di Fabio Antonelli
![]() |
| Foto di Stefania Tramarin |
![]() |
| Foto di Stefania Tramarin |
Musica di Qualità - Recensioni, interviste, articoli sulla canzone d'autore italiana.
di Fabio Antonelli
![]() |
| Foto di Stefania Tramarin |
![]() |
| Foto di Stefania Tramarin |
di Fabio Antonelli
Il 24 di novembre è uscito su tutte
le piattaforme digitali il videoclip “La spia che ti amava”, il nuovo singolo
di Marco Ongaro. Un brano che anticipa la pubblicazione dell’album omonimo,
anche su CD, prevista a metà febbraio 2024 a cura della Long Digital Playing di
Milano. Il nuovo progetto musicale verrà presentato in anteprima live con un
concerto che si terrà venerdì 1° dicembre all’ESOTERICPROAUDIO THEATER di
Villafranca (VR).
Il 24 novembre, è uscito il
videoclip La spia che ti amava, il singolo che anticipa il nuovo album
in uscita a febbraio 2024 e che avrà lo stesso titolo. Due domande in una:
perché l’idea di riprendere nel titolo proprio quel James Bond interpretato da
Roger Moore, piegandolo però su te stesso (in Bond c’è un mi e non un ti amava)
e se, la copertina, che mostra una tua immagine in movimento ripetuta più volte
a sovrapporsi, ti rappresenta, io direi di sì perché sei sempre stato un
artista in movimento, mai rivolto al proprio passato ma pronto a cercare nuovi
stimoli e lo hai fatto mutando continuamente la modalità, un po’ scrittore, un
po’ saggista, un po’ drammaturgo, un po’ cantautore, un po’ rocker come in
quest’ultima produzione, è così?
Ho modificato
il titolo di 007 La spia che mi amava togliendo
al significato patetico del film quel tocco di intimismo per farne, con la
seconda persona singolare che ben si adatta all’impersonale, una versione più
universalizzata. La spia che ti amava è l’altra parte nel gioco delle parti
allestito da Eros, l’altro individuo in un intreccio amoroso, quello della cui
autenticità non si può mai essere certi fino in fondo. Come non si può mai
essere certi fino in fondo dell’esattezza del proprio amore, della propria
buona fede e infine della propria identità - chi è il tanto sbandierato sé
stesso? di quanti me stesso dovremmo rispondere? – così un più o meno debole
dubbio rimane sempre in merito a chi si ha nel letto, alle sue intime
motivazioni, alla miscela di desiderio e bisogno che ce l’ha messo accanto. Il
dubbio su di sé si riflette bene nel dubbio sull’altro, sospetti reciproci
s’insinuano e vengono messi a tacere, il gioco di specchi si moltiplica come le
incertezze, più disincantate che paranoiche, e l’universo spionistico, che
passa spesso anche attraverso commerci sessuali, ne sintetizza perfettamente
l’aspetto metaforico.
Lo smartphone
consultato spesso a tradimento per leggere l’animo altrui non può certo
restituirne una foto attendibile. Perché l’algoritmo del cellulare è meno
complesso delle pur ripetitive dinamiche amorose, e questo a dispetto delle
mille password da decifrare ogni giorno per spiare l’essenza della persona
“amata”.
La
molteplicità della foto di copertina del singolo riflette bene questo concetto
come pure, hai ragione, la mutazione reiterativa dell’artista che cerca di
sfuggire alla propria gabbia ricreando continue versioni di sé. La spia che ti amava in effetti è il
quinto personaggio creato nella mia carriera nel tentativo di indagare l’amore:
Landru in Archivio Postumia, poi Il
Salvatore delle donne tristi e Il
sostegno delle massaie in Canzoni per
adulti, quindi Il fantasma baciatore
nell’omonimo album. Con La spia siamo
alla pentalogia. Chissà se ho finito. Comunque il rocker c’era già in Dio è altrove ed Esplosioni nucleari a Los Alamos. Viene da lontano.
Hai parlato
di rocker, in effetti il rock mi sembra oramai diventato la tua cifra
stilistica, soprattutto se andiamo ad ascoltare i tuoi ultimi lavori musicali.
Magari cambia la formazione musicale che ti accompagna e quindi lo stile,
passando dal prog al rock vero e proprio, ma pur sempre di genere rock si
tratta. Solitamente il rock è lo stile che si abbraccia da giovani per poi
approdare a stili più “tranquilli” mentre tu sembri muoverti a ritroso un po’
come cantavi nel brano di apertura del precedente disco. È una scelta precisa e definitiva o è dettata dai compagni di viaggio
che di volta in volta imbarchi nell’impresa?
L’influenza di
amici, direttori artistici, produttori ha guidato
il mio tragitto fino a qui. Nell’album precedente, Solitari, le scelte stilistiche erano dovute a due fattori: uno, le
direttive del produttore Gandalf Boschini cui avevo lasciato come mai prima
carta bianca, e due, lo strumento con cui ho scritto le canzoni. Gandalf ha
scelto arrangiatore e musicisti, io ho scelto la chitarra. Scrivere alla
chitarra porta più verso il rock, nel mio caso. Mentre lo swing è tipicamente
pianistico. Archivio Postumia e Canzoni per adulti li ho scritti
interamente al pianoforte: l’universo orbitante tra il Tom Waits di Blue Valentine, il Paolo Conte di Aguaplano e i retaggi delle indicazioni
di Lilli Greco ne erano all’origine. Dio
è altrove e Esplosioni nucleari a Los
Alamos risentono massicciamente della mia scrittura alla chitarra e
dell’incontro con il chitarrista Roby Ceruti, un archeologo dell’elettrica. Gli
incontri decidono come le cose nascono. La
spia che ti amava è nata praticamente a Parigi, con la mia chitarra comprata
in loco e i concerti quotidiani cui assistevo alla Guinness Tavern. C’erano cover
band rodate, un modello trio di base, basso chitarra e batteria, cui abbiamo
aggiunto due voci femminili. Ecco a voi Le Cifre. Vi si è aggiunto il piacere
dell’uso tarantiniano delle colonne sonore vintage. Ma lo si scoprirà meglio
all’uscita dell’album.
Beh, con
questo tuo finale dico non dico, apri uno spiraglio di luce davvero
interessante sull’intero nuovo lavoro che uscirà a febbraio. Non credo tu
voglia anticipare altro in merito al contenuto del nuovo disco, allora ti
faccio un’ultima domanda più ampia. Il nuovo disco lo pubblicherai anche in
vinile e, in ogni caso, lo diffonderai comunque sulle varie piattaforme
digitali? Te lo chiedo perché alcuni artisti (mi vengono in mente Pippo Pollina
e Davide Van De Sfroos) hanno deciso di intraprendere una battaglia che,
sinceramente, ritengo un po’ donchisciottesca, contro la musica definita
liquida, ossia la fruizione musicale in digitale della musica, affidando le
vendite del loro ultimo album esclusivamente ai supporti fisici (cd ed il
ritornato di moda vinile). Che ne pensi in merito?
La mia scelta
discografica stavolta è caduta sulla Long Digital Playing di Luca Bonaffini,
un’etichetta principalmente digitale, come dice il nome, ma che per l’occasione
stamperà e distribuirà anche i CD. Dunque, tutte le piattaforme virtuali sono
coinvolte in prima istanza, poi il supporto fisico, ma al vinile non credo
arriveremo a meno che non ci siano prenotazioni a prezzi da collezione. In tal
caso al denaro non diremmo di no. Il mio anacronismo non si spinge
all’irrealismo, il mondo è digitale, la mia etichetta lo è, quando mi
pubblicherà la rivista Vinile rivedrò
semmai la mia posizione. Stavolta vorrei aumentare l’impegno dal vivo, vista la
band così ben affiatata. Nulla è più concreto di un concerto.
di Fabio Antonelli
È il 2 novembre del 1975, Pier Paolo
Pasolini viene trovato morto all’idroscalo di Ostia da un passante, è stato
massacrato di botte e risulta essere stato più volte investito dalla sua stessa
auto, un’Alfa Romeo GT 2000. Da subito, a essere accusato è Pino Pelosi, un
ragazzo di vita di 17 anni, che confessa di aver ucciso Pasolini perché
quest’ultimo voleva avere con lui un rapporto sessuale non consensuale. Quel
momento segnerà la fine terrena di un grandissimo poeta, ma anche l’inizio di
un modo errato di approcciarsi alla sua figura, seguiranno biografie,
documentari, film, spesso concentrati sulla sua omosessualità, sul suo
preferire accompagnarsi a giovani ragazzi di vita, anziché sulla sua vasta
produzione letteraria, cinematografica e persino pittorica.
Cosa c’entra Pasolini con Serge
Gainsbourg? Apparentemente nulla, ma scrivere su un personaggio come Gainsbourg
avrebbe potuto portare allo stesso errore e credo ne sia ben conscio Marco
Ongaro se, in un capitolo di Un poeta può nasconderne un altro - Il senso
della parola di Serge Gainsbourg, scrive “Pare che la formazione sessuale
di Gainsbourg significhi molto per i suoi biografi, divisi tra femmine attratte
dal mito della Bestia che conquista la Bella e maschi invidiosi del Brutto che
attira le splendide che loro non hanno saputo attirare” e più avanti “Ma è la
sua grandiosa capacità di assimilare e trasformare, teorizzare e analizzare le
pratiche conseguenti in fatto di sesso e amore, temi fondamentali di qualunque
espressione artistica, a essere l’elemento principale del mito Gainsbourg”.
Boom! Centro! Ecco, quindi, su
cosa non puntare la lente d’ingrandimento, deve aver pensato Marco Ongaro nello
scrivere del mito Gainsbourg, comprendendo bene che non sta tanto nella capacità
amatoria la sua grandezza quanto, semmai, nel saper trasformare in oro, come un
novello Re Mida, “il sudore e le frizioni basilari che coinvolgono due esseri
esteticamente ben assortiti nel corso degli esercizi d’amore”, citando ancora
una volta l’autore del libro.
Com’è dunque il Gainsbourg di
Ongaro? Se ne intuisce grandiosità e originalità sin dall’introduzione, dove
emerge un poeta che non parte dalle idee ma dalle parole, è il cantante
francese a dire “Le parole veicolanti le idee, e non le idee veicolanti le
parole. Primordiale. Niente parole, niente idee”. Scrive però Ongaro in
proposito “Il calembour è sempre in agguato”, come quando Gainsbourg afferma “Fino
alla decomposizione, io comporrò”. Ma non solo l’amore per il calembour:
dall’immensa produzione di Gainsbourg emerge un utilizzo delle parole spesso
spiazzante, così spiazzante da essere a volte incompreso oppure compreso solo
in parte, soprattutto per chi non è di lingua madre francese. Nelle proprie
canzoni usa spesso il franglese, un ambiguo miscuglio delle lingue francese e
inglese in cui i significati si sommano ad arte, come ad esempio in Lemon
incest, in cui una tredicenne Charlotte Gainsbourg canta “incest de
citron” e il coro le replica “lemon incest (lemon zest)”, una sorta di
traduzione simultanea che disvela il senso francese in essa celato. Geniale,
come quando fingendo di voler omaggiare la celebre Le foglie morte di
Jaques Prevért, scrive la sua La chanson de Prevért, che in francese
suona effettivamente come “la canzone del prato verde”, con nuovi versi ispirati
perfino forse a quelli potenti del Giuseppe Ungaretti di Non gridate più,
con cui in realtà sembra voler dire “Finitela con queste Foglie morte, o
moriremo tutti di nostalgia”, quasi a voler interrompere la serie di rimandi
per cui un qualcosa nasconde sempre un richiamo a qualcosa d’altro. Persino
quando pare a corto d’idee, per cui attinge da versi altrui (c’è in tal senso
una complicità incredibile con Boris Vian), riesce sempre a trarne nuova linfa
o a scompaginare le carte.
Ma il mito Serge Gainsbourg, dall’inizio
del timido Lucien alla fine del borderline Gainsbarre, in questa biografia di
Ongaro è totalmente assente? Assolutamente no, è sempre lì sullo sfondo ma sono
le canzoni, o meglio il senso per la parola di Gainsbourg, ad attrarre
visceralmente Ongaro, che quasi come un biologo mette sotto la lente di
ingrandimento le gemme più nascoste e le analizza.
Ne esce una guida preziosissima anche
ai neofiti in fatto di Gainsbourg, come il sottoscritto, un vademecum capace di
far comprendere come mai questo mito assoluto sia sopravvissuto al passare del
tempo, illuminando come un faro anche coloro che sono venuti dopo di lui,
diventando a sua volta fonte di ispirazione non solo per i cantautori francesi,
ma anche per quelli d’oltralpe, perché in fondo un poeta ne nasconde sempre un
altro.
Detto questo, credo che nessun
altro in Italia, se non proprio Marco Ongaro, avrebbe potuto scrivere così bene
e così approfonditamente di un artista sconosciuto a molti miei coetanei (pronti
a riconoscerlo però ascoltando il capolavoro Je t'aime moi non plus, famosissimo brano utilizzato proditoriamente
per animare a tappeto i servizi telefonici erotici degli anni ’80) perché Marco
Ongaro, come Gainsbourg, ha sempre saputo spaziare da una forma d’arte a
un’altra - è autore di canzoni, scrittore di libretti d’opera, saggista,
biografo - facendo della tecnica di scrittura la sua arma migliore per cogliere
la poetica altrui e appropriarsene. Mi viene in mente, per esempio, la sua
canzone The lies que vou disiez, contenuta nell’album Certi sogni non
si avverano: in fondo non troviamo qui lo stesso franglese di cui spesso
fece sfoggio Gainsbourg?
Un
poeta può nasconderne un altro.
Autore: Marco Ongaro Casa Editrice: Caissa Italia Genere: Musica Tipo libro: Saggio Prezzo: € 19,50 |
di Fabio Antonelli
A due anni dalla pubblicazione dell’album Il fantasma baciatore (D’autore - Azzurramusic) e a un anno dall’uscita del singolo “fuori programma” Hotel Bella Italia, che nel tradurre il classico degli Eagles (Hotel California) ne rilegge in chiaro la smaccata attualità nazionale, Marco Ongaro estrae dallo stesso disco l’estremo singolo Star Trek, video che vuol dare l’addio al denso lavoro pubblicato nel 2018 per annunciare l’avvio dei lavori per un nuovo album prodotto ancora da Gandalf Boschini, per D’autore - Azzurramusic.
Era necessario salutare un album denso come Il fantasma baciatore uscendone dal fondo, attraverso l’ultimo
brano, quello che si chiude in farmacia. Ed è da questa farmacia, nella quale
due anni più tardi siamo finiti tutti, che riprendo con l’idea di fare un nuovo
disco che ci aiuti a uscirne. La casualità profetica del momento creativo è un
patrimonio che si rivela utile a profezia avverata. La solitudine che trasuda
dal brano, l’elenco delle cose, l’inventario di ciò che rimane una volta a
casa, chiusi, senza socialità, è l’apertura di senso che solo ora comprendo si
sviluppava nell’apparente chiusura dell’album. Fare un video significa estrarre
un singolo. A questo punto la scelta era obbligata.
La canzone è nata da un testo del poeta Nicola
Saccomani, cui tu hai rimesso mano e che hai musicato, con una melodia struggente
che è un po' come un addio al resto del disco dichiaratamente rock, una melodia
e dei versi che esprimono un senso di alienazione. Quel lungo elenco di oggetti
quasi dimenticati... insomma un testo che si presta molto a una
rappresentazione visiva. Il video alterna immagini in interni a immagini in
ampi spazi aperti, dove è stato collocato geograficamente e perché proprio quei
luoghi?
Il testo l’avevamo scritto insieme, Saccomani e io, una dozzina di anni
prima. Al momento di raccogliere i brani dell’album me lo sono trovato davanti
in tutta l’imperfezione di allora. Così ho preso a limarlo mentre lo musicavo,
sistemavo versi, ne aggiungevo, spostavo la farmacia dall’inizio alla fine del
brano. Poi naturalmente l’ho fatto ascoltare a Nicola, che ha approvato. Il
video di Stefania Tramarin l’abbiamo girato tra Ferrara e il Delta del Po. Ci
serviva un ambiente che amplificasse la solitudine, un deserto con cattedrali
come i dintorni di Porto Tolle, e anche una città poetica come la dimora di
Ariosto.
Sì, in effetti l'equipaggio dell'Enterprise stavolta più che scoprire nuovi
mondi si occupa di alieni già noti, dietro al banco della farmacia c'è la ciurma
che ci guarda. Gli alieni siamo noi, attoniti, rifugiati in un luogo
apparentemente protettivo, in cerca di una cura insostenibile, una sorta di
ninna nanna ambientale che ci culli fino al sonno eterno. O ci riporti indietro
a quando ci credevamo invincibili.
In fondo questo Star Trek, proprio come la
nota serie di fantascienza, ha una funzione di traghettatore verso nuovi lidi,
hai detto di avere in mente un nuovo disco che ci aiuti anche ad uscire da
questa impasse. Come sarà questo disco? Musicalmente segnerà l'addio al mondo
del rock? Ma soprattutto riuscirà ad avere in sé quella forza taumaturgica cui
tutti ambiscono in questo periodo in cui tutti si sta un po' come d'autunno
sugli alberi le foglie?
L'atto creativo è taumaturgico prima di tutto per chi crea. L'energia che si attiva è della frequenza più elevata e potente che esista. Certe mattine mi sento fortunato perché, qualunque casino possa esserci intorno e dentro me, nel momento in cui sono chiamato a creare tutto scorre più rapido e intenso, non c'è spazio per depressioni o ansie. Avere un progetto come un nuovo disco impegna qualche mese nelle sue varie fasi, una più appassionante dell'altra. Certo, abbandoneremo l'impianto rock del Fantasma baciatore per intraprendere nuove vie, come Gandalf Boschini mi sta suggerendo da tempo. E per questo gli lascerò stavolta la mano più libera di intervenire su suoni, arrangiamenti e concezione generale delle canzoni scelte. Sarà taumaturgico anche per il produttore esecutivo, immagino. Che poi sia taumaturgico pure per chi lo ascolta, beh, la speranza non costa molto.
Un'ultima domanda, visto che del nuovo disco, giustamente, hai rivelato poco o nulla. Vorrei tornare su Star Trek, sulla tua collaborazione con Nicola Saccomani. Curiosando in rete, ho trovato davvero poco di lui, ma ho visto che la sua recente scomparsa è stata accompagnata sul suo profilo Facebook da grandissimo affetto. Come è stato il tuo rapporto con lui? Cosa ti ha lasciato?
Nicola era frontman, insieme a Giuliana Bergamaschi e Luca Zevio, dei Ratatuia, mi par di ricordare, un gruppo che ha vinto l'Arezzo Wave anni fa. Un cantautore oltre che un poeta, un uomo ironico, spiritoso, distaccato e partecipe. Tormentato come lo sono i poeti. Nell'autunno del 2005 ci siamo avvicinati a lavorare su dei testi per non so quale suo progetto che non ha più preso piede. Avrebbe musicato lui il tutto, cosa mai più avvenuta, così come i testi sono rimasti fogli con versi sparsi, un po' ricomposti l'uno sull'altro, un po' sul suo quaderno un po' sul mio. Poi ci siamo persi di vista fino a che, in un momento di sua riemersione, nel 2018, ha scritto e presentato un libro di poesie, Scritti urbani. Sono andato al suo recital e gli ho detto della canzone, che l'avevo rimaneggiata ed era diventata Star Trek, ha approvato il titolo e il lavoro. Poi siamo rimasti in contatto per chat, saltuariamente, gli ho fatto avere il disco, mi ha scritto le sue emozioni, positive sebbene la sua concezione musicale e poetica fosse diversa dalla mia. Gli ho mandato il video Hotel Bella Italia e mi ha scritto belle parole anche su quello. Ma le parole più belle sono quelle delle sue poesie, come il distico riportato nel biglietto di ricordo al suo funerale, nell'ottobre del 2019, una poesia che ritrae perfettamente il tono dei suoi versi, la fulmineità della sua visione creativa, l'ironia tenera, al confine dello struggimento ma sempre distaccata: Tra un milione di virgolette / voglio dirti che ti amo.
Sito ufficiale di Marco Ongaro![]() |
| Cover cd IL FANTASMA BACIATORE |