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sabato, maggio 18, 2019

Milano, il blues e l’amore in questi tempi di resistenza


di Fabio Antonelli


Il 7 maggio, al Blue Note di Milano c’è stato un bel sold out, che ha visto protagonisti il cantautore milanese Folco Orselli ed il trombettista jazz argentino Pepe Ragonese. Al centro della serata le canzoni di Folco Orselli, partendo dal suo primo lavoro discografico “La stirpe di Caino” fino al suo nuovo album “Blues in MI vol.1”, una ghiotta occasione per intervistarlo. 


 

Il 7 maggio, accanto al trombettista jazz e amico di sempre Pepe Ragonese, hai letteralmente riempito il Blue Note di Milano. Che cosa hai provato a stare su quel palco, davanti ad un pubblico così entusiasta? 

E’ stato molto appagante, stare davanti a tutta quella gente, in un luogo con un’acustica perfetta, io e Pepe Ragonese, in duo, con tutta la nostra passata storia musicale da rivivere insieme, con tutte le sfumature “sensibili” a disposizione, la possibilità di sussurrare parole e note, di arrivare al cuore delle canzoni e delle persone attraversando e sfondando la distanza attraverso le mie canzoni, i miei aneddoti, le note calde di Pepe e avvalendomi di quel modo di fare intrattenimento, che mi è sempre piaciuto molto. Ora torno ai piccoli club, comunque, dove ogni sera è una sfida, dove a volte non ti conosce nessuno e devi portare a casa la pelle musicale … è divertente anche questo, anche se è molto più faticoso, ma di questi tempi è davvero necessario.

In quella serata hai ripercorso la tua carriera artistica proponendo alcuni dei pezzi che hanno segnato maggiormente il tuo percorso discografico, tra questi cito il funky di MilanoBabilonia, La ballata del Paolone, L’amore ci sorprende, la sempre amata Bellocchio, fino ad anticipare il divenire. Proprio in chiusura, hai proposto un bellissimo inedito dedicato alle Varesine, un pezzo di storia milanese che ignoravo e che mi ha letteralmente commosso, soprattutto con quei versi finali dedicati alla tua Milano “meno male che se guardo in fondo agli occhi tuoi vedo che sei ancora tu la mia città”. Quanto sei legato a Milano?

Milano è il convitato dì asfalto di tutte le mie canzoni. E’ la mia città, che cambia ogni dieci anni, come me, come noi. Continuo a guardarla e a farmi affascinare da quella segreta grazia tutta femminile. L’ho già detto mille volte, per me Milano è femmina, madre e amante. M’ispira ecco, come una musa. Le Varesine è un inedito che spero di riuscire a registrare per Blues in MI vol. 2. Sono cresciuto in zona Stazione Centrale e il Luna Park “permanente” delle Varesine è stato il mio spaccato sul surreale, sulla visione crepuscolare poetica, sulla solitudine delle giostre che tanto mi ha assomigliato nei miei dieci anni, ero un bambino vivace ma aperto alla malinconia e quel luogo mi ha insegnato tanto. Ci andavo durante la settimana, quando non c’era nessuno e mi riempivo di sensazioni, di odori, di avventura. Poi l’abbiamo visto stingersi negli anni, dalla pioggia e dal tempo. Poi alcuni anni d’immobilità assoluta, un’allegoria di luce e colore in una metropoli ferma, gli anni ’80-metà ’90 e poi le hanno smantellate. Mi piace questa canzone, mi fa tornare a quelle sensazioni. Magia e mistero della musica.



Credo sia però giunto il momento di parlare del tuo nuovo disco, che già nel titolo Blues in MI evoca il tuo legame con il blues e con Milano. Il disco è stato preceduto dal divertentissimo video di una delle canzoni più belle, Paolo Sarpi Blues, com’è nata questa canzone? Com’è stata sviluppata l’idea del video? Anche in questo caso, come racconti spesso, ti sei ispirato al tuo vissuto?

Venivo da un periodo creativamente difficile, non trovavo stimoli che mi mettessero in moto, che mi facessero dedicare alla scrittura con entusiasmo. Non sono un mestierante, non scrivo se non ne ho voglia, le canzoni scritte per forza fanno mediamente schifo, le canzoni devono raggiungerti, anche se sei distratto, devono essere equipaggiate di qualcosa di urgente che non sento nel 90% delle cose che ascolto. Ho passato una vita sulle sponde di un fiume fiorito d’idee e d’ispirazione e voglio continuare a muovermi su quella sponda. Pensavo di essere arrivato alla foce e poteva anche starci. Poi ho sconfitto questa paranoia affrontandola e guardandola dritta in faccia. Si è dileguata e la mia risata, nel vedere questa vile angoscia che mi pervadeva, sciogliersi davanti a me, mi ha fatto scrivere le ventuno canzoni che andranno a finire nei due Blues in MI. Paolo Sarpi Blues fa parte di questa risata. Avevo voglia di un sound rhythm and blues, con i fiati, l’Hammond e, con il mio pard artistico di ormai quattro dischi, Enzo Messina, abbiamo confezionato questo bel groove. Era tempo che avevo voglia di scrivere una canzone in milanese, che poi è legnanese giacché i miei nonni erano di li. Il video è stato una collaborazione con i ragazzi de Il Terzo Segreto Di Satira con i quali ho messo a fuoco delle idee che avevo sulla sceneggiatura della storia e che volevo, appunto, divertente. Penso che si sia riuscito nell’intento. Il pezzo dal punto di vista testuale rientra in quella mia ricerca su Milano e sulla sua composizione sociale e multiculturale, vera sfida dei prossimi anni. La comunità cinese mi ha sempre affascinato, è dal ‘500 che sono a Milano, città da sempre votata al commercio come i cinesi appunto. Se poi questa è un’esperienza personale, beh … non te lo dico.

A proposito di vissuto, non posso non chiederti di Como e carne, sia perché sono di Como sia perché è una canzone che trasuda “libidine”…

La gran parte delle canzoni che scrivo ha qualcosa di vissuto. Le canzoni che portano con sé una storia vera, o in parte vera, sono molto più convincenti. Non so dirti perché, ma quando le canto in pubblico, passa qualcosa che l’opera di pura fantasia, per quanto cantata in modo convinto, non passa. Como e Carne contiene qualcosa di vero e qualcosa di aggiunto. Le cose vere si capiscono quali sono secondo me…



C’è una canzone, Pericolosamente retroattivo, che sembra essere quasi il seguito di quel “j’accuse” che è stato La stirpe di Caino, sono passati tanti anni ma la rabbia è rimasta viva?

Guarda, rabbia è una parola che non mi appartiene. Di questi tempi poi mi sembra sia diventata il cibo di chi non usa bene il cervello oppure la benzina dell’ignoranza, quindi preferisco evitarla. Il mestiere dell’artista è complicato, si ha a che fare con le proprie aspirazioni, molto spesso frustrate, e quindi si rischia di confondere la determinazione nel restare in piedi con qualcosa di simile alla rabbia. Non è così. Almeno per me. E poi quando inveivo dalle pagine de La stirpe di Caino non immaginavo che si potesse arrivare così in basso, parlo dal punto di vista produttivo musicale. La discografia si vergogna di se stessa, hanno abdicato al loro ruolo, sono dei falliti. Hanno fallito la loro missione: proporre l’arte e gli artisti alla gente, avere il privilegio di capirli, di produrli e di promuoverli. Ora vivono nella tirannia della domanda, non decidono più nulla, si limitano a produrre quello che la rete, con le visualizzazioni, impone loro. Pericolosamente Retroattivo è un dialogo con il tempo e con lo specchio che questa gente non è minimamente in grado nemmeno di capire.

Nel disco ci sono un paio di canzoni, Lo Scaldabagno e Quel che resta di te, in cui hai collaborato con due amici di vecchia data, rispettivamente Claudio Sanfilippo e Flavio Pirini, due cui l’ironia certo non difetta. Come sono nate queste due canzoni, stilisticamente così diverse fra loro, ma altrettanto affascinanti?

Claudio e Flavio sono, oltre a due grandi amici, anche due formidabili scrittori di canzoni. Hanno il blues nello scrivere, nel far suonare le parole. E’ una questione molto importante per me il come le parole suonino. Loro le sanno far suonare come piace a me, quel modo che non ha niente a che invidiare con il suono della lingua inglese, notoriamente ottima per scrivere canzoni e parole. Nel caso di Claudio, avevo questo pezzo in finto inglese che avevo intitolato provvisoriamente “Kiss from the Boyou”, il lungo fiume che bagna New Orleans si chiama Boyou. Non riuscivo a uscirne finché una notte che eravamo finiti insieme a un baracchino, tra una birra e l’altra, mi è venuto in mente di proporgli di scrivere lui il testo e così, a caso, ho buttato li: “Potrebbe intitolarsi lo scaldabagno!”. Lui ha raccolto e un paio di giorni dopo mi ha mandato il testo completo. Formidabile! Con Flavio invece abbiamo adottato un altro metodo, sempre su una canzone in finto inglese abbiamo scritto una strofa a testa a distanza. Lui me ne mandava una ed io proseguivo con un altra e gliela rimandavo e lui continuava. Fino a quando il testo non è stato completo. L’unica cosa che sapevamo era che avrebbe dovuto parlare di uno che sparisce e nessuno sa più, dove si sia cacciato.




Il disco si apre con La gente un pezzo funky molto trascinante, uno sguardo impietoso sul mondo circostante, un fiume di versi in piena, potrebbe essere la tua Quelli che? E non solo per quel “cosa significa quando ascolti Jannacci e sei Biagio Antonacci”.

La gente l’ha scritto il mio inconscio. Ho sognato un mio grande amico, Sergio Cocchi un musicista con cui ho suonato per una vita e con cui suono ancora, che mi faceva ascoltare questo pezzo in uno studio, su un registratore a cassetta. La prima frase del pezzo è proprio quello che ho sentito nel sogno “Cosa significa, fare parte di un giro, cosa significa, fare parte di un coro”. Mi sono svegliato e l’ho appuntata sul registratore del telefono. Solo che non riuscivo più a dormire, perché mi arrivavano continuamente altre frasi in testa. Continuavo ad accendere il telefono e a registrare queste frasi. La mattina dopo mi sono reso conto che erano tantissime e non ho fatto altro che copiarle e metterci sotto la musica che ho sentito nel sogno che era molto semplice ma efficace.

Citazioni. Nel disco citi, nel bene o nel male, lascio a te dirlo, non solo Jannacci ma anche Vinicio Capossela “con sotto quella musica italiana del Capossela con la banda indiana che balla il bagaloo” in Bicchierate e persino Freddy Mercury “ti son venuti anche i dentoni come il cantante dei Queen” in Oh Marleen. Ce n’è per tutti?

Sì, mi sono divertito a citare qualcuno. Ci sono anche citazioni sonore: Santana. Mark Knopfler, Dr John. Capossela ogni tanto lo canzono un po’ perché devo restituirgli tutte le menate che mi hanno fatto negli anni dicendo che lo imitavo. Anche se naturalmente lui non c’entra nulla. Ora spero l’abbiano piantata: io suono il blues!



C’è una canzone Buio (storia di una strega) che non può non lasciare turbati per il tema trattato, purtroppo sempre attuale. Racconta di una storia in particolare, magari legata a Milano?

Racconta di quanto il potere, lungo tutti i tempi, utilizzi l’ignoranza della gente per conservare se stesso. In passato la “santa” inquisizione utilizzava lo spauracchio del demonio per imporre il suo dominio sulla gente, in questo caso racconto di un rogo in piazza Vetra in cui parecchie giovani donne furono bruciate vive in nome della Chiesa, agitando la paura del demonio. Ora agitano altre paure, non bruciano più la gente ma utilizzano la stessa ignoranza facendo credere, a chi ci casca, che esistono delle minacce esterne che mettono in pericolo la nostra esistenza come popolo. Se il popolo è quello che crede in queste baggianate, queste armi di distrazione di massa come dice qualcuno; bene spero proprio che qualcuno venga a diluirci demograficamente, non ci potrebbe che fare del bene.

Sai che starei ore a fare domande sulle tue canzoni però voglio lasciare a chi legge il desiderio di scoprire le altre tracce del disco che, essendo un vol. 1 suppongo avrà un seguito … Già scritto, solo progettato? Com’è lo stato dei lavori?
Ho già registrato nella prima sessione otto pezzi che saranno integrati da altri cinque o sei che scriverò per il progetto sulle periferie “Blues in MI: periferia identità di Milano”, al quale sto alacremente lavorando, e che vedrà la luce nel 2020. Inserirò il brano Le Varesine e altre canzoni su altre zone di Milano, per lo più periferie. Sto completando piano piano un lavoro di toponomastica musicale sulla città. 

Ci sono altri due aspetti che vorrei toccare, il primo è come poter acquistare il disco. So che hai scelto, di fatto, di non distribuirlo se non attraverso i concerti? Perché questa scelta?

Perché è più comodo per tutti. Perché i negozi ormai sono virtuali, Se qualcuno vuole un mio disco lo può chiedere a me ed io glielo spedisco. Perché bisogna andare a vedere i concerti e mettere il naso oltre lo schermo del computer o del telefono, altrimenti alleveremo generazioni cui non interessa più esibirsi dal vivo, che non sanno più suonare degli strumenti musicali, stare su un palco, alleveremo gente che considera inutile il Live, quindi, andateci ai concerti. Partecipate, che la libertà non è star sopra un albero come cantava qualcuno…




Secondo aspetto, l’attività live. Dopo il grande successo del Blue Note, stai portando avanti un tour dal titolo “Blues to you”, di che si tratta?

Si tratta di un tour nelle case e nei giardini di chi mi vuole ospitare, la storia di Maometto e della montagna. E’ talmente necessario che la musica dal vivo torni nelle nostre abitudini che vengo io a casa vostra, vi faccio un concerto privato. Sta molto funzionando e sono contento. Per info agents@folcoorselli.com

Vorrei chiudere, in fine, con le parole di stima nei tuoi confronti spese non da me, ma da un amico comune, il cantautore Federico Sirianni che di te ha detto che sei uno dei migliori scrittori in assoluto di canzoni d’amore. Con questo disco hai voluto smentirlo? In fondo non c’è una vera e propria canzone d’amore, in senso classico, o forse lo è Bicchierate con quei versi finali “bicchierate commesse con le analisi sbagliate tua moglie ti farà delle menate ma forse quando torni dorme già” più di tante canzoni piene di sdolcinate parole, esprime l’amore vero, quello di tutti i giorni, quello che sopravvive dopo tanti anni?

Il mio amico Federico Sirianni mi conosce bene, e sa che sono un fottuto romantico. In questo disco non ho mai parlato tanto d’amore! L’amore per la vita! La vita del musicista, dell’artista, costretto a rimanere in piedi al vento, alla burrasca culturale che stiamo vivendo. Sono tempi di resistenza questi e cosa c’è di più amorevole di combattere per qualcosa in cui credi? Ad maiora.


Folco Orselli su Youtube 

Le foto sono di Luca Rossato.

domenica, febbraio 12, 2017

Federico Sirianni e il suo disco della maturità, “Il Santo”



di Fabio Antonelli

Federico Sirianni - Foto di Valentina Tamborra
 
A quattro anni di distanza dal suo “Nella prossima vita” (Incipit Records - 2012), il cantautore genovese ma oramai torinese d’adozione Federico Sirianni, pubblica un nuovo lavoro discografico dal titolo “Il Santo”, dal cui ascolto emerge subito come sia più che mai il disco della maturità. Un disco che nasce da lontano, da quella canzone “Ascoltami Signore” che gli ha anche appena fruttato la menzione speciale, all’interno del Premio “Musica contro le mafie” da parte del Club Tenco.  Con lui s’è parlato di “Il Santo” ma anche di molto altro …

La prima cosa a colpirmi di un disco, spesso, è l'immagine in copertina. In passato  tu hai sempre realizzato copertine con fotografie che ti ritraevano. Questa volta no, "Il Santo" si presenta agli occhi dei possibili fruitori attraverso un disegno, molto originale, in bianco e nero. Come mai questa scelta così particolare? Perché proprio questo disegno e soprattutto perché un titolo così, "Il Santo", che sembra essere quasi in antitesi con il mondo attuale, quasi volutamente fuori luogo e fuori dal tempo, per un disco, invece, che è intriso di quotidianità?

C'è talmente tanto di me in questo disco che mettere una mia foto in copertina mi sarebbe parso fin eccessivo. Il mio amico Riccardo Cecchetti, illustratore straordinario, collaboratore di Frigidaire, quando ha ascoltato la canzone "Il Santo" mi ha fatto vedere quel disegno, un Buster Keaton in equilibrio precario sull'albero di un'imbarcazione. Ho subito pensato che fosse l'immagine giusta per la copertina del disco. Il Santo è il protagonista del disco, una figura che mi è vicina da qualche tempo, che mi ha fatto poco gentilmente capire che comincio ad avere più passato che futuro, che mi ha aiutato a modificare la scala delle priorità, che mi ha portato a incontrare parti di me che non conoscevo o non volevo conoscere, che mi ha fatto scendere in abissi profondi lasciandomi un po' nel buio da solo, per poi riportarmi a galla a respirare aria nuova.

Il Santo - Copertina
 
"Il Santo" , però, non è solo il titolo di questo tuo nuovo disco, ma lo è anche di uno dei più bei brani, non tanto del disco ma in assoluto, che abbia mai avuto modo di ascoltare. Rileggendone il testo, anche scomponendolo in tante piccole frasi, ognuna avrebbe un valore intrinseco di grandissimo spessore, ne cito solo una "Benedetta la complicità che unisce le persone". Com'è nato questo brano, chi è davvero il Santo oggi?

Intanto grazie per le belle parole. Non vorrei apparire blasfemo ma "Il Santo" è veramente una di quelle canzoni che arrivano dall'alto, che non sai come sia accaduto, ma, a un certo punto, te la trovi scritta sulla pagina del computer che fino a pochi minuti prima era immacolata. È una canzone che ognuno dovrebbe viversi o interpretare come desidera, posso solo dire che il primo pensiero che ho avuto mettendoci mano è che bisognerebbe cercare di trovare quel poco di bellezza anche dove bellezza apparentemente non c'è. E per trovarla bisognerebbe sporcarci le mani, frugando nell’immondizia che trabocca da queste gigantesche discariche che ci circondano. E si trova, se la cerchi, si trova. E quando la trovi, custodiscila come qualcosa di veramente prezioso.

Voglio essere un po' blasfemo anch'io e, volutamente, accosto quel capolavoro che è la canzone "Il Santo" che apre alla grande il disco, con il divertissement che, invece, chiude allegramente il disco, la canzone "Mia madre sta su Facebook", che canti in compagnia del grande trasformista Arturo Brachetti. Lo spessore di questo pezzo è indubbiamente diverso, ma non del tutto scontato, non è che questo vivere “social” sia poi una delle cause per cui non si è più capaci di percepire quella bellezza di cui parlavi?

Non saprei. Ad esempio io non tornerei a quando non c'erano i social. Per gente che fa il mio mestiere Zuckerberg & C. sono piovuti come una manna dal cielo. La possibilità di raggiungere ovunque e in tempo reale i tuoi appassionati o i tuoi potenziali ascoltatori è un privilegio straordinario. Negli ultimi dieci anni il mio pubblico si è decuplicato e, credo, dipenda anche da questo fattore. Poi i social sono un oceano solcato da tante imbarcazioni diverse e abitato da infinite varietà di pesci, alcuni più rassicuranti altri più pericolosi. Tra questi trovi anche chi non vorresti mai incontrare sul tuo cammino, ma alla fine basta evitarli. “Mia madre sta su Facebook” è un gioco che alleggerisce i contenuti di tutto il disco, prova a farti sorridere e suggerisce una visione un poco critica, ma soprattutto ironica della comunicazione contemporanea.

La mia voleva essere, ovviamente, una provocazione ... vorrei piuttosto spostare il discorso su un altro dei punti alti del disco, per non usare ancora una volta la parola capolavoro e che comunque non sarebbe fuori luogo, mi riferisco alla preghiera laico-religiosa "Ascoltami o Signore". Non voglio aggiungere nulla di mio, ma lasciare la parola a te, perché possa dirci com'è nata questa preghiera rivolta a tutti coloro che soffrono e perché abbia pensato proprio alla splendida voce di Giua per questo brano.

Credo sia stato il primo nato di questo disco. Ho cercato di affrontare una serie di situazioni e condizioni esistenziali particolarmente dure, difficili, contraddittorie, non utilizzando lo stilema della canzone di protesta ma quello della preghiera, o forse di un'invettiva in forma di preghiera. Mi ha ispirato il libro di Jodorowski “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” e, quando ho scritto la strofa sul femminicidio, ho subito pensato che la voce di Giua, una cara amica, un'artista straordinaria, avrebbe saputo darle quel passo in più di dolore e disincanto, in un episodio di cronaca così orribilmente banale, comune e tragico.

Federico Sirianni - Foto di Valentina Tamborra

Credo ci sia riuscita perfettamente, ma quella di Giua non è l'unica presenza femminile nel disco, troviamo, infatti, anche la voce e soprattutto l'arpa di Cecilia in "L'iguana sulla scala" e quella, quasi nera, di Giulietta Passera in "L'ultimo blues dell'umanità". Due contributi preziosi per due brani musicalmente e strutturalmente molto diversi fra loro, il primo più onirico-personale, il secondo più biblico-escatologico, in cui hai cantato anche versi di “Last blues to be read some day” di Cesare Pavese. Si vola sempre molto alti, non credi?

Le voci femminili hanno decisamente impreziosito le canzoni di cui parli. Sono tra l'altro tutte molto differenti, così come sono differenti le storie e le intenzioni di questi brani. Per “L'iguana sulle scale” ho subito pensato a Cecilia, arpista e interprete straordinaria; le ho chiesto di interpretarla con il suo strumento e la sua voce in maniera totalmente libera, tant'è vero che nella prima versione il ritornello era in minore, mentre lei lo ha aperto portandolo in maggiore e funziona benissimo. A Giulietta, che è un altro potentissimo talento vocale, ho chiesto un'intenzione quasi voodoo, alla Dr.John per intenderci. Quanto a Pavese, era da tanto tempo che volevo riprendere il suo blues e metterlo in musica. Spero di non aver fatto troppi danni.

Direi proprio di no, anzi, credo che Pavese avrebbe gradito questa tua interpretazione. Restando a queste atmosfere polverose d'oltre oceano, al blues, c'è un'altra canzone cinematograficamente poderosa, mi riferisco a "Il campo dei miracoli" che sarebbe potuta essere stata scritta da Tom Waits. Pensa un po' che il tuo modo di cantare qui mi ricorda Davide Van De Sfroos e la sua "I ann selvadegh del Francu" ("Franks Wild Years" di Tom Waits). E' stata ispirata da qualche storia letta o è pura visionarietà?

Né l'una né l'altra. È un racconto profondamente personale che faccio fatica a spiegare meglio di quanto possano dire le parole del testo. È la cronaca di una mattina di febbraio, il giorno dopo San Valentino, livida, triste e molto consapevole, in cui ho chiuso un lungo e importante capitolo della mia esistenza senza sapere cosa avrei trovato fuori. C'è sicuramente una narrazione un po' visionaria ma non mi sono inventato nulla.

A volte la realtà supera la fantasia ma credo sia la sensibilità di chi scrive a rendere poetica la vita reale e, soprattutto, a spingere a viverla fino in fondo, nonostante tutto ... quanto conta la maturità nel riuscire a scrivere una canzone così?

Maturità, vissuto, consapevolezza… Dieci anni fa scrivevo e raccontavo diversamente, com'è giusto che fosse. Più si invecchia più è necessario essere credibili in quello che si fa, soprattutto in un mestiere come il mio. Spero tra dieci anni, se ci sarò ancora e se ancora continuerò a scrivere, di farlo in modo ulteriormente diverso da come scrivo adesso. Se no sarebbe un problema.

Federico Sirianni - Foto di Fabio Antonelli

Beh, giusta riflessione, d'altronde come avresti potuto scrivere, magari anche solo dieci anni fa, una canzone come "L'amore in fondo", in cui ti metti decisamente a nudo con versi come "E io come metto a posto tutto questo / Ho cent’anni sulle spalle se solo lo capissi / Ma tu corri, vivi, cresci e trova amore / Che l’amore mio va a fondo come il Cristo degli abissi", credo di sapere a chi siano rivolti però vorrei fossi tu a chiarire tutto ...

Ora non è necessario fare nomi e cognomi, però anche le storie d'amore a venti o trent'anni le vivi e le racconti in un modo diverso da quando ti rendi conto, come ti dicevo prima, di avere più passato che futuro. E' una canzone d'amore dolorosa e consapevole, ho cercato di essere sincero e credibile raccontando un sentimento forte, un amore importante e il senso di mutilazione che una determinata assenza può infliggere.

Riletta in questa chiave, allora, "Con te" potrebbe esserne il seguito, il naturale sbocco del dolore cantato in "L'amore in fondo"? O almeno mi sembra di percepire così quei versi pieni di attese "E fare a pezzi la tristezza con te / Viaggiare senza destinazione con te / Essere un uomo migliore con te / Essere molto, molto meglio di me" ... o dico male? Sai che, ripensandoci, forse hai fatto proprio bene a scegliere un disegno come copertina, altrimenti avresti dovuto mostrarti nudo. Credo, infatti, che mai come in queste canzoni tu abbia messo a nudo tutto te stesso ...

Non sarebbe stata, in effetti, una buona idea di marketing, rendo di più vestito… Raccontare le canzoni mi riesce difficile, anche perché mi sembra di togliere qualcosa a chi le ascolta; mi piace che ognuno le interpreti a seconda della sua sensibilità, del suo momento emotivo, della sua storia quello che io, in un mio particolare momento emotivo, ho tirato fuori. Per cui, se per te la canzone "Con te" rappresenta il seguito de "L'amore in fondo" facciamo che sia così, anche se magari, chi lo sa, "Con te" potrebbe essere stato l'inizio e "L'amore in fondo" la fine.

Hai ragione, in fondo questo è anche il bello della musica. Allora, se sei d’accordo, anche per non dire proprio tutto tutto di questo lavoro, lasciamo da parte un attimo il disco. In parallelo alla tournée legata alla promozione di questo nuovo disco stai ancora realizzando date del NoGenovaTour, che ti ha visto per mesi condividere il palco con Max Manfredi? Com'è nata questa idea e come l'hai vissuta? E' fuori luogo pensare per il futuro magari un disco scritto a quattro mani, magari un disco di canzoni natalizie, visto che il Natale, come la neve sono ormai dei punti fermi nella tua produzione discografica ...

Il NoGenovaTour va avanti, in un anno e mezzo abbiamo raggiunto quasi i cento concerti. L'idea è nata davanti a un ottimo pollo ai peperoni magistralmente cucinato da Max che, oltre a essere straordinario cantautore è anche cuoco sopraffino. La formula molto semplice, mettere insieme su palco i due cantautori viventi e attualmente più rappresentativi di Genova che condividono palco, storie e canzoni. Ci divertiamo e il pubblico si diverte, anche perché quell'aura di impegno e serietà che potrebbe suggerire un progetto di questo tipo, si sgretola fin dalla terza canzone e il concerto diventa un happening d'improvvisazione in cui ti può capitare di ascoltare una cover di Cohen o un'esegesi dei Pooh. Per quel che riguarda il disco, ci hai azzeccato, non sappiamo quando accadrà, ma ci piacerebbe far uscire un album di canzoni natalizie.

Max Manfredi e Federico Sirianni - Foto di Manuel Garibaldi

Lo so che i cantautori sono sempre un po' gelosi delle proprie canzoni, un po' come il contadino del suo vino, ma se un cantante maschile o femminile venisse da te e ti dicesse: “adoro il tuo modo di scrivere canzoni vorrei me ne donassi una”, quale concederesti e chi vorresti fosse questo tuo ipotetico estimatore? Lo so che vorresti strozzarmi ... ma non volevo chiederti in maniera diretta chi ammiri in maniera smisurata ...

Mi piacerebbe scrivere canzoni per alcune voci femminili, magari non mainstream, ma che amo molto: Giua innanzitutto, ma ti faccio i nomi di due giovani artiste romane che, secondo me hanno potenzialità notevoli, Gabriella Martinelli, che ha vinto il Bindi due anni fa ed è una bomba vera sul filo del teatro canzone e Mesa (Federica Messa) che ha capacità narrative molto originali e suggestive. Ci metto anche Cecilia e Carlot-ta, altri due talenti giovani e cristallini, che hanno un progetto insieme molto interessante e cantano quasi tutto in inglese o francese, mi piacerebbe scrivere qualcosa per loro in italiano.

Vedo che gli uomini li hai scartati a priori ... Immagino sia una questione prettamente musicale ma allora ti frego in altra maniera. Ti chiamano in un premio dedicato alla canzone d'autore e ti chiedono di premiare un cantautore per quanto scritto in quest'ultimo anno solare, chi premieresti?

Il mio giovane amico Carlo Valente. Tra i cantautori contemporanei è uno dei pochi che, secondo me, scrive in maniera interessante. E comunque sto scrivendo un testo per il nuovo disco del mio amico/fratello Folco Orselli che stimo molto e cui voglio molto bene.

Sono giorni di Festival di Sanremo, non ti chiedo chi faresti vincere perché magari non hai visto nulla, ma se ti chiamassero in gara, ci andresti?

Non ho visto nulla, non per snobismo ma perché ho suonato tutte le sere. E, si, ci andrei certamente, ma non credo mi vogliano.

Ipotizzando che ti vogliano, come ti auto presenteresti al pubblico sanremese?

Beh pagano lautamente ottimi presentatori nazionalpopolari, lasciamoli fare il loro mestiere!

Va beh, ti sei avvalso della facoltà di non rispondere ... allora aggiro l'ostacolo con un'ultima domanda. Un giovane per strada ti vede camminare con la chitarra in spalla e con, in mano, una scatola trasparente con alcune copie del tuo ultimo disco, incuriosito, ti si avvicina e ti chiede se sei un musicista e che tipo di disco stai portando in giro, cosa gli risponderesti?

Gli direi: guarda, faccio un mestiere strano, un mestiere bellissimo che fa sì che ogni giorno sia diverso da quello precedente; un mestiere che ti porta sul roof e improvvisamente ti sprofonda in cantina, un mestiere che ti mette a confronto con la sensazione del successo, il dolore sordo della solitudine, la necessità di una continua curiosità e ricerca faustiana ma senza quel Mefistofele che almeno qualcosa ti aveva promesso in cambio di una qualunque anima. Ecco, gli direi, sono questa cosa qua, come diceva Tom Waits, una leggenda che vive solo nella mia mente. Il disco per questa volta te lo regalo. Dio ti benedica.