venerdì, settembre 25, 2026

Edoardo De Angelis: Ulisse al confine del tempo, perché Ulisse sei tu, sono io.

di Fabio Antonelli

Raccontare Edoardo De Angelis in poche righe sarebbe un’impresa impossibile. Cantautore, paroliere, produttore discografico, per i più diciamo che è entrato nella storia della musica leggera italiana come autore della celebre “Lella”. Innumerevoli, nel corso della sua carriera, le collaborazioni con altri musicisti e, proprio dalla collaborazione con un gruppo di giovani artisti è nata la sua ultima fatica discografica “Ulisse al confine del tempo”, prodotta da A.C. CulturArti, pubblicata da Azzurra Music su licenza de Il Cantautore Necessario, e realizzata con il sostegno della Regione Friuli - Venezia Giulia.




Nell'affrontare una nuova opera discografica sono solito partire sempre dal package del disco, innanzitutto dalla copertina che, in questo caso, è un prezioso disegno di Clara De Angelis che ritrae l'idea di un veliero dalla vela rossa sostenuto sul palmo di una mano. Io la leggo come una riflessione sul fatto che anche quando ci si avventura per lidi sconosciuti, verso un futuro ignoto, alla scoperta del mondo non si è mai realmente soli, può essere letta in tal senso? Poi c'è quel titolo Ulisse al confine del tempo, che fa intuire come il tema principale non sia tanto il viaggio in senso fisico ma il rapporto con il tempo, con i propri sogni, i propri desideri, le proprie paure, il rapportarsi con gli altri. È questa la chiave di lettura di questo tuo nuovo lavoro discografico?

Indubbiamente, in questo caso più che in altri, la grafica dell’album ha una parte significativa e importante. In copertina, con la vela rossa, come nel film di Nolan, la nave di Ulisse naviga su un palmo di mano. La mano, nella mia intenzione, è la mano del destino, del fato, che in ogni momento cerca di rimetterci su un cammino segnato. Il viaggio di Ulisse al confine del tempo è una sfida a proiettarsi, idealmente, sempre oltre quel confine. Ulisse è ogni uomo che vive il suo tempo con coraggio, e continua il suo percorso avendo raccolto sulla sua nave tutti i momenti, i sogni, i desideri, le persone della vita passata, sempre alla ricerca di nuove avventure. Tutti i disegni originali di copertina e booklet sono regali dei miei nipoti Nica, Marco e Rosso, tutti e tre studenti dell’Artistico. La copertina, come sempre, è di mia figlia Clara.



Hai citato Nolan e credo che la chiave interpretativa che hai utilizzato abbia una certa vicinanza con quella del grande regista, in fondo il vero protagonista del tuo Ulisse è il rapporto con lo scorrere del tempo che è assegnato ad ognuno di noi. La vita spesso offre possibilità di incontri proficui, bisogna saperli cogliere e tu mi sembra lo abbia fatto con grande intelligenza, questo disco lo si può considerare luogo di incontro, di scambio culturale tra artisti di generazioni diverse? Quanto ti sei messo in gioco?

In effetti il mio Ulisse - per il quale si può configurare una certa quota, non assoluta, di identificazione tra personaggio e autore, è alle prese con il tempo. Con il tempo passato, con il suo vissuto di componenti belle e amare, con la sua prima giovinezza (La porta dei sogni), con la sua scelta di campo (Come uno scrittore), con partenze e ritorni sentimentali (La tela di Penelope), con la scoperta dell'universo femminile (Il peso della luna). È andato in cerca di fortuna (Baciare la sposa) e si è scontrato frontalmente con la pietra dura della vita, le sofferenze altrui, il dolore del mondo (Erano solo uomini, Un infinito applaudire). E si ritrova tra il tempo già andato e quello, incerto, del futuro (Ulisse al confine del tempo, Controcanto) con il pensiero a tutte le "cose" che ha messo via nella sua grande valigia (Ho rubato). Io, per buona sorte, ho condiviso la mia vita professionale avendo occasione di lavorare e stringere amicizia con i migliori, i più grandi: De André, Endrigo, Lauzi, De Gregori, Dalla, Battiato, Camilleri, Paolini, Marcorè e tanti altri, E altre, la mia amica Tosca per tutte. Buona sorte anche quella di aver scelto di lavorare a questo album con ragazze e ragazzi delle mie residenze artistiche: Nicole Coceancig, Anna Cainero, Alvise Nodale, Michele Arena, Antoine Ruiz, Luca Carrubba, e con altre e altri musicisti davvero preziosi quanto disponibili. Una citazione speciale per Reno Brandoni, che così bene ha saputo leggere e amplificare il mio sentimento con la sua inquieta e straordinaria chitarra. Certo, mi sono affidato, e mi sono messo in gioco. Ma il gioco è stato bellissimo, certamente ne valeva la pena!

A proposito di collaborazioni, davvero tante e pregevoli in questo tuo nuovo progetto, nelle note di accompagnamento al disco dici "Nulla di tutto questo lavoro sarebbe stato possibile senza il consiglio prezioso dell'amico Francesco Giunta", come vi siete conosciuti e come vivi questa decennale amicizia con il musicista siculo?

In effetti Francesco Giunta - amico fraterno da 45 anni - è un mio riferimento indispensabile. Ci siamo conosciuti a Mondello a inizio anni '80, eravamo ospiti di una delle prime edizioni del Cantamare. Io avevo allora una vera e propria hit radiofonica, Una Storia Americana (da Anche meglio di Garibaldi, Durium, 1981) e lui era premiato tra le giovani proposte con il suo primo album. Quella notte si presentò e volle portarmi in giro per Palermo, che non conoscevo, fino all'alba, parlandomi della storia della città e di quella della sua numerosa famiglia. Da quella notte Palermo, Francesco e la sua famiglia divennero la mia seconda casa. È riduttivo raccontarlo in cinque righe, ma fatto sta che qualunque cosa che io scriva o pubblichi, prima di diventare pubblica passa dal tavolo di Francesco e qualche volta i suoi suggerimenti sono così acuti e interessanti da meritare, oltre ai ringraziamenti, anche una firma.



Ora se fossi d'accordo, vorrei addentrarmi un po' nel disco, senza passare in rassegna tutte le tracce ma cogliendo alcuni aspetti. Partirei da La tela di Penelope, per la quale è stato realizzato anche un videoclip in un bellissimo bianco e nero, testo tuo e musica del giovane cantautore di Civitavecchia Luca Carrubba che lo ha cantato con te. Trovo meraviglioso l'alternarsi del recitato con la tua calda voce e del cantato con l'apertura melodica di Luca. Il testo è pura poesia "La tela di Penelope è un incanto / È una bellezza, un cruccio, un divenire / La tela di Penelope è un inganno / L'eco di un giorno che non può finire". Com'è nata questa traccia? Questa vostra collaborazione?

Due risposte per due domande. La traccia è nata all'interno del Museo Etnografico del Friuli, a Udine. Il testo parlato nasce come testo di una visita teatralizzata. I due attori lo interpretavano assieme, all'unisono e contemporaneamente: voce e anima di donna e uomo, insieme. Il luogo di questa scena è un'installazione del museo, che si vede anche nel video che hai citato. Si tratta di un grande telaio di legno, davanti al quale siede un'imponente figura femminile, interamente coperta da una tela che ne lascia distinguere appena i contorni. Una perfetta Penelope. Quando ho iniziato a lavorare all'album, ho pensato di utilizzare quel testo, e ho chiesto a Luca se volesse musicarlo. Lui fece di meglio: lasciò il testo senza toccarlo, nemmeno con la musica, e scrisse a contorno una bellissima apertura, che in qualche modo rispondeva al testo iniziale. La nostra collaborazione è nata quando nel settembre del 2023 dirigevo la giuria in un concorso di cantautori, a Viterbo. Luca si stagliava nettamente sugli altri, così pensai che meritasse di essere aiutato. Organizzai un suo concerto a Roma, diventammo amici, e nel 2024 lo invitai alla residenza artistica che organizzo all'inizio di ogni estate nella Val Pesarina, la Valle del Tempo. Luca vinse la residenza, alla quale parteciparono quell'anno dei ragazzi davvero sbalorditivi. A tutti chiesi di collaborare al mio futuro album, per offrire a me la gioia di poter collaborare con giovani artisti effervescenti, e a loro la possibilità di avere una visibilità professionale in più. Assunto dimostrato da questa intervista ...



Molto interessante questa genesi. A questo punto sono molto curioso di sapere com'è nata, invece, Un infinito applaudire (Gaza City) per la quale è stato realizzato un altro videoclip in bianco e nero molto toccante. Anche qui c'è un recitato scritto da te e una musica, quasi sospesa, un po' come quelle nuvole che ad un certo momento si vedono nel video, scritta da Reno Brandoni. Il tema è attuale ma, allo stesso tempo, eterno, quei versi "Ma Dio non li aspettava così presto. / Vedendoli arrivare, restò muto. / Era un'offesa all'ordine del cielo. / Non era preparato a quel saluto. / Pensò che non poteva sopportare / il peso di quel fiore già reciso. / Girò la testa e non riuscì a fermare / la traccia delle lacrime sul viso" riferiti all'arrivo in cielo dei bambini, fanno un gran male, ci mettono di fronte all'estrema crudeltà della guerra, ma lascio la parola a te.

Un infinito applaudire (Gaza City) nasce molto tempo fa dal titolo, e da uno scherzo. Un mio carissimo amico, dentista e musicista di spicco, maestro di fingerstyle, per il quale ho scritto molti testi, un giorno mi mandò una sua musica da ascoltare. Era molto bella. Gli risposi, sinteticamente: Un infinito applaudire. Lui rispose: Ogni cosa che scrivi sembra il verso di una canzone. Quella cosa mi rimase in mente. Poi ... sai come siamo fatti noi cantautori d'impegno: i dolori del mondo sono anche i nostri, ci obbligano a scrivere canzoni. Questa canzone è stata la prima dell'intero album a sbocciare. È nata di notte, con le immagini e i versi che tu stesso hai riportato. I bambini di Gaza sono un simbolo di tutti i bambini che soffrono per colpa nostra. Le immagini sono forti, sì, ma spero non retoriche. Il testo intero era pronto all'alba, ma era solo un testo, e volevo che diventasse una canzone. Ma io non volevo toccarlo, per me era fisso, quello, il mio lavoro era finito. Ero esausto. Pensai a chi affidarlo per la parte musicale. Reno Brandoni è un musicista, un chitarrista molto particolare, che lavora forte sul sentimento, sulle emozioni. Io amo molto le sue cose. Gli mandai il testo, da musicare. Gli piacque molto. Adesso devo svelare un particolare della sua vita, che però lui stesso affronta con naturalezza. Reno era molto malato, ma non mi disse nulla. Io aspettavo che lui lavorasse alla canzone, ma il tempo passava, e lui, evidentemente non era in grado di lavorare. Dopo più di un anno mi disse la verità e mi raccontò la sua storia. Mi ringraziò per averlo aspettato. Preparò la musica, ma solo come sottofondo al testo. Ci incontrammo nel luglio 2025 entrambi ospiti del Festival Ferentino Acustica, organizzato proprio da Giovanni Pelosi. Mi fece ascoltare la sua proposta, e la sera stessa presentammo la canzone al Festival. poi, nella stesura dell'album, sono intervenuti altri straordinari musicisti: Andrea Bitai, violoncello, Davide Raciti, violini, Alberto Corredig, percussioni ed effetti sonori. IO sono ancora dentro le parole di quel testo... potrebbero diventare una bandiera ... ma vengono ascoltate solo da persone come te, in grado di condividerle ...



Un'altra canzone di cui vorrei parlare è senza dubbio Erano solo uomini (Io sogno), perché è ispirata al docufilm Cutro, 94… and more diretto da Angelo Resta, che ricostruisce il drammatico naufragio avvenuto a Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 in cui morirono almeno 94  persone tra cui molti bambini, perché al tuo fianco c'è una delle cantautrici emergenti che amo maggiormente Nicole Coceacing e perché quei versi finali "Io sogno ... nessuno può fermarmi quando sogno / un sogno non lo puoi cacciare via... / Io sogno ... e posso andare ovunque quando sogno / qualunque casa al mondo è casa mia /perché io sogno..." hanno dentro l'essenza dell'essere umano, quel anelito di libertà che è matrice comune dell'intera umanità. Mi parli della sua stesura e della collaborazione con Nicole che, per altro, ritroviamo anche nella splendida Il confine del tempo?

Grazie, Fabio, per questa domanda. La stesura di questa canzone è durata...il tempo materiale di scriverla di getto, almeno fino allo special finale Io sogno. Devi sapere che Angelo Resta è stato, negli anni passati, autore dei video di due mie canzoni, Il mago e le stelle, con Neri Marcorè e il "mago" Walter Di Francesco (clip premiata a Cortinametraggio) e Abbracciami, con il Maestro scultore Antonio Cersosimo. Quando ha girato il docufilm Cutro, 94 and more ha scelto una mia canzone, Lettera dall'inferno per commentare una delle scene più intense e strazianti. Per me era indispensabile dedicare a questo film una canzone che potesse rappresentarlo compiutamente. La canzone è nata come una figlia amata, a me molto somigliante. Poi, Nicole, con la sua voce, la sua grinta di combattente, la sua precisione professionale, il suo talento grande e spontaneo. Una perfetta compagna per questo brano, e per l'altro condiviso, Il confine del tempo. Rimaneva così salvo il patto fatto con i ragazzi della residenza artistica 2024, tra i quali certamente NIcole si faceva notare. Così è andata. Lo speciale è arrivato in un secondo momento ... perché non può, non deve esserci dolore che si consumi senza una speranza, una luce. Ci sono diversi "bridge" e "special" in questo album ... ma tutto veramente naturale, nato per pura esigenza sentimentale. Nulla è stato costruito artificialmente, tutto è stato imposto dalla parte più immediata, schietta del mestiere. Spero che si avverta, e che questo ne semplifichi la lettura.

Credo si avverta e molto. Ti dirò di più, il disco, dopo più di un ascolto, sebbene frutto di tanti contributi e collaborazioni, dimostra una coesione sorprendente ed è come se ci fosse un file rouge, forse una vela rossa, che unisce tutti i naviganti che sono saliti su questa nave progetto. Ti pongo allora un’ultima domanda che è anche una forma di augurio: hai mai pensato che questo disco potrebbe, lavorandoci sopra, trasformarsi in uno spettacolo teatrale, una nuova forma di teatro-canzone? 

Amico mio, questo sarebbe un sogno. Uno spettacolo multimediale con video, partecipazioni dal vivo e altre da remoto, brani dal docufilm di Cutro ... un sogno non impossibile ma certo difficilmente realizzabile, perché intanto i miei "ragazzi ospiti" stanno diventando professionisti vivaci (artisti lo erano già) e sempre molto impegnati. Infine, devo dire che dipende un po' anche da voi giornalisti, divulgatori, informatori. Se avrete la forza di portare questo mio lavoro a conoscenza di molti nuovi amici (e amiche, naturalmente) allora anche i sogni più complicati possono diventare una fortunata realtà. Del resto, perché non dovrebbe valere anche per me quello che ho scritto di getto nello special di Erano solo uomini? Io sogno ... e posso andare ovunque quando sogno. Dai, Fabio, vinciamola insieme questa lotteria!

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lunedì, agosto 24, 2026

Onorato: Le beatitudini, il femminile che è dentro ognuno di noi

 di Fabio Antonelli

Giancarlo Onorato, dal 2010 artisticamente solo Onorato, è musicista, scrittore, pittore e produttore discografico indubbiamente fuori dagli schemi, è considerato tra le figure seminali della scena indipendente italiana avendo dato vita agli Underground Life nel 197, per poi intraprendere nel 1993 la carriera solistica. Il 9 marzo del 2026 ha dato alla luce un nuovo attesissimo album dal titolo “Le beatitudini” (OnOrArti Produzioni, 2026). Ecco cosa mi ha raccontato.


Le beatitudini è il tuo sesto disco di studio in trent'anni esatti di attività solistica, dopo essere stato fondatore e leader degli Underground Life, nati nel 1978 e scioltisi nel 1993. Una media di un disco ogni cinque anni, in questo caso nove anni dal penultimo disco Quantum. Direi quindi che Onorato pubblica un disco solo quando fortemente ispirato e con qualcosa da dire all'ascoltatore più attento.

Vorrei rispondere alla tua articolata domanda con una doppia precisazione.

La prima: la stima verso l'interlocutore è la base di ogni ricerca di significato. Solo se immagini di rivolgerti a chi possa intendere agisci in una direzione di crescita, altrimenti è sufficiente appiattirsi sulle qualità proprie di un mestiere svolto da anni e di cui sei ormai padrone.

Un disco, un album musicale, volevo dire, è e rimane di base un'opera di pensiero, dunque, occorre sempre presumere che i destinatari saranno perfettamente in grado di accogliere e di fruire criticamente, se vorranno, del suo contenuto. Massimo rispetto per chi è ascoltatore, con uno slancio in più, semmai, quello di presumere che il pubblico sia sempre in possesso di una potenziale competenza passiva, che è anche quella del più stimolante degli uditori. La menzogna che vorrebbe un pubblico sempre ignorante e becero, disposto solo ad ascoltare musica di basso livello è invenzione del mercato, di coloro che hanno interessi personali a giocare al ribasso, sapendo che più una proposta è abbassata, più facile sarà venderla ad un numero allargato di persone.

D’altro canto, è vero anche che, se io andassi a parlare in una conferenza di taglio filosofico, mi aspetterei che tra il pubblico vi fossero persone in grado di intendere come minimo le basi di trattazioni più evolute rispetto a quelle di un semplice intrattenimento, sebbene si abbia sempre e comunque il compito di rendere potenzialmente fruibile per tutti il proprio contenuto.

Questo fa un buon musicista: punta in alto, ma senza dimenticarsi che l'opera debba esser prima di tutto fruita.

La seconda precisazione è invece questa: per me realizzare un'opera significa lavorarci sul serio, e a volte può essere necessario impiegare molto tempo, né più né meno che per un libro, ad esempio. Diffido sempre di chi pubblica un libro all'anno, poiché mi appare tecnicamente chiaro che non sia stato possibile stendere un'opera significativa se impieghi così poco tempo nella sua stesura, a parte lodevoli e rare eccezioni, si intende. Ma in genere per realizzare qualcosa che valga la pena di essere pubblicato, occorre tempo.

Nel campo della musica popolare, quella che noi chiamiamo con definizioni improprie o approssimative di volta in volta “rock”, “pop” o “trap” o altro (secondo anglismi che si sono impossessati di noi), l'urgenza di uscire spesso e di non fare troppo attendere è figlia diretta di esigenze ancora una volta di mercato. Le leggi del mercato se ne infischiano della qualità, ma si preoccupano solo dell'opportunità di “battere il ferro”, di cavalcare tendenze eccetera. Opportunismo, sovente persino sciacallaggio.

Se invece stai producendoti in un’operazione di pensiero e nel frattempo non ti stai dimenticando di vivere, dunque diversi aspetti della tua esistenza attraversano, limitano, accendono, mutano e in fondo così accrescono l'opera, ecco che ci vuole tempo.

Quindi in linea di massima non sono io ad impiegare tanto o troppo tempo, sono gli altri che, per quanto più veloci del sottoscritto siano, in genere intendono un disco soprattutto come un biglietto da visita per potere lavorare: fare concerti. Alla fine, il succo della faccenda, ma anche il limite del fare musica ed in definitiva la vera ragione dell'impoverimento della proposta musicale, è che fare musica deve come minimo dare da vivere, ma sovente, anzi quasi sempre, deve soprattutto tenere acceso un meccanismo che fa mangiare tanti altri dietro, intorno e sotto di te. Questo avvilisce la qualità e favorisce il presenzialismo e la puntualità ossessiva nel pubblicare cose che non sempre sono degne di venire diffuse.

Pensate che meraviglia sarebbe se tutti, ma proprio tutti, impiegassero non meno di tre anni, meglio quattro, per uscire con un'opera nuova: il mercato respirerebbe, aumenterebbe la qualità, la gente tornerebbe ad acquistare i dischi col piacere della scoperta. Meraviglioso. Invece siamo a succhiare le bucce avanzate di un festino ormai finito da tempo.

La prospettiva mia è assai differente alla radice.

Inoltre, va considerato che io, almeno sin qui, sono realmente INDIPENDENTE, dunque, non godo di finanziamenti o altre facilitazioni che di norma rendono possibile la realizzazione di un'opera. Consideratelo e figuratevi una realtà produttiva in cui, oltre a tenere alto e acceso il fuoco della creatività e del rinnovamento ideativo, dovrai anche occuparti di moltissime faccende di natura logistica e finanziaria e soprattutto accollarti i rischi di operazioni poco redditizie, in nome della tua indipendenza.

Non auguro a nessuno di avere il fuoco dell'arte in un momento storico in cui fare arte è considerato un suicidio.

Specie in un Paese, diciamo, impreparato come il nostro.

Sia chiaro: non critico le posizioni altrui, semplicemente vorrei riscattare la necessità di dedicare al mio mestiere (quello che si è dimostrato di sapere fare) tutto il tempo necessario per renderlo al meglio, senza tagliare corto o usare la materia prima più scarsa al solo scopo di avere più margine di utile.

Ed infine, in fondo a questo ragionamento, posso ora ammettere di essere quello che si dice un perfezionista e di tornare più volte su molte e molte cose, fino alla fine.

Le beatitudini in ogni caso è nato nel corso di un periodo storico molto complesso, e le sue lavorazioni hanno subito arresti e cambi di prospettiva tali da permettermi diverse riflessioni ulteriori rispetto alla prima stesura. Sono confluite in esso i brani scritti per ben due album, uno dei quali era già praticamente pronto al termine del 2018 quindi, per i miei tempi lavorativi, realizzato piuttosto in fretta. Poi sono accadute le cose che tutti sappiamo e io ne ho beneficiato per capire che dovevo in realtà rifare quasi tutto. E ho avuto ragione.

 

Vorrei però cominciare dal package se sei d'accordo, un CD a tiratura limitata, dall'aspetto esteriore di un LP con una grafica curatissima e con uno splendido libretto con foto testi e crediti, già questa un'opera d'arte.

Le beatitudini nasce come (e vuole essere) un'opera pensata con piglio artigianale, in senso alto. Così è, e tu che la vedi sai che è così. Anche qui, se pensiamo che artigianale sia sinonimo di approssimativo o di poco curato, non ci siamo. È piuttosto l'esatto contrario di “industriale”. Fatto con la massima cura ed il massimo sforzo in ogni più piccolo dettaglio.

La prima tiratura del disco è uscita come una vera e propria sfida “filosofica” verso l'atto ormai automatico del fare dischi e in generale del “pubblicare” così come oggi è concepita questa operazione.

Tutti pubblicano qualunque cosa, dunque l'atto stesso del pubblicare ed il suo contento hanno perduto gran parte della sacralità che tale attività aveva in sé.

Chi volesse invece intendere tale gesto per quello che è, cioè un gesto “politico”, un atto di autoaffermazione del diritto a fare il meglio, in contrasto con il gioco al ribasso, potrebbe vedere il mio disco sotto una luce completamente diversa rispetto all’ordinario.

Non conta riuscire a cambiare sistema, conta fare il proprio passo personale; il muro cadrà se io sarò in grado di toglierne anche un solo mattone, al posto di rammaricarmi e disperarmi del fatto che il muro esiste.

Tornando al disco, alla prima versione attualmente stampata, stanno per seguire altre versioni di cui si saprà.

Il punto è capire se e quanto la gente comune, tutti noi, l'uomo della strada, sia consapevole di trovarsi in una piega storica in cui l'opera può davvero contribuire alla crescita di un dissenso profondo verso un presente distopico.

Ma ciò che finisce nelle mani di coloro che hanno desiderato acquistare un oggetto che parla, e non solo dei dati da caricare sul tuo dispositivo, avrà in mano un oggetto che parla, dal suono frutto di una lunga distillazione. Se hai in mano un Album musicale come il mio, ti accorgi che tutto è curato per partecipare ad un significato. Un oggetto fatto al meglio, senza risparmiarsi, per quello che è stato sin qui possibile, si intende.

È un disco che ha richiesto anni per la sua realizzazione e molti sforzi, dato anche il fatto che finanziarlo ha richiesto impegno non solo mio, ma di tutti coloro che vi hanno contribuito, ragione per cui si è proceduto per lenti passi progressivi. Un disco così in primis non può uscire con una veste “normale”, deve potersi qualificare anche nella forma.

Dunque, al momento, Le beatitudini esce come un CD la cui copertina ha le dimensioni di un VINILE, una copertina ampia tanto quanto quella, e cerca di offrire dettagli che solitamente sono sottratti ad una pubblicazione, per ragioni di costi.

Io ho voluto che chi lo cercasse, avesse tra le mani qualcosa che parlasse oltre la musica. Il suo cuore pulsante è la musica, ma non bisogna dimenticare che forma e contenuto debbono coincidere, altrimenti non vi è l'opera, ma solo un'approssimazione o un pretesto per vendere qualcosa.


Sono rimasto molto incuriosito sia dal titolo scelto Le beatitudini, che sembra mescolare sapientemente sacro e profano, anima e carne, cielo e terra, temi a te molto congeniali, sia dalla foto ad infrarossi in cui sembri guardare dentro ognuno di noi, quasi a voler cogliere non l'esteriorità, ciò che è visibile con gli occhi, bensì ciò che normalmente è invisibile ad uno sguardo superficiale. Non so se sono andato fuori tema nell'analisi ma mi piacerebbe sapere come sei arrivato al concepimento di questo, scusami il gioco di parole, concept?

Ti ringrazio per l'analisi attenta.

Le cose stanno in fondo così come le hai percepite osservando la copertina, dedicandovi il giusto tempo che necessità un contenuto, senza la fuga di cui siamo capaci il più delle volte.

La fotografia ad infrarossi è dovuta al bisogno di offrire uno sguardo che oltre a guardare faccia guardare, con le eccitazioni cromatiche dell'immagine, che accrescono e rivelano le zone di differente temperatura. È lì per rimarcare quel bisogno di scavo che sento in profondità. E lo offro come sguardo di uno sguardo.

Il titolo parla di momenti di alta comunione col senso delle cose. Tutti ne abbiamo, sono stati di grazia, e non potrei definirli diversamente senza dover usare molte parole.

Il tema è quello del femminile ancestrale, un concetto che si sciupa subito, come le ali di una farfalla che si volesse maneggiare per scoprire il segreto del suo volo. Sono beatitudini quegli istanti di grazia in cui, siccome non fuggi, il contenuto più profondo del vivere ti tocca e ti parla. Non è per tutti, solo per chi non tema sé stesso.

Il femminile è un tema universale e generativo, qualcosa che mentre ci genera ci richiama al suo interno. Non bisogna cogliere queste mie parole in senso necessariamente sessuale, di ruolo sessuale: il femminile di cui parlo è animico, è totalizzante, è il senso eternamente cercato delle cose, il sesso floreale del mondo che ci vuole tesi verso la sua comprensione non di testa ma di sentimento sconosciuto. È l'inseguimento che produce uno sprofondamento ed il passaggio ad altra dimensione, dove dall'altra parte si ritrova ciò da cui si è partiti. Un ritrovarsi nello smarrimento. 

 

Se fossi d'accordo vorrei ora cercare di addentrarmi tra le sette tracce che compongono questo tuo nuovo lavoro, partendo proprio da Nous Phonix, un testo che ci introduce subito a quella che è una delle tue cifre stilistiche, il saper unire sapientemente sacralità e carnalità "Resuscitata e bianca come non mai / avanza a passi incerti nell'acqua gelida / e con le gambe nude si oppone all'aria / mordendosi le dita appena". Ci sono potenti chitarre elettriche e luminosi synth, con un affascinante vibrato dato dall'uso dell'e-bow. Gli ingredienti per una grande ouverture ci sono tutti, compresa la voce di Isabella Vimercati. Se questo è il rock che hai in mente in questo 2026 credo sia vivo e vegeto e possa ancora dire molto, non credi?

Oggi ovunque si senta suonare un gruppo “rock”, mediamente si sentono cose già sentite milioni di volte, si ascoltano pose e convenzioni accordali, strutturali e formali che sono ormai fini a sé stesse. Ma lo stesso strumento principe di quella forma, la chitarra elettrica, si può aprire a mille dialoghi con ogni altro strumento, evitando possibilmente altre due secche pericolose: quella del tecnicismo/virtuosismo fine a sé stesso e quella delle ibridazioni forzate con le più disparate categorie dell'etnico. Voglio dire: per decenni fare rock ha significato rifare ciò che veniva fatto, o era già stato fatto, quasi sempre meglio, da chi lo aveva in casa come generazione spontanea della propria cultura. Oggi abbiamo la possibilità di maneggiare con la massima consapevolezza quello che è divenuto patrimonio artistico universale, ma lanciandolo in territori interpretativi nuovi.

Io intendo utilizzare i vapori più densi di ciò che è stato “rock” per raccontare in modo nuovo il presente, così come io credo debba essere raccontato, cioè con la dimensione del sospeso che rimanda a significati profondi. Poiché siamo in un'epoca di mezzo tra ciò che è stato e ciò che sarà, e dal momento che ciò che sarà dipenderà dalle nostre capacità di intendere in profondo il cambiamento epocale.

La mia Nous Phoenix vive di questa suggestione della sospensione, di un richiamo a ciò che è stato, in una narrazione volutamente indefinita, ma lo stesso immerge in una lettura che non rinuncia al metafisico.

La canzone oggi ha dimenticato il metafisico, che invece è grande patrimonio del pensiero. Lo ha sostituito con il pragmatico, con l'ordinario, lo sdolcinato, con il retorico ed il consolatorio, che sono tutti ingredienti della canzone popolare da diversi decenni in qua. Mancano del tutto il metafisico ed il drammatico (quest'ultimo cancellato colpevolmente dai discografici, veri egemoni e responsabili del peggioramento in generale della forma canzone). 

La mia creatura che resuscitata avanza a passi incerti con la sua carnalità assunta come verità profonda e con la consapevolezza di “tornare a morire” è sintesi del bisogno arcaico di rinnovarsi, della paura fondamentale e del mistero, senza dimenticare che carne e spirito sono una cosa sola.

Per dire questo, avevo bisogno di sintetizzare e reinventare lo stile appreso negli anni dalla musica più epica, dal cinema scuro, dalla poesia e dalla letteratura, per rilanciarlo. Per questo chi si imbatte nel brano, se non è del tutto bruciato nella sua capacità di attenzione dall'abitudine ad una fruizione superficiale, prova un misto tra solennità e rinnovamento, sente una sorta di classicità innestarsi in una visione rinnovata, appunto, del fare canzone. Era il mio scopo.

 

La successiva Stanotte è tesissima dall'inizio alla fine, sembra voler trasmettere un senso di perpetuo tormento, quello dovuto al fatto di non volere accettare un'amara realtà che molte volte "Vorremmo avere tutte le ragioni / e tormentarci di felicità / piuttosto che nasconderci nel seno / più amaro di una nuova verità", è questo il senso?

Sì, è fondamentalmente questo.

Ho cercato una chiave psichica per dire il tumulto che a volte diventano alcuni istanti, minuti o anche ore, di un risveglio notturno per via dei dubbi coi quali convivi, quegli istanti in cui tutto il senso della tua esistenza si concentra nelle emozioni fisiche che stai vivendo. Un trasporto ma anche un travolgimento, una spersonalizzazione momentanea portata da emozioni violente, sono al contempo strumento di ingrandimento per guardarsi dentro e fuori contemporaneamente. Una notte di incubi esistenziali si trasforma così in un varco per diventare nuovi. Per questo il brano è un treno di emozioni lanciato a velocità estreme, in cui si brucia e si rigenera il sentimento di sé. Tutti abbiamo vissuto o viviamo all'improvviso notti come queste. Il problema era raccontarlo con una forma-canzone. Ma non c'è premeditazione, non decidi: ora scriverò una canzone su questo tema. Le canzoni sorgono come pensieri dal profondo, come rimorsi, sensi di colpa o come punti luce di cose vissute o che si vorrebbe tanto vivere. Le canzoni vere sono pezzi di vita che prendono la forma di una composizione.

Per questo una volta appresa e affinata l'arte di esprimerti davvero, è impossibile separarsi dal fare musica: una maledizione benedetta, una benedizione che è ossessione.

 

Dal sole è meravigliosa, musicalmente distesa, evocativa, qui la donna viene descritta come "Discesa dal sole la tua fronte è voce / Di un Mantra soave che scava e che dice / Portata dal mare la tua carne è luce / Un delta sottile un fuoco che tace", c'è un'infinita sensualità in questi versi e c'è sempre quel gioco di contrasti perché viene dal sole ma è fatta di notte che è sfumata. Si può ben dire che c'è tutta la complessità della figura femminile?

Dal sole è il brano più azzardato di tutto l'album, giacché nasce, si trasforma e prosegue sin dall'inizio come una sorta di sfida con l'armonia, l'emozione e la forma canzone. Non sono certo di essere riuscito a trasferire nella realizzazione il bisogno che avvertivo di un carico sempre più forte di stordimento, nella vertigine di sentire tutte le cose condensate in un punto del mondo che è il corpo di una persona intesa come un sole che splende nel sole. Questo bisogno di traferire in canzone un abbacinamento era molto difficile, tecnicamente, poiché per farlo nella sua pienezza fisica, di suono fisico, intendo, avrei avuto bisogno di disporre di un'intera orchestra, con decine di strumenti suonati con dinamica crescente, qualcosa che solo un'orchestra è in grado di rendere in un'ambiente adeguato. Avevo inoltre necessità di allontanarmi dalla forma di canzone d'autore in senso ordinario (non sono quello che si dice un “cantautore”, non provate ad affibbiarmi questo epiteto senza incorrere nelle mie precisazioni).

Così mi sono adattato a rendere la suggestione di partenza con ciò che avevo, non potendomi permettere in produzione l'ingaggio di una intera orchestra sinfonica, i cui elementi entrassero gradualmente nello scenario sonoro fino ad un climax potentissimo.

I violini sono tutti veri, a parte alcune contrapposizioni di violoncello e di flauto, ma è stato necessario sommarli uno per uno per comporre l'orchestrazione e di certo, come si può capire, non è esattamente la stessa cosa della voce polimorfa espressa da un ensemble che monta lentamente con la sua enormità di frequenze che vorticano per l'ambiente.

I missaggi sono stati diversi, progressivi e sofferti, il risultato solo indicativo, credo. Così mi sono dovuto accontentare di una specie di icona della potenza voluta, come volere il calore di un sole e provare a riprodurlo in un piccolo fuoco, la cui vicinanza però ci dona luce e nutrimento a sufficienza per poterci immaginare invasi ed avvolti dal bacio solare.

 

In M, brano caratterizzato da sonorità quasi provenienti da spazi siderali, c'è una sorta di viaggio a ritroso, quel desiderio ancestrale di tornare dove tutto ha origine "Apri le braccia disse il bimbo re / che voglio tornare al regno mio / tornare a navigare l'onda calda dentro te / tornare a frequentar l'oceano, Magdalene". Quella M come titolo secondo me si presta a diverse interpretazioni, sei d'accordo?

La M del titolo è centrale per tutta l'opera. La lettera M la si può osservare riprodotta, scolpita o dipinta presso altari o arcate o sagrati di talune chiese o cattedrali cattoliche, dove una stilizzazione elegante ma antica dell'iniziale di “Maria”, in realtà rimanda al simbolo uterino.

Questa centralità del tema uterino in una dimensione spirituale mi pare un punto fondante di ciò che chiamiamo spirituale, e che coincide con ciò che noi tutti intendiamo, ciascuno a proprio modo, con carnale. Solo che siamo troppo condizionati dalle opposizioni fittizie tra le due pulsioni per ammetterlo.

La canzone M è di sicuro il brano più sperimentale di Le beatitudini e parla del ritorno a casa, dove la casa è il corpo dal quale siamo venuti. Qualcuno ha inteso in senso blasfemo quel “apri le gambe disse il Cristo Re”, ma per questa via se proseguiamo ad intendere separati la carne e lo spirito inteso come sublimazione del vivere in senso strettamente fisico, siamo completamente fuori strada. La negazione della carne in sede spirituale è una invenzione repressiva, repressione abilmente aggirata da chi con l'arte ha saputo sovente rendere evidente il coincidere dell'estasi mistica con la parte più luminosa dell'orgasmo. Le sante rappresentate nella piena sopportazione dell'estasi, sono donne orgasmiche, in grado di assurgere con lo spirito a quella dimensione di cui l'orgasmo sessuale non è che la più pallida manifestazione. Per questo il pezzo doveva essere spaziale, andare indietro e dentro e tornare a proiettarsi in avanti. Lo stesso arrangiamento è concepito come una M: una salita, una ridiscesa, una nuova salita, poi una discesa, una salita, una discesa, poi una dispersione nel nulla stellare.

Guai però a fare confusione e ritenere il mio Album come un'opera cattolica o peggio, al contrario, blasfema. Sono quanto di più distante e oppositivo si possa immaginare rispetto ad una attitudine cattolica ma anche alla sua iconoclastia. Sono, piuttosto, uno spiritualista spontaneo.

Onorato ritratto da Massimo Tuzio

 

Il tuo mare no (le ore), con quel suo incedere trascinante e un testo davvero meraviglioso "e cado io nel vuoto del tuo bianco mare / del tuo sangue salato dove vivi tu / nel tuo bagno di luce in cui nuoti tu" ci descrive una figura femminile che riempie il tempo e lo spazio in cui si muove, che crea dipendenza. Trovo poi meraviglioso quell’evolversi del ritornello da "e il tuo mare non finirà / il tuo amare no" a "e il tuo amore non passerà / il tuo amore no" per chiudere con "e il tuo amore non passerà / il tuo mare no". Un lavoro di cesellatura sopraffino. Come nasce un testo come questo?

Grazie. Proprio il testo è la squisita ragione per cui quel brano è sopravvissuto alle numerose revisioni della rosa dei tanti brani candidati a figurare in questo Album. Molti altri pezzi hanno dovuto attendere in disparte e non so se mai vedranno la luce.

Questo è un brano che si è evoluto nutrendosi di sé stesso. È l'unico di questo disco che eseguiamo dal vivo da tempo, già da prima della sua pubblicazione, e nel tempo il problema era ed è quello di far vivere un testo che vuole essere attraversamento.

Nello scriverlo ho seguito l'intuizione di un “passare attraverso”, di come cioè certi incontri sappiano attraversarti e cambiare la tua vita, e come attraverso quelli, tu possa superare barriere anche fisiche che credevi insormontabili. La fisica minimale delle cose che contano e che quando ci accadono è perché eravamo finalmente pronti, come frutti maturi per essere divorati dal senso profondo delle cose.

Tu mi attraversi, attraversi le cose e io divento trasparenza che può superare ogni limite. Perché il limite è solo immaginato e trasferito alla sfera delle possibilità, mentre quanto è in essere, l'attraversamento non conosce limiti.

Ci provi con le parole e restituire certe emozioni che vengono a visitarti. Per questo il disco si intitola Le beatitudini, perché quando scopri l'esistenza segreta di un mondo più vero e sconfinato di quello che credi il mondo all'interno del quale ti muovi, allora di colpo capisci che non c'è una forma considerabile come limite, ma tutto è semplicemente possibile. In quel momento smetti di essere il depresso storico che l'umanità è riuscita a divenire negli ultimi secoli a partire dalla rivoluzione scientifica, che ha preteso di venderci un mondo fatto solo di materia destinata alla morte. L'incongruenza del pensiero scientifico è un cancro filosofico che ha rovinato le esistenze di troppe persone incapaci di liberarsi da una schiavitù come quella paura della morte. Non si muore, il corpo cambia forma, ma morire non è cosa possibile, mentre il possibile è tutto ciò che non voglia il limite fisico. A tutti noi rimane l'intuizione amorosa per accorgersi di questa esistenza vera e segreta, in quei momenti sentiamo la potenza sprizzare da ogni singola cosa. La morte come fine di ogni cosa è una invenzione di chi ha interessi a controllare per il proprio profitto la felicità degli esseri umani.

 

In Milioni di fiori questa ode alla figura femminile prosegue e si evolve. Musicalmente c'è un alternare di accelerazioni e rallentamenti, quasi fossero degli attacchi e poi delle soste in estasi davanti al mistero insondabile che è la donna. Tra tutti sottolineerei i versi "milioni di api che sciamano in te / cento miliardi in galassie che fremono / in utero, in utero" perché c'è grande poeticità, c'è carnalità, c'è sensualità, c'è quel desiderio che poi e perfettamente espresso nelle quattro invocazioni finali "svelati / sciogliti / apriti / prendimi". Dico bene?

Dici molto bene.

L'immagine “milioni di fiori”, equivale a quella di milioni e milioni di galassie che noi crediamo di poter vedere, ma in realtà possiamo solo intuire; le creazioni floreali sono, nella ricettività potenziale del femminile, altrettanti passaggi a nuovi mondi che a loro volta generano altri mondi. Se si riesce ad intendere la sessualità come soglia di attraversamento, allora tutto diviene disvelato. Ma bisogna lasciarsi portare dall'astronave impalpabile del sentimento interno delle cose, e se pretendiamo di attribuire ruoli ai sessi, abbiamo già spento la magia. Magico è ciò che ci introduce al vero, mentre il contingente è la forma più povera del sentire. Poveri contabili, quanto sono poveri. E questi in coro e con risolino sarcastico mi dicono: caro artista, senza i soldi come fai a fare le tue opere? Al che io rispondo che fuori da spersonalizzanti stime statistiche, che in quanto numeriche sono solo ipotesi che dimenticano l'evento appunto personale, nella realtà del fare, del prendere in mano un pennello, dell'imbracciare una chitarra (presa anche solo in prestito) o di approcciarsi alla tastiera impolverata di un angolo dimenticato, nella poiesi del gesto rappresentativo ed evocativo proprio dell'arte, non esiste misurazione o contabilità. Infatti, se attendessi che complicate formule di tipo finanziario venissero in soccorso del pensiero creativo, questo sarebbe morto, ed io con lui. La creatività se ne infischia dei soldi, ma semmai li può o potrebbe generare. I soldi non generano alcuna intuizione sensibile. Quindi ribadisco, poveri contabili o chiunque si illuda come scorciatoia che il materiale sia condizione fondamentale. Tutta la mia esperienza si fonda sulla disperata volontà di esistere, malgrado tutto e tutti, e questa è sempre partita da un gesto d'arte, non da un gruzzolo.

 

Il disco si chiude con Planetarium, titolo che potrebbe far pensare ad una canzone dedicata al cielo stellato, agli spazi infiniti del cielo notturno, ma in realtà è una dolcissima canzone d'amore in cui chitarre e synth costruiscono un plaid sonoro da brividi, che sembra avvolgere delicatamente i due amanti, come delicatissimi sono anche i versi finali "E non c'è libertà / che basti / Libertà al mio risveglio dentro te". In fondo quale microcosmo è più forte e attraente di quello rappresentato dall'amore di un uomo e una donna? Si può dire che mai come in questo album la donna è la vera protagonista delle tue canzoni?

Il femminile, più che unicamente la donna. Il femminile che è interno a ciascuno di noi, che nasciamo femmine e maschi lo si diventa a volte.

Comunque, sì. Questa canzone, questo Planetarium è un mantello di stelle all'interno del quale si viaggia nella dimensione della scoperta senza limiti, quindi è al tempo stesso un viaggio stellare e anche un ingresso amoroso nel corpo ineffabile della conoscenza. Conoscenza e amore sono la medesima cosa.

Per dirlo, o meglio, per ribadirlo nell'intimità del sentire, avevo bisogno di ridurre ogni singola parola a significati minimi ed intimi, e la musica ad un mantra armonico in cui la melodia viaggiasse come viaggiano i corpi stellari dei due protagonisti che vivono in soggettiva la meraviglia della beatitudine.

Non cercate nelle canzoni il divergere dalle cose che contano, cercate le canzoni che ci favoriscono l'ingresso nel senso delle cose. E avrete contribuito a salvare la musica, e con essa l'umano. Si può farlo anche con estrema leggerezza, ma bisogna abbandonare i binari imposti dal mercato.

O se lo preferite, vivete pure nell'osservazione di ogni ordine imposto, ma sarà solo un mediocre sopravvivere.

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martedì, giugno 02, 2026

Fabularasa: Atlante, un denso e avventuroso viaggio dentro e fuori di sé

di Fabio Antonelli

Il 9 gennaio del 2026 è uscito “Atlante” (Maremmano Records, 2026) il nuovo disco dei Fabularasa, il gruppo musicale italiano originario di Bari, composto da Luca Basso (voce), Vito Ottolino (chitarre), Leopoldo Sebastiani (basso) e Giuseppe Berlen (batteria) ed è stato un graditissimo ritorno, dopo ben tredici anni dal loro secondo album “D’amore e di marea” (Radar Records, 2012). Tredici anni sono tanti, tante cose saranno successe, ecco cosa mi ha raccontato in proposito Luca Basso, leader del gruppo.

Fabularasa - Foto di Giuseppe Ottolino


Dal vostro precedente fortunato album D'amore e di marea che nel 2012 vi portò a un passo dal vincere la Targa Tenco "Miglior album in assoluto" sono passati ben tredici anni, quasi un'era geologica, soprattutto se si pensa alle logiche di un mercato musicale sempre più evanescente, stile usa e getta. In questi tredici anni cosa avete fatto? Soprattutto come siete giunti alla realizzazione di questo vostro terzo album Atlante?

Eh, caro Fabio, tante cose sono accadute in questi anni.

Ricordi bene: già il 2011 era stato un anno importante, con molti concerti, una targa al premio Bindi, un invito a un 'Tenco Ascolta' fino alla partecipazione al Tenco dove, lasciammo un bel segno (tu c’eri). 

L'anno dopo, D’amore e di marea arrivò a un soffio dalla targa per il miglior album accompagnato in cinquina da uno stuolo di segnalazioni e recensioni strabilianti che mischiavano la sorpresa per questo gruppo che sembrava venuto dal nulla a giudizi davvero lusinghieri per canzoni e arrangiamenti, ne seguì un tour estivo con Paul McCandless anche quello molto bello dove mettemmo anche il naso oltre confine. 

Poi tante cose sono accadute nelle nostre vite (nella mia in particolare): vicende, incontri, abbandoni anche dolorosi, cose che si sono prese le nostre energie e il nostro tempo. Siamo stati bravi però a non interrompere mai il filo della musica, siamo sempre rimasti insieme, abbiamo continuato a fare concerti, anche se meno che in passato e quasi tutti nella nostra Puglia. 

Poi un bel giorno è come se fosse stata la musica stessa, passate la nebbia e la confusione, a rimettere in moto la macchina.

Tutto è ripartito nell'agosto del 2024, quando prima di andare in vacanza abbiamo prenotato un paio d'ore in studio. L’obiettivo era fissare due appunti per non dimenticare quello che avevamo fatto fino a quel momento, e invece ci siamo accorti che avevamo in mano qualcosa di urgente che premeva per venire fuori, abbiamo capito che era arrivato il tempo, quella è stata la scintilla. Doveva essere un demo, invece molte cose di quella sessione sono rimaste nel disco.

Delle logiche del mercato musicale, come sai, non ci siamo mai curati: abbiamo sempre seguito il nostro stile senza mai fare calcoli. C'è già troppo brusio in giro, con tanta musica non sempre indispensabile, per aggiungere musica tanto per farla, sapevamo che se avessimo interrotto un silenzio così lungo sarebbe stato solo per l'urgenza e per la necessità di dire qualcosa di importante. Piuttosto quello che ci sorprende ora è scoprire che in tanti ci aspettavano, che in questi anni molti, anche tra gli addetti ai lavori, si chiedevano "Ma che fine hanno fatto i Fabularasa?" È il leitmotiv di tutte le interviste e le presentazioni. In modo del tutto involontario era calata su di noi come una coltre di mistero... (ride).



Personalmente sono sempre molto incuriosito dalle copertine dei dischi e dai titoli, perché in fondo sono il biglietto da visita di un'opera e per questo, credo, molto meditati. Partiamo dal titolo Atlante, mi riporta alla mente raccolte di cartine geografiche lontane nel tempo, oramai cadute in disuso con i vari gprs e quel nostro mondo, ridotto a piccolo seme dentro il becco di un pappagallo mi fa pensare che l'intero mondo è poi poca cosa rispetto all'intero cosmo, siamo noi uomini a crederci padroni del mondo. È un po' così o sono solo mie astrazioni?

Ti ringrazio per la domanda, parliamo sempre molto volentieri della copertina del nostro disco: si tratta del dipinto di Roberto Rizzo, un artista che amiamo molto. 

Roberto è l'autore anche della copertina di D'amore e di marea e per noi è una specie di talismano portafortuna perché le sue copertine hanno il pregio di alimentare discussioni e curiosità.

Per D'amore e di marea fummo noi a chiedergli di poter usare un suo lavoro, mentre per Atlante abbiamo avuto l'onore di un dipinto realizzato proprio per essere la copertina del disco. 

Roberto si muove in un universo che ha una dose di surrealtà, i suoi lavori più potenti sono quelli che mettono in relazione elementi lontani e incoerenti tra loro e questa contraddizione attiva la fantasia di chi guarda. Dunque, nessuna interpretazione è giusta o sbagliata, l'unica cosa certa è il punto di partenza per un viaggio personale.

Atlante, il titano, teneva il mondo sulle spalle, in questo caso il mondo appare piccolo e basta un pappagallo per tenerlo nel becco. Il pappagallo è un invito al racconto, ma anche la metafora dell'ironia, la presunzione di raccontare il mondo intero con la nostra piccola voce.

Poi certo, nell'idea che ha mosso il disco c'è anche quella di una raccolta di mappe, un atlante geografico diciamo, ma questo lo abbiamo realizzato a disco finito, quando ci siamo accorti che attraverso le canzoni avevamo visitato posti lontani, dal Magreb alla Romania, dal Brasile alla Grecia fino al Portogallo, prima ovviamente di fare ritorno a casa.

Una volta ascoltato l'intero disco credo davvero che questo vostro ritorno discografico non sarebbe potuto partire che dal brano Atlante, non tanto perché è il brano che dà il titolo all'intero lavoro ma perché è il manifesto dell'intero vostro progetto, descrivendo quel timore che si ha sempre, quando si va incontro al nuovo, all'inesplorato. Trovo meravigliosi in tal senso i versi "Detto che è scientifica la guida delle navi e sconosciuto è il sogno del poeta / dirò che sono bravo a leggere le stelle, ma poi l'andar per mare e un'altra cosa.". Inoltre, il brano vede due grandi ospiti accompagnarvi in questo avventuroso viaggio, Patrizia Laquidara e Mário Laginha, come è nato questo splendido brano d'apertura?

Sì, Atlante è il brano che riassume il senso del disco, anche se di questo ci siamo accorti a lavoro compiuto. Alcuni tuoi colleghi hanno parlato di una specie di concept album, sicuramente posso dire che è un progetto, nel senso che gli undici episodi del disco sono legati tra loro da un filo artistico e sono tutti nati dalla stessa esigenza. 

Ogni avventura inizia quando si abbandona la propria zona di conforto, e noi avevamo bisogno proprio di questo. Il pezzo è nato mentre entravamo in questo flusso, è stato uno dei primi, è servito a darci una rotta. A pensarci credo che tu abbia ragione, il verso che hai citato può essere la chiave di tutto il lavoro, come dire: prima di partire puoi programmare ogni dettaglio, ma nulla potrà mai evitare l'imprevisto, e l'abilità del navigante si vedrà nella sua capacità di ripensare il viaggio.

Durante la lavorazione di questo disco abbiamo allentato il controllo, abbiamo lasciato le finestre aperte e fatto entrare i rumori di fondo, le voci di chi ci passava, il vento che tirava.

Màrio è da sempre uno dei nostri riferimenti, la voglia di metterci in discussione ci ha spinto a sondare la sua disponibilità a collaborare, con nostra grande gioia i pianeti si sono allineati in modo favorevole ed eccoci qui. Ancora una volta accanto alla convergenza artistica abbiamo scoperto anche una bella affinità umana. In certi casi l’incoscienza e fortuna lavorano insieme.

Con Patrizia invece ci conosciamo da molti anni, ci siamo trovati spesso in giro per l’Italia (anche al Tenco del 2011, se ricordi) sempre ripromettendoci di trovare occasioni per fare qualcosa insieme. L’idea di chiederle di entrare in questa canzone è venuta partendo dal testo e immaginando che potesse riconoscersi in alcune parole. Personalmente mi piace moltissimo come dice “cuore di rosa”. 

Dopo questa canzone manifesto, prima di partire per altri lidi, Radio Bari 44 ci riporta indietro nel tempo proprio al 1944, alla storia di Radio Bari, la radio partigiana che proprio tra la fine del '43 e l'inizio del 44 trasmetteva messaggi in codice per i movimenti partigiani impegnati nella lotta di liberazione dal Fascismo condotta nel Centro e Nord d'Italia e trasmetteva anche, per la prima volta in Italia, musica jazz, guarda caso la base della vostra riuscitissima miscela musicale poi contaminata ed arricchita da sonorità mediterranee e di altri paesi lontani. Con voi, in questo brano, un grande del jazz come il sassofonista Roberto Ottaviano. Quanto credi che la musica possa servire da trait d'union, da linguaggio universale tra popoli magari fra lo geograficamente distanti?  I versi "Sfilano i cappotti dentro al freddo di gennaio, / ma stamattina in teatro lo spettacolo è in platea: / quanti volti, quante storie, quante voci, unica l’idea" mi sembrano espliciti in tal senso, no?

Il verso che citi ricorda il congresso dei CLN che si tenne a Bari nel gennaio del 1944 e che fu raccontato per Radio Bari da Alba de Cespedes, il teatro di cui si parla è il Piccinni. Come altre volte ci è capitato, un fatto storico, in questo caso della nostra Resistenza, può essere un pretesto per parlare del presente.

Il tema che poni è vasto e complesso, in questo momento nel mondo ci sono questioni politiche e interessi economici che impediscono una convivenza pacifica tra diversi e fomentano odio, divisioni e guerre. 

La musica e più in generale l'arte e la cultura possono essere un luogo per incontrarsi e riconoscersi come esseri umani e quindi in questo senso sono sempre "militanti": la West Eastern Divan Orchestra, per fare un esempio, suona Beethoven e Ciaikovsky, ma per la sua sola esistenza trasmette un messaggio di possibile convivenza e di armonia tra persone che, per provenienza e cultura, senza strumenti in mano sarebbero portate a odiarsi. 

La musica, veicolando certi contenuti, può contribuire a smuovere le coscienze e ad aprire "strade nel cuore degli altri", come diceva Fossati, noi stessi, nel nostro piccolo, proviamo a farlo, è vero che tutto può aiutare a creare dialogo e smontare pregiudizi, ma sono gocce nel mare.

Ci si muove in un contesto ideologicamente inquinato che specula sulla paura dell'altro e in un sistema commerciale che, ad esempio, parlando di musica, denigra e sminuisce l'impegno etichettandolo come pedante e seppellendolo sotto una montagna di canzonette leggere e disimpegnate (pensa ad esempio a cosa è diventato il concertone del Primo Maggio). 

Per noi Fabula l'impegno è una condizione esistenziale. Qualche giorno fa il giornalista Paolo Talanca ha scritto che le canzoni devono contenere la realtà, sono molto d'accordo, anzi, vorrei dire che per noi è un comandamento. Basterà? non credo. Servirà? Lo spero, magari anche solo un po'. 

Fabularasa dal vivo con Mário Laginha


Con la terza traccia Beniamina ci portate verso l'Africa ma, forse, sarebbe meglio dire che è l'Africa a raggiungere noi, perché la canzone ci racconta attraverso poetici versi e sonorità africane una storia vera, quella di una donna africana abusata in un campo di detenzione in Libia che appena giunta in Italia (a Bari per la precisione) dà alla luce una bambina cui sarà dato il nome Beniamina e che, grazie a un’adozione, oggi è cittadina italiana. I versi "Anima leggera, vieni per predire l’avvenire, / vieni a raccontarci del futuro che se ci pensi s’intravede già." mi hanno fatto tornare alla mente i pasoliniani versi di Profezia (Alì dagli occhi azzurri), problematiche sempre attuali che solo chi vuole voltarsi egoisticamente dall'altra parte può ignorare, sei d'accordo?

Guarda, fai un paragone che mi lusinga, citi un testo che amo molto e che mi è capitato di leggere in pubblico alcune volte. Il senso (si parva licet) è proprio quello.

Ho una lunga esperienza diretta nel mondo dell'inclusione e dell'intercultura e sono davvero convinto che questi nuovi italiani, con il loro bagaglio di energia vitale e determinazione, siano una concreta possibilità di salvezza per il nostro Paese.

La canzone, come dicevi, racconta una storia vera e terribile che mi è capitato di incontrare e che mi ha segnato profondamente, ho provato a raccontarla con pudore, ma senza reticenze. Ne è venuta fuori una canzone in puro stile Fabularasa, con la parte musicale che partecipa al racconto; chitarra e basso richiamano strumenti africani come la kalimba e il balafon e il ritmo è quello di una danza africana.

In questo video una versione live in un concerto con Mário Laginha.


La successiva Il mare che noi siamo, è una densa di riferimenti artistici e politici, da Cutro teatro del tragico naufragio migratorio del 2023 a Ellis Island dove gli immigrati venivano sottoposti a un'ispezione medica e alla verifica del possesso dei requisiti per stabilirsi negli Stati Uniti e poi ancora Valona (Vlora in albanese) la nave che nel 1991 sbarcò a Bari, in un solo colpo, 20000 migranti e Marcinelle nella cui miniera morirono 262 minatori di cui 136 italiani. Una canzone che ci parla ancora dell'indifferenza "Erode uccide ancora gli innocenti bombardando scuole ed ospedali. / Brucia tutt'intorno al tuo giardino e a malapena annusi il fumo, / e tu nemmeno senti il fumo.". Quale è la via per recuperare la sensibilità perduta? Per riappropriarci della nostra umanità?

Trovo ingiustificabili il fischiettare vago e la balbuzie dell’Europa davanti al genocidio, trovo insopportabile l’ipocrisia italiana nel raccontare i corpi in mare come fossero morti per caso, mentre invece sono vittime di politiche colpevoli attuate con la complicità di dittatori criminali, trovo incredibili questo endemico razzismo e questo drammatico deficit di empatia in un popolo come il nostro che del razzismo e delle discriminazioni è stato vittima per decenni e che ha vissuto il dramma della morte per immigrazione in tante famiglie, trovo inspiegabile l'indifferenza di tanti davanti a un male così vicino.

Questa canzone nasce dalla rabbia e dall’indignazione per tutto questo. Leopoldo, che ha scritto con me la musica, ha pensato a un’armonia e a un andamento che favorissero il racconto.

Credo che l’unico modo per invertire questa corsa verso il baratro sia recuperare un sentimento collettivo, recuperare l’empatia col mondo, smettere di vederci come goccia e provare a essere parte del mare.

Con Apologia di un formidabile cazzeggiatore, però, hai voluto guardare soprattutto te stesso, come volessi realizzare un autoritratto e forse cercando anche un po' di leggerezza e di ironia dopo tanta rabbia. Ascoltandola con molta attenzione appare più una sorta di ricerca di una via di fuga da questo mondo così opprimente "Dategli quello che vuole, dategli un giorno di sole, / il sorriso improvviso di una donna, l’amicizia imprevista di un bambino / e un pensiero al profumo di mandarino" per poi però ricadere però nelle solite abitudini "Ma non c’è niente da fare, è un animale fatto così / e dici: “Cosa darei per essere lui”. Cantata in terza persona assume un carattere universale non trovi? Meraviglioso poi il finale di solo pianoforte suonato ancora una volta da Mário Laginha.

È pezzo leggero e divertente, ma con un doppio fondo di complessità. Sì, sicuramente quando ho iniziato a scriverlo sono partito da elementi autobiografici, ma se fosse stato solo un fatto “privato” lo avrei tenuto per me; invece è diventato una canzone dei Fabula perché parlandone con gli altri abbiamo trovato che raccontasse qualcosa se non di universale almeno di più vasto rispetto alla sfera personale.

Secondo il mio maestro Franco Cassano, il sociologo del “pensiero meridiano”, il cazzeggio ha una sua nobiltà: il cazzeggio è il luogo dell’osservazione, della meditazione, dell’incontro con l’ispirazione, il cuore della canzone è questo.

Potrei dire che è un invito a cercare una dimensione più umana, a non arrendersi a un modello che ci vuole incasellati e imprigionati dentro un sistema di valori che fomenta la competizione continua. È un invito a uscire dalla fila e a trovare un punto alternativo da cui guardare il mondo.

Il pezzo si chiude con un meraviglioso assolo di Mário, che attraversa con leggerezza cento stili diversi in pochi secondi. Gli avevamo chiesto di chiudere il brano con un “cazzeggio”, è stato difficile tradurre il concetto in portoghese, ma a quanto pare siamo riusciti a farci capire…

Il brano a metà track list, come da vostra tradizione, è dedicato all'amata Puglia. Nel disco d'esordio omaggiaste Domenico Modugno, affrontando uno dei suoi cavalli di battaglia, ossia Vecchio frac. Nel secondo album affrontaste Siciliana, un'aria tratta da Cavalleria Rusticana che Mascagni compose proprio negli anni trascorsi a Cerignola ed ora è la volta di un omaggio ad un altro vostro conterraneo, Enzo del Re. Dal suo vasto repertorio avete scelto Io e la mia sedia, uno dei suoi canti più duri e di denuncia contro la pena di morte. L'avete eseguito solo voce e batteria suonata con le mani, per riprendere lo stile di Enzo del Re quando si accompagnava percuotendo una sedia con le mani, ottenendo delle sonorità che rimandano all'Africa, Credo che scelta sia mai stata azzeccata, soprattutto alla luce della recente introduzione della pena di morte per i cittadini palestinesi in Israele, no?

Secondo Amnesty oggi la pena di morte è ancora in vigore in più di 50 i paesi. Iran e Stati Uniti sono tra le nazioni con più esecuzioni e, come dicevi, recentemente Israele ha approvato la pena di morte per i Palestinesi "sospettati" di terrorismo. Per noi cittadini del Mediterraneo, nati nel paese di Cesare Beccaria, si tratta di un'autentica barbarie. Enzo aveva fatto della critica alla pena capitale una delle sue principali battaglie.

Enzo è nato e ha vissuto a Mola di Bari, città del nostro batterista e in cui anche io ho abitato per alcuni anni. Il suo modo di fare arte, di suonare, cantare, raccontare, ma soprattutto, il suo modo di affrontare la vita senza cedere a compromessi restano per noi un'ispirazione, un riferimento morale. Un modello non semplice da imitare, ma ci proviamo.

Fabularasa - Foto di Giuseppe Ottolino


In un disco denso, politico e sociale, può esserci spazio anche per una canzone d'amore come Scatole chiuse a chiave, ma nulla di melenso o di romantico, c'è piuttosto un cantare le conseguenze, spesso imprevedibili, crudeli dell'amore, direi descritte perfettamente dai versi iniziali "Due scatole chiuse a chiave contengono ognuna la chiave dell’altra; / seduti ai due poli del mondo ci diamo la schiena. / Sciarada, un movimento orizzontale di pensiero: sembra facile, ma non ne vieni a capo.". Un pezzo molto bello, con ampio spazio alla musica e agli assoli, gioia per i live. È vero l'amore è difficile, complicato, spesso porta solo sofferenza, però credo sia un rompicapo che valga sempre la pena affrontare, sei d'accordo?

Certo che sì, un maestro diceva: "è stato meglio lasciarsi che non esserci mai incontrati".

Questo è l'unico pezzo sopravvissuto al nostro periodo di silenzio: era pronto già a ridosso di D'amore e di marea, qui lo abbiamo sistemato e aggiornato dando spazio alla nostra voglia di suonare.

Mi ha sorpreso come tante persone si siano riconosciute proprio nel verso che citavi: un piccolo rompicapo innocente che però a quanto pare descrive la condizione di tante relazioni sentimentali, concluse o magari impossibili, ma che tuttavia mantengono un legame invisibile e duro a spezzarsi.

Con Canzone per una stanza vuota si canta di Bari, ma è un ritorno pregno di amarezza perché la canzone è dedicata a Pinuccio e Lella Fazio, i genitori di Michele Fazio il ragazzo che il 12 luglio del 2001 rimase ucciso per errore in una regolazione di conti tra le famiglie Capriati e Strisciuglio. Trovo meravigliosi i versi conclusivi "L’aria di maggio avvolge i vicoli di Bari questa sera. / Qui siamo nati e qui dobbiamo rimanere e qui ci troverà chi ci verrà a cercare." perché più che esprimere rassegnazione esprimono, invece, un fortissimo legame alle proprie radici, un implicito impegno di combattere per cambiare il male che pervade quelle terre, in realtà meravigliose. Credo sia anche il messaggio che volete trarre dalla loro lunga lotta per ottenere giustizia, vero?

Pinuccio è un nostro amico, il modo con cui lui e Lella sono riusciti a sopravvivere al dolore più grande che può toccare a un genitore è sempre stato per noi motivo di vera ammirazione. Maggio è un mese importante per Bari, perché è il mese di San Nicola, ma qui è sinonimo di primavera, di nuova stagione, di cambiamento. Quella che citi è una frase che Lella e Pinuccio ripetono spesso, come a dire che chi vorrà impegnarsi per la legalità troverà sempre in casa Fazio un presidio. Questa canzone – che abbiamo scritto con Marcello Colaninno, nostro collaboratore da tanti anni - è il nostro modo per ribadire loro la nostra gratitudine e il nostro affetto.

Cintillir è una canzone cantata in rumeno, ispirata alla poesia Pentru bani di Daniel Tomescu, un poeta e mediatore culturale barese di adozione. Il testo, fortunatamente è presente anche la traduzione, racconta le peripezie di un migrante rumeno alla ricerca di un semaforo dove mettersi a chiedere qualche moneta per poter sopravvivere, ma invece incontra ostacoli su ostacoli in una triste guerra tra poveri. Mi ha portato alla mente l'ultimo film di Ken Loach The Old Oak, che ho appena visto su RaiPlay. È proprio vero che tutto il male della povertà finisce per ricadere sempre e solo sui poveri. Attualissimo quel verso conclusivo "Dar de ce mama ? Doar sunt italian.” (Ma perché mamma? Dopotutto sono italiano), in un'Italia dove purtroppo ci sono ancora tanti italiani considerati di serie b. Si può ancora sperare in un futuro migliore?

Nella nostra ricerca intorno alla forma canzone ci siamo trovati a cantare in una lingua che non conosciamo. Quando ho sentito Daniel recitare per la prima volta la sua poesia, oltre ad averla trovata bellissima e potente, ho trovato che avesse un ritmo e una musicalità che la traduzione in italiano non riusciva a restituire. Allora ho pensato che fosse l'occasione per sperimentare il senso di soggezione che tanti stranieri provano nel cimentarsi con la nostra lingua, e così, con l'aiuto di un'amica rumena, mi sono avventurato. Franco Cassano, ancora lui, lo avrebbe definito un “esercizio di approssimazione all'altro".

La pulsazione elettrica e serrata dell'inizio ricorda il traffico caotico di un centro cittadino all'ora di punta, tra clacson e colpi di acceleratore, i suoni lunghi del finale rimandano alla calma della sera, per poi al mattino seguente tornare nel caos.

Un'altra storia trovata nella nostra città, uguale a tante in tutto il mondo, a cui abbiamo voluto dare musica. 

"Una strada fatta cantando è una strada libera, cumuli di rondini piegano sull’acqua. / Il motore suona leggero, dove mai mi porterà? Nuvole pagane solcano la notte.", sono davvero meravigliosi questi versi che aprono Itaca. Mi sembra si inseriscano perfettamente nel vostro mondo poetico. Non so come sia nata questa canzone scritta e musicata dal cantautore milanese Claudio Sanfilippo, ma sembra scritta apposta per un vostro disco, non ti sembra?  Inoltre, quella comparsa di archi dona ulteriore grazia a questo bellissimo pezzo, com'è nata questa collaborazione artistica?

In questo album fatto di esplorazioni oltre confine ci stava anche la sfida di cimentarsi con un inedito composto da un'altra penna, dunque non una storia e un suono conosciuti, ma qualcosa di completamente nuovo. Sanfi è un cantautore straordinario per intelligenza, gusto, cultura e sensibilità, l'idea di collaborare era nata con una telefonata alcuni anni fa: chiacchierando mi aveva raccontato di avere questa canzone nel cassetto, quando con gli altri l'abbiamo ascoltata ci è sembrato davvero un delitto che nessuno la conoscesse.

Claudio ha apprezzato molto la nostra versione e ci ha autorizzato a metterla su disco.

Nella tracklist ha il compito di riportare la barca in porto, di accompagnare chi ascolta verso la fine del viaggio. L'idea di inserire archi e contrappunto di violino è di Leopoldo, un’altra sonorità nuova per i Fabularasa.

Hai parlato, giustamente, di questo vostro nuovo disco come di un viaggio, aggiungerei io a volte avventuroso e rischioso come quando si è in mare aperto e, credo, che l'ultima traccia La sabbia e l'oro, solo voce e il pianoforte magico di Mário Laginha sia il degno suggello di un lavoro così bello e allo stesso tempo ardito. Quei versi ripetuti "Sì, la clessidra fa il suo lavoro, ma la sabbia che ancora rimane, / quella sabbia trasformala in oro." li definirei "uno sguardo dritto e aperto nel futuro" per dirla alla Bertoli, che di questi tempi è un bel segno di speranza. È così?

Come ti dicevo, per questo disco abbiamo lavorato molto intensamente e con grande coinvolgimento emotivo: abbiamo cercato sfide nuove, chiamato per nome i nostri fantasmi, messo le dita nelle ferite e fatto i conti con i nostri limiti. Abbiamo voluto che tutto questo suonasse nitido e leggibile, fino all’ultima nota, e per farlo abbiamo consumato tutto quello che avevamo, arrivando in porto stremati e con la stiva completamente vuota.

Ma ecco, quando pensavamo di aver finito, nell’ultima ora di registrazione, come un piccolo miracolo inatteso, arriva questo magnifico regalo di Mário. L’ennesimo, splendido imprevisto a pochi metri dal traguardo. È stato come sentire di nuovo la nostalgia del mare.

Con Giuseppe - che ha scritto il brano - e con gli altri ci siamo chiesti cosa fare di questa musica, se sovraincidere qualcosa, se inserire dei suoni, poi abbiamo capito che il pezzo non aveva bisogno di altro e che sarebbe entrato nel disco così com’era.

Ho scritto un testo molto breve che risuonasse con il pianoforte. Pochissime parole che esprimessero quel sentimento: il tempo passa, la sabbia diminuisce, ma proprio per questo è importante far tesoro di quello che ci rimane.

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