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martedì, novembre 26, 2024

Giangilberto Monti - Franco Califano il Prévert di Trastevere, una sorta di piccola resistenza umana

di Fabio Antonelli

Il 14 ottobre è uscito “Franco Califano – Il Prévert di Trastevere” (2024 Warner Music Italy), il nuovo disco di Giangilberto Monti in cui l’artista milanese reinterpreta 12 canzoni del Califfo. Si tratta in realtà di un radio-disco uscito in contemporanea con la prima messa in onda da parte della Radio Svizzera Italiana dell’omonimo originale radiofonico, scritto da Giangilberto Monti con Vito Vita, contenente un QR-code che permette l'ascolto del radiodramma musicale sulla app RSI PLAY.  Incuriosito dall’operazione ho subito contattato Giangilberto ed ecco cosa mi ha gentilmente raccontato.



Partirei, se tu fossi d’accordo, come piace fare solitamente a me, dalla copertina del disco per cercare di capire un po’ la scelta che vi sta dietro, capire cosa celi questa foto quasi in filigrana che, dietro il titolo Franco Califano – Il Prévert di Trastevere, ritrae Franco Califano con l’amico Frank Del Giudice.

Sì, quella è una foto tratta dall'archivio di Frank del Giudice, che è l'autore di Tutto il resto è noia ed è una foto che Frank ci ha gentilmente concesso e che abbiamo usato anche per il libro Franco Califano. Vita, successi, canzoni ed eccessi del «Prévert di Trastevere» uscito l’anno scorso. La stessa foto, la stessa immagine, l’abbiamo usata sia per il disco sia per la promozione del nuovo lavoro discografico e poi, naturalmente, dietro a quella foto c'è tutta una storia, legata al periodo in cui il Califfo conobbe Frank Del Giudice, dopo la prima disavventura giudiziaria, colui con il quale riprese a fare le serate.



Hai citato il tuo libro edito nel 2023, quindi l’intero progetto lo si potrebbe definire a tutti gli effetti un’opera multimediale, non è così?

In effetti è un ampio progetto che è iniziato con il libro Franco Califano. Vita, successi, canzoni ed eccessi del «Prévert di Trastevere», scritto con Vito Vita l'anno scorso. Poi è nato il desiderio di fare il radiodramma, poiché io collaboro da tempo con la Radio Svizzera Italiana e quindi in un certo senso mi piaceva raccontare la storia in un altro modo. Nel radiodramma non c'è però una riga del libro, libro e radiodramma sono due cose completamente diverse. Il radiodramma racconta dei passaggi umani, racconta soprattutto la grande amicizia che Califano aveva con Gianni Minà e poi tutto il resto, ci sono le sue canzoni. Quando la Radio Svizzera Italiana ha deciso di inserire le canzoni nella colonna sonora, mi ha chiesto se non avessi pensato magari di registrare qualche canzone di Califano interpretata da me, a quel punto, ci è venuto in mente di realizzare un vero e proprio omaggio musicale a Califano. La Radio Svizzera Italiana ha inserito nella colonna sonora parte di questo omaggio e poi, a quel punto, abbiamo immaginato di fare un prodotto che unisse tutto. Il radio-disco è esattamente questo, cioè un CD che contiene le canzoni che io ho registrato, le versioni integrali e un QR Code che rimanda all'ascolto del radiodramma. C’è stato così un accordo preso con la Warner da una parte che ha pubblicato il radio-disco e la Radio Svizzera Italiana per il radiodramma. Non è stato proprio facilissimo, però devo dire che entrambe le parti sono state molto cortesi nell'accettare questa cooperazione. In fondo sono diversi anni che lavoro più in Svizzera che in Italia, anzi più in Svizzera e in Francia che in Italia. In realtà anche in Italia cerco di fare le cose che mi piacciono, però non sempre riesco a realizzarle nel mio paese.

A questo proposito, il prossimo 4 dicembre sarai a Lugano negli studi della RSI, giusto?

Sì, loro mi hanno concesso uno special che in realtà sarà una trasmissione radiofonica che poi andrà anche in televisione. In questo spazio ovviamente ospiterò, oltre ai musicisti che hanno partecipato al disco, anche il mio coautore del progetto editoriale che è Vito Vita, con cui ho già realizzato in passato il libro Gli anni d'oro della canzone francese 1940-1970 sulla canzone francese e con cui mi piacerebbe continuare a lavorare anche in futuro su altri progetti.

E questo accostamento tra Franco Califano e Jaques Prévert?

Sì, grazie, interessante domanda. Questo accostamento dipende da come io ho cercato di vedere questo personaggio. Quando io ho pensato di scrivere il libro su Califano ho accettato tutto a patto che non si parlasse assolutamente di tutta la sua vicenda personale intesa come gossip, storie d'amore, vicende giudiziarie, che è poi quella che ha prevalso durante la sua esistenza e che ha deviato un po’ lo sguardo da quella che, in realtà, era la sua arte. Il personaggio Califano ha così travalicato la storia artistica, la sua poetica, la sua capacità di scrivere canzoni accoppiandole a poesia. Va tenuto in considerazione il fatto che lui, nella sua vita, ha iniziato con un percorso quasi pasoliniano, agli inizi non era che un ragazzo di borgata che per mantenersi faceva di tutto, persino l’attore di fotoromanzi. Solo più tardi è arrivato a scrivere canzoni, ma la sua storia artistica è stata molto complessa, è stato anche produttore, secondo me andava rivalutata questa parte della sua carriera. Dopodiché io lo so che in Italia Califano è sempre stato molto amato dalla destra e molto poco dalla sinistra ma, secondo me, questa è una stupidata.

Ecco perché questa bella copertina tutta rossa, per ricollocarlo un po’ più a sinistra.

Ma sì, a parte che io non mi ritengo schierato né da una parte né dall’altra. La mia è più una visione anarcoide.

Un po’ come quella di Califano forse.

Beh, in effetti Califano era molto amico di Piero Ciampi ed era poi amatissimo da Fabrizio De André che andava a sentirlo ai suoi concerti, Califano stesso in molte interviste ha difeso De Gregori quando in tanti lo ritenevano troppo ermetico. Sicuramente fu un grande personaggio per quello che è stato e per quello che ha lasciato, considerati anche i grandi nomi che hanno interpretato le sue canzoni. Io, ovviamente, nel mio omaggio ho cercato di dare una visione del tutto originale, non ho fatto delle cover. Con la mia voce, con la mia capacità diciamo di vedere le cose, ho cercato di portarlo su un terreno a me più congeniale, non so se ci se ci sono riuscito. La mia è una visione molto personale che poi, quando presento il progetto, cerco di raccontare. È ovvio che tutte le sue vicende personali, le disavventure giudiziarie, l'uso della cocaina, eccetera ci sono anche quelle, però poi bisogna anche vedere come certe faccende siano andate a finire, non dimentichiamo che in tutte e due le volte che è stato processato e prima ancora è andato in galera, è stato poi assolto, un po’ come successe nei loro processi a Walter Chiari, Lello Luttazzi o Enzo Tortora. Stiamo sicuramente parlando di un personaggio molto più complesso di quello che allora era oggetto di copertine da settimanale scandalistico.



Assolutamente. Tu hai citato il tuo lavoro discografico e, a tal proposito, io trovo l’omaggio a Califano un disco in pieno stile Giangilberto Monti, con sonorità molto francesi, com’è nel tuo stile.

Eh, sì. Io ho cercato di fare quello che so fare.

Credo che se le stesse canzoni di Califano che hai reinterpretato in questa occasione, fossero state inserite ad esempio nel disco dedicato ai tuoi amati francesi non avrebbero assolutamente sfigurato, perché non si discostano più di tanto da quel genere di canzone d’autore, non credi?

Si hai ragione, Tutto il resto è noia, ad esempio, lui la voleva fare in stile Jacques Brel, perché lui adorava i francesi ed era un grande ammiratore di Brassens e di Brel, ma la sua casa discografica non lo permise. Tutto ciò è piuttosto insolito rispetto alle immagini che noi abbiamo di lui, del suo personaggio. In realtà Califano aveva delle aspirazioni completamente diverse da quelle dei personaggi che poi lui stesso frequentava quotidianamente, aspirazioni poetiche. Se ci mettessimo a guardare la vita di poeti come Charles Baudelaire o Arthur Rimbaud capiremmo molto di più la vita di Califano.

Ah sì, sì, sì, senza dubbio, ma volevo chiederti se è stato difficile tirar fuori dodici titoli da inserire nel disco da una discografia così vasta come quella di Califano?

Sì, sì, molto molto difficile. Perché sono tante le canzoni che si potevano cantare. Non tutte ovviamente sono alla mia portata vocale, sono sincero. Altre le ho comunque riviste a mio modo. Mi premeva comunque cercare anche qualcosa che non fosse troppo conosciuto come, ad esempio, Poeta Saltimbanco. Ho inserito canzoni note e altre meno note. La canzone che io preferisco, intesa come riuscita su disco, è Un tempo piccolo che, tra l’altro, unisce il mondo vecchio e il mondo nuovo, perché Califano adesso è molto amato anche dai rapper romani, lo stanno riscoprendo, giustamente. E quindi è un po’ il suo bello, no? E il fatto che ci sia di mezzo il nuovo cantautorato romano è qualcosa di interessante. Io ovviamente faccio quello che riesco, quello che posso…



Lo fai benissimo. La promozione del disco avverrà attraverso dei veri e propri concerti prettamente musicali o sarà un misto tra racconti e canzoni?

Non lo so ancora. Per ora ho apprezzato molto questo spazio che mi ha dato la Radio Svizzera Italiana e, intanto, lo stiamo mandando in giro per l’Italia, vedremo cosa succederà. Certamente è un disco che va anche un po’ raccontato. Nei miei spettacoli uso molto la narrazione musicale, è un po’ la mia cifra artistica, non sono uno che fa concerti nudi e crudi, perché mi piace molto raccontare. Non ho molto a che fare con i miei colleghi, ben più titolati di me che fanno grandi concerti. Il mio mondo è fatto di piccoli teatri, di locali dove ci si ascolta. Non a caso ho avuto un lungo periodo anche nel primo Zelig dove ho imparato anche a rapportarmi allo spazio piccolo. Tieni presente che i miei inizi sono stati da cantautore di quell'epoca, epoca di grandi promozioni, televisioni, radio, concerti e io in quello ho cercato di dare il meglio che potevo e poi, chiaramente la mia ricerca artistica ha continuato, se no che arte sarebbe? Se uno non ricerca cosa sta lì a fare, non vorrei ripetermi 100.000 volte…

Secondo te, questo tuo nuovo disco è più dedicato a chi già conosce Califano o a chi ne è completamente digiuno, come magari quei tanti giovani che neppure sanno chi sia stato Califano?

È il tentativo di mostrare che, attraverso la musica, la forma canzone possa avere un'altezza poetica diversa da tutto quello che c'è adesso. Il mondo che c'è adesso non è certo il mio mondo, quello in cui ho mosso i primi passi. La poetica che c'è adesso nei testi che si possono ascoltare alla radio o in streaming, in Italia almeno, ma comunque in tante parti del mondo, è fatta di testi che riportano delle realtà in modo più diretto, comunque diverso. Esiste però un mondo poetico alto, si può raccontare l'amore in mille modi e Califano lo ha raccontato in modo degnissimo. Io penso che il linguaggio sia importante e quindi anche la scelta delle parole sia importante, il mio disco è in fondo una sorta di piccola resistenza umana, mettiamola così.

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venerdì, febbraio 02, 2024

Michele Gazich Federico Sirianni – Domani si vive e si muore (inediti di Michele L. Straniero), due diversissimi artisti al servizio di un prezioso lavoro di recupero

     di Fabio Antonelli

Sul finire del 2003 è uscito il booklet+cd “Domani si vive e si muore - Inediti di Michele L. Straniero” (Nota – 2023), un disco scritto a quattro mani da Michele Gazich e Federico Sirianni, che hanno lavorato sapientemente su dei testi inediti di Michele Luciano Straniero ritrovati dal nipote Giovanni Straniero, da cui è partito l’intero progetto e che ha fatto da regia in questo complesso lavoro di recupero. Il risultato è un disco che ha permesso di portare alla luce brani attuali, vividi, urgenti, perché, come scrisse Straniero, domani si vive e si muore.


    Nome?

M.G. – Michele

F.S. - Federico

Cognome?

M.G. – Gazich

F.S. - Sirianni

Nato a?

M.G. - Brescia

F.S. - Genova

Anno di nascita?

M.G. - 1969

F.S. - 1968

Vivi a?

M.G. - Venezia

F.S. - Torino

Professione?

M.G. - Scrittore di canzoni

F.S. - Scrittore di canzoni

Come è cominciato il tuo rapporto con la musica?

M.G. - Mio padre mi ha insegnato a leggere le note ancor prima delle lettere. Credeva che io fossi Mozart. Si sbagliava.

F.S. - Da bambino, a casa con mia madre cantante.

Qual è stato il tuo primo contatto con la musica di Michele Luciano Straniero?

M.G. - A fine anni Novanta vivevo a Torino e conobbi Giovanni, il nipote di Michele Straniero, frequentando il FolkClub fondato dal suo illustre zio e da Franco Lucà. In breve, Giovanni ed io diventammo amici: bevevamo vino e suonavamo insieme. Grazie a lui ho conosciuto le canzoni di Michele Straniero.

F.S. - Più che con la musica di Straniero, col mondo dei Cantacronache: a Genova, conoscendo e frequentando in gioventù Andrea Liberovici, figlio di Margot e Sergio Liberovici.

Gazich e Sirianni - Foto Flavio Dal Molin

    Com’è nata l’idea di realizzare un disco di inediti di Michele Luciano Straniero?

M.G. - Giovanni da decenni mi aveva proposto gli inediti dello zio da musicare. Per qualche motivo, riteneva che io fossi la persona giusta. Da solo, tuttavia, non avevo coraggio di farlo; ero intimorito. Lavorando a quattro mani con Federico, mi sono sbloccato.

F.S. - Da un’idea di Giovanni Straniero, nipote di Michele. Ha ritrovato degli scritti inediti dello zio e ha proposto a Michele Gazich e al sottoscritto di trasformarli in canzoni.

Ritieni sia stato più difficile o emozionante scegliere le poesie inedite da musicare e adattare in forma di canzone?

M.G. - Incredibilmente emozionante. Una volta che mi sono sbloccato, tutto è stato naturale, spontaneo. Non difficile, ma molto, molto emozionante. Michele Straniero è la fonte della canzone d’autore in lingua italiana. E bere l’acqua alla fonte, che è più limpida e pulita, è stato rigenerante!

F.S. - Entrambe le cose in egual misura.

Con quale criterio sono stati scelti gli otto inediti di Straniero?

M.G. - Si sono scelti da soli. Michele Straniero voleva far conoscere a noi (e attraverso di noi a chi ci avrebbe ascoltato) un’altra faccia di sé: più intima e personale. Le canzoni indicano sempre una via. Noi siamo stati strumento.

F.S. - A sensazioni personali, qualcuno l’ho scelto io, qualche altro Michele, trovando gli scritti che ci colpivano maggiormente e che avessero le caratteristiche per essere adattate alla forma canzone.

Com’è stato scelto il titolo del disco Domani si vive e si muore, che trasmette un senso di urgenza, di concretezza, di mancanza di tempo da perdere?

M.G. - Permettimi due parole in più su questo punto, che sento importante. Federico ed io siamo stati immediatamente rapiti dal verso conclusivo di uno tra i testi che Michele Straniero ci ha lasciato: "Domani si vive e si muore", appunto. Abbiamo dapprima pensato che potesse diventare il titolo di quel componimento e infine anche di tutto il disco, perché ne definisce il contenuto: personale, esistenzialista, di riflessione sul male di vivere e morire. Noi umani un domani vivremo e un altro domani moriremo: è una delle poche certezze che abbiamo a disposizione. Il fatto, poi, che Straniero scriva "Domani si vive e si muore" e non "Domani si vive o si muore" propone anche un'altra idea, una molto amara, e cioè che ad alcuni di noi possa capitare di vivere e morire contemporaneamente, sperimentando una sorta di "morte in vita". Il che ci conduce ad altri due versi meravigliosi e terribili scritti da Straniero, in un testo intitolato emblematicamente Lettera ai genitori: "La mia vita oggi è finita / La vostra è mai cominciata?" Al di là di ciò, il titolo per me ha sempre riecheggiato un verso di Pasolini, dalla raccolta giovanile Poesie a Casarsa (1942): "Oggi è domenica, domani si muore", verso che viene ripreso - alla lettera - da Giovanni Lindo Ferretti nella canzone conclusiva (Irata) di uno degli album più importanti nella storia della canzone e del pensiero in Italia: Linea Gotica dei C.S.I. (1996). Quella canzone e quei versi erano per me un ascolto quasi quotidiano in quegli anni. Allora vivevo a Torino, la città dove ancora viveva e scriveva Michele Straniero e già da anni frequentavo lo storico FolkClub, da lui fondato con il musicologo Franco Lucà. Questo titolo provoca dunque in me un cortocircuito di memorie che mi riporta alla mia gioventù, alla musica che allora ascoltavo, a una Torino, oggi scomparsa, in cui vivevano e operavano intellettuali come Michele Straniero.

F.S. - È una frase presente in una delle poesie che abbiamo musicato, ci sembrava molto significativa e capace di descrivere in sei parole il mondo e la poetica di Michele Straniero.

Al FolkClub - Federico Sirianni ripassa, Michele Gazich riordina le carte

Come consideri la collaborazione con il tuo collega musicista in questo lavoro?

M.G. - Una delle cose più belle che mi siano avvenute lo scorso anno.

F.S. - È stata un’esperienza molto positiva e arricchente che, credo e spero, proseguirà in altri progetti artistici.

Credo che musicare dei testi nati per un altro scopo non sia stata un’operazione facile, ti sei mai sentito in difficoltà tale da pensare di rinunciare?

M.G. - Ho rinunciato per vent’anni. Poi ho deciso o, meglio, ho sentito che era giunta l’ora di superare la mia debolezza, che era giunta l’ora di provarci. Spero di aver fatto bene.

F. S. - Non è stato facile perché misurarsi con un personaggio di tale rilevanza nel mondo letterario e musicale è molto rischioso, ma non c’è mai stato un momento in cui abbiamo pensato di non portare avanti il progetto.

Quanto l’essere in due a lavorare sugli inediti è stato un aiuto, quanto una ulteriore difficoltà?

M.G. - Decisamente un aiuto.

F.S. - Per quel che mi riguarda ho goduto solo dei lati positivi di questo lavoro a quattro mani.

Il disco inizia e finisce con due brani appositamente scritti da voi in omaggio a Michele L. Straniero. Il brano che apre il disco, Ho incontrato Michele Straniero, racconta un immaginario incontro tra te e Michele L. Straniero nella sua Torino, mentre il brano che lo chiude Danzacronaca, è una sorta di macabra danza in cui insieme a Michele L. Straniero sono citati tanti altri musicisti che hanno lasciato un segno indelebile nella canzone d’autore. Com’è stato scrivere questi due brani musicali a quattro mani? È un’esperienza che ripeteresti?

M.G - Un’esperienza che ha arricchito il mio percorso artistico e umano. La stiamo già ripetendo…

F.S. - Sentivamo la necessità di due “canzoni-cornice” in cui incontrare virtualmente Michele Straniero raccontando qualcosa di lui. Scrivere insieme a Gazich è stato molto naturale e sereno, ci siamo trovati d’accordo sostanzialmente su tutto.

Tra questi due brani, come si è detto sopra, otto inediti. Quale tra questi ami di più e perché?

M.G - Il corridoio del Nautilus. Perché? Perché è il Blues se hai vissuto a Torino e non nel Mississippi. Abbiamo tentato di scrivere una musica all’altezza del testo: claustrofobica, iterativa, dolorosa, incollocabile.

F.S. - Mi sono affezionato a tutte le canzoni del disco, mi commuove l’intervento di Giovanna Marini in Da un cielo umano.

In questo intenso lavoro discografico hanno preso parte ben dodici ospiti, come sono stati scelti? Qualcuno più di altri ti ha colpito in particolar modo?

M.G. - Tutti (o quasi) avevano conosciuto Michele L. Straniero. Due sono miei amici cari: Gualtiero Bertelli e Moni Ovadia, con i quali collaboro stabilmente. Entrambi in qualche modo sono stati scoperti da Straniero. Gualtiero mi ha raccontato che, quando Straniero lo sentì cantare la prima volta, chiamò Nanni Ricordi e disse: “Ho incontrato un uomo che quando canta urla come un pazzo e suona la fisarmonica come una clava”. Gualtiero la ritiene ancora la miglior definizione della sua arte.

F.S. - Approfitto per ringraziarli tutti per la partecipazione entusiasta. Ho detto di Giovanna Marini e ho da sempre un debole per Moni Ovadia.

Credo che insieme abbiate fatto un lavoro di recupero straordinario, un’opera come questa a quale pubblico è destinata?

M.G. - “Un disco per tutti e per nessuno”, parafrasando il sottotitolo di un libro fortunato... Penso che sia la riscoperta importante di una fonte maggiore della canzone d’autore in lingua italiana. Sono davvero fiero di aver fatto questo disco con Federico e Giovanni!

F.S. I tempi ci dicono che parrebbe destinata a un pubblico di nicchia e non più giovane ma, secondo me, se le nuove generazioni ascoltassero queste parole ci si ritroverebbero profondamente.

Michele Gazich e Federico Sirianni

Non ritieni che il frutto di un’operazione culturale di questo genere potrebbe essere portata nelle scuole? Come sarebbe accolta dai giovani secondo te?

M.G. - Sarebbe certamente accolta bene. Avverrà. Stimo i giovani. Quelli che temo sono i vecchi.

F.S. - Sarebbe molto bello portare Michele Straniero nelle scuole e, come detto prima, credo sarebbe apprezzato davvero.

A conclusione di un lavoro così complesso, cosa ti ha lasciato Michele Luciano Straniero?

M.G. - Il sogno di un’Italia libera.

F.S. - La voglia di rimettermi a scrivere dopo un lungo periodo di inattività creativa.

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lunedì, novembre 25, 2019

Giangilberto Monti: maledetti francesi io vi amo!


di Fabio Antonelli

Ispirato all’omonimo successo editoriale del 2018, è appena uscito, su etichetta Freecom, il nuovo album di Giangilberto Monti, intitolato MALEDETTI FRANCESI, in cui lo chansonnier milanese è accompagnato dalla voce e dal pianoforte di Ottavia Marini. Si tratta di ben diciassette canzoni che riassumono il suo grande amore per la canzone impegnata d’oltralpe.


Vorrei cominciare dalla copertina che raffigura gli occhi degli artisti francesi che hai voluto racchiudere in quest’omaggio alla canzone impegnata d’oltralpe, hai scelto gli occhi perché specchio dell’anima?

In realtà la copertina è la stessa del mio libro omonino, pubblicato da Miraggi nel 2018, ma certo gli occhi sono un po’ il biglietto da visita di ognuno e in questa raccolta c’è davvero un secolo di storia della canzone francese, dal 1880 al 1980, anche se io in realtà mi sono concentrato soprattutto sul periodo che va dal dopoguerra in poi.

Il titolo Maledetti Francesi può essere letto facendo riferimento a quei poeti  francesi da sempre considerati maledetti, ma anche un “maledetti francesi che amo così da non riuscire a farne a meno”, giacché da sempre la tua musica ha girato intorno a questi artisti.

Beh, maledetti francesi perché da sempre Rimbaud, Baudelaire e Verlaine sono considerati i poeti maledetti, quelli da cui trassero poi ispirazione i vari artisti che sono presenti nel disco, uomini ma anche donne, perché spesso si pensa alla canzone francese al maschile ma vi sono  state molte voci femminili da Juliette Gréco ad Édith Piaf tanto per citarne un paio. Le figure femminili sono state così importanti che in questo disco ho voluto vi fosse una presenza femminile poi, certo, ci sta anche la tua accezione, perché il titolo è volutamente provocatorio. E’ vero la loro è stata una presenza fondamentale nella mia vita di chansonnier, anche se ciò non ha impedito che io scrivessi negli anni canzoni mie.

 
Ottavia Marini e Giangilberto Monti

A proposito di donne, in questo disco hai voluto con te Ottavia Marini, hai scelto lei perché già la conoscevi?

In realtà mi è stata presentata dall’attore Walter Tiraboschi, con cui aveva lavorato, e s’è rivelata una scelta molto azzeccata, pur provenendo dalla classica, è una grande pianista, con la sua voce, per altro un po’ fuori del comune, ha però dato un importantissimo contributo nei duetti. Non faccio più da anni il produttore, in tal senso direi che ho già dato, ma se dovessi segnalare una valida artista, farei volentieri il suo nome, per la grande sensibilità dimostrata nell’affrontare un mondo musicale non suo.

Dal punto di vista musicale si può definire questo disco il più francese tra i tuoi? Per l’impianto musicale su cui si fonda?

Sì, in un certo senso sì, perché piano, chitarra e le nostre due voci, registrate in presa diretta, con solo qualche passaggio ripreso in studio, hanno voluto dare quell’atmosfera che si percepiva a chi entrava in un locale parigino in quegli anni, è in tal senso vero, autentico.

Una cosa che mi ha colpito è l’alternanza italiano-francese nel cantato, senza discontinuità, tanto che, non so se per la bellezza poetica dei testi originari o la bellezza delle traduzioni, quasi non si capisce più quale sia il punto di partenza, se le canzoni siano nate in francese o in italiano.

La scelta di alternare francese e italiano è derivata dagli spettacoli dal vivo, dove questo espediente ha funzionato molto bene, in effetti, quello che dici è vero, perché c’è dietro un grandissimo lavoro nelle traduzioni, negli adattamenti dal francese all’italiano, nel cercare di rendere il senso di citazioni di doppi sensi, calembour, altrimenti sarebbero delle semplici cover e non è certo il mio intento.




Ho visto che molte traduzioni sono opera tua o sbaglio?

Lo sono tutte in realtà, qualcuna magari in collaborazione come Parigi Canaille firmata anche da Alessio Lega, oppure nel caso di Les amants d’un jour vi era già una traduzione, intitolata Albergo a ore, opera straordinaria dello stesso Herbert Pagani o di Le méteque di Moustaki che già era stato tradotto e cantato come Lo Straniero da Bruno Lauzi o Le Gorille di Brassens già tradotto e interpretato da De Andrè.

Il disco è nato da un lavoro di coppia, questa collaborazione tra te e Ottavia Marini e quindi sarà portato in giro in coppia?

Sì, certamente, non avrebbe senso fare diversamente, per altro si è già fatto perché in realtà lo spettacolo è venuto prima del disco la cui registrazione è stata voluta da Jean-Luc Stote, che ne ha curato le immagini da cui è nata anche Paris Canaille, una mostra dal 13 novembre a Milano nei locali dell’Institut Français.

Nel sito di Miraggi Edizioni, l’editore scrivendo di Maledetti Francesi fa riferimento a un mondo che “ha portato un messaggio vitale, anarcoide, canagliesco, che forse non esiste più”, ma davvero questo mondo poetico musicale appartiene a un passato che non c’è più o, invece, può ancora dirci molto.

No, credo che quel mondo, che aveva connotati così diversi dai giorni nostri abbia però ancora molto da dirci, in termini d’ideali e di umanità se mi guardo intorno, se ascolto tanti colleghi cantautori non a caso, ritrovo tanti riferimenti a quel mondo.




C’è, tra tutte le canzoni che hai scelto di inserire in questo disco, una cui non riusciresti a rinunciare?

Beh, una domanda difficile, direi due allora, la prima Allo Chat Noir che è in realtà Le Chat Noir di Aristide Bruant, uno chansonnier che a differenza degli altri non si limitava a eseguire canti tradizionali, ma che scriveva testi e musiche e che nel 1881 fece nascere, in un colpo solo, cabaret e canzone d’autore, la seconda Parigi Canaille per quell’atmosfera così scanzonata e perché ci presenta un Leo Ferré inusitatamente ironico o, forse per meglio dire, sarcastico.

mercoledì, marzo 21, 2018

Le canzoni del signor Dario Fo secondo Giangilberto Monti


di Fabio Antonelli

Lo scrittore e chansonnier milanese Giangilberto Monti, ha voluto rendere omaggio a Dario Fo, uno dei suoi maestri d’arte scenica con un disco “Le canzoni del signor Dario Fo” (2018 Fort Alamo/Warner Music Italia) che racchiude sedici titoli dalla vastissima produzione musicale dello scomparso artista. Per l’occasione ha voluto ricreare quell’atmosfera jazz elegante e divertita da cui era partita la coppia Fo-Jannacci, coinvolgendo nel progetto un protagonista di quelle composizioni, il clarinettista e arrangiatore Paolo Tomelleri, coadiuvato da grandi musicisti quali Sergio Farina alla chitarra, Tony Arco alla batteria, Marco Mistrangelo al contrabbasso e Fabrizio Bernasconi alle tastiere.

Cover CD "Le canzoni del signor Dario Fo"


Parliamo del tuo nuovo disco “Le canzoni del signor Dario Fo”, la cui copertina non ti vede assolutamente protagonista, in cui campeggia, invece, un Dario Fo molto sorridente con il tuo nome in alto, accostato a quello di Paolo Tomelleri.

La copertina è una scelta doverosa perché c’è un rifermento talmente alto che non si può immaginare che io possa essere superiore al maestro scenico che è stato Dario Fo, quella è una bellissima foto di Guido Harari gentilmente concessami ed è la stessa che compare nel libro “E sempre allegri bisogna stare” uscito a gennaio dell’anno scorso (2017 - ed. Giunti)

Si, perché in realtà il progetto Dario Fo è ben più ampio, non comprende solo il disco…

In effetti è un lavoro un po’ più complesso, sono partito con il libro, poi c’è il disco, poi ci sarà ad aprile la produzione del radiodramma con la RSI, dove io userò le stesse canzoni però il racconto sarà ovviamente molto più vario e vasto con la presenza di vari personaggi, il tutto si chiuderà poi con lo spettacolo di narrazione musicale che andrà in scena a metà maggio al nuovo Teatro del Buratto di Milano, in realtà Teatro Bruno Munari. La scelta, invece, di indicare in copertina anche il nome di Paolo Tomelleri è proprio un omaggio alla sua storia artistica, al fatto che lui è la memoria storica di quelle canzoni, di come sono nate. La mia arte è stata quella di riuscire a non riproporre cover, perché soprattutto il repertorio con Jannacci è inarrivabile e non puoi pensare di fare delle cover, l’originale è sicuramente meglio (ride), allora l’arte è proprio il non riproporre pari pari le canzoni ma il reinventarle, studiare un arrangiamento nuovo, anche un modo di interpretare, farne la fotocopia non avrebbe avuto alcun senso.

Nella scelta della scaletta sei andato a pescare da un repertorio molto vario e vasto, vista le numerose collaborazione di Dario negli anni.

Esatto, sono tantissime le canzoni. Se prendiamo anche solo le più conosciute e depositate in SIAE, sono circa 160, però lui ne ha scritte molte di più, si arriva a 250, perché ci sono anche le canzoni che compaiono nei copioni teatrali, lui ha sempre lavorato con la musica negli spettacoli. Io feci una prima cernita di 40 canzoni quando misi in scena con Laura Fedele, jazzista molto brava che mi accompagnava al pianoforte, il mio primo recital di canzoni di Dario Fo, era il 1999. Per questo disco, invece, che è dichiaratamente in chiave jazz elegante e divertito, ne ho prese 16.

E’ stata una scelta dura quindi…

Sì, perché teoricamente uno potrebbe fare 10 dischi (ride). Ho cercato quindi di scegliere quelle che a mio giudizio sono le più rappresentative, quindi c’è sicuramente il filone più popolare e discografico, quello di Jannacci, c’è poi il filone di canzoni scritte con Fiorenzo Carpi, più legato al teatro più melodico, poi c’è il filone più barricadero che comprende le canzoni scritte con Paolo Ciarchi. C’è poi la diatriba sulla vera genesi della canzone “Ho visto un re” che, gran parte dei personaggi dell’epoca attribuiscono a Fo e a Paolo Ciarchi, anche se è depositata solo con il nome di Dario Fo, perché allora Paolo non era iscritto alla SIAE. In realtà, quella sarebbe una canzone di Fo e di Ciarchi, ma lì si apre tutto un mondo e questa è una cosa che io racconto molto bene nel libro, nel radiodramma e anche nello spettacolo, ovviamente nel disco tutto questo si perde e rientra nel naturale lavoro che ho fatto con Paolo Tomelleri, nel cercare di rivestire in modo omogeneo le canzoni che ho scelto.

So che il disco sarà presentato venerdì 23 marzo a Milano…

In realtà questa serata è un omaggio al mondo musicale di Dario Fo e riprende pari pari la serata che ho fatto alla fine di ottobre 2017 alla RSI, dove c’era una conduzione che legava un po’ le canzoni, che partendo dal libro raccontava un po’ questi passaggi, non è quini ancora lo spettacolo vero e proprio, è una via di mezzo tra lo spettacolo e il concerto. Però è fatto in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e questo mi ha fatto molto piacere, perché la Palazzina Liberty è intitolata a Dario Fo e Franca Rame ma è la prima volta che vi fanno un qualcosa legato proprio al mondo di Dario Fo perché, fino ad oggi, essendo sede di un’associazione che si chiama Milano Classica, lo spazio è stato utilizzato solo per concerti di musica classica, un mondo però che non c’entra assolutamente nulla (ride) con Dario Fo. L’evento proprio perché sostenuto dall’Assessorato alla Cultura sarà ad ingresso libero, aperto alla cittadinanza, non sarà un business e questo mi fa molto piacere, fa parte del mio desiderio di fare cultura attraverso la musica, è la mia “mission” (ride), come direbbero oggi.

Giangilberto Monti


A proposito di fare cultura, tu credi che le canzoni di Dario Fo e comunque il mondo in esse rappresentato, possano ancora insegnare qualcosa ai giovani di oggi o è ormai sono un qualcosa relegato al passato?

No, no, secondo me non è archeologia, al di là della bellezza della scrittura, sono ancora molto attuali, il mondo che vi è descritto è un mondo che può ancora trasmettere dei valori divertiti importanti, di impegno civile ma anche di ironia, di capacità di lettura del sociale. Certo il jazz non è un rap, non è una musica che potrebbe andare oggi nelle radio, però non è neanche escluso perché i francesi, ad esempio, sostengono che è una musica di classe, è una musica elegante, però quel mondo è un mondo profondo, anche il linguaggio è un linguaggio interessante e alto, sono le nostre radici la nostra cultura, poi è ovvio che ogni generazione ha il proprio modo di esprimersi, ma Dario era avanti vent’anni quando scriveva queste canzoni, almeno questa è la mia opinione.

Hai citato i francesi, tornando alla copertina del disco, quel titolo scritto anche in francese stringe l’occhiolino alla Francia?

Si, perché il nostro obiettivo è quello di portarlo all’estero, l’abbiamo fatto con la Svizzera e vogliamo farlo anche con la Francia, l’uso del francese è quindi un modo di allargare il campo, avrei voluto farlo in tre lingue però il francese mi sembrava fosse una scelta divertita. Non dimentichiamoci comunque, che la Warner è una multinazionale, per cui, potrebbe distribuirlo in Italia ma potrebbe farlo anche in altri paesi. Vediamo intanto come va in Italia … nel caso il prodotto è già pronto anche per il mercato estero. Attenzione poi, il digitale in questo aiuta, è vero che esiste il cd fisico, però il digitale può veramente girare il mondo sena limiti, la stessa cosa ad esempio m’è capitata quando ho lavorato sul repertorio delle canzoni francesi, i miei adattamenti in italiano di Boris Vian, Serge Gainsbourg, ecc. hanno avuto successo anche all’estero.

Vero, hai appena chiuso il ciclo con il disco dedicato a Renaud.

Si, anche con Renaud che tendo sempre a dimenticarmi … ma perché agli italiani non piace Renaud, non gliene frega niente di Reanud ed è un peccato, perché è uno degli ultimi maledetti e poi è veramente simpatico, il suo è un mondo di periferia e io sono un ex ragazzo di periferia.

Lo ami perché in fondo ti somiglia?

Beh, si, io vengo da lì, sono un ex ragazzaccio (ride)

Giangilberto Monti - Foto di Daniele Poli


Tornando al disco omaggio a Dario Fo, nel restringere la scelta a questi sedici titoli, qual è il brano cui ti sei più affezionato?

A me piace molto “Hanno ammazzato il Mario” perché è una storiaccia di malavita, sembra un film in bianco e nero di Rossellini, ricorda quel mondo lì, quella Milano, un’Italia che si ricostruisce, certo è una malavita antica, che non c’entra niente con quella di oggi, una malavita ancora con dei valori se così si può dire, con degli oneri e degli onori, non so come dire … però è un mondo che mi ha colpito. Poi certo c’è “Ho visto un re”, per la quale ho ripreso l’arrangiamento realizzato con Elio e le Storie Tese, quella canzone l’avevo già cantata con Elio in un mio disco di qualche anno fa che si chiama “Comicanti.it” (2009 – ed. Carosello Records) riportandolo però in ambito jazz, come vedi sperimento ancora … Poi a me piace molto “Stringimi forte i polsi” che è un lento, uno slow, sembra “Strangers in the night” (ride), è un evergreen un classico, ho fatto finta di fare Frank Sinatra da piccolo però comunque è venuta carina, ci sta … Ma c’è anche il dialetto, attenzione, io uso il dialetto milanese …

Per fortuna, rischia quasi l’estinzione …

Eh no, non si può, io ho abitato sessant’anni a Milano non è che sia poco (ride) Il dialetto è importante, pensa che Dario mi diceva sempre che il dialetto aiuta anche a recitare, ti aiuta tantissimo, tant’è vero che il suo grammelot è un insieme di dialetti che davvero aiuta moltissimo.

C’è, invece, una canzone che più di altre hai faticato a rendere tua?

La canzone più difficile in assoluto è “Prete Liprando e il giudizio di Dio”, è stato un disastro, prima di tutto il trovare un modo di farla che fosse originale, è stato per me come prendere una laurea, perché avevo si dietro dei musicisti doc, cinque jazzisti bravissimi, ma avevo sempre in testa il ricordo di Jannacci. Mi sembra alla fine di essere riuscito a fare un buon lavoro, però non sono io che posso dirlo, sarà la gente che ascolta, gli appassionati, il pubblico a dirlo. Comunque ho faticato davvero tantissimo con quella canzone, ho fatto diventar matti sia i musicisti sia il fonico.

A proposito di gente che ascolta, vorrei chiudere chiedendoti come presenteresti questo tuo nuovo progetto musicale ad un potenziale ascoltatore che magari neppure ti conosce, perché dovrebbe ascoltare questo disco?

Beh, perché sono storie belle, che fanno bene al cuore, è un modo di ascoltare la musica un po’ all’antica, c’è una grande attenzione al suono, una musica alta, rappresenta le nostre radici, è come leggere un classico, è un po’ come se ti piacessero i gialli e leggessi Agatha Christie piuttosto che Sherlock Holmes, come quando leggi “Guerra e Pace” o leggi Dostoevskij o l’Odissea. Direi che ascoltare le canzoni di Fo ci aiuta in qualche modo a capire meglio ciò che ascoltiamo oggi, tenendo presente che Dario Fo è stato un artista che non ha mai smesso di cavalcare l’attualità fino all’ultimo, l’ascolto delle sue canzoni è un’educazione, questo almeno per me.

Speriamo lo sia per tutti.



venerdì, febbraio 01, 2013

Intervista a Federico Sirianni


di Fabio Antonelli

Il cantautore genovese Federico Sirianni, a distanza di cinque anni dal suo precedente lavoro discografico intitolato “Dal basso dei cieli” (uscito a gennaio del 2007), è appena tornato in campo con un nuovo importante disco che vede la collaborazione con lo Gnu Quartet, che ne ha curato gli arrangiamenti. Sentite cosa mi ha raccontato in merito. 




“Nella prossima vita” è il titolo del tuo nuovo disco dove, pur sembrando che nulla cambi rispetto ai precedenti, in realtà tutto cambia, in barba ai principi di “gattopardiana” memoria. Mi spiego meglio, se i tuoi precedenti dischi erano ricchi di alcolico spirito qui, ne troviamo altrettanto, ma di altra natura, ben più maturo. Battuta a parte che dici di questa mia chiave di lettura?

Al di là della questione alcolica che, tutto sommato, era un labile contorno all'ambientazione delle storie che raccontavo, penso che questo disco sia profondamente diverso dai precedenti, per tanti aspetti. Innanzitutto perché la scrittura dei quarant’anni è diversa da quella dei trenta e, così deve essere, se no ci sarebbe da preoccuparsi, perché la vita e i suoi avvenimenti influiscono ancora di più in maniera fondamentale, ci sono margini d'errore sempre più esili, le possibilità diminuiscono. La tendenza a guardarsi dentro è forte. Per quel che mi riguarda, ho quasi del tutto abbandonato lo stratagemma che mi consentiva di parlare di me attraverso le storie degli altri, ho iniziato semplicemente a raccontare in prima persona. Questo per quel che riguarda la scrittura. Poi c'è la musica, ovviamente.

Già, c'è la musica e ci sono gli Gnu, tanto che in copertina compaiono entrambe le componenti, quanto gli Gnu hanno influenzato musicalmente il disco che, diciamolo subito, è suonato da Dio.

Grazie, sono contento che ti piaccia.
Gli Gnu non sono stati semplicemente gli arrangiatori di questo disco, ma hanno rappresentato una parte fondamentale del progetto. Volevo che il loro modo di suonare influenzasse fortemente le mie canzoni, ma anche che le mie canzoni suggerissero loro spunti e pensieri. Non è stato un lavoro facile, per trovare la quadra giusta abbiamo impiegato tempo, fatica e sperimentazione. Mi piace dire che gli Gnu hanno preso le mie canzoni che nuotavano serene in un fiume e le hanno riportate al mare, anzi all'oceano.

Il disco, oltre che intitolarsi "Nella prossima vita", inizia proprio con la title-track, perché proprio questo titolo e questa scelta, non sono così comuni come potrebbe sembrare?

So di essere un po' anacronistico, ma sono ancora di quelli che vedono il disco come una specie di opera completa, con un inizio e una fine. So bene che la fruizione della musica è molto cambiata, le canzoni sono prese qua e là, decontestualizzate e sistemate in personali playlist. Quando però decido di mettere mano a un disco, per me esiste un'architettura definita in cui le canzoni tracciano un sentiero. "Nella prossima vita" è un concetto che, soprattutto negli ultimi anni, ho molto a cuore, anche in termini, come dire, metafisici, ma non solo. Circa tutto il disco è permeato da un senso di possibilità che vengono a mancare, più si va avanti negli anni meno tempo si ha per progetti nuovi o grandi cambiamenti. Mi piace pensare che ci sia una "prossima vita" per riuscire a colmare le lacune di questa.

Procediamo allora secondo progetto e, perché siamo in periodo elettorale, permettimi un’altra battuta, se con “Nella prossima vita” e i versi conclusivi “E al giudizio divino andrà assolto per legittimo impedimento” mi hai fatto subito pensare a Berlusconi, con i versi iniziali della seconda canzone “Vuoi” in cui canti “Vuoi le mie mani / vuoi il mio denaro” ho pensato ti riferissi a Monti, in realtà è una canzone con un tema più alto, pienamente nei solchi filosofici di questo disco no?

E' evidente che la frase sul "legittimo impedimento" sia di facile attribuzione. Monti invece non c'entra con "Vuoi" anche se, adesso che mi ci fai pensare, potrebbe essere un referente azzeccato. "Vuoi" è un piccolo sfogo nei confronti di tutti quelli che, intorno a te, per i motivi più vari, non esitano a chiederti qualcosa, dal semplice denaro, al tempo, all'essere come ti vorrebbero o vedrebbero loro, senza pensare, né a chi sei realmente, né, tantomeno a restituire nulla di quanto pretendono. Sono molte le persone di questo tipo.

In "Quando la sera verrà", una sorta d’intensa preghiera, si può dire che per ben cinque volte invochi il Signore, è forse un ravvedimento sulla via di Damasco? Ci sono molta spiritualità in questa canzone e altrettanta disperata umanità, sei d'accordo?

Si, hai ragione. Spiritualità e disperata umanità, come le definisci tu, sono aspetti presenti in questa canzone, ma anche in numerosi altri passaggi del disco. Non so sinceramente se si possa parlare di ravvedimento o d’illuminazione, sono sempre stato vicino al concetto di "preghiera", affascinato da molte iconografie religiose, suggestionato dal linguaggio biblico. In questa canzone c'è una preghiera sommessa, lancinante, sì, disperata. La preghiera come salvezza da uno stato di malessere che t’inghiotte nei suoi inferni.

Per cercare di uscire da questo stato di malessere, di dare una risposta a questa estenuante esigenza di spiritualità ci sono molti modi, in "Dimmi chi sei", mi sembra che tu voglia proprio riferirti a certi tipi di risposte "facili", è così?

“Dimmi chi sei" è una domanda facile, la cui risposta è invece molto complicata. A cominciare da me stesso naturalmente. Ho messo in versi un po' di esempi, affetti, conoscenze, che si sono manifestate ognuna con le proprie decine di sfumature e sfaccettature. Forse è davvero una domanda impossibile. Ecco, i luoghi oscuri delle persone sono un altro aspetto dell'esistenza che mi affascina molto. In "Dimmi chi sei" credo siano descritti diversi luoghi oscuri dell'animo umano.

Giunti a questo punto, mi permetto uno scarto sequenziale, vorrei unire in unico discorso due brani, il successivo "La stanza cinese" e "La neve nel bicchiere", perché mi sembrano rappresentare una nuova via orientaleggiante del Sirianni maturo, non dico solo musicalmente, ma soprattutto in senso filosofico e spirituale. Sono entrambi grandi pezzi, anzi "La neve nel bicchiere" penso sia in assoluto il pezzo più alto dell'intero disco, che mi dici?

Si tratta di due canzoni cui sono particolarmente affezionato. Intanto, musicalmente, vedono la presenza, oltre agli Gnu, di un pianista giovane e straordinario, Michele Di Toro, che ha dato a questi brani l'atmosfera perfetta.
"La stanza cinese" è qualcosa che sta a metà tra il sogno e l'incubo, un'attesa strana di qualcuno che forse non arriverà mai o addirittura non esiste, un fuoco purificatore che ammanta la stanza, il suo ospite e i suoi fantasmi.
"La neve nel bicchiere" è invece una canzone che segna un momento importante di cambiamento, di rinascita. Ho voluto ambientarla in una sorta di giardino giapponese di fine inverno, con i passi sulla neve e i primi fiori che sbocciano.
Amo moltissimo la musica orientale, una conoscenza che devo anche a una violinista giapponese molto brava, Mayumi Suzuki, con cui ho avuto il modo e la fortuna di collaborare.

Riprendendo il cammino, troviamo una canzone, "Nato sfasciato", che sembra voler interrompere un po' quest’aria seriosa del disco. E’ piena d'ironia già dal titolo che, può essere letto come condizione in fondo comune a chiunque stia per nascere e quindi non ancora in fasce, ma anche sfasciato nel senso di "sfigato" . Quell'"angelo usato" di "nome Pilato", oltre che idea geniale, mi sembra eloquente. Non incazzarti però, se ti dico che quando canti "Ma sono vivo, bevo e canto le canzoni ..." mi ricordi un po’ Vinicio ...

Non voglio parlare di Capossela o qualsivoglia ipotetico riferimento, argomento che trovo noiosissimo e inutile. "Nato sfasciato" è una canzone che sembra divertente, ma racconta il disincanto di una vita "normale" annegata nelle difficoltà quotidiane. Un personaggio "normale" che diventa patetico nel non sapere o volere affrontare i mostri che lo assediano, in forma di banche usuraie e assassine, datori di lavoro spietati. Si rifugia in una sorta di arroganza ingenua, parossistica, canta, beve, va a donne mentre la terra sotto i suoi piedi si sgretola e il suo angelo indifferente lo lascia affondare giorno dopo giorno.
A questo punto del disco c’è una breve traccia puramente strumentale a firma Edmondo Romano – Federico Sirianni, io non credo mai nella casualità degli eventi, perché hai voluto inserire questa traccia “senza parole”?

Perché a metà cammino avevo bisogno di un momento di respiro. “Sospesa”, magistralmente arrangiata e suonata da Edmondo con una dozzina di strumenti a fiato, ferma per un attimo un flusso di parole molto sostenuto, le fa sedimentare riprendendo il tema di “Nella prossima vita” come se fosse, appunto, sospeso. Per me è un passaggio molto importante del disco.

Si riprende con "La mia Madeleine", qui è invece l'amore a fare capolino, un incredibile bisogno d'amore, da stringere fra le braccia, è davvero difficile trovare una canzone sotto tono in questo disco, anche questa è tra le mie preferite ...

Sai, quando si pubblica un disco ogni quattro o cinque anni, si fa una buona scelta di materiale...
In realtà "La mia Madeleine" è una canzone sul tema del ricordo. Ricordo che contempla ovviamente gli amori che sono transitati più o meno violentemente nell'esistenza. In questo pezzo, come in un altro paio, c'è la bellissima chitarra del grande Paolo Bonfanti. E' una canzone che ha i crismi della "ballad" americana, genere che amo moltissimo.

Quindi è più una canzone sulla nostalgia dell'amore, dell'amore passato?

Non solo sull'amore, anche su suggestioni più o meno lontane. Il ricordo di un pianoforte da una finestra in un pomeriggio estivo quando, da bambino, tenevo la mano a mia madre mentre si andava al mare, certi momenti da giovane universitario con davanti tutta un'esistenza di possibilità e poi, certo, la nostalgia di amori che porto tuttora con me, che mi hanno fatto male e cui ho fatto male, le lettere scritte ancora a mano e cose del genere.

E’ il momento di "Appollaiati stanno", storia di figure losche come avvoltoi che ci riportano al Sirianni più "classico" quello che ama il racconto, anche quando magari la storia che vai a raccontare ha poco di sereno, è così?
Si, è vero, "Appollaiati stanno" è una canzone un po' old style. Ci sono cascato di nuovo, dannazione! In realtà è una canzone d'amore, molto dura, ma di grande e disperato amore, un amore che porta il protagonista della storia a passare le notti tra i pusher peggiori della periferia torinese per procurare l'eroina alla sua donna in astinenza.

Per fortuna l'amore a volte assume un volto più rasserenante, quasi "puro" come quello cantato in "L'anima di Dio", brano tra i più gioiosi del disco senza dubbio. Quanto c'è di te nello spirito che aleggia in questo brano?

Tutto, c'è tutto di me. C'è il senso della meraviglia, dell'incanto, della grandezza dell'amore. A questo punto, però, ti faccio io una domanda a proposito di riferimenti. La struttura totale di questa canzone, arrangiamento e cori compresi, è un esplicito omaggio a un gigante della canzone d'autore, chiamiamola così. Chi?

Cohen?

Sai fare il tuo mestiere, amico mio!
Era tanto che volevo scrivere e cantare una canzone ispirata al vecchio grande Leonard, con gli archi, i cori e tutto il resto. E questa mi sembrava giusta. Che ne pensi?

La stavo riascoltando ora, stupenda, perché capace di affrontare tematiche profonde con squisita leggerezza, certo che dopo il tuo commento su di me è meglio chiudere qui, non vorrei rovinare tutto con le ultime due canzoni …

No, procedi pure che siamo quasi alla fine …
"Ondanomala", con le sue sonorità elettriche e dure e il suo testo un po’ apocalittico, mi sembra voglia affrontare il tema del castigo divino, un qualcosa che è certamente insito nella mente dell'uomo, che mi racconti di quest'”Ondanomala”, titolo che mi ricorda un po’ quello del tuo primo disco.

Il primo disco si chiamava “Onde clandestine” ma sai, per noi che arriviamo dal mare, le onde sono di casa.
In realtà in “Ondanomala” ho voluto mettermi nei panni di uno di quei predicatori da setta evangelica che, utilizzando il loro talento cialtronesco e imbonitore, truffano centinaia d’ingenui fedeli. Alcuni anni fa, quando tornavo a casa, la sera tardi, prima di addormentarmi, mi sintonizzavo su una televisione evangelica che trasmetteva le convention di un predicatore americano, Benny Hinn, mi sembra si chiamasse, straordinario nella sua cialtroneria. Si portava dietro l'orchestra, il coro gospel e, nelle prime file, alcuni suoi seguaci che si fingevano zoppi, storpi, gobbi. E lui a un certo punto li toccava e li guariva nel tripudio generale. Un genio del male. Giuro che se il mestiere di cantautore mi va definitivamente a rotoli faccio il predicatore!

Sono sicuro che sapresti convincere moltitudini di persone. In fondo, a rileggere gli ultimi versi della conclusiva “La rosa nel cielo”, quando canti “Non ci saranno più sguardi di stalattite / non ci saranno più vetri nell'acquavite / Quando vedremo che comincerà il disgelo / Quando spunterà una rosa nel cielo", mi sembra di scorgere già un qualcosa di profetico.

Sarebbe bello. E' una canzone di grande speranza. Purtroppo la quotidianità ci spinge sempre di più verso un cinismo cupo, un disincanto sempre più profondo, viviamo in un'epoca di straordinaria decadenza culturale e morale, la politica è una melma puzzolente e ributtante che si specchia nella propria vergogna, nella propria arroganza, dimenticando ogni minima idea di "valore". Ogni tanto capita di vedere una rosa nel cielo, e quel momento è importante goderselo fino in fondo, finché questa lunghissima notte non lasci campo a una stagione nuova.

Dopo queste parole di speranza potremmo anche chiudere qui quest'intervista in cui mi pare di aver sviscerato, anzi quasi sezionato in pezzi, il tuo disco. So però che il disco è arrivato alle stampe, anche grazie a un artista come Giangilberto Monti, che ho appena intervistato in occasione dell’uscita del suo “comicanti.it”, com'è nato questo vostro sodalizio artistico?

Si, qualche ringraziamento finale ci sta. Giangilberto aveva già prodotto il primo disco, ci siamo incontrati di nuovo ed è stato fondamentale, sia per quel che riguarda la produzione esecutiva, sia per alcuni suggerimenti artistici che hanno in diverse occasioni disincagliato la nave dagli scogli. Poi c'è Fabrizio Chiapello, il mio alter-ego di studio che mi ha seguito con affetto e pazienza per quasi tre anni nei miei sbandamenti, entusiasmi e momenti difficili e, oltre agli Gnu, tutti i musicisti che hanno suonato nel disco, con una menzione speciale per le percussioni del grande Vito Miccolis.
E poi c'è Egea, grazie cui il disco è nei negozi, e di questi tempi non è roba da poco.



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