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mercoledì, febbraio 14, 2024

Susanna Parigi - In differenze

marzo 2009

In differenze: un disco che non può lasciare indifferente

di Fabio Antonelli


“È un miracolo, né di più, né di meno. Il miracolo può essere di nostro gradimento o meno, censurato o meno. Ma resta pur sempre un miracolo… C’è qualcosa di commovente in questo progetto di Susanna… Straordinario perché non troviamo altre parole per questo album IN DIFFERENZE che sicuramente dà uno schiaffo all’indifferenza e insieme alle differenze (musicali, di pensiero, di percorso, di nazionalità, di scelte) cerca uno spazio, un luogo dove poter esistere”.

Con queste parole Vince Tempera nel 2006 descrisse questo nuovo disco di Susanna Parigi (ormai non più nuovo, è, infatti, di imminente uscita un suo nuovo lavoro) nel comunicato stampa di presentazione dell’intero progetto ed io, sottoscrivendolo in pieno, potrei una volta tanto chiudere immediatamente qui le mie considerazioni, però non mi riesce di non dire la mia di questo magnifico disco, purtroppo capitatomi tra le mani solo ora ed allora, procediamo nello smontaggio del giocattolo, un po’ come fanno i bambini curiosi.

Prima di cominciare voglio però sottolineare alcuni aspetti notevoli di questo progetto: la copertina che è una magnifica eloquente fotografia del fotografo brasiliano Sebastiao Salgado che ha ispirato a Susanna Parigi la canzone In differenze, brano che ha dato il titolo anche all’intero album; la voce splendida di Susanna Parigi capace sia di accarezzarti con delicatezza sia di scuoterti dal torpore o di affascinarti raccontando; i grandi musicisti che hanno collaborato alla realizzazione del disco da Pat Metheny a Tony Levin, passando per Ellade Bandini, Ares Tavolazzi, Flaco Biondini, il quartetto Picasso String e l’orchestra sinfonica di Sofia.

Tutto questo senza dimenticare la capacità di scrittura di Susanna Parigi, arguta osservatrice di sé stessa e della società, tutti elementi che hanno reso grande questo disco.

Ma veniamo all’ascolto vero e proprio del disco che si apre con Opera buffa canzone che inizia con un intervento degli archi che fa molto musica da camera per poi lasciar spazio al cantato arioso e limpido di Susanna ed ai suoi versi disincantati “Rido alla storia, rido alla memoria / rido…non compro il sistema m'ingoia / rido all'orrore della nuova economia…” e poi più avanti “Rido e mi pento di non aver ucciso / chi ha licenziato talento e sorriso, e quasi soffoco in questa mia risata”.

Percussioni e sonorità pop contraddistinguono il brano La fatica e la pazienza una sorta di lettera di Susanna a suo padre, che se lei avesse portato in una qualche edizione del Festival di Sanremo probabilmente avrebbe stravinto perché coniuga alla perfezione uno splendido testo “Dietro vicoli di pane, lungo fiumi d'ombra e sole, / acquaragia, terra rossa…mi insegnavi a colorare…/ La fine cambia verbi, / prospettive, angolazioni, lascia senza fiato, / sarà carico il futuro di tutto quello che mi hai dato” ad una musicalità ad una vena melodica che prende al primo ascolto. Toccante.

Vera perla di questo disco è poi Amada che vede all’opera in veste sia di esecutore sia di compositore della musica, quel geniaccio di Juan Flaco Biondini che tanti conoscono per averlo visto per anni all’opera al fianco di Francesco Guccini e che qui delizia con immaginifici e sognanti arpeggi donando un fascino ad un testo magistrale che ci descrive i momenti ultimi di preparazione della protagonista al grande passo del matrimonio con immagini come queste “Amada davanti allo specchio si spoglia e si scioglie i capelli, / prepara la festa nuziale, si vede già sposa all'altare. / Si dedica all'ultima notte e libera corre nel bosco, / si stende su un letto di foglie ed è pronta all'assedio del mondo”.

Con Più grandi di Dio, Susanna affronta un tema mistico, ma con sonorità a ritmo di valzer tipiche di un circo o di una giostra, il brano dopo un’apertura che vede in primo piano ancora gli archi ed una chiusura con la fisarmonica, ha questo bello incipit “Quello che ci fa / creature grandi a metà, / a metà tra cielo e terra, / sono le nostre mancanze, / la nostra innocenza incosciente, / quello che ci viene tolto, ce ci sarà tolto / del male che fa. Quello che si sa del grande inganno dell'età / siamo corpi senza pelle / e l'inverno completa il disastro, / del disco graffiato del mondo / è in questo che forse noi siamo / più grandi di Dio”.

Altro pezzo da novanta è In differenze, che dà il titolo all’intero lavoro e che affronta il tema delle tante differenze e delle tante sofferenze che caratterizzano questo nostro mondo con una melodia lieve ed affascinante e con un testo coinvolgente “Ci sarà / Un dio che passa e che si ferma / Ci sarà? / Con un biglietto di seconda classe andata poi ritorno / noi giriamo il mondo, e il mondo gira noi / in differenze di seconda classe che non sanno niente; / occhi d'occidente noi: / lungo i binari scorrono veloci restano lontani / dolori, stanchi e mani poi non ci sono più, / hanno lo sguardo di chi sta aspettando un treno che è in ritardo o che non passa più”.

Dopo tanta poesia e tanta sensibilità è il momento di un brano strumentale Una porta nel tempo di una bellezza strabiliante, degno del miglior Morricone e che lascia Susanna libera di vocalizzare mettendo i brividi. Senza parole.

Brusca virata per un pezzo Amore che m’invita decisamente pop e a tratti quasi rap, percussioni a dettare il ritmo e testo che dimostra un’abilità ed una confidenza con l’uso delle parole notevole “Espando la mia bocca perché di bacio avvolga; / disegno draghi e cervi sul mio corpo / perché possa al tuo passaggio cacciatore / essere preda. / Fiorisce la mia rosa, la mia rosa-trina / sotto il fresco filo della tua saliva-brina / e la mia lingua anguilla… / pesca, esca, esca, esca”. Chi mi ricorda? Quel giocoliere della parola che è Max Manfredi.

Una melodia delicata firmata da Pat Metheny e suonata in maniera egregia dalla stessa Susanna al pianoforte accompagna, invece, Di spazio perfetto, brano intimistico ed introspettivo che grazie alla “ripulitura” da ogni altra presenza musicale, se non quella del solo pianoforte e poi degli archi, mette ancor più in risalto il perfetto dominio vocale di Susanna oltre alla sua poeticità, ecco solo un esempio “Cedono le mura, si stringe l'alleanza / di una debolezza che confesso essere tanta, / siamo l'impero alla fine della decadenza / in questa immensa stanza”.

Sonorità elettroniche ci portano a False in cui Susanna, con la collaborazione del filosofo Umberto Galimberti, si esprime senza peli sulla lingua su chi sceglie di accettare il ruolo di donna oggetto in cambio del successo a tutti i costi e lo fa con lucidità “Labbrose come cocomeri, / tettose che di gomma scoppiano AH AH / False. / Votate a chiese mediatiche, / galline che si fanno aquile AH AH / False / Tenere si sa / sesso esposto senza qualità, / ma patetiche e ridicole / se proposte sulle prime pagine" e con la solita abilità vocale.

Brano d’amore, ma quasi sacrale è Dall’anima al corpo, introdotto in maniera perentoria da pianoforte ed archi e cantato con tonalità decisamente più alta quasi a farne un canto d’epico amore con il suo lirico testo “Sopra scogliere di ambra e cristallo, / volando sul manto del mio suono bianco, / nel vento eterno di una conchiglia, / nel suono-ricordo delle campane, / a stelle disperse su panni d'altare, / nel grembo infinito e nascosto degli anni, / nelle carni segrete dei santi, / tra schegge, rubini e diamanti”.

Un tambureggiare ed un coro gregoriano introducono il tetro ed ossessivo Una stagione all’inferno che s’apre così “I sassi, la carne e noi / i denti masticano vita, / e il flauto inganna la pace che si vergogna, / di noi cannibali di anime. / Saliva che annaffia il senso / e sesso ruffiano di natura che richiede carne sacrificale, / il male non arriva da destra o dagli altri / è rituale, è nota tenuta a mente dalle puttane indegne”. Resta il brano che mi piace meno, è forse eccessivo.

Con 42,3, introdotto da un recitativo di Flavio Oreglio, Susanna torna a guardarsi dentro o, meglio, a confrontarsi con un mondo circostante in cui non si ritrova “Io vivo in quei non colori che sono le sfumature, / io vivo nelle parole mai dette, sentite, / nel vuoto totale che la mente non sa immaginare. / Io vivo di mio fratello che non ho mai avuto, / in quello che poteva ma non è mai stato, / in quella coincidenza che è la probabilità di una vita” e lo fa con un brano che presenta aperture melodiche davvero belle, per nulla “fredde e calcolate” a dispetto del tema trattato.

Un carillon, il pianoforte che si intreccia con gli archi ed è magia per Valige che lasci, brano non cantato ma recitato con intimità e sensualità da Susanna e che si apre con questi versi “Le valigie sono sempre troppo pesanti / di quello che lasci, del cibo clandestino degli amanti, / degli alberghi tristi delle nebbiose albe alle stazioni, / delle inutili ovulazioni, / del tempo imposto delle distanze / di tutte le cose non fatte, / della rassegnata certezza / che la normalità sarebbe bella”.

Chiude Cinì Cinì splendido e solare brano corale, sospeso tra musica popolare e musica etnica che vede alternarsi un dialetto del sud Italia con una lingua africana, un brano che sicuramente sarebbe piaciuto al grande Pasolini, chissà magari l’avrebbe utilizzato a commento della sua sognata e mai realizzata Orestiade Africana.

Che dire di più per concludere, Susanna Parigi ha una voce stupenda ed è una brava scrittrice sia dal punto di vista letterario che musicale, si è circondata per questo lavoro di grandi nomi, il tutto è perfetto quasi fin troppo, forse avrebbe dovuto osare di più con brani come Di spazio perfetto, cioè con brani che vedono all’opera lei sola al pianoforte e solo qualche altro strumento perché lì, secondo me, emerge ancor più la sua grandezza.

Ma stiamo decisamente cercando il classico pelo nell’uovo, questo è un disco davvero imperdibile.


Susanna Parigi

In differenze








Sette Ottavi / Delta – 2006

Nei migliori negozi di dischi.

Tracklist

01. Opera buffa

02. La fatica e la pazienza

03. Amada

04. Più grandi di Dio

05. In differenze

06. Una porta nel tempo

07. Amore che m’invita

08. Di spazio perfetto

09. False

10. Dall’anima al corpo

11. Una stagione all’inferno

12. 42,3%

13. Le valigie che lasci

14. Cinì cinì


Crediti:

Susanna Parigi: voce, pianoforte e fisarmonica

Ellade Bandini: batteria

Ares Tavolazzi: basso e contrabbasso

Juan Carlos “Flaco” Biondini: chitarra

Elvis Fortunato: chitarre

Gianni Coscia: fisarmonica

Tony Levin: basso

Mario Arcari: oboe

Tamburi di San Marino

Quartetto Picasso String

Orchestra sinfonica di Sofia


Prodotto da Vince Tempera


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venerdì, ottobre 02, 2015

Intervista a Flavio Oreglio intorno alla rassegna “Musici, poeti e giullari”

di Fabio Antonelli

Castello Malaspina - Brallo di Pregola (PV)


Sabato 3 ottobre, presso il Circolo dei Poeti Catartici che ha sede nel Castello Malaspina in frazione Pregola di Brallo di Pregola (Pavia), che detto così sembra di doversi infilare in culo ai lupi per arrivarci, avrà inizio la rassegna “Musici, poeti e giullari”, ossia una serie di Cene d’Autore (food & entertainment) che vede la tua Direzione Artistica. Cominciamo dalla location, termine che va tanto di moda, perché in questo luogo particolare e per altro di grande fascino?

Perché a Pregola, nel 1980 io ho fatto la mia prima serata proponendo le mie canzoni … in occasione del Trentennale ho deciso di costituire una sorta di “rifugio” catartico per ricordare le mie radici nel luogo dove il seme è stato piantato. Il nome giusto per questo rifugio non è stato difficile da trovare, è nato così il circolo dei poeti catartici che si propone come “cabaret d’altura”…

Flavio Oreglio


Il titolo che hai voluto dare alla rassegna, se non dico male, sembra quasi volersi riallacciare ad un mondo passato, quello rinascimentale in cui musici, poeti e giullari erano nelle mani di generosi mecenati che però riconoscevano il loro valore. Oggi, purtroppo, non è più così, però forse qualcosa ancora si riesce a fare. Questo tuo progetto va in tal senso?

Musici poeti e giullari, anche se nella terminologia sembra richiamare il medioevo (cosa che potrebbe anche avere un senso) in realtà si riallaccia alle componenti fondamentali storiche del cabaret nato alla fine dell’ottocento, il quale raggruppava un gruppo di poeti d’avanguardia che sperimentarono nuove forme di scrittura poetica (tramontava il romanticismo e nascevano realismo e simbolismo) l’interazione tra musica e poesia (albori della moderna canzone d’autore) non disdegnando il linguaggio satirico-umoristico. Mi riferisco al gruppo di poeti denominati “Les Hydropathes” e guidati dal giornalista Emile Goudeau, ad Aristide Bruant e alla sua “chanson canaille” (che cantava il lato oscuro della Belle Epoque) e a uno stuolo di disegnatori e scrittori satirici che fecero vivere la rivista “Le Chat Noir”, collegata all’omonimo locale (Chat Noir) fondato dal pittore Rodolphe Salis nel 1881.

Leonardo Manera - Primo ospite della rassegna


La rassegna si aprirà con Leonardo Manera, un ospite molto noto anche al grande pubblico anche grazie alle sue innumerevoli partecipazioni televisive, perché hai voluto affidare proprio a lui l’onere di rompere il ghiaccio?

Leonardo è un grande artista e un amico. A me piace sconvolgergli la vita con queste proposte, lui che è persona gentile e sensibile non mi dice mai di no soprattutto perché sa che in caso contrario lo picchio. Scherzo ovviamente … l’ho già picchiato … La verità è che Leonardo ha una straordinaria dimensione poetica che non sempre traspare dalle sue apparizioni televisive ma che io voglio assolutamente sul palco che mi sono proposto di dirigere.

Tra i vari personaggi che settimanalmente calcheranno la scena, vedo nomi a te molto familiari come Alberto Patrucco o Flavio Pirini, entrambi, come te, eternamente oscillanti tra la veste di comico e quella di musicista, ma anche veri e propri musicisti come il milanese Folco Orselli o poeti come Vincenzo Costantino “Cinaski”, come ti sei mosso nello scegliere gli ospiti?

La scelta degli ospiti rispetta la dimensione del cabaret che ti ho esposto poco fa. Il vero cabaret non è quello televisivo (quello è varietà, avanspettacolo, animazione da villaggio … arti nobili che però col cabaret non hanno niente a che fare). Io voglio riproporre lo spirito originario del cabaret e quello spirito vive nell’anima di tutte le persone che ho contattato.

L'interno del Castello Malaspina


Di questa rassegna sei, come detto, il Direttore Artistico, ma sfogliando il programma vedo che ti sei tenuto una serata da protagonista, ci dobbiamo aspettare qualche novità?

Ho a disposizione uno spazio e lo uso sia per proporre artisti che ritengo in linea col mio pensiero artistico sia per tenere un contatto diretto con il pubblico in particolari occasioni. L’inaugurazione del circolo avvenuta quest’estate è stata un tripudio di affetto, il 15 ottobre uscirà per Salani il libro “Catartico!” (antologia e inediti) e quale luogo migliore potrei trovare per presentarlo? Per il resto io sarò presente di tanto in tanto per seguire da vicino l’andamento del progetto.

Il ciclo di incontri si concluderà il 4 dicembre  con Walter Leonardi e direi che si chiude davvero alla grande. Che aspettative hai da questa rassegna, considerando anche il fatto che in Italia la sensibilità verso quella forma d’arte che era il cabaret , inteso come divertimento in grado però di far pensare, è stata letteralmente sedata da anni di imbarbarimento culturale?

Le mie aspettative? Spero di portare il pubblico a conoscenza della grande varietà di linguaggi intelligenti che sono in circolazione e che la televisione non tiene quasi mai in considerazione … è la mia battaglia di sempre, condensata nel progetto “Musicomedians” (www.musicomedians.it) sul quale lavoro da quindici anni. Sai com’è … si combatte …

Direi di chiudere, se sei d’accordo, fornendo ai lettori i riferimenti della Rassegna e, da parte mia, con un bel in bocca al lupo.

La rassegna “Musici Poeti e Giullari” è un ciclo di 10 appuntamenti, si parte sabato 3 ottobre e poi si procede tutti i venerdì fino al 4 dicembre. Si terrà al “Circolo dei Poeti Catartici”, presso il Castello Malaspina a Pregola (Brallo di Pregola – PV). Per maggiori informazioni si veda il sito www.poeticatartici.it e/o la pagina Facebook del Castello Malaspina (www.facebook.com/Castello-Malaspina-1438386723113867/). Ci vediamo sui monti, nell’ultimo comune dell’appendice sud ovest della Lombardia … terra di confine e di grandi promesse. Grazie per l’augurio … contraccambio katartikamente.

ll Direttore Artistico


Programma rassegna “Musici Poeti e Giullari”

03.10.15 Serata inaugurale - Incontro con LEONARDO MANERA
09.10.15 ALBERTO PATRUCCO in “Vedo buio”
16.10.15 VINCENZO COSTANTINO “CINASKI” in “Nato per lasciar perdere”
23.10.15 FOLCO ORSELLI in “Storie e canzoni blues da MilanoBabilonia”
30.10.15 FLAVIO OREGLIO in occasione del suo “Trentennale on stage” presenta il libro antologia “Catartico!” (Salani – 2015)
06.11.15 GIORGIO MACELLARI in “Tra jazz e musica d’autore” - Special guest: Riccardo Bianchi
13.11.15 FLAVIO PIRINI in “Circa intorno quasi teatro canzone”
20.11.15 STEFANO COVRI in “Milano canta e spara”
27.11.15 Serata magica - Incontro con RAUL CREMONA
04.12.15 WALTER LEONARDI in “Recital”

sabato, novembre 22, 2014

Intervista a Luca Bonaffini



di Fabio Antonelli

Luca Bonaffini, compositore di musiche e autore di testi per canzoni, s’è affermato intorno alla fine degli anni ‘80 come collaboratore fisso di Pierangelo Bertoli, firmando per lui molti brani in album di successo, tra le quali "Chiama piano", all'interno dei quali compare anche come cantante, armonicista e chitarrista acustico. Dopo aver realizzato una decina di album a proprio nome, ha debuttato nel 2013 come scrittore con il libro "La notte in cui spuntò la luna dal monte" (edito da PresentArtSì), ispirato al suo incontro con Pierangelo Bertoli. Il 7 agosto scorso ha pubblicato il disco “Sette volte Bertoli”, in ricordo di Pierangelo e proprio di questa sua ultima fatica s’è parlato in questa intervista.



E' da poco uscito un tuo disco dal titolo "Sette volte Bertoli" che vuol essere il tuo omaggio al cantautore di Sassuolo. Credo che un buon motivo per ascoltarlo con attenzione sia che d’interi dischi di altri musicisti che interpretino Bertoli praticamente non esistano, però vorrei che fossi tu a darmene degli altri.

Esistono diverse tribute band ma, a differenza di De André, riscuotono consensi meno evidenti. Bertoli ha scritto canzoni popolarissime, ma con testi a volte molto fuori moda. Non solo come argomenti, ma anche come linguaggio. Gli italiani si lustrano la lingua dandosi dei toni "da letterati", perché sono convinti che tutto debba passare attraverso la cultura "alta", quella cattedratica. Angelo, così lo chiamavamo, era un vero cantore di storie civili. Un cantautore non di protesta, ma di "testa". Al di là dell'estetica letteraria, le sue restano poesie sociali straordinarie ...

Perché hai voluto intitolare così questa raccolta di suoi brani e soprattutto perché, dall'immenso patrimonio musicale lasciato da Pierangelo, hai scelto proprio queste sette canzoni?

Le canzoni che avrei voluto cantare erano almeno trenta ma io non sono in grado, con le mie possibilità vocali, di riproporle in maniera credibile. Volevo essere, anzi continuare a essere, il suo allievo; e allora, visto che considero Bertoli il cantautore delle cose quotidiane, volevo cantare una canzone al giorno.
I giorni sono sette ed ecco sette volte Bertoli, come una terapia ...

E' vero la tua voce e il tuo modo di cantare sono praticamente antitetici a quelli di Pierangelo che cantava con voce potente, forte, che scandiva in maniera secca le parole, però credo che, per alcune canzoni, tu abbia fatto un lavoro straordinario di ringiovanimento, soprattutto con "La luna è sotto casa" che, secondo me, nella versione originale aveva un arrangiamento un po’ datato, non credi?

Grazie del bell'apprezzamento. Ritengo “La luna sotto casa” un brano sottovalutato, perché considerato moralista. Non è così. Pierangelo aveva delle priorità ... ovvie, ma non per tutti. La superficialità è l'estensione massima del vuoto del protagonista della canzone che, in quanto a "masturbazioni cerebrali" - come direbbe Angelo - non ha uguali. Bertoli non lo giudica. Lo condanna, a misurarsi con se stesso!

Si, trovo sia una delle canzoni più belle, però ai tempi penalizzata da un arrangiamento un po' vecchiotto, come lo era ad esempio quello di "Due occhi blu" Credo che tu abbia saputo donargli una veste nuova, molto fresca, capace di mettere ancor più in risalto la bellezza dei testi, che dici?

Non saprei. Io sento le sue canzoni così. Alcuni arrangiamenti di brani scritti insieme come “Oracoli”, “Italia d’oro” e “Gli anni miei”, titoli anche degli album che contengono alcuni dei nostri successi, non corrispondono alla mia modalità immaginaria musicale, ovvero, quando li scrissi, me li fantasticavo più aerei. Ma la voce di Pierangelo li ha ingigantiti comunque ...

Un’altra canzone che dal restyling ha acquisito nuova linfa è "Il centro del fiume", canzone tra le più vecchie ma tra le più attuali, purtroppo aggiungerei. Perché hai deciso di inserirla nel disco?

Non la considero semplicemente attuale, bensì "permanente". Esprime la modalità tipica di chi, politicamente e umanamente, sceglie di "non muovere" le cose. "Il sesso è scoperto, però hai coperto l'amore", è una frase che dovremmo stampare sul promemoria della quotidianità.


E' vero. In questi giorni sto riascoltando un po' di canzoni di Pierangelo ed è sorprendente come i suoi testi suonino sempre attuali. La stessa "Maddalena", che hai voluto inserire in quest’omaggio, penso sia esemplare in tal senso. Stupenda poi la scelta di interrompere la musica prima di chiudere con "quasi fosse colpa sua". Io amo tantissimo questa canzone, quali sono stati i motivi che ti hanno portato a cantarla?

La diversità non è un luogo comune che coinvolge alcune categorie o classi sociali. Spesso è discriminante. Pierangelo parla nella sua canzone di un fatto personale (quello che riguarda un travestito) come di un problema sociale, reso problema dalla gente. Insomma, pare che l'omosessualità, anche oggi, sia oggetto di sfogo di rabbie da parte di chi non l'accetta. Ma spesso gli omofobi, tramite una strisciante indifferenza, nascondono un lato di curiosità omoerotica ... ne sono certo!

Ascoltando e riascoltando il tuo disco, mi sembra di poter dire che, attraverso l’interpretazione, si possa spostare l’accento di una canzone. Cerco di spiegare meglio il concetto, ascoltando “Varsavia” nella versione originale di Pierangelo, sembra prevalere la rabbia, la voglia di lottare contro le ingiustizie subite dalla gente sottoposta al regime mentre, nella tua versione, sembra prevalere la sofferenza, il dramma interiore di quelle persone, che è poi il dramma di chiunque non possa vivere la propria libertà. E’ solo una mia impressione?

Ognuno esprime la rabbia come può e come riesce. Io non amo urlare e, quando lo faccio, la faccio male. Divento isterico e poco credibile. Ma il mio modo di manifestare il dissenso o il disdegno verso certe azioni o fatti non ha meno forza. Grido piano, ma con la stessa intensità emotiva.

La stessa tua “Chiama piano”, in questa versione, sembra essere cresciuta ulteriormente. Pur senza la presenza di Fabio Concato devo dire che, invece che perdere smalto, sembra aver acquisito la giusta maturazione, un po’ come un buon vino rosso cui gli anni trascorsi non hanno fatto altro che accrescerne la qualità.

Nasce scritta da me che sono un cantautore, non solo autore. Pierangelo capì bene questa cosa dal primo momento che misi piede in casa sua nel 1983. Io l’ho sempre cantata, fin da quando uscì per La Ricordi nel 1990, a modo mio. È naturale che, a differenza di allora, non ha più lo svantaggio di un confronto recente. Allora era in cima alle classifiche ed io pressoché sconosciuto. Il confronto era ovviamente pesante. Oggi io la canto ancora più libero di allora, ma posso ancora studiarla, rifarla e – magari – modificarla, migliorandomi. Pierangelo e Fabio l’hanno cantata insieme una volta sola e hanno vinto, nel giro di poche settimane, un disco d’oro. Insomma, ognuno di noi l’ha cantata meglio che poteva….

“Per dirti t’amo” e “Eppure soffia” sono senza dubbio le canzoni meno rimaneggiate. “Eppure soffia” è uno dei testi di Pierangelo più riusciti per la forza dei suoi contenuti e la sua estrema sintesi, in questa versione sono coinvolti anche il figlio Alberto Bertoli e Flavio Oreglio, com’è nata questa vostra collaborazione?

Alberto lo conosco dall’83 (quand’era bimbo); Flavio dall’85 quando stava iniziando. I due cognomi, Bertoli e Oreglio mi hanno portato fortuna. E, inoltre, rappresentano due estremi modi di contestare attraverso la musica: quella popolare d’autore di Pierangelo e quella del teatro canzone satirico di Flavio (introdotta da Gaber). Infine io sono mantovano, un lombardo in odor d’Emilia. Bertoli di Sassuolo e Oreglio di Peschiera Borromeo in provincia di Milano. E la canzone è una delle più belle ballate italiane mai scritte. Quindi, abbiamo “soffiato” insieme.

Forse questa domanda avrei dovuta fartela per prima, com’è nato il sodalizio artistico tra te e Pierangelo?

Prima da fan (io, ovviamente…). Poi allievo e frequentatore…. Poi come autore. Infine come chitarrista acustico dal vivo, collaboratore fisso e amico. Nel 1993 mi ha anche prodotto un album per la Sugar Music. Ha fatto il massimo.

Cosa amavi di più in Pierangelo e cosa invece magari non condividevi? Tu che l’hai conosciuto bene da vicino, in Pierangelo l’uomo e l’artista erano figure ben distinte o, invece, com’era sul palco davanti al suo pubblico lo era anche nella vita quotidiana?

Identico. Palco e vita erano la stessa cosa perché, prima di tutto, per lui c’erano le persone. E i suoi sentimenti. La musica e i dischi erano la parte della vita che gli permetteva di entrare in contatto con la gente. E di crescere e di aiutare gli altri a crescere.



Rivedendo nei giorni scorsi un’intervista televisiva storica di Enzo Biagi a Pierangelo, all’interno di una trasmissione in cui si parlava di Handicap, mi sembrava di vedere da una parte il giornalista spingere sull’acceleratore del pietismo, nel desiderio di sentirsi dire da Pierangelo che la sua vita fosse stata un inferno e dall’altra Pierangelo insistere sul fatto di aver vissuto un’infanzia in tutto “normale”, dove anche con gli amici aveva potuto fare tutto, forse solo a pallone non riusciva a giocare … Com’era in realtà il suo rapporto con il suo handicap e com’è stato invece il tuo con il suo handicap?

L’Italia è un Paese che fonda gran parte della propria cultura storica sul pietismo e sugli eroi perdenti. Pierangelo era un vincente in panchina per forza maggiore, parlando di calcio. Ma vinceva comunque perché era un capo squadra, uno stratega della comunicazione “vera” (non contraffatta) e un uomo di azione che non temeva di mettersi in gioco personalmente.  Lui non ha mai fatto trapelare alcuna difficoltà con me, se non quella evidente delle barriere architettoniche. Io, a un certo punto, mi dimenticavo – grazie alla sua intelligenza – di tirare giù la carrozzina dall’auto. Per me, lui non camminava. Correva proprio.

So che in questi giorni sei molto impegnato nel promuovere il disco, attraverso web, radio e tv. Seguirà un tour o il disco stesso può considerarsi il sigillo a quella serie di date che hai tenuto nei mesi scorsi, legate alla pubblicazione del tuo libro “La notte in cui spuntò la luna dal monte" (edito da PresentArtSì), ispirato al tuo incontro con Pierangelo? Anzi colgo l’occasione per chiederti com’è nata l’idea di questo libro e com’è stato accolto dai lettori.

Il percorso di elaborazione e di recupero del “me stesso” legato a Bertoli è concluso. È durato oltre due anni, dalla pubblicazione del libro di Mario Bonanno (marzo 2012) all’ultimo concerto di Cologne tenutosi in occasione del 25° anniversario della Caduta del Muro di Berlino, dove Alberto è stato ospite e protagonista. Adesso Pierangelo ritorna nei miei spettacoli, nei miei album con uno spazio più regolare, più giusto. Io non voglio e non devo essere la bandiera di Bertoli. Sono solo un suo fan divenuto allievo e fortunato testimone di una parte della sua carriera. Ci sono, ribadisco, tribute band eccezionali, c’è Marco Dieci (suo alter ego storico e autore prodigioso), c’è il figlio (che quando canta fa davvero venire i brividi, per bravura e talento). Io ho scritto e pubblicato 11 album. E ci sono tantissime canzoni inedite nella mia libreria, ci sono artisti da produrre che hanno bisogno del mio supporto, nuovi spettacoli da scegliere, scrivere e dirigere. E magari, qualche altro racconto…

L’ultima domanda vuol essere un po’ una provocazione. In un’intervista realizzata a Pierangelo, al termine del concerto tenutosi al Teatro Carani di Sassuolo nel 2000, per i suoi venticinque anni di carriera, Bertoli a una domanda dell’intervistatrice che gli chiedeva se amasse sentire le sue canzoni cantate da altri, rispose “quella che ha cantato meglio una mia canzone è stata Ornella Vanoni sicuramente” però aggiungendo, senza peli sulla lingua, “in generale no, mi piace più cantarle io”. Come pensi avrebbe accolto il tuo disco omaggio?

Mi avrebbe tolto il saluto. Scherzo. Non lo so, sinceramente. Ma so che ai suoi appassionati, alla sua famiglia, alla sua gente, la cosa non è dispiaciuta. E questo per me è sufficiente.



Sito ufficiale di Luca Bonaffini: http://www.lucabonaffini.it/
 



venerdì, gennaio 25, 2013

Intervista a Giangilberto Monti



di Fabio Antonelli

Lo chansonnier milanese Giangilberto Monti, grazie anche alla collaborazione del giornalista Enzo Gentile, nel suo nuovo progetto "comicanti.it" (libro+doppio cd) racconta la storia della nostra comicità musicale e dei suoi comicanti: dalle macchiette del café-chantant, ai primi del Novecento, fino ai personaggi più recenti usciti dalle pedane di Zelig. Sentiamo allora cosa ci racconta.



Se sei d’accordo, direi di cominciare dalle origini di questo progetto, com’è nato “comicanti.it”?

Il lavoro è iniziato cinque anni fa e la prima difficoltà, è stata quella di cercare di capire quali canzoni si dovessero usare, per cercare di raccontare la storia della comicità musicale. Inizialmente era solo un disco, uscito oramai quattro anni fa con la Carosello (2009), che raccoglieva canzoni che andavano da Ettore Petrolini a Dario Fo, quindi le canzoni più importanti di questo mondo. Erano canzoni molto conosciute, come “Tanto per cantare” di Petrolini, piuttosto che “L’Armando” di Jannacci o “E’ arrivata la bufera di Rascel …

All’inizio quindi, era solo un disco, giusto?

Esatto, uscito nel 2009. Abbiamo fatto un grande spettacolo a Milano, al Teatro Franco Parenti con tutti gli ospiti. E anche il disco è andato bene, ci sono stati poi altri spettacoli nei teatri, che hanno contribuito a raccontare un po’ la storia della canzone comica. Un paio di anni fa, sull’onda di quel successo, con i miei collaboratori ci siamo detti, proviamo un po’ a fare il salto definitivo, cioè arrivare a quei cantautori che hanno raccontato con ironia e sarcasmo gli anni ’70, ’80 e ’90, insomma, gli anni più recenti nella storia del nostro paese. In questo tentativo, abbiamo subito capito che il disco non era sufficiente come strumento. E’ vero che le canzoni sono sempre state eseguite sotto forma di duetti, per cui c’è stato un rapporto artistico tra me che arrangio, invento, scelgo le canzoni e l’artista mio collega, in questo caso i tanti comicanti di oggi che mi hanno aiutato nel presentare questo disco, però era evidente la necessità di spiegare meglio questo lavoro, questo mondo. E’ stata la voglia di avere più tempo a disposizione che ha portato a un’idea più letteraria. In questo cofanetto, infatti, è presente anche un libro, scritto con Enzo Gentile che è un giornalista musicale, che racconta più diffusamente la storia, i personaggi, i repertori. I comicanti, in realtà, sono tantissimi e tanti sono i filoni, stiamo parlando di un mondo che inizia da Napoli, ai primi del ‘900, per arrivare ai giorni nostri con Zelig, in mezzo ci sono infiniti filoni comici - umoristici, sarcastici e demenziali - che di fatto raccontano la storia del nostro paese.

L’ho letto proprio oggi, un po’ a spizzichi e bocconi, questo libro fresco di stampa e, l’ho trovato davvero esaustivo, in tal senso.

Mah, prima di tutto perché non l’ha fatto ancora nessuno. Tra l’altro forse non sai, ma ho appena pubblicato un libro sulla storia del cabaret (La vera storia del Cabaret, ed. Garzanti), che ho scritto con Flavio Oreglio, è uscito a fine ottobre, però il cabaret è un mondo molto vasto. La musica è anch’essa un mondo enorme, però la canzone comica è stata da sempre ritenuta un genere di serie B. In realtà molti dei personaggi di cui parliamo nel libro, mi vengono in mente Gaber o Jannacci, piuttosto che Elio e Le Storie Tese, sono entrati anche nelle alte classifiche, come pure Carosone o Buscaglione. Sono stati personaggi molto amati dal  grande pubblico e, non si possono, secondo me, considerare un sottogenere. Talvolta sono riusciti ad arrivare a vendite paragonabili alla cosìddetta musica pop utilizzando, al di là dei linguaggi, modi musicali diversi. Noi stessi abbiamo cercato di rendere più moderne queste canzoni, anche quelle più antiche, perché oggi ovviamente sono diversi sia gli strumenti sia le tecnologie. E comunque rimangono canzoni bellissime ancora oggi, molto attuali nei testi.

Si, in effetti, tra le canzoni ascoltate nel disco, in tema di modernizzazione mi viene in mente ad esempio “Il gorilla” …

(ride) “Il gorilla” è stato un divertimento puro, grazie ad Antonio Cornacchione. Ogni canzone ha una storia, dietro ogni canzone c’è un aneddoto, il dietro le quinte di questo mondo è davvero molto divertente. Cornacchione non sa cantare, questa è la realtà! Quando è uscito il primo disco, lui mi ha telefonato è mi ha detto “Mah, scusa Giangilberto, perché non mi hai chiamato?”, allora gli ho risposto “Antonio, perché non sai cantare! Ci sono tanti altri comici che non sanno cantare e non ho chiamato”, però lui insisteva “Ho capito, però è un peccato”. C’è poi da dire che il problema di questa canzone è che l’unica cosa veramente cantabile è il ritornello, a quel punto c’è venuta l’idea, ma non vorrei svelare subito il gioco, di parlarlo anziché cantarlo, Per cui io racconto la storia cantando le strofe e Antonio Cornacchione interpreta il ritornello a suo modo, quindi come un attore comico. V’inviterei ad ascoltarlo perché, secondo me, è vero che una parte dei puristi del genere si offenderà perché l’approccio è davvero molto diverso dall’originale, però, di fatto “Il gorilla” resta una grande canzone ironica e anche importante, perché è stato il primo esempio, per il nostro cantautorato, d’importazione dal mondo del cantautorato francese, in questo caso Georges Brassens. Era la prima volta in cui Fabrizio De Andrè traduceva un personaggio come Brassens, che in Italia era ancora poco conosciuto, stiamo parlando degli anni ’60, e in questo modo lo porta al grande pubblico.

Guardando le tracce presenti nel disco, mi fa piacere che si spazi al di là di quella che è tradizionalmente considerata la canzone comica, vi si trovano anche nomi come quello di Capossela, giusto per fare un nome.

Si, perché è proprio quella la diversità rispetto a un modo tradizionale di vedere questo genere. Penso al cantautorato che agli inizi degli anni ’70 diventa popolarissimo, a certi cantautori tipo Rino Gaetano o Sergio Caputo dichiaratamente ironici, ma anche a Vinicio Capossela che ha una sua surrealtà, il suo è un mondo di grande invenzione testuale, esattamente come fu per Renato Rascel quando uscì “E’ arrivata la bufera”, era davvero una rivoluzione per quegli anni. Quando Capossela pubblica le sue canzoni negli anni ’90, i suoi testi erano completamente diversi da quanto c’era in quel momento sul mercato, la gente non l’ha capito subito, il pubblico l’ha capito un po’ dopo e la particolarità di Capossela, non è solamente la bellezza della musica o la sua interpretazione originale, ma proprio l’utilizzo di testi con una grandissima ironia di fondo, però un’ironia alta, non c’è mai la battutaccia o la volgarità. Noi ci siamo fermati a Capossela, ma si poteva continuare, non so, ad esempio citando Checco Zalone, ma a quel punto saremmo arrivati all’autobiografia.

Si, è vero, se si vuole fare dello storicismo occorre lasciare sempre che passi del tempo.

Si, se ti avvicini troppo ai giorni nostri, quando non hai più la distanza, finisci per raccontare te stesso. Io potrei raccontare gli anni che ho vissuto allo Zelig dal 1986 al 1996 quasi tutte le sere, però è l’esperienza personale e non riesci nell’intento di raccontare la storia, tanto è vero che la mia storia coincide con quella dei comicanti di oggi, quelli che ho chiamato nel disco, è come se interpretassi che so Stefano Nosei o Flavio Oreglio, non è la stessa cosa. Ci vuole una distanza per capire ed è per questa ragione che nel libro scritto con Oreglio “La vera storia del Cabaret”, ci siamo arrestati, pressapoco, agli anni ’70, perché poi diventa difficile raccontare la vita vissuta, non sei più obiettivo, vedi solo le cose dal tuo punto di vista.

Torniamo al progetto comicanti.it, perché gli hai voluto dare proprio questo titolo?

Comicante è un neologismo, è una parola che ho inventato per descrivere quest’artista completo, che mischia la comicità con la musica, quindi comico e cantante. E’ il classico uovo di Colombo, così come cantautore è il cantante autore, però il comicante non é solamente un comico che canta o un cantante che fa il comico, è molto di più, è un incrocio tra lo chansonnier e un cantautore. In qualche modo racchiude in sé molti mestieri dell’arte perché il far ridere, che è operazione già di per sé molto difficile, è faccenda ancora più complicata se poi devi cantare. La canzonaccia o la canzonetta son capaci tutti di farla, però una bella canzone, accanto a un bel testo ironico, umoristico, accanto a un modo di porgere questo testo, necessita di una preparazione che non è di tutti, non tanto perché sia complicato, ma perché rappresenta un percorso artistico di ricerca. Il comicante, è quindi una figura abbastanza rara, se vogliamo dire così, ma proprio perché lo è, è bello riuscire a coglierne lo spessore. Nel passato ci sono stati grandi esempi ed io mi sono permesso solo di raccontarlo. Comunicanti.it è poi un gioco di parole, facciamo un po’ il verso al web. E .it fa riferimento alla comicità musicale italiana. Avrei anche potuto chiamarlo Comicanti.com ma sarebbe stato un po’ eccessivo (ride)

Restando in tema di degni rappresentati della canzone comica, proprio lunedì sera sulla Rai è andato in onda lo speciale su Giorgio Gaber, in occasione del decennale della sua scomparsa, l’hai visto?

No, ho letto però qualcosa sul web, ho letto tra l’altro un bell’articolo di Aldo Grasso che mi trova abbastanza d’accordo. Non vorrei sembrare né presuntuoso né polemico, però credo che l’artista, quando è in vita, dia il meglio di se stesso, questa forse è una banalità ma è così. Gli eredi non sempre rendono un grande servizio all’artista scomparso, soprattutto quando gli mettono in bocca tutto il possibile, come hanno fatto e stanno facendo con Gaber che, a mio parere, sembra una coperta un po’ corta che ognuno tira dalla sua parte secondo le esigenze di copione. Come dicevo prima, non vorrei sembrare troppo polemico, però tutto questo è molto fastidioso, per me almeno che ho conosciuto molto bene Giorgio e, ti dirò, l’ho conosciuto bene anche umanamente. Mi spiace, ad esempio, al di là dalla trasmissione che per carità può essere stata fatta bene o male, però si sa che la televisione ha proprio questo di bello e di brutto, di essere la televisione, quindi in qualche modo assorbe, distrugge e livella. Gaber è stato un artista che ha dato il suo meglio, proprio perché era molto libero di farlo. Era molto anarcoide nelle sue manifestazioni, in fondo vorrei dire che non aveva alcun bisogno che qualcuno lo raccontasse. Basterebbe ascoltarlo…

Perché poi il rischio è che ognuno finisca per mettergli addosso la propria bandiera.

Si, è un po’ come i settemila che scalava Messner senza ossigeno, è chiaro che poi ci arrivino anche tutti gli altri, solo che lui c’è arrivato per primo. E’ ovvio che le canzoni sono quelle e ognuno le legge, le interpreta come vuole, però quello che è fastidioso, ma veramente fastidioso, secondo me, e anche un po’ vergognoso, che ci siano degli artisti che non hanno mai avuto proprio nulla a che fare la storia di Gaber …

Che sono poi messi in cartellone, un po’ come specchietti per le allodole?

Più che altro sono chiamati a interpretare canzoni che magari hanno anche orecchiato ma … c’è un grandissimo contrasto! A me sentire Gigi D’Alessio che canta Gaber … a me vengono veramente … non so come dire …

Magari avrebbe certamente avuto più senso una tua presenza …

No, non so, questo no, non dico quello, … dico che non c’entra nulla ed è un peccato per Gaber, non per Gigi D’Alessio del quale diciamo che non m’importa nulla, lui in fondo fa il suo mestiere, io faccio il mio, siamo come dire il bianco e il nero di una situazione, però non c’entra davvero nulla …

Soprattutto non aiuta certo a capire chi è stato veramente Gaber.
Ed è anche secondo me vergognoso artisticamente, parere mio personale e, (ride) direi che con questo abbiamo concluso!



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Sito del progetto “comicanti.it”: www.comicanti.it