martedì, giugno 02, 2026

Fabularasa: Atlante, un denso e avventuroso viaggio dentro e fuori di sé

di Fabio Antonelli

Il 9 gennaio del 2026 è uscito “Atlante” (Maremmano Records, 2026) il nuovo disco dei Fabularasa, il gruppo musicale italiano originario di Bari, composto da Luca Basso (voce), Vito Ottolino (chitarre), Leopoldo Sebastiani (basso) e Giuseppe Berlen (batteria) ed è stato un graditissimo ritorno, dopo ben tredici anni dal loro secondo album “D’amore e di marea” (Radar Records, 2012). Tredici anni sono tanti, tante cose saranno successe, ecco cosa mi ha raccontato in proposito Luca Basso, leader del gruppo.

Fabularasa - Foto di Giuseppe Ottolino


Dal vostro precedente fortunato album D'amore e di marea che nel 2012 vi portò a un passo dal vincere la Targa Tenco "Miglior album in assoluto" sono passati ben tredici anni, quasi un'era geologica, soprattutto se si pensa alle logiche di un mercato musicale sempre più evanescente, stile usa e getta. In questi tredici anni cosa avete fatto? Soprattutto come siete giunti alla realizzazione di questo vostro terzo album Atlante?

Eh, caro Fabio, tante cose sono accadute in questi anni.

Ricordi bene: già il 2011 era stato un anno importante, con molti concerti, una targa al premio Bindi, un invito a un 'Tenco Ascolta' fino alla partecipazione al Tenco dove, lasciammo un bel segno (tu c’eri). 

L'anno dopo, D’amore e di marea arrivò a un soffio dalla targa per il miglior album accompagnato in cinquina da uno stuolo di segnalazioni e recensioni strabilianti che mischiavano la sorpresa per questo gruppo che sembrava venuto dal nulla a giudizi davvero lusinghieri per canzoni e arrangiamenti, ne seguì un tour estivo con Paul McCandless anche quello molto bello dove mettemmo anche il naso oltre confine. 

Poi tante cose sono accadute nelle nostre vite (nella mia in particolare): vicende, incontri, abbandoni anche dolorosi, cose che si sono prese le nostre energie e il nostro tempo. Siamo stati bravi però a non interrompere mai il filo della musica, siamo sempre rimasti insieme, abbiamo continuato a fare concerti, anche se meno che in passato e quasi tutti nella nostra Puglia. 

Poi un bel giorno è come se fosse stata la musica stessa, passate la nebbia e la confusione, a rimettere in moto la macchina.

Tutto è ripartito nell'agosto del 2024, quando prima di andare in vacanza abbiamo prenotato un paio d'ore in studio. L’obiettivo era fissare due appunti per non dimenticare quello che avevamo fatto fino a quel momento, e invece ci siamo accorti che avevamo in mano qualcosa di urgente che premeva per venire fuori, abbiamo capito che era arrivato il tempo, quella è stata la scintilla. Doveva essere un demo, invece molte cose di quella sessione sono rimaste nel disco.

Delle logiche del mercato musicale, come sai, non ci siamo mai curati: abbiamo sempre seguito il nostro stile senza mai fare calcoli. C'è già troppo brusio in giro, con tanta musica non sempre indispensabile, per aggiungere musica tanto per farla, sapevamo che se avessimo interrotto un silenzio così lungo sarebbe stato solo per l'urgenza e per la necessità di dire qualcosa di importante. Piuttosto quello che ci sorprende ora è scoprire che in tanti ci aspettavano, che in questi anni molti, anche tra gli addetti ai lavori, si chiedevano "Ma che fine hanno fatto i Fabularasa?" È il leitmotiv di tutte le interviste e le presentazioni. In modo del tutto involontario era calata su di noi come una coltre di mistero... (ride).



Personalmente sono sempre molto incuriosito dalle copertine dei dischi e dai titoli, perché in fondo sono il biglietto da visita di un'opera e per questo, credo, molto meditati. Partiamo dal titolo Atlante, mi riporta alla mente raccolte di cartine geografiche lontane nel tempo, oramai cadute in disuso con i vari gprs e quel nostro mondo, ridotto a piccolo seme dentro il becco di un pappagallo mi fa pensare che l'intero mondo è poi poca cosa rispetto all'intero cosmo, siamo noi uomini a crederci padroni del mondo. È un po' così o sono solo mie astrazioni?

Ti ringrazio per la domanda, parliamo sempre molto volentieri della copertina del nostro disco: si tratta del dipinto di Roberto Rizzo, un artista che amiamo molto. 

Roberto è l'autore anche della copertina di D'amore e di marea e per noi è una specie di talismano portafortuna perché le sue copertine hanno il pregio di alimentare discussioni e curiosità.

Per D'amore e di marea fummo noi a chiedergli di poter usare un suo lavoro, mentre per Atlante abbiamo avuto l'onore di un dipinto realizzato proprio per essere la copertina del disco. 

Roberto si muove in un universo che ha una dose di surrealtà, i suoi lavori più potenti sono quelli che mettono in relazione elementi lontani e incoerenti tra loro e questa contraddizione attiva la fantasia di chi guarda. Dunque, nessuna interpretazione è giusta o sbagliata, l'unica cosa certa è il punto di partenza per un viaggio personale.

Atlante, il titano, teneva il mondo sulle spalle, in questo caso il mondo appare piccolo e basta un pappagallo per tenerlo nel becco. Il pappagallo è un invito al racconto, ma anche la metafora dell'ironia, la presunzione di raccontare il mondo intero con la nostra piccola voce.

Poi certo, nell'idea che ha mosso il disco c'è anche quella di una raccolta di mappe, un atlante geografico diciamo, ma questo lo abbiamo realizzato a disco finito, quando ci siamo accorti che attraverso le canzoni avevamo visitato posti lontani, dal Magreb alla Romania, dal Brasile alla Grecia fino al Portogallo, prima ovviamente di fare ritorno a casa.

Una volta ascoltato l'intero disco credo davvero che questo vostro ritorno discografico non sarebbe potuto partire che dal brano Atlante, non tanto perché è il brano che dà il titolo all'intero lavoro ma perché è il manifesto dell'intero vostro progetto, descrivendo quel timore che si ha sempre, quando si va incontro al nuovo, all'inesplorato. Trovo meravigliosi in tal senso i versi "Detto che è scientifica la guida delle navi e sconosciuto è il sogno del poeta / dirò che sono bravo a leggere le stelle, ma poi l'andar per mare e un'altra cosa.". Inoltre, il brano vede due grandi ospiti accompagnarvi in questo avventuroso viaggio, Patrizia Laquidara e Mário Laginha, come è nato questo splendido brano d'apertura?

Sì, Atlante è il brano che riassume il senso del disco, anche se di questo ci siamo accorti a lavoro compiuto. Alcuni tuoi colleghi hanno parlato di una specie di concept album, sicuramente posso dire che è un progetto, nel senso che gli undici episodi del disco sono legati tra loro da un filo artistico e sono tutti nati dalla stessa esigenza. 

Ogni avventura inizia quando si abbandona la propria zona di conforto, e noi avevamo bisogno proprio di questo. Il pezzo è nato mentre entravamo in questo flusso, è stato uno dei primi, è servito a darci una rotta. A pensarci credo che tu abbia ragione, il verso che hai citato può essere la chiave di tutto il lavoro, come dire: prima di partire puoi programmare ogni dettaglio, ma nulla potrà mai evitare l'imprevisto, e l'abilità del navigante si vedrà nella sua capacità di ripensare il viaggio.

Durante la lavorazione di questo disco abbiamo allentato il controllo, abbiamo lasciato le finestre aperte e fatto entrare i rumori di fondo, le voci di chi ci passava, il vento che tirava.

Màrio è da sempre uno dei nostri riferimenti, la voglia di metterci in discussione ci ha spinto a sondare la sua disponibilità a collaborare, con nostra grande gioia i pianeti si sono allineati in modo favorevole ed eccoci qui. Ancora una volta accanto alla convergenza artistica abbiamo scoperto anche una bella affinità umana. In certi casi l’incoscienza e fortuna lavorano insieme.

Con Patrizia invece ci conosciamo da molti anni, ci siamo trovati spesso in giro per l’Italia (anche al Tenco del 2011, se ricordi) sempre ripromettendoci di trovare occasioni per fare qualcosa insieme. L’idea di chiederle di entrare in questa canzone è venuta partendo dal testo e immaginando che potesse riconoscersi in alcune parole. Personalmente mi piace moltissimo come dice “cuore di rosa”. 

Dopo questa canzone manifesto, prima di partire per altri lidi, Radio Bari 44 ci riporta indietro nel tempo proprio al 1944, alla storia di Radio Bari, la radio partigiana che proprio tra la fine del '43 e l'inizio del 44 trasmetteva messaggi in codice per i movimenti partigiani impegnati nella lotta di liberazione dal Fascismo condotta nel Centro e Nord d'Italia e trasmetteva anche, per la prima volta in Italia, musica jazz, guarda caso la base della vostra riuscitissima miscela musicale poi contaminata ed arricchita da sonorità mediterranee e di altri paesi lontani. Con voi, in questo brano, un grande del jazz come il sassofonista Roberto Ottaviano. Quanto credi che la musica possa servire da trait d'union, da linguaggio universale tra popoli magari fra lo geograficamente distanti?  I versi "Sfilano i cappotti dentro al freddo di gennaio, / ma stamattina in teatro lo spettacolo è in platea: / quanti volti, quante storie, quante voci, unica l’idea" mi sembrano espliciti in tal senso, no?

Il verso che citi ricorda il congresso dei CLN che si tenne a Bari nel gennaio del 1944 e che fu raccontato per Radio Bari da Alba de Cespedes, il teatro di cui si parla è il Piccinni. Come altre volte ci è capitato, un fatto storico, in questo caso della nostra Resistenza, può essere un pretesto per parlare del presente.

Il tema che poni è vasto e complesso, in questo momento nel mondo ci sono questioni politiche e interessi economici che impediscono una convivenza pacifica tra diversi e fomentano odio, divisioni e guerre. 

La musica e più in generale l'arte e la cultura possono essere un luogo per incontrarsi e riconoscersi come esseri umani e quindi in questo senso sono sempre "militanti": la West Eastern Divan Orchestra, per fare un esempio, suona Beethoven e Ciaikovsky, ma per la sua sola esistenza trasmette un messaggio di possibile convivenza e di armonia tra persone che, per provenienza e cultura, senza strumenti in mano sarebbero portate a odiarsi. 

La musica, veicolando certi contenuti, può contribuire a smuovere le coscienze e ad aprire "strade nel cuore degli altri", come diceva Fossati, noi stessi, nel nostro piccolo, proviamo a farlo, è vero che tutto può aiutare a creare dialogo e smontare pregiudizi, ma sono gocce nel mare.

Ci si muove in un contesto ideologicamente inquinato che specula sulla paura dell'altro e in un sistema commerciale che, ad esempio, parlando di musica, denigra e sminuisce l'impegno etichettandolo come pedante e seppellendolo sotto una montagna di canzonette leggere e disimpegnate (pensa ad esempio a cosa è diventato il concertone del Primo Maggio). 

Per noi Fabula l'impegno è una condizione esistenziale. Qualche giorno fa il giornalista Paolo Talanca ha scritto che le canzoni devono contenere la realtà, sono molto d'accordo, anzi, vorrei dire che per noi è un comandamento. Basterà? non credo. Servirà? Lo spero, magari anche solo un po'. 

Fabularasa dal vivo con Mário Laginha


Con la terza traccia Beniamina ci portate verso l'Africa ma, forse, sarebbe meglio dire che è l'Africa a raggiungere noi, perché la canzone ci racconta attraverso poetici versi e sonorità africane una storia vera, quella di una donna africana abusata in un campo di detenzione in Libia che appena giunta in Italia (a Bari per la precisione) dà alla luce una bambina cui sarà dato il nome Beniamina e che, grazie a un’adozione, oggi è cittadina italiana. I versi "Anima leggera, vieni per predire l’avvenire, / vieni a raccontarci del futuro che se ci pensi s’intravede già." mi hanno fatto tornare alla mente i pasoliniani versi di Profezia (Alì dagli occhi azzurri), problematiche sempre attuali che solo chi vuole voltarsi egoisticamente dall'altra parte può ignorare, sei d'accordo?

Guarda, fai un paragone che mi lusinga, citi un testo che amo molto e che mi è capitato di leggere in pubblico alcune volte. Il senso (si parva licet) è proprio quello.

Ho una lunga esperienza diretta nel mondo dell'inclusione e dell'intercultura e sono davvero convinto che questi nuovi italiani, con il loro bagaglio di energia vitale e determinazione, siano una concreta possibilità di salvezza per il nostro Paese.

La canzone, come dicevi, racconta una storia vera e terribile che mi è capitato di incontrare e che mi ha segnato profondamente, ho provato a raccontarla con pudore, ma senza reticenze. Ne è venuta fuori una canzone in puro stile Fabularasa, con la parte musicale che partecipa al racconto; chitarra e basso richiamano strumenti africani come la kalimba e il balafon e il ritmo è quello di una danza africana.

In questo video una versione live in un concerto con Mário Laginha.


La successiva Il mare che noi siamo, è una densa di riferimenti artistici e politici, da Cutro teatro del tragico naufragio migratorio del 2023 a Ellis Island dove gli immigrati venivano sottoposti a un'ispezione medica e alla verifica del possesso dei requisiti per stabilirsi negli Stati Uniti e poi ancora Valona (Vlora in albanese) la nave che nel 1991 sbarcò a Bari, in un solo colpo, 20000 migranti e Marcinelle nella cui miniera morirono 262 minatori di cui 136 italiani. Una canzone che ci parla ancora dell'indifferenza "Erode uccide ancora gli innocenti bombardando scuole ed ospedali. / Brucia tutt'intorno al tuo giardino e a malapena annusi il fumo, / e tu nemmeno senti il fumo.". Quale è la via per recuperare la sensibilità perduta? Per riappropriarci della nostra umanità?

Trovo ingiustificabili il fischiettare vago e la balbuzie dell’Europa davanti al genocidio, trovo insopportabile l’ipocrisia italiana nel raccontare i corpi in mare come fossero morti per caso, mentre invece sono vittime di politiche colpevoli attuate con la complicità di dittatori criminali, trovo incredibili questo endemico razzismo e questo drammatico deficit di empatia in un popolo come il nostro che del razzismo e delle discriminazioni è stato vittima per decenni e che ha vissuto il dramma della morte per immigrazione in tante famiglie, trovo inspiegabile l'indifferenza di tanti davanti a un male così vicino.

Questa canzone nasce dalla rabbia e dall’indignazione per tutto questo. Leopoldo, che ha scritto con me la musica, ha pensato a un’armonia e a un andamento che favorissero il racconto.

Credo che l’unico modo per invertire questa corsa verso il baratro sia recuperare un sentimento collettivo, recuperare l’empatia col mondo, smettere di vederci come goccia e provare a essere parte del mare.

Con Apologia di un formidabile cazzeggiatore, però, hai voluto guardare soprattutto te stesso, come volessi realizzare un autoritratto e forse cercando anche un po' di leggerezza e di ironia dopo tanta rabbia. Ascoltandola con molta attenzione appare più una sorta di ricerca di una via di fuga da questo mondo così opprimente "Dategli quello che vuole, dategli un giorno di sole, / il sorriso improvviso di una donna, l’amicizia imprevista di un bambino / e un pensiero al profumo di mandarino" per poi però ricadere però nelle solite abitudini "Ma non c’è niente da fare, è un animale fatto così / e dici: “Cosa darei per essere lui”. Cantata in terza persona assume un carattere universale non trovi? Meraviglioso poi il finale di solo pianoforte suonato ancora una volta da Mário Laginha.

È pezzo leggero e divertente, ma con un doppio fondo di complessità. Sì, sicuramente quando ho iniziato a scriverlo sono partito da elementi autobiografici, ma se fosse stato solo un fatto “privato” lo avrei tenuto per me; invece è diventato una canzone dei Fabula perché parlandone con gli altri abbiamo trovato che raccontasse qualcosa se non di universale almeno di più vasto rispetto alla sfera personale.

Secondo il mio maestro Franco Cassano, il sociologo del “pensiero meridiano”, il cazzeggio ha una sua nobiltà: il cazzeggio è il luogo dell’osservazione, della meditazione, dell’incontro con l’ispirazione, il cuore della canzone è questo.

Potrei dire che è un invito a cercare una dimensione più umana, a non arrendersi a un modello che ci vuole incasellati e imprigionati dentro un sistema di valori che fomenta la competizione continua. È un invito a uscire dalla fila e a trovare un punto alternativo da cui guardare il mondo.

Il pezzo si chiude con un meraviglioso assolo di Mário, che attraversa con leggerezza cento stili diversi in pochi secondi. Gli avevamo chiesto di chiudere il brano con un “cazzeggio”, è stato difficile tradurre il concetto in portoghese, ma a quanto pare siamo riusciti a farci capire…

Il brano a metà track list, come da vostra tradizione, è dedicato all'amata Puglia. Nel disco d'esordio omaggiaste Domenico Modugno, affrontando uno dei suoi cavalli di battaglia, ossia Vecchio frac. Nel secondo album affrontaste Siciliana, un'aria tratta da Cavalleria Rusticana che Mascagni compose proprio negli anni trascorsi a Cerignola ed ora è la volta di un omaggio ad un altro vostro conterraneo, Enzo del Re. Dal suo vasto repertorio avete scelto Io e la mia sedia, uno dei suoi canti più duri e di denuncia contro la pena di morte. L'avete eseguito solo voce e batteria suonata con le mani, per riprendere lo stile di Enzo del Re quando si accompagnava percuotendo una sedia con le mani, ottenendo delle sonorità che rimandano all'Africa, Credo che scelta sia mai stata azzeccata, soprattutto alla luce della recente introduzione della pena di morte per i cittadini palestinesi in Israele, no?

Secondo Amnesty oggi la pena di morte è ancora in vigore in più di 50 i paesi. Iran e Stati Uniti sono tra le nazioni con più esecuzioni e, come dicevi, recentemente Israele ha approvato la pena di morte per i Palestinesi "sospettati" di terrorismo. Per noi cittadini del Mediterraneo, nati nel paese di Cesare Beccaria, si tratta di un'autentica barbarie. Enzo aveva fatto della critica alla pena capitale una delle sue principali battaglie.

Enzo è nato e ha vissuto a Mola di Bari, città del nostro batterista e in cui anche io ho abitato per alcuni anni. Il suo modo di fare arte, di suonare, cantare, raccontare, ma soprattutto, il suo modo di affrontare la vita senza cedere a compromessi restano per noi un'ispirazione, un riferimento morale. Un modello non semplice da imitare, ma ci proviamo.

Fabularasa - Foto di Giuseppe Ottolino


In un disco denso, politico e sociale, può esserci spazio anche per una canzone d'amore come Scatole chiuse a chiave, ma nulla di melenso o di romantico, c'è piuttosto un cantare le conseguenze, spesso imprevedibili, crudeli dell'amore, direi descritte perfettamente dai versi iniziali "Due scatole chiuse a chiave contengono ognuna la chiave dell’altra; / seduti ai due poli del mondo ci diamo la schiena. / Sciarada, un movimento orizzontale di pensiero: sembra facile, ma non ne vieni a capo.". Un pezzo molto bello, con ampio spazio alla musica e agli assoli, gioia per i live. È vero l'amore è difficile, complicato, spesso porta solo sofferenza, però credo sia un rompicapo che valga sempre la pena affrontare, sei d'accordo?

Certo che sì, un maestro diceva: "è stato meglio lasciarsi che non esserci mai incontrati".

Questo è l'unico pezzo sopravvissuto al nostro periodo di silenzio: era pronto già a ridosso di D'amore e di marea, qui lo abbiamo sistemato e aggiornato dando spazio alla nostra voglia di suonare.

Mi ha sorpreso come tante persone si siano riconosciute proprio nel verso che citavi: un piccolo rompicapo innocente che però a quanto pare descrive la condizione di tante relazioni sentimentali, concluse o magari impossibili, ma che tuttavia mantengono un legame invisibile e duro a spezzarsi.

Con Canzone per una stanza vuota si canta di Bari, ma è un ritorno pregno di amarezza perché la canzone è dedicata a Pinuccio e Lella Fazio, i genitori di Michele Fazio il ragazzo che il 12 luglio del 2001 rimase ucciso per errore in una regolazione di conti tra le famiglie Capriati e Strisciuglio. Trovo meravigliosi i versi conclusivi "L’aria di maggio avvolge i vicoli di Bari questa sera. / Qui siamo nati e qui dobbiamo rimanere e qui ci troverà chi ci verrà a cercare." perché più che esprimere rassegnazione esprimono, invece, un fortissimo legame alle proprie radici, un implicito impegno di combattere per cambiare il male che pervade quelle terre, in realtà meravigliose. Credo sia anche il messaggio che volete trarre dalla loro lunga lotta per ottenere giustizia, vero?

Pinuccio è un nostro amico, il modo con cui lui e Lella sono riusciti a sopravvivere al dolore più grande che può toccare a un genitore è sempre stato per noi motivo di vera ammirazione. Maggio è un mese importante per Bari, perché è il mese di San Nicola, ma qui è sinonimo di primavera, di nuova stagione, di cambiamento. Quella che citi è una frase che Lella e Pinuccio ripetono spesso, come a dire che chi vorrà impegnarsi per la legalità troverà sempre in casa Fazio un presidio. Questa canzone – che abbiamo scritto con Marcello Colaninno, nostro collaboratore da tanti anni - è il nostro modo per ribadire loro la nostra gratitudine e il nostro affetto.

Cintillir è una canzone cantata in rumeno, ispirata alla poesia Pentru bani di Daniel Tomescu, un poeta e mediatore culturale barese di adozione. Il testo, fortunatamente è presente anche la traduzione, racconta le peripezie di un migrante rumeno alla ricerca di un semaforo dove mettersi a chiedere qualche moneta per poter sopravvivere, ma invece incontra ostacoli su ostacoli in una triste guerra tra poveri. Mi ha portato alla mente l'ultimo film di Ken Loach The Old Oak, che ho appena visto su RaiPlay. È proprio vero che tutto il male della povertà finisce per ricadere sempre e solo sui poveri. Attualissimo quel verso conclusivo "Dar de ce mama ? Doar sunt italian.” (Ma perché mamma? Dopotutto sono italiano), in un'Italia dove purtroppo ci sono ancora tanti italiani considerati di serie b. Si può ancora sperare in un futuro migliore?

Nella nostra ricerca intorno alla forma canzone ci siamo trovati a cantare in una lingua che non conosciamo. Quando ho sentito Daniel recitare per la prima volta la sua poesia, oltre ad averla trovata bellissima e potente, ho trovato che avesse un ritmo e una musicalità che la traduzione in italiano non riusciva a restituire. Allora ho pensato che fosse l'occasione per sperimentare il senso di soggezione che tanti stranieri provano nel cimentarsi con la nostra lingua, e così, con l'aiuto di un'amica rumena, mi sono avventurato. Franco Cassano, ancora lui, lo avrebbe definito un “esercizio di approssimazione all'altro".

La pulsazione elettrica e serrata dell'inizio ricorda il traffico caotico di un centro cittadino all'ora di punta, tra clacson e colpi di acceleratore, i suoni lunghi del finale rimandano alla calma della sera, per poi al mattino seguente tornare nel caos.

Un'altra storia trovata nella nostra città, uguale a tante in tutto il mondo, a cui abbiamo voluto dare musica. 

"Una strada fatta cantando è una strada libera, cumuli di rondini piegano sull’acqua. / Il motore suona leggero, dove mai mi porterà? Nuvole pagane solcano la notte.", sono davvero meravigliosi questi versi che aprono Itaca. Mi sembra si inseriscano perfettamente nel vostro mondo poetico. Non so come sia nata questa canzone scritta e musicata dal cantautore milanese Claudio Sanfilippo, ma sembra scritta apposta per un vostro disco, non ti sembra?  Inoltre, quella comparsa di archi dona ulteriore grazia a questo bellissimo pezzo, com'è nata questa collaborazione artistica?

In questo album fatto di esplorazioni oltre confine ci stava anche la sfida di cimentarsi con un inedito composto da un'altra penna, dunque non una storia e un suono conosciuti, ma qualcosa di completamente nuovo. Sanfi è un cantautore straordinario per intelligenza, gusto, cultura e sensibilità, l'idea di collaborare era nata con una telefonata alcuni anni fa: chiacchierando mi aveva raccontato di avere questa canzone nel cassetto, quando con gli altri l'abbiamo ascoltata ci è sembrato davvero un delitto che nessuno la conoscesse.

Claudio ha apprezzato molto la nostra versione e ci ha autorizzato a metterla su disco.

Nella tracklist ha il compito di riportare la barca in porto, di accompagnare chi ascolta verso la fine del viaggio. L'idea di inserire archi e contrappunto di violino è di Leopoldo, un’altra sonorità nuova per i Fabularasa.

Hai parlato, giustamente, di questo vostro nuovo disco come di un viaggio, aggiungerei io a volte avventuroso e rischioso come quando si è in mare aperto e, credo, che l'ultima traccia La sabbia e l'oro, solo voce e il pianoforte magico di Mário Laginha sia il degno suggello di un lavoro così bello e allo stesso tempo ardito. Quei versi ripetuti "Sì, la clessidra fa il suo lavoro, ma la sabbia che ancora rimane, / quella sabbia trasformala in oro." li definirei "uno sguardo dritto e aperto nel futuro" per dirla alla Bertoli, che di questi tempi è un bel segno di speranza. È così?

Come ti dicevo, per questo disco abbiamo lavorato molto intensamente e con grande coinvolgimento emotivo: abbiamo cercato sfide nuove, chiamato per nome i nostri fantasmi, messo le dita nelle ferite e fatto i conti con i nostri limiti. Abbiamo voluto che tutto questo suonasse nitido e leggibile, fino all’ultima nota, e per farlo abbiamo consumato tutto quello che avevamo, arrivando in porto stremati e con la stiva completamente vuota.

Ma ecco, quando pensavamo di aver finito, nell’ultima ora di registrazione, come un piccolo miracolo inatteso, arriva questo magnifico regalo di Mário. L’ennesimo, splendido imprevisto a pochi metri dal traguardo. È stato come sentire di nuovo la nostalgia del mare.

Con Giuseppe - che ha scritto il brano - e con gli altri ci siamo chiesti cosa fare di questa musica, se sovraincidere qualcosa, se inserire dei suoni, poi abbiamo capito che il pezzo non aveva bisogno di altro e che sarebbe entrato nel disco così com’era.

Ho scritto un testo molto breve che risuonasse con il pianoforte. Pochissime parole che esprimessero quel sentimento: il tempo passa, la sabbia diminuisce, ma proprio per questo è importante far tesoro di quello che ci rimane.

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venerdì, maggio 29, 2026

Patrizia Laquidara: Flòrula, un viaggio introspettivo che si fa parola, poi musica, poi canto

di Fabio Antonelli


Sono passati ben otto anni dal precedente album C’è qui qualcosa che ti riguarda (Autoprodotto, 2018) di Patrizia Laquidara, ma in tutti questi anni la cantautrice siculo-veneta non è certo rimasta inattiva. Nel 2019 diventa direttrice artistica di Il Canto della Sisilla, fortunato festival musicale e teatrale nel cuore delle piccole Dolomiti e riceve il prestigioso Premio Maria Carta a Cremona.  Dal 2021 al 2025 è docente di Poesia in musica e drammaturgia musicale al conservatorio Marenzio di Brescia, collabora poi a numerosi spettacoli teatrali in veste di attrice e cantante, ma soprattutto nel 2023 pubblica il suo romanzo d’esordio Ti ho vista ieri, edito dalla casa editrice Neri Pozza, vincitore del Premio letterario Internazionale Donna, Premio letterario internazionale Charles Dickens, Premio Nazionale Giorgione 2024 in cui narra personaggi e ricordi della propria infanzia.

Eccoci quindi arrivare al suo nuovo album Flòrula, il cui libretto è preceduto da una nota in cui Patrizia racconta così di quello che definirei un romanzo di formazione: ”A libro terminato ho sinceramente creduto di aver detto tutto. Ben presto ho sentito invece che le storie contenute in quelle pagine chiedevano di trasformarsi ancora in altra forma: la musica. Vissuti che prima sono diventati parole, poi suoni, poi canzoni”.

Si intuisce quindi da subito che queste canzoni sono figlie del romanzo Ti ho vista ieri ma, lo dico subito, a scanso di equivoci, allo stesso tempo vivono di luce propria ed il disco si lascia ascoltare con estremo piacere anche da chi quel libro non l’ha letto.

Ripensandoci bene, devo dire che c’era già, in Il canto dell’anguana, un gesto preciso: quello di tornare alla radice, riattraversare la tradizione come materia viva, riconnettersi a una geografia intima prima ancora che culturale. Flòrula credo che in fondo parta da lì, ma compie uno scarto decisivo. Non è più il tempo della raccolta o della restituzione: è quello della trasformazione.

Qui la tradizione non viene più evocata apertamente. È interiorizzata, sedimentata, diventata linguaggio.

Ne nasce un disco minuto e potente, costruito per dettagli, per sottrazione, per piccoli organismi sonori, non a caso il termine “flòrula”, catalogo di specie, microcosmo vegetale. Ogni brano è un frammento autonomo, ma parte di un disegno coerente, dove testi e musiche lavorano in una continua tensione tra corpo e natura, tra materia e immaginazione.

Prima di analizzare le tracce del disco vorrei però spendere due parole sulla copertina del disco, nata da una idea grafica di Paolo Zampese e da una foto di Patrizia Laquidara, vestita candidamente di bianco, con il capo cinto da una corona di fiori, realizzata da Michele Piazza. È indubbiamente vero che Patrizia ha dalla sua parte una bellezza che definirei quasi ieratica però credo che questa copertina sia una delle più belle tra i dischi usciti quest’anno e, soprattutto, molto funzionale nell’addentrarci da subito nel mondo di Flòrula.

Il disco si apre con Nessuno deve restare di fuori (Ti ho vista ieri) o meglio, più che un’apertura, una soglia che introduce tutti personaggi femminili che prendono poi vita nel romanzo. Il marranzano suonato da Puccio Castrogiovanni ci porta subito in Sicilia e ad esso si sovrappongono via via percussioni, hand claps, cori a donare ritmo a questo bel pezzo che si chiude con la ripetizione ossessiva “Nessuno deve restare di fuori”.


Anna la ciaccaligna, oscillando continuamente tra un tappeto di elettronica e chitarre elettriche è una canzone che ci parla di un personaggio sospeso tra passato e futuro, evoca un po’ una donna siciliana d’altri tempi e allo stesso tempo una donna fuori dalla visione tradizionale, in effetti i versi di Patrizia “Anna sale le scale / tra la terra ed il cielo c’è lei, esagerata / Anna trascendentale un piede nel fango e un altro nel cosmo” più che descrivere, evocano.


La bambina inizia con molta dolcezza, come d'altronde dev’essere una canzone in cui ritroviamo versi come “Et voilà la petit toupil / l’hanno vista che cadeva giù da una stella / et voilà la petite trebuchel / l’hanno vista che cadeva e poi correva scalza.” Però poi si avverte una prima tensione ritmica più marcata. Non è un cambio di passo netto, ma una pulsazione interna, costante. C’è un crescente desiderio di libertà “Lei è quella che è venuta a dire no, / non mi va, non si fa, non mi piace com’è”. In questa canzone c’è la bambina o il bambino che è in ognuno di noi, quello che ci fa comunque sempre guardare il futuro.


Con Cunizza (Assabenerica), breve riassunto di una processione antica, La Vara, che avanza ogni 15 agosto per le vie di Messina, arriva uno dei momenti più intimi del disco. La voce si moltiplica, si sovrappone, costruendo un piccolo spazio corale che richiama la forma della ninna-nanna, ma allo stesso tempo ne altera la funzione: non più rassicurazione, quanto piuttosto ascolto e cura. Vi partecipa anche Lorenzo Maragoni protagonista della giaculatoria.


Diversissimo il registro di La ragazza della 127, qui la scrittura si apre a una maggiore concretezza. Le immagini si fanno più riconoscibili, più legate a una quotidianità filtrata. Musicalmente il brano è tra i più ricchi: entrano archi discreti, variazioni armoniche più ampie. Eppure, tutto resta dentro una misura controllata, senza cedere a una piena espansione emotiva. Stilisticamente mi ricorda molto la Laquidara di Funambola. Trovo bellissima questa immagine “Le ginocchia strette strette / sull’autostrada che va a sud / siamo partiti da sei ore / il tempo qui non passa più / c’è chi sbuffa chi guarda in su”.

La successiva Alicudi cantata in coppia con Antonio Vargas, rappresenta uno dei vertici assoluti del disco. Testo essenziale, ridotto a pochi nuclei espressivi come “Ma che sapore di sale che sai tu / ti toglierò la sabbia con le labbra / ma come scotta ho la pelle rossa / sarà l’unguento che calma quel che brucia / io vado in acqua che fai vieni anche tu”. Ogni parola pesa, rimane. Il tema è quello della perdita, ma interpretata come passaggio, come mutazione inevitabile. L’arrangiamento di Edoardo Piccolo è radicale nella sua semplicità: pochi accordi, pause cariche di senso. Anche il silenzio diventa parte attiva del brano.

In Ti saluto con la mano, canzone il cui testo è stato scritto con il rapper El Coco (nipote della Laquidara) e Lorenzo Maragoni, il movimento è più evidente: una crescita progressiva, quasi narrativa. Il testo “ieri ho preso un volo e domani partiamo / siamo dello stesso sangue, sai che ci capiamo / ti conosco da una vita, sei come una sorella” torna sul tema della crescita, della trasformazione, ma con una luce diversa, più aperta. La musica accompagna questa dinamica con un incremento graduale della densità sonora, in modo mai invasivo, sempre trattenuto.

Il disco si chiude ufficialmente con Nuova luce, il punto più laterale, decentrato del disco, struttura meno lineare, piccoli scarti, inserti sonori che rompono l’equilibrio. Il testo appare frammentario, costruito per immagini rapide, quasi appunti sensoriali “vita che è purissima / foglia che traduce luce in nuova luce / forza che trascina cambia e poi riluce / tutto si trasforma l’aria la pelle / ogni cosa poi cambia in altra forma”. Sicuramente il brano più etereo, ma anche il più profondo, perché cerca di parlare alla nostra anima, di dirci che tutto si trasforma. La vita dentro e fuori di noi, non ha mai fine si rinnova nei ricordi di coloro che abbiamo amato, anche quando magari non ci sono più.  Un finale in elevazione.


In realtà il disco si chiude circolarmente con una bonus track, una ulteriore versione di Nessuno deve restare di fuori, in cu la splendida voce di Patrizia incontra quella di una delle più originali e promettenti cantautrici siciliane, la palermitana Giulia Mei.

È un po’ come se Il disco si concludesse senza conclusione: i temi restano aperti, come semi lasciati al terreno. Patrizia Laquidara lavora sulla parola come materia organica, mai decorativa. Il linguaggio botanico non è simbolo superficiale, ma struttura profonda del disco: crescita, trasformazione, ciclicità.

Parallelamente, la musica si muove in uno spazio che evita sia l’appartenenza esplicita al folk sia la linearità del pop, costruendo un territorio autonomo, fatto di equilibrio, silenzi, sfumature.

Non è forse un disco immediato come lo era stato ad esempio, almeno per me, Funambola ma è proprio in questa sua discrezione che trova forza e coerenza: un ascolto che non si impone, ma si deposita, lentamente, che darà poi i suoi frutti a tempo debito.








Patrizia Laquidara – Flòrula

Tracklist

01.  Nessuno deve restare di fuori (Ti ho vista ieri)

02.  Anna la ciaccaligna

03.  La Bambina

04.  Cunizza (Assabenerica)

05.  La ragazza della 127

06.  Alicudi (feat Antonio Vargas)

07.  Ti saluto con la mano (feat El Coco)

08.  Nuova luce

Bonus Track

Nessuno deve restare di fuori (Con Giulia Mei)

Crediti

Patrizia Laquidara - voce, cori, palmas

Edoardo Piccolo - sintetizzatori, programmazione ritmica, autoharp [1, 7], Philicorda [3, 5], cori [4, 5], palmas, arrangiamenti.

Daniele Santimone - chitarra elettrica, acustica e classica 7 corde, cori [6]

Stefano Dallaporta - basso elettrico

Puccio Castrogiovanni – marranzano, cuatro, mandolini, tamburelli [1, 2, 5]

Clécio santos e Fernando Silva – pandeiro, agògò, surdo, caxixi, abà, ganzá, tambor, sanghiba, maracas, repique, recorecò, palmas, caixa

Dario Ponara – vibrafono [7]

Cori

Silvia Girotto, Patrizia Laquidara, Katy Marcante, Elisa Sperotto [1, 4, 7]

Quartetto d’archi

Violino primo: Massimilano Tieppo

Violino secondo: Alessia Turri

Viola: Michele Sguotti

Violoncello: Simone Tieppo

Produzione esecutiva

Patrizia Laquidara – Luna Nordestina

Produzione artistica

Edoardo Piccolo e Patrizia Laquidara

Registrato nello studio The Basement Recording Studio di Federico Pelle dal 13 al 19 agosto 2025

Quartetto d’archi registrato a Sotto il Mare Recording Studios

Vibrafono registrato presso Aproblema Studio

Mixato da Edoardo Piccolo presso Tiglio Siamese Studio

Masterizzato da Jérémy Henry a La Villa Mastering Studio

Idea grafica di copertina: Paolo Zampese

Foto di copertina: Michele Piazza

Patrizia Laquidara sito ufficiale
Patrizia Laquidara su Facebook

martedì, aprile 28, 2026

Mauro Ermanno Giovanardi - E poi scegliere con cura le parole - A volte scegliere le parole, e non lasciarle scivolare via, è l’unico modo per restare fedeli a sé stessi.

di Fabio Antonelli



Dopo la parentesi del Covid Mauro Ermanno Giovanardi non è certo rimasto con le mani in mano in questi ultimi due anni, perché nel 2024 è stato protagonista, con Cesare Malfatti, dell’attesissima reunion dei La Crus con la pubblicazione di Proteggimi da ciò che voglio (2024, Mescal) cui è seguita una tournée per i trent’anni dal loro esordio. Contemporaneamente Giovanardi è stato oggetto del documentario Jesus loves the fools con la regia di Filippo D’Angelo, Dimitris Statiris e dello stesso Giovanardi, in cui è narrata la nascita dei Carnival of fools, gruppo rock nato sul finire gli anni ’80 a Milano per iniziativa di Giovanardi. Ne sono nati dei concerti di presentazione in cui Giovanardi è stato accompagnato musicalmente dal chitarrista Marco Carusino.

Prima di tutto ciò, in mezzo e dopo, ha visto piano piano la luce il suo nuovo disco solista E poi scegliere con cura le parole (2026, Universal) dopo nove anni dall’ultimo disco di inediti. Un tempo lungo, necessario, che si avverte in ogni passaggio di questo lavoro pensato, riflettuto, pazientemente costruito. Non un ritorno qualsiasi, ma un disco che suona come una presa di posizione artistica e umana, in controtendenza rispetto al rumore costante che ci circonda.

Giovanardi non rincorre il presente, lo osserva. Non lo giudica dall’alto, lo attraversa. E soprattutto lo racconta con uno strumento che oggi sembra sempre più fragile e marginale: la parola scelta, soppesata, pronunciata con cura. Il titolo dell’album non è dunque un vezzo poetico, ma una vera dichiarazione d’intenti.

Stessa cosa la copertina, tanto curata, quanto essenziale, in cui Mauro Ermanno Giovanardi sembra camminare in bilico sospeso lungo un fascio di luce, è quasi fumettistica, ma non riporta alcun testo, neppure il titolo del disco, quasi a voler riservare alle parole contenute, scelte, soppesate con cura nel disco tutta l’attenzione che meritano.

Il disco si apre con Il buio nella pelle, brano che assume immediatamente il valore di manifesto. È una canzone che racconta una disillusione profonda, il sentirsi fuori posto in un mondo dove i parametri sembrano cambiati, dove il valore della scrittura e delle emozioni viene spesso oscurato dall’apparenza. Versi come “Se oramai vale più un post / che saper scrivere canzoni / e una foto anche se figa / vale più delle emozioni /questo posto non è il mio / non è quello che volevano / non è quello che sognavo / non è quello in cui credevo” evocano lo smarrimento di una generazione che aveva immaginato altro, e che oggi fatica a riconoscersi nel presente. Musicalmente l’incedere è misurato, elegante, perfettamente funzionale a una voce che entra in punta di piedi ma lascia il segno.

Veloce cambia andamento ma non profondità. Qui il tema è la frenesia, la corsa continua che caratterizza la nostra epoca: tutto accade in fretta, tutto deve essere immediato, anche a costo di perdere senso. Il ritmo più sostenuto e l’elettronica discreta restituiscono efficacemente questa sensazione di accelerazione costante, senza mai sacrificare la chiarezza del racconto.

Con La coscienza della mia generazione si entra nel cuore emotivo dell’album. È uno dei brani più intensi e riusciti dell’intero lavoro, un bilancio lucidissimo di una generazione sospesa, privata di riferimenti solidi, incapace di trasmettere certezze. Giovanardi riesce a essere personale senza mai diventare autoreferenziale, trasformando una riflessione intima in una fotografia collettiva.

Anni zero guarda al passato, ma lo fa senza nostalgia compiaciuta. È piuttosto una canzone sul passaggio del tempo, sulle trasformazioni personali e culturali, sul ruolo che la musica ha avuto come bussola emotiva in quegli anni. Bellissimo l’incipit “Caterina nel silenzio della stanza / pensando che nessuno sentirà / mette un disco del Velluto Sotterraneo / chiude gli occhi sul sofà / lei sa che a certi incroci della vita / travestito da canzone di anni fa / a sorpresa spunta un diavolo sottile / che ti porta ad altre età”. Il pianoforte accompagna il racconto con delicatezza, creando uno spazio di memoria che non indulge nel rimpianto.

Il tradimento è al centro di Amore Giuda, affrontato in senso ampio: affettivo, esistenziale, morale. Il riferimento simbolico è forte, ma il brano resta contenuto, misurato, mai enfatico. Ritmicamente è molto bello, così come quei cori un po’ funky che fanno da contraltare al canto di Giovanardi.

A fare da contrappunto arriva Di struggente amore, che restituisce all’amore una funzione quasi salvifica: fragile, imperfetta, ma necessaria per continuare a stare al mondo “Ho bisogno di te / e della tua presenza / ho bisogno di te / del poco peso che dai / alla mia incoscienza”.

Con Fermami emerge una richiesta esplicita, quasi una supplica: il desiderio di essere trattenuti, di rallentare prima di smarrirsi del tutto. Il crescendo emotivo del brano accompagna questa tensione interiore senza forzature. Una delle più intimiste e cucite sulla pelle di Giovanardi.

Per cantare più forte riflette invece sul ruolo stesso della musica e della voce: cantare come gesto di resistenza, come tentativo di affermarsi in mezzo a un rumore di fondo sempre più assordante. È uno dei brani più consapevolmente “meta” del disco, e proprio per questo tra i più emblematici. Salvifici i versi “Voglio aprire le braccia / per cantare più forte / per ingannare la morte / e sentirmi più vivo”.  La musica come cura contro la morte.

Il numero che viene dopo è una canzone sull’attesa e sull’incertezza, sul non sapere cosa verrà ma continuare comunque ad andare avanti. Il “numero successivo” diventa metafora di un futuro indefinito, mai completamente leggibile, ma inevitabile. Ancora una volta di grande impatto l’inizio della canzone “In quale tasca hai messo / il tuo orgoglio uomo / lo hai lasciato andare via col tempo / in quale tasca hai messo / il tuo nome nuovo / sei soltanto il numero che viene dopo”.

Con Un errore Giovanardi affronta uno dei nuclei concettuali più profondi del disco: l’accettazione della propria imperfezione. L’errore non come fallimento, ma come condizione dell’esistere, come parte integrante del percorso umano. La canzone colpisce per spoglia sincerità “io sono un / sono un errore / io sono un graffio sulla pelle / ancora nulla cambia eppure / quest’ora no non ha sorelle”.   

Non credo nei miracoli riafferma una disillusione lucida, mai cinica. Qui non c’è rassegnazione, piuttosto la consapevolezza che le salvezze, se esistono, passano dalle relazioni, dalle scelte quotidiane, non da interventi esterni.

Ogni voglia di noi due riporta al centro il rapporto, lo spazio intimo condiviso come ultimo luogo di resistenza possibile. È una canzone raccolta, quasi una pausa necessaria prima della chiusura. Forse l’unica canzone d’amore vera e propria del disco ma si fa valere “Apro piano le tue labbra / e le affogo nelle mie / sei la schiuma ed io la sabbia / io le rime tu le poesie / tu sei l’estasi ed io il male / a cui dici sempre sì”.

Il disco si conclude con Ha ragione Schopenhauer, titolo che potrebbe far pensare a un esercizio intellettuale e che invece si rivela una chiusura ironica e amara al tempo stesso. Il riferimento filosofico diventa uno strumento per leggere il disincanto contemporaneo, senza mai appesantire il racconto. Dentro i versi “Con lo stomaco che urla / io non riesco a respirare / io mi sento così perso / e non so dove andare / l’inquietudine che sale / e l’insonnia che stordisce” c’è tutto il mondo di Giovanardi.

Dal punto di vista musicale E poi scegliere con cura le parole è un lavoro cesellato con attenzione estrema. Gli arrangiamenti sono sobri, mai ridondanti, sempre funzionali alla voce, vero centro emotivo del progetto. Fondamentale il lavoro collettivo sui testi: le diverse penne coinvolte Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope e Anastasi, non spezzano l’unità narrativa, ma la rafforzano, segno di una direzione artistica chiara e condivisa.

In definitiva siamo di fronte a un disco maturo, profondo, coerente. Un album che non cerca l’impatto immediato ma la durata, che non urla ma resta. Mauro Ermanno Giovanardi firma uno dei lavori più completi e significativi della sua carriera solista, ricordandoci che oggi, forse più che mai, scegliere con cura le parole è un atto necessario.









Mauro Ermanno Giovanardi – E poi scegliere con cura le parole

Woodworm Label – 2026

Tracklist

1.      Il buio nella pelle

2.      Veloce

3.      La coscienza della mia generazione

4.      Anni zero

5.      Amore Giuda

6.      Di struggente amore

7.      Fermami

8.      Per cantare più forte

9.      Il numero che viene dopo

10.  Un errore

11.  Non credo nei miracoli

12.  Ogni voglia di noi due

13.  Ha ragione Schopenhauer

Crediti

Mauro Ermanno Giovanardi: voce, cori, campioni, groove, armonica

Leziero Rescigno: piano, ritmiche, elettronica, mellotron, rhodes, Hammond, piano elettrico, sinth

Lele Battista: cori, programmazioni, synth

Roberto Vernetti: ritmiche, synth, campioni

Marco Benz Gentile: archi

Jessica Testa: archi

Barbara Cavaleri: cori, voce, backing vocals

Paolo Milanesi: Tromba

Cesare Malfatti: elettronica, campioni, chitarra classica, elettronica

Marco Carusino: chitarra fuzz

Produzione artistica: Mauro Ermanno Giovanardi e Leziero Rescigno
Registrazioni: Lele Battista
Testi scritti con la collaborazione di: Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope, Anastasi
Etichetta: Woodworm Label
Distribuzione: Universal Music Italia
Anno di pubblicazione: 2026

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venerdì, febbraio 27, 2026

Gerardo Balestrieri: Canzoni di rabbia e di guerra, un disco urgente e necessario

di Fabio Antonelli

Proprio nella settimana del Festival di Sanremo, ho voluto intervistare un’artista come Gerardo Balestrieri, napoletano d’origine ma veneziano d’adozione, che ha realizzato, pubblicato e distribuito solo su supporto fisico per scelta il disco “Canzoni di rabbia e di guerra” (Autoprodotto/Ird, 2025), un disco che non avrebbe voluto scrivere perché come ha scritto lui stesso “vorrei cantare l'allegria, la festa e l'abbondanza. E invece non è tempo”. Un disco necessario, aggiungo io.



Sono solito cominciare dalla copertina di un disco, ma questa volta il libretto, che poi libretto non è, ma è un foglio ripiegato in stile macchina da scrivere, mi ha colpito per due motivi, la citazione "Aveva attraversato la soglia mentre io ritiravo il mio piede esitante" tratta da Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e quell’incipit nella nota introduttiva "Un disco di canzoni che non avrei voluto scrivere". Immagino un contrasto tra l'urgenza dolorosa di scrivere queste canzoni e il desiderio di parlare d'altro... è così? 

Sì, è stato un disco che non volevo scrivere. Perché mi piacerebbe sempre cantare e suonare la festa e l’abbondanza. E, invece, questo tempo esige altro. E ho scritto della devastazione di questi anni. Il libretto, come il cd, evidenziano l'autoproduzione. L'incipit è un omaggio a Conrad e all' orrore. Quella parola pronunciata da Kurtz al termine del suo viaggio.



A questo punto torniamo pure alla copertina, che è estremamente sobria, realizzata in cartonato, in cui su un fondo che definirei creme sporco in alto troviamo il titolo Canzoni di rabbia e di guerra, in basso l'autore Gerardo Balestrieri. Non credo che la scelta sia stata dettata tanto da motivi economici, ma da motivi artistici quasi a voler sottolineare che in questo disco non c'è spazio né per il divertimento né per inutili fronzoli. È così?

Esattamente, anche se comunque non c'era budget per pagare un fotografo o un grafico. Ho scelto questo sfondo bianco sporco proprio per dar risalto al fatto che appunto non è tutto candido quel che appare. Poi il carattere l’ho scelto sempre affine e infine per un errore nell'inviare la copertina in stampa, mi è arrivato il cd senza il mio nome. Ho dovuto richiedere un timbro e ho timbrato tutte le copie del disco a mano.

Ed eccoci alla prima delle otto tracce che compongono la tracklist, si intitola 50 mila morti ed è un pezzo decisamente rock, molto teso, con versi molto forti "Morti tanti tu non puoi immaginare / morti ridotti in cenere / morti di fame schiacciati dai viveri" ad evidenziare le tante contraddizioni di ogni guerra tanto da concludere il brano così "Morti morti 50 mila morti / mentre intorno tutto tace / è un deserto di morti / e la chiameranno pace". Com'è nata? È stata anche la prima canzone che hai scritto o l'inserirla come prima è stata solo una scelta artistica?

50 mila morti è stata la prima canzone che ho scritto. E l’ho composta pensando a Pierpaolo Capovilla, alla sua voce, alla sua tempra e sensibilità. Gli ho fatto ascoltare un provino, gli è piaciuta, ha aggiunto qualcosa nel testo e poi l’ha incisa. Ho pensato a una musica che potesse essere affine ad entrambi...
E mi è sembrata anche perfetta come prima canzone del disco stesso.

Parlare della seconda canzone del disco, ossia Festival proprio in questa settimana in cui c'è Sanremo fa un certo effetto, sembra studiata apposta. In questa canzone ipotizzi la possibilità di essere un giorno su quel palco dove per altro sei già stato "ma era un'altra rassegna era un altro spessore / era un'altra storia... era la mia / era un'altra stagione". Credo che tu e il Festival di Sanremo siate incompatibili e credo sia un vanto, che dici?

Non so, mi piacerebbe anche andare al Festival ma non so se reggerei tutta l’esposizione mediatica a cui anche i cantautori sono soggetti. Stilisti, prove degli abiti, i reels, i tik tok, la scala...e tutta una serie di cose che non c’entrano nulla con la canzone. Il tutto prima, durante e dopo la kermesse...Questa canzone parla proprio di questo e del ricordo di aver suonato all' Ariston qualche volta in occasione del Tenco.

Il barrito di un elefante e un’armonica a bocca ci introducono nello splendido blues Kurtz, ispirato a Walter E. Kurtz personaggio immaginario presente nel film Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, liberamente tratto da Cuore di tenebra di Joseph Conrad, uno dei film più angoscianti sull'orrore della guerra del Vietnam. Qui è immaginato un dialogo tra Kurtz e il capitano Willard ma come ben scrivi "A coloro che non sanno che significa l'orrore / è difficile spiegarlo e trovarne le parole". Mi ricordo di essere rimasto a lungo impressionato dopo la visione di quel film e lo stesso disturbo l'ho provato nell'ascoltare i versi di questa canzone. Obiettivo centrato?

Me lo auguro. Il brano Kurtz vuole essere la sintesi dell’orrore contenuto in questo disco. Come lo è il personaggio letterario e cinematografico. Il testo si ispira al monologo di Marlon Brando. Ho rivisto il film diverse volte mentre arrangiavo la canzone ed è venuto fuori alla fine un blues che scorre tra il Congo e la Cambogia.



Su una musica orientaleggiante si sviluppa, invece, la successiva Neanche una parola in occidente, lucida denuncia dell'indifferenza dell'occidente, l'assenza di condanne, di un "pensiero per fermare la devastazione / la fine mirata di un popolo solo / lo sterminio di vittime innocenti". Più attuale e urgente di così... eppure a prevalere è ancora l'assenza di una ferma condanna a tante atrocità. È ciò che ci fa sentire inermi quanto le vittime dirette?

È quello che ci rende immobili dinanzi alle macerie. Paralizzati nel nostro confortevole mondo, abbiamo modo di leggere guardare ascoltare tante nefandezze, senza nessuna risposta.

Meravigliosa, sia musicalmente sia dal punto di vista del testo, è Chissà, una canzone in cui attraverso una musica suadente ed avvolgente cerchi di immedesimarti, invece, nei carnefici e nelle vittime di orrori di guerra. Bertoli in Leggenda antica cantava "credo che la fame sia un debole pensiero per chi l'ha avuta solo nelle orecchie" e penso che in fondo sia così come dici anche tu, incapace di comprendere, chiedendoti nei versi finali "Chissà come si fa a tessere la tela del ragno / ad inchiodare qualcuno su una croce di legno / ad accorgersi poi di aver preso per sbaglio / l'ospedale civile per un tiro a segno"... Io spesso resto sgomento a incapace di capire, non so tu... Può una canzone consolarci di fronte a tanta irrazionalità?

Questa canzone presentata nei concerti ha scosso e scuote parecchie persone. Credo inevitabilmente, per le parole e quanto più per le argomentazioni trattate. È un testo crudo, lavorato e pensato per essere una canzone ma allo stesso tempo è molto diretto. È stato un brano immediato anche negli assoli e nelle armonie. Ho improvvisato in preproduzione con una tastierina. Son rimasti gli stessi assoli, suonati nel disco dalle chitarre e dal synth. Tutto l’album è stato scritto in tre notti, testi armonie e melodie. Poi con calma, in tre mesi lo abbiamo registrato e ne abbiamo curato la produzione artistica con Carlo Di Gennaro.

A ritmo di valzer hai scritto La paura, inserendo anche dei cori, la paura è davvero una brutta bestia capace di smuovere gli istinti peggiori. Personalmente trovo stupendo il verso "Chi ci sovrasta di incubi e non sa più sognare / è di solito un vecchio che non vuole lasciare", mi sembra descrivere perfettamente l'attuale presidente degli Stati Uniti. Non so se avessi in mente lui nello scriverlo però trovo suggestiva questa ipotesi, che ne pensi?

Mi sa che quando ho scritto questo verso c'era uno ancora più vecchio alla Casa Bianca. È applicabile a chiunque si senta il "vecchio" della situazione. Quello che non vuole lasciare. A volte si è vecchi a trent' anni e già abbastanza ricchi e potenti da non voler mollare l’osso seppur ben sazi. È una canzone sulla paura, su chi è trascinato in guerra e non ci vuole andare. È dedicata a tutti i disertori di questi decenni malsani.

"Si fa presto a suonare un flamenco / se non si hanno le dita mozzate / a calciare un rigore sbilenco / se le gambe te le hanno spezzate" sono versi della canzone Si fa presto a cantare d'amore, in cui c'è anche un bellissimo violoncello. Direi che si fa presto a sputare sentenze seduti su un comodo divano, bisognerebbe sempre cercare di immedesimarsi in chi soffre prima di giudicare con superficialità. In questo disco "urgente" non c'è proprio spazio per parlare di cuore e amore o sbaglio?

In questo album non c' è tanto spazio per cuoricini e faccine sorridenti. Si fa presto a cantare d'amore se non si ha altro da dire o da pensare. In questo caso mi è sembrato più opportuno cantare quel che fa riflettere intorno alla devastazione, alla morte sul lavoro, alle donne ammazzate ogni giorno. Alla paralisi di chi corre tutto il giorno e poi scappa e chiude la porta della sua stanza al mondo.

Ed ecco così giunti al brano che chiude il disco, si intitola semplicemente Mare, ma racchiude dentro di sé un oceano di poesia, dolente poesia, accompagnata da una altrettanto dolente melodia, una umanissima preghiera, meravigliosa. Toccanti i versi "Mare mare amato mio fratello è annegato / e adesso sta quaggiù / mare scuro profondo i miei amici sono a fondo / aiutali tu". Come mai hai scelto di non cantare tu in prima persona questo testo? Finito l'ascolto del brano resta nel cuore una grande amarezza e, soprattutto, la sensazione che dovremmo e potremmo fare molto di più per evitare queste continue tragedie, sei d'accordo? 

Per quest' ultimo brano del disco ho pensato subito a Filomena D' Andrea una delle voci più belle di questi ultimi decenni, secondo me. Filomena ha cantato anche in Neanche una parola in occidente e in La paura. La voce e la persona più vicine a quel che stavo cercando. Mare è un brano che nella sua tragedia lascia un filo di speranza. Come chiusura del disco e come messaggio finale.

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