venerdì, febbraio 27, 2026

Gerardo Balestrieri: Canzoni di rabbia e di guerra, un disco urgente e necessario

di Fabio Antonelli

Proprio nella settimana del Festival di Sanremo, ho voluto intervistare un’artista come Gerardo Balestrieri, napoletano d’origine ma veneziano d’adozione, che ha realizzato, pubblicato e distribuito solo su supporto fisico per scelta il disco “Canzoni di rabbia e di guerra” (Autoprodotto/Ird, 2025), un disco che non avrebbe voluto scrivere perché come ha scritto lui stesso “vorrei cantare l'allegria, la festa e l'abbondanza. E invece non è tempo”. Un disco necessario, aggiungo io.



Sono solito cominciare dalla copertina di un disco, ma questa volta il libretto, che poi libretto non è, ma è un foglio ripiegato in stile macchina da scrivere, mi ha colpito per due motivi, la citazione "Aveva attraversato la soglia mentre io ritiravo il mio piede esitante" tratta da Cuore di Tenebra di Joseph Conrad e quell’incipit nella nota introduttiva "Un disco di canzoni che non avrei voluto scrivere". Immagino un contrasto tra l'urgenza dolorosa di scrivere queste canzoni e il desiderio di parlare d'altro... è così? 

Sì, è stato un disco che non volevo scrivere. Perché mi piacerebbe sempre cantare e suonare la festa e l’abbondanza. E, invece, questo tempo esige altro. E ho scritto della devastazione di questi anni. Il libretto, come il cd, evidenziano l'autoproduzione. L'incipit è un omaggio a Conrad e all' orrore. Quella parola pronunciata da Kurtz al termine del suo viaggio.



A questo punto torniamo pure alla copertina, che è estremamente sobria, realizzata in cartonato, in cui su un fondo che definirei creme sporco in alto troviamo il titolo Canzoni di rabbia e di guerra, in basso l'autore Gerardo Balestrieri. Non credo che la scelta sia stata dettata tanto da motivi economici, ma da motivi artistici quasi a voler sottolineare che in questo disco non c'è spazio né per il divertimento né per inutili fronzoli. È così?

Esattamente, anche se comunque non c'era budget per pagare un fotografo o un grafico. Ho scelto questo sfondo bianco sporco proprio per dar risalto al fatto che appunto non è tutto candido quel che appare. Poi il carattere l’ho scelto sempre affine e infine per un errore nell'inviare la copertina in stampa, mi è arrivato il cd senza il mio nome. Ho dovuto richiedere un timbro e ho timbrato tutte le copie del disco a mano.

Ed eccoci alla prima delle otto tracce che compongono la tracklist, si intitola 50 mila morti ed è un pezzo decisamente rock, molto teso, con versi molto forti "Morti tanti tu non puoi immaginare / morti ridotti in cenere / morti di fame schiacciati dai viveri" ad evidenziare le tante contraddizioni di ogni guerra tanto da concludere il brano così "Morti morti 50 mila morti / mentre intorno tutto tace / è un deserto di morti / e la chiameranno pace". Com'è nata? È stata anche la prima canzone che hai scritto o l'inserirla come prima è stata solo una scelta artistica?

50 mila morti è stata la prima canzone che ho scritto. E l’ho composta pensando a Pierpaolo Capovilla, alla sua voce, alla sua tempra e sensibilità. Gli ho fatto ascoltare un provino, gli è piaciuta, ha aggiunto qualcosa nel testo e poi l’ha incisa. Ho pensato a una musica che potesse essere affine ad entrambi...
E mi è sembrata anche perfetta come prima canzone del disco stesso.

Parlare della seconda canzone del disco, ossia Festival proprio in questa settimana in cui c'è Sanremo fa un certo effetto, sembra studiata apposta. In questa canzone ipotizzi la possibilità di essere un giorno su quel palco dove per altro sei già stato "ma era un'altra rassegna era un altro spessore / era un'altra storia... era la mia / era un'altra stagione". Credo che tu e il Festival di Sanremo siate incompatibili e credo sia un vanto, che dici?

Non so, mi piacerebbe anche andare al Festival ma non so se reggerei tutta l’esposizione mediatica a cui anche i cantautori sono soggetti. Stilisti, prove degli abiti, i reels, i tik tok, la scala...e tutta una serie di cose che non c’entrano nulla con la canzone. Il tutto prima, durante e dopo la kermesse...Questa canzone parla proprio di questo e del ricordo di aver suonato all' Ariston qualche volta in occasione del Tenco.

Il barrito di un elefante e un’armonica a bocca ci introducono nello splendido blues Kurtz, ispirato a Walter E. Kurtz personaggio immaginario presente nel film Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, liberamente tratto da Cuore di tenebra di Joseph Conrad, uno dei film più angoscianti sull'orrore della guerra del Vietnam. Qui è immaginato un dialogo tra Kurtz e il capitano Willard ma come ben scrivi "A coloro che non sanno che significa l'orrore / è difficile spiegarlo e trovarne le parole". Mi ricordo di essere rimasto a lungo impressionato dopo la visione di quel film e lo stesso disturbo l'ho provato nell'ascoltare i versi di questa canzone. Obiettivo centrato?

Me lo auguro. Il brano Kurtz vuole essere la sintesi dell’orrore contenuto in questo disco. Come lo è il personaggio letterario e cinematografico. Il testo si ispira al monologo di Marlon Brando. Ho rivisto il film diverse volte mentre arrangiavo la canzone ed è venuto fuori alla fine un blues che scorre tra il Congo e la Cambogia.



Su una musica orientaleggiante si sviluppa, invece, la successiva Neanche una parola in occidente, lucida denuncia dell'indifferenza dell'occidente, l'assenza di condanne, di un "pensiero per fermare la devastazione / la fine mirata di un popolo solo / lo sterminio di vittime innocenti". Più attuale e urgente di così... eppure a prevalere è ancora l'assenza di una ferma condanna a tante atrocità. È ciò che ci fa sentire inermi quanto le vittime dirette?

È quello che ci rende immobili dinanzi alle macerie. Paralizzati nel nostro confortevole mondo, abbiamo modo di leggere guardare ascoltare tante nefandezze, senza nessuna risposta.

Meravigliosa, sia musicalmente sia dal punto di vista del testo, è Chissà, una canzone in cui attraverso una musica suadente ed avvolgente cerchi di immedesimarti, invece, nei carnefici e nelle vittime di orrori di guerra. Bertoli in Leggenda antica cantava "credo che la fame sia un debole pensiero per chi l'ha avuta solo nelle orecchie" e penso che in fondo sia così come dici anche tu, incapace di comprendere, chiedendoti nei versi finali "Chissà come si fa a tessere la tela del ragno / ad inchiodare qualcuno su una croce di legno / ad accorgersi poi di aver preso per sbaglio / l'ospedale civile per un tiro a segno"... Io spesso resto sgomento a incapace di capire, non so tu... Può una canzone consolarci di fronte a tanta irrazionalità?

Questa canzone presentata nei concerti ha scosso e scuote parecchie persone. Credo inevitabilmente, per le parole e quanto più per le argomentazioni trattate. È un testo crudo, lavorato e pensato per essere una canzone ma allo stesso tempo è molto diretto. È stato un brano immediato anche negli assoli e nelle armonie. Ho improvvisato in preproduzione con una tastierina. Son rimasti gli stessi assoli, suonati nel disco dalle chitarre e dal synth. Tutto l’album è stato scritto in tre notti, testi armonie e melodie. Poi con calma, in tre mesi lo abbiamo registrato e ne abbiamo curato la produzione artistica con Carlo Di Gennaro.

A ritmo di valzer hai scritto La paura, inserendo anche dei cori, la paura è davvero una brutta bestia capace di smuovere gli istinti peggiori. Personalmente trovo stupendo il verso "Chi ci sovrasta di incubi e non sa più sognare / è di solito un vecchio che non vuole lasciare", mi sembra descrivere perfettamente l'attuale presidente degli Stati Uniti. Non so se avessi in mente lui nello scriverlo però trovo suggestiva questa ipotesi, che ne pensi?

Mi sa che quando ho scritto questo verso c'era uno ancora più vecchio alla Casa Bianca. È applicabile a chiunque si senta il "vecchio" della situazione. Quello che non vuole lasciare. A volte si è vecchi a trent' anni e già abbastanza ricchi e potenti da non voler mollare l’osso seppur ben sazi. È una canzone sulla paura, su chi è trascinato in guerra e non ci vuole andare. È dedicata a tutti i disertori di questi decenni malsani.

"Si fa presto a suonare un flamenco / se non si hanno le dita mozzate / a calciare un rigore sbilenco / se le gambe te le hanno spezzate" sono versi della canzone Si fa presto a cantare d'amore, in cui c'è anche un bellissimo violoncello. Direi che si fa presto a sputare sentenze seduti su un comodo divano, bisognerebbe sempre cercare di immedesimarsi in chi soffre prima di giudicare con superficialità. In questo disco "urgente" non c'è proprio spazio per parlare di cuore e amore o sbaglio?

In questo album non c' è tanto spazio per cuoricini e faccine sorridenti. Si fa presto a cantare d'amore se non si ha altro da dire o da pensare. In questo caso mi è sembrato più opportuno cantare quel che fa riflettere intorno alla devastazione, alla morte sul lavoro, alle donne ammazzate ogni giorno. Alla paralisi di chi corre tutto il giorno e poi scappa e chiude la porta della sua stanza al mondo.

Ed ecco così giunti al brano che chiude il disco, si intitola semplicemente Mare, ma racchiude dentro di sé un oceano di poesia, dolente poesia, accompagnata da una altrettanto dolente melodia, una umanissima preghiera, meravigliosa. Toccanti i versi "Mare mare amato mio fratello è annegato / e adesso sta quaggiù / mare scuro profondo i miei amici sono a fondo / aiutali tu". Come mai hai scelto di non cantare tu in prima persona questo testo? Finito l'ascolto del brano resta nel cuore una grande amarezza e, soprattutto, la sensazione che dovremmo e potremmo fare molto di più per evitare queste continue tragedie, sei d'accordo? 

Per quest' ultimo brano del disco ho pensato subito a Filomena D' Andrea una delle voci più belle di questi ultimi decenni, secondo me. Filomena ha cantato anche in Neanche una parola in occidente e in La paura. La voce e la persona più vicine a quel che stavo cercando. Mare è un brano che nella sua tragedia lascia un filo di speranza. Come chiusura del disco e come messaggio finale.

Gerardo Balestrieri su Facebook

Gerardo Balestrieri su Instagram

Gerardo Balestrieri su YouTube



Nessun commento: