di Fabio Antonelli
Dopo la
parentesi del Covid Mauro Ermanno Giovanardi non è certo rimasto con le mani in
mano in questi ultimi due anni, perché nel 2024 è stato protagonista, con
Cesare Malfatti, dell’attesissima reunion dei La Crus con la pubblicazione di Proteggimi
da ciò che voglio (2024, Mescal) cui è seguita una tournée per i trent’anni
dal loro esordio. Contemporaneamente Giovanardi è stato oggetto del
documentario Jesus loves the fools con la regia di Filippo
D’Angelo, Dimitris Statiris e dello stesso Giovanardi, in cui è narrata la
nascita dei Carnival of fools, gruppo rock nato sul finire gli anni ’80 a
Milano per iniziativa di Giovanardi. Ne sono nati dei concerti di presentazione
in cui Giovanardi è stato accompagnato musicalmente dal chitarrista Marco
Carusino.
Prima di tutto
ciò, in mezzo e dopo, ha visto piano piano la luce il suo nuovo disco solista E
poi scegliere con cura le parole (2026, Universal) dopo nove anni dall’ultimo
disco di inediti. Un tempo lungo, necessario, che si avverte in ogni passaggio
di questo lavoro pensato, riflettuto, pazientemente costruito. Non un ritorno
qualsiasi, ma un disco che suona come una presa di posizione artistica e umana,
in controtendenza rispetto al rumore costante che ci circonda.
Giovanardi non
rincorre il presente, lo osserva. Non lo giudica dall’alto, lo attraversa. E
soprattutto lo racconta con uno strumento che oggi sembra sempre più fragile e
marginale: la parola scelta, soppesata, pronunciata con cura. Il titolo
dell’album non è dunque un vezzo poetico, ma una vera dichiarazione d’intenti.
Stessa cosa la
copertina, tanto curata, quanto essenziale, in cui Mauro Ermanno Giovanardi
sembra camminare in bilico sospeso lungo un fascio di luce, è quasi
fumettistica, ma non riporta alcun testo, neppure il titolo del disco, quasi a
voler riservare alle parole contenute, scelte, soppesate con cura nel disco
tutta l’attenzione che meritano.
Il disco si
apre con Il buio nella pelle, brano che assume immediatamente il
valore di manifesto. È una canzone che racconta una disillusione profonda, il
sentirsi fuori posto in un mondo dove i parametri sembrano cambiati, dove il
valore della scrittura e delle emozioni viene spesso oscurato dall’apparenza. Versi
come “Se oramai vale più un post / che saper scrivere canzoni / e una foto
anche se figa / vale più delle emozioni /questo posto non è il mio / non è
quello che volevano / non è quello che sognavo / non è quello in cui credevo” evocano
lo smarrimento di una generazione che aveva immaginato altro, e che oggi fatica
a riconoscersi nel presente. Musicalmente l’incedere è misurato, elegante,
perfettamente funzionale a una voce che entra in punta di piedi ma lascia il
segno.
Veloce cambia
andamento ma non profondità. Qui il tema è la frenesia, la corsa continua che
caratterizza la nostra epoca: tutto accade in fretta, tutto deve essere
immediato, anche a costo di perdere senso. Il ritmo più sostenuto e
l’elettronica discreta restituiscono efficacemente questa sensazione di
accelerazione costante, senza mai sacrificare la chiarezza del racconto.
Con La
coscienza della mia generazione si entra nel cuore emotivo dell’album.
È uno dei brani più intensi e riusciti dell’intero lavoro, un bilancio
lucidissimo di una generazione sospesa, privata di riferimenti solidi, incapace
di trasmettere certezze. Giovanardi riesce a essere personale senza mai
diventare autoreferenziale, trasformando una riflessione intima in una
fotografia collettiva.
Anni zero guarda al
passato, ma lo fa senza nostalgia compiaciuta. È piuttosto una canzone sul
passaggio del tempo, sulle trasformazioni personali e culturali, sul ruolo che
la musica ha avuto come bussola emotiva in quegli anni. Bellissimo l’incipit
“Caterina nel silenzio della stanza / pensando che nessuno sentirà / mette un
disco del Velluto Sotterraneo / chiude gli occhi sul sofà / lei sa che a certi
incroci della vita / travestito da canzone di anni fa / a sorpresa spunta un
diavolo sottile / che ti porta ad altre età”. Il pianoforte accompagna il
racconto con delicatezza, creando uno spazio di memoria che non indulge nel
rimpianto.
Il tradimento
è al centro di Amore Giuda, affrontato in senso ampio: affettivo,
esistenziale, morale. Il riferimento simbolico è forte, ma il brano resta
contenuto, misurato, mai enfatico. Ritmicamente è molto bello, così come quei
cori un po’ funky che fanno da contraltare al canto di Giovanardi.
A fare da
contrappunto arriva Di struggente amore, che restituisce
all’amore una funzione quasi salvifica: fragile, imperfetta, ma necessaria per
continuare a stare al mondo “Ho bisogno di te / e della tua presenza / ho
bisogno di te / del poco peso che dai / alla mia incoscienza”.
Con Fermami
emerge una richiesta esplicita, quasi una supplica: il desiderio di essere
trattenuti, di rallentare prima di smarrirsi del tutto. Il crescendo emotivo
del brano accompagna questa tensione interiore senza forzature. Una delle più
intimiste e cucite sulla pelle di Giovanardi.
Per cantare
più forte riflette invece sul ruolo stesso della musica e della
voce: cantare come gesto di resistenza, come tentativo di affermarsi in mezzo a
un rumore di fondo sempre più assordante. È uno dei brani più consapevolmente
“meta” del disco, e proprio per questo tra i più emblematici. Salvifici i versi
“Voglio aprire le braccia / per cantare più forte / per ingannare la morte / e
sentirmi più vivo”. La musica come cura
contro la morte.
Il numero che
viene dopo è una canzone sull’attesa e sull’incertezza, sul non
sapere cosa verrà ma continuare comunque ad andare avanti. Il “numero
successivo” diventa metafora di un futuro indefinito, mai completamente
leggibile, ma inevitabile. Ancora una volta di grande impatto l’inizio della
canzone “In quale tasca hai messo / il tuo orgoglio uomo / lo hai lasciato
andare via col tempo / in quale tasca hai messo / il tuo nome nuovo / sei
soltanto il numero che viene dopo”.
Con Un
errore Giovanardi affronta uno dei nuclei concettuali più profondi del
disco: l’accettazione della propria imperfezione. L’errore non come fallimento,
ma come condizione dell’esistere, come parte integrante del percorso umano. La
canzone colpisce per spoglia sincerità “io sono un / sono un errore / io sono
un graffio sulla pelle / ancora nulla cambia eppure / quest’ora no non ha
sorelle”.
Non credo nei
miracoli riafferma una disillusione lucida, mai cinica. Qui non
c’è rassegnazione, piuttosto la consapevolezza che le salvezze, se esistono,
passano dalle relazioni, dalle scelte quotidiane, non da interventi esterni.
Ogni voglia di
noi due riporta al centro il rapporto, lo spazio intimo
condiviso come ultimo luogo di resistenza possibile. È una canzone raccolta,
quasi una pausa necessaria prima della chiusura. Forse l’unica canzone d’amore
vera e propria del disco ma si fa valere “Apro piano le tue labbra / e le
affogo nelle mie / sei la schiuma ed io la sabbia / io le rime tu le poesie /
tu sei l’estasi ed io il male / a cui dici sempre sì”.
Il disco si
conclude con Ha ragione Schopenhauer, titolo che potrebbe far
pensare a un esercizio intellettuale e che invece si rivela una chiusura
ironica e amara al tempo stesso. Il riferimento filosofico diventa uno
strumento per leggere il disincanto contemporaneo, senza mai appesantire il
racconto. Dentro i versi “Con lo stomaco che urla / io non riesco a respirare /
io mi sento così perso / e non so dove andare / l’inquietudine che sale / e
l’insonnia che stordisce” c’è tutto il mondo di Giovanardi.
Dal punto di
vista musicale E poi scegliere con cura le parole è un lavoro
cesellato con attenzione estrema. Gli arrangiamenti sono sobri, mai ridondanti,
sempre funzionali alla voce, vero centro emotivo del progetto. Fondamentale il
lavoro collettivo sui testi: le diverse penne coinvolte Francesco Bianconi,
Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope e Anastasi, non spezzano
l’unità narrativa, ma la rafforzano, segno di una direzione artistica chiara e
condivisa.
In definitiva
siamo di fronte a un disco maturo, profondo, coerente. Un album che non cerca
l’impatto immediato ma la durata, che non urla ma resta. Mauro Ermanno
Giovanardi firma uno dei lavori più completi e significativi della sua carriera
solista, ricordandoci che oggi, forse più che mai, scegliere con cura le parole
è un atto necessario.
Mauro Ermanno Giovanardi – E poi
scegliere con cura le parole
Woodworm
Label – 2026
Tracklist
1.
Il
buio nella pelle
2.
Veloce
3.
La
coscienza della mia generazione
4.
Anni
zero
5.
Amore
Giuda
6.
Di
struggente amore
7.
Fermami
8.
Per
cantare più forte
9.
Il
numero che viene dopo
10.
Un
errore
11.
Non
credo nei miracoli
12.
Ogni
voglia di noi due
13.
Ha
ragione Schopenhauer
Crediti
Mauro Ermanno
Giovanardi: voce, cori, campioni, groove, armonica
Leziero
Rescigno: piano, ritmiche, elettronica, mellotron, rhodes, Hammond, piano
elettrico, sinth
Lele Battista:
cori, programmazioni, synth
Roberto
Vernetti: ritmiche, synth, campioni
Marco Benz
Gentile: archi
Jessica Testa:
archi
Barbara
Cavaleri: cori, voce, backing vocals
Paolo
Milanesi: Tromba
Cesare
Malfatti: elettronica, campioni, chitarra classica, elettronica
Marco
Carusino: chitarra fuzz


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