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venerdì, febbraio 16, 2024

Marco Ongaro - La spia che ti amava, ossia pericoli e peripezie dell’amare

di Fabio Antonelli

Anticipato a novembre dello scorso anno dall’uscita del bel videoclip “La spia che ti amava” e il giorno di San Valentino dal secondo videoclip “S.r.d.”, esce proprio oggi il nuovo disco del cantautore veronese Marco Ongaro, intitolato “La spia che ti amava” (2024 Long Digital Playing). Un disco decisamente rock, realizzato con le Cifre, un classico trio basso elettrico, chitarra elettrica e batteria che vede come interpreti Pepe Gasperini, Pietro Franzosi e Giovanni Franceschini, con l’aggiunta di due coriste Lucia Corona Piu e Jessica Grossule. Se l’impianto del disco è rock, la scrittura poetica e raffinata di Marco Ongaro la fa da padrona.


Come consuetudine, se sei d'accordo, partirei da copertina e titolo. Una foto in cui ti si vede camminare furtivo per strada nascosto quasi per intero da una siepe. Con gli occhiali scuri da sole sembri quasi un agente segreto in azione e, guardando bene per intero la foto, a sinistra si vede parzialmente qualcuno o forse meglio qualcuna che di nascosto ti fotografa. Il titolo sembrerebbe togliere ogni dubbio. Com'è nato il tutto?

In verità il braccio del fotografo che mi ritrae di nascosto in copertina è del videomaker Oscar Serio: lui sta girando il video del singolo La spia che ti amava che dà il titolo all'album mentre Stefania Tramarin scatta sul set la foto che con l'intervento dell'art director Tiziano Cristofoli sarebbe diventata lo scatto di copertina. Una mise en abyme casuale che, se l'avessimo pensata, non sarebbe venuta così bene. Cristofoli ha poi insistito mettendo un fotografo anche dietro la vetrata del locale da cui vari miei cloni si allontanano nell'immagine del libretto interno usata come copertina del video su YouTube. La privacy è violata dal principio, c'è sempre un paparazzo da qualche parte, ciascuno fotografa qualunque cosa in ogni momento, uno dei sensi della title track sta appunto nell'essere spie grazie allo strumento di spionaggio per eccellenza, la macchina fotografica di cui ormai ogni telefono è provvisto. Ma se "L'amore è un'informazione che sfida l'algoritmo dell'iPhone", il resto delle manifestazioni della nostra esistenza ormai non si sottraggono alla sudditanza digitale, o almeno si crede sia così. Si cercano prove dell'amore dell'altro andando a spiare il suo cellulare mentre dorme, ma l'amore non lascia prove di sé se non effimere, ambigue, fraintendibili. E a poco serve cambiare la password "un giorno sì e un giorno no", bisogna rassegnarsi all'irriproducibilità virtuale del sentimento, quindi al suo impossibile smascheramento. Una parola lasciata su una chat può essere mal compresa mille volte e celare così l'essenza del sentimento che l'ha suscitata. Le parole scritte, le stesse immagini, mentono il più delle volte a dispetto della voglia di rappresentarsi da cui scaturiscono. Allora i miei occhiali scuri, finti Cartier comprati al mercato delle pulci di Glignancourt, non nascondono solo il mio vero sguardo, ma anche la loro natura "tarocca", e gli edifici da Miami Vice che Cristofoli ha messo in rilievo con la luce camuffano il complesso residenziale di Verona in cui una felce di qualche tipo suona come una pianta tropicale. Non c'è niente di vero nel mondo delle spie, tranne l'apparenza.



Ecco, diciamo che così mi hai già parlato anche della title track che apre con una grande grinta rock il disco, per cui passerei alla seconda traccia Il gelsomino, un brano dolcissimo in cui un fugace incontro tra due amanti si fa pura poesia, che belli i versi in cui descrivi lei nell'amplesso "E la schiena si mostrava nel suo volo / era l'esile sua tempra / solo per chi l'amava / candida su un bianco stelo / potente come la sua fiamma / ardente tra la tragedia e il dramma". L'atmosfera ha un qualcosa di francese, di Nouvelle Vague, ma magari è solo una mia impressione...

Come contraddire una tale affermazione? Quando si parla d'amore la Nouvelle Vague occhieggia felice. Direi più Truffaut che Godard, più Rohmer che Chabrol. Poi l'evocazione è soggettiva, la pennellata dell'autore tende a sollevare nell'animo di chi legge o ascolta echi delle rispettive esperienze. Per me, ad esempio, si sovrappone all'immagine di un airone che vidi una mattina di giugno "nella pioggia rada", e rara visto il luogo e la stagione, su una spiaggia di Sifnos nelle Cicladi. Non sai mai cosa ti fa venire in mente un'immagine. Così come un profumo. Il gelsomino del titolo è la parte per il tutto, ciò che accoglie all'arrivo e ciò che lascia alla fine, una sorta di saluto, un profumo che incornicia il ricordo con la sua struggente intensità. L'uso dell'imperfetto poi: la canzone è tutta all'imperfetto, un tempo verbale di per sé elegiaco. Il ritornello di El portava i scarp del tennis, oltre alla potenza delle parole di Jannacci, riesce a rendere mitica e gloriosa la semplice figura di un barbone in virtù dell'imperfetto, questo tempo così meditativo, inconcluso, continuativo. Usato nelle strofe di Gianna da Rino Gaetano rende epica la pur stramba figura della ragazza prima di sdrammatizzarla nel presente del ritornello che si stempera poi nel futuro proverbiale di "chi vivrà vedrà". La scelta di narrare all'imperfetto è la scelta di immortalare, molto più che con il passato remoto. Se si deve fare una statua commemorativa in poesia, niente di più potente dell'imperfetto. A volte scrivere di un ricordo aiuta a custodirlo.

S.r.d. con il suo potente riff iniziale ed un ritmo rock molto teso ma allo stesso tempo gioioso, ci porta ad affrontare un altro capitolo dei rapporti di coppia. Se in economia i rapporti societari si muovono tra S.p.A., S.a.s. o S.r.l. l'amore sembra regolato da una S.r.d., cioè una Società a responsabilità disperata, in cui i rapporti tra i due sono "una sfida al ribasso tra due libertà". Il tema è svolto in tono quasi scherzoso, incomincia con un "Tu amavi me / io amavo te / ma tu temevi che / tra te e me / il primo sarei stato io / a dire addio" per passare a "Tu ami me / io amo te / ma tu sospetti che / tra te e me / il primo sarò io / a dire addio" e finire con "Io credo a te / tu credi a me / Però non credi che / tra te e me / l'ultimo sarò io / a dire addio". Sembra quasi un L'hai voluto tu (Eptalogia delle colpe e del perdono - Archivio Postumia) 2.0, o sbaglio?

In effetti tendo a sdrammatizzare e il rock 'n' roll aiuta molto. Sto fatto che si tratti di "dondolare e rotolare" in fondo non rende mai del tutto serio ciò che si racconta. Era mia intenzione ridere di questa abitudine, di quando si è innamorati, a rendere prossimo il distacco, a scongiurarlo attirandolo in una serie di profezie che si autoavverano culminanti nella dichiarazione "Mi lascerai", cui si risponde naturalmente "No, sarai tu a lasciarmi". È un gioco che si fa quando si è cotti persi e non si ha in fondo molto altro da dirsi tra un abbraccio e l'altro. E hai ragione! Sei andato a pescare una canzone in Archivio Postumia che finiva mettendo a braccetto Luigi Tenco e Piero Ciampi: "Mi lascerai, non ti lascerò. Io sì io sì. Tu no tu no". Me n'ero dimenticato e questo la dice lunga su quanto possano essere utili agli autori dei recensori preparati. In effetti questo giochino che ho intitolato Società a responsabilità disperata riprende il discorso dalle recriminazioni amorose di L'hai voluto tu e lo porta avanti in modo meno adulto, lo infantilizza così come ci si infantilizza nell'innamoramento. Non si crede che l'amore dell'altro resista più del proprio, mentre dentro di sé si spera che avvenga proprio questo, perché il primo a disamorarsi sarà quello che poi starà meno male, se togliamo il senso di colpa di essersi disamorati che comunque non è dolore vero e proprio. Ma finché si fa il giochino nessuno ancora sta male, si cerca solo di prefigurarsi l'inevitabile, un po' per esorcizzarlo e un po' per quel masochismo da cinema horror per cui si prova un brivido standosene però ancora bene al sicuro. Per questo l'arrangiamento del brano è di per sé "poco serio", inanellando rock anni Cinquanta e Sessanta a momenti punk e visioni elettriche un po' buffe come le sa fare Vasco Rossi. Lo stile è frammentario e concitato, a volte ripetitivo come i discorsi che si continuano a fare con piccolissime variazioni all'unico scopo di tenere il contatto in amore. Ho voluto farci un video giocoso proprio per questo, quasi irriverente dal punto di vista del rocker. Niente cuori straziati, solo immaginazione reiterata su modelli coattivi. Gli stessi discorsi in vari posti diversi. Di cosa parliamo quando si parla d'amore? Ma di lasciarci, è ovvio!



La successiva Lo sfondo è di una dolcezza incredibile, si apre con questi magnifici versi "Tutto è sfondo dove non sei tu / tutto è scenografia / tutto è sfondo quando sei via / tutto è retroscena / chi camminava si ferma / chi discorreva sta zitto / e la proprietà del mondo / in fondo è un affitto" e ci racconta di una storia d'amore mancata e della perdita di senso di tutto il resto, che alla fine diviene solo sfondo. Personalmente è forse il brano che più mi ha colpito e quel verso "Tutto è sfondo dove non sei tu" è così bello da avermi fatto venire in mente il verso "Se dovessi reinventarti ti farei dal vero" di Pierangelo Bertoli.

E tu mi citi Bertoli che con il mio discografico attuale, Luca Bonaffini, ci ha scritto canzoni. Lo sfondo vuole rendere l'idea di un egotismo traslato. Se per l'egotista il mondo è tutto filtrato dalla sua sensibilità ed esiste in quanto pura autopercezione, nel caso dell'egotista innamorato il mondo appare totalmente filtrato dalla sensibilità della persona amata. Se lei non c'è, l'ambiente diventa uno sfondo inane, una specie di programma di videogame per un gioco di ruolo in cui le interazioni non si innescano, i personaggi che lo abitano non agiscono e i suoni e le immagini si mostrano nella loro insensatezza di circuiti immotivati. Mi piace fare poesia citando i videogame, i pixel e l'elettronica, un po' cyberpunk. In verità non è detto che la storia d'amore della canzone sia mancata, il testo tratta dell'ipotesi di tale fallimento. "Se dall'aereo tu non scendi / o il bagaglio non esce mai", o ancora "Se tu riparti prima del tempo / o ti sistemi in qualche hotel". È il gioco letterario del "e se...", un altro modo di dichiarare l'amore, facendo capire quanto la persona mancherebbe qualora mancasse. Accidenti, fino a qua è proprio un disco sull'amore!

Scusa Marco, te lo cito nuovamente, perché se Bertoli in Poeti cantava "I poeti son poeti perché scrivono poesie / Fanno a gara nei concorsi dove vincono bugie / quei concorsi col salame, con la medaglietta d'oro / hanno il vizio di spiegarti che i poeti sono loro" qui, in Concorsi di poesia senza poeti, abbiamo uno scenario forse ancor più sconsolante "Complottavano nei portici come profeti / forti di qualche ingenua che li aveva condivisi in un post / sognando concorsi di poesia senza poeti / dove spadroneggiare grazie alla Gazzetta dello Sport", sognando di far parlare di sé fosse anche solo per un giorno "In concorsi di poesia senza poeti / a far parlare oggi e domani si vedrà", ma forse non sono tanto le vittime a destare la tua compassione quanto chi, cosciente della loro mediocrità li adula innalzandoli come massimi poeti "Tra catering kermesse prego astenersi / da faccine selfie e altre forme di pornografia". Potrebbe, in qualche modo, essere considerata un seguito di Ciascuno ha il proprio festival?

Lo è senz'altro. Entrambe sono invettive sui carrozzoni. Prosegue sul solco dell'indagine sulle motivazioni profonde di chi organizza tali concorsi, spesso un'aspirazione inconfessata alla poesia. Taluni operatori culturali che sotto sotto, se vai a grattare bene, scopri che nascondono le loro "poesie nel cassetto". Taluni radunatori di cantautori che scopri essere loro stessi cantautori, sebbene non apertamente dichiarati, poeti mancati che puntano sull'altrui mediocrità o sulla vicinanza a qualcuno di effettivo valore per risaltare in società, se non altro per emergere o parificarsi. Il problema con un'invettiva è come risolverla infine, dove mandarla a parare. Mentre in Ciascuno ha il proprio festival il protagonista punta al mercimonio come risarcimento per l'altrui presunta incomprensione, qui ho voluto porre il ritornello in un territorio lontano, un canto senza autore o di autore ormai ignoto, che molti di noi cantavamo andando in montagna o nelle passeggiate da bambini e che nessuno riconosce più, in base al mio esperimento. Incerti pure sul titolo (Lassù sul monte nero o anche Caramba) in internet lo definiscono "canto scout" come pure "canto di pace" o "canto contro la guerra", ed è una specie di Spigolatrice di Sapri che muore con tanto di mitragliata nemica nella strofa più drammatica che però da bambino non mi facevano cantare mai. La fermavano prima. Mi è bastato prendere una strofa di questa, cambiare i "dodici briganti" in "tredici invitati" e il détournement era servito. Chi è l'invitato che non beve? Come diceva Thomas S. Eliot, ne La terra desolata: "Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?" È l'eterno mistero dell'autenticità.

Foto di Stefania Tramarin


Un'altra chitarra elettrica dal suono teso e un coro a far da contraltare con i versi "Tieni le distanze / poche confidenze / Tieni le distanze / poche confidenze" apre Una via di fuga. Lo scenario mi sembra essere la pandemia ma, sembra che il tenere le distanze più che una regola dettata dall'emergenza sanitaria sia più un'imposizione amorosa, un altolà all'approccio amoroso, almeno mi sembra di intendere dai successivi giustificativi versi "Vuoi trovare una nuova persona / che ragioni a mente fredda / che abbia una vita sana ed un'anima assai buona senza essere per forza un Buddha / ma nessuno è senza macchia / senza un Fracchia nell'armadio". Trovo che i versi "Al mattino una rugiada alla sera una candela alla notte una via di fuga" siano una perfetta sintesi della situazione descritta dalla canzone o mi sbaglio?

La pandemia come esperienza di isolamento e di divieti, certo, che sinteticamente trasforma un ipotetico refrain alla "twist and shout" nei versi del coro, che sono esortazione e figure da ballo collettivo: invece di "butta in aria le mani / e poi falle girar" ci troviamo ora con "tieni le distanze / poche confidenze" a compendiare il cambio di epoca. Così come la figura retorica della personificazione viene a ripopolare nel ritornello le spiagge e i paesaggi disertati dagli umani, e per fortuna che il linguaggio almeno ci soccorre ancora. Va da sé che l'isolamento e lo spopolamento di umani dal mondo, ripopolato invece a dismisura nei siti virtuali, comportino pure difficoltà d'incontro amoroso in senso concreto. Esplosioni di chat mentre il coprifuoco impazza. Nei versi che citi mi è molto piaciuto traslare il solito scheletro nell'armadio nella maschera di Fracchia che tutti conserviamo nell'intimo, antonomasia sconosciuta ai giovani che forse riconoscono per sentito dire Fantozzi. Giovani che dovrebbero studiarsi il nostro Gogol, il nostro Melville, il nostro Kafka: l'incredibile Paolo Villaggio grande fustigatore di debolezze nazionali per nulla superate. I versi che citi nel finale della tua domanda, è vero, raccolgono l'emozione di quei tempi in cui si era bloccati per disposizioni governative, costretti a una frugalità umana dalla quale chissà se ci siamo ripresi.

Con Ritratto di donna scomparsa, c'è un cambio di scena totale, si può dire che cambi completamente anche lo stile di scrittura che si fa più descrittivo, andando a cogliere i particolari di un'assenza "di una casa di una stanza / negli scaffali in ordine / di un armadio a scomparsa / cucina senza intingoli / parete con credenza" aggiungendo però con quel "averne avuto già / più che abbastanza /sapere di mancare un giorno / magra soddisfazione" segno inequivocabile di precedente insoddisfazione. Più enigmatico il finale "Il quadro si è piegato / eppure non lo era / dev'essere passato / qualcuno a qualche ora /forse un colpo di vento", quasi una presenza "in casa tutto è spento / però c'è luce ancora"... C'è bisogno che ci illumini. Splendido l'assolo finale di chitarra elettrica, mi ricorda Santana...

Mi assicurano che il chitarrista Pietro Franzosi stesse pensando a John Mayer, ma effettivamente può ricordare Carlos Santana. Di certo hai ragione a definirlo splendido. Pennellate misurate, distorsione q.b., gusto dell'attesa e dell'affondo, finale in vorticosa ascesa. Il titolo della canzone è come capita a volte il verso mancante. È Lo sfondo che dalla quarta canzone viene in rilievo nella settima. Se prima era onnipresente ma insignificante, insufficiente nell'ipotesi di assenza della persona amata, ora acquista tutto il senso che si cerca non trovandola più davvero. Gli oggetti diventano indizi in un'indagine, elementi di un identikit, immagini solitarie tra Hopper e Morandi. Se prima tutto era niente, ora il niente diventa tutto e sembra parlarci di lei, di com'era quando c'era, di perché se ne sia andata. Si compone così un ritratto che, come ogni ritratto, è la rappresentazione dell'assenza sostanziale della persona, la descrizione della sua mancanza. Come la stanza in cui Salvador Dalì nella sua casa di Figueras raffigura il volto della procace Mae West mettendo una tenda bionda per i capelli, un rosso divano per la bocca e due quadri di gente in piazza per gli occhi, qui ogni dettaglio della mobilia descrive la donna scomparsa del titolo. E una cornice fuor di sesto per chissà quale ragione offre all'osservatore non certo disinteressato il sospetto, l'illusione, forse la speranza che lei sia ancora lì da qualche parte, scampata grazie a qualche momento di disattenzione. La casa è al buio, eppure c'è o s'intravvede della luce, vorrà dire qualcosa. In verità non c'è rassegnazione, né nella donna scomparsa forse proprio per questo né in chi ancora la cerca dove un tempo fu.

Ed arriviamo a Ma tu sorridi, canzone lenta, accompagnata per tutto lo svolgimento dal clarinetto suadente di Marco Pasetto. L'atmosfera del brano mi riporta un po' ad Anni ruggenti, in più sento molta nostalgia in questa canzone che parte da un presente, un dato di fatto, "Si vuole il corpo e si vuole la mente / ognuno cerca un cuore gentile / per questo lascio il ricordo indulgente / vagare all'ombra del vecchio cortile" per passare a dei versi all'imperfetto che emergono dai ricordi "C'erano pietre brillanti di sole / ed incantesimi di naftalina / sotto il sospiro del vento la gonna / già troppo adulta per una bambina" e poi si torna ancora al presente "Ma tu sorridi se scatta la foto / guardalo in faccia quando ti parla / abbassa gli occhi quando è arrabbiato / apri le orecchie orecchino di perla". Chissà che diranno le donne qui ... Fino agli amari versi finali "Ciò che è passato lo chiamano vita / E non esiste il presente davvero". Che mi racconti?

Se vogliamo lasciare "il ricordo indulgente vagare all'ombra del vecchio cortile", per forza di cose si va nel passato. E, come sottolinei tu, ci si va a passo alternato. Il cortile è un po' un Giardino dell'Eden e l'infanzia di ogni bambina, questa in particolare, è normalmente vissuta nell'innocenza di un paradiso terrestre destinato a guastarsi. Nella canzone in modo sotteso c'è questa atmosfera di perfezione corrotta, perché laddove si tratta di corpo e di mente, e torniamo all'amore ma anche strettamente all'eros, la presunta purezza infantile non può che tramutarsi in qualche shock che prepara la vita adulta. Non è chiaro nel brano, volutamente, di che natura sia lo shock. C'è un uomo, autorevole o autoritario, certo, potrebbe essere un padre come pure uno sconosciuto, come l'uomo con cui la donna vive adesso. Ciò che conta nel presente inesistente della protagonista è che il passato non è mai trascorso davvero, è una reminiscenza che occupa l'attimo che lei vive riempiendolo di determinati attimi che visse un tempo. Lei e la sua vita sono il risultato di qualcosa accaduto nel suo passato, in quel cortile, qualcosa di pregnante, non per forza riconoscibile in una categoria estetica di bello o brutto, ma talmente significativo da essere ancora qui, con lei, adesso. Allora il presente dei versi che tu hai citato non è che il passato che mai la lascia. Non sappiamo più se quel padre o quello sconosciuto sono davanti a lei in questo momento o se ne sono semplici rappresentazioni rimesse in circolo da altre persone o da fantasmi. L'identificazione tra passato e presente è assoluta, forse per un trauma, forse per una felicità tenuta stretta. Marco Pasetto e il suo clarinetto, certo, ma Anni Ruggenti proprio no. L'arrangiamento imbastito da Pepe Gasparini poggia sul suo basso intrecciato alla batteria di Giovanni Franceschini e alla chitarra di Franzosi in un modo talmente sofisticato da essere lontano anni luce dal dixieland di quel disco birbante. Per non dire delle voci di Lucia Corona Piu e Jessica Grossule, sirene morbide a unire il ricordo alla neutralità dell'attuale.

Il dixieland scoppiettante di Anni Ruggenti è indubbiamente distante dalle sonorità di questo lavoro, ma il clarinetto di Pasetto, sempre morbido e rotondo, lo trovo inconfondibile, intendevo questa assonanza ma passiamo, invece, ad Aveva un uomo in cui c'è ancora uno stupendo sottile gioco di parole nei versi "Ce n'era stato uno prima / forse più di uno / ma chi c'era stato non c'era / proprio quando c'era / era sì il suo uomo / ma poi non ci credeva / e lui non lo sapeva / com'è che un uomo è uomo / di una donna vera / una donna che invece c'era / c'era". Trovo il tutto sublime anche quando un tema serio come quello della presenza-assenza di un uomo accanto a una donna è sapientemente stemperato da un "abracadabra la vita ha deciso / tra un Lalaland e un Tralalà", ove "Ogni sospiro un motivo ce l'ha"...

Lalaland è un film musicale, e lo stesso vale per Tralala, molto meno noto, che ho avuto la ventura di vedere un paio di volte al cinema a Parigi. In Italia credo non si sia nemmeno affacciato. Sono due musical, insomma, utili a descrivere l'universo della protagonista, una rappresentazione tra oroscopi e Tarocchi dove ci si aspetta che qualcuno a un certo punto si metta a cantare o faccia qualche passo di danza, una vita poco seria trascorsa non tra incudine e martello ma tra un uomo che non c'era più da subito e uno che deve sempre ancora arrivare. Il gioco tra passato e presente della canzone precedente qui si sospende nell'area dell'attesa, durante la quale la vita effettivamente scorre. E tra le magie delle fiabe e i sogni del musical non passa neanche poi male. Un brano che sottolinea quanto una donna sappia meritare molto più di quello che alla fine le capita di avere, circondata da uomini insufficienti, incapaci di esserci pure quando ci sono. La suggestione musicale del testo è avvalorata nell'arrangiamento da evocazioni di Kurt Weill eseguite però dalla chitarra distorta dei Black Sabbath e contrappuntate da un tema vocale femminile alla Ennio Morricone. Un miscuglio fortunatissimo, un equilibrismo che unisce il teatro di Brecht al reality di Ozzy Osborne, un guazzabuglio miracolosamente riuscito che ben rappresenta l'esistenza e lo spessore della protagonista.

Foto di Stefania Tramarin


La traccia numero 10, intitolata Pascoli Verdi, è come ormai consuetudine nei tuoi ultimi dischi, una traduzione in italiano di una canzone straniera. La scelta questa volta è caduta su Pastures of plenty di Woody Gutrie e, quello che originariamente era un pezzo country folk, qui è diventata una ballata rock più conforme all'intero spirito dell'album. Come è nata questa scelta e quali le eventuali difficoltà nell'adattamento se ci sono state?

Nel luglio 2012 a Modena Maurizio Bettelli, cantautore, operatore culturale e massimo esperto italiano di Guthrie, organizzò un Tributo a Woody Guthrie per il Centenario della nascita e mi invitò. Mi assegnò anche la canzone che avrei dovuto cantare, Pasturses of Plenty appunto, i pascoli dell'abbondanza, che per l'occasione tradussi in Pascoli verdi. Il primo imbarazzo all'epoca era quello di andare lì e cantare in inglese, cosa che avevo fatto negli anni 80 quando indossavo il costume del canadese O'Gar per contrabbandare della Italo Dance di cui scrivevo i testi in lingua straniera. Dopo aver smesso nel 1986, mi ero ripromesso di guardare in faccia il pubblico da lì in poi cantando solo in una lingua che potesse capire. Per quanto millantassero, gli italiani non hanno mai capito un'acca di inglese cantato, men che meno cantato da me. Dunque, mi parve naturale tradurre il brano per cantare quello che dice Guthrie a un pubblico che potesse afferrarlo. Prima sentii la sua versione, poi ascoltai un bootleg in cui Bob Dylan maltrattava il brano abbastanza da rendere facile impossessarmene. Forgiai su Dylan la traduzione cantata. Per questo sul disco dichiaro che l'ho tradotta "per colpa di Maurizio Bettelli": non mi avesse invitato non mi sarei mai cimentato in un'impresa tanto azzardata perché, se il testo è parecchio fedele com'è mia abitudine, la musica è proprio liberamente interpretata. Il tutto ovviamente si confà senza problemi allo spirito dei folksinger di allora che si passavano le canzoni e le riarrangiavano da uno Stato all'altro facendone qualcosa di proprio. In questo caso il chitarrista Franzosi ci ha messo pure del suo, creando un'intro alla Hendrix non distorto che conferisce una particolare tensione alla ballata. Il testo è tra i più letterari di Guthrie, tratta della tematica delle migrazioni americane in seguito alle tempeste di polvere di cui John Steinbeck narrò nel romanzo Furore. C'è epopea da vendere, insomma.

Eccoci così arrivati al brano che chiude il disco Quello che accadrà, dedicato a Vittorio De Scalzi, con quei versi toccanti del ritornello "Was ist loss mit dir / la clessidra vuota / was ist loss mit dir / la sua sabbia idiota / nudo il buio sembra quasi blu / c'era un'ombra forse tu" sorretti da una struggente melodia, cui alla fine si aggiunge il verso "Quello che accadrà sarà un po' niente" che chiude la traccia con la musica improvvisamente interrotta. Mi dici qualcosa del rapporto che ti univa a Vittorio, che credo andasse oltre l'attività strettamente professionale?

Con Vittorio De Scalzi era facile essere amici, tale era la squisitezza della sua persona. Ci si divertiva e si giocava, il suo particolare calore umano non veniva mai meno nella comunicazione, di una qualità eccellente. Insieme abbiamo lavorato a Gli occhi del mondo, dalle poesie di Riccardo Mannerini, su suggerimento di Enrico de Angelis che mi aveva proposto come sostituto di De André in quello che avrebbe dovuto essere il seguito ideale di Senza orario e senza bandiera, ma il lavoro era andato oltre quella collaborazione, diventando subito complicità. In compagnia di Marco Spiccio, Max Manfredi, Cristiano Angelini e la moglie Mara abbiamo passato bellissime giornate e serate genovesi tra canzoni e prosecco. Quello lo portavo io. Lui mi ha aiutato a rifinire le canzoni del mio spettacolo teatrale sulla Costituzione nel 2009, di cui siamo coautori, e io per lui ho scritto i testi di un intero concept album sul Graal, di cui solo una canzone finora è stata pubblicata. Funziona così tra autori e musicisti: l'amicizia è fatta di ciò che si fa insieme, quello che si è creato in combutta continua a tenerci uniti per sempre, a prescindere dalle sorti seguite poi da ciascuno. È stato un privilegio lavorare con lui significa: è stato un privilegio essere stati amici. E un grande piacere. Per questo gli ho dedicato l'ultima canzone del disco. Ora che lui manca fisicamente in questo mondo sarà difficile che ci accada qualcosa ancora. Tutto qui. La falla spaziotemporale si è richiusa, per il momento.


giovedì, ottobre 29, 2015

Premio Tenco 2015 - "Fra la via Aurelia e il West", un’edizione quasi perfetta


di Fabio Antonelli

Sabato 24 ottobre, all’Ariston di Sanremo, s’è conclusa la 39sima edizione del Premio Tenco, che ha segnato il ritorno alla tradizione nel senso che, dopo alcune edizioni in cui, per problemi sostanzialmente economici la rassegna s’era svolta in forma ridotta nel vicino Casinò, si è tornati alla classica formula delle tre serate all’Ariston. Tre serate in cui sono stati consegnati sia i Premi Tenco, quelli assegnati “insindacabilmente” dal Club, come ci ha tenuto ancora una volta a sottolineare lo storico presentatore Antonio Silva, sia le Targhe Tenco, quelle votate da una giuria di circa 230 giornalisti, la più vasta e rappresentativa in Italia in campo musicale.

L’edizione 2015, intitolata “Fra la via Aurelia e il West” è stata dedicata Francesco Guccini, uno dei maestri indiscussi della canzone d’autore italiana che, instancabile, malgrado i suoi settantacinque anni e la non trascurabile mole, ha presenziato a tutte le serate, non trascurando né la mitica Infermeria del Tenco, luogo di scambi culturali e bevute all’insegna dell’amicizia, né quei dopo Tenco svoltisi nel privè del Casinò di Sanremo e in cui gli artisti sono stati chiamati a improvvisare delle jam session.

Francesco Guccini - Foto di Manuel Garibaldi


Quest’anno, ogni artista che è stato invitato al Tenco dal Club, è stato “obbligato” a presentare un proprio omaggio al Maestro e, in proposito, Francesco Guccini quando è salito sul palco alla fine dell’ultima serata per salutare e ringraziare il numerosissimo pubblico, ha ironicamente detto "Queste tre giornate sono state faticosissime. Bravi tutti! Le canzoni mi sono piaciute, sembrava quasi che le avessi scritte io” aggiungendo poi "Io ringrazio tutti, però vorrei dire: sono ancora vivo!".

Veniamo però alle serate, non voglio certo raccontare nel dettaglio tutto quanto accaduto serata per serata, altrimenti non basterebbe certo un articolo, vorrei invece soffermarmi da una parte sugli episodi più emozionanti e toccanti e dall’altra su quelli meno riusciti, le note stonate, poche, di quella che è stata forse la più bella delle edizioni dell’ultimo decennio.

Partiamo dalla prima serata, in cui ci sono state parecchie consegne: la Targa Tenco per la miglior canzone a “Il senso delle cose” a Cristina Donà e Saverio Lanza, la Targa Tenco Opera prima a La Scapigliatura, il duo cremonese dei fratelli Nicolò e Jacopo Bodini, per il disco omonimo; il Premio Tenco all'Operatore Culturale a Guido De Maria, vignettista e cartoonist fra i più apprezzati in Italia e grande amico di Francesco dai tempi (1967-68) della collaborazione nell'ambito del Carosello per gli slogan dell'Amarena Fabbri.

In questa prima serata, apertasi eccezionalmente non con la classica “Lontano lontano” di Luigi Tenco bensì con “Auschwitz” di Guccini, cantata da Vittorio De Scalzi accompagnato per l’occasione da Mauro Pagani e Edmondo Romano, una piacevolissima sorpresa, almeno per il sottoscritto che a dire il vero l’ha sempre un po’ trascurata, è stata l’esibizione di Cristina Donà. E’ stata direi perfetta, sia nell’esecuzione di “Stelle” di Guccini, sia dei propri pezzi, anche quando li ha cantati nell’inusuale contesto, almeno per lei, di soli pianoforte e voce. Tutti brani molto belli, compreso quello che le ha fatto vincere la Targa (ex - equo con il duo Bersani-Pacifico con "Le storie che non conosci”).

Cristina Donà - Foto di Manuel Garibaldi


Devo ammettere che il Premio Tenco, anche in passato, è sempre servito a farmi conoscere artisti pregevolissimi e anche questa volta non s’è smentito.

Un altro artista che ha asciato il segno è stato John De Leo, ex voce dei Quintorigo, qui in veste solista che dotato di una voce straordinariamente duttile e virtuosa, accompagnato da musicisti di grande spessore, ha proposto una personalissima “Il pensionato” di Guccini e alcuni suoi pezzi frutto di un’appassionata e lunga ricerca musicale. Da applausi a scena aperta.

John De Leo - Foto di Manuel Garibaldi


Il momento topico della prima serata è stato sicuramente la presenza di Roberto Vecchioni. Il Professore ha omaggiato il Maestro con una splendida versione di “Bisanzio”, brano in cui il cantautore modenese nel 1981 anticipava il non senso di un mondo dove Oriente e Occidente non si capiscono più. Eseguita da Vecchioni come fosse stata tratta da un libro di poesie, con la musica a fare solo da sottofondo musicale alla lettura del testo ha fatto si che le singole parole, una dietro l’altra, sembrassero uscire da quell’immaginario libro per dare vita a magnifiche immagini. Spettacolare, così come l’esecuzione di alcuni propri cavalli di battaglia, tra cui non poteva mancare in conclusione la sua “Luci a San Siro”.

Roberto Vecchioni - Foto di Manuel Garibaldi


Si parlava prima di note dolenti, beh direi che il duo La Scapigliatura, malgrado fossero freschi di Targa Tenco Opera prima non mi ha certo entusiasmato, con la loro aria da intellettuali barbuti e scapigliati. E’ vero che, come cantavano i Nomadi “chi vi credete che noi siam per i capelli che portiam”, non bisognerebbe mai giudicare dall’aspetto però il loro modo di porsi sia in conferenza stampa sia sul palco, il loro citazionismo, l’aria un po’ snob delle canzoni e l’essersi, di fatto, limitati a cantare e suonare le loro chitarre su delle basi preregistrate, non ha certo deposto a loro favore.

Peggio di loro però è stata l’esibizione di Appino, che s’è presentato sul palco con aria da rock star, ma non è mai riuscito a conquistarsi il pubblico presente, complici ballate dai buoni contenuti ma dall’andamento stanco. A sua parziale discolpa, bisogna ammettere che ha avuto la sfortuna di scontrarsi con un macigno gucciniano come “Eskimo”, da cui ne è uscita una versione tesa, veloce come un treno in corsa, ma assai piatta. Da dimenticare. Anzi già dimenticata.

Direi di passare alla seconda serata, visto che il resto è stato tutto molto apprezzabile, seconda serata che ha visto l’apertura da parte dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo, diretta per lì occasione da Vince Tempera, uno dei musicisti che più ha suonato con Guccini. L’Orchestra ha eseguito tre brani di Guccini tra cui una “Radici” che, grazie alla bravura della cantante ospite Vanessa Tagliabue Yorke, si può azzardare sia stata quasi meglio dell’originale apparsa su disco nel lontano 1972. Il pubblico, più numeroso che nella prima serata, se n’è accorto e ha riservato alla Yorke, a fine esibizione, una lunghissima standing ovation.

Altro artista accolto benissimo e direi meritatamente dal pubblico, è stato il livornese Bobo Rondelli, che ha reso omaggio il Maestro con “L’avvelenata” e che con un equilibrio perfetto tra ironia, leggerezza, profondità di pensiero, ha poi proposto alcuni pezzi dal suo nuovo disco “Carnevali” tra cui “Nara F.“, eseguita pianoforte e voce, dedicata alla madre venuta a mancare non molto tempo fa, con il pubblico in rigoroso silenzio e visibilmente commosso. Bravo, spendendo pochissime parole ha saputo incantare il pubblico.

Bobo Rondelli - Foto di Manuel Garibaldi


La seconda serata ha davvero sfornato ottime prove, compresa la comparsata del comico Leonardo Pieraccioni, grandissimo fan di Guccini, venuto per omaggiare il maestro. Ha eseguito alcuni suoi brevissimi ma affatto stupidi pezzi, per poi tributargli una bella e sentita interpretazione di “Venezia”. Certo c’è voluto un po’ prima che si mettesse a cantare quelle canzoni di poche pretese, come più volte detto dello stesso consapevole autore, ma lo scandalo delle “strisciate” sanremesi, gli ha offerto più di un fianco per parecchie frecciate velenose.

Ci sono state anche le interessanti esibizioni di due bei premi, il Premio Tenco per il migliore artista, assegnato quest’anno alla cantante inglese Jacqui McShee, voce dei Pentangle, un gruppo folk rock inglese con influenze jazz e il Premio “I suoni della canzone” assegnato ad Armando Corsi, uno dei più bravi chitarristi d’autore di sempre, dal passato pieno di prestigiose collaborazioni.

Armando Corsi - Foto di Manuel Garibaldi


La serata s’è poi conclusa con il set di Carmen Consoli che, chitarra elettrica alla mano, ha subito omaggiato Guccini con “Il vecchio e il bambino” con il proprio sempre personalissimo modo di cantare. Ha poi attaccato il distorsore e ha iniziato a cantare tre suoi pezzi “Geisha”, “Lo zio” e “AAA cercasi”, tutti all’insegna della difesa della donna costantemente abusata e sottomessa dall’uomo, in questo coadiuvata da un duo basso e batteria tutto femminile. E’ apparsa dura, violenta come un pugno nello stomaco, ma incredibilmente affascinante.

Carmen Consoli - Foto di Manuel Garibaldi


A deludere, invece, credo sia stata proprio l’esibizione di Mauro Ermanno Giovanardi, premiato con la Targa Tenco più prestigiosa, quella assegnata per il miglior album in assoluto dell’anno. Nulla si può dire in merito alla sua voce, una delle più belle e accattivanti dell’intero panorama italiano, capace come quella di Tognazzi di trasformare anche la ricetta di un risotto in un componimento poetico, però personalmente nutro un po’ di dubbi, per altro non fugati dalla sua esibizione al Tenco, sullo spessore artistico dell’ultima sua fatica discografica “Il mio stile”. Un’opera discutibile proprio per lo stile con cui è stata creata, troppo patinata, perfetta, quasi asettica; è certamente il suo stile ma probabilmente non il mio. Discutibile direi anche il suo omaggio a Guccini con “Dio è morto”, non contesto tanto l’originale mix con “Je t’aime … moi non plus”, anche se non ne capisco il nesso logico, ma lo stile degli arrangiamenti che hanno quasi trasformato la canzone di Guccini in una canzone da night. Mah …

Eccoci giunti all’ultima serata, quella che ha visto l’Ariston gremito come ai vecchi tempi.
Se dovessi parlare delle note stonate, avrei già finito qui, poiché è stata una serata pressoché perfetta, con alcuni punti davvero alti, come ad esempio l’apertura affidata ai Têtes de Bois, vincitori della Targa Tenco interpreti di canzoni non proprie con l'album “Extra” in omaggio a Léo Ferré. Esibizione suggestiva la loro, sia quando hanno tributato a Guccini la “Canzone delle domande consuete”, sia quando hanno affrontato il repertorio di Ferrè, canzoni di forte impatto, pieni di simboli, ondivaghe, a tratti debordanti che però il leader del gruppo, Andrea Satta, ha saputo far sue e tenere sotto controllo.

Andrea Satta - Foto di Manuel Garibaldi


Canzoni forti, sanguigne, legate alla propria terra, eppure altrettanto universali perché hanno come temi lo sfruttamento, le sofferenze, lo strapotere dei ricchi, la corruzione, sono quelle cantate da Cesare Basile, cantautore catanese e vincitore della Targa Tenco per il dialetto, con “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più”, da cui sono state tratte le canzoni eseguite in compagnia dei propri musicisti di sempre. Una garanzia la sua presenza.

Cesare Basile - Foto di Manuel Garibaldi


Come non parlare poi della travolgente esibizione del canadese Bocephus King, che ha prima incantato il pubblico con una magnifica versione in lingua inglese di “Autogrill” di Guccini, così bella da far sembrare la canzone essere nata in quella lingua e che l’autogrill descritto in essa non fosse più quello della nostra pianura padana bensì quello dell'immensa pianura americana. Segno che una canzone, quando è scritta in maniera superba, può funzionare anche oltre confine senza problemi. Poi, dopo l’omaggio a Guccini, Bocephus è tornato ai propri pezzi e con la propria band ha surriscaldato l’Ariston, tanto che a fine esibizione è stato acclamato dal pubblico a tal punto, che il conduttore Silva ha dovuto concedere, cosa rara nella storia del Tenco, un bis. Un vero animale da palcoscenico, così come ha poi scherzosamente sottolineato anche il “tappabuchi “ Paolo Migone (esilarante in tutte e tre le serate) che entrato canticchiando la melodia del brano appena cantato da Bocephus ha detto di lui, scherzando, “quello è una bestia, mettetelo in una gabbia e rispeditelo in Canada”.

Bocephus King - Foto di Manuel Garibaldi


Salire sul palco, dopo un’esibizione così, chitarra e voce sola e portarsi il pubblico dalla propria parte credo sia un’impresa non da tutti, eppure Giovanni Truppi (Premio IMAIE 2015), uscito sul palco quasi nudo (in canottiera a dire il vero) accompagnato dalla propria chitarra elettrica è riuscito nell’intento. Dopo una bella versione di “Gli amici”, il suo bell’omaggio a Guccini, i suoi brani a tratti intimisti, a tratti surreali, a tratti sfrenati, uniti a una tecnica impressionante sia a livello strumentale sia vocale hanno fatto il resto. Da annotarsi.

Questi gli apici di una serata che si è conclusa con una rappresentativa dei musicisti storici di Guccini che hanno tributato al maestro alcuni suoi classici, poi lo stesso Guccini è salito sul palco per ringraziare e salutare.

Francesco Guccini - Foto di Manuel Garibaldi


Non vi poteva essere conclusione più degna.


venerdì, marzo 14, 2014

Andrea Celeste, dal jazz al cantare la “sua” amata Genova.

di Fabio Antonelli

Andrea Celeste, toscana d’origine, ma ormai genovese d’adozione da sette anni, dopo aver debuttato nel 2008 in ambito jazz con “My Reflection”, un album che ha riscosso ampi consensi della critica, tanto da essere paragonata ad Anita Baker, Diana Krall e Eva Cassidy, seguito da “Enter Eyes” (209) in duo con il pianista Andrea Pozza e “Something Amazing” (2012), ha voluto omaggiare Genova con il disco “Se stasera sono qui”, che la vede interprete di canzoni note e meno note di alcuni tra i più importanti protagonisti della “scuola genovese”.



Andrea, tu musicalmente vieni da un trascorso, seppur breve di grande soddisfazione ma legato al mondo del jazz, in veste anche di compositrice. Come mai ti sei voluta avvicinare alla canzone d'autore in veste d’interprete, per la prima volta cantando in italiano?

E' nato tutto da un viaggio che ho fatto a NY nel 2012. Sono stata lì un mese, ho cantato, ascoltato tante cose e ho capito che a me mancava esprimermi nella mia lingua madre. Soprattutto ho rivalutato il mio retaggio culturale, il mio essere italiana e ho deciso di tornare a cantare per la mia gente. Tornata da NY, ho ricevuto a grande sorpresa il Premio Via Del Campo e l'ho preso un po' come un segno visto che non avevo ancora pubblicato album in italiano. Ho deciso di partire studiando la canzone dei cantautori genovesi perché ritengo che questo gruppo di artisti abbia donato moltissimo alla musica italiana, sia in quantità sia in qualità. Essendo ormai genovese da sette anni, mi sembrava giusto così. Da lì il passo per uno spettacolo dedicato ai cantautori, è stato breve e dopo il tour dell'estate scorsa, il disco.

Come mai hai voluto intitolare il disco proprio con il brano "Se stasera sono qui" di Luigi Tenco, che qui condividi con la voce calda e scura di Zibba? Sembra quasi che ti sentissi dentro che quello era un duetto con chi di lì a poco avrebbe trionfato nella sezione giovani a Sanremo? Scherzi a parte, immagino sia stata una scelta ragionata?

Ahahha!
In verità ho pensato alla frase "se stasera sono qui" come a una sorta di frase di presentazione... Se stasera sono qui è perché ... Ho qualcosa da raccontare, da cantare, da condividere... E poi adoro Luigi Tenco.
Ho chiamato Zibba perché avevo avuto l'idea di riarrangiare il brano in chiave jazz manouche e sentivo la bellissima voce calda di Zibba fin dall'inizio. Ho fatto una scelta puramente artistica e sono felice del risultato.

Lo immaginavo, la stessa copertina, che ti immortala con quell'aria fresca e sbarazzina, sembra voler dire proprio, eccomi qua a cantare canzoni non mie, in parte note, ma rivestire di nuova vitalità, piene di fragrante bellezza.

Grazie, sono felice che il messaggio sia così chiaro e pulito.



Tornando proprio alla canzone che da il titolo al disco, giustamente hai detto della scelta di riarrangiare il brano in chiave jazz manouche, quanto credi ci si possa spingere nel rimaneggiare una canzone non propria senza rischiare magari di "tradirla"?

Io credo che chi si prende la briga di ripresentare il brano di un altro artista sia "obbligato" a farne una propria lettura. Personalmente non amo sentire "cover", ovvero brani semplicemente risuonati e cantati esattamente come l'originale, ma preferisco sempre "sentire una nuova visione" dello stesso messaggio, qualcosa che lo rinnovi o lo complichi o lo renda anche diverso, perché no? Altrimenti mi ascolto l'originale. Questo è l'approccio che cerco di mantenere come interprete.

Mi trovi pienamente d'accordo e tra i brani presenti nel disco, forse uno dei più belli in questa chiave di lettura è la swingheggiante versione di "La ballata dell'amore cieco", non sei d'accordo?

Grazie Fabio. Trovo che il testo di quella canzone sia di una bellezza crudele e profonda, è stata una grande sfida cantarlo.

C'è un brano che più di tutti ti ha lasciato pienamente soddisfatta e appagata, magari proprio per come sei riuscita a creare qualcosa di nuovo da un brano non nuovo?

Devo dire che uno dei brani di cui sono più soddisfatta è "Sera sul mare". Per prima cosa credo che il testo, una poesia del grande poeta genovese Riccardo Mannerini e riadattato in alcuni punti con grande arte e altrettanta poesia da Marco Ongaro, sia straordinario. Credo che tutti dinanzi alla potenza del mare ci sentiamo così ... Il brano è stato musicato da Vittorio De Scalzi e fa parte dell'album "Gli Occhi Del Mondo". Ti dico solo che la versione originale è talmente perfetta e ben suonata che mi sono chiesta mille volte "ma perché ho deciso di cantare proprio questo brano!?!?!". Poi sono arrivata ai ferri corti con me stessa e ho detto "ok, adesso ti siedi al piano e trovi un'idea!". La potenza del testo e la perfezione della melodia hanno fatto si che decidessi di suonarla io stessa spogliandola totalmente dal portamento ritmico e armonico dell'originale e lasciando che i tasti del piano e la voce semplicemente riportassero le cose allo stato "nudo e crudo". Ne sono molto orgogliosa, ci tenevo a cantare un testo di Riccardo Mannerini e volevo che fosse diverso da tutto quello che avevamo fatto fino ad allora.

A proposito di Vittorio De Scalzi, c'è anche un suo brano inedito che hai avuto la fortuna di cantare qui, com'è andata la questione? Come hai avuto “Mentre cadiamo giù”?

Chiesi a Vittorio di scrivere un brano per me perché due anni fa volevo provare Sanremo. Dopo due giorni venne in studio e aveva scritto questa bellezza dal titolo "Mentre cadiamo giù". Che dire, Sanremo non l'abbiamo sicuramente vinto, ma il brano resta una perla rara e dimostrare la grande maestria di chi ha fatto la storia della musica italiana, quella bella. Ho deciso poi di inserirlo in "Se stasera sono qui" per rendere omaggio a un artista che non ha mai smesso di evolversi e che è stato così generoso da regalarmi un così bel brano e addirittura venirlo a cantare con me in studio. La vita è piena di sorprese, non bisogna arrendersi mai...

Vittorio De Scalzi è, in effetti, il secondo ospite di questo disco, mi permetto ora di chiederti una cosa, nel caso ci fosse un seguito a questo disco, un nuovo omaggio alla canzone d'autore genovese, l'ipotesi di cantare un brano di un artista colto e raffinato come Max Manfredi la vedresti operazione possibile?

Certamente! Abbiamo parlato tempo fa di una collaborazione, ma poi non realizzammo niente. Max è un artista davvero unico, sarebbe bello collaborare.

Ma una Andrea Celeste in veste di cantautrice?

Sulla carta sarei già una cantautrice, anche se in Inglese. Diciamo che sto lavorando a un disco in Italiano, scrivendo in collaborazione con Karen Ciaccia e altri bravissimi artisti genovesi.

Bella notizia, godiamoci intanto questa stupenda interprete, stai portando in giro il disco in questo periodo? Dove è possibile vederti dal vivo?

Per adesso abbiamo in programma uno showcase al Fim - Fiera Internazionale della Musica a Maggio e stiamo lavorando per il tour estivo sperando di poter portare in tante piazze questa musica.

Te lo auguro di cuore, perché c'è tanto bisogno di musica di qualità.

Grazie per la definizione, ne sono lusingata.



Sito ufficiale di Andrea Celeste: http://www.andreaceleste.it/
Andrea Celeste su Facebbok: http://www.facebook.com/andreacelestemusic
Canale Youtube di Andrea Celeste: http://www.youtube.com/user/andreacelestemusic