. Magari i tempi non saranno brevi, a causa dell’emergenza attuale, ma sicuramente ci sarà un nuovo disco dopo l’apprezzatissimo “Dremong”. Come starà, però, vivendo questi giorni di quarantena, uno come Max, abituato a girare l’Italia utilizzando l’amato treno, quello che gli ha ispirato anche  la splendida canzone “Il treno per Kukuwok”?



Non sembra quasi vero che un refrain diffusissimo, prima che scoppiasse questa pandemia, fosse “come mi piacerebbe poter passare un po’ del mio tempo tranquillamente a casa mia” mentre ora, invece, sembra che tutti siano ossessionati da come vivere le giornate trascorse in casa, questo tempo di reclusione forzata. Mi ricordano tanto i protagonisti della tua Il morale delle truppe con quei versi finali “È sul fronte che la pace sembra una buona idea… / quando poi si torna a casa, si rimpiange la trincea”.  E’ così anche per te?

No. Ho scritto quei versi perché fiutavo la situazione. Una situazione, diciamo così, di disponibilità bellica in tempo di pace, però a discolpa di molti c'è da dire una cosa: non tutti possono passare un periodo di tranquillità senza essere assaliti da beghe burocratiche e problemi economici. Anzi, quasi nessuno. Quindi capisco il malumore e la confusione mentale che si esprime, come può, principalmente attraverso i "social", più di rado anche per strada, nella società. Io stesso, che sono molto pigro, comincio a essere stufo dell'inattività forzata e, soprattutto, delle restrizioni logistiche che non mi permettono di porre a mano a molti lavori cui sto dietro.

Uno di questi lavori credo sia il disco nuovo, poiché grazie a un paio di video casalinghi hai anticipato due inediti Elicriso (il cui titolo è già spiazzante rispetto al comune sentire) e la scanzonata Scimmia grigia, mentre con un altro bel video hai regalato ai tuoi estimatori la splendida Nostra Signora della Neve. Credi che il nuovo disco in qualche modo risentirà di questi strani giorni?

La risposta è di nuovo no. Anche se io sto lavorando a questo disco a Savona, quindi l'opera risente della mia impossibilità di spostamento. E' giocoforza che in questi giorni il lavoro sia di sedimentazione e non di sperimentazione diretta, ma soprattutto il disco, non per quanto riguarda la sua poesia ma come oggetto, risentirà della fine dell’industria discografica. Io e i miei amici dovremo quindi inventarci delle buone strategie per permettere agli interessati di comprarlo. Non è più come una volta, come ai tempi dei miei due primi dischi, in cui il successo o il mancato successo erano chiaramente ascrivibili a capacità, incapacità o poteri contrattuali altrui. Qui dovremo fare tutto da soli, o in... join venture con qualcuno. L'avventura è quindi a due facce: quella meravigliosa della creazione artistica e quella, spesso spiacente ma necessaria, della promozione e della vendita. Non parlo di distribuzione, quella è una chimera. Quindi, se - ad esempio - ai tempi di Luna persa la distribuzione c'era ed era abbastanza buona, oggi questo discorso non ha più senso, temo.

Un po' per tenere alto il morale delle truppe, scusa se prendo ancora in prestito i tuoi versi, un po' per mantenere i contatti durante questo periodo d’inattività forzata, tu, Federico Sirianni e i Lady Lazarus vi siete inventati una bella iniziativa, vero?

Credo di sì. Si chiama Quarantena Tour e, oltre ad essere una pagina aperta a post di quasi ogni tipo - anche se prevalentemente musicali - è anche un programma di video commentati in diretta da noi e dagli spettatori. Siamo noi che scegliamo artisti e video, e se loro son contenti, li mandiamo in streaming. In questo modo cerchiamo di garantire l'alta qualità delle proposte. La pagina di Quarantena Tour è su Facebook (https://www.facebook.com/groups/590881615102407/), chiunque può iscriversi e aggiungersi ai quasi 4200 che abbiamo avuto finora. Le puntate le facciamo ogni sabato sera alle 21.30. Si possono fare anche donazioni, metà delle quali va in beneficenza per l'ospedale di Sestri Levante.

Abbiamo parlato del tuo nuovo disco, del Quarantena Tour, non è che a stare chiusi in casa ci sia da fare più che in tempi normali? Ti resta libero del tempo per oziare? Ricordo che Carlo Muratori mi disse che senza oziare lui non sarebbe mai riuscito a scrivere le sue canzoni, insomma che l'ozio non è fare nulla ma lasciare liberi i pensieri. Tanti in questi giorni, non riescono a scrivere nulla di nuovo, forse perché la mente è assorbita dalle preoccupazioni, tu che ne pensi?

Non ho il problema di scrivere qualcosa di nuovo, se viene, viene. Ho tanta di quella materia pregressa! Le cose vecchie - o antiche - diventano nuove appena le riscrivi. Son capace a trasformare una canzone vecchia fino a renderla nuova e quasi irriconoscibile. Invece di lasciarmi copiare le frasi dagli altri, le autocopio. Intanto vado in esplorazione del mondo dei suoni... ma per farlo, a casa mia, adesso non sono attrezzato. Così resto in attesa. Le preoccupazioni (che purtroppo in questo periodo di forzata vacanza non mancano) possono fino a un certo punto ostacolare il dipanarsi dell'attività creativa, fosse anche un'attività silente. L'effetto Doppler fu scoperto dall'inventore durante una guerra in trincea. Quando Oscar Wilde si diceva stanchissimo dopo aver tolto e rimesso una virgola dal suo manoscritto in una giornata intera, non bluffava. Di più, io son convinto che i fenomeni creativi, spesso, vadano avanti a vuoto, da soli, come una ruota della preghiera o come dà luce una candela in una stanza buia senza nessuno. D'altra parte un amico che hai intervistato da poco, un po' sulla falsariga di Wilde, una sera mi disse: "Oggi ho rifiutato due lavori interinali... sono esausto". E non aveva torto. Tutto ciò che è burocrazia, mediocrità illiberale, obbligo o almeno proposta morale apparentemente irragionevole, continua a spandere i suoi miasmi anche in nostra temporanea assenza. Le mosche di Belzebù non finiscono di ronzarci attorno e distrarci. Ma a volte è proprio nella distrazione che si trova il lampo della necessità poetica.

Un'ultima domanda, proprio partendo dal concetto di distrazione. Spesso ho l'impressione, stando in casa, che, quantunque una giornata sia lunga senza poter uscire e incontrare persone, ci siano comunque tanti elementi di disturbo che alla fine facciano solo perdere tempo. Il curiosare su Facebook o su YouTube, può essere, in effetti, una delle cause, ma può anche essere occasione di piacevolissime scoperte, c'è in tal senso qualcuno che ti ha davvero stupito e con il quale, magari a emergenza finita, vorresti incontrare e magari collaborare artisticamente? Consideriamolo uno sguardo fiducioso al domani...

Qualcosa può interessarci, incuriosirci. Con Quarantena Tour, programmatori e spettatori hanno spesso buone sorprese. Purtroppo l'ultima collaborazione che mi piaceva, quella con Giorgio Li Calzi, è naufragata per vari motivi. Sono rimasto però con quattro o cinque canzoni scritte con lui, che trovo notevoli. Sarà mia cura ripensarle, rileggerle e orchestrarle. E poi c'è una collaborazione necessaria e continua, durante le registrazioni: quella con i "miei" musicisti di sempre e quella con i Lady Lazarus, che mi seguono passo passo nella realizzazione del disco. Direi che ce n'è d'avanzo.


sabato, maggio 18, 2019

Milano, il blues e l’amore in questi tempi di resistenza


di Fabio Antonelli


Il 7 maggio, al Blue Note di Milano c’è stato un bel sold out, che ha visto protagonisti il cantautore milanese Folco Orselli ed il trombettista jazz argentino Pepe Ragonese. Al centro della serata le canzoni di Folco Orselli, partendo dal suo primo lavoro discografico “La stirpe di Caino” fino al suo nuovo album “Blues in MI vol.1”, una ghiotta occasione per intervistarlo. 


 

Il 7 maggio, accanto al trombettista jazz e amico di sempre Pepe Ragonese, hai letteralmente riempito il Blue Note di Milano. Che cosa hai provato a stare su quel palco, davanti ad un pubblico così entusiasta? 

E’ stato molto appagante, stare davanti a tutta quella gente, in un luogo con un’acustica perfetta, io e Pepe Ragonese, in duo, con tutta la nostra passata storia musicale da rivivere insieme, con tutte le sfumature “sensibili” a disposizione, la possibilità di sussurrare parole e note, di arrivare al cuore delle canzoni e delle persone attraversando e sfondando la distanza attraverso le mie canzoni, i miei aneddoti, le note calde di Pepe e avvalendomi di quel modo di fare intrattenimento, che mi è sempre piaciuto molto. Ora torno ai piccoli club, comunque, dove ogni sera è una sfida, dove a volte non ti conosce nessuno e devi portare a casa la pelle musicale … è divertente anche questo, anche se è molto più faticoso, ma di questi tempi è davvero necessario.

In quella serata hai ripercorso la tua carriera artistica proponendo alcuni dei pezzi che hanno segnato maggiormente il tuo percorso discografico, tra questi cito il funky di MilanoBabilonia, La ballata del Paolone, L’amore ci sorprende, la sempre amata Bellocchio, fino ad anticipare il divenire. Proprio in chiusura, hai proposto un bellissimo inedito dedicato alle Varesine, un pezzo di storia milanese che ignoravo e che mi ha letteralmente commosso, soprattutto con quei versi finali dedicati alla tua Milano “meno male che se guardo in fondo agli occhi tuoi vedo che sei ancora tu la mia città”. Quanto sei legato a Milano?

Milano è il convitato dì asfalto di tutte le mie canzoni. E’ la mia città, che cambia ogni dieci anni, come me, come noi. Continuo a guardarla e a farmi affascinare da quella segreta grazia tutta femminile. L’ho già detto mille volte, per me Milano è femmina, madre e amante. M’ispira ecco, come una musa. Le Varesine è un inedito che spero di riuscire a registrare per Blues in MI vol. 2. Sono cresciuto in zona Stazione Centrale e il Luna Park “permanente” delle Varesine è stato il mio spaccato sul surreale, sulla visione crepuscolare poetica, sulla solitudine delle giostre che tanto mi ha assomigliato nei miei dieci anni, ero un bambino vivace ma aperto alla malinconia e quel luogo mi ha insegnato tanto. Ci andavo durante la settimana, quando non c’era nessuno e mi riempivo di sensazioni, di odori, di avventura. Poi l’abbiamo visto stingersi negli anni, dalla pioggia e dal tempo. Poi alcuni anni d’immobilità assoluta, un’allegoria di luce e colore in una metropoli ferma, gli anni ’80-metà ’90 e poi le hanno smantellate. Mi piace questa canzone, mi fa tornare a quelle sensazioni. Magia e mistero della musica.



Credo sia però giunto il momento di parlare del tuo nuovo disco, che già nel titolo Blues in MI evoca il tuo legame con il blues e con Milano. Il disco è stato preceduto dal divertentissimo video di una delle canzoni più belle, Paolo Sarpi Blues, com’è nata questa canzone? Com’è stata sviluppata l’idea del video? Anche in questo caso, come racconti spesso, ti sei ispirato al tuo vissuto?

Venivo da un periodo creativamente difficile, non trovavo stimoli che mi mettessero in moto, che mi facessero dedicare alla scrittura con entusiasmo. Non sono un mestierante, non scrivo se non ne ho voglia, le canzoni scritte per forza fanno mediamente schifo, le canzoni devono raggiungerti, anche se sei distratto, devono essere equipaggiate di qualcosa di urgente che non sento nel 90% delle cose che ascolto. Ho passato una vita sulle sponde di un fiume fiorito d’idee e d’ispirazione e voglio continuare a muovermi su quella sponda. Pensavo di essere arrivato alla foce e poteva anche starci. Poi ho sconfitto questa paranoia affrontandola e guardandola dritta in faccia. Si è dileguata e la mia risata, nel vedere questa vile angoscia che mi pervadeva, sciogliersi davanti a me, mi ha fatto scrivere le ventuno canzoni che andranno a finire nei due Blues in MI. Paolo Sarpi Blues fa parte di questa risata. Avevo voglia di un sound rhythm and blues, con i fiati, l’Hammond e, con il mio pard artistico di ormai quattro dischi, Enzo Messina, abbiamo confezionato questo bel groove. Era tempo che avevo voglia di scrivere una canzone in milanese, che poi è legnanese giacché i miei nonni erano di li. Il video è stato una collaborazione con i ragazzi de Il Terzo Segreto Di Satira con i quali ho messo a fuoco delle idee che avevo sulla sceneggiatura della storia e che volevo, appunto, divertente. Penso che si sia riuscito nell’intento. Il pezzo dal punto di vista testuale rientra in quella mia ricerca su Milano e sulla sua composizione sociale e multiculturale, vera sfida dei prossimi anni. La comunità cinese mi ha sempre affascinato, è dal ‘500 che sono a Milano, città da sempre votata al commercio come i cinesi appunto. Se poi questa è un’esperienza personale, beh … non te lo dico.

A proposito di vissuto, non posso non chiederti di Como e carne, sia perché sono di Como sia perché è una canzone che trasuda “libidine”…

La gran parte delle canzoni che scrivo ha qualcosa di vissuto. Le canzoni che portano con sé una storia vera, o in parte vera, sono molto più convincenti. Non so dirti perché, ma quando le canto in pubblico, passa qualcosa che l’opera di pura fantasia, per quanto cantata in modo convinto, non passa. Como e Carne contiene qualcosa di vero e qualcosa di aggiunto. Le cose vere si capiscono quali sono secondo me…



C’è una canzone, Pericolosamente retroattivo, che sembra essere quasi il seguito di quel “j’accuse” che è stato La stirpe di Caino, sono passati tanti anni ma la rabbia è rimasta viva?

Guarda, rabbia è una parola che non mi appartiene. Di questi tempi poi mi sembra sia diventata il cibo di chi non usa bene il cervello oppure la benzina dell’ignoranza, quindi preferisco evitarla. Il mestiere dell’artista è complicato, si ha a che fare con le proprie aspirazioni, molto spesso frustrate, e quindi si rischia di confondere la determinazione nel restare in piedi con qualcosa di simile alla rabbia. Non è così. Almeno per me. E poi quando inveivo dalle pagine de La stirpe di Caino non immaginavo che si potesse arrivare così in basso, parlo dal punto di vista produttivo musicale. La discografia si vergogna di se stessa, hanno abdicato al loro ruolo, sono dei falliti. Hanno fallito la loro missione: proporre l’arte e gli artisti alla gente, avere il privilegio di capirli, di produrli e di promuoverli. Ora vivono nella tirannia della domanda, non decidono più nulla, si limitano a produrre quello che la rete, con le visualizzazioni, impone loro. Pericolosamente Retroattivo è un dialogo con il tempo e con lo specchio che questa gente non è minimamente in grado nemmeno di capire.

Nel disco ci sono un paio di canzoni, Lo Scaldabagno e Quel che resta di te, in cui hai collaborato con due amici di vecchia data, rispettivamente Claudio Sanfilippo e Flavio Pirini, due cui l’ironia certo non difetta. Come sono nate queste due canzoni, stilisticamente così diverse fra loro, ma altrettanto affascinanti?

Claudio e Flavio sono, oltre a due grandi amici, anche due formidabili scrittori di canzoni. Hanno il blues nello scrivere, nel far suonare le parole. E’ una questione molto importante per me il come le parole suonino. Loro le sanno far suonare come piace a me, quel modo che non ha niente a che invidiare con il suono della lingua inglese, notoriamente ottima per scrivere canzoni e parole. Nel caso di Claudio, avevo questo pezzo in finto inglese che avevo intitolato provvisoriamente “Kiss from the Boyou”, il lungo fiume che bagna New Orleans si chiama Boyou. Non riuscivo a uscirne finché una notte che eravamo finiti insieme a un baracchino, tra una birra e l’altra, mi è venuto in mente di proporgli di scrivere lui il testo e così, a caso, ho buttato li: “Potrebbe intitolarsi lo scaldabagno!”. Lui ha raccolto e un paio di giorni dopo mi ha mandato il testo completo. Formidabile! Con Flavio invece abbiamo adottato un altro metodo, sempre su una canzone in finto inglese abbiamo scritto una strofa a testa a distanza. Lui me ne mandava una ed io proseguivo con un altra e gliela rimandavo e lui continuava. Fino a quando il testo non è stato completo. L’unica cosa che sapevamo era che avrebbe dovuto parlare di uno che sparisce e nessuno sa più, dove si sia cacciato.




Il disco si apre con La gente un pezzo funky molto trascinante, uno sguardo impietoso sul mondo circostante, un fiume di versi in piena, potrebbe essere la tua Quelli che? E non solo per quel “cosa significa quando ascolti Jannacci e sei Biagio Antonacci”.

La gente l’ha scritto il mio inconscio. Ho sognato un mio grande amico, Sergio Cocchi un musicista con cui ho suonato per una vita e con cui suono ancora, che mi faceva ascoltare questo pezzo in uno studio, su un registratore a cassetta. La prima frase del pezzo è proprio quello che ho sentito nel sogno “Cosa significa, fare parte di un giro, cosa significa, fare parte di un coro”. Mi sono svegliato e l’ho appuntata sul registratore del telefono. Solo che non riuscivo più a dormire, perché mi arrivavano continuamente altre frasi in testa. Continuavo ad accendere il telefono e a registrare queste frasi. La mattina dopo mi sono reso conto che erano tantissime e non ho fatto altro che copiarle e metterci sotto la musica che ho sentito nel sogno che era molto semplice ma efficace.

Citazioni. Nel disco citi, nel bene o nel male, lascio a te dirlo, non solo Jannacci ma anche Vinicio Capossela “con sotto quella musica italiana del Capossela con la banda indiana che balla il bagaloo” in Bicchierate e persino Freddy Mercury “ti son venuti anche i dentoni come il cantante dei Queen” in Oh Marleen. Ce n’è per tutti?

Sì, mi sono divertito a citare qualcuno. Ci sono anche citazioni sonore: Santana. Mark Knopfler, Dr John. Capossela ogni tanto lo canzono un po’ perché devo restituirgli tutte le menate che mi hanno fatto negli anni dicendo che lo imitavo. Anche se naturalmente lui non c’entra nulla. Ora spero l’abbiano piantata: io suono il blues!



C’è una canzone Buio (storia di una strega) che non può non lasciare turbati per il tema trattato, purtroppo sempre attuale. Racconta di una storia in particolare, magari legata a Milano?

Racconta di quanto il potere, lungo tutti i tempi, utilizzi l’ignoranza della gente per conservare se stesso. In passato la “santa” inquisizione utilizzava lo spauracchio del demonio per imporre il suo dominio sulla gente, in questo caso racconto di un rogo in piazza Vetra in cui parecchie giovani donne furono bruciate vive in nome della Chiesa, agitando la paura del demonio. Ora agitano altre paure, non bruciano più la gente ma utilizzano la stessa ignoranza facendo credere, a chi ci casca, che esistono delle minacce esterne che mettono in pericolo la nostra esistenza come popolo. Se il popolo è quello che crede in queste baggianate, queste armi di distrazione di massa come dice qualcuno; bene spero proprio che qualcuno venga a diluirci demograficamente, non ci potrebbe che fare del bene.

Sai che starei ore a fare domande sulle tue canzoni però voglio lasciare a chi legge il desiderio di scoprire le altre tracce del disco che, essendo un vol. 1 suppongo avrà un seguito … Già scritto, solo progettato? Com’è lo stato dei lavori?
Ho già registrato nella prima sessione otto pezzi che saranno integrati da altri cinque o sei che scriverò per il progetto sulle periferie “Blues in MI: periferia identità di Milano”, al quale sto alacremente lavorando, e che vedrà la luce nel 2020. Inserirò il brano Le Varesine e altre canzoni su altre zone di Milano, per lo più periferie. Sto completando piano piano un lavoro di toponomastica musicale sulla città. 

Ci sono altri due aspetti che vorrei toccare, il primo è come poter acquistare il disco. So che hai scelto, di fatto, di non distribuirlo se non attraverso i concerti? Perché questa scelta?

Perché è più comodo per tutti. Perché i negozi ormai sono virtuali, Se qualcuno vuole un mio disco lo può chiedere a me ed io glielo spedisco. Perché bisogna andare a vedere i concerti e mettere il naso oltre lo schermo del computer o del telefono, altrimenti alleveremo generazioni cui non interessa più esibirsi dal vivo, che non sanno più suonare degli strumenti musicali, stare su un palco, alleveremo gente che considera inutile il Live, quindi, andateci ai concerti. Partecipate, che la libertà non è star sopra un albero come cantava qualcuno…




Secondo aspetto, l’attività live. Dopo il grande successo del Blue Note, stai portando avanti un tour dal titolo “Blues to you”, di che si tratta?

Si tratta di un tour nelle case e nei giardini di chi mi vuole ospitare, la storia di Maometto e della montagna. E’ talmente necessario che la musica dal vivo torni nelle nostre abitudini che vengo io a casa vostra, vi faccio un concerto privato. Sta molto funzionando e sono contento. Per info agents@folcoorselli.com

Vorrei chiudere, in fine, con le parole di stima nei tuoi confronti spese non da me, ma da un amico comune, il cantautore Federico Sirianni che di te ha detto che sei uno dei migliori scrittori in assoluto di canzoni d’amore. Con questo disco hai voluto smentirlo? In fondo non c’è una vera e propria canzone d’amore, in senso classico, o forse lo è Bicchierate con quei versi finali “bicchierate commesse con le analisi sbagliate tua moglie ti farà delle menate ma forse quando torni dorme già” più di tante canzoni piene di sdolcinate parole, esprime l’amore vero, quello di tutti i giorni, quello che sopravvive dopo tanti anni?

Il mio amico Federico Sirianni mi conosce bene, e sa che sono un fottuto romantico. In questo disco non ho mai parlato tanto d’amore! L’amore per la vita! La vita del musicista, dell’artista, costretto a rimanere in piedi al vento, alla burrasca culturale che stiamo vivendo. Sono tempi di resistenza questi e cosa c’è di più amorevole di combattere per qualcosa in cui credi? Ad maiora.


Folco Orselli su Youtube 

Le foto sono di Luca Rossato.