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martedì, aprile 28, 2026

Mauro Ermanno Giovanardi - E poi scegliere con cura le parole - A volte scegliere le parole, e non lasciarle scivolare via, è l’unico modo per restare fedeli a sé stessi.

di Fabio Antonelli



Dopo la parentesi del Covid Mauro Ermanno Giovanardi non è certo rimasto con le mani in mano in questi ultimi due anni, perché nel 2024 è stato protagonista, con Cesare Malfatti, dell’attesissima reunion dei La Crus con la pubblicazione di Proteggimi da ciò che voglio (2024, Mescal) cui è seguita una tournée per i trent’anni dal loro esordio. Contemporaneamente Giovanardi è stato oggetto del documentario Jesus loves the fools con la regia di Filippo D’Angelo, Dimitris Statiris e dello stesso Giovanardi, in cui è narrata la nascita dei Carnival of fools, gruppo rock nato sul finire gli anni ’80 a Milano per iniziativa di Giovanardi. Ne sono nati dei concerti di presentazione in cui Giovanardi è stato accompagnato musicalmente dal chitarrista Marco Carusino.

Prima di tutto ciò, in mezzo e dopo, ha visto piano piano la luce il suo nuovo disco solista E poi scegliere con cura le parole (2026, Universal) dopo nove anni dall’ultimo disco di inediti. Un tempo lungo, necessario, che si avverte in ogni passaggio di questo lavoro pensato, riflettuto, pazientemente costruito. Non un ritorno qualsiasi, ma un disco che suona come una presa di posizione artistica e umana, in controtendenza rispetto al rumore costante che ci circonda.

Giovanardi non rincorre il presente, lo osserva. Non lo giudica dall’alto, lo attraversa. E soprattutto lo racconta con uno strumento che oggi sembra sempre più fragile e marginale: la parola scelta, soppesata, pronunciata con cura. Il titolo dell’album non è dunque un vezzo poetico, ma una vera dichiarazione d’intenti.

Stessa cosa la copertina, tanto curata, quanto essenziale, in cui Mauro Ermanno Giovanardi sembra camminare in bilico sospeso lungo un fascio di luce, è quasi fumettistica, ma non riporta alcun testo, neppure il titolo del disco, quasi a voler riservare alle parole contenute, scelte, soppesate con cura nel disco tutta l’attenzione che meritano.

Il disco si apre con Il buio nella pelle, brano che assume immediatamente il valore di manifesto. È una canzone che racconta una disillusione profonda, il sentirsi fuori posto in un mondo dove i parametri sembrano cambiati, dove il valore della scrittura e delle emozioni viene spesso oscurato dall’apparenza. Versi come “Se oramai vale più un post / che saper scrivere canzoni / e una foto anche se figa / vale più delle emozioni /questo posto non è il mio / non è quello che volevano / non è quello che sognavo / non è quello in cui credevo” evocano lo smarrimento di una generazione che aveva immaginato altro, e che oggi fatica a riconoscersi nel presente. Musicalmente l’incedere è misurato, elegante, perfettamente funzionale a una voce che entra in punta di piedi ma lascia il segno.

Veloce cambia andamento ma non profondità. Qui il tema è la frenesia, la corsa continua che caratterizza la nostra epoca: tutto accade in fretta, tutto deve essere immediato, anche a costo di perdere senso. Il ritmo più sostenuto e l’elettronica discreta restituiscono efficacemente questa sensazione di accelerazione costante, senza mai sacrificare la chiarezza del racconto.

Con La coscienza della mia generazione si entra nel cuore emotivo dell’album. È uno dei brani più intensi e riusciti dell’intero lavoro, un bilancio lucidissimo di una generazione sospesa, privata di riferimenti solidi, incapace di trasmettere certezze. Giovanardi riesce a essere personale senza mai diventare autoreferenziale, trasformando una riflessione intima in una fotografia collettiva.

Anni zero guarda al passato, ma lo fa senza nostalgia compiaciuta. È piuttosto una canzone sul passaggio del tempo, sulle trasformazioni personali e culturali, sul ruolo che la musica ha avuto come bussola emotiva in quegli anni. Bellissimo l’incipit “Caterina nel silenzio della stanza / pensando che nessuno sentirà / mette un disco del Velluto Sotterraneo / chiude gli occhi sul sofà / lei sa che a certi incroci della vita / travestito da canzone di anni fa / a sorpresa spunta un diavolo sottile / che ti porta ad altre età”. Il pianoforte accompagna il racconto con delicatezza, creando uno spazio di memoria che non indulge nel rimpianto.

Il tradimento è al centro di Amore Giuda, affrontato in senso ampio: affettivo, esistenziale, morale. Il riferimento simbolico è forte, ma il brano resta contenuto, misurato, mai enfatico. Ritmicamente è molto bello, così come quei cori un po’ funky che fanno da contraltare al canto di Giovanardi.

A fare da contrappunto arriva Di struggente amore, che restituisce all’amore una funzione quasi salvifica: fragile, imperfetta, ma necessaria per continuare a stare al mondo “Ho bisogno di te / e della tua presenza / ho bisogno di te / del poco peso che dai / alla mia incoscienza”.

Con Fermami emerge una richiesta esplicita, quasi una supplica: il desiderio di essere trattenuti, di rallentare prima di smarrirsi del tutto. Il crescendo emotivo del brano accompagna questa tensione interiore senza forzature. Una delle più intimiste e cucite sulla pelle di Giovanardi.

Per cantare più forte riflette invece sul ruolo stesso della musica e della voce: cantare come gesto di resistenza, come tentativo di affermarsi in mezzo a un rumore di fondo sempre più assordante. È uno dei brani più consapevolmente “meta” del disco, e proprio per questo tra i più emblematici. Salvifici i versi “Voglio aprire le braccia / per cantare più forte / per ingannare la morte / e sentirmi più vivo”.  La musica come cura contro la morte.

Il numero che viene dopo è una canzone sull’attesa e sull’incertezza, sul non sapere cosa verrà ma continuare comunque ad andare avanti. Il “numero successivo” diventa metafora di un futuro indefinito, mai completamente leggibile, ma inevitabile. Ancora una volta di grande impatto l’inizio della canzone “In quale tasca hai messo / il tuo orgoglio uomo / lo hai lasciato andare via col tempo / in quale tasca hai messo / il tuo nome nuovo / sei soltanto il numero che viene dopo”.

Con Un errore Giovanardi affronta uno dei nuclei concettuali più profondi del disco: l’accettazione della propria imperfezione. L’errore non come fallimento, ma come condizione dell’esistere, come parte integrante del percorso umano. La canzone colpisce per spoglia sincerità “io sono un / sono un errore / io sono un graffio sulla pelle / ancora nulla cambia eppure / quest’ora no non ha sorelle”.   

Non credo nei miracoli riafferma una disillusione lucida, mai cinica. Qui non c’è rassegnazione, piuttosto la consapevolezza che le salvezze, se esistono, passano dalle relazioni, dalle scelte quotidiane, non da interventi esterni.

Ogni voglia di noi due riporta al centro il rapporto, lo spazio intimo condiviso come ultimo luogo di resistenza possibile. È una canzone raccolta, quasi una pausa necessaria prima della chiusura. Forse l’unica canzone d’amore vera e propria del disco ma si fa valere “Apro piano le tue labbra / e le affogo nelle mie / sei la schiuma ed io la sabbia / io le rime tu le poesie / tu sei l’estasi ed io il male / a cui dici sempre sì”.

Il disco si conclude con Ha ragione Schopenhauer, titolo che potrebbe far pensare a un esercizio intellettuale e che invece si rivela una chiusura ironica e amara al tempo stesso. Il riferimento filosofico diventa uno strumento per leggere il disincanto contemporaneo, senza mai appesantire il racconto. Dentro i versi “Con lo stomaco che urla / io non riesco a respirare / io mi sento così perso / e non so dove andare / l’inquietudine che sale / e l’insonnia che stordisce” c’è tutto il mondo di Giovanardi.

Dal punto di vista musicale E poi scegliere con cura le parole è un lavoro cesellato con attenzione estrema. Gli arrangiamenti sono sobri, mai ridondanti, sempre funzionali alla voce, vero centro emotivo del progetto. Fondamentale il lavoro collettivo sui testi: le diverse penne coinvolte Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope e Anastasi, non spezzano l’unità narrativa, ma la rafforzano, segno di una direzione artistica chiara e condivisa.

In definitiva siamo di fronte a un disco maturo, profondo, coerente. Un album che non cerca l’impatto immediato ma la durata, che non urla ma resta. Mauro Ermanno Giovanardi firma uno dei lavori più completi e significativi della sua carriera solista, ricordandoci che oggi, forse più che mai, scegliere con cura le parole è un atto necessario.









Mauro Ermanno Giovanardi – E poi scegliere con cura le parole

Woodworm Label – 2026

Tracklist

1.      Il buio nella pelle

2.      Veloce

3.      La coscienza della mia generazione

4.      Anni zero

5.      Amore Giuda

6.      Di struggente amore

7.      Fermami

8.      Per cantare più forte

9.      Il numero che viene dopo

10.  Un errore

11.  Non credo nei miracoli

12.  Ogni voglia di noi due

13.  Ha ragione Schopenhauer

Crediti

Mauro Ermanno Giovanardi: voce, cori, campioni, groove, armonica

Leziero Rescigno: piano, ritmiche, elettronica, mellotron, rhodes, Hammond, piano elettrico, sinth

Lele Battista: cori, programmazioni, synth

Roberto Vernetti: ritmiche, synth, campioni

Marco Benz Gentile: archi

Jessica Testa: archi

Barbara Cavaleri: cori, voce, backing vocals

Paolo Milanesi: Tromba

Cesare Malfatti: elettronica, campioni, chitarra classica, elettronica

Marco Carusino: chitarra fuzz

Produzione artistica: Mauro Ermanno Giovanardi e Leziero Rescigno
Registrazioni: Lele Battista
Testi scritti con la collaborazione di: Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope, Anastasi
Etichetta: Woodworm Label
Distribuzione: Universal Music Italia
Anno di pubblicazione: 2026

Mauro Ermanno Giovanardi su Facebook Pagina pubblica



lunedì, febbraio 05, 2018

Sanremo d’Autore, perché Sanremo non è solo Sanremo

di Fabio Antonelli

Nel 2016, Patrizia Cirulli sorprese pubblico e critica con “Mille baci” (Incipit Records), un disco in cui musicò e interpreto poesie di grandissimi poeti dimostrando grandissima sensibilità. Ora dà alle stampe un nuovissimo progetto “Sanremo d’Autore” (Egea Music – 2018) in cui reinterpreta dodici canzoni di altrettanti artisti sanremesi, arrivati ultimi, penultimi o comunque esclusi dalla giuria alle serate finali, in una sorta di rivincita morale.

Cover "Sanremo d'Autore" - Foto di Renzo Chiesa


Dopo un bell'album che ti ha vista musicare e cantare poeti, sei tornata con un nuovo disco ancora nel ruolo d'interprete. La copertina ti ritrae sorridente uscire su un palco teatrale, accanto, scritto elegantemente a mano, il tuo nome e cognome e il titolo del progetto "Sanremo d'Autore". Titolo e copertina come sono nati? Il progetto com'è nato?

Parlando con un amico discografico era saltata fuori l'idea di pensare ad un disco di cover. Successivamente, parlando di questo con Francesco Paracchini, è nata l'idea di concentrarsi su brani sanremesi non premiati dalle giurie, anzi arrivati ultimi, penultimi o non ammessi alla serata finale. Belle canzoni che sono comunque arrivate al cuore degli ascoltatori e che hanno avuto il loro riconoscimento nel tempo. Il titolo mi è venuto in mente partendo appunto dalla parola "Sanremo" che è il filo conduttore. "D'Autore", in quanto tutti i brani sono firmati da grandi autori (ad esempio, nel brano dei Tazenda "Pitzinnos in sa gherra" compare anche Fabrizio De André). Un modo per dare valore anche agli autori che spesso non vengono nemmeno citati. Per quanto riguarda la copertina, ne avevo parlato con un amico e collaboratore, Ottavio Tonti, che mi ha suggerito l'idea del teatro e delle scritte a mano sulla copertina. Ne ho quindi parlato con Renzo Chiesa a cui è venuta l'idea di scattare la foto con il sipario del Teatro Carcano a Milano. Un'immagine allegra e gioiosa, una sorta di sintesi fra il palco di un teatro (che rimanda a Sanremo) e la "rivincita" delle canzoni in questione.

Curiosamente e, direi anche coraggiosamente, il disco si apre con una versione molto particolare di "Vita spericolata" di Vasco Rossi in cui tu non compari ma lasci la scena al maestro Vince Tempera che la esegue al pianoforte. Un inizio suggestivo e direi spiazzante, quasi a mettere in guardia l'ascoltatore che non si tratta del solito disco di semplici rifacimenti ... O sbaglio?

In effetti è così, non è un semplice disco di cover. C'è un filo conduttore e un significato preciso che lega le canzoni. "Vita spericolata" è una delle canzoni simbolo dei non valorizzati a Sanremo, non poteva mancare. Ho pensato anche di cantarla, l'ho provata. Poi la notte mi ha portato consiglio e ho avuto l'idea di non cantarla e di iniziare il disco così. Il tema portante del brano è bellissimo. Quando mi è arrivato il disco a casa e ho iniziato l'ascolto mi sono venuti i brividi. Una canzone storica.

Patrizia Cirulli - Foto di Valeria Bissacco


Vince Tempera, però, non è l'unico musicista con cui hai collaborato nella realizzazione del disco. La terza traccia, ad esempio, che è "Il tuo amore", canzone di Bruno Lauzi che nel lontanissimo 1965 a Sanremo fu totalmente ignorata ed esclusa persino dalla finale, vede un magnifico Sergio Cammariere duettare con te, mettendo a disposizione voce, pianoforte e curandone anche gli arrangiamenti. Com'è nata l'idea di coinvolgerlo nel progetto? Volevi forse un'atmosfera jazz? Come è avvenuta la collaborazione?

Sergio Cammariere è un artista che amo molto e, in effetti, l'idea della sua presenza con le sue atmosfere jazz era quello cui avevo pensato. Gli arrangiamenti sono stati curati da Sergio e suonano nel brano i suoi storici musicisti, Amedeo Ariano e Luca Bulgarelli. Sergio ha fatto un lavoro meraviglioso e le nostre voci si alternano e si sfiorano come a creare un'onda.

Visto che abbiamo affrontato da subito il discorso collaborazioni parlerei di Mario Venuti e la sua "Un altro posto al mondo", scritta con Kaballà e da lui presentata a Sanremo nel 2016, insieme al suo gruppo Arancia Sonora. Com'è stata cantarla con l'autore stesso? E' stato come ridare il giusto valore a una canzone, per certi versi, così poco sanremese?

Si tratta di una canzone bellissima a mio avviso, molto evocativa, capace di portarti altrove. Un brano che ho sempre amato. Ingiusto non averlo ammesso alla serata finale. Ho sempre avuto grande stima per Venuti e per Kaballà che, come hai ricordato tu, è l'autore del brano insieme a Mario. È stato un dono poter interpretare il brano insieme al suo autore, Mario è stato generoso.

Patrizia Cirulli - Foto di Ottavio Tonti


Uno dei pregi maggiori di questo tuo progetto, credo sia stato quello di far riscoprire all'ascoltatore alcune canzoni che davvero erano state ignorate o scartate dalla giuria sanremese, magari ricevendo solo il premio della critica, penso ad esempio a "Colpevole" cantata da un Arigliano già ottantunenne nel 2005. Personalmente trovo meravigliosa la tua versione voce e chitarra e, ancora una volta, emerge il tuo amore verso il jazz o sbaglio?

Non sbagli, è così!! È un amore che esiste ... Quando ho deciso di realizzare questo disco, uno dei brani che volevo assolutamente fare era proprio "Colpevole". Un brano che mi è sempre piaciuto tantissimo, la canto con il sorriso. Ricordo con emozione e divertimento l'esibizione di Arigliano al Festival. Mi piace molto l'atmosfera e l'ambientazione del brano originale e sono molto contenta della nuova veste sonora che vede Massimo Germini alla chitarra, con arrangiamento di Lele Battista.

Senza per forza passare in rassegna tutte le canzoni, che sono davvero una più bella dell'altra nelle tue versioni, ci sono però due canzoni "Rosanna" di Nino Buonocore e "Lei verrà" di Pino Mango che, per la particolarità delle voci dei due cantanti tu, con la tua voce scura e calda, hai saputo valorizzare con straordinaria bravura, tanto da farmele quasi preferire alle versioni originali. Affrontarle è stata per te quasi una sfida? Un voler dimostrare di potercela fare anche nei confronti di voci così lontane dalla tua? Se si, direi che ci sei pienamente riuscita ...

Intanto grazie Fabio per le tue parole e le tue impressioni!!! Per quando riguarda "Rosanna", mi sono trovata subito a mio agio nel cantarla e mi è piaciuto tantissimo!! Poi Joe Damiani ha realizzato un arrangiamento molto fresco e delicato. Per quanto riguarda "Lei verrà", avevo delle resistenze inizialmente e avevo anche pensato di non farla in quanto la vocalità di Pino è particolarissima e questo brano viene colorato dalla sua voce in modo unico. In un secondo momento, ho provato a rapportami a questo brano in modo semplice e diretto e ho provato a farlo a modo mio. È diventata, ovviamente, una cosa molto diversa. Sono molto contenta per la realizzazione di entrambi i brani.

Patrizia Cirulli - Foto di Valeria Bissacco


So che in questi giorni di Festival, avrai modo di presentare il disco proprio a Sanremo, per la precisione nella sede del Club Tenco, spero seguiranno altre occasioni live ... con che formazione porterai in giro il disco? A proposito di Club Tenco, il tuo disco non credi faccia da trait d'union tra questi due mondi spesso distanti fra loro, che aiuti in un certo senso il dialogo e l'abbattimento di certi confini?

Si, mercoledì 7 febbraio ci sarà una presentazione del disco nella sede del Club Tenco e sarò a Sanremo tutta la settimana per altre presentazioni. Il disco lo presentiamo in acustico, chitarra e voce. Questo disco credo che possa essere motivo di unione fra i due mondi, sono d'accordo con te. Il brano dei Tazenda, "Pitzinnos in sa gherra", porta la firma anche di Fabrizio De André, ad esempio. Poi ci sono brani di Lauzi, Tenco insieme ad altri autori considerati più "pop" (che non è una brutta parola!). La bellezza è bellezza e riesce ad andare oltre ogni confine e pregiudizio.

Concordo molto con questa tua ultima affermazione. Vorrei chiudere, se fossi d'accordo, con una domanda proiettata verso il futuro. Dopo questo progetto, che ti vede ancora una volta in veste di interprete, hai definitivamente abbandonato la via del cantautorato puro o queste barriere in realtà non esistono e quindi, chissà?

In realtà, nel disco precedente, "Mille baci", ho composto tutte le musiche, oltre ad interpretare tutti i brani. Mi sono aperta anche ad altro, non ho l'esigenza di fare per forza solo cose scritte interamente da me. Mi sono divertita moltissimo con questo ultimo disco e non escludo di fare altro come interprete. Mi piace fare ciò che mi appassiona. Il prossimo disco potrebbe essere composto da brani scritti da me e mi piacerebbe molto (ho brani nel cassetto che attendono...), anche se fra i miei progetti c'è anche un'altra idea che vorrei realizzare in veste di compositrice.

Quest'ultima mia domanda era, in effetti, una provocazione, perché in realtà so benissimo che tu non hai mai abbandonato l'attività creativa in senso stretto, per fortuna nostra. Solo una curiosità, per congedarci, hai già in programma qualche data dal vivo oltre alla settimana sanremese?


Grazie Fabio!! Il 24 marzo alla Casa delle Arti - Spazio Alda Merini, a Milano, altre date in via di definizione ... Ora affrontiamo la settimana sanremese!!!



venerdì, ottobre 17, 2014

Recensione CD "Apnea" di Susanna Parigi

Apnea:" assenza, sospensione temporanea dell'attività respiratoria".
Apnea artistica:"Sospensione della cultura, dell'arte, dell'immaginazione".
Ma proprio dentro questa apnea nasce un nuovo modo di agire nell'arte, in maniera energica, invasiva e a volte anche violenta nei confronti delle persone e della società cosiddetta allineata.
È stato violentemente distrutto ogni tentativo di fare arte e cultura che non sia allineata, non solo dal nostro Paese ma dal sistema tutto. Dove il piccolo non può sopravvivere, è impensabile fare arte e cultura, perché arte e cultura non sono né saranno mai oggetti industriali; semmai artigianali.
Distruggendo il piccolo, si distrugge anche la possibilità di fare tesoro del dettaglio, della cura personale della progettazione, del materiale, del procedimento, delle persone che lavorano al progetto. In Italia, ormai, tanti artisti e persone che operavano in questo ambito, non hanno più lavoro e hanno dovuto smettere di credere e sperare.
Siamo in una sorta di Apnea.
In questo scenario, però, si aprono nuove possibilità. Chi aveva scelto questo mestiere solo per danaro se ne è andato, già da un bel po' di tempo.
Rimangono in trincea i veri credenti. Quelli che, come ha detto Garcia Lorca, ritengono sia «giusto che tutti gli uomini abbiano da mangiare, ma è altrettanto giusto che tutti gli uomini abbiano accesso al sapere. Che tutti possano godere i frutti dello spirito umano, poiché il contrario significa trasformarli... in schiavi di una terribile organizzazione sociale».
In Italia, con le leggi attuali, questi credenti sono privati delle più elementari forme di dignità, costretti a ricorrere, chiamiamolo con il suo vero nome, all'accattonaggio, al mendicare favori presso mecenati e a convertire i propri talenti e lavoro in hobby.
Si reca violenza non solo al mondo dell'arte, da qualcuno forse considerato 'volatile', ma alle vite di innumerevoli persone. Questo richiede risposta energica, invasiva, se necessario anche artisticamente violenta.
Da questo nasce Apnea Artistica, un nuovo modo, o forse antichissimo, di pensare la musica e credo le arti in generale. Non più allo scopo di arricchirsi in breve tempo e soddisfare il desiderio narcisistico alimentando urla di folle alienate, ma allo scopo, di ripristinare alcune funzioni vitali di un organismo atrofizzato, di favorire l'immaginazione e non la ripetizione, magari in qualche caso di consolare il cuore degli uomini, semplicemente lavorando giorno per giorno con passione, credendo alla necessità di una ridefinizione dei rapporti e recandosi non solo nei luoghi predisposti, ma ovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.

Credo che se non si parta da questo scritto-manifesto di Apnea, che campeggia nel sito della cantautrice e musicista fiorentina, manifesto che pian piano sta diventando anche un movimento, aperto a tutti gli artisti che avranno voglia di riconoscersi e che vi potranno aderire, prendendo contatto con la stessa artista, non sia però possibile cogliere a pieno il valore di questo suo nuovo progetto.

Cominciamo con il dire che il disco comprende appena nove tracce, di cui la prima Quello che non so è brevissima solo 1’52” ed è introdotta dalle dolcissimi note del pianoforte di Susanna sulle quali parte poi, s’innesta la voce traballante del piccolo Fabio Di Benedetto, subentrano poi gli archi ed ecco, finalmente, entrare in gioco anche la splendida voce di Susanna fino alla domanda finale “Ma quello che non so / io lo vorrei capire / ma come? / Come?”. Forse proprio da qui deve ripartire la rinascita della cultura, dalla curiosità di conoscere, di comprendere, dalla ricerca personale della verità. Non a caso, nel libretto del disco, è riportata una riflessione di José Mujica, Presidente dell’Uruguay, che si chiude così “… se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere”. Tema di grandissima attualità.

Se la prima traccia è una brevissima introduzione l’ultima, LIBeRI, è un testo liberamente tratto da “Libri e libertà” di Federico Garcia Lorca, questa volta non cantato ma recitato da Susanna su un tappeto sonoro molto particolare e suggestivo, dominato a tratti da percussioni ancestrali. La chiave di lettura di questa conclusione è già insita nel titolo, scritto proprio così, evidenziando con il maiuscolo la parola LIBRI, perché solo attraverso una cultura diffusa a ogni strato sociale, si potrà un giorno pensare di giungere a una libertà per tutti. Nel libretto, in proposito, è riportato un piccolo estratto da Garcia Lorca che dice “Io se avessi fame e mi trovassi invalido in mezzo alla strada, non chiederei un pane, ma chiederei mezzo pane e un libro … e a coloro che non hanno mezzi economici, rivolgo l’invito di dedicarsi alla lettura, di coltivare la propria intelligenza come unico mezzo di liberazione economica e sociale”. Si potrebbe pensare che se Garcia Lorca fosse ancora vivo probabilmente non guarderebbe certo la nostra televisione spazzatura.

In mezzo, restano appena sette tracce, che potrebbero sembrare poca cosa in termini numerici, ma che se ascoltate e “riascoltate” con la dovuta attenzione rivelano invece una densità di temi e concetti impressionanti.

Come accade spesso nelle canzoni di Susanna, sono le donne a essere le protagoniste delle sue canzoni, proprio come in Donne esoteriche, che comincia con i versi “Dare potere agli uomini è stato catastrofico... / Urge il ritorno all’universo vulvico ...”, in cui ancora una volta saranno le donne a essere le protagoniste dell’unica vera rivoluzione culturale possibile, donne viste da Susanna come dono di Dio ma che, con molta ironia, hanno bisogno per essere esoteriche di “Pepe rosso un bel po’, grasso d’ippopotamo. / Sotto sale essiccare sette semi di sesamo”.

Susanna è però ben conscia di come sia difficile non lasciarsi contaminare da ciò che ci circonda, in Tutte le cose si attaccano addosso, pervasa da suggestioni morriconiane, vi si trovano accenni a “la corruzione in famiglie per bene, / il malcostume di raccomandare”, a “certa attitudine per litigare, / certa abitudine di possedere”, fino al finale “la convinzione, il pensiero malato / che il successo tolga ogni peccato”. Quanto malcostume imperversa nella nostra società, dalla politica allo sport allo spettacolo ed è sempre più difficile restarne puliti.

Proprio alla politica, ma non solo, diciamo a tutti gli uomini di buona volontà, è rivolta la canzone L’uomo che cammina, un invito a operare non per il proprio successo o per i propri interessi ma per le generazioni che verranno dopo di noi, secondo una logica cristologica “E’ l’uomo che cammina, dice: / Amatevi, non dice: Amatemi”.

Se questo è l’esempio da seguire, però la realtà è purtroppo assai diversa, costellata da gente che non si rende conto della propria mediocrità e falsità, come in Che noia. Ancora una volta però è l’ironia a dominare il brano, in cui Susanna si definisce donna “che scopa sempre, / ma lo fa sostanzialmente / per analisi sociale, / per cultura generale / e per dare un contributo / etologico e morale / alla società”, una donna pronta anche a giustiziare con un bidè, dopo una notte insonne, gli acari nelle proprie mutande.

L’ironia dura giusto un istante, perché Venivamo tutte dal mare, testo scritto a quattro mani da Susanna e Kaballà, è invece una triste splendida canzone, dedicata a tutte le donne migranti venute “come merci da trasportare, per l’inganno occidentale, perfette” ma alla fine “forti abbastanza da ribaltare l’equilibrio occidentale ... perfette”. Il riferimento letterario, nel libretto, è “Pentimento” una poesia di Erri De Luca.

Sonorità totalmente diverse, elettroniche, quasi in stile Alberto camerini ma ancora intrecciate a trame d’archi e pianoforte, ci portano all’indignazione di Filtro elettronico verso il maniacale filmare tutto, persino “l’applauso maniacale alla bara mentre cade”, per poi condividerlo immediatamente sui vari social network, perdendone così irrimediabilmente il senso stesso dell’essere lì, in quel preciso momento, “quanto vorrei esserci stata a Woodstock / e non vederlo dentro un film adesso”.

Piacevole è, infine, Carica erotica, ironica canzone intorno al tema suggerito dal titolo stesso, una canzone per una volta non costruita sul pianoforte bensì sulla chitarra, con sonorità da bossanova.


Il disco, in termini di durata è molto breve, quasi quanto un EP, ma molto concettuale, tanto che se un appunto va fatto, è che è proprio questo suo intrinseco concettualismo finisce per essere pregio e difetto al tempo stesso, perché se le canzoni dal punto di vista letterario appaiono dense di significato, ricche di agganci letterari e cantate da Susanna con l’originale fascino che la contraddistingue, pagano però dazio nell’essere poco immediate e capaci di emozionare sin dal primo ascolto.



Artista: Susanna Parigi
Titolo album: Apnea
Etichetta: 103 Edizioni Musicali
Distributore: Self

Produzione artistica: Susanna Parigi
Anno di uscita: 2014
Durata totale: 28:47

Elenco tracce:                                   
01. Quello che non so
02. Donne esoteriche
03. Tutte le cose si attaccano addosso
04. L’uomo che cammina
05. Che noia
06. Venivano tutte dal mare
07. Filtro elettronico
08. Carica erotica
09. LIBeRI

Brani migliori:
Venivano tutte dal mare
Donne esoteriche
Tutte le cose si attaccano addosso

Musicisti e Ospiti:
Susanna Parigi: voce e pianoforte
Ferruccio Spinetti: contrabbasso
Matteo Giudici: chitarre
Michele Guaglio: basso
Nicola Stranieri: batteria e percussioni
Aurora Bisanti: violino solista
Alessio Nava: trombone
Roberto Fazari: chitarre elettriche
Coro Les Femmes ésotériques: Beatrice Burrello, Patrizia  Bolla, Paola Candeo, Sabrina Giambalvo, Chiara Pakagi, Chiara Bugatti

domenica, ottobre 12, 2014

Intervista a Giancarlo Guerrieri



di Fabio Antonelli

“I Pazzi osano dove gli angeli temono d'andare” scriveva Poe e, in “Pazzu” il nuovo progetto di Giancarlo Guerrieri, il musicista siciliano ha osato molto e non solo artisticamente. Libero da ogni cliché, in quest’ultimo disco i vari generi e stili musicali si fondono piacevolmente e sono al servizio e alla funzionalità delle canzoni. Ecco cosa mi ha raccontato di questa sua nuova “pazzia”.



La prima cosa che mi ha incuriosito di questo tuo nuovo lavoro è la copertina, molto diversa dai lavori precedenti, ha quasi un qualcosa di messianico, quella folla di colore e tu quasi assunto in cielo com’è stata scelta e perché?

La fotografia così come tutto il progetto grafico è di Charley Fazio, la foto è nata da una sua idea e, in effetti, il mio tuffo su quelle mani tese, che mi salveranno, sono una rete di sicurezza per un folle tuffo nel vuoto. Sono del parere che dai paesi sottosviluppati India, Africa, ecc. in futuro arriverà la nostra salvezza o redenzione, questo perché la globalizzazione ci sta portando sempre di più a non capire il mondo. In questo caos ordinato, verrà fuori l'umanità del futuro che da questi paesi salverà il mondo ... come non lo so, ma le profezie sono sempre un po’ ermetiche.

La musica può qualche cosa in tal senso? Da quanto canti in "La musica è putenti", energico pezzo che apre questo lavoro sembrerebbe proprio di si o sbaglio?

La musica ha una forza insita che può tutto, io sono dell'idea che con la musica si possono ancora fare le rivoluzioni "culturali" ed io imbracciato la mia chitarra, in “La musica è putenti” do voce a quella moltitudine di uomini semplici che nella canzone si ritrovano di colpo abbracciati sotto lo stesso cielo uniti da un ideale di giustizia e fratellanza, una sola voce, perché “La musica è potente e non si arrende, mai”.

Ciò che più mi ha colpito favorevolmente di questo lavoro è da una parte la bellezza e l'impegno civile dei testi dall'altra l'immediatezza di molte canzoni, hai saputo coniugare alla perfezione fruibilità (nonostante le difficoltà del dialetto per chi non è siciliano) e impegno, pregio non da poco. Concordi?

I testi sono stai scritti con moltissima attenzione, ci sono stati ripensamenti e, più di una volta, ho voluto confrontarmi con altri colleghi cantautori, che mi hanno aiutato nell'avere fiducia in me, poi ci sono state le canzoni scritte con Kaballà che ha saputo entrare nei miei brani scritti insieme con molto entusiasmo, senza però invadere troppo "il campo". Il mio stile si è andato delineando sempre di più in questi due ultimi dischi, con “Pazzu” ho fatto un ulteriore step, che mi ha permesso di scrivere in dialetto storie pensate in italiano, accostandomi alla lingua italiana con naturalezza e il risultato è stato appunto questo esperimento, che nella versione in siciliano di “L'uomo è pazzo” è più evidente.

Mi hai anticipato, volevo giusto che parlassi di "L'uomo è pazzo" o di "Pazzu" se guardiamo alla versione in siciliano. Nella versione in italiano duetti, per altro, con Roberta Zitelli una delle voci più belle che abbia sentito in quest’ultimo anno di ascolti. Com'è nato questo brano e com'è nata l'idea di affidare a lei il ruolo femminile?

Questa canzone è nata a Milano durante la registrazione del disco, avevamo bisogno di una canzone lenta che andasse a chiudere l'album, ed io mi sono fermato a leggere una frase che avevo scritto a matita su di un foglietto volante ... forse qualche giorno prima, "L'uomo è pazzoooo". A quelle parole però mancava una melodia, che Mario Saroglia ha saputo trovare immediatamente, poi avevamo  bisogno di una storia da raccontare o un messaggio da far passare e con Kaballà abbiamo pensato di scrivere un brano che parlasse di femminicidio, la voce di Roberta Zitelli mi è sembrata da subito la più adatta a interpretare il brano, conoscendola bene da molti anni, infatti, Roberta è la corista della BANDACAMINATI, formazione che mi accompagna oramai da cinque anni- Il risultato è stato quello auspicato, cioè un brano intenso che sa emozionare ma soprattutto riflettere.



Una delle canzoni che secondo me ha questo potere di far riflettere su come in pochi anni il mondo, i valori siano cambiati completamente, è "Carizzi e petri", una delle più evocative direi.

E’ vero, ho voluto raccontare la storia di una donna di altri tempi, che ha visto la guerra e vissuto i soprusi, la miseria e, dopo una vita che comunque gli ha regalato l'amore, dei figli e dei nipoti, giunta alla fine dei suoi giorni, si rende conto che ha il dovere di lasciare in eredità quei valori universali che non hanno prezzo, perché la vita senza l'amore non ha alcun valore.

Nel disco è inserita anche una splendida cover di una canzone di Nino Ferrer, mi riferisco a "Agata", com'è nata l'idea di farne una cover e di darle una veste dal punto di vista così attuale. Uno dei pezzi più trascinanti.

Durante un mio concerto di qualche anno fa il mio amico Peppe Qbeta, front man del gruppo omonimo, mi prese in disparte e mi disse, sai che tu mi ricordi Nino Ferrer sul palco, secondo me dovresti ascoltarlo attentamente, da lì la curiosità di studiare la sua discografia e il suo personaggio. Con “Agata” ho cercato di far rivivere una canzone che è stata scritta negli anni ‘30 da Cioffi e Pisano e che, nella mia versione arrangiata da Mario Saroglia, è rinata con l'idea di provare a farla diventare una Hit radiofonica! Chi può dire che prima o poi non avvenga?

Se "Agata" è canzone che, come dici tu, ha una fisionomia più radiofonica, questo disco è però ricco di canzoni che narrano di resistenze perfettamente in linea con il tema del Tenco di quest'anno, non credo sia una casualità, forse è il tema più sentito in questi momenti così difficili, che dici?

Hai detto bene, in questi ultimi anni in Italia, la situazione socio economica e politica e di conseguenza quella culturale si è andata ad arenare in una palude stagnante, dove regna il mal governo, una coscienza collettiva malata, del prendo tutto quello che c'è da prendere e poco importa se lo faccio onestamente o se questo comporta un danno di natura morale o economico che sia. Gli artisti, i creativi, devono avere il coraggio di denunciare queste cose in maniera aperta, senza timore di essere epurati dai circuiti mediatici, io con questo disco mi sono imposto di raccontare "anche per le future generazioni" quello che siamo stati e che siamo, l'ho fatto con “Super otto” e con “Kavallereska”, due canzoni diverse tra loro, ma legate da un filo conduttore che è il mal comune dell'italiano, credo di averlo fatto con onestà, coscienza e coraggio.

Può ancora l'amore essere una cura contro tutto questo mondo d’interessi e di affarismi? "Zorhat haria" sembra dire di si, ho visto che è stata scritta per te da Mario Incudine ...

Con Mario c'è una profonda e sincera amicizia, rara in un mondo come quello della discografia, tra noi c'è un accordo non scritto, a ogni mio nuovo disco lui deve dare il suo contributo artistico con una canzone, e con “Zorhat haria” l’ha fatto come sempre in maniera eccelsa, l'amore come ho detto tante volte è forse l'unica cosa che conta veramente nella vita di ogni uno di noi, lo canto apertamente nell'altra canzone d'amore "L'unica virità" dove, in un mondo senza più poesia, si è perso il senso della misura, dove la violenza e il caos regnano, l'unica cosa importante è l'amore, quello vero quello universale.

Passo dopo passo abbiamo ripercorso per intero il tuo nuovo lavoro, che hai voluto chiudere con un'altra preziosa cover "U jaddu" che nella versione originale sarebbe "Taglia la testa al gallo" di Ivan Graziani, perché proprio Ivan e perché proprio questa canzone?

Ivan Graziani è stato ed è uno dei cantautori Italiani che hanno caratterizzato e influenzato la leva cantautorale di questo trentennio, da tempo avevo in mente di inserire una sua canzone in un mio disco.
Poi durante la mia tournée in Portogallo, ho deciso di metterla in scaletta con il suo arrangiamento originale. Solo in seguito mi sono accorto che una veste più intima al pianoforte avrebbe perfettamente trasmesso tutto il pathos, la rabbia e quel bisogno di rivalsa, di riscatto sociale, che il testo, pur nel mio riadattamento in siciliano, racchiudeva in se.
Ivan aveva scritto questa canzone dedicandola alla Sardegna, quindi c'è un altro "analogismo insulare" che fa di questa canzone un inno alla resistenza culturale, atavica ed esistenziale, l'attaccamento verso la mia Sicilia è forte così come l'odio per certi aspetti che la caratterizzano negativamente e, con questa canzone, ho voluto cantare il mio amore per essa e il mio odio per le mafie, i soprusi dei politici e dei corrotti che offuscano la bellezza di questa terra che ha un potenziale immenso e che continua a essere un fanalino di coda per infrastrutture, abomini politici e burocratici.

Per concludere ricordo ai lettori che il tuo disco è candidato alle Targhe Tenco nella sezione "Album in dialetto", vuoi aggiungere qualcosa?

Si mi piacerebbe che, chi avrà modo di ascoltare il mio disco, lasciasse una sua considerazione sulla mia pagina di Facebook, un modo per sentirmi più vicino a coloro i quali sono la mia linfa vitale, gli ascoltatori, ai quali va un mi sentito ringraziamento, è grazie a loro, che c'è ancora chi crede di poter cambiare il mondo con un assolo di chitarra elettrica. E’ grazie a loro che io esisto e resisto artisticamente da uomo libero, libero di sognare e far sognare un mondo migliore. Grazie anche a te e a tutti i critici e giornalisti seri che grazie a dio si alzano al mattino e hanno ancora voglia di raccontare la verità delle cose.



Giancarlo Guerrieri su Facebook: https://www.facebook.com/giancarlo.guerrieri


venerdì, gennaio 20, 2012

Recensione CD “Anime migranti” di Mario Incudine

Mario Incudine: “Anime migranti”
Un affresco corale di grande fascino

di Fabio Antonelli

“L'energia delle culture radicate nella profondità dei tempi e nei cammini dell'interiorità anche nel marasma della mediocrità sanno emergere e trovare voci e interpreti. Ascoltate Mario Incudine, il colore della sua voce, il suo stile interpretativo, il suo gesto vocale, condensano e distillano per noi l'arte e il sapere di una tradizione, la forza di una cultura, i suoni esplodenti colori di una lingua che trasuda umori, colori, ironie, il privilegio di contaminazioni antiche di una terra di accoglienza, solare e tragica, ricca di umanità travagliata, consumata dalle fatiche, dispersa negli esili, esiliata nelle sue masserie. Mario trasmette, reinventa e ricrea. Il cunto nella sua bocca e nei suoi segni espressivi  ti fa saltare sulla sedia, ti fa partecipe di vicende secolari, ti diverte ti destabilizza, perché Mario nel suo essere hic et nunc, è antico e contemporaneo, giovane e vecchio, con lui siamo nel passato, nel presente e nel futuro, ma non solo noi, lo è l'eredità di cui siamo collettivamente ed individualmente responsabili”

E’ Moni Ovadia a invocare l’ascolto di Mario Incudine tramite queste belle parole tratte dal libretto che accompagna “Anime migranti”, il nuovo disco di questo giovane artista di Enna che a soli trent’anni s’è già cimentato nelle vesti di cantante, attore, ricercatore, musicista e autore di colonne sonore, sempre con ottimi risultati.

Proprio come nel caso di questo gran bel disco che ruota intorno ad un tema di grandissima attualità come quello delle migrazioni, sviluppato attraverso un vero e proprio affresco corale che vede coinvolti tante voci preziose come quelle di Alessandro Haber, Mario Venuti, Edoardo De Angelis, Nino Frassica, Salvatore Bonafede, Faisal Taher, Lello Analfino, Anita Vitale, Kaballà, i Djeli D’Afrique, impressionante anche la miriade di strumenti utilizzati (tanti esotici) e i relativi strumentisti coinvolti nel progetto.

Non è certo però la quantità ma la qualità dell’opera a colpire sin dalle prime note, da quel punto di partenza sia musicale sia geografico costituito da “Salina”, il brano con cui Mario ha vinto il Festival della nuova canzone siciliana con quel “S’ un pozzu iri avanti / un mi mannati arreri / lassatimi muriri ammenz o mari”, capace di condensare tutta la disperazione di coloro per cui “L’Italia è un pensiero costante, che attraversa la corrispondenza e conduce a un finale imprevedibile, perché certi legami quando si spezzano, ti diventano spasmo nelle viscere” come scrive lo stesso Incudine nella sua breve nota introduttiva all’intero lavoro. Musicalmente affascinati le influenze orientaleggianti che emergono verso la fine brano.

Note liquide di pianoforte accompagnano invece la calda voce di Mario mentre recita intensi versi tratti da “Solo Andata, righe che vanno troppo spesso a capo” di Erri De Luca “Da giorni prima di vederlo il mare era un odore / un sudore salato / ognuno immaginava di che forma. / Sarà una mezzaluna coricata, / sarà come il tappeto di preghiera / sarà come i capelli di mia madre” e, dopo una bellissima e commovente melodia eseguita al pianoforte da Antonio Vasta (co-produttore artistico del disco) e dai violini di Giuseppe Cusumano, ancora toccanti versi “Non fu il mare a raccoglierci, / noi raccogliemmo il mare a braccia aperte / solo il primo ha l’obbligo di sollevare gli occhi, / gli altri seguono il tallone che precede, / il viaggio è una pista di schiene”. Commovente questa “Sottomare”.

Melodica e più legata alla tradizione popolare è “Novumunnu” che vede la partecipazione di Kaballà in veste sia d’autore sia di co-interprete di questo brano che è un canto sul vivo sogno d’America di tanti nostri migranti. Le voci sullo sfondo, quasi un dolce lamento, sono affidate all’Omnia Beat Gospel projet.

Dopo una tenera “Tenimi l’occhi aperti” che vede anche la presenza dell’Orchestra di Puglia e Basilicata diretta da Valter Sivilotti, ecco uno dei momenti più intensi dell’intero lavoro che vede la presenza efficace delle voci di Anita Vitale e di Mario Venuti, “Namenàme” è un pezzo pregno di echi africani evocati dal corno tunisino di Antonio Putzu, la voce e le percussioni africane di Alain Victor Mutwe, la voce e le congas di Samuel Kwaku Gyamfi, è il canto dell’abbandono di tutto ciò che fino quel momento era familiare per un futuro senza certezze “Lassamu u cori ccà chiantatu nterra / lu cori di cu un jornu ebbi a scappari / e ora stavi accussi … tira a campari”.

Molto bello è anche il canto a due voci, quella di Mario e di Edoardo De Angelis e due lingue, il dialetto ennese e l’italiano, del brano “Speranza disperata” che vede, in una sinergia di contributi, anche la presenza dell’Orchestra “Canzoni di confine” proveniente dal lontano Friuli. Fanno riflettere i bei versi finali “Quello che fa più male / in fondo a questa storia / è assistere al silenzio / al silenzio della memoria” giusto prima di quel lungo finale d’archi, qui determinanti e ancora una volta diretti da Valter Sivilotti.

Giocata sulle percussioni e il controcanto delle chitarre elettriche, con le voci di Mario, Giancarlo Guerrieri e Max Bosa che si alternano, “Sempri ccà’” è una canzone trascinante, dai colori decisamente mediterranei che ci parla dell’immutabile quotidianità “Nta stà vanedda di stu tò paisi / unni restu cca fora senza pritisi, / c’è tuttu chiddu ca mi fici cristianu / e ci si tu ca mi facisti celu”.

Intensa, poetica, è “Lu trenu di lu suli”, un testo di Ignazio Buttitta musicato da Mario e suonato dal solo violoncello di Redi Hasa, dedicato all’immensa tragedia belga della miniera di Marcinelle che l’8 agosto 1856 vide tra le 262 vittime molti siciliani. E’ un pezzo che trasuda dolore passo passo, partendo da quell’abisso creatosi all’arrivo della notizia della tragica morte di tanti connazionali.

In “Terra”, c’è ancora un dialogo tra lingue distanti, qui la voce di Mario si alterna con il canto arabo del palestinese Faisal Taher, la musica è sorretta dal solo pianoforte di Salvatore Bonafede ma c’è come un senso di pienezza che appaga l’ascoltatore. Trovo sia uno dei passaggi più belli del disco, con la musica che si fa protagonista anche del testo “Musica ca s’arriviglia a matinata / ca cu a senti mancu si la scorda / pirchì è la musica di sta terra surda / ca di tant’anni un cangia / è sempri chidda”.

Non ci sono proprio mai cali di tensione, battute a vuoto, in questo disco, basta ascoltare la successiva “Sotto un velo di sabbia” per rendersene conto. E’ una canzone mesta, in cui si alternano il canto in italiano di Alessandro Haber e quello in dialetto di Mario, intercalati dal recitato in etiope dell’attrice Caterina De Regibus fino a giungere a questi versi finali recitati da Haber “Lascio il mio amore corda di violino / lascio il mio cuore pelle di tamburo / lascio la mia rete senza più esche / resto sotto un velo di sabbia / divorato dalle mosche”, chiude un finale arabeggiante, pieno di violini che si stagliano su un fondale d’ipnotiche percussioni.

Con “Strati di paci” si cambia sicuramente passo, è una danza che ha tutta la vitalità del sud sin dalla vivace partenza con la fisarmonica di Antonio Vasta, cui subentrano chitarre e percussioni quasi a invitare l’ascoltatore a un collettivo ballo, a una fratellanza che porti pace “e nni fa ricurdari quantu su nnutuli / li mali paroli si c’è l’omu c’aiua autru omu / e lu frati c’abbbrazza lu frati / sunnu belli li strati sunnu belli li strati / c’è bisognu di l’omu ch’aiuta autru omu / e dun frati ch’abbrazza li frati / c’è bisognu di paci c’è bisognu di paci”, come cantano anche i bambini del Coro “Hator” del I circolo didattico di Vittoria (RG).

Dopo tanta energia c’è quasi bisogno di congedarsi con un brano lento e riflessivo come “Lu tempu è ventu”, costruito su un intreccio tra gli arpeggi della chitarra classica di Massimo Germini e il suadente violoncello di Paolo Pellegrino, il canto si chiude così “Ogni cosa lassata è cosa pirduta / lassu lì me muddichi nta la tò strata / si t’arrivigghi, mannami na vasata / pigghia li muddicheddi e cangia vita”.  

Difficile davvero trovare un appiglio per una critica negativa a questo bellissimo progetto che vede Mario Incudine nel ruolo di regista, autore della maggior parte dei testi e delle musiche, valido interprete dei suoi pezzi con l’aiuto di un gran numero di ospiti coinvolti, tanto che questo lavoro già nel titolo sembra assume un valore corale, una condivisione d’intenti, una sinergia capace di produrre risultati sorprendenti.

Un difetto? La mancanza, nel libretto che accompagna il disco delle traduzioni dei testi che, per chi come il sottoscritto non è siciliano, comporta una difficoltà interpretativa a volte molto ostica.

Mi sembra davvero poco, confrontato alla bellezza dell’intero disco, ascoltatelo con il cuore vi si aprirà un mondo musicale d’incredibile fascino.



Mario Incudine
Anime migranti

Finisterre / Felmay - 2011

Nei migliori negozi di dischi o su http://www.marioincudine.info/

Tracce           
01. Salina
02. Sottomare (feat Nino Frassica)
03. Novumunnu (feat Kaballà)
04. Tenimi l’occhi aperti (feat Vincenzo Mancuso e Valter Sivilotti)
05. Namenàme (feta Mario Venuti e Anita Vitale)
06. Speranza disperata (feat Edoardo De Angelis)
07. Sempri ccà (feat Giancarlo Guerrieri e Max Busa)
08. Lu trenu di lu suli (feat Redi Hasa)
09. Terra (feat Salvatore Bonafede e Faisal Taner)
10. Sotto un velo di sabbia (feat Alessandro Haber)
11. Strati di paci (feat Lello Analfino)
12. Lu tempu è ventu

Crediti
Mario Incudine: voce, chitarre acustiche (1, 5, 6, 7, 11), tzouras (1), voce recitante (2), chitarra battente (6), chitarra classica (10)
Mariangela Vacanti: cori (1)
Franco Barbarino: chitarre (1), laud (1), tzouras (5), bouzouki (11)
Antonio Vasta: fisarmonica (1, 2, 3, 6, 11), zampogna “a paru” (1), pianoforte (2, 6)
Antonio Putzu: corno tunisino (1, 5, 6), flauto sopranino (6), duduk (10), clarinetto (11), flauto di canna (11)
Angelo Scelfo: basso (1)
Davide Campisi: cajon (1)
Salvo Compagno: percussioni (1), shaker (3), tammorra muta (3), cassa (5, 11), djembè (5, 11), congas (5), shaker (5), tamburelli (5), cajon (6), riq (6, 10, 11), surdo (6), piatti (6, 11), daf (10), sonagli marocchini (10), darbouka (10), ocean drum (11)
Giuseppe Cusumano: I violino (2), II violino (2)
Adelaide Filippone: viola (2)
Paolo Pellegrino: violoncello (2, 12)
Kaballà: voce (3)
Mario Saraglia: tastiere (3), programmazioni (3)
Omnia Beat Gospel project: cori (3)
Massimo Germini: chitarra classica (3, 12)
Vincenzo Mancuso: chitarre acustiche (4)
Valter Sivilotti: direzione orchestra (4), arrangiamento archi (4), direzione archi (6)
Anita Vitale: voce (5, 6)
Mario Venuti: voce (5)
Alain Victor Mutwe: voce (5), percussioni africane (5)
Samuel Kwaku Gyamfi: voce (5), congas (5)
Mario Tarsilla: basso (5)
Edoardo De Angelis: voce (6)
Pino Ricosta: basso (6, 7, 11)
Orchestra “Canzoni di confine” (Friuli): (6)
Emanuele Rinella: batteria (7)
Placido Salomone: chitarre elettriche (7)
Totò Orlando: tammorra (7), percussioni (7)
Giancarlo Guerrieri: voce (7)
Max Bosa: voce (7)
Redi Hasa: violoncello (8)
Faisal Taher: voce (9)
Salvatore Bonafede: pianoforte (9)
Alessandro Haber: voce (10)
Caterina De Regibus: voce recitante (10)
Ivan Pietro Greco: I violino (10)
Giancarlo Renzi: II violino (10)
Paolo Lombardo: viola (10)
Sonia Giacalone: violoncello (10)
Lello Analfino: voce (11)
Coro “Hator” del I circolo didattico di Vittoria (RG): (11)
Cinzia Spina: direzione coro (11)


Testi e musiche di Mario Incudine tranne:
“Sottomare” (musica di Mario Incudine e Antonio Vasta), “Novumunnu” (testo di M.Saroglia e Kaballà - musica di M.Saroglia), “Namenàme” (musica di Mario Incudine, Mario Tarsilla e Anita Vitale), “Speranza disperata” (testo di Mario Incudine e Edoardo De Angelis), “Sempri ccà” (musica di Mario Incudine e Francesco Barbarino), “Lu trenu di lu suli” (testo di Ignazio Buttitta), “Terra” (testo e musica di Mario Incudine e Faisal Taher), “Strati di paci” (testo di Mario Incudine e Lello Analfino - musica di Mario Incudine, Lello Analfino e Antonio Putzu) 

Produzione: Mario Incudine, Arturo Morano per Finisterre
Produzione artistica: Mario Incudine, Antonio Vasta per Finisterre
Produzione esecutiva: Pietro Carfi, Raffaele Pinelli per Finisterre
Registrazioni: Andre Ensabella presso AS Studio Project (Enna), Antonio Zarcone presso lab Music (Palermo), Leonardo Bruno presso Altaquota Studio (Petralia Soprana – PA), Mario Saroglia presso Omnia Beat Studio (Milano)
Missaggio: Andrea Ensabella presso AS Studio Project (Enna)
Mastering: Paolo Mauri presso Omnia Beat Studio (Milano)
Grafica e fotografie: Charley Fazio www.charleyfazio.it

Sito ufficiale di Mario Incudine: http://www.marioincudine.info/
Mario Incudine su MySpace: www.myspace.com/marioincudine
Mario Incudine su Facebook: www.facebook.com/terra.incudine