di Fabio Antonelli
Nel corso della sua carriera
Pierluigi Siciliani, in arte Piji, ha pubblicato per scelta solo EP e singoli.
Eppure, in parallelo, ha costruito un percorso fuori dal comune: circa mille
concerti, ventitré premi vinti come cantautore, trenta format radiofonici
ideati e condotti, quindici spettacoli teatrali, due libri pubblicati “La
canzone jazzata. L'Italia che canta sotto le stelle del jazz” (Zona, 2007) e “S'i'
fosse whisky” (Morellini Editore, 2022), numerose direzioni artistiche e
collaborazioni prestigiose. Il 2026 ha segnato però il suo debutto discografico
ufficiale con il disco “Sta registrando audio…” (Azzurra Music, 2026).
Vincere la Targa Tenco è la cosa
più bella che possa capitare a un cantautore. Il premio più prestigioso, più
serio e pulito che io conosca. Questa Targa per me conta moltissimo. E ha un
albo d'oro di tutto rispetto, quindi da un lato mi gratifica e dall'altro mi
impegna a continuare ad esserne all'altezza. In un mondo discografico che
richiede sempre maggiore superficialità e semplificazione, questa targa la
userò come stella polare per continuare a meritarla anche dopo averla
vinta.
Quanto all'età anagrafica, per
quanto mi riguarda, non è mai stato un tema. Mi sento molto più giovane ora di
quando avevo vent'anni, i miei migliori amici/amiche con cui faccio nottata a
mangiare dopo concerto o dopo teatro vanno dai 70 anni ai 20 anni. La
targetizzazione per età la lascio a certe stupide idee di marketing, che stanno
devastando tutte le arti. Quando avevo 13 anni ascoltavo tutti i giorni la
musica di Gaber che ne aveva più di 50 (e la ascolto ancora). Oggi ascolto
molto pop elettronico e rap considerato inspiegabilmente giovanile, ma per me
tutto questo ha talmente poco senso. Allargando minimamente lo sguardo fuori da
certi steccati inutili, basterebbe guardare alle altre arti, i pittori, i
registi cinematografici, i romanzieri, il mondo del teatro ecc. e veramente
tutta questa cosa dell'età assume un effetto ridicolo.
Detto ciò, anche se avrei voluto
far uscire il mio primo disco molto prima, è andata così. Sono tanti anni che
pubblico canzoni, in formato singolo o EP, per fare il passo fino a un vero
album avevo bisogno di determinate condizioni che in tutti questi anni non ho
trovato e ora sì, con Azzurra Music e tutto il team di lavoro. Escono talmente
tanti dischi che alla mia percezione sembrano diventati un rumore di fondo. E
questo accade anche perché è davvero facile realizzarli... male. Volevo che il
mio primo vero disco non fosse in questa scia e volevo che fosse esattamente
così com'è venuto fuori, pieno di dettagli e di cura. Come un disco vero. Come
quelli che mi hanno fatto appassionare all'arte canzone, che certo non erano
dei dischi registrati al volo alla bell'e meglio. Spero che tutto questo tempo
e questa cura si sentano nell'ascolto. E il mio sogno è che la stessa cura la
mettano gli ascoltatori, tant'è che come se fossi un sommelier, consiglio un
ascolto alla vecchia maniera, dall'inizio alla fine. E almeno quattro volte.
Servirà a farlo "aprire" o "respirare", come il vino quando
viene scaraffato...
![]() |
| Sta registrando audio... copertina |
Tempo e cura prestati si sentono eccome e mi trovi d'accordissimo sui consigli per l'ascolto ma, prima di parlare del contenuto del disco, quel vino che ha bisogno di respirare per dare il meglio di sé, vorrei affrontare il packaging partendo dalla fumettistica copertina che ti mostra stravaccato sul divano, microfono in mano, il simbolo rosso di occupato e la nota "sta registrando audio" che mi trasmette serenità, nessun senso di fretta o approssimazione, un senso di comfort e di appagamento della situazione in essere. Altrettanto affascinante, poi, è l'illustrazione sul retro della custodia, tu appoggiato in totale relax ad un gigantesco grammofono, nostalgico, quasi a non voler rinnegare il lontano passato. Immagino che tutto sia frutto della tua creatività, me ne spieghi la genesi e mi dici se ho centrato il messaggio che volevi far passare o, mentre tu stavi "registrando audio" io, invece, ero nel mondo dei sogni?
Direi che ci hai preso su quasi
tutto.
La grafica di copertina è di
Gubrin, artista visiva che mette una grande personalità nel suo stile e con lei
abbiamo ragionato circa il senso del disco e del titolo, provando a renderlo
chiaro anche all'occhio oltre che all'orecchio.
Il personaggio della copertina è
lo stesso personaggio della prima e dell'ultima traccia del disco (e di quel
che succede tra inizio e fine). Fuori c'è un mondo in fiamme e, se da un lato
lui si chiude in casa come al riparo dalle brutture del mondo, dall'altro, quel
riparo diventa una gabbia. E allora, quella voglia di spingere il bottone rosso
di un vecchio registratore e di incidere una sorta di message in a bottle,
buttando un cavo fuori dalla finestra, significa provare a ritrovare
un'apertura verso il "fuori" e di cercare di abitare il mondo, di
dialogarci, magari per provare a migliorarlo. Forse non direi né stravaccato,
né appagato. Anzi, è in trincea. Al riparo, al sicuro, ma pur sempre in
trincea. E sta pensando. E sta parlando (o cantando). E pensare e parlare sono
due esercizi di pace e di lotta. E di lotta per la pace, soprattutto.
Quanto alla retrocopertina è uno
scatto meraviglioso di quelli mitici di Tamara Casula, così come le altre foto
del libretto. Il grammofono racconta di certo il mio amore per i salti
temporali tra la musica di oggi e la musica della prima metà del Novecento.
Mentre la sua dimensione sproporzionata rispetto a me racconta il mio amore per
la musica e, di nuovo, il concetto di "audio" del titolo del disco.
Ci tengo a precisare: nessun fotomontaggio, la foto è tutta vera e quel
grammofono gigante pure.
![]() |
| Retro copertina - Foto di Tamara Casula |
Tra le tracce del disco ci sono tre canzoni che ti vedono collaborare con altrettanti artisti, la prima di cui vorrei parlare è Swing Politik perché credo riassuma alla perfezione la tua cifra stilistica. C'è il tuo amato swing, c'è la tua innata ironia ma c'è soprattutto la tua capacità di affrontare temi seri con assoluta leggerezza pur mantenendo intatta la valenza del messaggio che vuoi far circolare. I versi "Nuovi fondi per ospedali e scuole pubbliche, cultura e go green. Lotta alle evasioni fiscali, lotta al crimine, diritti e gap free. Cose che pensavo impossibili, invece nel memorandum c'era scritto proprio così" sono esemplari in tal senso, ma non bisogna dimenticare, la premessa "Ultimamente faccio sogni strani"... L'artista che hai chiamato a duettare con te è Simona Molinari, mi racconti come sono nate la canzone e la vostra collaborazione artistica?
La canzone è nata dalla voglia di
ribaltare la concezione deleteria secondo cui la figura del politico è
diventata quasi necessariamente negativa, sinonimo di traffichino, affarista,
imbonitore e chi più ne ha più ne metta.
Viceversa, ho provato a sognare
un parlamento e un governo in festa perché hanno risolto finalmente tutti i
problemi del paese.
Nel videoclip ho fatto scrivere
la frase attribuita spesso a Walt Disney o comunque alla sua comunicazione:
"se puoi sognarlo, puoi farlo".
Ecco se il mio sogno appare
"strano" è perché, in effetti, siamo disabituati a una politica
risolutiva. D’altra parte, bisogna necessariamente credere nella politica per
cambiare le cose storte di un Paese.
"Oh issa" siamo invece
tutti noi, che possiamo dare una mano a risollevarlo.
La "Swing Politik" per
me è un modo di essere. Un modo di vivere. Complessi dentro e vivaci fuori.
Come lo swing.
Potrebbe essere anche un genere
musicale, la "swing politik". Ovvero uno swing d'impegno. Perché
no...
Simona è una grande amica da
circa 15 anni. Abbiamo tante cose in comune e spesso immaginiamo e realizziamo
idee che vanno nella stessa direzione. Lei ha la swing politik nel sangue e
anche lei sa essere come lo swing.
Era dunque perfetta per il brano.
E mi ricordo un pranzo a
Testaccio in cui abbiamo forgiato questi ruoli del videoclip (regia di Alex
Ratto), io come improbabile Presidente del Consiglio e lei come statua
dell'Italia Turrita. Davvero uno spasso, come sempre con lei.
La seconda collaborazione di cui vorrei parlare è quella con Sergio Cammariere, cantautore che amo molto e che definire semplicemente cantautore è persino riduttivo. Con lui è nata Vai, Valeria! musica di Sergio e testo tuo. È nato prima l'uovo o la gallina? Ma, soprattutto, credi che una donna possa davvero rivoluzionare l'esistenza di un uomo, tanto che si possa arrivare ad un cambio radicale come "Nuova identità, nuova musica, butto tutto via"? Io lo credo.
Ascoltavo le canzoni di Sergio
come fan già da quando ero all'Università e quando studiavo jazz. Live credo di
averlo visto più di 20 volte, negli anni. Quindi per me è stato un grande onore
quando ha voluto condividere con me una sua musica bellissima e vivace sulla
quale ho cercato di scrivere una storia che potesse seguire la verve che già la
melodia raccontava. Da lì abbiamo scritto una manciata di brani assieme, per
ora nel cassetto, e Vai, Valeria! l'abbiamo pubblicata.
Quanto alla capacità dell'amore
di modificare la normalità dell'esistenza fino a scardinarla o capovolgerla
addirittura, ci credo molto. Non è detto che sia sempre un bene, ma questo
potere credo ce l'abbia. Non solo l'amore, ma di sicuro anche l'amore. E il racconto
di questa donna-rivoluzione che ti entra nella vita a valanga fino a
"rovinarne" la routine e di quest'uomo che quasi la tifa perché
riesca in questa operazione meravigliosamente distruttiva, mi sembrava
interessante fino al punto di vederci nuove significazioni e metafore interne,
volontarie e involontarie. Quando certe polisemie o certi strati di senso mi
appaiono da soli mentre scrivo, di solito, è lì che considero la frase da
tenere.
Passiamo allora alla terza
collaborazione, quella con il sassofonista jazz Stefano Di Battista, in uno dei
pezzi più belli del disco, secondo me, cioè Misanthropy Village. Sarà
forse perché ci vorrei andare anch'io in vacanza in quel luogo. Il brano è
molto moderno, trascinante ma da addosso a tutto ciò che fa trend, oddio che
termine kitsch, mi torna in mente Moretti, che per altro citi nella canzone.
Com'è nata questa canzone e perché hai pensato a Di Battista? Non ti chiedo di
portarmi con te al Misanthropy Village perché ti rovinerei la vacanza...
Misanthropy Village è uno
dei capitoli da cui è nato il disco ed è anche uno dei centri tematici
dell'album, ovvero l'isolamento, in questo caso volontario, dalle brutture del
mondo.
Il nostro personaggio
protagonista dalla prima traccia Sta registrando un audio... all'ultima Hikikomori
vive una vicenda di eremitaggio metropolitano in cui in ogni nuovo brano si
domanda continuamente se sia più forte la paura del mondo, degli esseri umani,
di questa assurda, violenta, ignorante contemporaneità o la forza vitale, la
spinta centrifuga, di evasione verso l'esterno, fuori dal proprio rifugio, per
provare a frequentare questo tempo e tentare di modificarlo in qualche modo.
La metafora del villaggio vacanze
per una sola persona mi divertiva parecchio per descrivere questo autoconfinamento.
E il sovraffollamento di certe idiozie da social network mi sembrava anche
questo un modo allegorico e ironico per raccontare il "fuori".
Ho cercato di far convivere una
sorta di brio divertito, quasi da canzone estiva e di contro un contenuto
spietato e quasi senza speranza (salvo un piccolo ribaltamento finale). Mi
piace che uno dei brani più pessimisti dell'album sia anche uno dei più giocosi
e divertenti.
E un'altra cosa che mi diverte di
come sia venuta fuori questa canzone è il ribaltamento delle colpe: "La
storia siamo noi: che guaio" prova a raccontare tutte le nostre
responsabilità circa il mondo che abitiamo.
Per quanto riguarda Stefano Di
Battista, è stata una gioia totale quella di poter dialogare con uno dei più
grandi jazzisti italiani di sempre nonché uno di quei pochi giganti in grado di
frequentare la canzone e il pop-jazz senza snaturarsi e snaturarla (cosa
difficilissima, se non impossibile). Lui lo sa fare bene e secondo me qui il
suo fraseggio riesce ad essere meravigliosamente vacanziero, facendoci
immaginare riviere e mari da sogno e al contempo a lasciarci un certo sapore
sinistro.
L'idea della canzone nacque in
una vacanza a casa di amici, in cui quasi ogni sera, dopo aver fatto mille
piani su come vivere il nostro divertimento estivo, andare in centro, ballare,
fare cose, finivamo per stappare una bottiglia e rimanere a chiacchierare nel
patio di casa.
Ovviamente non ho modo di passare in rassegna tutte le tracce del disco, anche se mi sarebbe piaciuto farlo, allora mi muovo per sensazioni ed emozioni, per cui mi tuffo subito nella magnifica carrellata di personaggi citati in Come Woody Allen. L'atmosfera da te ricreata è tipicamente anni ‘30 se non dico fesserie. Il testo, invece, è un flusso continuo di personaggi cinematografici ma non solo, come fossimo nell'Ulisse di Joyce. È un brano inebriante e si rischia di uscirne storditi come dopo una sbronza di whisky in un qualche locale notturno, come fossimo immersi dentro un film di Woody Allen, tanto per restare in tema. Credo sia, in fondo, una appassionata dichiarazione d'amore per il cinema, di un certo cinema di qualità... Ma sei proprio tu nel dire "E come Woody Allen vivo la mia vita dentro un film"?
Il personaggio della copertina
dell'album disegnato da Gubrin ricalca la scena del film "Manhattan",
in cui Woody Allen registra un audio su un microfono e cerca di elencare le
cose per cui vale la pena di vivere.
Tutto il mio album si basa su
questo, ci sono cose per cui vale la pena di vivere e altre cose per cui vale
la pena di combattere per modificarle.
Tra quelle per cui vale la pena
c'è per me senza alcun dubbio il cinema e ovviamente il cinema di Woody Allen,
a cui, come dici bene tu, tra le altre mille cose, sono vicino anche per
passioni musicali.
E non solo hai ragione a dire che
sono io a dire "vivo la mia vita come fosse un film", ma l'intera
canzone è in realtà una mia autobiografia. Anzi, paradossalmente, è il pezzo
più autobiografico di tutto il disco, quello in cui mi metto più a nudo, quello
più privato.
Ho scelto la maschera dei
personaggi e degli attori dei film di Woody Allen perché questo "coro
greco dietro di me di tutti quanti questi personaggi che mi seguono da
anni" mi somiglia moltissimo. Woody Allen è l'unico regista che in ogni
film mette un personaggio a cui mi sento di somigliare clamorosamente. Li ho
messi tutti in fila e li ho elencati, provando a ottenere un doppio risultato:
da un lato un omaggio al mio mito cinematografico Woody Allen e dall'altro, più
nascosta, una precisissima e dettagliatissima mia autobiografia. Per fare solo
un esempio, quando parlo della "bohème degli anni Venti" intendo
questi anni Venti del Duemila, infatti, anche se può sembrare che io parli di
Owen Wilson nella Parigi degli anni Venti del Novecento. E così per ogni altro
verso, a doppio significato.
"Quello che tu senti è un
autoscatto con il flash", insomma, un selfie, un'autobiografia, appunto,
in formato canzone.
Sono partito dalla mia chitarra
manouche, proprio come quella di Sean Penn quando interpreta Emmet Ray in Accordi
e disaccordi e l'intera canzone si può "leggere" in un modo o
nell'altro a seconda di dove tu voglia mettere l'obiettivo.
Se Come Woody Allen rappresenta un sguardo di innamorato rivolto alla bellezza del cinema di Allen, Umano poco Umano è un intelligentissimo corposo gioco di parole, un sostanzioso elenco di esempi negativi facilmente riscontrabili se solo si osservasse la realtà circostante con occhi disincantati e non come "fanno gli indifferenti perenni, i cattivisti distaccati, i disamorati amoralisti, gli eterni disinteressati, i confortevoli imparziali, gli appassionati passatisti, gli immobilisti smascherati dai distinguo arrampicati". Ne hai davvero per tutti in questo inferno dantesco, ma soprattutto fa male quel "Pochi contrari e tutti gli altri sinonimi", un gioco di parole certo, ma c'è una via di fuga da tutto questo?
Le vie di fuga ci sono sempre,
per fortuna, così come le resistenze e gli antidoti. L'ultima parte della
canzone propone un'ipotesi. Anzi, molte ipotesi per ribaltare l'orribile quadro
attuale. Oggi più che mai sento il diritto e soprattutto il dovere di tentare
quelle ipotesi. Non è più possibile (e mai lo è stato, ma oggi ancora meno)
essere indifferenti o lontani dalle cose del mondo. Questa canzone è l'ultima
che ho scritto in senso cronologico, l'ho scritta mentre quasi tutti gli altri
brani erano già missati e masterizzati, ma ci tenevo a inserirla, sia per
l'equilibrio drammaturgico del senso dell'album, sia e soprattutto perché non
sopporto questa specie di omertà generalizzata della canzone italiana di questi
ultimi anni. Pandemie, guerre, dittature, genocidi e le canzoni italiane che
escono sembrano perlopiù non accorgersi di niente e parlare di tutte altre
(spesso inutili) cose. Specie il mainstream della canzone, ma incredibilmente
direi anche l'underground o l'indie, sembra abbiano vissuto su qualche isola
deserta in questi ultimi anni. Il cinema, ad esempio, non si è sottratto al
racconto del reale, perché la canzone sì? Non lo capisco. Capisco quanto sia
impervio e scivoloso il terreno, capisco che ci si renda divisivi per il
pubblico, però un'arte che possa dirsi viva richiede anche questo. Volevo,
dunque, non essere complice di questa specie di balletto corale ombelicale e in
maniera forse ancora più diretta, stavolta anche senza trasfigurazioni,
allegorie o metafore, ma quasi in prosa, dire un po' di cose che mi stavano a
cuore. Ne sono venuti fuori otto minuti di canzone...
Vorrei chiudere con una domanda riguardante non tanto il disco in sé ma la sua messa in scena nel senso che, lo si intuisce anche semplicemente ascoltando l'ultima traccia Credits in cui ogni partecipante alla realizzazione del disco ha registrato un proprio messaggio, è un disco musicalmente ricco che si è avvalso del contributo di eccelsi musicisti e di numerosi strumenti musicali. Credo che il sogno di ogni musicista sia quello di rappresentare il proprio lavoro al meglio delle proprie possibilità, quindi con una band al completo alle spalle ma, non sempre, sogni e realtà convergono, occorre fare i conti anche con la sostenibilità economica. Come ti stai muovendo dal vivo? Hai un target di luoghi che più ritieni adatti al tuo repertorio? Chi credi possano essere i maggiori fruitori della tua musica? Va beh, doveva essere un'ultima domanda, perdonami...
Ho letto una stima secondo la
quale uscirebbero tra i tremila e i quattromilacinquecento dischi italiani al
mese!!!!
Mi sembra un dato
raccapricciante.
Quello che, viceversa, penso da
sempre è che sia molto meglio fare bene un disco dopo tanti anni che farne
tanti male. Fare dischi sempre e comunque, anche male, assomiglia più alla
vanità, cosa che proprio non mi appartiene. Avrei voluto fare dieci dischi fino
a qui, ma ne ho fatto solo uno. E la questione è anche economica oltre che di
risorse umane e di team. Per fare un disco fatto male non ci vuole molto, ma ho
sempre evitato di accontentarmi al ribasso per dire semplicemente "è
uscito il mio disco". A un certo punto avevo perfino perso le speranze e
ho cominciato a pensare le parole del personaggio dell'ultima traccia:
"non esco più". Invece, grazie all'attesa e alla sedimentazione delle
cose, Azzurra music e io siamo riusciti a pubblicare un disco esattamente come
lo volevo io, con tanto lavoro dietro, tanta attenzione ai dettagli e la Targa
Tenco è stata la ciliegina sulla torta, una grande pacca sulla spalla.
Improvvisamente le mie scelte un po' estreme di attendere e rimandare a tempi
migliori l'uscita del mio primo album si sono rivelate giuste, proprio quando
cominciavo a rischiare di pensare che fossero sbagliate.
Credits è nata dal titolo
dell'album: volevo che ognuno registrasse "audio" e così ho chiesto a
ogni componente del team di musica e di lavoro di farlo, fino a rendere il
tutto una canzone che chiudesse l'album con dei ringraziamenti veramente
sentiti, più vivi e reificati di quando li si scrive solo nel libretto.
Il live del disco ho iniziato a
provarlo proprio oggi in full band, cercheremo di restituire il sound
elettronico e contemporaneamente analogico dell'album e credo che sarà un live
molto energico, in cui ci saranno sia momenti d'ascolto, sia momenti di festa,
di ballo. Sarà un live che si potrà seguire da seduti, ma pronti ad alzarsi in
piedi, oppure, da in piedi, ma con il gusto dell'ascolto.
E per quanto riguarda i fruitori,
torniamo alla prima domanda: l'età anagrafica non è proprio un tema per me. Mi
piacerebbe vedere sotto cassa i teenager e seduti più comodi i novantenni. E
anche i bambini. E ovviamente gli adulti.
Una volta ho scritto una poesia,
quella che apre il mio libro S'i' fosse whisky, che parla di quanto il
jazz possa essere un linguaggio democratico, un mondo che si può fruire a vari
strati, a vari livelli di conoscenza e profondità nonché a vari livelli di
attenzione. I risultati, a seconda di questi fattori, saranno diversissimi, ma
in tutti i casi affascinanti. Spero, sognando, che un giorno si possa dire la
stessa cosa delle mie canzoni, ovvero che esistano tantissimi modi diversi e
livelli diversi per ascoltarle.

.jpg.jpeg)
.jpg)








