Fra guerra
e pace, la vita di ogni giorno continua.
di Fabio Antonelli
Lo scorso 6 dicembre per
l’etichetta Jazzhouse Records di Friburgo è uscito Fra guerra e pace
che, se non ho sbagliato a contare, è il venticinquesimo album di Pippo
Pollina, ultimo di un lungo percorso musicale nato nel lontano 1987 con il suo
primo disco Aspettando che sia mattino.
Venticinque
album in trentotto anni di carriera sono un bottino considerevole e magari ci si
potrebbe aspettare un calo fisiologico di creatività, invece, questo nuovo
capitolo musicale è forse uno dei migliori in assoluto della sua lunga carriera
musicale, un disco fortemente voluto, politico, con una impellente voglia di
continuare a dire la propria in un momento come questo in cui “La guerra è una
dimensione dalla quale l’uomo non si è mai staccato veramente. Quel luogo dove
la distruzione e lo sterminio familiarizzano con le altre vicende della vita.
Con l’amore, con le nascite, con la fame o la sete.” come si evince per parola
dello stesso Pollina, dal cospicuo libretto che accompagna il disco.
Disco
che si presenta con un ottimo package in cartonato che include il libretto vero
e proprio e la custodia sempre in cartonato e plastica del cd, con una
copertina costituita da una foto di una band proveniente da tempi lontani,
leggo poi dal libretto essere una foto gentilmente concessa a Pollina dalla
famiglia Avvento di Camporeale.
Ma
veniamo alle tracce del disco. Vigolais, il brano di apertura, pieno di
lirismo, toccante, delicato, splendidamente arrangiato, è dedicato a Chasper
Bardill, figlio del noto cantautore svizzero Linard Bardill, tragicamente
scomparso il 24 maggio 2025 all'età di 38 anni a causa di un incidente in
montagna, vittima di una valanga sul Rimpfischhorn, sopra Zermatt, nel Canton
Vallese. È cantato in modo autobiografico, in prima persona, esprimendo quel
desiderio della vittima di un ultimo saluto, un ultimo abbraccio reso
impossibile dall’improvvisa dipartita, toccanti i versi “Ed abbracciarvi / tutto
d’un fiato / questo sì, adesso sì. / Senza parole / nel verde di un prato, / proprio
così. / E non ci sarà vento / quella sera di maggio / non ci sarà più
rimpianto”.
Il
volo del colibrì è, invece, un
vibrante invito a vivere la propria vita a pieno, a credere ai propri sogni, a
continuare la strada intrapresa, sicuri che le tenebre, sebbene imminenti, non
faranno paura. È evidentemente un canto di speranza, bellissimi poi i versi
finali “Canta ma non dimenticare / chi ha pagato il conto / per la parola che
arricchisce / il tuo racconto. / La dignità della memoria / che rischiara / (e
la fronte sfiora) / la notte è dura / arriva ancora / ma non fa paura”.
È
ancora la speranza a prevalere sullo sconforto nella successiva Fra i petali
del girasole, canzone dalla struttura rockeggiante scritta a quattro mani
con Luigi Mariano, cantautore salentino, che narra la storia di un soldato
ucraino in licenza mentre sogna una vita migliore dopo la guerra, lontano dal Donbas.
La canzone si chiude poeticamente così “E poi su questo oceano radioattivo / io
più ti guardo e più mi sento vivo. / Bacio i tuoi capelli color del miele /
un’onda fra i petali del girasole / E finirà lo so… / questa guerra inutile”.
La
notte dei cristalli, quarta traccia
dell’album è stato anche il primo singolo e video ad anticipare l’uscita
dell’album, vedendo all’opera per la prima volta in assoluto Pippo Pollina con
i figli Julian “FABER” e Madlaina in una canzone dedicata alla tragica notte del
9 novembre del 1938 in cui avvenne un pogrom da parte della popolazione tedesca,
favorita dalla Gestapo, nei confronti degli ebrei, a seguito dell’attentato condotto
il 7 novembre a Parigi dal diciassettenne ebreo polacco Herschel Grynszpan ai
danni del diplomatico tedesco Ernst Eduard vom Rath. Da una delle pagine più
buie della storia recente Pippo Pollina riesce a costruire una magnifica
canzone molto pacata ed intimista introdotta dal flicorno di Alessandro Presti
con versi stupendi come questi “Sarai come quando hanno bruciato il tempio / in
nome di Perseo / E hanno spento il sogno caro a Galileo. / Sarai come quando
hanno cercato l’oro / e hanno trovato sangue, / nell’oscurità di una notte
qualunque”.
Ancora
più rivolta al presente è la successiva Free Palestina, con quel oud ad
ambientarla perfettamente, lo stile rock e versi pieni di sofferenza senza fine
“Non ci sono carezze, verità e certezze ieri né domani. / Poche le mani amiche
e gonfie le ferite. / Non ci sono canzoni a riempire di suoni le sere di Gaza /
Pietre, polvere e catrame. Freddo sete e fame. “cui fanno da contraltare le
voci sparse nel mondo al grido di “Free Palestina”.
Lava
la pioggiaè, invece, un poeticissimo
canto purificatore, dall’incedere prima lento, battente e poi piano piano crescente,
un inno alla pioggia capace di lavare via dolori e sofferenze, di donare un
briciolo di speranza “Lava la pioggia / e ingrossa / i fiumi d’orgoglio e
velocità. / Sulle nostre vendette / le piroette / d’odio e viltà. / Lava la
pioggia lava / col suo dolore / ci salverà”.
Lascia
estasiati nell’ascolto la successiva canzone Questo tempo insieme,
secondo singolo e video di questo album. La canzone vede riuniti nel canto Pippo
Pollina, Marcello Mandreucci, Alfonso Moscato e la voce di strada Raquel Romeo,
strepitosa scoperta, almeno per il sottoscritto. Queste voci così diverse fra
loro si incrociano e mescolano in un canto che è un inno alla gioia dello stare
insieme, potere immenso della musica. Segno di vero amore il suggello finale “Se
mi cercherai io sempre ci sarò. / E ti aspetto anche se non te lo dirò”.
Il
fiume è un brano che scorre
lento come un fiume di pianura ma che inesorabile trascina con sé tutti gli
istanti di un’esistenza, quelli realmente vissuti e quelli semplicemente
sognati “E ti avrò se mai ti avrò / ombra di un istante / E sarai un sogno al
mattino / Il bacio di un amante / che c’era e non c’era. / Nuvola straniera di
frontiera…”.
Dolcissimo
e pieno di poesia è Hasta siempre, il pezzo dedicato a José Alberto
Mujica Cordano, il politico e guerrigliero uruguaiano che continuò a vivere in
una piccola fattoria a Rincón del Cerro, alla periferia di Montevideo anche
durante il suo mandato di presidente dell’Uruguay, rinunciando a vivere nel
palazzo presidenziale, autoriducendosi lo stipendio governativo. Il testo sarebbe
da riportare per intero, ma non lo farò, dico solo che è tutto da ascoltare per
la sua amorevole delicatezza, sia musicale sia poetica.
Il
brano successivo Rosabianca è dedicato a Sophie Magdalena Scholl, la
giovane attivista tedesca appartenente appunto alla Rosa Bianca, il gruppo di
ispirazione cristiana di amici tedeschi che pubblicarono una serie di manifesti
contro la dittatura del nazionalsocialismo, scegliendo la ribellione non
violenta al regime, che fu catturata e, infine, ghigliottinata dai nazisti. Ancora
un brano che lascia il segno, che ricorda questa straziante vicenda, per non dimenticare,
soprattutto in questo periodo sospeso tra ignavia o revisionismi “Eppure un
giorno si dirà / sarà stato qualche libro / o un prete di periferia. / Ma si
chiamava verità / e ti cantava ad alta voce / la sua dolce melodia”.
Il
disco si chiude con Piccola canzone per noi, una dolce e delicatissima
canzone direi necessaria per riappacificare l’animo dopo tanto dolore e
sofferenza, “Piccola canzone per noi / che accarezzi piano”.
In
definitiva un gran bel disco, forse uno dei più belli in assoluto tra quelli
ascoltati nel 2025, con un Pippo Pollina in gran spolvero sia dal punto di
vista musicale con notevoli invenzioni melodiche, sia dal punto di vista dei testi
carichi di poesia, che non sente il passare degli anni ma, anzi, appare più
ispirato che mai.
Un
disco che non troverete in streaming né su Spotify né su altre piattaforme per
scelta dell’autore che, ancora una volta, ha preferito prediligere la
distribuzione classica della propria musica attraverso i supporti fisici CD e LP
oltre che, ovviamente, attraverso una fitta scaletta di concerti tra Svizzera, Austria,
Germania, Liechtenstein ed Italia quasi sempre sold out.
Buon
ascolto, che di canzoni così ne abbiamo un gran bisogno.
Martin
Kälberer (batteria, percussioni, duduk, mandolino, mandola)
Werner
Schmidbauer (armonica)
Daniel
Stelter (mandolino e oud)
Registrato
nell'estate del 2025 presso Malawi Studio (Bad Endorf, Germania), Indigo
Records (Palermo, Italia) e Centochimere Studio (Zurigo, Svizzera).
Masterizzato presso LXK Studios a Monaco di Baviera da Alex Klier. Prodotto e
arrangiato per Jazzhaus Records (Friburgo, Germania) da Pippo Pollina e Martin
Kälberer. Partitura e arrangiamenti per archi e fiati di Roberto Petroli. Foto
di copertina per gentile concessione della famiglia AVVENTO (Camporeale,
Italia). Progetto grafico di Marc Raner.
Ivan Francesco Ballerini è
l’esempio di come non ci sia un limite di età per cominciare ad inseguire un
proprio sogno. Del 1967 come il sottoscritto, nel 2019, forse stanco di cantare
canzoni di altri, decide di scriversi in proprio le canzoni e pubblica un
signor album, “Cavallo Pazzo” (RadiciMusic Records, 2019) dedicato al
leggendario nativo americano della tribù degli Oglala Lakota ma, in realtà, un espediente
letterario per realizzare canzoni senza tempo, che parlano dell’essenza della
vita. Sono passati solo sei anni ed ecco che, sorretto da una vena creativa
inarrestabile, ha appena pubblicato il suo quarto album “La guerra è finita”
(RadiciMusic Records, 2025).
Presentando "Linea d'ombra"
Il 26 giugno scorso è stato
pubblicato su YouTube il video di La guerra è finita, canzone che è
anche la title-track del tuo nuovo album pubblicato con RadiciMusic Records ad
inizio anno. Lo splendido video opera del regista Nedo Baglioni sovrappone
sapientemente immagini ti te che canti accompagnandoti con la tua chitarra e di
Lisa Buralli, la cui voce delicata ma allo stesso tempo intensa ed evocativa ti
accompagna immersi in una natura incontaminata, a immagini dolorose di guerra.
Il testo della canzone è pieno di poesia ed è sia un viaggio nei ricordi, sia
un’immaginaria lettera d'amore scritta da un uomo al fronte alla propria amata.
Mi racconti la genesi di questa canzone che credo sia stata poi quella che ha
fatto poi nascere l'intero lavoro discografico, o almeno così mi sono
immaginato?
Volevo scrivere una canzone che
parlasse di un soldato qualunque che partito per il fronte scrive lettere e
canzoni alla donna del cuore. Poi mentre scrivevo mi sono reso conto che quel
soldato ero io. Mi sono rivenuti alla mente i giorni del mio servizio militare,
effettuato nella città di Savona, in un lontano 1989. Furono giorni di grande
tristezza, per la lontananza da casa, dalla mia fidanzata… e a peggiorare la
situazione c’era il fatto che la mia caserma era vicinissima al mare, quasi lo
potevi toccare con un dito… ma non ci potevi andare. Tuttavia, pur parlando di
un soldato partito per il fronte, ho voluto dare un’impronta poetica, che
parlasse d’amore, tinteggiando il tutto di malinconia, che gli anni che passano
portano sempre con sé. Il video l’ho affidato alle mani esperte di Nedo
Baglioni, che in questo caso, ha superato sé stesso con una regia degna dei
grandi registi del cinema d’autore. Gli arrangiamenti, invece, li ho affidati
alle mani di Alberto Checcacci, che credo non sia stata da meno… Nedo, Alberto,
e la meravigliosa Lisa Buralli, sono grandissimi professionisti, e amici cari.
Impossibile fare a meno di loro.
La guerra è finita è,
come detto prima, anche il titolo del tuo nuovo album uscito a febbraio. Vorrei
soffermarmi, se tu fossi d'accordo, sia sul titolo scelto sia sulla copertina
del disco, una magnifica foto che ti ritrae seduto su una staccionata,
pensieroso, credo in cima ad una collina toscana con, tra le gambe, la tua
amata chitarra e dietro un cielo molto nuvoloso, quasi minaccioso, come è
un po' il futuro di questo mondo attuale, come forse lo è sempre stato, ma in
un momento storico in cui si fa molta fatica a guardare avanti non dico
con fiducia ma, almeno, con speranza. Com'è stata pensata e realizzata?
Il titolo dell’album è
strettamente legato al brano La guerra è finita e poi, ovviamente, agli
argomenti trattati. La tua sensibilità ti ha permesso di capire nel suo intimo
il valore e la scelta di quella foto. Ho voluto parlare di guerra senza mai,
tuttavia, cadere nella lacrima facile, ma sfiorando l’argomento guerra e
parlando, invece, di amore e di speranza. La foto della copertina è stata
scattata il giorno in cui abbiamo girato il video di La guerra è finita.
Ci troviamo all’Anciolina, bellissima località montana dell’immenso Pratomagno.
Abbiamo girato a luglio del 2023, ma arrivati in loco faceva un gran freddo,
tanto che a un certo punto ho chiesto a Nedo di chiudere tutto e tornare a
casa. In quel frangente Nedo, come suo solito fare, oltre che a girare il video
ha scattato alcune foto. Quella che tu dici, mi sembrava perfetta per presentare
l’album, in tutta la sua immensità.
Vorrei sottolineare anche la
cura e l'artigianalità del confezionamento del disco, la scelta di carta
artistica italiana, l'assemblaggio realizzato a mano. Credo che in un mondo
musicale sempre più orientato allo streaming, all'usa e getta, questa scelta
radicale contro corrente sia un lodevole valore aggiunto. Come ti poni dinanzi
a queste nuove tendenze?
La RadiciMusic Records da questo
punto di vista è imbattibile. Ricordo ancora con una grande emozione il momento
in cui Aldo Coppola Neri, titolare della Radici, mi portò in visione i primi CD
di Cavallo Pazzo. Quel virato seppia, la qualità di quei materiali… ne
rimasi folgorato. Purtroppo, oggi queste scelte non contano più, vista la
velocità in cui tutto si muove. Tu fai un video che ha il valore di un film,
curato nei minimi dettagli, lo lanci, e dopo tre minuti è già stato fagocitato
e gettato nel dimenticatoio. Questo non invoglia certo a fare le cose per bene.
Ma io, in fin dei conti, ho fatto questi dischi per me e per gioco, per
divertimento. Purtroppo, è anche vero che questi lavori hanno colto l’interesse
di un gruppo veramente ristretto di persone. Questo è un peccato, perché ho
potuto sperimentare, che un concerto fatto con i brani che ho prodotto sino ad
oggi, è veramente bello, degno di essere affiancato ai nomi più noti della
musica d’autore. Ma mai disperare, perché una delle cose che ci differenzia dal
mondo animale e vegetale è una cosa che solo noi abbiamo: si chiama SPERANZA.
Torniamo alle tracce, partendo
precisamente dalla prima, Il mondo aspetta te (Ouverture) che,
con estrema delicatezza quasi ci si trovasse in uno stato di estasi musicale,
apre idealmente il disco fino a ritornare in forma di canzone completa nella
omonima traccia finale, all'interno di una struttura circolare cara anche
a tanti registi cinematografici. Personalmente credo siano molti i punti
di contatto tra questo disco e il cinema inteso come rappresentazione della
realtà attraverso gli occhi della poesia. È in fondo una canzone di speranza,
nonostante tutto ciò che ci circonda e pensare che, ci hai tenuto giustamente a
sottolinearlo nelle note al disco, queste canzoni sono state scritte prima
degli sconvolgenti conflitti che affliggono questo nostro povero mondo. La
speranza è davvero forse l'unica nostra vera "arma" di salvezza?
Domanda cruciale direi. Se uno si
mette a leggere la poesia Valentino del grande Giovanni Pascoli e ne
comprende il significato profondo, riesce a trovare la chiave di lettura anche
di questo disco. Valentino nasce povero, non possiede nulla, nessun bene
materiale, la pelle dei suoi piedini è nuda ma, nel suo cuore è accesa una cosa
che nessuno può spengere, si chiama speranza. Se si perde quella, allora sì che
si perde il senso della vita. Così, scrivendo questi nove brani, La guerra è
finita – Tra bombe e distruzione – Sulle pietre del mondo – Il
mondo aspetta te, non ho mai perso di vista questo concetto. Speranza in un
futuro migliore, dove non esista la più la povertà, non esistano i soprusi,
dove gli uomini collaborino tra loro, per cercare di avere un percorso sereno
della vita. È questo che il disco vorrebbe auspicare ma, se ci pensi bene,
anche in Cavallo Pazzo toccai gli stessi argomenti, gli stessi concetti:
cambiano le storie, cambiano i personaggi, ma il senso profondo resta quello.
Il tuo citare la poesia Valentino di
Giovanni Pascoli mi porta a fare uno skip virtuale nell'immaginario lettore CD
per saltare a Linea d'ombra, il riferimento letterario qui è
l'esemplare romanzo breve di Joseph Conrad, bellissimo pretesto per
parlare dell'ineluttabile trascorrere del tempo, dell'impietoso raffronto tra
vecchiaia e giovinezza, viaggiando nello spazio-tempo pur restando immobili
"inchiodati per terra mentre il resto del corpo vola". Una splendida
canzone giocata su più livelli... Mi sembra ormai di aver capito che Conrad sia
tra i tuoi autori letterari più amati o sbaglio?
Ho iniziato a leggere i racconti
di Conrad spinto da mio fratello Antonio, che tra l’altro è uno scrittore e
saggista. La lettura di Linea d’ombra non è adatta ai neofiti. Si tratta
di un racconto piuttosto duro da digerire e poi i libri tradotti in altre
lingue perdono sempre qualcosa nella traduzione. Alla fine, però il racconto è
meraviglioso e non potevo perdere l’occasione per non fare, del racconto una
canzone. Ho stravolto un po' le cose… e alla fine ho voluto che la protagonista
fosse una donna, con tutte le difficoltà che la vita le pone davanti… e ancora
oggi sono sempre tante. Basti pensare al fatto sconcertante che viene uccisa
una donna ogni 24 ore… nemmeno nel medioevo succedeva questo. Quindi per
salvare se e la sua anima, deve viaggiare, se non può farlo fisicamente, almeno
con la fantasia… Anche lei sperando in un futuro migliore. Trovo che una
canzone che trae ispirazione da un racconto della grande letteratura mondiale
dovrebbe avere la carta per poter accedere e superare MUSICULTURA. Se non altro
per il lavoro che ci sta dietro.Un
libro va prima letto e digerito, poi si deve trovare il motivo per trasformarlo
in canzone. Questo dovrebbe muovere in chi ascolta la curiosità di andare a
leggere il libro originale e dovrebbe essere premiante da un punto di vista
culturale. Invece MUSICULTURA ha respinto al mittente tutte le mie proposte,
scrivendo che sono belle e ricercate nel testo, ma non sono evidentemente
all’altezza. E questo mi pone davanti tanti, troppi interrogativi. Cambierei il
nome MUSICULTURA in rassegna musicale contemporanea… così da evitare pericolosi
malintesi.
Evito di farmi tirar dentro in
questo discorso proprio a ridosso della votazione finale delle Targhe Tenco in
cui sono coinvolto personalmente e tiro dritto o, meglio, torno indietro alla
traccia numero tre, ossia Tra le dita. Dolcissima canzone con
splendide aperture melodiche, mi sembra parli di un amore genitoriale, di un
distacco tanto inevitabile quanto ciclico, c'è ancora una volta lo
scorrere inarrestabile del tempo e il desiderio di vivere appieno certi magici
istanti. È così o ho preso una cantonata?
La canzone è stata arrangiata da
Giancarlo Capo che a mio avviso ha saputo dargli la veste perfetta. Alla
batteria Luca Trolli, turnista di Renato Zero… tanta roba. Credo che sia
sbagliato dare una chiave di lettura univoca ad un racconto, sia che si tratti
di prosa, di letteratura o di canzone. Ognuno deve essere libero di sentire ciò
che vuole. Il tuo punto di vista è molto bello, per cui potrebbe essere proprio
così.
Forse hai ragione, è proprio
questo il bello delle canzoni e, a tal proposito, cito spesso questi versi
"Le canzoni sono come le conchiglie, ognuno ci sente il mare che
preferisce" tratte da Piano piano, una canzone di Beppe
Donadio. Ascoltando la successiva Tra bombe e distruzione, dal titolo mi
sarei aspettato una canzone che narrasse, quasi come una cronaca, di qualche
guerra di cui la storia ne è piena e, invece, questa canzone mi ha evocato immagini
in bianco e nero, quasi fossero tratte da un album di fotografie di famiglia o da
fotogrammi di vecchi Super 8, con una sola macchia di colore, suggerita dai
versi "la tua gonna preferita, che di rosso si è macchiata / e hai
nascosto col cappotto per non essere osservata". C'è ancora il tempo che
scorre, il crescere troppo in fretta e tutta l'incertezza della vita, come
suggeriscono i versi finali "e non sapere se lo rivedrai, sorridente
così". Trovo sia particolarmente bella perché spiazzante e, assolutamente,
lontana da ogni retorica, non credi?
La prima cosa che mi viene da
dire è grazie per questo bellissimo complimento. Hai colto la vera essenza del
brano… la parte profonda. Il tempo che
passa, lo tratto spesso, ricordi Fabio, Il canto di mia figlia? Uno dei
brani a cui sono più legato di Cavallo Pazzo. Quando Primo Levi nei suoi
racconti parla della sua esperienza nei campi di concentramento, lo fa sempre
con una grandissima lucidità e, soprattutto, grandissima dignità. Lo reputo uno
degli scrittori più potenti del ‘900. Mai cade nel patetico… eppure di cose
orrende deve averne vedute davvero molte. Avessi scritto una cronistoria dei
fatti che succedono oggi, non avrei fatto che evidenziare ciò che invece non
voglio evidenziare. Ho parlato di una ragazza, anche qui la protagonista è una
donna che, nonostante i rischi che corre, sceglie di non abbandonare gli studi.
Sa che restare ignoranti sarebbe la peggiore delle condanne, più delle bombe,
più della distruzione o della morte; quindi, sceglie tutti i giorni di
rischiare, nonostante la sua vita sia nel pieno, in quella che dovrebbe essere
l’età della spensieratezza e dell’amore. Il finale, credo, sia molto
emozionante con le parole che tu hai citato… saluta suo fratello che parte per
la guerra, e non sa se sa se lo rivedrà mai sorridente così. Poi c’è questo
coro, come un coro degli alpini, che ci porta lontano, tra le montagne, liberi
da vincoli o da catene, un coro pieno di speranza… anche qui l’arrangiamento è
stato curato da Giancarlo Capo che ha saputo cogliere l’aspetto più intimo del
brano.
Ivan Francesco Ballerini in concerto a Firenze
Sulle pietre del mondo sembra
proprio una di quelle canzoni da cantare in autunno davanti ad un fuoco,
proprio durante quella stagione di cui tu canti "in autunno riposo il mio
corpo, mi ritiro in preghiera / e a chi non ha più lacrime, non ha più
parole, col vento asciugo i suoi occhi... consolo il suo cuore". La
canzone come quell'olio di cui canta Max Manfredi nella sua Il grido
della fata "L’olio è luce, carezza, medicamento, è sapere e
sapore antico sul pane, è l’ulivo che muove il suo sistro nel tempo, questo
tempo balordo che frastorna cicale”, la canzone come medicamento a chi ne ha
bisogno. Non so perché ma mi ha riportato alla mente, forse musicalmente, anche
la delicata poesia di Townes Van Zandt. Tutti riferimenti alti. Meglio di tanta
immondizia musicale...
Non so se merito queste tue
parole così belle… ma grazie. Sulle pietre del mondo parla di un uomo in
viaggio, libero, senza costrizioni… cosa a cui ho sempre anelato senza
successo. Siamo talmente schiavi di modi di fare, di comportamenti che
ripetiamo a volte senza senso, costretti da una società frenetica che ci
vorrebbe sempre giovani e performanti. Invece siamo una società di vecchi,
spesso malconci, che non si sente più adeguata ai canoni che ci vorrebbero
imporre. Sulle pietre del mondo, invece, parla di un uomo libero,
svincolato dalle costrizioni, libero di agire e di pensare. Viaggia sulle
pietre del mondo a piedi scalzi, leggero come una foglia trasportata dal vento.
Nel suo cammino cerca di consolare chi ne ha bisogno e di riflettere su quello
che dovrebbe essere il significato della vita, che non è certo correre,
produrre e consumare… per poi finire vecchi e sfiancati, quando va bene, in una
casa di riposo. Invece il protagonista va lento, pondera le cose, quando è
stanco si ritira in preghiera, una sorta di purificazione dell’anima, come gli
animali quando vanno in letargo. Ecco, io ascolto musica, ne ascolto molta, ma
purtroppo non trovo brani così. Per ascoltare brani che fanno riflettere sulla
vera essenza delle cose, devo ripescare nel passato, e detto tra noi, le cose
passate mi sono venute leggermente a noia. È questo che mi ha spinto a
scrivere, la noia… che è il motore propulsore della creatività. Ma per
annoiarsi bisogna smettere di correre, fermarsi. Ma per annoiarsi bisogna
smettere di correre, fermarsi. Ma per annoiarsi bisogna smettere di correre,
fermarsi. Da ripetere come un mantra.
A proposito di mantra... La
guerra è finita è il titolo dell'album e bisognerebbe sempre tenerlo a
mente, come un faro puntato sull'intero lavoro e, allora, forse, si
apprezzerebbero meglio canzoni come la successiva Perché mai, una
splendida canzone d'amore a due voci, la tua e quella di Lisa Buralli. Un amore
fatto di aiuto reciproco "Mastico il tuo pane, perché denti più non hai, /
e mentre piangi asciugo gli occhi tuoi", di ascolto "Mostrami il
tuo cuore per capire tu chi sei, / e raccontami le cose che non so", di
ricerca dell'altro "Tendi le tue mani per stringerle alle mie /
guardami negli occhi leggendomi di poesie". Perché mai ... uno non
dovrebbe desiderare di vivere un amore così?
Il brano in questione l’ho
scritto per il matrimonio di Nedo e Janet. Nedo mi aveva chiesto se avessi
voluto suonare al suo matrimonio, cosa che a me ha fatto un piacere immenso. In
questa bellissima festa non potevo non coinvolgere Alberto… Ma non mi sono
limitato a questo, per questa occasione ho scritto Perché mai una
canzone d’amore, quello vero, che si basa sulla stima reciproca, e sul
desiderio di percorrere la vita insieme. Dal mio punto di vista, suonare per il
matrimonio di Nedo è stato un regalo che mi sono fatto, perché l’amicizia,
quella dettata dai sentimenti e dalla stima reciproca, è una delle cose,
insieme all’amore, più potenti del mondo.
Lisa Buralli e Ivan Francesco Ballerini
Ed eccoci arrivati a Vestire
di parole, canzone che trovo meravigliosa per più motivi, perché
musicalmente è struggente, perché è piena di poesia e perché mi sembra
rappresenti perfettamente il tuo modo di essere cantautore, un artigiano, un
cesellatore che attraverso il proprio lavoro certosino riesce a trasformare in
bellezza, in piccoli gioielli, anche la sofferenza, il dolore, la morte. Può
essere considerata la tua carta d'identità musicale?
Un altro complimento, così a
bruciapelo… grazie, grazie davvero di cuore. Vestire di parole nasce dalla
lettura di uno dei racconti più belli e commoventi della letteratura
mondiale: Ferro di primo Levi, che si trova nella raccolta
intitolata Il sistema periodico. In questo racconto l’autore parla della
sua amicizia con il montanaro Sandro Delmastro, un ragazzo di poche parole, che
lo coinvolge in alcune imprese apparentemente insensate su percorsi di
montagna. Sandro Delmastro vede la fine dei suoi giorni, ucciso da una raffica
di mitra, esplosi da un bambino di quindici anni arruolato dai fascisti durante
il periodo della Repubblica di Salò. Primo Levi chiude il racconto con queste
parole: “è impossibile riuscire a vestire di parole un uomo come Sandro, che
amava poco parlare. La sua vita era racchiusa nei suoi fatti”. Ho voluto
traslare questo bellissimo racconto in una canzone d’amore, cercando di
esprimere il forte dolore che si prova, perdendo una persona amata. Le parole
sono uscite fuori da sole, seguendo il giro armonico che magicamente la mia
chitarra mi aveva suggerito, un giro che ha una impronta jazz, sognante e
malinconico. Riuscire a trattare argomenti, a volte anche pesanti, che la vita
ci pone davanti, cercando sempre un linguaggio appropriato, cercando di non
cadere mai nel patetico o nel banale… raccontando storie appartenute ad altri,
che si mescolano con le tue storie, in una danza continua tra realtà e
immaginazione. Questo per me significa fare il cantautore.
Un'ultima domanda. Hai
iniziato la tua attività di cantautore in tempi piuttosto recenti, era il 2019
quando pubblicasti il tuo album d'esordio Cavallo Pazzo ed
ora, con La guerra è finita, sei già arrivato al tuo quarto
disco. Mi sembra che tu ci abbia decisamente preso gusto. In questa tua
avventura musicale, in un periodo dove la canzone d'autore è sempre meno al
centro dell'attenzione, ti senti più un irriducibile Don Chisciotte che
combatte contro i mulini a vento o un Ulisse assetato di conoscenza, alla
continua scoperta di nuovi mondi?
Scrivere, se si hanno cose da
dire, è molto appagante. Tuttavia, produrre dischi, come ho fatto io, oggi non
ha più alcun senso. Per un album come Racconti di mare, mi ci sono
voluti circa 20/22 mila euro. Questo per dire che tipo di impegno economico,
oltre che intellettuale, ci sta dietro l’uscita di un disco. Non so esattamente
cosa farò adesso. Cercherò di proporre le cose che ho fatto sino ad oggi nelle
rassegne che ci sono in giro (sono moltissime) e tutte a caccia di soldi. Tuttavia,
non restano molte altre strade da percorrere. Locali che fanno musica non
esistono più, o sono rarissimi, e non cercano certo nomi nuovi da poter
proporre. Questa purtroppo è la fotografia della situazione per ciò che
riguarda la musica in Italia. Sto lavorando sodo sullo studio della chitarra,
quando ho qualche idea la butto giù, senza nessuna pretesa. E stiamo a vedere
cosa ci prospetta il futuro… a volte non si sa mai.
Il 10 febbraio del 2025, anno
in cui ricorre il cinquantenario dalla morte di Pier Paolo Pasolini, il
cantautore milanese Stefano Tessadri, a ben diciassette anni dal suo precedente
album Passione e veleno (2008 Novunque/Universal) ha deciso di tornare sulla
scena della canzone d’autore pubblicando “Qualcosa di buio si fa luminoso”
(2025 AltRo Records), concept album dedicato interamente al poeta friulano.
Partirei, se sei d'accordo
Stefano, com'è mia consuetudine, dalla copertina del tuo nuovo disco dedicato a
Pier Paolo Pasolini proprio nel cinquantenario della sua morte, avvenuta il 2
novembre 1975. Prima di tutto questa stupenda fotografia in bianco e nero che
ritrae, illuminata da una splendida luce di taglio, una macchina da scrivere
Olivetti Lettera 22 con accanto degli occhiali con lenti scure come quelli che
usava Pasolini e un titolo Qualcosa di buio si fa luminoso, che credo si
ispiri ai versi "Alle volte è dentro di noi qualcosa / (che tu sai bene,
perché è la poesia) / qualcosa di buio in cui si fa luminosa / la vita: un
pianto interno, una nostalgia / gonfia di asciutte, pure lacrime" della
poesia Guinea di Pier Paolo. Un titolo che si potrebbe definire un
progetto, il riportare in luce ciò che era rimasto per tanto tempo come messo
in disparte. Può essere una giusta chiave di lettura? Che ne pensi?
La chiave di lettura è duplice,
ciò che tu hai colto è senza dubbio presente nella mia volontà di voler cercare
“con i miei piccoli mezzi” di riportare alla luce ciò che in questo paese è
stato troppo spesso tenuto da parte. L’altra lettura, anch’essa presente nei
miei intenti, è quella di voler descrivere un artista e un intellettuale che ha
cercato di far luce “rendendo luminoso” ciò che è sempre stato tenuto
volutamente nell’oscurità. Sono compiaciuto che tu abbia colto il riferimento
alla poesia La Guinea.
Con Nino e i fiori, la
canzone che dà inizio al disco ci caliamo, sia musicalmente sia per la poetica,
nel mondo pasoliniano. La si può considerare una trasfigurazione lirica di
quella notte che ci ha tolto per sempre un poeta che, come disse Moravia
durante la sua intensa orazione funebre, "di poeti ne nascono tre o
quattro soltanto in un secolo"? Trovo meravigliosi i versi "Tutti
dicon sia sbagliato / Sul viale un fiore ad ogni metro / Ad ogni metro un mio
peccato / Questi fiori m'hanno ucciso" con quella chiosa finale
"Perdona e guarda loro in viso / perché i fiori non sanno amare.”
Questa canzone vuole raccontare
gli ultimi giorni e l’ultima notte della vita di Pasolini. A questo brano sono
molto legato, soprattutto perché è l’unica canzone di cui non sono il solo
autore ma che è stata scritta a quattro mani con mio figlio Vittorio “che ha
curato insieme a me la produzione artistica dell’intero album ed ha suonato
chitarre e mandole”. Siamo partiti da un suo testo che poi io ho rivisitato e
da una mia musica che lui ha rivisitato, e da qui è nata Nino e i fiori.
Con la successiva Le
cinque rose si prosegue questo viaggio nel mondo poetico di Pasolini,
essendo il testo ispirato alla raccolta Poesia in forma di rosa.
Personalmente trovo di una potenza inaudita i versi "Io vengo dal passato
/ vivo è solamente / chi ancora non è nato" che mi riporta alla mente quei
versi, altrettanto forti, della morale finale "Essere vivi o essere morti
è la stessa cosa" del film La terra vista dalla luna. Poesia
in forma di rosa è senza dubbio un romanzo autobiografico in
versi, ma in fondo tutto il cinema di Pasolini è impregnato della sua poetica,
del suo essere. Sei d'accordo?
Sono completamente d’accordo.
Normalmente, il cinema ha una visione narrativa cioè la visione di uno
scrittore, il cinema di Pasolini “per citare Carmelo Bene” è la confessione di
un poeta, e il poeta sa essere cattivo e spietato e produce un “guasto” nel
singolo e nella massa. Tu prima hai citato il mio verso “vivo è solamente chi
ancora non è nato”, questo verso si riferisce sostanzialmente al pensiero che
sostiene che la morte comincia nel momento in cui si nasce, come se la vita
fosse una lunga agonia, cioè la vita stessa è la morte e nel momento in cui
moriamo, non siamo noi che si muore, ma è la nostra morte a morire
definitivamente e per sempre.
Il canto delle lavandaie
del Vomero non è una canzone tua ma è una canzone popolare napoletana,
molto malinconica, risalente addirittura al XIII secolo che fu utilizzata da
Pasolini nel suo Decameron, una canzone con un testo molto semplice che
nasconde però, molto probabilmente, una valenza politica, una forte protesta
nei confronti di una mancata ridistribuzione delle terre (i fazzoletti di cui
parla) da parte degli Aragonesi. Prima di tutto ti faccio i miei complimenti
per come l'hai saputa interpretare, ma quanto credi sia ancora importante
riproporre le canzoni popolari in un mondo che, musicalmente, è sempre più usa
e getta?
Le canzoni popolari sono la
nostra identità, raccontano di lavoro, di ingiustizie, di amore e di passioni e
lo fanno in tutte quelle splendide lingue che sono i nostri dialetti.
Dimenticarsi della canzone popolare è un po’ come dimenticare noi stessi e la
nostra cultura.
In Tango della verità,
credo tu abbia voluto mettere in luce quella che è stata l'attività di Pasolini
scrittore, sempre in bilico tra la poesia di denuncia e la poesia d'amore, come
fossero due facciate di un'unica medaglia e questo doppio binario lo sottolinei
anche musicalmente perché questo tango, in realtà, è tango quando parli di
politica ed è più beguine quando si accenna ai sentimenti. Trovo splendida
l'immagine "ma le sue canzoni, in fondo nessuno, le voleva sentire" e
credo fosse proprio questo il suo cruccio maggiore, il sentirsi solo e
incompreso, che ne pensi?
Si, questo era senz’altro un suo
stato d’animo che è rivelato in molti suoi scritti. Un’altra cosa che ho voluto
sottolineare è proprio il fatto che "le sue canzoni, in fondo nessuno, le
voleva sentire", perché sono sempre state “canzoni” scomode, tendevano a
svelare quanto di terrificante stava avvenendo socialmente e antropologicamente
al popolo italiano.
Con Ricetto si entra a
piedi pari dentro Ragazzi di vita, il romanzo forse più conosciuto di
Pasolini. Riccetto è il protagonista del romanzo e di questa splendida canzone
vagamente sudamericana, di forte impatto. Il tema trattato è il sentimento di
pietà che nell'evolversi della vicenda diminuirà con il crescere
dell'imborghesimento del protagonista. Più borghesia meno purezza. È questa la
chiave di lettura del romanzo e della tua canzone?
Per quanto riguarda il romanzo
non posso rispondere, ma per quanto riguarda la canzone hai colto nel segno in
maniera ineccepibile. La tematica della pietà era un tema ricorrente in
Pasolini, lui riteneva che il sottoproletariato, nel momento in cui si
imborghesiva, perdesse moltissimo di quella sua spontaneità e di quei codici
non scritti che comunque lo tenevano distante dalla mediocrità di una vita
grigia e borghese, riteneva anche che, il sentimento più importante che
smarriva fosse proprio la pietà.
Con Fenesta ca lucive
si torna alla canzone popolare. Composta nel 1500, fu riscritta nel 1800 da
Vincenzo Bellini. Così almeno dicono per via della somiglianza con la melodia
dell'Aria finale della Sonnambula. Ma sarebbe più logico pensare che sia stato
il catanese a ispirarsi al canto popolare preesistente. Pasolini l'amava
tantissimo tanto da inserirla in ben tre film Accattone, Decameron
e I racconti di Canterbury. Per me la tua versione con quell'avvolgente
clarinetto basso è meravigliosa, un po' come l’aver scelto l'insolita mandola
tenore al posto del più classico mandolino in Canto delle lavandaie del
Vomero. Come sono nate queste scelte?
Per quanto riguarda Fenesta ca
lucive ho voluto sottolineare l’aspetto cupo e barocco del testo
utilizzando il clarone basso, per gli intermezzi strumentali, io e Vittorio
Tessadri, abbiamo deciso di adattare un tema di Nicolò Paganini. La scelta
della mandola tenore nel Canto delle lavandaie del Vomero, è stato
sostanzialmente una questione di timbrica, avendo io un registro canoro
piuttosto basso, meglio si adatta alla mia voce una mandola invece di un
mandolino.
Ed eccoci giunti a Salò,
ultimo capitolo della vita di Pier Paolo ed anche del tuo disco, per lo meno di
quanto scritto da te su Pasolini È sicuramente il pezzo più teatrale
dell'intero disco, in esso hai saputo trattare con grande intelligenza i temi
scabrosi dell'ultimo capolavoro cinematografico lasciatoci da Pasolini, che
uscì nelle sale quando lui ormai era già morto. Musicalmente si apre con note
musicali che mi ricordano la stessa atmosfera con cui si chiudeva il film,
quando ad un certo punto uno dei due sacrificati trasformati in miliziani
accende la radio e, cambiando stazione, si avvertono le note di Son
tanto triste, in quel momento i due abbozzano dei passi di danza
fino a quando arriva la domanda su come si chiami la sua ragazza, uno dei due
risponde all’altro “Margherita”. Nella canzone emerge un grande senso di
orrore senza fine "A questo orrore non c’è fine io lo so / Sarai
ospite per sempre qui a Salò" addolcito solo da una musica in pieno stile
"telefoni bianchi" ma, ad un certo punto, come nel finale del film
sembra esserci una tenue luce finale, una possibile via di fuga, qui emerge una
melodia nota, Bandiera Rossa... È stato difficile scrivere di Salò?
Ad essere sincero fino in fondo,
probabilmente è stato il brano più immediato da scrivere. Ho immaginato quel
clima, sapientemente arrangiato da Ludovico Cicchitelli e il testo è stato tra
i più immediati, per quanto possa essere immediato un mio testo… non sono uno
che si accontenta facilmente di ciò che scrive. Per quanto riguarda il discorso
del finale strumentale di Bandiera rossa c’è una storia a riguardo:
nella prima versione del film, nell’ultima scena doveva esserci un ballo
improvvisato di tutta la troupe, compreso Pasolini, sulle note della canzone Pinguino
innamorato, mentre delle bandiere rosse sventolavano in sovrimpressione.
Purtroppo, vennero rubate le pizze del film e il finale originale andò perduto.
Così si dovette optare per i due miliziani che danzano.
Il disco si chiude con Cosa
sono le nuvole, la canzone resa famosa da Domenico Modugno che chiudeva
l'omonimo episodio all'interno del film Capriccio all'italiana del
1968, una sorta di rivisitazione dell'Otello. Confrontarsi con un mostro
sacro della canzone italiana come Modugno credo abbia poco senso, ha senso
invece omaggiare con grande rispetto sia Pasolini (autore del testo)
sia Modugno (autore della musica) e trovo tu lo abbia fatto egregiamente.
Personalmente ho sempre amato tantissimo questa canzone rimanendone sempre
commosso all'ascolto, compresa la tua versione. Com'è stato lavorare su questo
pezzo?
A parte la doverosa deferenza che
bisogna avere di fronte a questo incredibile connubio Modugno/Pasolini, è stata
una vera goduria! Anche per quanto mi riguarda è un brano che ho sempre amato,
tant’è che ho voluto, a grandi linee, mantenere l’arrangiamento originale.
Questo brano è stato registrato solo da me e Vittorio Tessadri e ci siamo
divisi così i compiti: io chitarra classica, contrabbasso e tastiere, mentre
Vittorio guitalele e mandola tenore.
Un'ultima domanda. Credo che
realizzare un concept album al giorno d'oggi sia un azzardo, incentrarlo sulla
figura di Pier Paolo Pasolini, sebbene nel cinquantesimo della sua morte, ancor
di più. Mi tornano in mente i tuoi versi "E intonava più in basso
/ Forse per farsi capire / Ma le sue canzoni, in fondo nessuno / Le voleva
sentire", non ti sei mai sentito in questo stato d'animo
nell'affrontare questo ambizioso progetto? Tra l'altro ho letto che ne
nascerà anche un recital teatrale, quale sarà allora la strategia che metterai
in campo per promuoverlo, in accordo con l'etichetta AltRo Records, con cui hai
realizzato questa tua nuova avventura cantautorale a 17 anni dal tuo ultimo
album Passione e veleno (2017)?
Affrontando questo progetto non
mi sono posto l’obbiettivo di voler arrivare alla moltitudine, a 50 anni non ho
più sogni di successo, mi basta cercare di fare le cose al meglio possibile ed
esserne personalmente appagato. Stiamo lavorando ad un recital teatrale che
dovrebbe andare in scena la prima metà di aprile, sto lavorando a questo
progetto con il drammaturgo Diego Zanoni e l’attrice Sara Zanobbio e sono certo
che ne verrà fuori una cosa molto interessante.
Il 14 ottobre è uscito “Franco
Califano – Il Prévert di Trastevere” (2024 Warner Music Italy), il nuovo disco di
Giangilberto Monti in cui l’artista milanese reinterpreta 12 canzoni del
Califfo. Si tratta in realtà di un radio-disco uscito in contemporanea con la
prima messa in onda da parte della Radio Svizzera Italiana dell’omonimo
originale radiofonico, scritto da Giangilberto Monti con Vito Vita, contenente
un QR-code che permette l'ascolto del radiodramma musicale sulla app RSI PLAY. Incuriosito dall’operazione ho subito
contattato Giangilberto ed ecco cosa mi ha gentilmente raccontato.
Il 17 marzo ha visto la luce "Ricordati di te" (2024, autoproduzione) il quarto disco in tredici anni dal suo
esordio con “Sconosciuti e imperfetti” (2011, autoproduzione) di Gerardo Pozzi,
cantautore bergamasco da sempre molto schivo nel far conoscere le proprie
creazioni musicali, spesso gelosamente custodite nel cassetto. Ne consegue che,
quando finalmente si decide a pubblicare qualcosa, è perché davvero vale la
pena mettersi tranquilli a sedere e ascoltare con attenzione le sue canzoni.
Partirei come mia consuetudine
dalla copertina del tuo nuovo disco Ricordati di te. Non si tratta di
una fotografia ma di un disegno, una semplice spirale su un fondo verde, verde
come la speranza. La spirale è un antico simbolo universale di amore e crescita
e, per chi ti conosce, credo non sia così tanto enigmatico ma la naturale
rappresentazione del tuo modo di intendere l'esistenza, purché non si perda mai
di vista se stessi, proprio come suggerisce il titolo, quasi un avviso per non
perdersi. È così o è solo una mia farneticazione?
Come sempre mi vedi e mi
percepisci in profondità. La spirale, simbolo di amore e di crescita come dici
giustamente tu, è anche simbolo dell'infinito, della vita che era prima, è ora
e sarà avanti, anche "oltre" secondo me. E in tutto questo mistero ci
siamo noi, magnificamente imperfetti, a fare parte di questa cosa incredibile.
Le canzoni le ho scritte durante il lock-down, e mi sono accorto solo dopo che
molte parlavano d'amore, di vita e di morte, quasi che il mio corpo (o una
parte di me) sapesse a cosa sarei andato incontro quasi tre anni dopo,
affrontando il tumore. Non so mai cosa io voglia dire, con una canzone, perché
raramente nasce da un ragionamento. Il più delle volte (se togli Sergej,
che vuole esprimere un concetto e una riflessione precisa) è qualcosa di
pancia, che esce da qualche parte di profondo che ciascuno di noi ha. Per
questo mi capita di dare una locazione solo tempo dopo ad alcune cose che mi
escono. Però sia il simbolo che il verde (speranza, sì, assolutamente!) è in
strettissima unione con il non dimenticarci di noi stessi. Sento più forte che
mai, in questi tempi, il distacco delle persone da loro stesse, la mancanza di
auto-consapevolezza: questo può sfociare nel narcisismo più dissoluto ma anche
nel suo contrario, nel dimenticarci della nostra dignità e lasciarci calpestare
da persone o situazioni che invece non avrebbero, altrimenti, alcun potere. È un invito soprattutto a chi si sente o si è sentito
emarginato, non visto, non voluto, non desiderato: ricordati di te,
ricordati che esisti, che davvero sei importante per tante persone, anche per
lo sconosciuto che saluti al supermercato. Senza il tuo saluto, magari la
giornata di quello sconosciuto sarebbe stata peggiore. In questo, sono certo,
siamo tutti legati.
Il disco si apre con Addapassà,
un brano molto intimo, perché affronta il momento in cui ci si abbandona
totalmente al sonno ristoratore, in cui la ragione perde il controllo diretto
delle nostre emozioni, dove affiorano immagini a volte incomprensibili
"Spiragli dalle finestre / facevano presagire / tre visite indiscrete / di
demoni invidiosi senza ragione", forse frutto delle nostre paure.
Personalmente, forse per la mia particolare situazione di salute, sogno spesso
di essere in ospedale per un improvviso peggioramento, ma credo tu abbia
ragione quando concludi con i versi "Scendo dal letto ogni giorno / la
gioia cercala dentro e guardala fuori". Come diceva il grande Eduardo
"adda passà a nuttata", da cui credo tu abbia tratto ispirazione per
il titolo. Si può dire che questo brano rappresenti il punto di partenza di
questo percorso di rinascita?
Parlare con te, Fabio, è un
piacere enorme perché davvero mi sento, come ti dicevo, molto compreso. Sì, il
titolo è preso dall'espressione "Adda passà 'a nuttata", per dire che
se teniamo duro, se ci colleghiamo con la nostra tenacia, poi il nostro
resistere ci ripaga di luce e stupore. Questa canzone è l'unica che è stata
scritta non durante il periodo covid, ma moltissimi anni prima. Ero davvero
molto giovane quando l'ho scritta, e neanche me la ricordavo, assolutamente. I
miei "provini" all'epoca li registravo su un registratorino portatile
che mi avevano regalato, con delle audiocassette, che oggi difficilmente si
riescono ad ascoltare. Recentemente, strimpellando al pianoforte, chissà quale
giro ha fatto la mia mente, la mia memoria, ma mi è ricomparsa in un lampo
questa canzone, persino parte del testo (le prime due strofe). La musica mi è
uscita dalle dita esattamente com'era quando l'avevo composta da ragazzo. Pensa
tu, i giochi della memoria. È stato invece un bene che non ricordassi le parole
delle due strofe successive, così ho potuto finire la canzone con quel che
avevo davanti agli occhi e nel cuore: un piccolo dipinto di origine orientale,
dove un Buddha colorato di verde medita, tenendosi il polso con una mano (certamente
deve avere un significato, come tipico di ogni arte pittorica) e il cranio di
plastica su cui ho studiato anatomia, con colori diversi per ogni osso che
compone il cranio. Da qui sono ritornato alla sensazione di fatica del prendere
sonno, a quel mistero che è la notte ed è il sogno, e poi la considerazione che
comunque ogni giorno ci alziamo ed affrontiamo i nostri demoni. E che la gioia
sì, certo, va cercata dentro di noi, ma un grandissimo aiuto (fondamentale
direi) ci arriva anche e soprattutto dagli altri, dai rapporti umani, così come
da un fiore o dallo scodinzolare affettuoso di un cane.
Affrontiamo dunque Sergej,
la canzone apparentemente più leggera e scherzosa dell'intero disco, almeno
nella costruzione musicale ma che, in realtà è tra le più profonde, proprio
come quel mare che inghiotte tutto, cui accenni nel verso finale, quella
domanda che non può lasciarci indifferenti "Ma chi che ha figlio in fondo
al mare?". Sergej rappresenta ogni straniero denigrato e sfruttato nello
stesso tempo e mette in luce tutta la nostra ipocrisia nell'affrontare il
problema immigrazione. Io la trovo meravigliosa nella sua semplicità, nel
metterci dinanzi le nostre meschinità. Com'è nata?
Sergej è nata per caso, ed
è l'unica delle mie canzoni che ha avuto un parto molto lungo. Diversi anni fa,
una cara amica aveva in affido un ragazzino della Bielorussia, che passava
tutte le estati da lei. Era un bimbo vivace, e una volta, parlandomi di lui,
nell'intercalare disse: "E' Sergej..." e aggiunse qualcosa che lo
riguardava. Il modo in cui ha pronunciato “è Sergej” è stato come un fulmine:
ho pensato subito "posso giocare col nome Sergej e col suono equivocante
che può dare il pronunciarlo, scrivendo una canzone che parli di tutte le
situazioni di discriminazione e di emarginazione ". Essendo però una cosa
pensata e non di pancia, l'ho lasciata decantare per anni. A volte provavo
qualcosa al piano ma non mi veniva nulla. Non volevo forzare la cosa ed ho
aspettato che venisse lei. Giochicchiando col pianoforte, un giorno mi è venuto
da iniziare con un omaggio alla canzone Johnny Bassotto cantata da Bruno
Lauzi, e da lì ho proseguito citando tutti i luoghi comuni tipici che si usano
contro le persone discriminate, chiunque esse siano. E in due minuti è nato
questo pezzo. Mi piacerebbe fosse un faro per tutti quelli che si sono sentiti
messi da parte, non visti, denigrati. Una delle più belle canzoni a riguardo
credo resti Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano. Avevo paura che
Sergej venisse mal interpretata, ma finora invece è stata molto
compresa, e sono davvero contento di questo. Molto aiuta il non essere
conosciuti, perché allo stato attuale, se un artista famoso cantasse canzoni
del genere rischierebbe il linciaggio da "entrambi i lati"
dell'estremismo. Oggi sembra che il non perdono ed il giudizio totalitario a
prescindere siano le uniche forme di espressione, e questo mi rende davvero
molto triste.
Con Anna Göldi, invece,
affronti alla tua maniera un tema attualissimo come quello dei femminicidi
partendo da un fatto storico risalente al 13 giugno 1782, giorno in cui Anna
Göldi, ultima donna in Europa ad essere accusata di stregoneria, fu
ghigliottinata a Glarona in Svizzera. La canzone si apre con questi versi
"Sono passati quasi 226 anni dalla tua testa mozzata. / Dicono che gli
Svizzeri sono precisi come gli orologi: mi sembra una cazzata" e si chiude
con questa amarissima constatazione "Mi spiace dirtelo, e tanto più con
una canzone pensata sul divano. / Ma la tua morte, le torture ignobili, la
testa ruzzolata... / È stato tutto vano. È stato tutto invano". Cosa ci
sta in mezzo, che è forse ancora peggio visto che siamo nel 2024? Lo lascio dire
a te e alla tua sensibilità.
In mezzo c'è ancora tanto,
tantissimo. Da qualche anno giro con uno spettacolo, fortemente voluto dalla
mia amica Erica Boschiero (bravissima cantautrice) e costruito insieme al Coro
Auser di Treviso (dell'Università della Terza Età) composto da sole donne. Lo
spettacolo racconta la storia della posizione e del ruolo della donna, circa da
inizio XX secolo sino ad oggi. La cosa pazzesca è che questo spettacolo si basa
su documenti e fatti realmente accaduti, e quelli che narrano gli anni '60 sono
stati vissuti direttamente da molte delle coriste. Non so dare una spiegazione
e non ho alcuna risposta, in merito alla questione della violenza contro le
donne, solo una profondissima e inquieta amarezza. Se però ci si concentra
anche sulle religioni, che mostrano la storia della cultura di un popolo e/o di
una zona del mondo, non ce n'è una che non abbia un'impronta patriarcale (come
si usa dire oggi). Forse invidia? Timore? Perché questa necessità
"maschile" di sottomettere la donna? Attenzione però: di una certa
parte maschile, voglio specificarlo, di qualcuno che ha avuto ed ha potere
decisionale. Non è un costrutto di ogni uomo. Le generalizzazioni mi fanno
sempre paura. La violenza è umana, non ha genere né confini geografici. Ma
quella contro le donne è palese, da sempre. La storia di Anna Göldi
ci insegna che dietro un assassinio di questo tipo c'è sempre qualcuno di
potente che deve nascondere qualcosa. Nel caso di Anna, il suo ultimo
"datore di lavoro", che nonostante sposato e con figlie (di cui
proprio Anna si occupava) si era invaghito di lei e non voleva che questa cosa
trapelasse, durante il falso processo insistette sino ad ottenere un documento
in cui lui specificava (a che pro?) che mai e poi mai aveva avuto una relazione
con Anna. E la cosa che più mi ha sorpreso, della vita e della morte di Anna Göldi,
è la sua riabilitazione sommessa solo dopo ben 226 anni dal suo omicidio. Oggi
sembra che i femminicidi siano in aumento, ma è soltanto perché c'è finalmente
in atto una sorta di ribellione (dico finalmente, ma purtroppo le conseguenze
sono quelle che sappiamo). Ai tempi delle mie nonne, i mariti picchiavano le
mogli, le mettevano incinta con dieci, undici figli, stavano sempre fuori casa,
andavano con altre donne, rientravano ubriachi e venivano serviti e riveriti
dalle loro mogli-schiave. Nessuna si ribellava, e ai mariti non
"conveniva" ucciderle. È una terribile espressione, lo so, ma è così.
Oggi, se l'oggetto di "tua proprietà" (perché è questo che si crede)
si ribella, se il giocattolo non vuole più funzionare con te, lo rompi o lo
butti. Non so da dove arrivi tutto questo, ma è un fatto che esiste. Ribadisco:
la violenza c'è in tutti. Io stesso ho subìto uno stalking violento molti anni
fa, da parte di una donna squilibrata. Ma questi sono casi singoli, psichiatrie
personali. La liceità di avere la proprietà su un altro essere umano, e nel
caso specifico sulla donna che accompagna la nostra vita, è invece
inammissibile, per me. Spero che la società, la politica, la sociologia e la
psicologia possano migliorare le cose, in un futuro che però non sia troppo
tardivo.
La successiva Caso mai
trovo sia meravigliosa, sin dal suo incipit. Sembra svilupparsi su tre piani,
il passato con i ricordi "Il senatùr voleva fare il cantante", il
presente con tristi visioni come "Il senatùr si è dato ormai alla macchia,
con il suo tripode allontana le zanzare / Mi sembra un vecchio raccoglitore di
cotone / Con la chitarra che suona all'imbrunire / La sedia a dondolo che
dondola per tutti / Come bilancia, soppesa le stature" ed uno sguardo
allucinato verso il futuro "Se un giorno tutto sarà poi mai finito / ci
troveremo tutti quanti nelle piazze / come fratelli a sventolar bandiere. / I
più spavaldi ne avranno a due colori: / un lato rosse e l'altro lato
nere". Anche nel caso di una eventuale rinascita non mancheranno mai i
furbi... In che momento è stata scritta e cosa vorresti aggiungere per una
migliore interpretazione?
Casomai è un esempio di
come (mal)funziona la mia mente… Sono tutte impressioni, sensazioni, immagini
che sono confluite in un’unica canzone, che comunque è politica, di base. Era
il tempo del covid, e dall'iniziale situazione del "siete i nostri
eroi!" riferito al personale medico e paramedico, si stava iniziando a
passare al "ci volete ammazzare tutti!". Non era ancora ben chiaro il
passaggio, ma lo era per me. A volte capita che, se osservi attentamente la
società ed i tempi, il futuro ti si presenti molto chiaro, e così purtroppo è
andata. Come nel finale della canzone, prevedevo che la nostra memoria corta
(di cui Ennio Flaiano ben ci istruiva) ci avrebbe fatto scordare tutte le
bassezze toccate in quel periodo, da qualsiasi lato estremistico fossero arrivate.
Leggo ora questa canzone (come ti dicevo, scrivendo di pancia e di getto, certe
cose mi si chiariscono solo tempo dopo) come una associazione di idee sui
paradossi di noi esseri umani. La mia testa è partita col ricordo di quando il
fondatore della Lega voleva fare il cantante, ma essendo stato scartato ha
virato verso la politica, che a sua volta gli ha voltato le spalle non appena
ammalato. Cosa c'è dietro tutto questo bisogno di arrivare, a prescindere da
cosa siamo nella realtà, tanto che se non divento famoso in una cosa voglio
diventarlo in qualsiasi altra? Che mancanze ci sono, in situazioni come queste?
E come si fa a vivere in una realtà come quella della politica di chi ci
governa, fatta di così tanta ipocrisia e distacco emozionale e relazionale? Poi
i miei pensieri sono andati a chi aveva il terrore del covid, poi verso coloro
che denigravano chi ne aveva paura, poi ho pensato al lato positivo del blocco
di ogni lavoro: erano diminuiti/scomparsi anche certi delitti, certi
regolamenti di conti, visto che i bar erano chiusi e nessun motociclista col
casco e col mitra poteva ammazzare nessuno. Poi ho appunto immaginato che alla
fine avremmo (come forse è giusto?) dimenticato tutto quanto, saremmo ancora
scesi nelle piazze "amandoci" tutti quanti, e tra i tanti, molti
avrebbero nascosto -come spesso- i due lati della politica, per poter salire in
ogni caso sul carro del vincitore. È un po' una fotografia di certe
caratteristiche di noi italiani. In fondo, critico o provoco solo se non
comprendo gli atteggiamenti di chi amo. E le persone, nonostante ne abbia una
paura infame, sono la cosa più preziosa nella mia vita. Con l'espressione
"...politica di chi ci governa" intendo tutta la politica, non un
partito o una posizione. Ho l'impressione (senza rischiare di diventare
generalista) che molti di quelli che aspirano ad arrivare così in alto abbiano
questo come obiettivo, non il bene degli italiani. Lo stesso vale per ogni
ambito dove esista una gerarchia e si debba "scalare" per arrivare
alla vetta. Questo scalare comporta quasi sempre lo schiacciare, l'eliminare
chi ti era vicino sino a poco prima. Che personalità devi avere, per farti
piacere un mondo così?
Passiamo a Sciabola.
Musicalmente ha un andamento continuamente mutevole, come mutevole è il
paesaggio per chi è abituato a muoversi in bicicletta, magari non con il
passamontagna come il protagonista, ma "Di solito è così, col
passamontagna, che la sera / vanno in giro i pazzi". Il testo narra di un
incontro tra il "pazzo" in bicicletta e una donna che deve averlo
sentito arrivare e per questo è uscita in strada, c'è un saluto quasi urlato da
parte di lui e il "terrore" sul volto di lei. Il protagonista prosegue
imperterrito "oltre il fosso / a bestemmiarmi addosso". Sembra di
essere dentro un thriller. Quanto ti senti incompreso, considerato un pazzo e,
perché hai intitolato questa canzone Sciabola?
Mi sono sentito molto incompreso,
in passato, a causa della storia che ho avuto e dell'ambiente in cui sono
cresciuto. Oggi meno, oggi cerco di volermi un poco di bene (me lo devo imporre
però) e allora mi sento anche un po' meno incompreso. Artisticamente mi
piacerebbe che questo fragile mondo che ho dentro arrivasse un po' di più, ma
capisco che sia difficile, anche perché il mio modo di esprimermi non è che sia
proprio orecchiabile o estetico... Rispetto alla canzone, è nata da un fatto
grottesco che ho vissuto in prima persona, del quale sono fautore in tutto e
per tutto. Devi sapere che nelle zone dove abito io, il saluto è più raro della
moltiplicazione dei pani e dei pesci. A me hanno insegnato a salutare chiunque
incontri, ancor più se sconosciuti, è un bel modo per augurare salute (salutare
è proprio questo, etimologicamente parlando), ma nelle mie zone se saluti
qualcuno che non ti conosce, quello o ti guarda con superiorità, o con
preoccupazione, del tipo "Cosa vorrà questo, da me? Di certo vuole rubarmi
qualcosa!". Quella sera in cui sono uscito in bici, conciato come non so
cosa, e per il freddo avevo anche un passamontagna, ho incontrato l'unica
persona che avrebbe anche risposto al mio saluto, ma immaginati questa signora
anziana che esce di casa, si trova davanti uno in bici tutto imbacuccato, col
passamontagna e in più (ti giuro!) che sta parlando da solo a voce alta. In
realtà stavo ripetendo "Andare camminare lavorare" di Piero Ciampi,
ma senza cantarla (per la signora sarebbe stato molto meno pauroso, credo);
stavo ripetendo il testo a voce, ad alta voce per giunta, per darmi un ritmo
nella pedalata, fa un po' tu... La signora si è ritrovata davanti uno come me,
ed io (che ero in imbarazzo per stare parlando da solo ad alta voce col testo di
Ciampi) l'ho salutata con ancora più enfasi, per mascherare il mio imbarazzo.
La signora ha pure risposto al mio saluto (cosa, come ti dicevo, rara, qui) ma
lo ha fatto con un volto terrorizzato, è come se avesse risposto
"buonasera" con la voce, ma gli occhi chiedevano "pietà! non mi
ammazzi!"... Poverina, l'unica persona gentile l'ho spaventata a morte.
Non poteva che nascere una canzone, e così al mio rientro a casa è nata Sciabola,
il cui titolo ricorda il momento veloce con cui è successo tutto. Per esteso, i
momenti di invisibile incomprensione che abbiamo così spesso tra noi esseri
umani...
Personalmente la successiva
canzone Dov'è finito l'amore del mondo è di una bellezza lacerante, non
c'è volta in cui io l'ascolti e riesca a non piangere, la triste melodia che
affonda i colpi nel cuore si fonde con dei versi che da una parte sottolineano
un incredibile desiderio di amore "Sono venuto a cercarti anche in chiesa,
amore mio / Sono venuto anche in chiesa ma non mi ha aperto nessuno",
dall'altra descrivono momenti di apparente assenza totale dell'amore
"C'eran camini che fumavano di carne mai vissuta / e quest'aria assassina
e muta noi la respiriamo ancora". Immagini tragiche che però non ci hanno
insegnato nulla. Direi quasi rassegnati i versi finali "Se ti sei
nascosto, Amore Mio, lo sai che ti ho capito?". Non voglio aggiungere
altro, per me è poesia allo stato puro...
Ti ringrazio tanto, Fabio. Grazie
per quel che mi scrivi e per come lo scrivi. C'è qualcosa che anima questo
mondo, queste nostre vite. Che lo si chiami Dio, Energia o in qualunque altro
modo. Io credo semplicemente sia l'Amore. E noi, nonostante tutte le
discrepanze, i paradossi, le oscenità di cui siamo capaci, e forse anche per
tutte queste cose, ci siamo dentro, in questa sorta di amore infinito che muove
l'universo. Ne facciamo parte, ne siamo parte. È anche in noi. Se l'abbiamo
perduto, è in noi che lo possiamo ritrovare. In noi e nei rapporti con gli
altri esseri umani, con la natura, con gli animali e tutto ciò che fa parte di
questo mistero. Una delle cose più belle che ho letto è che "Uno è Tutto e
Tutto è Uno". Potessimo ricordarcelo più spesso...
Se l'Amore a volte sembra
davvero difficile da riscontrare, il male no, quello lo si incrocia quasi
quotidianamente, anche se a volte si maschera molto bene. Battiato cantava che
"Il diavolo è mancino, e subdolo. E suona il violino". Tu, in Fangù,
pur dicendo di voler credere al bene lo vedi nella gente che "si fa furba
e sorridente / mentre con la terza mano lei ti sfila piano piano / tutto il
cuore che ti invidia...". Per fortuna, però, la maturità ti ha portato a
concludere la canzone così "Ora posso anche scordarti. / Io non voglio più
vederti... E adesso posso!". Posso non coincide con riesco, quante volte
capita di farsi fregare comunque dal male. In fondo, sin dal titolo, la canzone
sembra essere più un'esortazione... È così?
Sì, è così. Ci si trova sommersi
tra lo stupore di fin dove possano arrivare certe azioni della gente, ed il
cercare a tutti i costi di voler comprenderne gli eventuali significati
reconditi, che però spesso, semplicemente, non ci sono. Qualcuno definiva
l'invidia una evidente manifestazione di inferiorità. Paolo Villaggio sosteneva
che l'invidia era un sentimento umano, e per tanto appartenente a tutti, e su
questo è impossibile non essere d'accordo. Ma ci sono invidie e invidie. Un
conto è voler avere quella bella caratteristica di qualcuno che ammiri, un
conto è volere che questa persona fallisca per poter gioire del suo dolore.
Purtroppo, ci sono persone così irrisolte che si sentono vive solo quando
vedono gli altri a terra. A mio avviso è sempre una questione di disturbi della
personalità, ma ad ogni modo si manifestano con questa umana ferocia. A un
certo punto però, l'attaccamento a quella persona o situazione o dolore può (e
deve) anche andarsene. Dove, lo dice tra le righe il titolo della canzone...
Pienamente d'accordo. Eccoci
arrivati ad Actarus, dolcissima canzone sospesa tra la nostalgia di un
passato irrecuperabile "Actarus nel cielo si spiaccica sul muro / Nella
stanza dei miei sogni non vola più nessuno / Ci sono solo fari e sirene sempre
accese / che puntano negli occhi illusioni mai sospese" e il desiderio mai
sopito di ricevere amore "Le cime delle cime han profili profanati / sono
cinquant'anni e imploro ancora amore". Ë proprio vero che il passare degli
anni non affievolisce mai il desiderio di amore e, chi è più sensibile di altri
credo ne soffra maggiormente la mancanza, vero?
Vero. La fame e la sete di amore,
di affetti, credo che non finisca mai. Se poi non ti sono arrivati quando ne
avevi bisogno (quando eravamo bimbi, fragili e senza protezioni), allora questa
fame e sete atavica ti accompagnerà finché vivi. E difficilmente qualcosa potrà
colmarla. È un fatto che rasenta l'incomprensibile, ma fatto rimane. Una
solitudine interiore difficilmente spiegabile. L'essere umano è una dicotomia
tra il bisogno d'amore e la sua stessa paura. Di amare e di essere amato. E
magari la vita vola alla velocità di uno starnuto e ti accorgi a cinquant'anni
che questo bisogno è ancora vivo. Però se ti guardi intorno, non dico in te
stesso (non tutti riescono) ma anche solo intorno, e ti permetti di accettarlo,
di amore ce n'è davvero tanto. Nei gesti piccoli, in un sorriso, un saluto, una
frase che diamo per scontata ma scontata non è: l'amore c'è. L'amore vive.
Siamo in dirittura d'arrivo,
perché La vita va, intercalata dalla brevissima Ricordati di te
(quasi un appunto, ma di vitale importanza), prima di una dolcissima ripresa
del ritornello da parte delle tue figlie, rappresenta direi la chiusura del
cerchio. La vedo quasi come una cantilena consolatoria, un antidoto da cantare
nei momenti di debolezza in cui si rischia di ricadere nei soliti errori.
"La vita va, è una candela / ci soffia sopra un vento di infelicità / La
vita va, traballa sempre / ma lei è testarda, forse non si spegnerà"
recita il ritornello, intercalato dalla constatazione di un male interiore che
ti trascini da sempre, con la consapevolezza però, di voler finalmente cambiare
e il disco, con la ripresa del ritornello da parte delle tue figlie, che
rappresentano ovviamente il futuro, non poteva desiderare miglior finale, non
credi?
È esattamente così. La vita corre
veloce, fragile e zoppicante, ci porteremo per sempre dentro di noi le
conseguenze di mancanze, di presenze, di ferite a freddo, senza anestetico. Eppure,
così come siamo, esattamente così come siamo, possiamo chiudere con una certa
parte della nostra storia (che non vuole dire che non abbia più effetti su di
noi, ma che possiamo conviverci pienamente e con senso) e ricominciare.
Nasciamo e rinasciamo in continuazione. E ogni volta è una speranza in più. E i
bimbi, e tutti quelli che verranno dopo di noi, continueranno molto più e molto
meglio di noi. Ho letto dell'esistenza di una tribù dove, quando uno compie un
errore, viene messo al centro di un cerchio di persone, e a turno queste
persone gli dicono tutte le bellezze che ha, tutte le ricchezze, i pregi, le
caratteristiche positive e uniche. Che bellezza poterlo fare anche noi. Con gli
altri ma anche e soprattutto con noi stessi (in questo caso gli altri sarebbero
una conseguenza naturale). Perciò sì, guardiamo con amore a questi meravigliosi
bimbi che sono il futuro e il presente. E ricordiamoci di noi!