Dopo la
parentesi del Covid Mauro Ermanno Giovanardi non è certo rimasto con le mani in
mano in questi ultimi due anni, perché nel 2024 è stato protagonista, con
Cesare Malfatti, dell’attesissima reunion dei La Crus con la pubblicazione di Proteggimi
da ciò che voglio (2024, Mescal) cui è seguita una tournée per i trent’anni
dal loro esordio. Contemporaneamente Giovanardi è stato oggetto del
documentario Jesus loves the fools con la regia di Filippo
D’Angelo, Dimitris Statiris e dello stesso Giovanardi, in cui è narrata la
nascita dei Carnival of fools, gruppo rock nato sul finire gli anni ’80 a
Milano per iniziativa di Giovanardi. Ne sono nati dei concerti di presentazione
in cui Giovanardi è stato accompagnato musicalmente dal chitarrista Marco
Carusino.
Prima di tutto
ciò, in mezzo e dopo, ha visto piano piano la luce il suo nuovo disco solista E
poi scegliere con cura le parole (2026, Universal) dopo nove anni dall’ultimo
disco di inediti. Un tempo lungo, necessario, che si avverte in ogni passaggio
di questo lavoro pensato, riflettuto, pazientemente costruito. Non un ritorno
qualsiasi, ma un disco che suona come una presa di posizione artistica e umana,
in controtendenza rispetto al rumore costante che ci circonda.
Giovanardi non
rincorre il presente, lo osserva. Non lo giudica dall’alto, lo attraversa. E
soprattutto lo racconta con uno strumento che oggi sembra sempre più fragile e
marginale: la parola scelta, soppesata, pronunciata con cura. Il titolo
dell’album non è dunque un vezzo poetico, ma una vera dichiarazione d’intenti.
Stessa cosa la
copertina, tanto curata, quanto essenziale, in cui Mauro Ermanno Giovanardi
sembra camminare in bilico sospeso lungo un fascio di luce, è quasi
fumettistica, ma non riporta alcun testo, neppure il titolo del disco, quasi a
voler riservare alle parole contenute, scelte, soppesate con cura nel disco
tutta l’attenzione che meritano.
Il disco si
apre con Il buio nella pelle, brano che assume immediatamente il
valore di manifesto. È una canzone che racconta una disillusione profonda, il
sentirsi fuori posto in un mondo dove i parametri sembrano cambiati, dove il
valore della scrittura e delle emozioni viene spesso oscurato dall’apparenza. Versi
come “Se oramai vale più un post / che saper scrivere canzoni / e una foto
anche se figa / vale più delle emozioni /questo posto non è il mio / non è
quello che volevano / non è quello che sognavo / non è quello in cui credevo” evocano
lo smarrimento di una generazione che aveva immaginato altro, e che oggi fatica
a riconoscersi nel presente. Musicalmente l’incedere è misurato, elegante,
perfettamente funzionale a una voce che entra in punta di piedi ma lascia il
segno.
Veloce cambia
andamento ma non profondità. Qui il tema è la frenesia, la corsa continua che
caratterizza la nostra epoca: tutto accade in fretta, tutto deve essere
immediato, anche a costo di perdere senso. Il ritmo più sostenuto e
l’elettronica discreta restituiscono efficacemente questa sensazione di
accelerazione costante, senza mai sacrificare la chiarezza del racconto.
Con La
coscienza della mia generazione si entra nel cuore emotivo dell’album.
È uno dei brani più intensi e riusciti dell’intero lavoro, un bilancio
lucidissimo di una generazione sospesa, privata di riferimenti solidi, incapace
di trasmettere certezze. Giovanardi riesce a essere personale senza mai
diventare autoreferenziale, trasformando una riflessione intima in una
fotografia collettiva.
Anni zero guarda al
passato, ma lo fa senza nostalgia compiaciuta. È piuttosto una canzone sul
passaggio del tempo, sulle trasformazioni personali e culturali, sul ruolo che
la musica ha avuto come bussola emotiva in quegli anni. Bellissimo l’incipit
“Caterina nel silenzio della stanza / pensando che nessuno sentirà / mette un
disco del Velluto Sotterraneo / chiude gli occhi sul sofà / lei sa che a certi
incroci della vita / travestito da canzone di anni fa / a sorpresa spunta un
diavolo sottile / che ti porta ad altre età”. Il pianoforte accompagna il
racconto con delicatezza, creando uno spazio di memoria che non indulge nel
rimpianto.
Il tradimento
è al centro di Amore Giuda, affrontato in senso ampio: affettivo,
esistenziale, morale. Il riferimento simbolico è forte, ma il brano resta
contenuto, misurato, mai enfatico. Ritmicamente è molto bello, così come quei
cori un po’ funky che fanno da contraltare al canto di Giovanardi.
A fare da
contrappunto arriva Di struggente amore, che restituisce
all’amore una funzione quasi salvifica: fragile, imperfetta, ma necessaria per
continuare a stare al mondo “Ho bisogno di te / e della tua presenza / ho
bisogno di te / del poco peso che dai / alla mia incoscienza”.
Con Fermami
emerge una richiesta esplicita, quasi una supplica: il desiderio di essere
trattenuti, di rallentare prima di smarrirsi del tutto. Il crescendo emotivo
del brano accompagna questa tensione interiore senza forzature. Una delle più
intimiste e cucite sulla pelle di Giovanardi.
Per cantare
più forte riflette invece sul ruolo stesso della musica e della
voce: cantare come gesto di resistenza, come tentativo di affermarsi in mezzo a
un rumore di fondo sempre più assordante. È uno dei brani più consapevolmente
“meta” del disco, e proprio per questo tra i più emblematici. Salvifici i versi
“Voglio aprire le braccia / per cantare più forte / per ingannare la morte / e
sentirmi più vivo”.La musica come cura
contro la morte.
Il numero che
viene dopo è una canzone sull’attesa e sull’incertezza, sul non
sapere cosa verrà ma continuare comunque ad andare avanti. Il “numero
successivo” diventa metafora di un futuro indefinito, mai completamente
leggibile, ma inevitabile. Ancora una volta di grande impatto l’inizio della
canzone “In quale tasca hai messo / il tuo orgoglio uomo / lo hai lasciato
andare via col tempo / in quale tasca hai messo / il tuo nome nuovo / sei
soltanto il numero che viene dopo”.
Con Un
errore Giovanardi affronta uno dei nuclei concettuali più profondi del
disco: l’accettazione della propria imperfezione. L’errore non come fallimento,
ma come condizione dell’esistere, come parte integrante del percorso umano. La
canzone colpisce per spoglia sincerità “io sono un / sono un errore / io sono
un graffio sulla pelle / ancora nulla cambia eppure / quest’ora no non ha
sorelle”.
Non credo nei
miracoli riafferma una disillusione lucida, mai cinica. Qui non
c’è rassegnazione, piuttosto la consapevolezza che le salvezze, se esistono,
passano dalle relazioni, dalle scelte quotidiane, non da interventi esterni.
Ogni voglia di
noi due riporta al centro il rapporto, lo spazio intimo
condiviso come ultimo luogo di resistenza possibile. È una canzone raccolta,
quasi una pausa necessaria prima della chiusura. Forse l’unica canzone d’amore
vera e propria del disco ma si fa valere “Apro piano le tue labbra / e le
affogo nelle mie / sei la schiuma ed io la sabbia / io le rime tu le poesie /
tu sei l’estasi ed io il male / a cui dici sempre sì”.
Il disco si
conclude con Ha ragione Schopenhauer, titolo che potrebbe far
pensare a un esercizio intellettuale e che invece si rivela una chiusura
ironica e amara al tempo stesso. Il riferimento filosofico diventa uno
strumento per leggere il disincanto contemporaneo, senza mai appesantire il
racconto. Dentro i versi “Con lo stomaco che urla / io non riesco a respirare /
io mi sento così perso / e non so dove andare / l’inquietudine che sale / e
l’insonnia che stordisce” c’è tutto il mondo di Giovanardi.
Dal punto di
vista musicale E poi scegliere con cura le parole è un lavoro
cesellato con attenzione estrema. Gli arrangiamenti sono sobri, mai ridondanti,
sempre funzionali alla voce, vero centro emotivo del progetto. Fondamentale il
lavoro collettivo sui testi: le diverse penne coinvolte Francesco Bianconi,
Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope e Anastasi, non spezzano
l’unità narrativa, ma la rafforzano, segno di una direzione artistica chiara e
condivisa.
In definitiva
siamo di fronte a un disco maturo, profondo, coerente. Un album che non cerca
l’impatto immediato ma la durata, che non urla ma resta. Mauro Ermanno
Giovanardi firma uno dei lavori più completi e significativi della sua carriera
solista, ricordandoci che oggi, forse più che mai, scegliere con cura le parole
è un atto necessario.
Mauro Ermanno Giovanardi – E poi
scegliere con cura le parole
Proprio nella settimana del
Festival di Sanremo, ho voluto intervistare un’artista come Gerardo Balestrieri,
napoletano d’origine ma veneziano d’adozione, che ha realizzato, pubblicato e
distribuito solo su supporto fisico per scelta il disco “Canzoni di rabbia e di
guerra” (Autoprodotto/Ird, 2025), un disco che non avrebbe voluto scrivere perché
come ha scritto lui stesso “vorrei cantare l'allegria, la festa e l'abbondanza.
E invece non è tempo”. Un disco necessario, aggiungo io.
Sono solito cominciare dalla
copertina di un disco, ma questa volta il libretto, che poi libretto non è, ma
è un foglio ripiegato in stile macchina da scrivere, mi ha colpito per due
motivi, la citazione "Aveva attraversato la soglia mentre io ritiravo il
mio piede esitante" tratta da Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e
quell’incipit nella nota introduttiva "Un disco di canzoni che non avrei
voluto scrivere". Immagino un contrasto tra l'urgenza dolorosa di scrivere
queste canzoni e il desiderio di parlare d'altro... è così?
Sì, è stato un disco che non
volevo scrivere. Perché mi piacerebbe sempre cantare e suonare la festa e l’abbondanza.
E, invece, questo tempo esige altro. E ho scritto della devastazione di questi
anni. Il libretto, come il cd, evidenziano l'autoproduzione. L'incipit è un
omaggio a Conrad e all' orrore. Quella parola pronunciata da Kurtz al termine
del suo viaggio.
A questo punto torniamo pure
alla copertina, che è estremamente sobria, realizzata in cartonato, in cui su
un fondo che definirei creme sporco in alto troviamo il titolo Canzoni
di rabbia e di guerra, in basso l'autore Gerardo Balestrieri. Non credo che
la scelta sia stata dettata tanto da motivi economici, ma da motivi artistici
quasi a voler sottolineare che in questo disco non c'è spazio né per il
divertimento né per inutili fronzoli. È così?
Esattamente, anche se comunque
non c'era budget per pagare un fotografo o un grafico. Ho scelto questo sfondo
bianco sporco proprio per dar risalto al fatto che appunto non è tutto candido
quel che appare. Poi il carattere l’ho scelto sempre affine e infine per un
errore nell'inviare la copertina in stampa, mi è arrivato il cd senza il mio
nome. Ho dovuto richiedere un timbro e ho timbrato tutte le copie del disco a
mano.
Ed eccoci alla prima delle
otto tracce che compongono la tracklist, si intitola 50 mila morti ed è
un pezzo decisamente rock, molto teso, con versi molto forti "Morti tanti
tu non puoi immaginare / morti ridotti in cenere / morti di fame schiacciati
dai viveri" ad evidenziare le tante contraddizioni di ogni guerra tanto da
concludere il brano così "Morti morti 50 mila morti / mentre intorno
tutto tace / è un deserto di morti / e la chiameranno pace".
Com'è nata? È stata anche la prima canzone che hai scritto o l'inserirla come
prima è stata solo una scelta artistica?
50 mila morti è stata la
prima canzone che ho scritto. E l’ho composta pensando a Pierpaolo Capovilla,
alla sua voce, alla sua tempra e sensibilità. Gli ho fatto ascoltare un
provino, gli è piaciuta, ha aggiunto qualcosa nel testo e poi l’ha incisa. Ho
pensato a una musica che potesse essere affine ad entrambi...
E mi è sembrata anche perfetta come prima canzone del disco stesso.
Parlare della seconda canzone
del disco, ossia Festival proprio in questa settimana in cui
c'è Sanremo fa un certo effetto, sembra studiata apposta. In questa canzone
ipotizzi la possibilità di essere un giorno su quel palco dove per altro sei
già stato "ma era un'altra rassegna era un altro spessore / era un'altra
storia... era la mia / era un'altra stagione". Credo che tu e il Festival
di Sanremo siate incompatibili e credo sia un vanto, che dici?
Non so, mi piacerebbe anche
andare al Festival ma non so se reggerei tutta l’esposizione mediatica a cui anche
i cantautori sono soggetti. Stilisti, prove degli abiti, i reels, i tik tok, la
scala...e tutta una serie di cose che non c’entrano nulla con la canzone. Il
tutto prima, durante e dopo la kermesse...Questa canzone parla proprio di
questo e del ricordo di aver suonato all' Ariston qualche volta in occasione
del Tenco.
Il barrito di un elefante e un’armonica
a bocca ci introducono nello splendido blues Kurtz, ispirato a
Walter E. Kurtz personaggio immaginario presente nel film Apocalypse Now
di Francis Ford Coppola, liberamente tratto da Cuore di tenebra di
Joseph Conrad, uno dei film più angoscianti sull'orrore della guerra del
Vietnam. Qui è immaginato un dialogo tra Kurtz e il capitano Willard ma come
ben scrivi "A coloro che non sanno che significa l'orrore / è difficile
spiegarlo e trovarne le parole". Mi ricordo di essere rimasto a lungo
impressionato dopo la visione di quel film e lo stesso disturbo l'ho provato
nell'ascoltare i versi di questa canzone. Obiettivo centrato?
Me lo auguro. Il brano Kurtz
vuole essere la sintesi dell’orrore contenuto in questo disco. Come lo è il
personaggio letterario e cinematografico. Il testo si ispira al monologo di
Marlon Brando. Ho rivisto il film diverse volte mentre arrangiavo la canzone ed
è venuto fuori alla fine un blues che scorre tra il Congo e la Cambogia.
Su una musica orientaleggiante
si sviluppa, invece, la successiva Neanche una parola in occidente,
lucida denuncia dell'indifferenza dell'occidente, l'assenza di condanne, di un
"pensiero per fermare la devastazione / la fine mirata di un popolo solo /
lo sterminio di vittime innocenti". Più attuale e urgente di così...
eppure a prevalere è ancora l'assenza di una ferma condanna a tante atrocità. È
ciò che ci fa sentire inermi quanto le vittime dirette?
È quello che ci rende immobili
dinanzi alle macerie. Paralizzati nel nostro confortevole mondo, abbiamo modo
di leggere guardare ascoltare tante nefandezze, senza nessuna risposta.
Meravigliosa, sia musicalmente
sia dal punto di vista del testo, è Chissà, una canzone in cui
attraverso una musica suadente ed avvolgente cerchi di immedesimarti, invece,
nei carnefici e nelle vittime di orrori di guerra. Bertoli in Leggenda
antica cantava "credo che la fame sia un debole pensiero per chi
l'ha avuta solo nelle orecchie" e penso che in fondo sia così come dici
anche tu, incapace di comprendere, chiedendoti nei versi finali "Chissà
come si fa a tessere la tela del ragno / ad inchiodare qualcuno su una
croce di legno / ad accorgersi poi di aver preso per sbaglio / l'ospedale
civile per un tiro a segno"... Io spesso resto sgomento a incapace di
capire, non so tu... Può una canzone consolarci di fronte a tanta
irrazionalità?
Questa canzone presentata nei
concerti ha scosso e scuote parecchie persone. Credo inevitabilmente, per le
parole e quanto più per le argomentazioni trattate. È un testo crudo, lavorato
e pensato per essere una canzone ma allo stesso tempo è molto diretto. È stato
un brano immediato anche negli assoli e nelle armonie. Ho improvvisato in preproduzione
con una tastierina. Son rimasti gli stessi assoli, suonati nel disco dalle
chitarre e dal synth. Tutto l’album è stato scritto in tre notti, testi armonie
e melodie. Poi con calma, in tre mesi lo abbiamo registrato e ne abbiamo curato
la produzione artistica con Carlo Di Gennaro.
A ritmo di valzer hai
scritto La paura, inserendo anche dei cori, la
paura è davvero una brutta bestia capace di smuovere gli istinti peggiori.
Personalmente trovo stupendo il verso "Chi ci sovrasta di incubi e
non sa più sognare / è di solito un vecchio che non vuole lasciare", mi
sembra descrivere perfettamente l'attuale presidente degli Stati Uniti. Non so
se avessi in mente lui nello scriverlo però trovo suggestiva questa
ipotesi, che ne pensi?
Mi sa che quando ho scritto
questo verso c'era uno ancora più vecchio alla Casa Bianca. È applicabile a
chiunque si senta il "vecchio" della situazione. Quello che non vuole
lasciare. A volte si è vecchi a trent' anni e già abbastanza ricchi e potenti
da non voler mollare l’osso seppur ben sazi. È una canzone sulla paura, su chi è
trascinato in guerra e non ci vuole andare. È dedicata a tutti i disertori di
questi decenni malsani.
"Si fa presto a suonare
un flamenco / se non si hanno le dita mozzate / a calciare un rigore
sbilenco / se le gambe te le hanno spezzate" sono versi della
canzone Si fa presto a cantare d'amore, in cui c'è anche un
bellissimo violoncello. Direi che si fa presto a sputare sentenze seduti su un
comodo divano, bisognerebbe sempre cercare di immedesimarsi in chi soffre prima
di giudicare con superficialità. In questo disco "urgente" non c'è
proprio spazio per parlare di cuore e amore o sbaglio?
In questo album non c' è tanto
spazio per cuoricini e faccine sorridenti. Si fa presto a cantare d'amore se
non si ha altro da dire o da pensare. In questo caso mi è sembrato più
opportuno cantare quel che fa riflettere intorno alla devastazione, alla morte
sul lavoro, alle donne ammazzate ogni giorno. Alla paralisi di chi corre tutto
il giorno e poi scappa e chiude la porta della sua stanza al mondo.
Ed ecco così giunti al brano
che chiude il disco, si intitola semplicemente Mare, ma racchiude dentro
di sé un oceano di poesia, dolente poesia, accompagnata da una altrettanto dolente
melodia, una umanissima preghiera, meravigliosa. Toccanti i versi
"Mare mare amato mio fratello è annegato / e adesso sta quaggiù / mare
scuro profondo i miei amici sono a fondo / aiutali tu". Come mai hai
scelto di non cantare tu in prima persona questo testo? Finito l'ascolto del
brano resta nel cuore una grande amarezza e, soprattutto, la sensazione che
dovremmo e potremmo fare molto di più per evitare queste continue tragedie, sei
d'accordo?
Per quest' ultimo brano del disco
ho pensato subito a Filomena D' Andrea una delle voci più belle di questi
ultimi decenni, secondo me. Filomena ha cantato anche in Neanche una parola
in occidente e in La paura. La voce e la persona più vicine a quel
che stavo cercando. Mare è un brano che nella sua tragedia lascia un
filo di speranza. Come chiusura del disco e come messaggio finale.
Fra guerra
e pace, la vita di ogni giorno continua.
di Fabio Antonelli
Lo scorso 6 dicembre per
l’etichetta Jazzhouse Records di Friburgo è uscito Fra guerra e pace
che, se non ho sbagliato a contare, è il venticinquesimo album di Pippo
Pollina, ultimo di un lungo percorso musicale nato nel lontano 1987 con il suo
primo disco Aspettando che sia mattino.
Venticinque
album in trentotto anni di carriera sono un bottino considerevole e magari ci si
potrebbe aspettare un calo fisiologico di creatività, invece, questo nuovo
capitolo musicale è forse uno dei migliori in assoluto della sua lunga carriera
musicale, un disco fortemente voluto, politico, con una impellente voglia di
continuare a dire la propria in un momento come questo in cui “La guerra è una
dimensione dalla quale l’uomo non si è mai staccato veramente. Quel luogo dove
la distruzione e lo sterminio familiarizzano con le altre vicende della vita.
Con l’amore, con le nascite, con la fame o la sete.” come si evince per parola
dello stesso Pollina, dal cospicuo libretto che accompagna il disco.
Disco
che si presenta con un ottimo package in cartonato che include il libretto vero
e proprio e la custodia sempre in cartonato e plastica del cd, con una
copertina costituita da una foto di una band proveniente da tempi lontani,
leggo poi dal libretto essere una foto gentilmente concessa a Pollina dalla
famiglia Avvento di Camporeale.
Ma
veniamo alle tracce del disco. Vigolais, il brano di apertura, pieno di
lirismo, toccante, delicato, splendidamente arrangiato, è dedicato a Chasper
Bardill, figlio del noto cantautore svizzero Linard Bardill, tragicamente
scomparso il 24 maggio 2025 all'età di 38 anni a causa di un incidente in
montagna, vittima di una valanga sul Rimpfischhorn, sopra Zermatt, nel Canton
Vallese. È cantato in modo autobiografico, in prima persona, esprimendo quel
desiderio della vittima di un ultimo saluto, un ultimo abbraccio reso
impossibile dall’improvvisa dipartita, toccanti i versi “Ed abbracciarvi / tutto
d’un fiato / questo sì, adesso sì. / Senza parole / nel verde di un prato, / proprio
così. / E non ci sarà vento / quella sera di maggio / non ci sarà più
rimpianto”.
Il
volo del colibrì è, invece, un
vibrante invito a vivere la propria vita a pieno, a credere ai propri sogni, a
continuare la strada intrapresa, sicuri che le tenebre, sebbene imminenti, non
faranno paura. È evidentemente un canto di speranza, bellissimi poi i versi
finali “Canta ma non dimenticare / chi ha pagato il conto / per la parola che
arricchisce / il tuo racconto. / La dignità della memoria / che rischiara / (e
la fronte sfiora) / la notte è dura / arriva ancora / ma non fa paura”.
È
ancora la speranza a prevalere sullo sconforto nella successiva Fra i petali
del girasole, canzone dalla struttura rockeggiante scritta a quattro mani
con Luigi Mariano, cantautore salentino, che narra la storia di un soldato
ucraino in licenza mentre sogna una vita migliore dopo la guerra, lontano dal Donbas.
La canzone si chiude poeticamente così “E poi su questo oceano radioattivo / io
più ti guardo e più mi sento vivo. / Bacio i tuoi capelli color del miele /
un’onda fra i petali del girasole / E finirà lo so… / questa guerra inutile”.
La
notte dei cristalli, quarta traccia
dell’album è stato anche il primo singolo e video ad anticipare l’uscita
dell’album, vedendo all’opera per la prima volta in assoluto Pippo Pollina con
i figli Julian “FABER” e Madlaina in una canzone dedicata alla tragica notte del
9 novembre del 1938 in cui avvenne un pogrom da parte della popolazione tedesca,
favorita dalla Gestapo, nei confronti degli ebrei, a seguito dell’attentato condotto
il 7 novembre a Parigi dal diciassettenne ebreo polacco Herschel Grynszpan ai
danni del diplomatico tedesco Ernst Eduard vom Rath. Da una delle pagine più
buie della storia recente Pippo Pollina riesce a costruire una magnifica
canzone molto pacata ed intimista introdotta dal flicorno di Alessandro Presti
con versi stupendi come questi “Sarai come quando hanno bruciato il tempio / in
nome di Perseo / E hanno spento il sogno caro a Galileo. / Sarai come quando
hanno cercato l’oro / e hanno trovato sangue, / nell’oscurità di una notte
qualunque”.
Ancora
più rivolta al presente è la successiva Free Palestina, con quel oud ad
ambientarla perfettamente, lo stile rock e versi pieni di sofferenza senza fine
“Non ci sono carezze, verità e certezze ieri né domani. / Poche le mani amiche
e gonfie le ferite. / Non ci sono canzoni a riempire di suoni le sere di Gaza /
Pietre, polvere e catrame. Freddo sete e fame. “cui fanno da contraltare le
voci sparse nel mondo al grido di “Free Palestina”.
Lava
la pioggiaè, invece, un poeticissimo
canto purificatore, dall’incedere prima lento, battente e poi piano piano crescente,
un inno alla pioggia capace di lavare via dolori e sofferenze, di donare un
briciolo di speranza “Lava la pioggia / e ingrossa / i fiumi d’orgoglio e
velocità. / Sulle nostre vendette / le piroette / d’odio e viltà. / Lava la
pioggia lava / col suo dolore / ci salverà”.
Lascia
estasiati nell’ascolto la successiva canzone Questo tempo insieme,
secondo singolo e video di questo album. La canzone vede riuniti nel canto Pippo
Pollina, Marcello Mandreucci, Alfonso Moscato e la voce di strada Raquel Romeo,
strepitosa scoperta, almeno per il sottoscritto. Queste voci così diverse fra
loro si incrociano e mescolano in un canto che è un inno alla gioia dello stare
insieme, potere immenso della musica. Segno di vero amore il suggello finale “Se
mi cercherai io sempre ci sarò. / E ti aspetto anche se non te lo dirò”.
Il
fiume è un brano che scorre
lento come un fiume di pianura ma che inesorabile trascina con sé tutti gli
istanti di un’esistenza, quelli realmente vissuti e quelli semplicemente
sognati “E ti avrò se mai ti avrò / ombra di un istante / E sarai un sogno al
mattino / Il bacio di un amante / che c’era e non c’era. / Nuvola straniera di
frontiera…”.
Dolcissimo
e pieno di poesia è Hasta siempre, il pezzo dedicato a José Alberto
Mujica Cordano, il politico e guerrigliero uruguaiano che continuò a vivere in
una piccola fattoria a Rincón del Cerro, alla periferia di Montevideo anche
durante il suo mandato di presidente dell’Uruguay, rinunciando a vivere nel
palazzo presidenziale, autoriducendosi lo stipendio governativo. Il testo sarebbe
da riportare per intero, ma non lo farò, dico solo che è tutto da ascoltare per
la sua amorevole delicatezza, sia musicale sia poetica.
Il
brano successivo Rosabianca è dedicato a Sophie Magdalena Scholl, la
giovane attivista tedesca appartenente appunto alla Rosa Bianca, il gruppo di
ispirazione cristiana di amici tedeschi che pubblicarono una serie di manifesti
contro la dittatura del nazionalsocialismo, scegliendo la ribellione non
violenta al regime, che fu catturata e, infine, ghigliottinata dai nazisti. Ancora
un brano che lascia il segno, che ricorda questa straziante vicenda, per non dimenticare,
soprattutto in questo periodo sospeso tra ignavia o revisionismi “Eppure un
giorno si dirà / sarà stato qualche libro / o un prete di periferia. / Ma si
chiamava verità / e ti cantava ad alta voce / la sua dolce melodia”.
Il
disco si chiude con Piccola canzone per noi, una dolce e delicatissima
canzone direi necessaria per riappacificare l’animo dopo tanto dolore e
sofferenza, “Piccola canzone per noi / che accarezzi piano”.
In
definitiva un gran bel disco, forse uno dei più belli in assoluto tra quelli
ascoltati nel 2025, con un Pippo Pollina in gran spolvero sia dal punto di
vista musicale con notevoli invenzioni melodiche, sia dal punto di vista dei testi
carichi di poesia, che non sente il passare degli anni ma, anzi, appare più
ispirato che mai.
Un
disco che non troverete in streaming né su Spotify né su altre piattaforme per
scelta dell’autore che, ancora una volta, ha preferito prediligere la
distribuzione classica della propria musica attraverso i supporti fisici CD e LP
oltre che, ovviamente, attraverso una fitta scaletta di concerti tra Svizzera, Austria,
Germania, Liechtenstein ed Italia quasi sempre sold out.
Buon
ascolto, che di canzoni così ne abbiamo un gran bisogno.
Martin
Kälberer (batteria, percussioni, duduk, mandolino, mandola)
Werner
Schmidbauer (armonica)
Daniel
Stelter (mandolino e oud)
Registrato
nell'estate del 2025 presso Malawi Studio (Bad Endorf, Germania), Indigo
Records (Palermo, Italia) e Centochimere Studio (Zurigo, Svizzera).
Masterizzato presso LXK Studios a Monaco di Baviera da Alex Klier. Prodotto e
arrangiato per Jazzhaus Records (Friburgo, Germania) da Pippo Pollina e Martin
Kälberer. Partitura e arrangiamenti per archi e fiati di Roberto Petroli. Foto
di copertina per gentile concessione della famiglia AVVENTO (Camporeale,
Italia). Progetto grafico di Marc Raner.
Ivan Francesco Ballerini è
l’esempio di come non ci sia un limite di età per cominciare ad inseguire un
proprio sogno. Del 1967 come il sottoscritto, nel 2019, forse stanco di cantare
canzoni di altri, decide di scriversi in proprio le canzoni e pubblica un
signor album, “Cavallo Pazzo” (RadiciMusic Records, 2019) dedicato al
leggendario nativo americano della tribù degli Oglala Lakota ma, in realtà, un espediente
letterario per realizzare canzoni senza tempo, che parlano dell’essenza della
vita. Sono passati solo sei anni ed ecco che, sorretto da una vena creativa
inarrestabile, ha appena pubblicato il suo quarto album “La guerra è finita”
(RadiciMusic Records, 2025).
Il 26 giugno scorso è stato
pubblicato su YouTube il video di La guerra è finita, canzone che è
anche la title-track del tuo nuovo album pubblicato con RadiciMusic Records ad
inizio anno. Lo splendido video opera del regista Nedo Baglioni sovrappone
sapientemente immagini ti te che canti accompagnandoti con la tua chitarra e di
Lisa Buralli, la cui voce delicata ma allo stesso tempo intensa ed evocativa ti
accompagna immersi in una natura incontaminata, a immagini dolorose di guerra.
Il testo della canzone è pieno di poesia ed è sia un viaggio nei ricordi, sia
un’immaginaria lettera d'amore scritta da un uomo al fronte alla propria amata.
Mi racconti la genesi di questa canzone che credo sia stata poi quella che ha
fatto poi nascere l'intero lavoro discografico, o almeno così mi sono
immaginato?
Volevo scrivere una canzone che
parlasse di un soldato qualunque che partito per il fronte scrive lettere e
canzoni alla donna del cuore. Poi mentre scrivevo mi sono reso conto che quel
soldato ero io. Mi sono rivenuti alla mente i giorni del mio servizio militare,
effettuato nella città di Savona, in un lontano 1989. Furono giorni di grande
tristezza, per la lontananza da casa, dalla mia fidanzata… e a peggiorare la
situazione c’era il fatto che la mia caserma era vicinissima al mare, quasi lo
potevi toccare con un dito… ma non ci potevi andare. Tuttavia, pur parlando di
un soldato partito per il fronte, ho voluto dare un’impronta poetica, che
parlasse d’amore, tinteggiando il tutto di malinconia, che gli anni che passano
portano sempre con sé. Il video l’ho affidato alle mani esperte di Nedo
Baglioni, che in questo caso, ha superato sé stesso con una regia degna dei
grandi registi del cinema d’autore. Gli arrangiamenti, invece, li ho affidati
alle mani di Alberto Checcacci, che credo non sia stata da meno… Nedo, Alberto,
e la meravigliosa Lisa Buralli, sono grandissimi professionisti, e amici cari.
Impossibile fare a meno di loro.
La guerra è finita è,
come detto prima, anche il titolo del tuo nuovo album uscito a febbraio. Vorrei
soffermarmi, se tu fossi d'accordo, sia sul titolo scelto sia sulla copertina
del disco, una magnifica foto che ti ritrae seduto su una staccionata,
pensieroso, credo in cima ad una collina toscana con, tra le gambe, la tua
amata chitarra e dietro un cielo molto nuvoloso, quasi minaccioso, come è
un po' il futuro di questo mondo attuale, come forse lo è sempre stato, ma in
un momento storico in cui si fa molta fatica a guardare avanti non dico
con fiducia ma, almeno, con speranza. Com'è stata pensata e realizzata?
Il titolo dell’album è
strettamente legato al brano La guerra è finita e poi, ovviamente, agli
argomenti trattati. La tua sensibilità ti ha permesso di capire nel suo intimo
il valore e la scelta di quella foto. Ho voluto parlare di guerra senza mai,
tuttavia, cadere nella lacrima facile, ma sfiorando l’argomento guerra e
parlando, invece, di amore e di speranza. La foto della copertina è stata
scattata il giorno in cui abbiamo girato il video di La guerra è finita.
Ci troviamo all’Anciolina, bellissima località montana dell’immenso Pratomagno.
Abbiamo girato a luglio del 2023, ma arrivati in loco faceva un gran freddo,
tanto che a un certo punto ho chiesto a Nedo di chiudere tutto e tornare a
casa. In quel frangente Nedo, come suo solito fare, oltre che a girare il video
ha scattato alcune foto. Quella che tu dici, mi sembrava perfetta per presentare
l’album, in tutta la sua immensità.
Vorrei sottolineare anche la
cura e l'artigianalità del confezionamento del disco, la scelta di carta
artistica italiana, l'assemblaggio realizzato a mano. Credo che in un mondo
musicale sempre più orientato allo streaming, all'usa e getta, questa scelta
radicale contro corrente sia un lodevole valore aggiunto. Come ti poni dinanzi
a queste nuove tendenze?
La RadiciMusic Records da questo
punto di vista è imbattibile. Ricordo ancora con una grande emozione il momento
in cui Aldo Coppola Neri, titolare della Radici, mi portò in visione i primi CD
di Cavallo Pazzo. Quel virato seppia, la qualità di quei materiali… ne
rimasi folgorato. Purtroppo, oggi queste scelte non contano più, vista la
velocità in cui tutto si muove. Tu fai un video che ha il valore di un film,
curato nei minimi dettagli, lo lanci, e dopo tre minuti è già stato fagocitato
e gettato nel dimenticatoio. Questo non invoglia certo a fare le cose per bene.
Ma io, in fin dei conti, ho fatto questi dischi per me e per gioco, per
divertimento. Purtroppo, è anche vero che questi lavori hanno colto l’interesse
di un gruppo veramente ristretto di persone. Questo è un peccato, perché ho
potuto sperimentare, che un concerto fatto con i brani che ho prodotto sino ad
oggi, è veramente bello, degno di essere affiancato ai nomi più noti della
musica d’autore. Ma mai disperare, perché una delle cose che ci differenzia dal
mondo animale e vegetale è una cosa che solo noi abbiamo: si chiama SPERANZA.
Torniamo alle tracce, partendo
precisamente dalla prima, Il mondo aspetta te (Ouverture) che,
con estrema delicatezza quasi ci si trovasse in uno stato di estasi musicale,
apre idealmente il disco fino a ritornare in forma di canzone completa nella
omonima traccia finale, all'interno di una struttura circolare cara anche
a tanti registi cinematografici. Personalmente credo siano molti i punti
di contatto tra questo disco e il cinema inteso come rappresentazione della
realtà attraverso gli occhi della poesia. È in fondo una canzone di speranza,
nonostante tutto ciò che ci circonda e pensare che, ci hai tenuto giustamente a
sottolinearlo nelle note al disco, queste canzoni sono state scritte prima
degli sconvolgenti conflitti che affliggono questo nostro povero mondo. La
speranza è davvero forse l'unica nostra vera "arma" di salvezza?
Domanda cruciale direi. Se uno si
mette a leggere la poesia Valentino del grande Giovanni Pascoli e ne
comprende il significato profondo, riesce a trovare la chiave di lettura anche
di questo disco. Valentino nasce povero, non possiede nulla, nessun bene
materiale, la pelle dei suoi piedini è nuda ma, nel suo cuore è accesa una cosa
che nessuno può spengere, si chiama speranza. Se si perde quella, allora sì che
si perde il senso della vita. Così, scrivendo questi nove brani, La guerra è
finita – Tra bombe e distruzione – Sulle pietre del mondo – Il
mondo aspetta te, non ho mai perso di vista questo concetto. Speranza in un
futuro migliore, dove non esista la più la povertà, non esistano i soprusi,
dove gli uomini collaborino tra loro, per cercare di avere un percorso sereno
della vita. È questo che il disco vorrebbe auspicare ma, se ci pensi bene,
anche in Cavallo Pazzo toccai gli stessi argomenti, gli stessi concetti:
cambiano le storie, cambiano i personaggi, ma il senso profondo resta quello.
Il tuo citare la poesia Valentino di
Giovanni Pascoli mi porta a fare uno skip virtuale nell'immaginario lettore CD
per saltare a Linea d'ombra, il riferimento letterario qui è
l'esemplare romanzo breve di Joseph Conrad, bellissimo pretesto per
parlare dell'ineluttabile trascorrere del tempo, dell'impietoso raffronto tra
vecchiaia e giovinezza, viaggiando nello spazio-tempo pur restando immobili
"inchiodati per terra mentre il resto del corpo vola". Una splendida
canzone giocata su più livelli... Mi sembra ormai di aver capito che Conrad sia
tra i tuoi autori letterari più amati o sbaglio?
Ho iniziato a leggere i racconti
di Conrad spinto da mio fratello Antonio, che tra l’altro è uno scrittore e
saggista. La lettura di Linea d’ombra non è adatta ai neofiti. Si tratta
di un racconto piuttosto duro da digerire e poi i libri tradotti in altre
lingue perdono sempre qualcosa nella traduzione. Alla fine, però il racconto è
meraviglioso e non potevo perdere l’occasione per non fare, del racconto una
canzone. Ho stravolto un po' le cose… e alla fine ho voluto che la protagonista
fosse una donna, con tutte le difficoltà che la vita le pone davanti… e ancora
oggi sono sempre tante. Basti pensare al fatto sconcertante che viene uccisa
una donna ogni 24 ore… nemmeno nel medioevo succedeva questo. Quindi per
salvare se e la sua anima, deve viaggiare, se non può farlo fisicamente, almeno
con la fantasia… Anche lei sperando in un futuro migliore. Trovo che una
canzone che trae ispirazione da un racconto della grande letteratura mondiale
dovrebbe avere la carta per poter accedere e superare MUSICULTURA. Se non altro
per il lavoro che ci sta dietro.Un
libro va prima letto e digerito, poi si deve trovare il motivo per trasformarlo
in canzone. Questo dovrebbe muovere in chi ascolta la curiosità di andare a
leggere il libro originale e dovrebbe essere premiante da un punto di vista
culturale. Invece MUSICULTURA ha respinto al mittente tutte le mie proposte,
scrivendo che sono belle e ricercate nel testo, ma non sono evidentemente
all’altezza. E questo mi pone davanti tanti, troppi interrogativi. Cambierei il
nome MUSICULTURA in rassegna musicale contemporanea… così da evitare pericolosi
malintesi.
Evito di farmi tirar dentro in
questo discorso proprio a ridosso della votazione finale delle Targhe Tenco in
cui sono coinvolto personalmente e tiro dritto o, meglio, torno indietro alla
traccia numero tre, ossia Tra le dita. Dolcissima canzone con
splendide aperture melodiche, mi sembra parli di un amore genitoriale, di un
distacco tanto inevitabile quanto ciclico, c'è ancora una volta lo
scorrere inarrestabile del tempo e il desiderio di vivere appieno certi magici
istanti. È così o ho preso una cantonata?
La canzone è stata arrangiata da
Giancarlo Capo che a mio avviso ha saputo dargli la veste perfetta. Alla
batteria Luca Trolli, turnista di Renato Zero… tanta roba. Credo che sia
sbagliato dare una chiave di lettura univoca ad un racconto, sia che si tratti
di prosa, di letteratura o di canzone. Ognuno deve essere libero di sentire ciò
che vuole. Il tuo punto di vista è molto bello, per cui potrebbe essere proprio
così.
Forse hai ragione, è proprio
questo il bello delle canzoni e, a tal proposito, cito spesso questi versi
"Le canzoni sono come le conchiglie, ognuno ci sente il mare che
preferisce" tratte da Piano piano, una canzone di Beppe
Donadio. Ascoltando la successiva Tra bombe e distruzione, dal titolo mi
sarei aspettato una canzone che narrasse, quasi come una cronaca, di qualche
guerra di cui la storia ne è piena e, invece, questa canzone mi ha evocato immagini
in bianco e nero, quasi fossero tratte da un album di fotografie di famiglia o da
fotogrammi di vecchi Super 8, con una sola macchia di colore, suggerita dai
versi "la tua gonna preferita, che di rosso si è macchiata / e hai
nascosto col cappotto per non essere osservata". C'è ancora il tempo che
scorre, il crescere troppo in fretta e tutta l'incertezza della vita, come
suggeriscono i versi finali "e non sapere se lo rivedrai, sorridente
così". Trovo sia particolarmente bella perché spiazzante e, assolutamente,
lontana da ogni retorica, non credi?
La prima cosa che mi viene da
dire è grazie per questo bellissimo complimento. Hai colto la vera essenza del
brano… la parte profonda. Il tempo che
passa, lo tratto spesso, ricordi Fabio, Il canto di mia figlia? Uno dei
brani a cui sono più legato di Cavallo Pazzo. Quando Primo Levi nei suoi
racconti parla della sua esperienza nei campi di concentramento, lo fa sempre
con una grandissima lucidità e, soprattutto, grandissima dignità. Lo reputo uno
degli scrittori più potenti del ‘900. Mai cade nel patetico… eppure di cose
orrende deve averne vedute davvero molte. Avessi scritto una cronistoria dei
fatti che succedono oggi, non avrei fatto che evidenziare ciò che invece non
voglio evidenziare. Ho parlato di una ragazza, anche qui la protagonista è una
donna che, nonostante i rischi che corre, sceglie di non abbandonare gli studi.
Sa che restare ignoranti sarebbe la peggiore delle condanne, più delle bombe,
più della distruzione o della morte; quindi, sceglie tutti i giorni di
rischiare, nonostante la sua vita sia nel pieno, in quella che dovrebbe essere
l’età della spensieratezza e dell’amore. Il finale, credo, sia molto
emozionante con le parole che tu hai citato… saluta suo fratello che parte per
la guerra, e non sa se sa se lo rivedrà mai sorridente così. Poi c’è questo
coro, come un coro degli alpini, che ci porta lontano, tra le montagne, liberi
da vincoli o da catene, un coro pieno di speranza… anche qui l’arrangiamento è
stato curato da Giancarlo Capo che ha saputo cogliere l’aspetto più intimo del
brano.
Ivan Francesco Ballerini in concerto a Firenze
Sulle pietre del mondo sembra
proprio una di quelle canzoni da cantare in autunno davanti ad un fuoco,
proprio durante quella stagione di cui tu canti "in autunno riposo il mio
corpo, mi ritiro in preghiera / e a chi non ha più lacrime, non ha più
parole, col vento asciugo i suoi occhi... consolo il suo cuore". La
canzone come quell'olio di cui canta Max Manfredi nella sua Il grido
della fata "L’olio è luce, carezza, medicamento, è sapere e
sapore antico sul pane, è l’ulivo che muove il suo sistro nel tempo, questo
tempo balordo che frastorna cicale”, la canzone come medicamento a chi ne ha
bisogno. Non so perché ma mi ha riportato alla mente, forse musicalmente, anche
la delicata poesia di Townes Van Zandt. Tutti riferimenti alti. Meglio di tanta
immondizia musicale...
Non so se merito queste tue
parole così belle… ma grazie. Sulle pietre del mondo parla di un uomo in
viaggio, libero, senza costrizioni… cosa a cui ho sempre anelato senza
successo. Siamo talmente schiavi di modi di fare, di comportamenti che
ripetiamo a volte senza senso, costretti da una società frenetica che ci
vorrebbe sempre giovani e performanti. Invece siamo una società di vecchi,
spesso malconci, che non si sente più adeguata ai canoni che ci vorrebbero
imporre. Sulle pietre del mondo, invece, parla di un uomo libero,
svincolato dalle costrizioni, libero di agire e di pensare. Viaggia sulle
pietre del mondo a piedi scalzi, leggero come una foglia trasportata dal vento.
Nel suo cammino cerca di consolare chi ne ha bisogno e di riflettere su quello
che dovrebbe essere il significato della vita, che non è certo correre,
produrre e consumare… per poi finire vecchi e sfiancati, quando va bene, in una
casa di riposo. Invece il protagonista va lento, pondera le cose, quando è
stanco si ritira in preghiera, una sorta di purificazione dell’anima, come gli
animali quando vanno in letargo. Ecco, io ascolto musica, ne ascolto molta, ma
purtroppo non trovo brani così. Per ascoltare brani che fanno riflettere sulla
vera essenza delle cose, devo ripescare nel passato, e detto tra noi, le cose
passate mi sono venute leggermente a noia. È questo che mi ha spinto a
scrivere, la noia… che è il motore propulsore della creatività. Ma per
annoiarsi bisogna smettere di correre, fermarsi. Ma per annoiarsi bisogna
smettere di correre, fermarsi. Ma per annoiarsi bisogna smettere di correre,
fermarsi. Da ripetere come un mantra.
A proposito di mantra... La
guerra è finita è il titolo dell'album e bisognerebbe sempre tenerlo a
mente, come un faro puntato sull'intero lavoro e, allora, forse, si
apprezzerebbero meglio canzoni come la successiva Perché mai, una
splendida canzone d'amore a due voci, la tua e quella di Lisa Buralli. Un amore
fatto di aiuto reciproco "Mastico il tuo pane, perché denti più non hai, /
e mentre piangi asciugo gli occhi tuoi", di ascolto "Mostrami il
tuo cuore per capire tu chi sei, / e raccontami le cose che non so", di
ricerca dell'altro "Tendi le tue mani per stringerle alle mie /
guardami negli occhi leggendomi di poesie". Perché mai ... uno non
dovrebbe desiderare di vivere un amore così?
Il brano in questione l’ho
scritto per il matrimonio di Nedo e Janet. Nedo mi aveva chiesto se avessi
voluto suonare al suo matrimonio, cosa che a me ha fatto un piacere immenso. In
questa bellissima festa non potevo non coinvolgere Alberto… Ma non mi sono
limitato a questo, per questa occasione ho scritto Perché mai una
canzone d’amore, quello vero, che si basa sulla stima reciproca, e sul
desiderio di percorrere la vita insieme. Dal mio punto di vista, suonare per il
matrimonio di Nedo è stato un regalo che mi sono fatto, perché l’amicizia,
quella dettata dai sentimenti e dalla stima reciproca, è una delle cose,
insieme all’amore, più potenti del mondo.
Lisa Buralli e Ivan Francesco Ballerini
Ed eccoci arrivati a Vestire
di parole, canzone che trovo meravigliosa per più motivi, perché
musicalmente è struggente, perché è piena di poesia e perché mi sembra
rappresenti perfettamente il tuo modo di essere cantautore, un artigiano, un
cesellatore che attraverso il proprio lavoro certosino riesce a trasformare in
bellezza, in piccoli gioielli, anche la sofferenza, il dolore, la morte. Può
essere considerata la tua carta d'identità musicale?
Un altro complimento, così a
bruciapelo… grazie, grazie davvero di cuore. Vestire di parole nasce dalla
lettura di uno dei racconti più belli e commoventi della letteratura
mondiale: Ferro di primo Levi, che si trova nella raccolta
intitolata Il sistema periodico. In questo racconto l’autore parla della
sua amicizia con il montanaro Sandro Delmastro, un ragazzo di poche parole, che
lo coinvolge in alcune imprese apparentemente insensate su percorsi di
montagna. Sandro Delmastro vede la fine dei suoi giorni, ucciso da una raffica
di mitra, esplosi da un bambino di quindici anni arruolato dai fascisti durante
il periodo della Repubblica di Salò. Primo Levi chiude il racconto con queste
parole: “è impossibile riuscire a vestire di parole un uomo come Sandro, che
amava poco parlare. La sua vita era racchiusa nei suoi fatti”. Ho voluto
traslare questo bellissimo racconto in una canzone d’amore, cercando di
esprimere il forte dolore che si prova, perdendo una persona amata. Le parole
sono uscite fuori da sole, seguendo il giro armonico che magicamente la mia
chitarra mi aveva suggerito, un giro che ha una impronta jazz, sognante e
malinconico. Riuscire a trattare argomenti, a volte anche pesanti, che la vita
ci pone davanti, cercando sempre un linguaggio appropriato, cercando di non
cadere mai nel patetico o nel banale… raccontando storie appartenute ad altri,
che si mescolano con le tue storie, in una danza continua tra realtà e
immaginazione. Questo per me significa fare il cantautore.
Un'ultima domanda. Hai
iniziato la tua attività di cantautore in tempi piuttosto recenti, era il 2019
quando pubblicasti il tuo album d'esordio Cavallo Pazzo ed
ora, con La guerra è finita, sei già arrivato al tuo quarto
disco. Mi sembra che tu ci abbia decisamente preso gusto. In questa tua
avventura musicale, in un periodo dove la canzone d'autore è sempre meno al
centro dell'attenzione, ti senti più un irriducibile Don Chisciotte che
combatte contro i mulini a vento o un Ulisse assetato di conoscenza, alla
continua scoperta di nuovi mondi?
Scrivere, se si hanno cose da
dire, è molto appagante. Tuttavia, produrre dischi, come ho fatto io, oggi non
ha più alcun senso. Per un album come Racconti di mare, mi ci sono
voluti circa 20/22 mila euro. Questo per dire che tipo di impegno economico,
oltre che intellettuale, ci sta dietro l’uscita di un disco. Non so esattamente
cosa farò adesso. Cercherò di proporre le cose che ho fatto sino ad oggi nelle
rassegne che ci sono in giro (sono moltissime) e tutte a caccia di soldi. Tuttavia,
non restano molte altre strade da percorrere. Locali che fanno musica non
esistono più, o sono rarissimi, e non cercano certo nomi nuovi da poter
proporre. Questa purtroppo è la fotografia della situazione per ciò che
riguarda la musica in Italia. Sto lavorando sodo sullo studio della chitarra,
quando ho qualche idea la butto giù, senza nessuna pretesa. E stiamo a vedere
cosa ci prospetta il futuro… a volte non si sa mai.