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mercoledì, febbraio 14, 2024

Susanna Parigi - In differenze

marzo 2009

In differenze: un disco che non può lasciare indifferente

di Fabio Antonelli


“È un miracolo, né di più, né di meno. Il miracolo può essere di nostro gradimento o meno, censurato o meno. Ma resta pur sempre un miracolo… C’è qualcosa di commovente in questo progetto di Susanna… Straordinario perché non troviamo altre parole per questo album IN DIFFERENZE che sicuramente dà uno schiaffo all’indifferenza e insieme alle differenze (musicali, di pensiero, di percorso, di nazionalità, di scelte) cerca uno spazio, un luogo dove poter esistere”.

Con queste parole Vince Tempera nel 2006 descrisse questo nuovo disco di Susanna Parigi (ormai non più nuovo, è, infatti, di imminente uscita un suo nuovo lavoro) nel comunicato stampa di presentazione dell’intero progetto ed io, sottoscrivendolo in pieno, potrei una volta tanto chiudere immediatamente qui le mie considerazioni, però non mi riesce di non dire la mia di questo magnifico disco, purtroppo capitatomi tra le mani solo ora ed allora, procediamo nello smontaggio del giocattolo, un po’ come fanno i bambini curiosi.

Prima di cominciare voglio però sottolineare alcuni aspetti notevoli di questo progetto: la copertina che è una magnifica eloquente fotografia del fotografo brasiliano Sebastiao Salgado che ha ispirato a Susanna Parigi la canzone In differenze, brano che ha dato il titolo anche all’intero album; la voce splendida di Susanna Parigi capace sia di accarezzarti con delicatezza sia di scuoterti dal torpore o di affascinarti raccontando; i grandi musicisti che hanno collaborato alla realizzazione del disco da Pat Metheny a Tony Levin, passando per Ellade Bandini, Ares Tavolazzi, Flaco Biondini, il quartetto Picasso String e l’orchestra sinfonica di Sofia.

Tutto questo senza dimenticare la capacità di scrittura di Susanna Parigi, arguta osservatrice di sé stessa e della società, tutti elementi che hanno reso grande questo disco.

Ma veniamo all’ascolto vero e proprio del disco che si apre con Opera buffa canzone che inizia con un intervento degli archi che fa molto musica da camera per poi lasciar spazio al cantato arioso e limpido di Susanna ed ai suoi versi disincantati “Rido alla storia, rido alla memoria / rido…non compro il sistema m'ingoia / rido all'orrore della nuova economia…” e poi più avanti “Rido e mi pento di non aver ucciso / chi ha licenziato talento e sorriso, e quasi soffoco in questa mia risata”.

Percussioni e sonorità pop contraddistinguono il brano La fatica e la pazienza una sorta di lettera di Susanna a suo padre, che se lei avesse portato in una qualche edizione del Festival di Sanremo probabilmente avrebbe stravinto perché coniuga alla perfezione uno splendido testo “Dietro vicoli di pane, lungo fiumi d'ombra e sole, / acquaragia, terra rossa…mi insegnavi a colorare…/ La fine cambia verbi, / prospettive, angolazioni, lascia senza fiato, / sarà carico il futuro di tutto quello che mi hai dato” ad una musicalità ad una vena melodica che prende al primo ascolto. Toccante.

Vera perla di questo disco è poi Amada che vede all’opera in veste sia di esecutore sia di compositore della musica, quel geniaccio di Juan Flaco Biondini che tanti conoscono per averlo visto per anni all’opera al fianco di Francesco Guccini e che qui delizia con immaginifici e sognanti arpeggi donando un fascino ad un testo magistrale che ci descrive i momenti ultimi di preparazione della protagonista al grande passo del matrimonio con immagini come queste “Amada davanti allo specchio si spoglia e si scioglie i capelli, / prepara la festa nuziale, si vede già sposa all'altare. / Si dedica all'ultima notte e libera corre nel bosco, / si stende su un letto di foglie ed è pronta all'assedio del mondo”.

Con Più grandi di Dio, Susanna affronta un tema mistico, ma con sonorità a ritmo di valzer tipiche di un circo o di una giostra, il brano dopo un’apertura che vede in primo piano ancora gli archi ed una chiusura con la fisarmonica, ha questo bello incipit “Quello che ci fa / creature grandi a metà, / a metà tra cielo e terra, / sono le nostre mancanze, / la nostra innocenza incosciente, / quello che ci viene tolto, ce ci sarà tolto / del male che fa. Quello che si sa del grande inganno dell'età / siamo corpi senza pelle / e l'inverno completa il disastro, / del disco graffiato del mondo / è in questo che forse noi siamo / più grandi di Dio”.

Altro pezzo da novanta è In differenze, che dà il titolo all’intero lavoro e che affronta il tema delle tante differenze e delle tante sofferenze che caratterizzano questo nostro mondo con una melodia lieve ed affascinante e con un testo coinvolgente “Ci sarà / Un dio che passa e che si ferma / Ci sarà? / Con un biglietto di seconda classe andata poi ritorno / noi giriamo il mondo, e il mondo gira noi / in differenze di seconda classe che non sanno niente; / occhi d'occidente noi: / lungo i binari scorrono veloci restano lontani / dolori, stanchi e mani poi non ci sono più, / hanno lo sguardo di chi sta aspettando un treno che è in ritardo o che non passa più”.

Dopo tanta poesia e tanta sensibilità è il momento di un brano strumentale Una porta nel tempo di una bellezza strabiliante, degno del miglior Morricone e che lascia Susanna libera di vocalizzare mettendo i brividi. Senza parole.

Brusca virata per un pezzo Amore che m’invita decisamente pop e a tratti quasi rap, percussioni a dettare il ritmo e testo che dimostra un’abilità ed una confidenza con l’uso delle parole notevole “Espando la mia bocca perché di bacio avvolga; / disegno draghi e cervi sul mio corpo / perché possa al tuo passaggio cacciatore / essere preda. / Fiorisce la mia rosa, la mia rosa-trina / sotto il fresco filo della tua saliva-brina / e la mia lingua anguilla… / pesca, esca, esca, esca”. Chi mi ricorda? Quel giocoliere della parola che è Max Manfredi.

Una melodia delicata firmata da Pat Metheny e suonata in maniera egregia dalla stessa Susanna al pianoforte accompagna, invece, Di spazio perfetto, brano intimistico ed introspettivo che grazie alla “ripulitura” da ogni altra presenza musicale, se non quella del solo pianoforte e poi degli archi, mette ancor più in risalto il perfetto dominio vocale di Susanna oltre alla sua poeticità, ecco solo un esempio “Cedono le mura, si stringe l'alleanza / di una debolezza che confesso essere tanta, / siamo l'impero alla fine della decadenza / in questa immensa stanza”.

Sonorità elettroniche ci portano a False in cui Susanna, con la collaborazione del filosofo Umberto Galimberti, si esprime senza peli sulla lingua su chi sceglie di accettare il ruolo di donna oggetto in cambio del successo a tutti i costi e lo fa con lucidità “Labbrose come cocomeri, / tettose che di gomma scoppiano AH AH / False. / Votate a chiese mediatiche, / galline che si fanno aquile AH AH / False / Tenere si sa / sesso esposto senza qualità, / ma patetiche e ridicole / se proposte sulle prime pagine" e con la solita abilità vocale.

Brano d’amore, ma quasi sacrale è Dall’anima al corpo, introdotto in maniera perentoria da pianoforte ed archi e cantato con tonalità decisamente più alta quasi a farne un canto d’epico amore con il suo lirico testo “Sopra scogliere di ambra e cristallo, / volando sul manto del mio suono bianco, / nel vento eterno di una conchiglia, / nel suono-ricordo delle campane, / a stelle disperse su panni d'altare, / nel grembo infinito e nascosto degli anni, / nelle carni segrete dei santi, / tra schegge, rubini e diamanti”.

Un tambureggiare ed un coro gregoriano introducono il tetro ed ossessivo Una stagione all’inferno che s’apre così “I sassi, la carne e noi / i denti masticano vita, / e il flauto inganna la pace che si vergogna, / di noi cannibali di anime. / Saliva che annaffia il senso / e sesso ruffiano di natura che richiede carne sacrificale, / il male non arriva da destra o dagli altri / è rituale, è nota tenuta a mente dalle puttane indegne”. Resta il brano che mi piace meno, è forse eccessivo.

Con 42,3, introdotto da un recitativo di Flavio Oreglio, Susanna torna a guardarsi dentro o, meglio, a confrontarsi con un mondo circostante in cui non si ritrova “Io vivo in quei non colori che sono le sfumature, / io vivo nelle parole mai dette, sentite, / nel vuoto totale che la mente non sa immaginare. / Io vivo di mio fratello che non ho mai avuto, / in quello che poteva ma non è mai stato, / in quella coincidenza che è la probabilità di una vita” e lo fa con un brano che presenta aperture melodiche davvero belle, per nulla “fredde e calcolate” a dispetto del tema trattato.

Un carillon, il pianoforte che si intreccia con gli archi ed è magia per Valige che lasci, brano non cantato ma recitato con intimità e sensualità da Susanna e che si apre con questi versi “Le valigie sono sempre troppo pesanti / di quello che lasci, del cibo clandestino degli amanti, / degli alberghi tristi delle nebbiose albe alle stazioni, / delle inutili ovulazioni, / del tempo imposto delle distanze / di tutte le cose non fatte, / della rassegnata certezza / che la normalità sarebbe bella”.

Chiude Cinì Cinì splendido e solare brano corale, sospeso tra musica popolare e musica etnica che vede alternarsi un dialetto del sud Italia con una lingua africana, un brano che sicuramente sarebbe piaciuto al grande Pasolini, chissà magari l’avrebbe utilizzato a commento della sua sognata e mai realizzata Orestiade Africana.

Che dire di più per concludere, Susanna Parigi ha una voce stupenda ed è una brava scrittrice sia dal punto di vista letterario che musicale, si è circondata per questo lavoro di grandi nomi, il tutto è perfetto quasi fin troppo, forse avrebbe dovuto osare di più con brani come Di spazio perfetto, cioè con brani che vedono all’opera lei sola al pianoforte e solo qualche altro strumento perché lì, secondo me, emerge ancor più la sua grandezza.

Ma stiamo decisamente cercando il classico pelo nell’uovo, questo è un disco davvero imperdibile.


Susanna Parigi

In differenze








Sette Ottavi / Delta – 2006

Nei migliori negozi di dischi.

Tracklist

01. Opera buffa

02. La fatica e la pazienza

03. Amada

04. Più grandi di Dio

05. In differenze

06. Una porta nel tempo

07. Amore che m’invita

08. Di spazio perfetto

09. False

10. Dall’anima al corpo

11. Una stagione all’inferno

12. 42,3%

13. Le valigie che lasci

14. Cinì cinì


Crediti:

Susanna Parigi: voce, pianoforte e fisarmonica

Ellade Bandini: batteria

Ares Tavolazzi: basso e contrabbasso

Juan Carlos “Flaco” Biondini: chitarra

Elvis Fortunato: chitarre

Gianni Coscia: fisarmonica

Tony Levin: basso

Mario Arcari: oboe

Tamburi di San Marino

Quartetto Picasso String

Orchestra sinfonica di Sofia


Prodotto da Vince Tempera


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venerdì, novembre 26, 2021

Alfina Scorza: di donne, muri e cantautrici oggi

 di Fabio Antonelli

25 novembre 2011, è la “Giornata contro la violenza sulle donne”, navigando dentro Facebook mi imbatto in un post della cantautrice salernitana Alfina Scorza in cui scrive “stamane mi ha contattato una ragazza che studia al CPM di Milano, sta elaborando una tesi sulle difficoltà che incontrano le donne autrici e compositrici ad emergere nel mondo musicale... avrei tante cose da raccontare...”, colgo allora subito l’occasione per contattarla e farmi raccontare… Leggete, ne vale la pena.

Live in Lurago d'Erba (CO)


Partiamo dal fatto incontrovertibile che oggi è la “Giornata contro la violenza sulle donne”. Credi che la sua istituzione sia un buon punto di partenza o, in fondo, una concentrazione di vuota retorica e pure a scadenza?

Credo che il fatto che se ne parli di più sia comunque un dato positivo che aiuti a sensibilizzare le persone e soprattutto le generazioni nuove...ci sono faccende che prima non si argomentavano proprio perché ritenute situazioni "normali", come la violenza psicologica che gran parte delle nostre nonne e madri hanno subito da parte dei propri uomini...poi nel campo del lavoro gli argomenti sono vasti, prima era normale che una donna guadagnasse meno di uomo, oggi questa cosa si combatte...nel campo musicale invece è più comune che le donne siano relegate al ruolo di interpreti soprattutto se hai un'immagine avvenente...oddio se penso a Mina sicuramente è tanta roba, purtroppo però ci sono ancora molti pregiudizi da parte degli uomini quando scrivi, componi o suoni uno strumento, se ti vedono in un certo modo musicalmente è difficile far loro cambiare idea, devi lottare di più, la cosa buffa che mi è capitata è che mi hanno più volte fatto i complimenti per come interpretavo un mio brano secondo loro bello ma dando per scontato che non l'avessi scritto io...ma comunque starei ore a parlare...si lotta , fino a quando ad un certo punto non ce la si fa più e ti parte in testa la frase "ok tu pensi questo di me? Ma chi se ne frega, io vado avanti!"

Alfina Scorza


Mi sembri molto in linea con quanto pubblicato oggi, ad esempio, da Susanna Parigi "Parlerò finché avrò voce: un Paese dove muore uccisa più di una donna al giorno non può dirsi Paese civile. Qualcosa non va. Lo capiamo si che qualcosa non va? Quindi abbiate pazienza se parlerò di questo più e più volte..." e devo dire che tu, del ruolo della donna madre – figlia - moglie - lavoratrice – amante, ne hai parlato direi ampiamente e con profondità nel tuo ultimo lavoro discografico “Le lettere di Jo” o sbaglio? Non ti sembra che ne emerga una donna quotidianamente sotto giudizio?

Assolutamente sì,  in generale la problematica riguarda le donne di tutte il mondo ma ci sono alcuni posti e in questo caso il sud Italia dove le abitudini quotidiane che sembrano normali sono in realtà fuorvianti, ci sono pochissime donne realizzate nel proprio lavoro, molte hanno rinunciato alla propria carriera perché si fa fatica a barcamenarsi tra lavoro (soprattutto quelli di grande responsabilità) e la maternità, ancora oggi in casa, la maggior parte dei mariti non fa assolutamente nulla, non c'è collaborazione tra uomo e donna...la responsabilità della cura della casa e dei propri figli ricade tutta su di lei...non faccio di tutta l'erba un fascio ma ho visto e vedo ancora cose di questo tipo e purtroppo non sono scelte libere ma veri e propri obblighi... in "Le lettere di Jo" racconto in parte me stessa ma anche storie di donne che ho conosciuto, le loro frustrazioni, ingabbiate in relazioni che le annientavano, della difficoltà sul lavoro, delle loro fragilità e della scelta più comoda di sposare il buon partito perché venivano da situazione familiari fortemente disagiate economicamente dove l'amore quello vero va a farsi fottere, dove la libertà va a farsi fottere... di violenze fisiche se ne parla tutti i giorni e c'è chi è stato ed è capace di parlarne meglio di me di questo argomento così grave, io ho preferito viaggiare nell'introspezione di quello che è la libertà di una donna, dell'impossibilità o difficoltà di essere sé stessa ancora oggi.

Cover di Le Lettere di Jo


Essere sé stessa. Facendo un bilancio della tua vita, quanto ti è riuscito di essere veramente te stessa? Quanta fatica ti è costata la scelta di essere cantautrice, proprio in un momento dove persino la vita dei tuoi colleghi maschi non è delle più rosee?

Non mi è costato nulla se penso a cosa avrei potuto essere ascoltando gli altri... può darsi stia sbagliando tutto della mia vita ma l'ho creata con la padronanza delle mie scelte e se penso a questo, vivo tranquilla nel mio essere una persona inquieta e sempre alla ricerca di qualcosa, lo so, è paradossale ma questa sono io. La fatica c'è ma quale lavoro non la richiede? Se è fatto con passione però cambia tutto e spero di potermi permettere di fare questo tutta la vita... il mio percorso non è dei più semplici come i miei colleghi maschi, la donna ha più muri da abbattere ma entrambi bazzichiamo in un mondo musicale che vive un periodo delicato ma lo è già da un po', da quando i dischi non si vendono più, certo i social aiutano ma vuoi mettere che prima si viveva vendendo la propria musica e con i live? Spero che il vento cambi ma spero anche che la musica d'autore non si erga troppo sul piedistallo perché questo porta all'isolamento artistico, spero che chi scriva non perda mai il contatto con la gente, con ciò che lo circonda , con la realtà che vive, i musicisti pretendono un ascolto più attento ma anche noi dobbiamo ascoltare gli altri e spero che il mio modo di approcciarmi alla musica mi porti a farmi sentire da una fetta sempre più larga di pubblico, spero che dicano di me "ho sentito parlare molto di questa cantante, andiamo ad un suo concerto perché ha delle cose da dire".

Alfina Scorza


Tra i muri da abbattere per una donna a volte ci sono però proprio quelli eretti da altre donne, se non proprio muri, incomprensioni, in proposito vorrei tanto mi parlassi di una canzone del tuo ultimo album che più di tutte le altre è autobiografica, mi riferisco a “Lettera”. Credo sia importante.

L' invidia è un brutto male quando è distruttiva, ma questo sentimento è anche dell'uomo, solo che secondo me è più bravo a nasconderlo... i muri tra donne si ergono quando non si riesce ad accettare la propria realtà e vorresti che tutte fossero nella tua stessa condizione, a questo punto prima di non cadere in un baratro e toccare il fondo sono necessarie delle doti che se ci applichiamo risultano assai vantaggiose, quelle dell'intelligenza, del confronto costruttivo con le altre donne, della complicità, di pensare a ciò che abbiamo di bello da dare e cercare quanto più possibile di abbattere le nostre insicurezze... sicuramente di donne così positive ne ho conosciuto davvero poche ma me le tengo strette. Tornando all'album, "Lettera" è stata scritta in un momento delicato, quando mio padre è venuto a mancare...gli equilibri tra me e mia madre si erano un po' alterati e le incomprensioni acuite, in realtà avevamo entrambe bisogno di elaborare il lutto... ne è venuto fuori un brano che parla di un rapporto conflittuale madre-figlia, in cui in molte si sono riviste e il fatto che abbia colpito nel profondo delle persone mi ha riempito di gioia... poi musicalmente il brano è una piccola parentesi, mi allontano per un attimo dalle sonorità etniche preferendo una melodia dolce, una melodia che sa della mia infanzia, il tutto impreziosito dagli arrangiamenti di Pasquale Curcio... comunque la prima volta che mia madre l'ha sentita mi ha detto: mi sono commossa però mica sono così stronza come madre?!hihihihi!

Per concludere questa bella chiacchierata vorrei tornare al punto di partenza, alla Giornata contro la violenza sulle donne. Hai parlato di confronto e di complicità nei confronti di altre donne. Ecco supponiamo che si voglia organizzare un disco per questa occasione e ti si chieda di partecipare al progetto e di scegliere altre tre colleghe da coinvolgere. Chi vorresti avere al tuo fianco in questo ipotetico progetto e perché?

Bella domanda, ce ne sono diverse che attirano la mia attenzione, sicuramente una delle mie preferite è Roberta Giallo, istrionica e dotata di forte personalità, Flo, bravissima, lei mi è vicina come mondo sonoro essendo campana come me anche se abbiamo vocalità diverse, poi è una tosta e dice sempre la sua sulle problematiche legate soprattutto alla donna con una grazia ed incisività da fare invidia ed Elisa Rossi, una delle voci più interessanti che abbia mai sentito in vita mia e dotata di una scrittura davvero singolare.



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venerdì, ottobre 17, 2014

Recensione CD "Apnea" di Susanna Parigi

Apnea:" assenza, sospensione temporanea dell'attività respiratoria".
Apnea artistica:"Sospensione della cultura, dell'arte, dell'immaginazione".
Ma proprio dentro questa apnea nasce un nuovo modo di agire nell'arte, in maniera energica, invasiva e a volte anche violenta nei confronti delle persone e della società cosiddetta allineata.
È stato violentemente distrutto ogni tentativo di fare arte e cultura che non sia allineata, non solo dal nostro Paese ma dal sistema tutto. Dove il piccolo non può sopravvivere, è impensabile fare arte e cultura, perché arte e cultura non sono né saranno mai oggetti industriali; semmai artigianali.
Distruggendo il piccolo, si distrugge anche la possibilità di fare tesoro del dettaglio, della cura personale della progettazione, del materiale, del procedimento, delle persone che lavorano al progetto. In Italia, ormai, tanti artisti e persone che operavano in questo ambito, non hanno più lavoro e hanno dovuto smettere di credere e sperare.
Siamo in una sorta di Apnea.
In questo scenario, però, si aprono nuove possibilità. Chi aveva scelto questo mestiere solo per danaro se ne è andato, già da un bel po' di tempo.
Rimangono in trincea i veri credenti. Quelli che, come ha detto Garcia Lorca, ritengono sia «giusto che tutti gli uomini abbiano da mangiare, ma è altrettanto giusto che tutti gli uomini abbiano accesso al sapere. Che tutti possano godere i frutti dello spirito umano, poiché il contrario significa trasformarli... in schiavi di una terribile organizzazione sociale».
In Italia, con le leggi attuali, questi credenti sono privati delle più elementari forme di dignità, costretti a ricorrere, chiamiamolo con il suo vero nome, all'accattonaggio, al mendicare favori presso mecenati e a convertire i propri talenti e lavoro in hobby.
Si reca violenza non solo al mondo dell'arte, da qualcuno forse considerato 'volatile', ma alle vite di innumerevoli persone. Questo richiede risposta energica, invasiva, se necessario anche artisticamente violenta.
Da questo nasce Apnea Artistica, un nuovo modo, o forse antichissimo, di pensare la musica e credo le arti in generale. Non più allo scopo di arricchirsi in breve tempo e soddisfare il desiderio narcisistico alimentando urla di folle alienate, ma allo scopo, di ripristinare alcune funzioni vitali di un organismo atrofizzato, di favorire l'immaginazione e non la ripetizione, magari in qualche caso di consolare il cuore degli uomini, semplicemente lavorando giorno per giorno con passione, credendo alla necessità di una ridefinizione dei rapporti e recandosi non solo nei luoghi predisposti, ma ovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.

Credo che se non si parta da questo scritto-manifesto di Apnea, che campeggia nel sito della cantautrice e musicista fiorentina, manifesto che pian piano sta diventando anche un movimento, aperto a tutti gli artisti che avranno voglia di riconoscersi e che vi potranno aderire, prendendo contatto con la stessa artista, non sia però possibile cogliere a pieno il valore di questo suo nuovo progetto.

Cominciamo con il dire che il disco comprende appena nove tracce, di cui la prima Quello che non so è brevissima solo 1’52” ed è introdotta dalle dolcissimi note del pianoforte di Susanna sulle quali parte poi, s’innesta la voce traballante del piccolo Fabio Di Benedetto, subentrano poi gli archi ed ecco, finalmente, entrare in gioco anche la splendida voce di Susanna fino alla domanda finale “Ma quello che non so / io lo vorrei capire / ma come? / Come?”. Forse proprio da qui deve ripartire la rinascita della cultura, dalla curiosità di conoscere, di comprendere, dalla ricerca personale della verità. Non a caso, nel libretto del disco, è riportata una riflessione di José Mujica, Presidente dell’Uruguay, che si chiude così “… se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere”. Tema di grandissima attualità.

Se la prima traccia è una brevissima introduzione l’ultima, LIBeRI, è un testo liberamente tratto da “Libri e libertà” di Federico Garcia Lorca, questa volta non cantato ma recitato da Susanna su un tappeto sonoro molto particolare e suggestivo, dominato a tratti da percussioni ancestrali. La chiave di lettura di questa conclusione è già insita nel titolo, scritto proprio così, evidenziando con il maiuscolo la parola LIBRI, perché solo attraverso una cultura diffusa a ogni strato sociale, si potrà un giorno pensare di giungere a una libertà per tutti. Nel libretto, in proposito, è riportato un piccolo estratto da Garcia Lorca che dice “Io se avessi fame e mi trovassi invalido in mezzo alla strada, non chiederei un pane, ma chiederei mezzo pane e un libro … e a coloro che non hanno mezzi economici, rivolgo l’invito di dedicarsi alla lettura, di coltivare la propria intelligenza come unico mezzo di liberazione economica e sociale”. Si potrebbe pensare che se Garcia Lorca fosse ancora vivo probabilmente non guarderebbe certo la nostra televisione spazzatura.

In mezzo, restano appena sette tracce, che potrebbero sembrare poca cosa in termini numerici, ma che se ascoltate e “riascoltate” con la dovuta attenzione rivelano invece una densità di temi e concetti impressionanti.

Come accade spesso nelle canzoni di Susanna, sono le donne a essere le protagoniste delle sue canzoni, proprio come in Donne esoteriche, che comincia con i versi “Dare potere agli uomini è stato catastrofico... / Urge il ritorno all’universo vulvico ...”, in cui ancora una volta saranno le donne a essere le protagoniste dell’unica vera rivoluzione culturale possibile, donne viste da Susanna come dono di Dio ma che, con molta ironia, hanno bisogno per essere esoteriche di “Pepe rosso un bel po’, grasso d’ippopotamo. / Sotto sale essiccare sette semi di sesamo”.

Susanna è però ben conscia di come sia difficile non lasciarsi contaminare da ciò che ci circonda, in Tutte le cose si attaccano addosso, pervasa da suggestioni morriconiane, vi si trovano accenni a “la corruzione in famiglie per bene, / il malcostume di raccomandare”, a “certa attitudine per litigare, / certa abitudine di possedere”, fino al finale “la convinzione, il pensiero malato / che il successo tolga ogni peccato”. Quanto malcostume imperversa nella nostra società, dalla politica allo sport allo spettacolo ed è sempre più difficile restarne puliti.

Proprio alla politica, ma non solo, diciamo a tutti gli uomini di buona volontà, è rivolta la canzone L’uomo che cammina, un invito a operare non per il proprio successo o per i propri interessi ma per le generazioni che verranno dopo di noi, secondo una logica cristologica “E’ l’uomo che cammina, dice: / Amatevi, non dice: Amatemi”.

Se questo è l’esempio da seguire, però la realtà è purtroppo assai diversa, costellata da gente che non si rende conto della propria mediocrità e falsità, come in Che noia. Ancora una volta però è l’ironia a dominare il brano, in cui Susanna si definisce donna “che scopa sempre, / ma lo fa sostanzialmente / per analisi sociale, / per cultura generale / e per dare un contributo / etologico e morale / alla società”, una donna pronta anche a giustiziare con un bidè, dopo una notte insonne, gli acari nelle proprie mutande.

L’ironia dura giusto un istante, perché Venivamo tutte dal mare, testo scritto a quattro mani da Susanna e Kaballà, è invece una triste splendida canzone, dedicata a tutte le donne migranti venute “come merci da trasportare, per l’inganno occidentale, perfette” ma alla fine “forti abbastanza da ribaltare l’equilibrio occidentale ... perfette”. Il riferimento letterario, nel libretto, è “Pentimento” una poesia di Erri De Luca.

Sonorità totalmente diverse, elettroniche, quasi in stile Alberto camerini ma ancora intrecciate a trame d’archi e pianoforte, ci portano all’indignazione di Filtro elettronico verso il maniacale filmare tutto, persino “l’applauso maniacale alla bara mentre cade”, per poi condividerlo immediatamente sui vari social network, perdendone così irrimediabilmente il senso stesso dell’essere lì, in quel preciso momento, “quanto vorrei esserci stata a Woodstock / e non vederlo dentro un film adesso”.

Piacevole è, infine, Carica erotica, ironica canzone intorno al tema suggerito dal titolo stesso, una canzone per una volta non costruita sul pianoforte bensì sulla chitarra, con sonorità da bossanova.


Il disco, in termini di durata è molto breve, quasi quanto un EP, ma molto concettuale, tanto che se un appunto va fatto, è che è proprio questo suo intrinseco concettualismo finisce per essere pregio e difetto al tempo stesso, perché se le canzoni dal punto di vista letterario appaiono dense di significato, ricche di agganci letterari e cantate da Susanna con l’originale fascino che la contraddistingue, pagano però dazio nell’essere poco immediate e capaci di emozionare sin dal primo ascolto.



Artista: Susanna Parigi
Titolo album: Apnea
Etichetta: 103 Edizioni Musicali
Distributore: Self

Produzione artistica: Susanna Parigi
Anno di uscita: 2014
Durata totale: 28:47

Elenco tracce:                                   
01. Quello che non so
02. Donne esoteriche
03. Tutte le cose si attaccano addosso
04. L’uomo che cammina
05. Che noia
06. Venivano tutte dal mare
07. Filtro elettronico
08. Carica erotica
09. LIBeRI

Brani migliori:
Venivano tutte dal mare
Donne esoteriche
Tutte le cose si attaccano addosso

Musicisti e Ospiti:
Susanna Parigi: voce e pianoforte
Ferruccio Spinetti: contrabbasso
Matteo Giudici: chitarre
Michele Guaglio: basso
Nicola Stranieri: batteria e percussioni
Aurora Bisanti: violino solista
Alessio Nava: trombone
Roberto Fazari: chitarre elettriche
Coro Les Femmes ésotériques: Beatrice Burrello, Patrizia  Bolla, Paola Candeo, Sabrina Giambalvo, Chiara Pakagi, Chiara Bugatti

lunedì, gennaio 16, 2012

Migliori dischi 2011

di Fabio Antonelli



Luigi Maieron - Vino, tabacco e cielo
Susanna Parigi - La lingua segreta delle donne
Folco Orselli - Generi di conforto

L'inizio di un nuovo anno porta inevitabilmente a fare una sorta di bilancio di ciò che è stato l'anno precedente, eccomi allora a ripensare a quel 2011 che musicalmente è stato davvero copioso di album validi, tanto che non mi sento di racchiudere in appena dieci titoli la mia personalissima selezione di migliori album.
Prima cosa perché ogni cernita, pur ponderata e pensata a lungo, parte sempre da una valutazione pur sempre parziale perché è impossibile per chiunque riuscire ad ascoltare, non dico con attenzione ma anche soltanto ascoltare, quanto è prodotto musicalmente in un anno.

A ciò va aggiunto che la maggior parte delle uscite è costituita da autoproduzioni con i noti problemi di distribuzione per cui capita spesso che ottimi dischi restino inascoltati.

In fondo però, stilare il bilancio di un'intera annata discografica, è un po' come valutare la produzione enologica di una certa annata, si sa che ci sono vini magari buoni come novelli, freschi immediati, anche se poi lasciano un po' il tempo che trovano e tanto che a volte ci si chiede se siano veri vini, poi ci sono quelli che definirei di medio corpo, con un po' più di stoffa e di carattere, non di quelli che al secondo assaggio hai già cambiato idea sulla loro validità, poi ci sono anche vini più complessi, sulle prime ostici, difficili da interpretare ma che alla fine sono quelli che lasciano il segno e che non temono lunghi invecchiamenti anzi, ripresi in mano negli anni successivi, rivelano nuovi aspetti e si rendono ancora più intriganti.

Chiusa la parentesi enologica, partirei quindi con il listone e, sul podio dei migliori dischi del 2011, metterei questi tre lavori: Luigi Maieron con il suo magnifico "Vino, tabacco e cielo", l'artista friulano è da sempre capace di mettere nelle proprie canzoni l'essenza della vita ma questa volta l'ha fatto utilizzando anche la lingua italiana rendendo così più fruibili le proprie canzoni a chi friulano non è, Susanna Parigi fiorentina ci ha abituato di anno in anno a lavori di ottima fattura qualunque fosse la tematica scelta e con il suo "La lingua segreta delle donne" questa volta è volata molto alta, in difesa di un mondo femminile spesso sottomesso e costretto al silenzio, infine un disco di recentissima uscita che meriterebbe davvero maggior visibilità, ma sconta il fatto di essere come si diceva un'autoproduzione, rappresenta anzi lo sforzo di un artista che ha voluto intraprendere la difficile strada di crearsi una propria etichetta, mi riferisco al milanese Folco Orselli e al suo gran bel disco "Generi di conforto" e, di generi di conforto, ne abbiamo un gran bisogno in questo difficile momento storico.

Detto questo, procederei poi in ordine sparso, così come mi affiorano alla mente per libera associazione di pensieri, ecco così Gianmaria Testa e il suo "Vitamia", una sorta d'intimo sguardo alla propria vita ma anche alla realtà circostante, con una grande assenza tra le tante assenze di questi tempi bui, quella del lavoro, quindi temi attualissimi.

Denso, intenso, molto legato alla propria terra d'origine, espressione di grande maturità artistica è "Sette pietre per tenere il diavolo a bada" del catanese Cesare Basile, restiamo allora in terra siciliana e l'invito è ad ascoltare l'attualissimo, quasi corale per i tanti ospiti presenti, "Anime migranti" di Mario Incudine.

Il dialetto sembra davvero essere tornato lingua viva, non c'è più solo il sempre valido Davide Van de Sfroos con "Yanez", un disco che ha per forse un po' patito la partecipazione alla kermesse sanremese, ci sono altri esempi come il bellissimo per arditezza e stile "Canto dell'anguana" di Patrizia Laquidara che per l'occasione ha ripercorso le proprie origini materne, intraprendendo un personalissimo e per questo ancor più affascinate percorso, Aldo Rossi friulano che con il suo doppio disco "La vite e la muart" ha messo in canzone un'ampia riflessione a tutto tondo sul duplice tema della vita e della morte, Roberta Alloisio genovese che in "Janua" ha cantato la sua Genova come donna, un po' santa un po' puttana e, non ultimi, gli Yo Yo Mundi con "Munfrà", un disco che non caso ha finito per affascinare l'inarrivabile Paolo Conte.

Di Conte in Conte, come non citare Giorgio Conte quale esempio di home-production di pregio, si perché l'ironico e sornione fratello ha voluto realizzare il suo "C.Q.F.P. Come Quando Fuori Piove" senza muoversi da casa, grazie anche al prezioso contributo del fisarmonicista Walter Porro, inserendovi alcuni "effetti speciali" molto domestici e aprendo forse così una nuova via da perseguire contro la crisi discografica. Lo ascolterei all'infinito.

Poi le donne, tutte molto nuove, tutte molto convincenti seppure diversissime fra loro, ecco quindi Giorgia Del Mese con il suo energico e a tratti aggressivo "Sto bene", Rebi Rivale che non difetta certo in personalità tanto da aver voluto chiamare il suo primo disco semplicemente "Rebi Rivale" quasi fosse un marchio di fabbrica, Roberta Barabino con il suo "Magot" un concentrato di raffinatezza allo stato puro pur nella grande semplicità dei testi e un'artista dalla voce meravigliosamente calda come Roberta Di Mario che ha esordito alla grande con "Tra il tempo e la distanza".

Come tralasciare poi due album ambiziosi, a tratti ostici, pieni di citazioni letterarie, ma comunque sempre affascinanti come "Herman" di Paolo Benvegnù e "Profeti, profeti e balene" del sempre presente Vinicio Capossela.

Chiuderei questa selezione DOC con due nomi certamente non nuovi ma che hanno saputo realizzare due gran bei dischi, trattasi di Teresa De Sio che con "Tutto cambia", ha dimostrato che la canzone d'impegno civile è tuttora possibile e come in questo caso con ottimi risultati e Bobo Rondelli sempre meno mattacchione e sempre più maturo, bello il suo "L'ora dell'ormai" una profonda riflessione intorno al tema del tempo che scorre inesorabile, uno sguardo il suo, malinconico quanto toccante.

Fatti i conti, sono arrivato oltre i venti nomi, troppi? Non direi vista la qualità espressa, piuttosto un'ampia rosa entro cui trovare il proprio disco ideale e se proprio non bastassero eccovi due dischi outsider, entrambi dal vivo, una forma che il sottoscritto non ama più di tanto su supporto fisico, che però in questo duplice caso hanno saputo cogliere l'attimo, l'atmosfera, gli umori di musicisti e pubblico in una complice sinergia, sono i dischi "Live alla Fontana" di Ruben e "Live in Capetown" di Fabrizio Consoli. Provate ad ascoltarli, hanno fatto ricredere un live-scettico come il sottoscritto.

Non basta ancora? Segnalo allora due casi atipici.

C'è chi, in tempo di crisi non solo discografica, si è permesso di realizzare nel giro di poco tempo l'uno dall'altro due progetti di tutto rispetto, entrambi dotati di un grande bagaglio di energia e simpatia, quest'uomo risponde al nome di Antonio Pascuzzo, per anni illuminato gestore direttore artistico del The Place di Roma e che nel 2011 ha pubblicato con il proprio gruppo, i Rossoantico, il disco d'esordio "Rossoantico" e permesso la nascita di un altro bel disco d'esordio, quello del Coro dei minatori di Santa Fiora, intitolato "Dilli che venghino", un disco che vede tra i vari ospiti nomi come Mannarino, Cristicchi e lo stesso Pascuzzo.

C'è chi invece scappato dall'Italia, dopo aver vagabondato verso nord con la propria chitarra, giunto a Bruxelles è riuscito finalmente a farsi finanziare il disco d'esordio da un centinaio di piccoli azionisti, amici incontrati lungo il proprio percorso non solo artistico e che hanno creduto nella sua musica, il giovane in questione si chiama Giacomo Lariccia e il suo "Colpo di sole" è stato per il sottoscritto un colpo di fulmine a ciel sereno, scommetto che lo sarà anche per voi?

Segno che la musica di qualità, seppure tra mille difficoltà, continua ostinatamente a voler vivere di luce propria.

E' vero, ormai da anni non si trova più né in televisione né in radio, fatte salve rare eccezioni, ma occorre invece cercarla in maniera altrettanto ostinata attraverso internet e altri canali alternativi, resta però il fatto che una volta trovata ripaga con emozioni che non hanno prezzo, cerchiamola dunque!