di Fabio Antonelli
Il 9 gennaio del
2026 è uscito “Atlante” (Maremmano Records, 2026) il nuovo disco dei Fabularasa,
il gruppo musicale italiano originario di Bari, composto da Luca Basso (voce),
Vito Ottolino (chitarre), Leopoldo Sebastiani (basso) e Giuseppe Berlen
(batteria) ed è stato un graditissimo ritorno, dopo ben tredici anni dal loro
secondo album “D’amore e di marea” (Radar Records, 2012). Tredici anni sono
tanti, tante cose saranno successe, ecco cosa mi ha raccontato in proposito Luca
Basso, leader del gruppo.
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| Fabularasa - Foto di Giuseppe Ottolino |
Dal vostro
precedente fortunato album D'amore e di marea che nel 2012 vi
portò a un passo dal vincere la Targa Tenco "Miglior album in
assoluto" sono passati ben tredici anni, quasi un'era geologica,
soprattutto se si pensa alle logiche di un mercato musicale sempre più
evanescente, stile usa e getta. In questi tredici anni cosa avete fatto?
Soprattutto come siete giunti alla realizzazione di questo vostro terzo
album Atlante?
Eh, caro Fabio, tante
cose sono accadute in questi anni.
Ricordi bene: già il
2011 era stato un anno importante, con molti concerti, una targa al premio
Bindi, un invito a un 'Tenco Ascolta' fino alla partecipazione al Tenco dove,
lasciammo un bel segno (tu c’eri).
L'anno dopo, D’amore
e di marea arrivò a un soffio dalla targa per il miglior album accompagnato
in cinquina da uno stuolo di segnalazioni e recensioni strabilianti che
mischiavano la sorpresa per questo gruppo che sembrava venuto dal nulla a
giudizi davvero lusinghieri per canzoni e arrangiamenti, ne seguì un tour
estivo con Paul McCandless anche quello molto bello dove mettemmo anche il naso
oltre confine.
Poi tante cose sono
accadute nelle nostre vite (nella mia in particolare): vicende, incontri,
abbandoni anche dolorosi, cose che si sono prese le nostre energie e il nostro
tempo. Siamo stati bravi però a non interrompere mai il filo della musica,
siamo sempre rimasti insieme, abbiamo continuato a fare concerti, anche se meno
che in passato e quasi tutti nella nostra Puglia.
Poi un bel giorno è
come se fosse stata la musica stessa, passate la nebbia e la confusione, a
rimettere in moto la macchina.
Tutto è ripartito
nell'agosto del 2024, quando prima di andare in vacanza abbiamo prenotato un
paio d'ore in studio. L’obiettivo era fissare due appunti per non dimenticare
quello che avevamo fatto fino a quel momento, e invece ci siamo accorti che
avevamo in mano qualcosa di urgente che premeva per venire fuori, abbiamo
capito che era arrivato il tempo, quella è stata la scintilla. Doveva essere un
demo, invece molte cose di quella sessione sono rimaste nel disco.
Delle logiche del
mercato musicale, come sai, non ci siamo mai curati: abbiamo sempre seguito il
nostro stile senza mai fare calcoli. C'è già troppo brusio in giro, con tanta
musica non sempre indispensabile, per aggiungere musica tanto per farla, sapevamo
che se avessimo interrotto un silenzio così lungo sarebbe stato solo per
l'urgenza e per la necessità di dire qualcosa di importante. Piuttosto quello
che ci sorprende ora è scoprire che in tanti ci aspettavano, che in questi anni
molti, anche tra gli addetti ai lavori, si chiedevano "Ma che fine hanno
fatto i Fabularasa?" È il leitmotiv di tutte le interviste e le
presentazioni. In modo del tutto involontario era calata su di noi come una
coltre di mistero... (ride).
Personalmente sono
sempre molto incuriosito dalle copertine dei dischi e dai titoli, perché in
fondo sono il biglietto da visita di un'opera e per questo, credo, molto
meditati. Partiamo dal titolo Atlante, mi riporta alla mente raccolte di
cartine geografiche lontane nel tempo, oramai cadute in disuso con i vari gprs
e quel nostro mondo, ridotto a piccolo seme dentro il becco di un pappagallo mi
fa pensare che l'intero mondo è poi poca cosa rispetto all'intero cosmo, siamo
noi uomini a crederci padroni del mondo. È un po' così o sono solo mie
astrazioni?
Ti ringrazio per la
domanda, parliamo sempre molto volentieri della copertina del nostro disco: si
tratta del dipinto di Roberto Rizzo, un artista che amiamo molto.
Roberto è l'autore
anche della copertina di D'amore e di marea e per noi è una specie di
talismano portafortuna perché le sue copertine hanno il pregio di alimentare
discussioni e curiosità.
Per D'amore e di
marea fummo noi a chiedergli di poter usare un suo lavoro, mentre per Atlante
abbiamo avuto l'onore di un dipinto realizzato proprio per essere la
copertina del disco.
Roberto si muove in un
universo che ha una dose di surrealtà, i suoi lavori più potenti sono quelli
che mettono in relazione elementi lontani e incoerenti tra loro e questa
contraddizione attiva la fantasia di chi guarda. Dunque, nessuna
interpretazione è giusta o sbagliata, l'unica cosa certa è il punto di partenza
per un viaggio personale.
Atlante, il titano,
teneva il mondo sulle spalle, in questo caso il mondo appare piccolo e basta un
pappagallo per tenerlo nel becco. Il pappagallo è un invito al racconto, ma
anche la metafora dell'ironia, la presunzione di raccontare il mondo intero con
la nostra piccola voce.
Poi certo, nell'idea
che ha mosso il disco c'è anche quella di una raccolta di mappe, un atlante
geografico diciamo, ma questo lo abbiamo realizzato a disco finito, quando ci
siamo accorti che attraverso le canzoni avevamo visitato posti lontani, dal Magreb
alla Romania, dal Brasile alla Grecia fino al Portogallo, prima ovviamente di
fare ritorno a casa.
Una volta
ascoltato l'intero disco credo davvero che questo vostro ritorno
discografico non sarebbe potuto partire che dal brano Atlante, non
tanto perché è il brano che dà il titolo all'intero lavoro ma perché è il
manifesto dell'intero vostro progetto, descrivendo quel timore che si ha sempre,
quando si va incontro al nuovo, all'inesplorato. Trovo meravigliosi in tal
senso i versi "Detto che è scientifica la guida delle navi e sconosciuto è
il sogno del poeta / dirò che sono bravo a leggere le stelle, ma poi l'andar
per mare e un'altra cosa.". Inoltre, il brano vede due grandi ospiti
accompagnarvi in questo avventuroso viaggio, Patrizia Laquidara e Mário
Laginha, come è nato questo splendido brano d'apertura?
Sì, Atlante è il
brano che riassume il senso del disco, anche se di questo ci siamo accorti a
lavoro compiuto. Alcuni tuoi colleghi hanno parlato di una specie di
concept album, sicuramente posso dire che è un progetto, nel senso che gli
undici episodi del disco sono legati tra loro da un filo artistico e sono tutti
nati dalla stessa esigenza.
Ogni avventura inizia
quando si abbandona la propria zona di conforto, e noi avevamo bisogno proprio
di questo. Il pezzo è nato mentre entravamo in questo flusso, è stato uno dei
primi, è servito a darci una rotta. A pensarci credo che tu abbia ragione, il
verso che hai citato può essere la chiave di tutto il lavoro, come dire: prima
di partire puoi programmare ogni dettaglio, ma nulla potrà mai evitare
l'imprevisto, e l'abilità del navigante si vedrà nella sua capacità di
ripensare il viaggio.
Durante la lavorazione
di questo disco abbiamo allentato il controllo, abbiamo lasciato le finestre
aperte e fatto entrare i rumori di fondo, le voci di chi ci passava, il vento
che tirava.
Màrio è da sempre uno
dei nostri riferimenti, la voglia di metterci in discussione ci ha spinto a
sondare la sua disponibilità a collaborare, con nostra grande gioia i pianeti
si sono allineati in modo favorevole ed eccoci qui. Ancora una volta accanto alla
convergenza artistica abbiamo scoperto anche una bella affinità umana. In certi
casi l’incoscienza e fortuna lavorano insieme.
Con Patrizia invece ci
conosciamo da molti anni, ci siamo trovati spesso in giro per l’Italia (anche
al Tenco del 2011, se ricordi) sempre ripromettendoci di trovare occasioni per
fare qualcosa insieme. L’idea di chiederle di entrare in questa canzone è venuta
partendo dal testo e immaginando che potesse riconoscersi in alcune parole.
Personalmente mi piace moltissimo come dice “cuore di rosa”.
Dopo questa canzone
manifesto, prima di partire per altri lidi, Radio Bari 44 ci
riporta indietro nel tempo proprio al 1944, alla storia di Radio Bari, la radio
partigiana che proprio tra la fine del '43 e l'inizio del 44 trasmetteva
messaggi in codice per i movimenti partigiani impegnati nella lotta di
liberazione dal Fascismo condotta nel Centro e Nord d'Italia e trasmetteva
anche, per la prima volta in Italia, musica jazz, guarda caso la base della
vostra riuscitissima miscela musicale poi contaminata ed arricchita da sonorità
mediterranee e di altri paesi lontani. Con voi, in questo brano, un grande del
jazz come il sassofonista Roberto Ottaviano. Quanto credi che la musica possa
servire da trait d'union, da linguaggio universale tra popoli magari fra lo
geograficamente distanti? I versi "Sfilano i cappotti dentro al
freddo di gennaio, / ma stamattina in teatro lo spettacolo è in platea: /
quanti volti, quante storie, quante voci, unica l’idea" mi sembrano
espliciti in tal senso, no?
Il verso che citi
ricorda il congresso dei CLN che si tenne a Bari nel gennaio del 1944 e che fu
raccontato per Radio Bari da Alba de Cespedes, il teatro di cui si parla è il
Piccinni. Come altre volte ci è capitato, un fatto storico, in questo caso
della nostra Resistenza, può essere un pretesto per parlare del presente.
Il tema che poni è
vasto e complesso, in questo momento nel mondo ci sono questioni politiche e
interessi economici che impediscono una convivenza pacifica tra diversi e
fomentano odio, divisioni e guerre.
La musica e più in
generale l'arte e la cultura possono essere un luogo per incontrarsi e
riconoscersi come esseri umani e quindi in questo senso sono sempre
"militanti": la West Eastern Divan Orchestra, per fare un esempio,
suona Beethoven e Ciaikovsky, ma per la sua sola esistenza trasmette un
messaggio di possibile convivenza e di armonia tra persone che, per provenienza
e cultura, senza strumenti in mano sarebbero portate a odiarsi.
La musica, veicolando
certi contenuti, può contribuire a smuovere le coscienze e ad aprire
"strade nel cuore degli altri", come diceva Fossati, noi stessi, nel
nostro piccolo, proviamo a farlo, è vero che tutto può aiutare a creare dialogo
e smontare pregiudizi, ma sono gocce nel mare.
Ci si muove in un
contesto ideologicamente inquinato che specula sulla paura dell'altro e in un
sistema commerciale che, ad esempio, parlando di musica, denigra e sminuisce
l'impegno etichettandolo come pedante e seppellendolo sotto una montagna di
canzonette leggere e disimpegnate (pensa ad esempio a cosa è diventato il
concertone del Primo Maggio).
Per noi Fabula
l'impegno è una condizione esistenziale. Qualche giorno fa il giornalista Paolo
Talanca ha scritto che le canzoni devono contenere la realtà, sono molto
d'accordo, anzi, vorrei dire che per noi è un comandamento. Basterà? non
credo. Servirà? Lo spero, magari anche solo un po'.
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| Fabularasa dal vivo con Mário Laginha |
Con la terza traccia Beniamina ci
portate verso l'Africa ma, forse, sarebbe meglio dire che è l'Africa a
raggiungere noi, perché la canzone ci racconta attraverso poetici versi e
sonorità africane una storia vera, quella di una donna africana abusata in un
campo di detenzione in Libia che appena giunta in Italia (a Bari per la
precisione) dà alla luce una bambina cui sarà dato il nome Beniamina e che,
grazie a un’adozione, oggi è cittadina italiana. I versi "Anima leggera,
vieni per predire l’avvenire, / vieni a raccontarci del futuro che se ci
pensi s’intravede già." mi hanno fatto tornare alla mente i
pasoliniani versi di Profezia (Alì dagli occhi azzurri),
problematiche sempre attuali che solo chi vuole voltarsi egoisticamente
dall'altra parte può ignorare, sei d'accordo?
Guarda, fai un paragone
che mi lusinga, citi un testo che amo molto e che mi è capitato di leggere in
pubblico alcune volte. Il senso (si parva licet) è proprio quello.
Ho una lunga esperienza
diretta nel mondo dell'inclusione e dell'intercultura e sono davvero convinto
che questi nuovi italiani, con il loro bagaglio di energia vitale e
determinazione, siano una concreta possibilità di salvezza per il nostro Paese.
La canzone, come
dicevi, racconta una storia vera e terribile che mi è capitato di incontrare e
che mi ha segnato profondamente, ho provato a raccontarla con pudore, ma
senza reticenze. Ne è venuta fuori una canzone in puro stile Fabularasa, con la
parte musicale che partecipa al racconto; chitarra e basso richiamano strumenti
africani come la kalimba e il balafon e il ritmo è quello di una danza
africana.
In questo video una
versione live in un concerto con Mário Laginha.
La successiva Il
mare che noi siamo, è una densa di riferimenti artistici e politici, da
Cutro teatro del tragico naufragio migratorio del 2023 a Ellis Island dove gli
immigrati venivano sottoposti a un'ispezione medica e alla verifica del
possesso dei requisiti per stabilirsi negli Stati Uniti e poi ancora Valona
(Vlora in albanese) la nave che nel 1991 sbarcò a Bari, in un solo colpo, 20000
migranti e Marcinelle nella cui miniera morirono 262 minatori di cui 136
italiani. Una canzone che ci parla ancora dell'indifferenza "Erode uccide
ancora gli innocenti bombardando scuole ed ospedali. / Brucia tutt'intorno
al tuo giardino e a malapena annusi il fumo, / e tu nemmeno senti il
fumo.". Quale è la via per recuperare la sensibilità perduta? Per
riappropriarci della nostra umanità?
Trovo ingiustificabili il fischiettare vago e la balbuzie dell’Europa davanti al genocidio, trovo insopportabile l’ipocrisia italiana nel raccontare i corpi in mare come fossero morti per caso, mentre invece sono vittime di politiche colpevoli attuate con la complicità di dittatori criminali, trovo incredibili questo endemico razzismo e questo drammatico deficit di empatia in un popolo come il nostro che del razzismo e delle discriminazioni è stato vittima per decenni e che ha vissuto il dramma della morte per immigrazione in tante famiglie, trovo inspiegabile l'indifferenza di tanti davanti a un male così vicino.
Questa canzone nasce
dalla rabbia e dall’indignazione per tutto questo. Leopoldo, che ha scritto con
me la musica, ha pensato a un’armonia e a un andamento che favorissero il
racconto.
Credo che l’unico modo
per invertire questa corsa verso il baratro sia recuperare un sentimento
collettivo, recuperare l’empatia col mondo, smettere di vederci come goccia e provare
a essere parte del mare.
Con Apologia di un formidabile cazzeggiatore, però, hai voluto guardare soprattutto te stesso, come volessi realizzare un autoritratto e forse cercando anche un po' di leggerezza e di ironia dopo tanta rabbia. Ascoltandola con molta attenzione appare più una sorta di ricerca di una via di fuga da questo mondo così opprimente "Dategli quello che vuole, dategli un giorno di sole, / il sorriso improvviso di una donna, l’amicizia imprevista di un bambino / e un pensiero al profumo di mandarino" per poi però ricadere però nelle solite abitudini "Ma non c’è niente da fare, è un animale fatto così / e dici: “Cosa darei per essere lui”. Cantata in terza persona assume un carattere universale non trovi? Meraviglioso poi il finale di solo pianoforte suonato ancora una volta da Mário Laginha.
È pezzo leggero e
divertente, ma con un doppio fondo di complessità. Sì, sicuramente quando ho
iniziato a scriverlo sono partito da elementi autobiografici, ma se fosse stato
solo un fatto “privato” lo avrei tenuto per me; invece è diventato una canzone
dei Fabula perché parlandone con gli altri abbiamo trovato che raccontasse
qualcosa se non di universale almeno di più vasto rispetto alla sfera
personale.
Secondo il mio maestro
Franco Cassano, il sociologo del “pensiero meridiano”, il cazzeggio ha una sua
nobiltà: il cazzeggio è il luogo dell’osservazione, della meditazione,
dell’incontro con l’ispirazione, il cuore della canzone è questo.
Potrei dire che è un
invito a cercare una dimensione più umana, a non arrendersi a un modello che ci
vuole incasellati e imprigionati dentro un sistema di valori che fomenta la
competizione continua. È un invito a uscire dalla fila e a trovare un punto alternativo
da cui guardare il mondo.
Il pezzo si chiude con
un meraviglioso assolo di Mário, che attraversa con leggerezza cento stili diversi
in pochi secondi. Gli avevamo chiesto di chiudere il brano con un “cazzeggio”,
è stato difficile tradurre il concetto in portoghese, ma a quanto pare siamo
riusciti a farci capire…
Il brano a metà
track list, come da vostra tradizione, è dedicato all'amata Puglia. Nel
disco d'esordio omaggiaste Domenico Modugno, affrontando uno dei suoi cavalli
di battaglia, ossia Vecchio frac. Nel secondo album
affrontaste Siciliana, un'aria tratta da Cavalleria Rusticana che
Mascagni compose proprio negli anni trascorsi a Cerignola ed ora è la
volta di un omaggio ad un altro vostro conterraneo, Enzo del Re. Dal suo vasto
repertorio avete scelto Io e la mia sedia, uno dei suoi canti più
duri e di denuncia contro la pena di morte. L'avete eseguito solo voce e
batteria suonata con le mani, per riprendere lo stile di Enzo del Re
quando si accompagnava percuotendo una sedia con le mani, ottenendo delle
sonorità che rimandano all'Africa, Credo che scelta sia mai stata azzeccata,
soprattutto alla luce della recente introduzione della pena di morte per i
cittadini palestinesi in Israele, no?
Secondo Amnesty oggi la
pena di morte è ancora in vigore in più di 50 i paesi. Iran e Stati Uniti sono
tra le nazioni con più esecuzioni e, come dicevi, recentemente Israele ha
approvato la pena di morte per i Palestinesi "sospettati" di
terrorismo. Per noi cittadini del Mediterraneo, nati nel paese di Cesare
Beccaria, si tratta di un'autentica barbarie. Enzo aveva fatto della critica
alla pena capitale una delle sue principali battaglie.
Enzo è nato e ha
vissuto a Mola di Bari, città del nostro batterista e in cui anche io ho
abitato per alcuni anni. Il suo modo di fare arte, di suonare, cantare,
raccontare, ma soprattutto, il suo modo di affrontare la vita senza cedere a
compromessi restano per noi un'ispirazione, un riferimento morale. Un modello non
semplice da imitare, ma ci proviamo.
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| Fabularasa - Foto di Giuseppe Ottolino |
In un disco denso,
politico e sociale, può esserci spazio anche per una canzone d'amore come Scatole
chiuse a chiave, ma nulla di melenso o di romantico, c'è piuttosto un
cantare le conseguenze, spesso imprevedibili, crudeli dell'amore, direi
descritte perfettamente dai versi iniziali "Due scatole chiuse a chiave
contengono ognuna la chiave dell’altra; / seduti ai due poli del mondo ci
diamo la schiena. / Sciarada, un movimento orizzontale di pensiero: sembra
facile, ma non ne vieni a capo.". Un pezzo molto bello, con ampio spazio
alla musica e agli assoli, gioia per i live. È vero l'amore è difficile,
complicato, spesso porta solo sofferenza, però credo sia un rompicapo che valga
sempre la pena affrontare, sei d'accordo?
Certo che sì, un
maestro diceva: "è stato meglio lasciarsi che non esserci mai
incontrati".
Questo è l'unico pezzo
sopravvissuto al nostro periodo di silenzio: era pronto già a ridosso di
D'amore e di marea, qui lo abbiamo sistemato e aggiornato dando spazio alla
nostra voglia di suonare.
Mi ha sorpreso come
tante persone si siano riconosciute proprio nel verso che citavi: un piccolo
rompicapo innocente che però a quanto pare descrive la condizione di tante
relazioni sentimentali, concluse o magari impossibili, ma che tuttavia
mantengono un legame invisibile e duro a spezzarsi.
Con Canzone
per una stanza vuota si canta di Bari, ma è un ritorno pregno di
amarezza perché la canzone è dedicata a Pinuccio e Lella Fazio, i genitori
di Michele Fazio il ragazzo che il 12 luglio del 2001 rimase ucciso per
errore in una regolazione di conti tra le famiglie Capriati e Strisciuglio.
Trovo meravigliosi i versi conclusivi "L’aria di maggio avvolge i vicoli
di Bari questa sera. / Qui siamo nati e qui dobbiamo rimanere e qui ci
troverà chi ci verrà a cercare." perché più che esprimere rassegnazione
esprimono, invece, un fortissimo legame alle proprie radici, un
implicito impegno di combattere per cambiare il male che pervade quelle
terre, in realtà meravigliose. Credo sia anche il messaggio che volete trarre
dalla loro lunga lotta per ottenere giustizia, vero?
Pinuccio è un nostro
amico, il modo con cui lui e Lella sono riusciti a sopravvivere al dolore più
grande che può toccare a un genitore è sempre stato per noi motivo di vera
ammirazione. Maggio è un mese importante per Bari, perché è il mese di San
Nicola, ma qui è sinonimo di primavera, di nuova stagione, di cambiamento. Quella
che citi è una frase che Lella e Pinuccio ripetono spesso, come a dire che chi
vorrà impegnarsi per la legalità troverà sempre in casa Fazio un presidio.
Questa canzone – che abbiamo scritto con Marcello Colaninno, nostro
collaboratore da tanti anni - è il nostro modo per ribadire loro la nostra
gratitudine e il nostro affetto.
Cintillir è una canzone cantata in
rumeno, ispirata alla poesia Pentru bani di Daniel Tomescu, un
poeta e mediatore culturale barese di adozione. Il testo, fortunatamente è
presente anche la traduzione, racconta le peripezie di un migrante rumeno alla
ricerca di un semaforo dove mettersi a chiedere qualche moneta per poter sopravvivere,
ma invece incontra ostacoli su ostacoli in una triste guerra tra poveri. Mi ha
portato alla mente l'ultimo film di Ken Loach The Old Oak, che ho
appena visto su RaiPlay. È proprio vero che tutto il male della
povertà finisce per ricadere sempre e solo sui poveri. Attualissimo quel
verso conclusivo "Dar de ce mama ? Doar sunt italian.” (Ma perché mamma?
Dopotutto sono italiano), in un'Italia dove purtroppo ci sono ancora tanti
italiani considerati di serie b. Si può ancora sperare in un futuro migliore?
Nella nostra ricerca
intorno alla forma canzone ci siamo trovati a cantare in una lingua che non
conosciamo. Quando ho sentito Daniel recitare per la prima volta la sua poesia,
oltre ad averla trovata bellissima e potente, ho trovato che avesse un ritmo e
una musicalità che la traduzione in italiano non riusciva a restituire. Allora
ho pensato che fosse l'occasione per sperimentare il senso di soggezione che
tanti stranieri provano nel cimentarsi con la nostra lingua, e così, con
l'aiuto di un'amica rumena, mi sono avventurato. Franco Cassano, ancora lui, lo
avrebbe definito un “esercizio di approssimazione all'altro".
La pulsazione elettrica
e serrata dell'inizio ricorda il traffico caotico di un centro cittadino
all'ora di punta, tra clacson e colpi di acceleratore, i suoni lunghi del
finale rimandano alla calma della sera, per poi al mattino seguente tornare nel
caos.
Un'altra storia trovata nella nostra città, uguale a tante in tutto il mondo, a cui abbiamo voluto dare musica.
"Una strada
fatta cantando è una strada libera, cumuli di rondini piegano sull’acqua. / Il
motore suona leggero, dove mai mi porterà? Nuvole pagane solcano la
notte.", sono davvero meravigliosi questi versi che aprono Itaca.
Mi sembra si inseriscano perfettamente nel vostro mondo poetico. Non so
come sia nata questa canzone scritta e musicata dal cantautore milanese Claudio
Sanfilippo, ma sembra scritta apposta per un vostro disco, non ti sembra?
Inoltre, quella comparsa di archi dona ulteriore grazia a questo bellissimo
pezzo, com'è nata questa collaborazione artistica?
In questo album fatto
di esplorazioni oltre confine ci stava anche la sfida di cimentarsi con un
inedito composto da un'altra penna, dunque non una storia e un suono
conosciuti, ma qualcosa di completamente nuovo. Sanfi è un cantautore
straordinario per intelligenza, gusto, cultura e sensibilità, l'idea di
collaborare era nata con una telefonata alcuni anni fa: chiacchierando mi aveva
raccontato di avere questa canzone nel cassetto, quando con gli altri l'abbiamo
ascoltata ci è sembrato davvero un delitto che nessuno la conoscesse.
Claudio ha apprezzato
molto la nostra versione e ci ha autorizzato a metterla su disco.
Nella tracklist ha il
compito di riportare la barca in porto, di accompagnare chi ascolta verso la
fine del viaggio. L'idea di inserire archi e contrappunto di violino è di
Leopoldo, un’altra sonorità nuova per i Fabularasa.
Hai parlato,
giustamente, di questo vostro nuovo disco come di un viaggio, aggiungerei io a
volte avventuroso e rischioso come quando si è in mare aperto e, credo, che
l'ultima traccia La sabbia e l'oro, solo voce e il pianoforte
magico di Mário Laginha sia il degno suggello di un lavoro così bello e allo
stesso tempo ardito. Quei versi ripetuti "Sì, la clessidra fa il suo
lavoro, ma la sabbia che ancora rimane, / quella sabbia trasformala in oro."
li definirei "uno sguardo dritto e aperto nel futuro" per dirla alla
Bertoli, che di questi tempi è un bel segno di speranza. È così?
Come ti dicevo, per
questo disco abbiamo lavorato molto intensamente e con grande coinvolgimento
emotivo: abbiamo cercato sfide nuove, chiamato per nome i nostri fantasmi,
messo le dita nelle ferite e fatto i conti con i nostri limiti. Abbiamo voluto
che tutto questo suonasse nitido e leggibile, fino all’ultima nota, e per farlo
abbiamo consumato tutto quello che avevamo, arrivando in porto stremati e con
la stiva completamente vuota.
Ma ecco, quando
pensavamo di aver finito, nell’ultima ora di registrazione, come un piccolo
miracolo inatteso, arriva questo magnifico regalo di Mário. L’ennesimo,
splendido imprevisto a pochi metri dal traguardo. È stato come sentire di nuovo
la nostalgia del mare.
Con Giuseppe - che ha
scritto il brano - e con gli altri ci siamo chiesti cosa fare di questa musica,
se sovraincidere qualcosa, se inserire dei suoni, poi abbiamo capito che il
pezzo non aveva bisogno di altro e che sarebbe entrato nel disco così com’era.
Ho scritto un testo
molto breve che risuonasse con il pianoforte. Pochissime parole che
esprimessero quel sentimento: il tempo passa, la sabbia diminuisce, ma proprio
per questo è importante far tesoro di quello che ci rimane.









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