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giovedì, ottobre 03, 2019

Se cercando Hotel California, ti imbatti in Hotel Bella Italia…


di Fabio Antonelli

Dal 27 settembre, su tutte le piattaforme digitali e su Youtube, è disponibile Hotel Bella Italia di Marco Ongaro, singolo prodotto da Gandalf Boschini per l’etichetta D’autore/AzzurraMusic, la versione italiana di Hotel California degli Eagles, canzone che nel 1977 riscosse un successo planetario nella rappresentazione disillusa delle generazioni rock che registravano il crollo dei sogni libertari e pacifisti del decennio precedente, incuriosito da questa scelta dell’autore ho voluto intervistarlo.



Venerdì 27 settembre è uscito Hotel Bella Italia, un nuovo singolo, prodotto da Gandalf Boschini per l’etichetta D’Autore/Azzurra Music, ancora una volta si tratta di una traduzione ma questa volta non da Leonard Cohen bensì dagli Eagles, perché l’originale non è che la celeberrima Hotel California. Si può dire che abbiamo uno spostamento geografico cui segue, in un certo senso, anche uno spostamento temporale?

Certo che sì. Quando ho sentito l’impulso di tradurla mi interessava innanzitutto il senso del testo: questa visione gotica della realtà, un po’ tra il film horror anni Ottanta e una distopia da realtà parallela, inspiegabile eppure così vicina a noi. Volevo che chi non ha dimestichezza con l’inglese cantato potesse capire al volo la canzone, questo è sempre il primo movente delle mie traduzioni. Nel tradurla mi sono reso conto che non avrei potuto lasciarla in California, uno stato che ci dice poco, in una nazione da cui ci separa un oceano. È stata l’universalità del tema a convincermi che dovevo avvicinare l’ambientazione alla nostra posizione geografica. Niente di esotico se non il significato intimo, imprendibile. Nel farla venire in Italia, mi sono reso conto che il brano uscito l’8 dicembre del 1976 subiva un’improvvisa attualizzazione. I fisici lo sanno che lo spazio e il tempo sono strettamente connessi.



Il video che accompagna il singolo, per altro molto bello, è nato da una tua idea o del tuo produttore? Dove è stato girato per l’esattezza?

La sceneggiatura del video è del videomaker Oscar Serio. L’idea di girarlo è stata di Gandalf Boschini, l’idea di tradurre la canzone è stata mia. Un pomeriggio andando nel mio studio canticchiavo la canzone degli Eagles, avevo voglia di impadronirmene meglio, la sentivo vicina ma non abbastanza. Mi è successa la stessa cosa con La canzone dello straniero di Cohen, un brano che mi canticchiavo da trent’anni nella testa e che ho sentito a un certo punto fosse arrivata l’ora di cogliere completamente. Quando mi capita questo, di solito traduco la canzone per cantarmela in italiano. Il video è stato girato a Verona, tra le colline soprastanti e il Due Torri Hotel, un rinomato cinque stelle. 

Pur avendo visto più volte il video, non tutto m’è chiaro, ma la stessa ambiguità o per lo meno molteplicità di interpretazioni possibili, appartiene anche al testo, sia nella versione originale inglese, sia in questa tua traduzione e attualizzazione. E' forse nascosta qui la chiave di lettura di questo grandissimo successo mondiale?

L’ambiguità, a dir poco, del testo è il segreto della sua longevità, unita a un giro di accordi avvolgente e magnetico. Il video, con l’interpretazione di Jesusleny Gomes, offre un’ulteriore chiave di lettura, che non intendo analizzare per lo spettatore. Amo pensare che questi differenti stimoli di senso arricchiscano l’insieme. Non mi piacciono le cose troppo spiegate. Chi ascolta la canzone e vede il video è esposto a un fascio di impressioni sufficientemente denso. Può capire quello che volevano dire gli Eagles, più quello che volevo dire io attraverso il loro testo, più quello che la musica evoca nella mia versione evocata dalla loro, il tutto shakerato nelle immagini di un piccolo film che segue gli schemi del thriller. Ne ho fatto un singolo perché era già così intensamente significante da non tollerare alcuna compagnia.

Tradurre è per te anche tradire? Quanto hai tradito in questo caso specifico l’originale?

Tradire è una necessità per rendere al meglio il senso ultimo di un testo straniero. Ciascuna lingua sopporta solo se stessa, le si deve dunque pagare un pedaggio doganale a ogni passaggio. Solo nel ritornello ho operato una scelta discostandomi dall’originale, portando in Italia quanto si trovava in California, o in Baja California, Messico. Ho arricchito lievemente anche la ridondanza originale sul bell’aspetto dell’hotel rimarcandone invece la categoria, cinque stelle appunto. Il resto è di una fedeltà al di sopra di ogni sospetto. Anche quando porto la Mercedes verso la Porsche, lo faccio solo per aderire a doppi sensi erotici presenti nel gergo dell’originale. Le gemme della cannabis, colitas, diventano sbuffi di marijuana, il paradiso diventa “cielo in una stanza”, altro avvicinamento alla cultura italica che offre in più la connotazione del bordello. Insomma, ho fatto il mio porco lavoro.



Concludo con una domanda che vuol essere una battuta, in Menelao la bella Jesusleny Gomes giocava a sedurti, qui la vediamo in dolce attesa e con una bella pancia, nel prossimo singolo ti vedremo cantare una dolce ninna nanna?

Lascia che ti dica che non sono il padre, anche se il bambino si chiamerà Marco. Non c’entro proprio. Ma il progetto del prossimo video con il neonato è già stato suggerito dall’amica Jesusleny, cui non manca certo il dono dell’ironia. Omnia munda mundis.



venerdì, ottobre 26, 2018

Il fantasma baciatore, l’evoluzione oltre l’incorporeità internettiana


di Fabio Antonelli

Marco Ongaro è un cantautore, poeta e scrittore italiano, nonché autore teatrale e librettista d'opera. Nella sua pagina di wikipedia campeggia questa sua citazione: «Quale direzione prendere? E quando? La scelta è chiara: entrambe, sempre» tratta dal suo saggio Psicovita di Niki de Saint Phalle. L’ho voluta riportare qui, giusto per definirne la complessità. A due anni esatti dal suo ultimo disco Voce, (2016 - D'autore/Azzurra Music), ecco arrivare un nuovo progetto dal titolo Il fantasma baciatore (2018 - D'autore/Azzurra Music). Ce ne parla approfonditamente in questa intervista.

Cover cd IL FANTASMA BACIATORE


Sarà la mia passione per la fotografia ma sempre, guardando la copertina di un disco, mi domando perché sia stata studiata così, allora ti esprimo subito alcune mie curiosità. La dominante blu notte evoca per caso una natura più notturna delle canzoni di questo nuovo lavoro? L'immagine di te che suoni il pianoforte è ripresa allo specchio, c'è forse un gesto narcisistico dell'autore, un compiacimento del livello di maturità stilistica e contenutistico raggiunto in questo ultimo disco? Quanto c'è di te in quel Fantasma baciatore che sembra essere l'anello mancante dopo il Salvatore delle donne tristi e Il sostegno alle massaie?

Lo specchio in realtà è quello del piano, la mia immagine è riflessa nel mio pianoforte mentre lo suono, cosa avvenuta nell'album precedente, Voce, ma non in questo, dove ad accompagnarmi ci sono fior di musicisti e le canzoni sono state tutte scritte alla chitarra. Ma poco importa, giacché il Fantasma è un doppio, viene dall'altra dimensione, quella speculare, visibile ma intangibile. Se tocchi la superficie del pianoforte in corrispondenza della mia testa non senti la mia carne, senti la lacca dello strumento. Se tocchi la copertina senti la carta. Lo specchio era nero come la lacca del piano. Virarlo in blu è stratagemma unificante che dalla notte coglie l'aspetto fantasmatico dei sogni quanto dei desideri. La mano in primo piano è quella dell'autore che suona il piano, ma l'autore nel disco non lo suona, dunque è l'immagine di un'immagine ectoplasmatica come qualunque copertina in fondo si riduce a essere. In questo caso la mise en abyme era troppo invitante per resistere: il fantasma è là, dentro al pianoforte, è pura immagine. Lo si può intravvedere, ma soprattutto sentire (con l'ascolto). Il Fantasma baciatore è l'evoluzione naturale del personaggio creato con Il Salvatore delle donne tristi, che già derivava dal Landru di Archivio Postumia e si proiettava nel Sostegno delle massaie di Canzoni per adulti. Nessuna opera è compiuta, questo permette all'artista di continuarla finché vive, pescando dai propri discorsi per continuare la narrazione. Il Sostegno delle massaie collocava il Salvatore nell'ambito della prestazione sindacalmente inquadrata. Il Fantasma baciatore entra in una dimensione parallela, impalpabile, una presenza senza pretese, un aiuto forse immaginato, una speranza oltre l'incorporeità internettiana.

Nel rispondermi hai citato ben quattro tue canzoni, percorrendo circa vent'anni di canzoni (perché quel gioiello di Archivio Postumia è stato pubblicato nel 2005 ma nasce nel 1990, da due lavori distinti, a dire il vero). Spesso le canzoni di valore attraversano indenni il passare del tempo, anche quando sono solo degli abbozzi, mi riferisco a Star Strek, il brano che chiude il disco, di cui vorrei parlassi per primo, per sovvertire l'ordine delle cose ma soprattutto perché personalmente mi ha commosso da subito, uno di quei brani che ti si infilano subito sotto pelle, risalgono al cuore e allora sono guai... Non te ne liberi più.



La canzone nasce dalla semplicità di una poesia catalogo, la forma più elementare di poesia che però in buone mani può sortire effetti sorprendenti, in questo caso le mani da cui l'ho presa, e rimaneggiata in sua compagnia, sono quelle del poeta Nicola Saccomani, già frontman dei Ratatuja che vinsero Arezzo Wave nel 1997. La sua umoristica desolazione, la grottesca dignità dell'uomo sfiduciato eppure resiliente all'amore si è unita nell'elenco alla mia ossessività per il dettaglio, puntando a creare in effetti una sorta di correlativo oggettivo che esprime il clima da smantellamento con cui il brano chiude il disco. La farmacia dell'ultima strofa, pensata nella vita e nella testa di Saccomani, per me non è lontana da quella in cui Mick Jagger incontra Mister Jimmy in You can't always get what you want. Un'idea di benessere conservato al prezzo dell'invasione degli alieni, il tempo sfasato dall'arredamento e dall'equipaggio dei venditori di medicine: una non soluzione all'elenco di cose presenti in casa a rappresentare quelle mancanti nella vita. Una non soluzione è meglio di qualsiasi soluzione. Magari una soluzione al 70%. 

Torniamo, se sei d'accordo, al concetto che nessuna opera può dirsi mai compiuta per analizzare meglio due canzoni Menelao e Paride, che chiudono il cerchio ideale con Elena, canzone già inserita nel tuo penultimo disco Voce. I personaggi di questa epica vicenda sono evidentemente tre, come tre sono le canzoni, ma in fondo è sempre solo lei il vero soggetto, il fulcro di tutto, sbaglio?

Non sbagli, è lei, Elena, l'unica, la regina che ha tutte le colpe e niente a discolpa, quindi è innocente. Non ha neanche responsabilità per la sua bellezza, che Gainsbourg definiva "la sola vendetta della donne". I vari punti di vista vengono esaminati nelle tre canzoni, sebbene quello di Elena, nella canzone eponima, sia osservato in terza persona. La bellezza non può essere vista dal suo interno, nemmeno da colei che ne è portatrice: per avvertirla ha bisogno di specchi, e comunque di vedersi da fuori. Il marito Menelao ha osato troppo sposandola, la bellezza non si può sposare se non a prezzo altissimo, e il rischio di svilirla è immenso. Paride l'ha rapita, cioè l'ha fatta innamorare, vittima egli stesso di una bellezza che comunque non può possedere. La bellezza fa infuriare e fa perdonare. Il grande equivoco, quando c'è di mezzo la bellezza, è l'amore. Si può considerare tale il desiderio di possedere la bellezza? Di tenerla per sé? O di conservarla su di sé? La bellezza può essere una grande corruttrice, va trattata con cautela, richiede un equilibrio da illuminati.

Abbiamo parlato di Menelao, non posso non chiederti del video che è stato realizzato per promuovere il brano, realizzato da un ottimo Oscar Serio con la straordinaria partecipazione della splendida Jesusleny Gomes. Come mai nel realizzare un videoclip è stato scelto proprio questo brano e com’è nata l'idea di realizzarlo così?

Ogni tanto sfrutto la fortuna di pubblicare per un'etichetta discografica, Azzurramusic, che ha un fondatore e leader, Marco Rossi. Nell'ascoltare il master per decidere la pubblicazione, gli ho chiesto due cose che ci tenevo fosse lui a stabilire, è bello che qualcosa del proprio lavoro sia deciso da qualcun altro. Un punto di vista esterno e professionale. Le due questioni riguardavano il titolo dell'album, che lui ha scelto opportunamente dalla terzultima traccia, e quale canzone fosse indicata per il video, da lui individuata in Menelao. Sono stato d'accordo su entrambe le scelte. La sceneggiatura del video è del suo realizzatore, Oscar Serio, con cui già girammo a Parigi il clip di Essi vivono. Jesusleny Gomes è un'amica imprenditrice che stimo molto. Ha fatto il cammino di Santiago da sola due volte e l'anno scorso ha percorso a piedi il Veneto incontrando gente in tutti i Comuni, un'impresa che la colloca tra le più interessanti figure integrate nel panorama sociale italiano pur non avendone la cittadinanza. Bellissima e molto spiritosa, già si era appassionata alla canzone Elena del precedente cd, nella quale un po' civettuola si riconosceIl suo senso dell'umorismo le ha permesso di interpretare l'Elena della mia Menelao con la giusta dose di ironia. I suoi trascorsi di modella si sono riaccesi per un attimo nel ruolo dell'irresistibile cui il marito resiste. Non ho sbagliato a chiedere a lei: in questa pantomima che rievoca un po' le scaramucce alla Mondaini/Vianello, ha dosato una perfetta miscela di squisitezza, innocenza e nonchalance.



Le donne, ancora una volta, sono le grandi protagoniste delle tue canzoni, che si tratti delle amanti desiderate e amate "Anche se rispetto ad altre arrivano seconde" o di donne quasi ossequiosamente dipendenti dall'uomo, che ostenta sicurezza sapendo che "Non le importano i divi le scarpe il paté A lei importa soltanto di me". Certe donne si amano e Non le importa, le due canzoni che aprono il disco, come sono nate? Quanto attingono al proprio vissuto?

Va sempre tenuto conto dell'ironia, soprattutto nel caso del secondo brano.
Come spiego nelle note di copertina, il testo di Non le importa prende spunto da My Baby Just Cares for Me, brano del 1930 di Gus Kahn su musica di Walter Donaldson, ascoltato nella toilette di un ristorante a Montparnasse nella versione di Frank Sinatra. Il ritratto in terza persona di una donna da parte di un osservatore esterno mi ha rimandato automaticamente nell'immaginario a She belongs to me di Bob Dylan. In quella canzone però lei era speciale e distaccata, imprendibile e artistica, qui invece più che una descrizione della donna c'è una descrizione bidimensionale del protagonista che la canta. Convinto un po' come l'eroe di Non è Francesca di Mogol che lei viva per lui, non con la stessa disperazione sommersa ma con un attacco di maniacalità non meno grave, il protagonista se la racconta un po' e non sapremo mai se effettivamente le cose stanno come lui dice. L'insistenza sull'assolutezza di quell'amore univoco pone riserve istantanee con un tono che a me suscita ilarità, allegria. È bello essere del tutto convinti di qualcosa, è già un premio. In Certe donne si amano l'ironia c'è ma in misura ridotta. Il problema della donna che arriva cronologicamente prima di un'altra e per questo dovrebbe vedersi dedicato tutto l'amore per sempre è questione in cui già s'ingamberava Molière nel suo Don Giovanni. Vale per le donne come per gli uomini: non esiste soluzione alle scelte in amore, per questo ho messo all'inizio questa canzone. Si sbaglia sempre comunque e l'errore potrebbe portare fortuna. C'è una lista infinita di possibilità lasciate inesplorate, e a esse il brano è dedicato. Quanto attingono al mio vissuto? Basta pensare una cosa e diventa parte del proprio vissuto. Nella vita ci sono più pensieri che azioni. Anche se sono sempre un po' gli stessi, come peraltro le azioni.

Ci sono altri elementi che ricorrono ormai sempre più frequentemente nei tuoi dischi e che apprezzo molto, data la mia poca dimestichezza con la lingua inglese, sono le traduzioni di canzoni di altri, ancora una volta c'è l'amato Cohen con la sua famosa The stranger song qui diventata La canzone dello straniero, troviamo Simpathy for the devil dei Rolling Stones che si trasforma in Comprensione per il diavolo e infine i Dire Straits con la loro Romeo and Juliet, qui Romeo e Giulietta. Quest'ultima traduzione credo sia stata quasi una conseguenza logica dopo tante tue attività legate al capolavoro shakespeariano, ma forse anche la più difficile da rendere in italiano oppure quale tra le tre è stata la più ardua? Quale quella che ti ha lasciato più soddisfatto?

Sono tre storie diverse e questo è il bello. Comprensione per il diavolo è un atto d'amore per i Rolling Stones e per una delle loro canzoni più efficaci. Non facile da tradurre per la ritmica serrata e il numero di tronche che la lingua inglese permette e l'italiano mal sopporta. Il trucco è essere fedeli allo spirito sfuggendo alla letteralità, richiede innanzitutto una buona comprensione del testo che si va ad adattare. Se lo si è ben interpretato, poi le parole giuste vengono. Insegno songwriting al CSM College di Verona, e l'esperienza mi ha mostrato che chiunque abbia gli strumenti tecnici indispensabili, partendo dallo stesso testo, se l'ha ben capito, trova un'infinità di soluzioni individuali per tradurlo restando fedele a quello che dice l'originale. Ho fatto tradurre la Ballad of absent mare di Cohen ogni anno e ogni anno allievi diversi hanno trovato diverse soluzioni per dire le stesse cose. Le possibilità sono quasi infinite. La canzone dello straniero di Cohen, che nel disco è suonata con maestria alla chitarra dall'amico Max Manfredi, è quella che ha richiesto maggiore impegno a livello esegetico, uno sforzo superiore in principio per decifrarne le nuanceRomeo e Giulietta dei Dire Straits è il risultato di un compito che ho dato alla mia classe di songwriting due anni fa. Non do mai un compito che io non possa eseguire. Mentre loro lavorano, lavoro anch'io. Alla fine ho integrato il mio testo con quello dell'allievo Michele Gelmini, che aveva escogitato in alcuni punti delle soluzioni che ho ritenuto migliori delle mie, e l'abbiamo firmato insieme. Un lavoro di bottega, come si usava nel Rinascimento. Tutte e tre le traduzioni mi soddisfano, ciascuna per queste differenti ragioni, la soddisfazione è pari alla fatica compiuta. Tutto può essere tradotto, e ascoltare una canzone straniera comprendendone il senso è un regalo che non voglio rinunciare a offrire a chi mi ascolta.


In un disco dove il rock la fa da padrone c'è però spazio per una canzone più intimista come Irriconoscibile al mattino, la si può definire la canzone dell'amore nonostante tutto, nonostante la fatica, nonostante il tempo che passa?

È una canzone d'amore-passione, un sentimento che non ha a che fare con il tempo, quanto invece con l'attimo che tutto trasfigura. La passione che irrompe nella vita, se vogliamo, il pensiero speso per la persona amata perché non si può fare diversamente, il pensiero è monopolizzato. Quando si arriva tardi, dopo che sono passati altri, con gli altri ci si misura. Si arriva per ultimi e si punta a essere i primi, si punta a restare. Si spera di essere in grado di rimanere a dispetto dell'effimero intrinseco nella passionalità del sentimento. Niente di facile nel voler durare laddove l'attimo è ciò che maggiormente conta. Ciò che resta è il premio da conseguirsi costantemente nel concorso mai vinto del tutto, un concorso con prove d'esame continue, una lotta per essere sempre all'altezza unita al languore di abbandonarsi al fatalismo. L'amore-passione è una brutta bestia che quando manca fa sentire un vuoto e quando c'è riempie troppo.

Colgo l'occasione offertami dal parlar di concorsi e premi per affrontare l'ultima canzone di cui non abbiamo ancora parlato, Ciascuno ha il proprio festival, ironica riflessione sui tanti premi concorsi festival esistenti in Italia, i rancori per le esclusioni e magari il desiderio di rifarsi a proprio modo... Sai che i versi "Pagatemi e non vengo / Pagatemi e ci sono" mi ricordano un po' la morettiana questione: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” Un domani ci sarà un tuo festival? 

È vero, l'esempio di Moretti è incistato nell'archetipo dell'individuo che non sa come emergere con le proprie forze in un contesto sociale competitivo sebbene ludico. Invitati alle feste o invitati ai Festival, cambia poco. Una questione di visibilità. Essere ignorati è la cosa che pesa di più, per cui i festival proliferano, e sono interessanti a mio avviso soprattutto i direttori artistici, che nei festival trovano la loro visibilità tirannica, e i Patron, che nella fondazione di raduni su materie in cui talvolta non eccellono ottengono finalmente un riscontro a velleità in passato deluse. Uno non sa scrivere canzoni e fa un festival canoro, oppure sa scriverle ma non ha successo, e si fa il suo festival dove invita artisti di maggiore successo con una sorta di vampirismo bonario, il "positioning" che favorisce un'effimera illusione di luminosità personale. Trattasi spesso di riflessi che si spengono insieme ai riflettori. Non ho un mio festival e spero nessuno ne inventi uno a mio nome dopo la mia morte. Ma quanto della volpe e l'uva c'è in un'invettiva? Ciascuno ha il proprio festival in fondo, ridacchiando un po', è la mia Avvelenata.

Credo che ogni opera musicale sia fatta per essere rappresentata soprattutto dal vivo, questo nuovo disco, a differenza del precedente Voce non è però nato per sola voce e chitarra, ma è nato con sonorità rock e per essere suonato da una bella band, una bella sfida direi. Ci sarà la possibilità di ascoltarti in concerto o dobbiamo lanciare un appello?

I dischi in studio sono fatti per vivere come dischi in studio, secondo me. La ripetizione pedissequa dal vivo, quella in cui mai incorre Dylan per esempio, è atto feticistico più che riproposizione del gesto musicale in sé. Il gruppo di questo cd si chiama le Quotazioni, ed è pronto a suonare per Halloween, in occasione dell'uscita dell'album Fantasma, dal vivo, in teatro. Il concerto di presentazione è fissato a Verona al Teatro Laboratorio. Il resto è nelle mani di chi lo vorrà. Al di là degli appelli, i musicisti vanno pagati, e io pure. Se siamo pagati suoniamo, altrimenti facciamo dell'altro. L'idea diffusa nei club che i musicisti suonino per il loro piacere va scoraggiata con lo sciopero. "Pagatemi e non vengo, pagatemi e ci sono". Ore di prove, anni di preparazione, tutto questo richiede un riconoscimento in denaro, nessuno lo fa per puro diletto, almeno qui da noi.
Viva i cachet, abbasso le compresse. 




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mercoledì, novembre 09, 2016

Torna Marco Ongaro e dà “Voce” ad una scrittura audace, inconfondibile

di Fabio Antonelli

A sei anni di distanza dal pluripremiato “Canzoni per adulti” (2010 – Freecomusic), il 25 ottobre è uscito “Voce” (2016 - D’autore/Azzurra Music), il nono album dell’artista veronese Marco Ongaro. Un disco che, rispetto ai precedenti, descrive forse un nuovo lato del cantautore, più intimista ed introspettivo, grazie ad una registrazione in presa diretta e a degli arrangiamenti unicamente di pianoforte e chitarra acustica.

Cover cd VOCE

Sono passati sei anni dal tuo ultimo disco di inediti "Canzoni per adulti" che finì tra i dischi finalisti in corsa per la Targa Tenco Miglior album in assoluto dell'anno, anni in cui ti sei dedicato soprattutto alla scrittura spaziando dai libretti d'opera alla saggistica, un'attività frenetica. Ora esce "Voce", il tuo nuovo disco di inediti, con una copertina che ti ritrae seduto e rilassato su un comodo divano, mentre suoni la tua chitarra, quasi a voler dire che questo pugno di canzoni ha un carattere quasi confidenziale e che le vuoi proporre così come fossero cantate per degli amici tra le mura di casa, è così? Perché poi hai voluto intitolare semplicemente "Voce" questo tuo nuovo lavoro?

Per cominciare la chitarra non è mia, è quella della sala d'incisione. Comunque quella su cui ho suonato nel cd. Quella, e un pianoforte verticale accordato per l'occasione. Questa è stata la volontà di Gandalf Boschini, produttore dell'album, che nel tradire le sue abitudini di pop dance producer mi ha spinto a tradire anche le mie suggerendomi di non avvalermi di validi musicisti per arrangiare i miei brani. Voleva che offrissi la verità sull'artista, mi ha detto così. Io l'ho seguito. Il risultato è quello da lui cercato: un cd suonato interamente da me, ma senza sovra incisioni, dritto, così come se fossi in un locale a suonare la chitarra o il piano, con la voce e l'armonica a bocca come unici altri strumenti. Per un po' non sapevamo come intitolare l'album, la sua essenzialità mi portava a chiamarlo unicamente con il mio nome e cognome. Capita nella vita di un cantautore, non sarei stato il primo. Al momento di firmare il contratto con Azzurra Music, Marco Rossi, per distinguere il cd dai precedenti (“Dio è altrove”, “Esplosioni nucleari a Los Alamos”, “Anni ruggenti”) incisi per la sua etichetta “D'autore”, mi presenta un documento in cui intitola l'album: “Chitarra e voce”. "Giusto per non confonderci", mi dice. In seguito ci ho pensato su. Quel titolo sarebbe stato impreciso, nel disco ci sono il piano e l'armonica. Ma l'idea era interessante. La decima traccia della raccolta s'intitola “Voce”. Ecco la lampadina. Rende l'idea pratica pensata da Marco Rossi, prende il titolo di una traccia, come si usa nelle raccolte di canzoni e racconti, e al contempo rappresenta simbolicamente il lavoro, improntato al testo, alla canzone spogliata degli orpelli, la voce non solitaria ma materia primaria, sostegno per la sostanza delle parole (non sono così sprovveduto da ritenermi un virtuoso degli strumenti che suono, ma dei testi mi capita di essere abbastanza soddisfatto). Avevamo il titolo.

Sicuramente, sin dal primo ascolto, ci si rende conto che proprio la tua voce sempre più affascinate è messa al servizio dei testi delle canzoni, che come già era successo in passato nei tuoi dischi in assoluto più riusciti, penso allo storico "Archivio Postumia", spesso si muovono tra raffinate evolute ambiguità di punti di vista e di significato, quasi a voler spiazzare anche l'ascoltatore più attento. Come dicevo, lo s'intuisce da subito, basta ascoltare con la dovuta attenzione la prima traccia "Elena", dedicata all'emblema della bellezza femminile in senso assoluto, da sempre oggetto di desiderio dell'uomo, tu sembri invece ribaltarne il punto di vista, ti immedesimi in lei e quasi quasi la bellezza, da valore sembra diventare un fardello che genera nel personaggio mille domande "S'inventò / Forse un passato che rinnegò / Forse un futuro che rifiutò / Per il presente pensò di sì / E poi disse no". Forse perché tutto passa, perché "Tutto è relativo"? Ma questa è già un'altra canzone ...

Acuta osservazione. Ho provato a immedesimarmi nella fortuna/sfortuna di essere investiti dalla bellezza. Si aprono le porte? Se ne chiudono altre? Quando tutto viene offerto, come scegliere? Per questo Elena cincischia sull'acconciatura, sull'abbigliamento, sul da farsi, si lascia sfiorare da pensieri che sfuggono quasi subito, raccoglie idee che se ne vanno. E poi si riposa, ci si chiede: di cosa? Ma di tutta questa indecisione, data dalla decisione già avvenuta per mano della sorte che ha riversato la bellezza ad attrarre il mondo senza preventivamente informare da cosa sarebbe saggio essere attratti. Essere obiettivo del desiderio altrui che spazio lascia al nostro desiderio? Riflessioni, niente di stabilito. Come le avventure minimali di Elena sono oscillazioni in un'indecisione che si spera congeli il tempo, e con esso la bellezza stessa, cui in effetti mica si è tanto stupidi da rinunciare.



Nella precedente domanda ho volutamente introdotto anche il titolo di un'altra canzone che ho amato sin dal primo ascolto, mi riferisco a "Tutto relativo", che nasce in fondo una situazione comune, si è su un treno fermo ad una stazione, il treno accanto parte, lo guardiamo dal finestrino e sembriamo in realtà noi ad essere in movimento, è un esempio lampante della relatività. Ma da qui nascono riflessioni sulle relazioni uomo-donna ed "E' tutto relativo anche se Relazione non c'è". Curioso poi il collocamento dopo un'altra canzone legata al treno "Orient Express", qui il tema è più il viaggio, ma anche il viaggio è una metafora della vita, insomma credo ci sia molto da dire di entrambe, ma lascio a te la parola ...

In verità erano canzoni concepite entrambe per un concept album suggeritomi tempo fa dall'amico Pascal Schembri. Il narratore cercava sollievo da una storia d’amore andata male montando sull’Orient Express a Parigi e andando a est fino a Istanbul per poi tornare, in un viaggio di quelli che si usavano un tempo per far dimenticare gli amori ai giovani che avrebbero dovuto sposare meglio di quanto il desiderio aveva loro messo nel cuore. Li si mandava lontano dagli occhi, contando sull’efficacia del famoso proverbio. L’inventore stesso dell’Orient Express usciva da una storia del genere. Allontanato dall’Europa perché innamorato di una donna non consona al suo ceto, al ritorno ha creato questa lussuosa "macchina per dimenticare con il viaggio”. “Orient Express” è una canzone sulla nostalgia che riavvicina inavvertitamente agli altri esseri umani nel momento in cui si è fortemente ossessionati da un solo esemplare di essi. Tenendo le dovute distanze cui il treno in movimento obbliga, si vede scorrere l’umanità e si attraversano gli agglomerati urbani disseminati come oasi nel deserto. Futile stratagemma che però spesso funziona. I giovani dimenticano gli amori, ne trovano altri. Non il protagonista della canzone. “Tutto relativo” è una tappa di questo viaggio. A una stazione tutto vacilla. La non relazione diventa stimolo di relatività, rende tutto relativo, nel senso riduttivo del termine, ma anche in tutti gli altri sensi, come sempre. L’assenza della relazione che si cerca di scordare con il viaggio mette in relazione ogni altra cosa, la realtà sfuma nell’imprecisione, chi amava chi? Chi è stato lasciato e da chi? La relatività ridimensiona lo spazio-tempo annullandone le coordinate. Ciascuna canzone però vive da sola, un atomo concluso in sé, collegato solo esternamente da un’idea di storia presto contraddetta. Come quei giochi enigmistici in cui si uniscono i puntini per comporre un disegno, la vita dissemina di nessi un percorso che spesso ne è privo, i versi delle canzoni li raccolgono e creano relazioni tra loro. Ancora una volta, tutto è relativo.

Hai citato i giochi enigmistici e devo dire che qualche volta, ascoltando le tue canzoni, si ha come l'impressione di trovarsi dentro uno di quei cruciverba di Bartezzaghi in cui le definizioni, una volta trovate, lasciano letteralmente sbalorditi, quasi incantati a bocca aperta per la genialità. Questo credo sia l'effetto che si prova, ad esempio, ascoltando la canzone "Costi quel che costi" quando si arriva al verso "E' programmatica o precettiva", eppure, questo rap, questa la forma musicale che hai scelto per questo piccolo capolavoro scritto per uno spettacolo teatrale sulla nostra Costituzione, riesce pure a commuovere. Com'è nata l'idea di questo rap sui valori della Costituzione, che proprio in questi giorni credo farebbe gola ai promotori del no? O no?

O sì? Non entro nel merito come non ci entra la canzone. Le canzoni sono usate per vari scopi, le poesie anche, spesso vengono fraintese o strumentalizzate. Questa non si sottrae a tale sorte, ma vorrebbe. Nella domanda se è programmatica o precettiva sta l'essenza del cantautore che non dà risposte ma pone domande (come Dylan tradizionalmente in “Blowing in the wind”). Una domanda che potrebbe essere posta a scuola nell'ora di diritto. La questione è tutta qui. Per questo la si può e non la si può usare per il no quanto per il sì. Una parte dell'anima costituente è programmatica, dunque in continua evoluzione, suggerisce il da farsi non ancora fatto, un work in progress, un'altra è precettiva e dice cosa è indiscutibile. Ispira e stabilisce, momenti e fasi diversi che fanno di questa Carta uno dei dispositivi più accorti della storia giuridica internazionale. Ha ispirato anche me, quando mi è stato chiesto di scriverci uno spettacolo, che si è guadagnato una medaglia della Presidenza della Repubblica, nel 2009. Di acqua ne è passata sotto i ponti, eppure eccola qui in pieno centro del dibattito: ma questo è lo spirito della Costituzione, e di questa Costituzione in particolare: essere oggetto di riflessione continua. Anche la pubblicassi fra vent'anni sono convinto che la canzone troverebbe la sua via di attualità. Mi piace che ci si ravvisi qualcosa di commovente. L'hip hop era l'unico ambito moderno in cui rimasticare un tema così sacro e vitale, dunque il rap è davvero la formula giusta per parlare di parole tanto significative e decisive per la vita di una nazione. Quando l'ho studiata per scrivere lo spettacolo ho percepito l'entusiasmo e il fervore dei "padri" che ci hanno lavorato, ne sono stato contagiato, ho cercato di ritrasmetterlo attraverso il mio metabolismo. Nella musica mi ha aiutato Vittorio De Scalzi, che si è divertito quanto me a giocare in un ambito musicale che non è il nostro, ma che proprio per questo ci appartiene con una verginità particolare.



Come dicevi prima, le poesie spesso sono fraintese, ma a volte è la parola stessa a suggerire ambiguità e doppi sensi, una prova lampante di questa possibilità che poi usi e sfrutti con grandissima abilità è "Bionda", perché una bionda è la sospirata sigaretta che voluttuosamente si tocca, si armeggia con le mani, la si gusta nella bocca, ma bionda può essere anche una magnifica donna e ... non vado oltre, lascio dire a te che l'hai scritta, ne riporto solo un passo, tra i più belli "E ti rigiro tra le mani / e prendo ancora una boccata / mentre mi baci consumata / e mi prometti che mi ami". Attenzione, è una canzone che crea dipendenza ...

Il doppio senso, meglio ancora il senso multiplo è la massima risorsa di chi compone versi. Essendo il verso una comunicazione frammentaria, una comunicazione fallita che proprio sul suo fallimento punta per avere successo nel tentativo di penetrare qualche piega insondata della realtà, la ricchezza delle accezioni si offre al fruitore di poesia (e di canzone) come una ricchezza, un baluardo contro la disperata povertà delle certezze. "E quando mi sento asserito / quando mi sento trafitto da uno spillo sulla parete” canta più o meno T.S. Eliot, “come potrò sputare fuori i mozziconi delle mie abitudini?” L’immensità dei significati di una parola, ivi inclusa l’etimologia, lo sanno bene i filosofi, è il migliore strumento di riflessione sull’esistenza. Non per niente tutto tradizionalmente discende dal Verbo. Ora, in “Bionda” si parla più prosaicamente d’amore e di consunzione, di vizio e attrazione irrinunciabile, come giustamente suggerito: di dipendenza. Una dipendenza simile a quella delineata nella canzone Essi vivono, quasi uno scenario dell’orrore assimilato alla passionalità comune, quella che lega una coppia che non sa stare insieme ma neanche separarsi, è la stessa di “Bionda”, solo che qui in “Bionda” è univoca. Non c’è perdizione reciproca, ma subordinazione emotiva, psicologica, sentimentale verso un abbandono al destino che si scambia con la fatalità dell’innamoramento. L’oggetto amato ci avvinghia nella sua morsa di voluttà e ci trascina verso la nostra fine, che può essere lenta o improvvisa. In molti si cerca questo tipo di esperienza per non sentirsi sperduti nel mondo, per qualcuno è meglio una dipendenza sicura che una libertà incerta. Solitudine e libertà sono facce della stessa medaglia. Ben venga la bionda fatale, e che sia ciò che dev’essere? Ne canto per capire. Forse è più un’emozione che un concetto. Chi non ha mai avuto voglia di perdersi? L’amore è forse altra cosa, ma lascio ai filosofi di cui sopra definirlo. 

Già, parlavi giusto di quelle coppie che non sanno stare insieme ma neanche separarsi, come fossero invisibilmente unite da un elastico, così come canti nella splendida "Essi vivono", dici esattamente "Si allontanano si avvicinano / C’è un elastico che li lega così continuano / Si trascinano in questa saga dell’anno ultimo / Con il primo che preme identico dietro l’angolo / Lui ricorda lei progetta / Entrambi vibrano". Qui davvero raggiungi l'apice in questo continuo gioco delle parti, tra attrazioni e repulsioni, quando questa unione sembra essere fatta tutto si allontana, è bellissima così come la musica suonata da te al pianoforte. So che la canzone sarà anche oggetto di un video, ma il titolo? Nella canzone non v'è traccia ...

Si tratta del verso mancante, l'ultimo. Esattamente dopo "Entrambi vibrano" ci sarebbe stato "Essi vivono", ma invece di metterlo lì l'ho tenuto per il titolo, giacché di titolo si trattava dal principio, il titolo di un film di John Carpenter del 1988. Un film fanta-horror, non privo d'ironia, che non solo denuncia l'inconsapevolezza dell'umano ma anche la sua scarsa voglia di emanciparsi dall'ignoranza della propria condizione. "Essi vivono noi dormiamo", dice il film alludendo all'invasione aliena ormai avvenuta. Ma nella canzone a vivere sarebbero questi due, è questa la vita? Non rinuncio all'ambiguità del significato: mentre stigmatizzo la situazione passionale che non permette di scegliere, mi trovo ad attribuirle la qualità di "vita". Si tratta di una specie non più umana, perché non capace di determinarsi fino in fondo, perciò questi due sono "essi". Però "vivono". Magari quell'altro tipo di amore, quello posato e tranquillo, sereno e duraturo sarà migliore, ma corrisponde alla "vita vera"? Il dubbio attraversa la canzone in fondo, come una nostalgia. Ci piacerebbe forse provare ancora quella passione che rende incapaci di scegliere. Un sospiro di sollievo per esserne usciti e un po' di malinconia per non esserne più trasportati.



Beh, d'altronde, tutto questo è conseguenza dello scorrere ineluttabile del tempo, non si può certo restare immuni alle scalfitture provocate dall'invecchiare, verrebbe di pensare nell'ascoltare la tua "C'era un ragazzo ora non c'è", canzone omaggio a Gianni Morandi e risposta alla sua celebre "C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones". Nel libretto che accompagna il disco, oltre ai testi delle canzoni hai inserito delle note guida all'ascolto dei singoli brani e, in merito a questa canzone, che in un passaggio riecheggia anche l'originale hai scritto "Se Morandi è Dorian Gray, Baglioni è il suo profeta". Non credo sia un caso che i due siano saliti su un palco insieme per "Capitani coraggiosi" ... ma torniamo al tuo brano, il vero protagonista è quel ragazzo o quel Marco Ongaro che ragazzo non lo è più?

E non solo quel Marco Ongaro, quei tutti noi che non siamo più gli stessi o ci illudiamo di non essere tali, come se bastasse l'età a cambiare. L'omaggio più che a Morandi è a Mauro Lusini, l'autore della canzone cantata da Morandi. A Gianni avevo proposto di cantare la mia, come fosse una risposta a se stesso qualche decennio più tardi, e lui è stato simpatico nel declinare suggerendomi di farlo io. Ha ragione, lui non è invecchiato neanche di fuori. Non c'è più Lusini, non ci sono i Beatles, i Rolling Stones sono pieni di rughe. Il senso è la prosecuzione della riflessione su Elena. Se il tempo va avanti, tutto cambia e niente cambia. Noi restiamo quelli che eravamo, se non ci guardiamo allo specchio. Il fanciullino non cresce poi tanto, ce lo ricorda saggiamente Jodorowsky, e questo contrasto tra l'esterno e l'interno è la mostruosità della faccenda. Come in quei film dove Meryl Streep viene truccata per apparire diciottenne prima, poi quarantenne, poi sessantenne e quindi ottantenne, non si capisce bene quale sia il trucco corrispondente al vero. Che sciocchezza: un trucco non corrisponde mai al vero. La sostanza è invisibile (altra apparente sciocchezza) e l'apparenza diventa sostanziale. Dov'è finito quel ragazzo? Ci sono ancora ragazzi che sognano come si sognava allora? Il tempo è cambiato e anche la gioventù odierna dovrebbe esserlo. Su questo, e sull'ambiguità tra i giovani d'oggi e l'io giovane di allora, ed ero proprio un bambino piccolo, si gioca il senso propositivo, mai responsivo, della canzone. Risponde alla canzone di allora e risponde alla prima traccia del cd, “Elena”, poi duetta con “Il verbo "era"”, sulla bellezza che sfuma e sui cretini che lo ricordano agli interessati, per scivolare sulla buccia di banana di “Cambierò” (vedi sopra) e su “Voce” che anticipa il tempo trascorso cercando di aggrapparsi al presente. Più ci penso e più questo album raccolta somiglia a un concept. Accidenti, non riesco a fare altro che concept album. Non sarà che tutto è sempre interconnesso?

Accidenti, è vero, più ascolto questo disco e più mi accorgo che tutte queste canzoni magari nate singolarmente, anche a distanza di tempo fra loro, magari suggerite da esperienze o letture fra loro molto lontane, sono in realtà unite fra loro, come in un'unica riflessione sullo scorrere del tempo, sulla vita umana stessa. Il tempo, il suo scorrere, è sempre più presente nella tua attività non solo musicale, mi viene in mente, ad esempio, anche il tuo recente libro "Elogio della puntualità" scritto insieme ad Andrea Battista. Accidenti anche perché con la tua risposta mi hai calato in solo colpo gli ultimi tre brani del disco che, con la cover di "Hallelujah" di Leonard Cohen direi che costituiscono un magnifico poker. Allora ti chiedo proprio di quest'ultima chicca, la cover, perché hai voluto inserirla visto che ne esistono decine se non centinaia di versioni?

Eh no! Accidenti lo dico io. Possibile che debba continuare a sentir chiamare cover delle traduzioni filologicamente curate? L’ultimo disco di De Gregori è stato definito di cover, ma erano traduzioni di canzoni di Dylan. “Via della povertà” non è la cover di “Desolation row”, è la traduzione che ritrasmette nella nostra lingua quanto ideato in origine dal poeta Dylan, rispettandone lo spirito, la metrica e le rime. Altrimenti cominciamo a definire cover le traduzioni che Quasimodo ha fatto delle poesie di Saffo. Quasimodo fa cover di Saffo? Non siamo ridicoli. Caproni ha fatto cover di Apollinaire? Magari, forse sarebbero state migliori delle traduzioni. Le canzoni che ho tradotto e pubblicato da Cohen sono adattamenti, ho tradotto il testo originale cercando di restituirne la lettera senza tradire la musicalità italiana. Una volta d’accordo su questo possiamo dire che la mia versione di Alleluia (e anche il titolo è tradotto) è l’unica traduzione italiana incisa su disco di questa canzone. Esiste una versione in italiano di Baccini ma parla di Shrek, l’amore per un orco, dunque non traduce niente e tradisce tutto, più o meno come si usava negli anni Sessanta, quando “Let it be”  diventava “Dille sì”. I tempi sono cambiati, per fortuna, anche grazie a De Gregori e De André, che di traduzioni hanno fatto incetta, a partire da “Suzanne”. “Una storia sbagliata” di Bubola/De André prende surrettiziamente la musica di “Ballad of the absent mare” di Cohen ma non ne è la traduzione. Quella possiamo chiamarla cover. La mia “Ballata della cavalla assente” pubblicata su “Canzoni per adulti” invece è la traduzione e adattamento del testo originale di Cohen. L’unica versione tradotta pubblicata finora. Spero di essere stato chiaro. Detto questo: non esistono versioni pubblicate di “Hallelujah” che svolgano la funzione divulgativa che attribuisco a questa operazione. La mia è la prima in italiano. E qui rispondo alla domanda. Quando traduco e incido una canzone straniera ho l’intenzione di creare una canzone italiana che permetta alla gente del mio Paese di capire che cosa ha scritto il genio cui mi sono accostato per tradurlo. Cerco di restituire agli italiani, con una certa simultaneità tra musica e parole, una blanda idea del piacere che gli anglofoni provano nell’ascoltare la canzone originale. La voce non è la stessa (quella di Cohen è irraggiungibile), gli arrangiamenti neanche (Buckley ha offerto tutto nella sua semplicità), ma il testo esprime ciò che indicativamente il poeta voleva esprimere, sempre con i limiti e le ambiguità infinite proprie della poesia. Interpreto il testo “sacro", come Cohen e Dylan spesso fanno con le Scritture, giacché da sempre il poeta è un esegeta. Non pretendo di coglierne o restituirne tutte le sfumature ma aspiro ad avvicinarmici il più possibile per il piacere di chi non capisce le canzoni in inglese. Sulla traducibilità delle poesie esistono gli stessi dubbi che su quella delle canzoni, ma ogni tanto bisogna lanciarsi perché l’amore è più forte dell’insicurezza. E l’insicurezza è comunque l’essenza della poesia.



Dopo questa "bacchettata" sulla differenza tra cover e traduzioni filologicamente curate, che ho molto apprezzato, credo si possa abbandonare il percorso intrapreso tra le tracce del disco per chiederti invece un'ultima cosa, che credo stia a cuore a chi ti ama e ti segue da sempre. Ci sarà modo di ascoltare questo tuo nuovo lavoro discografico dal vivo e se sì, sarà in versione voce e chitarra/pianoforte, così com’è stato concepito? In ogni caso il disco come sarà acquistabile a livello di supporto fisico, visto che il problema reale resta sempre quello della distribuzione delle opere discografiche?

Mi piacerebbe andare in giro in concerto con una band molto folta per cantare queste canzoni come non sono nel cd. Una sorta di contrappasso rispetto agli altri album, in cui incidi e sovra incidi strumenti su strumenti per poi magari andare a fare i concerti in due. Come sono stato fatalista nell'accettare la formula del disco, così lo sono per i concerti. Farò ciò che l'occasione mi suggerisce. Dal solitario alla grande orchestra, non ho pregiudizi. Il concerto è un momento staccato dal disco, sempre e per un disco come questo, che vorrebbe ricostruire la mia dimensione più solitaria, forse assoldare subito qualche strumentista per andare in pubblico mi sembra una soluzione interessante. Come si trova l'album? Come tutti gli album del mondo: sulle piattaforme in distribuzione web, nei negozi prenotandolo (mai nella mia vita si è trovato un mio disco in un negozio senza prenotarlo, i tempi sono cambiati per gli altri, forse, per me la storia è sempre uguale e paradossalmente non ci ho perso nulla), cercando in internet anche spedizioni postali direttamente dalla casa discografica (lo fanno e ne sono felici) o presso altre strutture specializzate in questo tipo di forniture (Amazon, ecc.). Insomma, basta volerlo.






venerdì, febbraio 01, 2013

Intervista a Federico Sirianni


di Fabio Antonelli

Il cantautore genovese Federico Sirianni, a distanza di cinque anni dal suo precedente lavoro discografico intitolato “Dal basso dei cieli” (uscito a gennaio del 2007), è appena tornato in campo con un nuovo importante disco che vede la collaborazione con lo Gnu Quartet, che ne ha curato gli arrangiamenti. Sentite cosa mi ha raccontato in merito. 




“Nella prossima vita” è il titolo del tuo nuovo disco dove, pur sembrando che nulla cambi rispetto ai precedenti, in realtà tutto cambia, in barba ai principi di “gattopardiana” memoria. Mi spiego meglio, se i tuoi precedenti dischi erano ricchi di alcolico spirito qui, ne troviamo altrettanto, ma di altra natura, ben più maturo. Battuta a parte che dici di questa mia chiave di lettura?

Al di là della questione alcolica che, tutto sommato, era un labile contorno all'ambientazione delle storie che raccontavo, penso che questo disco sia profondamente diverso dai precedenti, per tanti aspetti. Innanzitutto perché la scrittura dei quarant’anni è diversa da quella dei trenta e, così deve essere, se no ci sarebbe da preoccuparsi, perché la vita e i suoi avvenimenti influiscono ancora di più in maniera fondamentale, ci sono margini d'errore sempre più esili, le possibilità diminuiscono. La tendenza a guardarsi dentro è forte. Per quel che mi riguarda, ho quasi del tutto abbandonato lo stratagemma che mi consentiva di parlare di me attraverso le storie degli altri, ho iniziato semplicemente a raccontare in prima persona. Questo per quel che riguarda la scrittura. Poi c'è la musica, ovviamente.

Già, c'è la musica e ci sono gli Gnu, tanto che in copertina compaiono entrambe le componenti, quanto gli Gnu hanno influenzato musicalmente il disco che, diciamolo subito, è suonato da Dio.

Grazie, sono contento che ti piaccia.
Gli Gnu non sono stati semplicemente gli arrangiatori di questo disco, ma hanno rappresentato una parte fondamentale del progetto. Volevo che il loro modo di suonare influenzasse fortemente le mie canzoni, ma anche che le mie canzoni suggerissero loro spunti e pensieri. Non è stato un lavoro facile, per trovare la quadra giusta abbiamo impiegato tempo, fatica e sperimentazione. Mi piace dire che gli Gnu hanno preso le mie canzoni che nuotavano serene in un fiume e le hanno riportate al mare, anzi all'oceano.

Il disco, oltre che intitolarsi "Nella prossima vita", inizia proprio con la title-track, perché proprio questo titolo e questa scelta, non sono così comuni come potrebbe sembrare?

So di essere un po' anacronistico, ma sono ancora di quelli che vedono il disco come una specie di opera completa, con un inizio e una fine. So bene che la fruizione della musica è molto cambiata, le canzoni sono prese qua e là, decontestualizzate e sistemate in personali playlist. Quando però decido di mettere mano a un disco, per me esiste un'architettura definita in cui le canzoni tracciano un sentiero. "Nella prossima vita" è un concetto che, soprattutto negli ultimi anni, ho molto a cuore, anche in termini, come dire, metafisici, ma non solo. Circa tutto il disco è permeato da un senso di possibilità che vengono a mancare, più si va avanti negli anni meno tempo si ha per progetti nuovi o grandi cambiamenti. Mi piace pensare che ci sia una "prossima vita" per riuscire a colmare le lacune di questa.

Procediamo allora secondo progetto e, perché siamo in periodo elettorale, permettimi un’altra battuta, se con “Nella prossima vita” e i versi conclusivi “E al giudizio divino andrà assolto per legittimo impedimento” mi hai fatto subito pensare a Berlusconi, con i versi iniziali della seconda canzone “Vuoi” in cui canti “Vuoi le mie mani / vuoi il mio denaro” ho pensato ti riferissi a Monti, in realtà è una canzone con un tema più alto, pienamente nei solchi filosofici di questo disco no?

E' evidente che la frase sul "legittimo impedimento" sia di facile attribuzione. Monti invece non c'entra con "Vuoi" anche se, adesso che mi ci fai pensare, potrebbe essere un referente azzeccato. "Vuoi" è un piccolo sfogo nei confronti di tutti quelli che, intorno a te, per i motivi più vari, non esitano a chiederti qualcosa, dal semplice denaro, al tempo, all'essere come ti vorrebbero o vedrebbero loro, senza pensare, né a chi sei realmente, né, tantomeno a restituire nulla di quanto pretendono. Sono molte le persone di questo tipo.

In "Quando la sera verrà", una sorta d’intensa preghiera, si può dire che per ben cinque volte invochi il Signore, è forse un ravvedimento sulla via di Damasco? Ci sono molta spiritualità in questa canzone e altrettanta disperata umanità, sei d'accordo?

Si, hai ragione. Spiritualità e disperata umanità, come le definisci tu, sono aspetti presenti in questa canzone, ma anche in numerosi altri passaggi del disco. Non so sinceramente se si possa parlare di ravvedimento o d’illuminazione, sono sempre stato vicino al concetto di "preghiera", affascinato da molte iconografie religiose, suggestionato dal linguaggio biblico. In questa canzone c'è una preghiera sommessa, lancinante, sì, disperata. La preghiera come salvezza da uno stato di malessere che t’inghiotte nei suoi inferni.

Per cercare di uscire da questo stato di malessere, di dare una risposta a questa estenuante esigenza di spiritualità ci sono molti modi, in "Dimmi chi sei", mi sembra che tu voglia proprio riferirti a certi tipi di risposte "facili", è così?

“Dimmi chi sei" è una domanda facile, la cui risposta è invece molto complicata. A cominciare da me stesso naturalmente. Ho messo in versi un po' di esempi, affetti, conoscenze, che si sono manifestate ognuna con le proprie decine di sfumature e sfaccettature. Forse è davvero una domanda impossibile. Ecco, i luoghi oscuri delle persone sono un altro aspetto dell'esistenza che mi affascina molto. In "Dimmi chi sei" credo siano descritti diversi luoghi oscuri dell'animo umano.

Giunti a questo punto, mi permetto uno scarto sequenziale, vorrei unire in unico discorso due brani, il successivo "La stanza cinese" e "La neve nel bicchiere", perché mi sembrano rappresentare una nuova via orientaleggiante del Sirianni maturo, non dico solo musicalmente, ma soprattutto in senso filosofico e spirituale. Sono entrambi grandi pezzi, anzi "La neve nel bicchiere" penso sia in assoluto il pezzo più alto dell'intero disco, che mi dici?

Si tratta di due canzoni cui sono particolarmente affezionato. Intanto, musicalmente, vedono la presenza, oltre agli Gnu, di un pianista giovane e straordinario, Michele Di Toro, che ha dato a questi brani l'atmosfera perfetta.
"La stanza cinese" è qualcosa che sta a metà tra il sogno e l'incubo, un'attesa strana di qualcuno che forse non arriverà mai o addirittura non esiste, un fuoco purificatore che ammanta la stanza, il suo ospite e i suoi fantasmi.
"La neve nel bicchiere" è invece una canzone che segna un momento importante di cambiamento, di rinascita. Ho voluto ambientarla in una sorta di giardino giapponese di fine inverno, con i passi sulla neve e i primi fiori che sbocciano.
Amo moltissimo la musica orientale, una conoscenza che devo anche a una violinista giapponese molto brava, Mayumi Suzuki, con cui ho avuto il modo e la fortuna di collaborare.

Riprendendo il cammino, troviamo una canzone, "Nato sfasciato", che sembra voler interrompere un po' quest’aria seriosa del disco. E’ piena d'ironia già dal titolo che, può essere letto come condizione in fondo comune a chiunque stia per nascere e quindi non ancora in fasce, ma anche sfasciato nel senso di "sfigato" . Quell'"angelo usato" di "nome Pilato", oltre che idea geniale, mi sembra eloquente. Non incazzarti però, se ti dico che quando canti "Ma sono vivo, bevo e canto le canzoni ..." mi ricordi un po’ Vinicio ...

Non voglio parlare di Capossela o qualsivoglia ipotetico riferimento, argomento che trovo noiosissimo e inutile. "Nato sfasciato" è una canzone che sembra divertente, ma racconta il disincanto di una vita "normale" annegata nelle difficoltà quotidiane. Un personaggio "normale" che diventa patetico nel non sapere o volere affrontare i mostri che lo assediano, in forma di banche usuraie e assassine, datori di lavoro spietati. Si rifugia in una sorta di arroganza ingenua, parossistica, canta, beve, va a donne mentre la terra sotto i suoi piedi si sgretola e il suo angelo indifferente lo lascia affondare giorno dopo giorno.
A questo punto del disco c’è una breve traccia puramente strumentale a firma Edmondo Romano – Federico Sirianni, io non credo mai nella casualità degli eventi, perché hai voluto inserire questa traccia “senza parole”?

Perché a metà cammino avevo bisogno di un momento di respiro. “Sospesa”, magistralmente arrangiata e suonata da Edmondo con una dozzina di strumenti a fiato, ferma per un attimo un flusso di parole molto sostenuto, le fa sedimentare riprendendo il tema di “Nella prossima vita” come se fosse, appunto, sospeso. Per me è un passaggio molto importante del disco.

Si riprende con "La mia Madeleine", qui è invece l'amore a fare capolino, un incredibile bisogno d'amore, da stringere fra le braccia, è davvero difficile trovare una canzone sotto tono in questo disco, anche questa è tra le mie preferite ...

Sai, quando si pubblica un disco ogni quattro o cinque anni, si fa una buona scelta di materiale...
In realtà "La mia Madeleine" è una canzone sul tema del ricordo. Ricordo che contempla ovviamente gli amori che sono transitati più o meno violentemente nell'esistenza. In questo pezzo, come in un altro paio, c'è la bellissima chitarra del grande Paolo Bonfanti. E' una canzone che ha i crismi della "ballad" americana, genere che amo moltissimo.

Quindi è più una canzone sulla nostalgia dell'amore, dell'amore passato?

Non solo sull'amore, anche su suggestioni più o meno lontane. Il ricordo di un pianoforte da una finestra in un pomeriggio estivo quando, da bambino, tenevo la mano a mia madre mentre si andava al mare, certi momenti da giovane universitario con davanti tutta un'esistenza di possibilità e poi, certo, la nostalgia di amori che porto tuttora con me, che mi hanno fatto male e cui ho fatto male, le lettere scritte ancora a mano e cose del genere.

E’ il momento di "Appollaiati stanno", storia di figure losche come avvoltoi che ci riportano al Sirianni più "classico" quello che ama il racconto, anche quando magari la storia che vai a raccontare ha poco di sereno, è così?
Si, è vero, "Appollaiati stanno" è una canzone un po' old style. Ci sono cascato di nuovo, dannazione! In realtà è una canzone d'amore, molto dura, ma di grande e disperato amore, un amore che porta il protagonista della storia a passare le notti tra i pusher peggiori della periferia torinese per procurare l'eroina alla sua donna in astinenza.

Per fortuna l'amore a volte assume un volto più rasserenante, quasi "puro" come quello cantato in "L'anima di Dio", brano tra i più gioiosi del disco senza dubbio. Quanto c'è di te nello spirito che aleggia in questo brano?

Tutto, c'è tutto di me. C'è il senso della meraviglia, dell'incanto, della grandezza dell'amore. A questo punto, però, ti faccio io una domanda a proposito di riferimenti. La struttura totale di questa canzone, arrangiamento e cori compresi, è un esplicito omaggio a un gigante della canzone d'autore, chiamiamola così. Chi?

Cohen?

Sai fare il tuo mestiere, amico mio!
Era tanto che volevo scrivere e cantare una canzone ispirata al vecchio grande Leonard, con gli archi, i cori e tutto il resto. E questa mi sembrava giusta. Che ne pensi?

La stavo riascoltando ora, stupenda, perché capace di affrontare tematiche profonde con squisita leggerezza, certo che dopo il tuo commento su di me è meglio chiudere qui, non vorrei rovinare tutto con le ultime due canzoni …

No, procedi pure che siamo quasi alla fine …
"Ondanomala", con le sue sonorità elettriche e dure e il suo testo un po’ apocalittico, mi sembra voglia affrontare il tema del castigo divino, un qualcosa che è certamente insito nella mente dell'uomo, che mi racconti di quest'”Ondanomala”, titolo che mi ricorda un po’ quello del tuo primo disco.

Il primo disco si chiamava “Onde clandestine” ma sai, per noi che arriviamo dal mare, le onde sono di casa.
In realtà in “Ondanomala” ho voluto mettermi nei panni di uno di quei predicatori da setta evangelica che, utilizzando il loro talento cialtronesco e imbonitore, truffano centinaia d’ingenui fedeli. Alcuni anni fa, quando tornavo a casa, la sera tardi, prima di addormentarmi, mi sintonizzavo su una televisione evangelica che trasmetteva le convention di un predicatore americano, Benny Hinn, mi sembra si chiamasse, straordinario nella sua cialtroneria. Si portava dietro l'orchestra, il coro gospel e, nelle prime file, alcuni suoi seguaci che si fingevano zoppi, storpi, gobbi. E lui a un certo punto li toccava e li guariva nel tripudio generale. Un genio del male. Giuro che se il mestiere di cantautore mi va definitivamente a rotoli faccio il predicatore!

Sono sicuro che sapresti convincere moltitudini di persone. In fondo, a rileggere gli ultimi versi della conclusiva “La rosa nel cielo”, quando canti “Non ci saranno più sguardi di stalattite / non ci saranno più vetri nell'acquavite / Quando vedremo che comincerà il disgelo / Quando spunterà una rosa nel cielo", mi sembra di scorgere già un qualcosa di profetico.

Sarebbe bello. E' una canzone di grande speranza. Purtroppo la quotidianità ci spinge sempre di più verso un cinismo cupo, un disincanto sempre più profondo, viviamo in un'epoca di straordinaria decadenza culturale e morale, la politica è una melma puzzolente e ributtante che si specchia nella propria vergogna, nella propria arroganza, dimenticando ogni minima idea di "valore". Ogni tanto capita di vedere una rosa nel cielo, e quel momento è importante goderselo fino in fondo, finché questa lunghissima notte non lasci campo a una stagione nuova.

Dopo queste parole di speranza potremmo anche chiudere qui quest'intervista in cui mi pare di aver sviscerato, anzi quasi sezionato in pezzi, il tuo disco. So però che il disco è arrivato alle stampe, anche grazie a un artista come Giangilberto Monti, che ho appena intervistato in occasione dell’uscita del suo “comicanti.it”, com'è nato questo vostro sodalizio artistico?

Si, qualche ringraziamento finale ci sta. Giangilberto aveva già prodotto il primo disco, ci siamo incontrati di nuovo ed è stato fondamentale, sia per quel che riguarda la produzione esecutiva, sia per alcuni suggerimenti artistici che hanno in diverse occasioni disincagliato la nave dagli scogli. Poi c'è Fabrizio Chiapello, il mio alter-ego di studio che mi ha seguito con affetto e pazienza per quasi tre anni nei miei sbandamenti, entusiasmi e momenti difficili e, oltre agli Gnu, tutti i musicisti che hanno suonato nel disco, con una menzione speciale per le percussioni del grande Vito Miccolis.
E poi c'è Egea, grazie cui il disco è nei negozi, e di questi tempi non è roba da poco.



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