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venerdì, febbraio 16, 2024

Marco Ongaro - La spia che ti amava, ossia pericoli e peripezie dell’amare

di Fabio Antonelli

Anticipato a novembre dello scorso anno dall’uscita del bel videoclip “La spia che ti amava” e il giorno di San Valentino dal secondo videoclip “S.r.d.”, esce proprio oggi il nuovo disco del cantautore veronese Marco Ongaro, intitolato “La spia che ti amava” (2024 Long Digital Playing). Un disco decisamente rock, realizzato con le Cifre, un classico trio basso elettrico, chitarra elettrica e batteria che vede come interpreti Pepe Gasperini, Pietro Franzosi e Giovanni Franceschini, con l’aggiunta di due coriste Lucia Corona Piu e Jessica Grossule. Se l’impianto del disco è rock, la scrittura poetica e raffinata di Marco Ongaro la fa da padrona.


Come consuetudine, se sei d'accordo, partirei da copertina e titolo. Una foto in cui ti si vede camminare furtivo per strada nascosto quasi per intero da una siepe. Con gli occhiali scuri da sole sembri quasi un agente segreto in azione e, guardando bene per intero la foto, a sinistra si vede parzialmente qualcuno o forse meglio qualcuna che di nascosto ti fotografa. Il titolo sembrerebbe togliere ogni dubbio. Com'è nato il tutto?

In verità il braccio del fotografo che mi ritrae di nascosto in copertina è del videomaker Oscar Serio: lui sta girando il video del singolo La spia che ti amava che dà il titolo all'album mentre Stefania Tramarin scatta sul set la foto che con l'intervento dell'art director Tiziano Cristofoli sarebbe diventata lo scatto di copertina. Una mise en abyme casuale che, se l'avessimo pensata, non sarebbe venuta così bene. Cristofoli ha poi insistito mettendo un fotografo anche dietro la vetrata del locale da cui vari miei cloni si allontanano nell'immagine del libretto interno usata come copertina del video su YouTube. La privacy è violata dal principio, c'è sempre un paparazzo da qualche parte, ciascuno fotografa qualunque cosa in ogni momento, uno dei sensi della title track sta appunto nell'essere spie grazie allo strumento di spionaggio per eccellenza, la macchina fotografica di cui ormai ogni telefono è provvisto. Ma se "L'amore è un'informazione che sfida l'algoritmo dell'iPhone", il resto delle manifestazioni della nostra esistenza ormai non si sottraggono alla sudditanza digitale, o almeno si crede sia così. Si cercano prove dell'amore dell'altro andando a spiare il suo cellulare mentre dorme, ma l'amore non lascia prove di sé se non effimere, ambigue, fraintendibili. E a poco serve cambiare la password "un giorno sì e un giorno no", bisogna rassegnarsi all'irriproducibilità virtuale del sentimento, quindi al suo impossibile smascheramento. Una parola lasciata su una chat può essere mal compresa mille volte e celare così l'essenza del sentimento che l'ha suscitata. Le parole scritte, le stesse immagini, mentono il più delle volte a dispetto della voglia di rappresentarsi da cui scaturiscono. Allora i miei occhiali scuri, finti Cartier comprati al mercato delle pulci di Glignancourt, non nascondono solo il mio vero sguardo, ma anche la loro natura "tarocca", e gli edifici da Miami Vice che Cristofoli ha messo in rilievo con la luce camuffano il complesso residenziale di Verona in cui una felce di qualche tipo suona come una pianta tropicale. Non c'è niente di vero nel mondo delle spie, tranne l'apparenza.



Ecco, diciamo che così mi hai già parlato anche della title track che apre con una grande grinta rock il disco, per cui passerei alla seconda traccia Il gelsomino, un brano dolcissimo in cui un fugace incontro tra due amanti si fa pura poesia, che belli i versi in cui descrivi lei nell'amplesso "E la schiena si mostrava nel suo volo / era l'esile sua tempra / solo per chi l'amava / candida su un bianco stelo / potente come la sua fiamma / ardente tra la tragedia e il dramma". L'atmosfera ha un qualcosa di francese, di Nouvelle Vague, ma magari è solo una mia impressione...

Come contraddire una tale affermazione? Quando si parla d'amore la Nouvelle Vague occhieggia felice. Direi più Truffaut che Godard, più Rohmer che Chabrol. Poi l'evocazione è soggettiva, la pennellata dell'autore tende a sollevare nell'animo di chi legge o ascolta echi delle rispettive esperienze. Per me, ad esempio, si sovrappone all'immagine di un airone che vidi una mattina di giugno "nella pioggia rada", e rara visto il luogo e la stagione, su una spiaggia di Sifnos nelle Cicladi. Non sai mai cosa ti fa venire in mente un'immagine. Così come un profumo. Il gelsomino del titolo è la parte per il tutto, ciò che accoglie all'arrivo e ciò che lascia alla fine, una sorta di saluto, un profumo che incornicia il ricordo con la sua struggente intensità. L'uso dell'imperfetto poi: la canzone è tutta all'imperfetto, un tempo verbale di per sé elegiaco. Il ritornello di El portava i scarp del tennis, oltre alla potenza delle parole di Jannacci, riesce a rendere mitica e gloriosa la semplice figura di un barbone in virtù dell'imperfetto, questo tempo così meditativo, inconcluso, continuativo. Usato nelle strofe di Gianna da Rino Gaetano rende epica la pur stramba figura della ragazza prima di sdrammatizzarla nel presente del ritornello che si stempera poi nel futuro proverbiale di "chi vivrà vedrà". La scelta di narrare all'imperfetto è la scelta di immortalare, molto più che con il passato remoto. Se si deve fare una statua commemorativa in poesia, niente di più potente dell'imperfetto. A volte scrivere di un ricordo aiuta a custodirlo.

S.r.d. con il suo potente riff iniziale ed un ritmo rock molto teso ma allo stesso tempo gioioso, ci porta ad affrontare un altro capitolo dei rapporti di coppia. Se in economia i rapporti societari si muovono tra S.p.A., S.a.s. o S.r.l. l'amore sembra regolato da una S.r.d., cioè una Società a responsabilità disperata, in cui i rapporti tra i due sono "una sfida al ribasso tra due libertà". Il tema è svolto in tono quasi scherzoso, incomincia con un "Tu amavi me / io amavo te / ma tu temevi che / tra te e me / il primo sarei stato io / a dire addio" per passare a "Tu ami me / io amo te / ma tu sospetti che / tra te e me / il primo sarò io / a dire addio" e finire con "Io credo a te / tu credi a me / Però non credi che / tra te e me / l'ultimo sarò io / a dire addio". Sembra quasi un L'hai voluto tu (Eptalogia delle colpe e del perdono - Archivio Postumia) 2.0, o sbaglio?

In effetti tendo a sdrammatizzare e il rock 'n' roll aiuta molto. Sto fatto che si tratti di "dondolare e rotolare" in fondo non rende mai del tutto serio ciò che si racconta. Era mia intenzione ridere di questa abitudine, di quando si è innamorati, a rendere prossimo il distacco, a scongiurarlo attirandolo in una serie di profezie che si autoavverano culminanti nella dichiarazione "Mi lascerai", cui si risponde naturalmente "No, sarai tu a lasciarmi". È un gioco che si fa quando si è cotti persi e non si ha in fondo molto altro da dirsi tra un abbraccio e l'altro. E hai ragione! Sei andato a pescare una canzone in Archivio Postumia che finiva mettendo a braccetto Luigi Tenco e Piero Ciampi: "Mi lascerai, non ti lascerò. Io sì io sì. Tu no tu no". Me n'ero dimenticato e questo la dice lunga su quanto possano essere utili agli autori dei recensori preparati. In effetti questo giochino che ho intitolato Società a responsabilità disperata riprende il discorso dalle recriminazioni amorose di L'hai voluto tu e lo porta avanti in modo meno adulto, lo infantilizza così come ci si infantilizza nell'innamoramento. Non si crede che l'amore dell'altro resista più del proprio, mentre dentro di sé si spera che avvenga proprio questo, perché il primo a disamorarsi sarà quello che poi starà meno male, se togliamo il senso di colpa di essersi disamorati che comunque non è dolore vero e proprio. Ma finché si fa il giochino nessuno ancora sta male, si cerca solo di prefigurarsi l'inevitabile, un po' per esorcizzarlo e un po' per quel masochismo da cinema horror per cui si prova un brivido standosene però ancora bene al sicuro. Per questo l'arrangiamento del brano è di per sé "poco serio", inanellando rock anni Cinquanta e Sessanta a momenti punk e visioni elettriche un po' buffe come le sa fare Vasco Rossi. Lo stile è frammentario e concitato, a volte ripetitivo come i discorsi che si continuano a fare con piccolissime variazioni all'unico scopo di tenere il contatto in amore. Ho voluto farci un video giocoso proprio per questo, quasi irriverente dal punto di vista del rocker. Niente cuori straziati, solo immaginazione reiterata su modelli coattivi. Gli stessi discorsi in vari posti diversi. Di cosa parliamo quando si parla d'amore? Ma di lasciarci, è ovvio!



La successiva Lo sfondo è di una dolcezza incredibile, si apre con questi magnifici versi "Tutto è sfondo dove non sei tu / tutto è scenografia / tutto è sfondo quando sei via / tutto è retroscena / chi camminava si ferma / chi discorreva sta zitto / e la proprietà del mondo / in fondo è un affitto" e ci racconta di una storia d'amore mancata e della perdita di senso di tutto il resto, che alla fine diviene solo sfondo. Personalmente è forse il brano che più mi ha colpito e quel verso "Tutto è sfondo dove non sei tu" è così bello da avermi fatto venire in mente il verso "Se dovessi reinventarti ti farei dal vero" di Pierangelo Bertoli.

E tu mi citi Bertoli che con il mio discografico attuale, Luca Bonaffini, ci ha scritto canzoni. Lo sfondo vuole rendere l'idea di un egotismo traslato. Se per l'egotista il mondo è tutto filtrato dalla sua sensibilità ed esiste in quanto pura autopercezione, nel caso dell'egotista innamorato il mondo appare totalmente filtrato dalla sensibilità della persona amata. Se lei non c'è, l'ambiente diventa uno sfondo inane, una specie di programma di videogame per un gioco di ruolo in cui le interazioni non si innescano, i personaggi che lo abitano non agiscono e i suoni e le immagini si mostrano nella loro insensatezza di circuiti immotivati. Mi piace fare poesia citando i videogame, i pixel e l'elettronica, un po' cyberpunk. In verità non è detto che la storia d'amore della canzone sia mancata, il testo tratta dell'ipotesi di tale fallimento. "Se dall'aereo tu non scendi / o il bagaglio non esce mai", o ancora "Se tu riparti prima del tempo / o ti sistemi in qualche hotel". È il gioco letterario del "e se...", un altro modo di dichiarare l'amore, facendo capire quanto la persona mancherebbe qualora mancasse. Accidenti, fino a qua è proprio un disco sull'amore!

Scusa Marco, te lo cito nuovamente, perché se Bertoli in Poeti cantava "I poeti son poeti perché scrivono poesie / Fanno a gara nei concorsi dove vincono bugie / quei concorsi col salame, con la medaglietta d'oro / hanno il vizio di spiegarti che i poeti sono loro" qui, in Concorsi di poesia senza poeti, abbiamo uno scenario forse ancor più sconsolante "Complottavano nei portici come profeti / forti di qualche ingenua che li aveva condivisi in un post / sognando concorsi di poesia senza poeti / dove spadroneggiare grazie alla Gazzetta dello Sport", sognando di far parlare di sé fosse anche solo per un giorno "In concorsi di poesia senza poeti / a far parlare oggi e domani si vedrà", ma forse non sono tanto le vittime a destare la tua compassione quanto chi, cosciente della loro mediocrità li adula innalzandoli come massimi poeti "Tra catering kermesse prego astenersi / da faccine selfie e altre forme di pornografia". Potrebbe, in qualche modo, essere considerata un seguito di Ciascuno ha il proprio festival?

Lo è senz'altro. Entrambe sono invettive sui carrozzoni. Prosegue sul solco dell'indagine sulle motivazioni profonde di chi organizza tali concorsi, spesso un'aspirazione inconfessata alla poesia. Taluni operatori culturali che sotto sotto, se vai a grattare bene, scopri che nascondono le loro "poesie nel cassetto". Taluni radunatori di cantautori che scopri essere loro stessi cantautori, sebbene non apertamente dichiarati, poeti mancati che puntano sull'altrui mediocrità o sulla vicinanza a qualcuno di effettivo valore per risaltare in società, se non altro per emergere o parificarsi. Il problema con un'invettiva è come risolverla infine, dove mandarla a parare. Mentre in Ciascuno ha il proprio festival il protagonista punta al mercimonio come risarcimento per l'altrui presunta incomprensione, qui ho voluto porre il ritornello in un territorio lontano, un canto senza autore o di autore ormai ignoto, che molti di noi cantavamo andando in montagna o nelle passeggiate da bambini e che nessuno riconosce più, in base al mio esperimento. Incerti pure sul titolo (Lassù sul monte nero o anche Caramba) in internet lo definiscono "canto scout" come pure "canto di pace" o "canto contro la guerra", ed è una specie di Spigolatrice di Sapri che muore con tanto di mitragliata nemica nella strofa più drammatica che però da bambino non mi facevano cantare mai. La fermavano prima. Mi è bastato prendere una strofa di questa, cambiare i "dodici briganti" in "tredici invitati" e il détournement era servito. Chi è l'invitato che non beve? Come diceva Thomas S. Eliot, ne La terra desolata: "Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?" È l'eterno mistero dell'autenticità.

Foto di Stefania Tramarin


Un'altra chitarra elettrica dal suono teso e un coro a far da contraltare con i versi "Tieni le distanze / poche confidenze / Tieni le distanze / poche confidenze" apre Una via di fuga. Lo scenario mi sembra essere la pandemia ma, sembra che il tenere le distanze più che una regola dettata dall'emergenza sanitaria sia più un'imposizione amorosa, un altolà all'approccio amoroso, almeno mi sembra di intendere dai successivi giustificativi versi "Vuoi trovare una nuova persona / che ragioni a mente fredda / che abbia una vita sana ed un'anima assai buona senza essere per forza un Buddha / ma nessuno è senza macchia / senza un Fracchia nell'armadio". Trovo che i versi "Al mattino una rugiada alla sera una candela alla notte una via di fuga" siano una perfetta sintesi della situazione descritta dalla canzone o mi sbaglio?

La pandemia come esperienza di isolamento e di divieti, certo, che sinteticamente trasforma un ipotetico refrain alla "twist and shout" nei versi del coro, che sono esortazione e figure da ballo collettivo: invece di "butta in aria le mani / e poi falle girar" ci troviamo ora con "tieni le distanze / poche confidenze" a compendiare il cambio di epoca. Così come la figura retorica della personificazione viene a ripopolare nel ritornello le spiagge e i paesaggi disertati dagli umani, e per fortuna che il linguaggio almeno ci soccorre ancora. Va da sé che l'isolamento e lo spopolamento di umani dal mondo, ripopolato invece a dismisura nei siti virtuali, comportino pure difficoltà d'incontro amoroso in senso concreto. Esplosioni di chat mentre il coprifuoco impazza. Nei versi che citi mi è molto piaciuto traslare il solito scheletro nell'armadio nella maschera di Fracchia che tutti conserviamo nell'intimo, antonomasia sconosciuta ai giovani che forse riconoscono per sentito dire Fantozzi. Giovani che dovrebbero studiarsi il nostro Gogol, il nostro Melville, il nostro Kafka: l'incredibile Paolo Villaggio grande fustigatore di debolezze nazionali per nulla superate. I versi che citi nel finale della tua domanda, è vero, raccolgono l'emozione di quei tempi in cui si era bloccati per disposizioni governative, costretti a una frugalità umana dalla quale chissà se ci siamo ripresi.

Con Ritratto di donna scomparsa, c'è un cambio di scena totale, si può dire che cambi completamente anche lo stile di scrittura che si fa più descrittivo, andando a cogliere i particolari di un'assenza "di una casa di una stanza / negli scaffali in ordine / di un armadio a scomparsa / cucina senza intingoli / parete con credenza" aggiungendo però con quel "averne avuto già / più che abbastanza /sapere di mancare un giorno / magra soddisfazione" segno inequivocabile di precedente insoddisfazione. Più enigmatico il finale "Il quadro si è piegato / eppure non lo era / dev'essere passato / qualcuno a qualche ora /forse un colpo di vento", quasi una presenza "in casa tutto è spento / però c'è luce ancora"... C'è bisogno che ci illumini. Splendido l'assolo finale di chitarra elettrica, mi ricorda Santana...

Mi assicurano che il chitarrista Pietro Franzosi stesse pensando a John Mayer, ma effettivamente può ricordare Carlos Santana. Di certo hai ragione a definirlo splendido. Pennellate misurate, distorsione q.b., gusto dell'attesa e dell'affondo, finale in vorticosa ascesa. Il titolo della canzone è come capita a volte il verso mancante. È Lo sfondo che dalla quarta canzone viene in rilievo nella settima. Se prima era onnipresente ma insignificante, insufficiente nell'ipotesi di assenza della persona amata, ora acquista tutto il senso che si cerca non trovandola più davvero. Gli oggetti diventano indizi in un'indagine, elementi di un identikit, immagini solitarie tra Hopper e Morandi. Se prima tutto era niente, ora il niente diventa tutto e sembra parlarci di lei, di com'era quando c'era, di perché se ne sia andata. Si compone così un ritratto che, come ogni ritratto, è la rappresentazione dell'assenza sostanziale della persona, la descrizione della sua mancanza. Come la stanza in cui Salvador Dalì nella sua casa di Figueras raffigura il volto della procace Mae West mettendo una tenda bionda per i capelli, un rosso divano per la bocca e due quadri di gente in piazza per gli occhi, qui ogni dettaglio della mobilia descrive la donna scomparsa del titolo. E una cornice fuor di sesto per chissà quale ragione offre all'osservatore non certo disinteressato il sospetto, l'illusione, forse la speranza che lei sia ancora lì da qualche parte, scampata grazie a qualche momento di disattenzione. La casa è al buio, eppure c'è o s'intravvede della luce, vorrà dire qualcosa. In verità non c'è rassegnazione, né nella donna scomparsa forse proprio per questo né in chi ancora la cerca dove un tempo fu.

Ed arriviamo a Ma tu sorridi, canzone lenta, accompagnata per tutto lo svolgimento dal clarinetto suadente di Marco Pasetto. L'atmosfera del brano mi riporta un po' ad Anni ruggenti, in più sento molta nostalgia in questa canzone che parte da un presente, un dato di fatto, "Si vuole il corpo e si vuole la mente / ognuno cerca un cuore gentile / per questo lascio il ricordo indulgente / vagare all'ombra del vecchio cortile" per passare a dei versi all'imperfetto che emergono dai ricordi "C'erano pietre brillanti di sole / ed incantesimi di naftalina / sotto il sospiro del vento la gonna / già troppo adulta per una bambina" e poi si torna ancora al presente "Ma tu sorridi se scatta la foto / guardalo in faccia quando ti parla / abbassa gli occhi quando è arrabbiato / apri le orecchie orecchino di perla". Chissà che diranno le donne qui ... Fino agli amari versi finali "Ciò che è passato lo chiamano vita / E non esiste il presente davvero". Che mi racconti?

Se vogliamo lasciare "il ricordo indulgente vagare all'ombra del vecchio cortile", per forza di cose si va nel passato. E, come sottolinei tu, ci si va a passo alternato. Il cortile è un po' un Giardino dell'Eden e l'infanzia di ogni bambina, questa in particolare, è normalmente vissuta nell'innocenza di un paradiso terrestre destinato a guastarsi. Nella canzone in modo sotteso c'è questa atmosfera di perfezione corrotta, perché laddove si tratta di corpo e di mente, e torniamo all'amore ma anche strettamente all'eros, la presunta purezza infantile non può che tramutarsi in qualche shock che prepara la vita adulta. Non è chiaro nel brano, volutamente, di che natura sia lo shock. C'è un uomo, autorevole o autoritario, certo, potrebbe essere un padre come pure uno sconosciuto, come l'uomo con cui la donna vive adesso. Ciò che conta nel presente inesistente della protagonista è che il passato non è mai trascorso davvero, è una reminiscenza che occupa l'attimo che lei vive riempiendolo di determinati attimi che visse un tempo. Lei e la sua vita sono il risultato di qualcosa accaduto nel suo passato, in quel cortile, qualcosa di pregnante, non per forza riconoscibile in una categoria estetica di bello o brutto, ma talmente significativo da essere ancora qui, con lei, adesso. Allora il presente dei versi che tu hai citato non è che il passato che mai la lascia. Non sappiamo più se quel padre o quello sconosciuto sono davanti a lei in questo momento o se ne sono semplici rappresentazioni rimesse in circolo da altre persone o da fantasmi. L'identificazione tra passato e presente è assoluta, forse per un trauma, forse per una felicità tenuta stretta. Marco Pasetto e il suo clarinetto, certo, ma Anni Ruggenti proprio no. L'arrangiamento imbastito da Pepe Gasparini poggia sul suo basso intrecciato alla batteria di Giovanni Franceschini e alla chitarra di Franzosi in un modo talmente sofisticato da essere lontano anni luce dal dixieland di quel disco birbante. Per non dire delle voci di Lucia Corona Piu e Jessica Grossule, sirene morbide a unire il ricordo alla neutralità dell'attuale.

Il dixieland scoppiettante di Anni Ruggenti è indubbiamente distante dalle sonorità di questo lavoro, ma il clarinetto di Pasetto, sempre morbido e rotondo, lo trovo inconfondibile, intendevo questa assonanza ma passiamo, invece, ad Aveva un uomo in cui c'è ancora uno stupendo sottile gioco di parole nei versi "Ce n'era stato uno prima / forse più di uno / ma chi c'era stato non c'era / proprio quando c'era / era sì il suo uomo / ma poi non ci credeva / e lui non lo sapeva / com'è che un uomo è uomo / di una donna vera / una donna che invece c'era / c'era". Trovo il tutto sublime anche quando un tema serio come quello della presenza-assenza di un uomo accanto a una donna è sapientemente stemperato da un "abracadabra la vita ha deciso / tra un Lalaland e un Tralalà", ove "Ogni sospiro un motivo ce l'ha"...

Lalaland è un film musicale, e lo stesso vale per Tralala, molto meno noto, che ho avuto la ventura di vedere un paio di volte al cinema a Parigi. In Italia credo non si sia nemmeno affacciato. Sono due musical, insomma, utili a descrivere l'universo della protagonista, una rappresentazione tra oroscopi e Tarocchi dove ci si aspetta che qualcuno a un certo punto si metta a cantare o faccia qualche passo di danza, una vita poco seria trascorsa non tra incudine e martello ma tra un uomo che non c'era più da subito e uno che deve sempre ancora arrivare. Il gioco tra passato e presente della canzone precedente qui si sospende nell'area dell'attesa, durante la quale la vita effettivamente scorre. E tra le magie delle fiabe e i sogni del musical non passa neanche poi male. Un brano che sottolinea quanto una donna sappia meritare molto più di quello che alla fine le capita di avere, circondata da uomini insufficienti, incapaci di esserci pure quando ci sono. La suggestione musicale del testo è avvalorata nell'arrangiamento da evocazioni di Kurt Weill eseguite però dalla chitarra distorta dei Black Sabbath e contrappuntate da un tema vocale femminile alla Ennio Morricone. Un miscuglio fortunatissimo, un equilibrismo che unisce il teatro di Brecht al reality di Ozzy Osborne, un guazzabuglio miracolosamente riuscito che ben rappresenta l'esistenza e lo spessore della protagonista.

Foto di Stefania Tramarin


La traccia numero 10, intitolata Pascoli Verdi, è come ormai consuetudine nei tuoi ultimi dischi, una traduzione in italiano di una canzone straniera. La scelta questa volta è caduta su Pastures of plenty di Woody Gutrie e, quello che originariamente era un pezzo country folk, qui è diventata una ballata rock più conforme all'intero spirito dell'album. Come è nata questa scelta e quali le eventuali difficoltà nell'adattamento se ci sono state?

Nel luglio 2012 a Modena Maurizio Bettelli, cantautore, operatore culturale e massimo esperto italiano di Guthrie, organizzò un Tributo a Woody Guthrie per il Centenario della nascita e mi invitò. Mi assegnò anche la canzone che avrei dovuto cantare, Pasturses of Plenty appunto, i pascoli dell'abbondanza, che per l'occasione tradussi in Pascoli verdi. Il primo imbarazzo all'epoca era quello di andare lì e cantare in inglese, cosa che avevo fatto negli anni 80 quando indossavo il costume del canadese O'Gar per contrabbandare della Italo Dance di cui scrivevo i testi in lingua straniera. Dopo aver smesso nel 1986, mi ero ripromesso di guardare in faccia il pubblico da lì in poi cantando solo in una lingua che potesse capire. Per quanto millantassero, gli italiani non hanno mai capito un'acca di inglese cantato, men che meno cantato da me. Dunque, mi parve naturale tradurre il brano per cantare quello che dice Guthrie a un pubblico che potesse afferrarlo. Prima sentii la sua versione, poi ascoltai un bootleg in cui Bob Dylan maltrattava il brano abbastanza da rendere facile impossessarmene. Forgiai su Dylan la traduzione cantata. Per questo sul disco dichiaro che l'ho tradotta "per colpa di Maurizio Bettelli": non mi avesse invitato non mi sarei mai cimentato in un'impresa tanto azzardata perché, se il testo è parecchio fedele com'è mia abitudine, la musica è proprio liberamente interpretata. Il tutto ovviamente si confà senza problemi allo spirito dei folksinger di allora che si passavano le canzoni e le riarrangiavano da uno Stato all'altro facendone qualcosa di proprio. In questo caso il chitarrista Franzosi ci ha messo pure del suo, creando un'intro alla Hendrix non distorto che conferisce una particolare tensione alla ballata. Il testo è tra i più letterari di Guthrie, tratta della tematica delle migrazioni americane in seguito alle tempeste di polvere di cui John Steinbeck narrò nel romanzo Furore. C'è epopea da vendere, insomma.

Eccoci così arrivati al brano che chiude il disco Quello che accadrà, dedicato a Vittorio De Scalzi, con quei versi toccanti del ritornello "Was ist loss mit dir / la clessidra vuota / was ist loss mit dir / la sua sabbia idiota / nudo il buio sembra quasi blu / c'era un'ombra forse tu" sorretti da una struggente melodia, cui alla fine si aggiunge il verso "Quello che accadrà sarà un po' niente" che chiude la traccia con la musica improvvisamente interrotta. Mi dici qualcosa del rapporto che ti univa a Vittorio, che credo andasse oltre l'attività strettamente professionale?

Con Vittorio De Scalzi era facile essere amici, tale era la squisitezza della sua persona. Ci si divertiva e si giocava, il suo particolare calore umano non veniva mai meno nella comunicazione, di una qualità eccellente. Insieme abbiamo lavorato a Gli occhi del mondo, dalle poesie di Riccardo Mannerini, su suggerimento di Enrico de Angelis che mi aveva proposto come sostituto di De André in quello che avrebbe dovuto essere il seguito ideale di Senza orario e senza bandiera, ma il lavoro era andato oltre quella collaborazione, diventando subito complicità. In compagnia di Marco Spiccio, Max Manfredi, Cristiano Angelini e la moglie Mara abbiamo passato bellissime giornate e serate genovesi tra canzoni e prosecco. Quello lo portavo io. Lui mi ha aiutato a rifinire le canzoni del mio spettacolo teatrale sulla Costituzione nel 2009, di cui siamo coautori, e io per lui ho scritto i testi di un intero concept album sul Graal, di cui solo una canzone finora è stata pubblicata. Funziona così tra autori e musicisti: l'amicizia è fatta di ciò che si fa insieme, quello che si è creato in combutta continua a tenerci uniti per sempre, a prescindere dalle sorti seguite poi da ciascuno. È stato un privilegio lavorare con lui significa: è stato un privilegio essere stati amici. E un grande piacere. Per questo gli ho dedicato l'ultima canzone del disco. Ora che lui manca fisicamente in questo mondo sarà difficile che ci accada qualcosa ancora. Tutto qui. La falla spaziotemporale si è richiusa, per il momento.


lunedì, novembre 27, 2023

Marco Ongaro – La spia che ti amava, quinto episodio della sua indagine sull’amore

di Fabio Antonelli

Il 24 di novembre è uscito su tutte le piattaforme digitali il videoclip “La spia che ti amava”, il nuovo singolo di Marco Ongaro. Un brano che anticipa la pubblicazione dell’album omonimo, anche su CD, prevista a metà febbraio 2024 a cura della Long Digital Playing di Milano. Il nuovo progetto musicale verrà presentato in anteprima live con un concerto che si terrà venerdì 1° dicembre all’ESOTERICPROAUDIO THEATER di Villafranca (VR).


Il 24 novembre, è uscito il videoclip La spia che ti amava, il singolo che anticipa il nuovo album in uscita a febbraio 2024 e che avrà lo stesso titolo. Due domande in una: perché l’idea di riprendere nel titolo proprio quel James Bond interpretato da Roger Moore, piegandolo però su te stesso (in Bond c’è un mi e non un ti amava) e se, la copertina, che mostra una tua immagine in movimento ripetuta più volte a sovrapporsi, ti rappresenta, io direi di sì perché sei sempre stato un artista in movimento, mai rivolto al proprio passato ma pronto a cercare nuovi stimoli e lo hai fatto mutando continuamente la modalità, un po’ scrittore, un po’ saggista, un po’ drammaturgo, un po’ cantautore, un po’ rocker come in quest’ultima produzione, è così?

Ho modificato il titolo di 007 La spia che mi amava togliendo al significato patetico del film quel tocco di intimismo per farne, con la seconda persona singolare che ben si adatta all’impersonale, una versione più universalizzata. La spia che ti amava è l’altra parte nel gioco delle parti allestito da Eros, l’altro individuo in un intreccio amoroso, quello della cui autenticità non si può mai essere certi fino in fondo. Come non si può mai essere certi fino in fondo dell’esattezza del proprio amore, della propria buona fede e infine della propria identità - chi è il tanto sbandierato sé stesso? di quanti me stesso dovremmo rispondere? – così un più o meno debole dubbio rimane sempre in merito a chi si ha nel letto, alle sue intime motivazioni, alla miscela di desiderio e bisogno che ce l’ha messo accanto. Il dubbio su di sé si riflette bene nel dubbio sull’altro, sospetti reciproci s’insinuano e vengono messi a tacere, il gioco di specchi si moltiplica come le incertezze, più disincantate che paranoiche, e l’universo spionistico, che passa spesso anche attraverso commerci sessuali, ne sintetizza perfettamente l’aspetto metaforico.

Lo smartphone consultato spesso a tradimento per leggere l’animo altrui non può certo restituirne una foto attendibile. Perché l’algoritmo del cellulare è meno complesso delle pur ripetitive dinamiche amorose, e questo a dispetto delle mille password da decifrare ogni giorno per spiare l’essenza della persona “amata”.

La molteplicità della foto di copertina del singolo riflette bene questo concetto come pure, hai ragione, la mutazione reiterativa dell’artista che cerca di sfuggire alla propria gabbia ricreando continue versioni di sé. La spia che ti amava in effetti è il quinto personaggio creato nella mia carriera nel tentativo di indagare l’amore: Landru in Archivio Postumia, poi Il Salvatore delle donne tristi e Il sostegno delle massaie in Canzoni per adulti, quindi Il fantasma baciatore nell’omonimo album. Con La spia siamo alla pentalogia. Chissà se ho finito. Comunque il rocker c’era già in Dio è altrove ed Esplosioni nucleari a Los Alamos. Viene da lontano. 



Hai parlato di rocker, in effetti il rock mi sembra oramai diventato la tua cifra stilistica, soprattutto se andiamo ad ascoltare i tuoi ultimi lavori musicali. Magari cambia la formazione musicale che ti accompagna e quindi lo stile, passando dal prog al rock vero e proprio, ma pur sempre di genere rock si tratta. Solitamente il rock è lo stile che si abbraccia da giovani per poi approdare a stili più “tranquilli” mentre tu sembri muoverti a ritroso un po’ come cantavi nel brano di apertura del precedente disco.
È una scelta precisa e definitiva o è dettata dai compagni di viaggio che di volta in volta imbarchi nell’impresa?

L’influenza di amici, direttori artistici, produttori ha guidato il mio tragitto fino a qui. Nell’album precedente, Solitari, le scelte stilistiche erano dovute a due fattori: uno, le direttive del produttore Gandalf Boschini cui avevo lasciato come mai prima carta bianca, e due, lo strumento con cui ho scritto le canzoni. Gandalf ha scelto arrangiatore e musicisti, io ho scelto la chitarra. Scrivere alla chitarra porta più verso il rock, nel mio caso. Mentre lo swing è tipicamente pianistico. Archivio Postumia e Canzoni per adulti li ho scritti interamente al pianoforte: l’universo orbitante tra il Tom Waits di Blue Valentine, il Paolo Conte di Aguaplano e i retaggi delle indicazioni di Lilli Greco ne erano all’origine. Dio è altrove e Esplosioni nucleari a Los Alamos risentono massicciamente della mia scrittura alla chitarra e dell’incontro con il chitarrista Roby Ceruti, un archeologo dell’elettrica. Gli incontri decidono come le cose nascono. La spia che ti amava è nata praticamente a Parigi, con la mia chitarra comprata in loco e i concerti quotidiani cui assistevo alla Guinness Tavern. C’erano cover band rodate, un modello trio di base, basso chitarra e batteria, cui abbiamo aggiunto due voci femminili. Ecco a voi Le Cifre. Vi si è aggiunto il piacere dell’uso tarantiniano delle colonne sonore vintage. Ma lo si scoprirà meglio all’uscita dell’album.

Beh, con questo tuo finale dico non dico, apri uno spiraglio di luce davvero interessante sull’intero nuovo lavoro che uscirà a febbraio. Non credo tu voglia anticipare altro in merito al contenuto del nuovo disco, allora ti faccio un’ultima domanda più ampia. Il nuovo disco lo pubblicherai anche in vinile e, in ogni caso, lo diffonderai comunque sulle varie piattaforme digitali? Te lo chiedo perché alcuni artisti (mi vengono in mente Pippo Pollina e Davide Van De Sfroos) hanno deciso di intraprendere una battaglia che, sinceramente, ritengo un po’ donchisciottesca, contro la musica definita liquida, ossia la fruizione musicale in digitale della musica, affidando le vendite del loro ultimo album esclusivamente ai supporti fisici (cd ed il ritornato di moda vinile). Che ne pensi in merito?

La mia scelta discografica stavolta è caduta sulla Long Digital Playing di Luca Bonaffini, un’etichetta principalmente digitale, come dice il nome, ma che per l’occasione stamperà e distribuirà anche i CD. Dunque, tutte le piattaforme virtuali sono coinvolte in prima istanza, poi il supporto fisico, ma al vinile non credo arriveremo a meno che non ci siano prenotazioni a prezzi da collezione. In tal caso al denaro non diremmo di no. Il mio anacronismo non si spinge all’irrealismo, il mondo è digitale, la mia etichetta lo è, quando mi pubblicherà la rivista Vinile rivedrò semmai la mia posizione. Stavolta vorrei aumentare l’impegno dal vivo, vista la band così ben affiatata. Nulla è più concreto di un concerto.


Sito ufficiale di Marco Ongaro

giovedì, marzo 03, 2022

Marco Ongaro - Un poeta può nasconderne un altro. Il senso per la parola di Serge Gainsbourg

di Fabio Antonelli


È il 2 novembre del 1975, Pier Paolo Pasolini viene trovato morto all’idroscalo di Ostia da un passante, è stato massacrato di botte e risulta essere stato più volte investito dalla sua stessa auto, un’Alfa Romeo GT 2000. Da subito, a essere accusato è Pino Pelosi, un ragazzo di vita di 17 anni, che confessa di aver ucciso Pasolini perché quest’ultimo voleva avere con lui un rapporto sessuale non consensuale. Quel momento segnerà la fine terrena di un grandissimo poeta, ma anche l’inizio di un modo errato di approcciarsi alla sua figura, seguiranno biografie, documentari, film, spesso concentrati sulla sua omosessualità, sul suo preferire accompagnarsi a giovani ragazzi di vita, anziché sulla sua vasta produzione letteraria, cinematografica e persino pittorica.

Cosa c’entra Pasolini con Serge Gainsbourg? Apparentemente nulla, ma scrivere su un personaggio come Gainsbourg avrebbe potuto portare allo stesso errore e credo ne sia ben conscio Marco Ongaro se, in un capitolo di Un poeta può nasconderne un altro - Il senso della parola di Serge Gainsbourg, scrive “Pare che la formazione sessuale di Gainsbourg significhi molto per i suoi biografi, divisi tra femmine attratte dal mito della Bestia che conquista la Bella e maschi invidiosi del Brutto che attira le splendide che loro non hanno saputo attirare” e più avanti “Ma è la sua grandiosa capacità di assimilare e trasformare, teorizzare e analizzare le pratiche conseguenti in fatto di sesso e amore, temi fondamentali di qualunque espressione artistica, a essere l’elemento principale del mito Gainsbourg”.

Boom! Centro! Ecco, quindi, su cosa non puntare la lente d’ingrandimento, deve aver pensato Marco Ongaro nello scrivere del mito Gainsbourg, comprendendo bene che non sta tanto nella capacità amatoria la sua grandezza quanto, semmai, nel saper trasformare in oro, come un novello Re Mida, “il sudore e le frizioni basilari che coinvolgono due esseri esteticamente ben assortiti nel corso degli esercizi d’amore”, citando ancora una volta l’autore del libro. 

Com’è dunque il Gainsbourg di Ongaro? Se ne intuisce grandiosità e originalità sin dall’introduzione, dove emerge un poeta che non parte dalle idee ma dalle parole, è il cantante francese a dire “Le parole veicolanti le idee, e non le idee veicolanti le parole. Primordiale. Niente parole, niente idee”. Scrive però Ongaro in proposito “Il calembour è sempre in agguato”, come quando Gainsbourg afferma “Fino alla decomposizione, io comporrò”. Ma non solo l’amore per il calembour: dall’immensa produzione di Gainsbourg emerge un utilizzo delle parole spesso spiazzante, così spiazzante da essere a volte incompreso oppure compreso solo in parte, soprattutto per chi non è di lingua madre francese. Nelle proprie canzoni usa spesso il franglese, un ambiguo miscuglio delle lingue francese e inglese in cui i significati si sommano ad arte, come ad esempio in Lemon incest, in cui una tredicenne Charlotte Gainsbourg canta “incest de citron” e il coro le replica “lemon incest (lemon zest)”, una sorta di traduzione simultanea che disvela il senso francese in essa celato. Geniale, come quando fingendo di voler omaggiare la celebre Le foglie morte di Jaques Prevért, scrive la sua La chanson de Prevért, che in francese suona effettivamente come “la canzone del prato verde”, con nuovi versi ispirati perfino forse a quelli potenti del Giuseppe Ungaretti di Non gridate più, con cui in realtà sembra voler dire “Finitela con queste Foglie morte, o moriremo tutti di nostalgia”, quasi a voler interrompere la serie di rimandi per cui un qualcosa nasconde sempre un richiamo a qualcosa d’altro. Persino quando pare a corto d’idee, per cui attinge da versi altrui (c’è in tal senso una complicità incredibile con Boris Vian), riesce sempre a trarne nuova linfa o a scompaginare le carte.

Ma il mito Serge Gainsbourg, dall’inizio del timido Lucien alla fine del borderline Gainsbarre, in questa biografia di Ongaro è totalmente assente? Assolutamente no, è sempre lì sullo sfondo ma sono le canzoni, o meglio il senso per la parola di Gainsbourg, ad attrarre visceralmente Ongaro, che quasi come un biologo mette sotto la lente di ingrandimento le gemme più nascoste e le analizza.

Ne esce una guida preziosissima anche ai neofiti in fatto di Gainsbourg, come il sottoscritto, un vademecum capace di far comprendere come mai questo mito assoluto sia sopravvissuto al passare del tempo, illuminando come un faro anche coloro che sono venuti dopo di lui, diventando a sua volta fonte di ispirazione non solo per i cantautori francesi, ma anche per quelli d’oltralpe, perché in fondo un poeta ne nasconde sempre un altro.

Detto questo, credo che nessun altro in Italia, se non proprio Marco Ongaro, avrebbe potuto scrivere così bene e così approfonditamente di un artista sconosciuto a molti miei coetanei (pronti a riconoscerlo però ascoltando il capolavoro Je t'aime moi non plus, famosissimo brano utilizzato proditoriamente per animare a tappeto i servizi telefonici erotici degli anni ’80) perché Marco Ongaro, come Gainsbourg, ha sempre saputo spaziare da una forma d’arte a un’altra - è autore di canzoni, scrittore di libretti d’opera, saggista, biografo - facendo della tecnica di scrittura la sua arma migliore per cogliere la poetica altrui e appropriarsene. Mi viene in mente, per esempio, la sua canzone The lies que vou disiez, contenuta nell’album Certi sogni non si avverano: in fondo non troviamo qui lo stesso franglese di cui spesso fece sfoggio Gainsbourg?

Un poeta può nasconderne un altro.


Autore: Marco Ongaro
Casa Editrice: Caissa Italia
Genere: Musica
Tipo libro: Saggio
Prezzo: € 19,50




venerdì, novembre 06, 2020

Marco Ongaro: Star Trek, un poetico viaggio nel presente per capire il futuro

 di Fabio Antonelli

A due anni dalla pubblicazione dell’album Il fantasma baciatore (D’autore - Azzurramusic) e a un anno dall’uscita del singolo “fuori programma” Hotel Bella Italia, che nel tradurre il classico degli Eagles (Hotel California) ne rilegge in chiaro la smaccata attualità nazionale, Marco Ongaro estrae dallo stesso disco l’estremo singolo Star Trek, video che vuol dare l’addio al denso lavoro pubblicato nel 2018 per annunciare l’avvio dei lavori per un nuovo album prodotto ancora da Gandalf Boschini, per D’autore - Azzurramusic.


Il 6 novembre è uscito il video di Star Trek, ultima traccia, quasi straniante, del tuo disco Il fantasma baciatore uscito ormai due anni fa. Com'è nata l'idea di farne un video e come è stata sviluppata?

Era necessario salutare un album denso come Il fantasma baciatore uscendone dal fondo, attraverso l’ultimo brano, quello che si chiude in farmacia. Ed è da questa farmacia, nella quale due anni più tardi siamo finiti tutti, che riprendo con l’idea di fare un nuovo disco che ci aiuti a uscirne. La casualità profetica del momento creativo è un patrimonio che si rivela utile a profezia avverata. La solitudine che trasuda dal brano, l’elenco delle cose, l’inventario di ciò che rimane una volta a casa, chiusi, senza socialità, è l’apertura di senso che solo ora comprendo si sviluppava nell’apparente chiusura dell’album. Fare un video significa estrarre un singolo. A questo punto la scelta era obbligata.

La canzone è nata da un testo del poeta Nicola Saccomani, cui tu hai rimesso mano e che hai musicato, con una melodia struggente che è un po' come un addio al resto del disco dichiaratamente rock, una melodia e dei versi che esprimono un senso di alienazione. Quel lungo elenco di oggetti quasi dimenticati... insomma un testo che si presta molto a una rappresentazione visiva. Il video alterna immagini in interni a immagini in ampi spazi aperti, dove è stato collocato geograficamente e perché proprio quei luoghi?

Il testo l’avevamo scritto insieme, Saccomani e io, una dozzina di anni prima. Al momento di raccogliere i brani dell’album me lo sono trovato davanti in tutta l’imperfezione di allora. Così ho preso a limarlo mentre lo musicavo, sistemavo versi, ne aggiungevo, spostavo la farmacia dall’inizio alla fine del brano. Poi naturalmente l’ho fatto ascoltare a Nicola, che ha approvato. Il video di Stefania Tramarin l’abbiamo girato tra Ferrara e il Delta del Po. Ci serviva un ambiente che amplificasse la solitudine, un deserto con cattedrali come i dintorni di Porto Tolle, e anche una città poetica come la dimora di Ariosto.


Quell’equipaggio di Star Trek evocato alla fine del brano, che prefigura un viaggio verso mondi sconosciuti, verso l'ignoto, anche se solo attraverso la mente, anche se scritto molto prima che prendesse piede questa maledetta pandemia, mi sembra però trasmettere perfettamente quel senso di alienazione in cui ci siamo sentiti calati un po' tutti quanti. Non credi?

Sì, in effetti l'equipaggio dell'Enterprise stavolta più che scoprire nuovi mondi si occupa di alieni già noti, dietro al banco della farmacia c'è la ciurma che ci guarda. Gli alieni siamo noi, attoniti, rifugiati in un luogo apparentemente protettivo, in cerca di una cura insostenibile, una sorta di ninna nanna ambientale che ci culli fino al sonno eterno. O ci riporti indietro a quando ci credevamo invincibili.

In fondo questo Star Trek, proprio come la nota serie di fantascienza, ha una funzione di traghettatore verso nuovi lidi, hai detto di avere in mente un nuovo disco che ci aiuti anche ad uscire da questa impasse. Come sarà questo disco? Musicalmente segnerà l'addio al mondo del rock? Ma soprattutto riuscirà ad avere in sé quella forza taumaturgica cui tutti ambiscono in questo periodo in cui tutti si sta un po' come d'autunno sugli alberi le foglie?

L'atto creativo è taumaturgico prima di tutto per chi crea. L'energia che si attiva è della frequenza più elevata e potente che esista. Certe mattine mi sento fortunato perché, qualunque casino possa esserci intorno e dentro me, nel momento in cui sono chiamato a creare tutto scorre più rapido e intenso, non c'è spazio per depressioni o ansie. Avere un progetto come un nuovo disco impegna qualche mese nelle sue varie fasi, una più appassionante dell'altra. Certo, abbandoneremo l'impianto rock del Fantasma baciatore per intraprendere nuove vie, come Gandalf Boschini mi sta suggerendo da tempo. E per questo gli lascerò stavolta la mano più libera di intervenire su suoni, arrangiamenti e concezione generale delle canzoni scelte. Sarà taumaturgico anche per il produttore esecutivo, immagino. Che poi sia taumaturgico pure per chi lo ascolta, beh, la speranza non costa molto.

Un'ultima domanda, visto che del nuovo disco, giustamente, hai rivelato poco o nulla. Vorrei tornare su Star Trek, sulla tua collaborazione con Nicola Saccomani. Curiosando in rete, ho trovato davvero poco di lui, ma ho visto che la sua recente scomparsa è stata accompagnata sul suo profilo Facebook da grandissimo affetto. Come è stato il tuo rapporto con lui? Cosa ti ha lasciato?

Nicola era frontman, insieme a Giuliana Bergamaschi e Luca Zevio, dei Ratatuia, mi par di ricordare, un gruppo che ha vinto l'Arezzo Wave anni fa. Un cantautore oltre che un poeta, un uomo ironico, spiritoso, distaccato e partecipe. Tormentato come lo sono i poeti. Nell'autunno del 2005 ci siamo avvicinati a lavorare su dei testi per non so quale suo progetto che non ha più preso piede. Avrebbe musicato lui il tutto, cosa mai più avvenuta, così come i testi sono rimasti fogli con versi sparsi, un po' ricomposti l'uno sull'altro, un po' sul suo quaderno un po' sul mio. Poi ci siamo persi di vista fino a che, in un momento di sua riemersione, nel 2018, ha scritto e presentato un libro di poesie, Scritti urbani. Sono andato al suo recital e gli ho detto della canzone, che l'avevo rimaneggiata ed era diventata Star Trek, ha approvato il titolo e il lavoro. Poi siamo rimasti in contatto per chat, saltuariamente, gli ho fatto avere il disco, mi ha scritto le sue emozioni, positive sebbene la sua concezione musicale e poetica fosse diversa dalla mia. Gli ho mandato il video Hotel Bella Italia e mi ha scritto belle parole anche su quello. Ma le parole più belle sono quelle delle sue poesie, come il distico riportato nel biglietto di ricordo al suo funerale, nell'ottobre del 2019, una poesia che ritrae perfettamente il tono dei suoi versi, la fulmineità della sua visione creativa, l'ironia tenera, al confine dello struggimento ma sempre distaccata: Tra un milione di virgolette / voglio dirti che ti amo.

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giovedì, aprile 02, 2020

Marco Ongaro: le prigioni di un Casanova senza colpa


di Fabio Antonelli

E’ da poco passata la mezzanotte, sto quasi per spegnere il cellulare e per coricarmi quando, all’improvviso, come un flash, mi viene in mente l’amico Marco Ongaro. Chissà se sarà ancora sveglio, comincio a farmi delle domande su come starà vivendo queste giornate di forzata immobilità dentro le mura di casa, lui che è sempre in moto perpetuo, che si divide tra teatri e festival, tra la sua Verona e l’amata Parigi, tra le canzoni d’autore e i libretti d’opera. Mi faccio forza e gli mando un WhatsApp, chiedendogli se è ancora sveglio, se non lo disturbo, in cuor mio so che non mi manderebbe mai a quel paese e, allora, ne approfitto…




In questi giorni di forzata quarantena, se non tutti ma quasi, si sono fatti dispensatori di buoni consigli su come vivere questi giorni di clausura imposta, tu cosa non consiglieresti mai? O meglio cosa non faresti mai neppure sotto tortura?

Guardare la televisione. Non possiedo un apparecchio televisivo dal 2005 e mi reputo più felice della media umana già solo per questo. Naturalmente disposizioni e ordinanze trovano comunque modo di raggiungermi, e le subisco come tutti, ma al netto della retorica che le accompagna.

Tu sei uno che non ha mai avuto problemi di scrittura, tanto che un giorno mi confidasti che per te scrivere è come un bisogno fisiologico come l'andare in bagno ... In questi giorni ti è altrettanto naturale scrivere o la mente è troppo distratta da altri pensieri?

Scrivo principalmente su commissione, per il teatro o per l’editoria, come copywriter o come librettista. Seguo l’impulso di una richiesta. Qualcuno mi invita a un progetto e mi sento automaticamente, miracolosamente ispirato. Con la depressione economica indotta dal lockdown, soprattutto in ambito culturale e artistico, le commissioni pagate diminuiscono ma non il bisogno di interventi pensati per il futuro. Scrivo sì, quando me lo si chiede, ma anche suono. La costrizione al chiuso mi ha fatto riscoprire il piacere di suonare il pianoforte e cantare, ogni giorno, prevalentemente al mattino. Non mi viene da scrivere canzoni, però. Diciamo che la scrittura spontanea scarseggia, risente della cattività. Lo diceva Sartre che la libertà è condizione indispensabile per la scrittura. Pellico ha scritto in prigione e Gramsci pure, ma io non sono ancora abbastanza rassegnato a questi arresti domiciliari, è presto per farne oggetto creativo. Preferisco la reazione di un Casanova che dopo essere evaso dai Piombi, e solo allora, narra dell’incarcerazione e della fuga.

Mi hai detto di aver riscoperto il piacere di suonare il pianoforte e cantare, ma canti tue canzoni o canzoni di altri, quale è la colonna sonora di questi strani giorni?

Prevalentemente canzoni mie. Recuperate, con spazi di assolo swing da area Canzoni per adulti o Archivio Postumia, cioè quelle adatte al pianoforte. Per alcune persone care ne registro sul cellulare una al giorno e la invio via WhatsApp. Un modo di essere vicini in momenti in cui non ci è permesso. Ma ho anche tradotto Homburg dei Procol Harum e mi ritrovo a suonare per mio gusto A wither shade of pale nella versione originale, col suo incedere da Bach omogeneizzato. Una sorta di recupero delle melodie dell’infanzia, un riappropriarmene facendole mie, aggirandomi nei loro meandri conservati segreti e inaccessibili fino a poco tempo fa. È la tipica operazione che Benjamin definirebbe “del morente”, sebbene fisicamente non mi sia mai sentito più sano di adesso. Sono sano, ma i governi del mondo mi trattano come un malato, e questo non mi euforizza. È una situazione in cui si trovano più a loro agio gli ipocondriaci: finalmente la loro nazione li capisce.

Quindi riassumiamo un po', niente televisione, scrivi, suoni e canti, ma la lettura? Fa parte anch'essa di queste tue giornate da Casanova recluso senza alcuna colpa?

Come prima cosa, il dovere: ho letto La peste di Camus, pur prediligendo ancora Lo straniero. Ora sto rileggendo l’Eneide, dopo aver riletto Iliade e Odissea. Leggo sempre molto e preparo le lezioni di scrittura creativa e teatrale che tengo on line per la Scuola di teatro del Teatro Stabile di Verona. Il contatto on line per il teatro è un ossimoro, il mezzo televisivo vince infine sulla compresenza fisica teatrale. Che tristezza. Che Quaresima colossale. Mi sono ritirato da qualche chat di gruppo: non potendomene andare da casa ho scelto di andarmene almeno da lì. Baudelaire sosteneva fosse da includere nella Carta dei Diritti dell’Uomo il “diritto di andarsene”. L’ho onorato simbolicamente abbandonando qualche chat.

Non abbiamo parlato di cinema fino ad ora, ovvio che in questi giorni non si possa frequentare il cinema come luogo, ma la “settima arte” entra a far parte delle tue giornate da recluso?

Oh sì. Molti film in streaming, molti più di prima. Occasione di recuperare pellicole perse per problemi di distribuzione o di tempo. Quello è l’unico aspetto davvero vacanziero di questa reclusione, una scorpacciata di un paio di film al giorno nei fine settimana. Così i vari aspetti narrativi, intrattenimento o riflessione, i generi thriller o commedia o dramma si alternano insieme a ciò che ne rimane dopo averli consumati: emozioni volatili, stilemi ritriti, a volte autentica comunicazione artistica. In quest’ultimo caso si accende la gratitudine. Tra artefatto, artificio e arte le distanze restano incolmabili e il cinema, espressione collettiva e industriale dell’ingegno, è un’ottima cartina tornasole che svela le intenzioni, illuminandole o lasciandole appassire.

Il cinema è la chiave d'accesso all'ultima domanda, traggo spunto dal film El hoyo di Galder Gaztelu-Urrutia, ambientato in un edificio che si sviluppa sottoterra suddiviso in piani. La particolarità di questa prigione verticale è che al piano 0, situato in cima all’edificio, sono presenti dei cuochi con il compito di imbandire una larga tavola, la "piattaforma", con i piatti preferiti di tutte le persone imprigionate nei piani sottostanti. Ogni piano è numerato e due compagni ogni mese vengono spostati da un livello all’altro insieme, se entrambi sopravvissuti, in maniera casuale. La stanza presenta un lavandino con cui lavarsi, degli asciugamani per pulirsi, ma solo un gabinetto. La piattaforma scende verticalmente attraverso il "buco", una gigantesca apertura al centro di ogni piano. Non avendo cibo con sé, i prigionieri hanno la possibilità di mangiare, entro pochi minuti, gli avanzi di chi sta al piano superiore. Il protagonista del film è Goreng, uno dei volontari della sperimentazione che decide di entrare nell’edificio per smettere di fumare, del tutto incosciente della reale situazione, portando con sé il libro Don Chisciotte della Mancia, poiché ad ognuno dei presenti è concesso di portare con sé un solo oggetto. Ovviamente ad ogni coppia presente ad ogni livello sarà concesso di cibarsi degli avanzi di coloro che stanno ai livelli superiori ... ma lasciamo il film, che comunque offre molti spunti di riflessione, se tu avessi la possibilità di avere con te un solo oggetto, durante questo periodo di imposti arresti domiciliari, cosa sceglieresti, cosa riterresti irrinunciabile?

Per la molteplicità degli usi, senza dubbio un computer. Può fare da pianoforte, chitarra, giradischi, cinema e telefono, da scrittoio e carta e penna, da libro e specchio, da registratore e posta, da finestra, porta della percezione, forma inconsapevole di poesia, scrigno dei ricordi, magazzino delle idee. E si fottano J.J. Rousseau e il suo idiota “buon” selvaggio.


giovedì, ottobre 03, 2019

Se cercando Hotel California, ti imbatti in Hotel Bella Italia…


di Fabio Antonelli

Dal 27 settembre, su tutte le piattaforme digitali e su Youtube, è disponibile Hotel Bella Italia di Marco Ongaro, singolo prodotto da Gandalf Boschini per l’etichetta D’autore/AzzurraMusic, la versione italiana di Hotel California degli Eagles, canzone che nel 1977 riscosse un successo planetario nella rappresentazione disillusa delle generazioni rock che registravano il crollo dei sogni libertari e pacifisti del decennio precedente, incuriosito da questa scelta dell’autore ho voluto intervistarlo.



Venerdì 27 settembre è uscito Hotel Bella Italia, un nuovo singolo, prodotto da Gandalf Boschini per l’etichetta D’Autore/Azzurra Music, ancora una volta si tratta di una traduzione ma questa volta non da Leonard Cohen bensì dagli Eagles, perché l’originale non è che la celeberrima Hotel California. Si può dire che abbiamo uno spostamento geografico cui segue, in un certo senso, anche uno spostamento temporale?

Certo che sì. Quando ho sentito l’impulso di tradurla mi interessava innanzitutto il senso del testo: questa visione gotica della realtà, un po’ tra il film horror anni Ottanta e una distopia da realtà parallela, inspiegabile eppure così vicina a noi. Volevo che chi non ha dimestichezza con l’inglese cantato potesse capire al volo la canzone, questo è sempre il primo movente delle mie traduzioni. Nel tradurla mi sono reso conto che non avrei potuto lasciarla in California, uno stato che ci dice poco, in una nazione da cui ci separa un oceano. È stata l’universalità del tema a convincermi che dovevo avvicinare l’ambientazione alla nostra posizione geografica. Niente di esotico se non il significato intimo, imprendibile. Nel farla venire in Italia, mi sono reso conto che il brano uscito l’8 dicembre del 1976 subiva un’improvvisa attualizzazione. I fisici lo sanno che lo spazio e il tempo sono strettamente connessi.



Il video che accompagna il singolo, per altro molto bello, è nato da una tua idea o del tuo produttore? Dove è stato girato per l’esattezza?

La sceneggiatura del video è del videomaker Oscar Serio. L’idea di girarlo è stata di Gandalf Boschini, l’idea di tradurre la canzone è stata mia. Un pomeriggio andando nel mio studio canticchiavo la canzone degli Eagles, avevo voglia di impadronirmene meglio, la sentivo vicina ma non abbastanza. Mi è successa la stessa cosa con La canzone dello straniero di Cohen, un brano che mi canticchiavo da trent’anni nella testa e che ho sentito a un certo punto fosse arrivata l’ora di cogliere completamente. Quando mi capita questo, di solito traduco la canzone per cantarmela in italiano. Il video è stato girato a Verona, tra le colline soprastanti e il Due Torri Hotel, un rinomato cinque stelle. 

Pur avendo visto più volte il video, non tutto m’è chiaro, ma la stessa ambiguità o per lo meno molteplicità di interpretazioni possibili, appartiene anche al testo, sia nella versione originale inglese, sia in questa tua traduzione e attualizzazione. E' forse nascosta qui la chiave di lettura di questo grandissimo successo mondiale?

L’ambiguità, a dir poco, del testo è il segreto della sua longevità, unita a un giro di accordi avvolgente e magnetico. Il video, con l’interpretazione di Jesusleny Gomes, offre un’ulteriore chiave di lettura, che non intendo analizzare per lo spettatore. Amo pensare che questi differenti stimoli di senso arricchiscano l’insieme. Non mi piacciono le cose troppo spiegate. Chi ascolta la canzone e vede il video è esposto a un fascio di impressioni sufficientemente denso. Può capire quello che volevano dire gli Eagles, più quello che volevo dire io attraverso il loro testo, più quello che la musica evoca nella mia versione evocata dalla loro, il tutto shakerato nelle immagini di un piccolo film che segue gli schemi del thriller. Ne ho fatto un singolo perché era già così intensamente significante da non tollerare alcuna compagnia.

Tradurre è per te anche tradire? Quanto hai tradito in questo caso specifico l’originale?

Tradire è una necessità per rendere al meglio il senso ultimo di un testo straniero. Ciascuna lingua sopporta solo se stessa, le si deve dunque pagare un pedaggio doganale a ogni passaggio. Solo nel ritornello ho operato una scelta discostandomi dall’originale, portando in Italia quanto si trovava in California, o in Baja California, Messico. Ho arricchito lievemente anche la ridondanza originale sul bell’aspetto dell’hotel rimarcandone invece la categoria, cinque stelle appunto. Il resto è di una fedeltà al di sopra di ogni sospetto. Anche quando porto la Mercedes verso la Porsche, lo faccio solo per aderire a doppi sensi erotici presenti nel gergo dell’originale. Le gemme della cannabis, colitas, diventano sbuffi di marijuana, il paradiso diventa “cielo in una stanza”, altro avvicinamento alla cultura italica che offre in più la connotazione del bordello. Insomma, ho fatto il mio porco lavoro.



Concludo con una domanda che vuol essere una battuta, in Menelao la bella Jesusleny Gomes giocava a sedurti, qui la vediamo in dolce attesa e con una bella pancia, nel prossimo singolo ti vedremo cantare una dolce ninna nanna?

Lascia che ti dica che non sono il padre, anche se il bambino si chiamerà Marco. Non c’entro proprio. Ma il progetto del prossimo video con il neonato è già stato suggerito dall’amica Jesusleny, cui non manca certo il dono dell’ironia. Omnia munda mundis.



venerdì, ottobre 26, 2018

Il fantasma baciatore, l’evoluzione oltre l’incorporeità internettiana


di Fabio Antonelli

Marco Ongaro è un cantautore, poeta e scrittore italiano, nonché autore teatrale e librettista d'opera. Nella sua pagina di wikipedia campeggia questa sua citazione: «Quale direzione prendere? E quando? La scelta è chiara: entrambe, sempre» tratta dal suo saggio Psicovita di Niki de Saint Phalle. L’ho voluta riportare qui, giusto per definirne la complessità. A due anni esatti dal suo ultimo disco Voce, (2016 - D'autore/Azzurra Music), ecco arrivare un nuovo progetto dal titolo Il fantasma baciatore (2018 - D'autore/Azzurra Music). Ce ne parla approfonditamente in questa intervista.

Cover cd IL FANTASMA BACIATORE


Sarà la mia passione per la fotografia ma sempre, guardando la copertina di un disco, mi domando perché sia stata studiata così, allora ti esprimo subito alcune mie curiosità. La dominante blu notte evoca per caso una natura più notturna delle canzoni di questo nuovo lavoro? L'immagine di te che suoni il pianoforte è ripresa allo specchio, c'è forse un gesto narcisistico dell'autore, un compiacimento del livello di maturità stilistica e contenutistico raggiunto in questo ultimo disco? Quanto c'è di te in quel Fantasma baciatore che sembra essere l'anello mancante dopo il Salvatore delle donne tristi e Il sostegno alle massaie?

Lo specchio in realtà è quello del piano, la mia immagine è riflessa nel mio pianoforte mentre lo suono, cosa avvenuta nell'album precedente, Voce, ma non in questo, dove ad accompagnarmi ci sono fior di musicisti e le canzoni sono state tutte scritte alla chitarra. Ma poco importa, giacché il Fantasma è un doppio, viene dall'altra dimensione, quella speculare, visibile ma intangibile. Se tocchi la superficie del pianoforte in corrispondenza della mia testa non senti la mia carne, senti la lacca dello strumento. Se tocchi la copertina senti la carta. Lo specchio era nero come la lacca del piano. Virarlo in blu è stratagemma unificante che dalla notte coglie l'aspetto fantasmatico dei sogni quanto dei desideri. La mano in primo piano è quella dell'autore che suona il piano, ma l'autore nel disco non lo suona, dunque è l'immagine di un'immagine ectoplasmatica come qualunque copertina in fondo si riduce a essere. In questo caso la mise en abyme era troppo invitante per resistere: il fantasma è là, dentro al pianoforte, è pura immagine. Lo si può intravvedere, ma soprattutto sentire (con l'ascolto). Il Fantasma baciatore è l'evoluzione naturale del personaggio creato con Il Salvatore delle donne tristi, che già derivava dal Landru di Archivio Postumia e si proiettava nel Sostegno delle massaie di Canzoni per adulti. Nessuna opera è compiuta, questo permette all'artista di continuarla finché vive, pescando dai propri discorsi per continuare la narrazione. Il Sostegno delle massaie collocava il Salvatore nell'ambito della prestazione sindacalmente inquadrata. Il Fantasma baciatore entra in una dimensione parallela, impalpabile, una presenza senza pretese, un aiuto forse immaginato, una speranza oltre l'incorporeità internettiana.

Nel rispondermi hai citato ben quattro tue canzoni, percorrendo circa vent'anni di canzoni (perché quel gioiello di Archivio Postumia è stato pubblicato nel 2005 ma nasce nel 1990, da due lavori distinti, a dire il vero). Spesso le canzoni di valore attraversano indenni il passare del tempo, anche quando sono solo degli abbozzi, mi riferisco a Star Strek, il brano che chiude il disco, di cui vorrei parlassi per primo, per sovvertire l'ordine delle cose ma soprattutto perché personalmente mi ha commosso da subito, uno di quei brani che ti si infilano subito sotto pelle, risalgono al cuore e allora sono guai... Non te ne liberi più.



La canzone nasce dalla semplicità di una poesia catalogo, la forma più elementare di poesia che però in buone mani può sortire effetti sorprendenti, in questo caso le mani da cui l'ho presa, e rimaneggiata in sua compagnia, sono quelle del poeta Nicola Saccomani, già frontman dei Ratatuja che vinsero Arezzo Wave nel 1997. La sua umoristica desolazione, la grottesca dignità dell'uomo sfiduciato eppure resiliente all'amore si è unita nell'elenco alla mia ossessività per il dettaglio, puntando a creare in effetti una sorta di correlativo oggettivo che esprime il clima da smantellamento con cui il brano chiude il disco. La farmacia dell'ultima strofa, pensata nella vita e nella testa di Saccomani, per me non è lontana da quella in cui Mick Jagger incontra Mister Jimmy in You can't always get what you want. Un'idea di benessere conservato al prezzo dell'invasione degli alieni, il tempo sfasato dall'arredamento e dall'equipaggio dei venditori di medicine: una non soluzione all'elenco di cose presenti in casa a rappresentare quelle mancanti nella vita. Una non soluzione è meglio di qualsiasi soluzione. Magari una soluzione al 70%. 

Torniamo, se sei d'accordo, al concetto che nessuna opera può dirsi mai compiuta per analizzare meglio due canzoni Menelao e Paride, che chiudono il cerchio ideale con Elena, canzone già inserita nel tuo penultimo disco Voce. I personaggi di questa epica vicenda sono evidentemente tre, come tre sono le canzoni, ma in fondo è sempre solo lei il vero soggetto, il fulcro di tutto, sbaglio?

Non sbagli, è lei, Elena, l'unica, la regina che ha tutte le colpe e niente a discolpa, quindi è innocente. Non ha neanche responsabilità per la sua bellezza, che Gainsbourg definiva "la sola vendetta della donne". I vari punti di vista vengono esaminati nelle tre canzoni, sebbene quello di Elena, nella canzone eponima, sia osservato in terza persona. La bellezza non può essere vista dal suo interno, nemmeno da colei che ne è portatrice: per avvertirla ha bisogno di specchi, e comunque di vedersi da fuori. Il marito Menelao ha osato troppo sposandola, la bellezza non si può sposare se non a prezzo altissimo, e il rischio di svilirla è immenso. Paride l'ha rapita, cioè l'ha fatta innamorare, vittima egli stesso di una bellezza che comunque non può possedere. La bellezza fa infuriare e fa perdonare. Il grande equivoco, quando c'è di mezzo la bellezza, è l'amore. Si può considerare tale il desiderio di possedere la bellezza? Di tenerla per sé? O di conservarla su di sé? La bellezza può essere una grande corruttrice, va trattata con cautela, richiede un equilibrio da illuminati.

Abbiamo parlato di Menelao, non posso non chiederti del video che è stato realizzato per promuovere il brano, realizzato da un ottimo Oscar Serio con la straordinaria partecipazione della splendida Jesusleny Gomes. Come mai nel realizzare un videoclip è stato scelto proprio questo brano e com’è nata l'idea di realizzarlo così?

Ogni tanto sfrutto la fortuna di pubblicare per un'etichetta discografica, Azzurramusic, che ha un fondatore e leader, Marco Rossi. Nell'ascoltare il master per decidere la pubblicazione, gli ho chiesto due cose che ci tenevo fosse lui a stabilire, è bello che qualcosa del proprio lavoro sia deciso da qualcun altro. Un punto di vista esterno e professionale. Le due questioni riguardavano il titolo dell'album, che lui ha scelto opportunamente dalla terzultima traccia, e quale canzone fosse indicata per il video, da lui individuata in Menelao. Sono stato d'accordo su entrambe le scelte. La sceneggiatura del video è del suo realizzatore, Oscar Serio, con cui già girammo a Parigi il clip di Essi vivono. Jesusleny Gomes è un'amica imprenditrice che stimo molto. Ha fatto il cammino di Santiago da sola due volte e l'anno scorso ha percorso a piedi il Veneto incontrando gente in tutti i Comuni, un'impresa che la colloca tra le più interessanti figure integrate nel panorama sociale italiano pur non avendone la cittadinanza. Bellissima e molto spiritosa, già si era appassionata alla canzone Elena del precedente cd, nella quale un po' civettuola si riconosceIl suo senso dell'umorismo le ha permesso di interpretare l'Elena della mia Menelao con la giusta dose di ironia. I suoi trascorsi di modella si sono riaccesi per un attimo nel ruolo dell'irresistibile cui il marito resiste. Non ho sbagliato a chiedere a lei: in questa pantomima che rievoca un po' le scaramucce alla Mondaini/Vianello, ha dosato una perfetta miscela di squisitezza, innocenza e nonchalance.



Le donne, ancora una volta, sono le grandi protagoniste delle tue canzoni, che si tratti delle amanti desiderate e amate "Anche se rispetto ad altre arrivano seconde" o di donne quasi ossequiosamente dipendenti dall'uomo, che ostenta sicurezza sapendo che "Non le importano i divi le scarpe il paté A lei importa soltanto di me". Certe donne si amano e Non le importa, le due canzoni che aprono il disco, come sono nate? Quanto attingono al proprio vissuto?

Va sempre tenuto conto dell'ironia, soprattutto nel caso del secondo brano.
Come spiego nelle note di copertina, il testo di Non le importa prende spunto da My Baby Just Cares for Me, brano del 1930 di Gus Kahn su musica di Walter Donaldson, ascoltato nella toilette di un ristorante a Montparnasse nella versione di Frank Sinatra. Il ritratto in terza persona di una donna da parte di un osservatore esterno mi ha rimandato automaticamente nell'immaginario a She belongs to me di Bob Dylan. In quella canzone però lei era speciale e distaccata, imprendibile e artistica, qui invece più che una descrizione della donna c'è una descrizione bidimensionale del protagonista che la canta. Convinto un po' come l'eroe di Non è Francesca di Mogol che lei viva per lui, non con la stessa disperazione sommersa ma con un attacco di maniacalità non meno grave, il protagonista se la racconta un po' e non sapremo mai se effettivamente le cose stanno come lui dice. L'insistenza sull'assolutezza di quell'amore univoco pone riserve istantanee con un tono che a me suscita ilarità, allegria. È bello essere del tutto convinti di qualcosa, è già un premio. In Certe donne si amano l'ironia c'è ma in misura ridotta. Il problema della donna che arriva cronologicamente prima di un'altra e per questo dovrebbe vedersi dedicato tutto l'amore per sempre è questione in cui già s'ingamberava Molière nel suo Don Giovanni. Vale per le donne come per gli uomini: non esiste soluzione alle scelte in amore, per questo ho messo all'inizio questa canzone. Si sbaglia sempre comunque e l'errore potrebbe portare fortuna. C'è una lista infinita di possibilità lasciate inesplorate, e a esse il brano è dedicato. Quanto attingono al mio vissuto? Basta pensare una cosa e diventa parte del proprio vissuto. Nella vita ci sono più pensieri che azioni. Anche se sono sempre un po' gli stessi, come peraltro le azioni.

Ci sono altri elementi che ricorrono ormai sempre più frequentemente nei tuoi dischi e che apprezzo molto, data la mia poca dimestichezza con la lingua inglese, sono le traduzioni di canzoni di altri, ancora una volta c'è l'amato Cohen con la sua famosa The stranger song qui diventata La canzone dello straniero, troviamo Simpathy for the devil dei Rolling Stones che si trasforma in Comprensione per il diavolo e infine i Dire Straits con la loro Romeo and Juliet, qui Romeo e Giulietta. Quest'ultima traduzione credo sia stata quasi una conseguenza logica dopo tante tue attività legate al capolavoro shakespeariano, ma forse anche la più difficile da rendere in italiano oppure quale tra le tre è stata la più ardua? Quale quella che ti ha lasciato più soddisfatto?

Sono tre storie diverse e questo è il bello. Comprensione per il diavolo è un atto d'amore per i Rolling Stones e per una delle loro canzoni più efficaci. Non facile da tradurre per la ritmica serrata e il numero di tronche che la lingua inglese permette e l'italiano mal sopporta. Il trucco è essere fedeli allo spirito sfuggendo alla letteralità, richiede innanzitutto una buona comprensione del testo che si va ad adattare. Se lo si è ben interpretato, poi le parole giuste vengono. Insegno songwriting al CSM College di Verona, e l'esperienza mi ha mostrato che chiunque abbia gli strumenti tecnici indispensabili, partendo dallo stesso testo, se l'ha ben capito, trova un'infinità di soluzioni individuali per tradurlo restando fedele a quello che dice l'originale. Ho fatto tradurre la Ballad of absent mare di Cohen ogni anno e ogni anno allievi diversi hanno trovato diverse soluzioni per dire le stesse cose. Le possibilità sono quasi infinite. La canzone dello straniero di Cohen, che nel disco è suonata con maestria alla chitarra dall'amico Max Manfredi, è quella che ha richiesto maggiore impegno a livello esegetico, uno sforzo superiore in principio per decifrarne le nuanceRomeo e Giulietta dei Dire Straits è il risultato di un compito che ho dato alla mia classe di songwriting due anni fa. Non do mai un compito che io non possa eseguire. Mentre loro lavorano, lavoro anch'io. Alla fine ho integrato il mio testo con quello dell'allievo Michele Gelmini, che aveva escogitato in alcuni punti delle soluzioni che ho ritenuto migliori delle mie, e l'abbiamo firmato insieme. Un lavoro di bottega, come si usava nel Rinascimento. Tutte e tre le traduzioni mi soddisfano, ciascuna per queste differenti ragioni, la soddisfazione è pari alla fatica compiuta. Tutto può essere tradotto, e ascoltare una canzone straniera comprendendone il senso è un regalo che non voglio rinunciare a offrire a chi mi ascolta.


In un disco dove il rock la fa da padrone c'è però spazio per una canzone più intimista come Irriconoscibile al mattino, la si può definire la canzone dell'amore nonostante tutto, nonostante la fatica, nonostante il tempo che passa?

È una canzone d'amore-passione, un sentimento che non ha a che fare con il tempo, quanto invece con l'attimo che tutto trasfigura. La passione che irrompe nella vita, se vogliamo, il pensiero speso per la persona amata perché non si può fare diversamente, il pensiero è monopolizzato. Quando si arriva tardi, dopo che sono passati altri, con gli altri ci si misura. Si arriva per ultimi e si punta a essere i primi, si punta a restare. Si spera di essere in grado di rimanere a dispetto dell'effimero intrinseco nella passionalità del sentimento. Niente di facile nel voler durare laddove l'attimo è ciò che maggiormente conta. Ciò che resta è il premio da conseguirsi costantemente nel concorso mai vinto del tutto, un concorso con prove d'esame continue, una lotta per essere sempre all'altezza unita al languore di abbandonarsi al fatalismo. L'amore-passione è una brutta bestia che quando manca fa sentire un vuoto e quando c'è riempie troppo.

Colgo l'occasione offertami dal parlar di concorsi e premi per affrontare l'ultima canzone di cui non abbiamo ancora parlato, Ciascuno ha il proprio festival, ironica riflessione sui tanti premi concorsi festival esistenti in Italia, i rancori per le esclusioni e magari il desiderio di rifarsi a proprio modo... Sai che i versi "Pagatemi e non vengo / Pagatemi e ci sono" mi ricordano un po' la morettiana questione: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” Un domani ci sarà un tuo festival? 

È vero, l'esempio di Moretti è incistato nell'archetipo dell'individuo che non sa come emergere con le proprie forze in un contesto sociale competitivo sebbene ludico. Invitati alle feste o invitati ai Festival, cambia poco. Una questione di visibilità. Essere ignorati è la cosa che pesa di più, per cui i festival proliferano, e sono interessanti a mio avviso soprattutto i direttori artistici, che nei festival trovano la loro visibilità tirannica, e i Patron, che nella fondazione di raduni su materie in cui talvolta non eccellono ottengono finalmente un riscontro a velleità in passato deluse. Uno non sa scrivere canzoni e fa un festival canoro, oppure sa scriverle ma non ha successo, e si fa il suo festival dove invita artisti di maggiore successo con una sorta di vampirismo bonario, il "positioning" che favorisce un'effimera illusione di luminosità personale. Trattasi spesso di riflessi che si spengono insieme ai riflettori. Non ho un mio festival e spero nessuno ne inventi uno a mio nome dopo la mia morte. Ma quanto della volpe e l'uva c'è in un'invettiva? Ciascuno ha il proprio festival in fondo, ridacchiando un po', è la mia Avvelenata.

Credo che ogni opera musicale sia fatta per essere rappresentata soprattutto dal vivo, questo nuovo disco, a differenza del precedente Voce non è però nato per sola voce e chitarra, ma è nato con sonorità rock e per essere suonato da una bella band, una bella sfida direi. Ci sarà la possibilità di ascoltarti in concerto o dobbiamo lanciare un appello?

I dischi in studio sono fatti per vivere come dischi in studio, secondo me. La ripetizione pedissequa dal vivo, quella in cui mai incorre Dylan per esempio, è atto feticistico più che riproposizione del gesto musicale in sé. Il gruppo di questo cd si chiama le Quotazioni, ed è pronto a suonare per Halloween, in occasione dell'uscita dell'album Fantasma, dal vivo, in teatro. Il concerto di presentazione è fissato a Verona al Teatro Laboratorio. Il resto è nelle mani di chi lo vorrà. Al di là degli appelli, i musicisti vanno pagati, e io pure. Se siamo pagati suoniamo, altrimenti facciamo dell'altro. L'idea diffusa nei club che i musicisti suonino per il loro piacere va scoraggiata con lo sciopero. "Pagatemi e non vengo, pagatemi e ci sono". Ore di prove, anni di preparazione, tutto questo richiede un riconoscimento in denaro, nessuno lo fa per puro diletto, almeno qui da noi.
Viva i cachet, abbasso le compresse. 




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