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sabato, maggio 18, 2019

Milano, il blues e l’amore in questi tempi di resistenza


di Fabio Antonelli


Il 7 maggio, al Blue Note di Milano c’è stato un bel sold out, che ha visto protagonisti il cantautore milanese Folco Orselli ed il trombettista jazz argentino Pepe Ragonese. Al centro della serata le canzoni di Folco Orselli, partendo dal suo primo lavoro discografico “La stirpe di Caino” fino al suo nuovo album “Blues in MI vol.1”, una ghiotta occasione per intervistarlo. 


 

Il 7 maggio, accanto al trombettista jazz e amico di sempre Pepe Ragonese, hai letteralmente riempito il Blue Note di Milano. Che cosa hai provato a stare su quel palco, davanti ad un pubblico così entusiasta? 

E’ stato molto appagante, stare davanti a tutta quella gente, in un luogo con un’acustica perfetta, io e Pepe Ragonese, in duo, con tutta la nostra passata storia musicale da rivivere insieme, con tutte le sfumature “sensibili” a disposizione, la possibilità di sussurrare parole e note, di arrivare al cuore delle canzoni e delle persone attraversando e sfondando la distanza attraverso le mie canzoni, i miei aneddoti, le note calde di Pepe e avvalendomi di quel modo di fare intrattenimento, che mi è sempre piaciuto molto. Ora torno ai piccoli club, comunque, dove ogni sera è una sfida, dove a volte non ti conosce nessuno e devi portare a casa la pelle musicale … è divertente anche questo, anche se è molto più faticoso, ma di questi tempi è davvero necessario.

In quella serata hai ripercorso la tua carriera artistica proponendo alcuni dei pezzi che hanno segnato maggiormente il tuo percorso discografico, tra questi cito il funky di MilanoBabilonia, La ballata del Paolone, L’amore ci sorprende, la sempre amata Bellocchio, fino ad anticipare il divenire. Proprio in chiusura, hai proposto un bellissimo inedito dedicato alle Varesine, un pezzo di storia milanese che ignoravo e che mi ha letteralmente commosso, soprattutto con quei versi finali dedicati alla tua Milano “meno male che se guardo in fondo agli occhi tuoi vedo che sei ancora tu la mia città”. Quanto sei legato a Milano?

Milano è il convitato dì asfalto di tutte le mie canzoni. E’ la mia città, che cambia ogni dieci anni, come me, come noi. Continuo a guardarla e a farmi affascinare da quella segreta grazia tutta femminile. L’ho già detto mille volte, per me Milano è femmina, madre e amante. M’ispira ecco, come una musa. Le Varesine è un inedito che spero di riuscire a registrare per Blues in MI vol. 2. Sono cresciuto in zona Stazione Centrale e il Luna Park “permanente” delle Varesine è stato il mio spaccato sul surreale, sulla visione crepuscolare poetica, sulla solitudine delle giostre che tanto mi ha assomigliato nei miei dieci anni, ero un bambino vivace ma aperto alla malinconia e quel luogo mi ha insegnato tanto. Ci andavo durante la settimana, quando non c’era nessuno e mi riempivo di sensazioni, di odori, di avventura. Poi l’abbiamo visto stingersi negli anni, dalla pioggia e dal tempo. Poi alcuni anni d’immobilità assoluta, un’allegoria di luce e colore in una metropoli ferma, gli anni ’80-metà ’90 e poi le hanno smantellate. Mi piace questa canzone, mi fa tornare a quelle sensazioni. Magia e mistero della musica.



Credo sia però giunto il momento di parlare del tuo nuovo disco, che già nel titolo Blues in MI evoca il tuo legame con il blues e con Milano. Il disco è stato preceduto dal divertentissimo video di una delle canzoni più belle, Paolo Sarpi Blues, com’è nata questa canzone? Com’è stata sviluppata l’idea del video? Anche in questo caso, come racconti spesso, ti sei ispirato al tuo vissuto?

Venivo da un periodo creativamente difficile, non trovavo stimoli che mi mettessero in moto, che mi facessero dedicare alla scrittura con entusiasmo. Non sono un mestierante, non scrivo se non ne ho voglia, le canzoni scritte per forza fanno mediamente schifo, le canzoni devono raggiungerti, anche se sei distratto, devono essere equipaggiate di qualcosa di urgente che non sento nel 90% delle cose che ascolto. Ho passato una vita sulle sponde di un fiume fiorito d’idee e d’ispirazione e voglio continuare a muovermi su quella sponda. Pensavo di essere arrivato alla foce e poteva anche starci. Poi ho sconfitto questa paranoia affrontandola e guardandola dritta in faccia. Si è dileguata e la mia risata, nel vedere questa vile angoscia che mi pervadeva, sciogliersi davanti a me, mi ha fatto scrivere le ventuno canzoni che andranno a finire nei due Blues in MI. Paolo Sarpi Blues fa parte di questa risata. Avevo voglia di un sound rhythm and blues, con i fiati, l’Hammond e, con il mio pard artistico di ormai quattro dischi, Enzo Messina, abbiamo confezionato questo bel groove. Era tempo che avevo voglia di scrivere una canzone in milanese, che poi è legnanese giacché i miei nonni erano di li. Il video è stato una collaborazione con i ragazzi de Il Terzo Segreto Di Satira con i quali ho messo a fuoco delle idee che avevo sulla sceneggiatura della storia e che volevo, appunto, divertente. Penso che si sia riuscito nell’intento. Il pezzo dal punto di vista testuale rientra in quella mia ricerca su Milano e sulla sua composizione sociale e multiculturale, vera sfida dei prossimi anni. La comunità cinese mi ha sempre affascinato, è dal ‘500 che sono a Milano, città da sempre votata al commercio come i cinesi appunto. Se poi questa è un’esperienza personale, beh … non te lo dico.

A proposito di vissuto, non posso non chiederti di Como e carne, sia perché sono di Como sia perché è una canzone che trasuda “libidine”…

La gran parte delle canzoni che scrivo ha qualcosa di vissuto. Le canzoni che portano con sé una storia vera, o in parte vera, sono molto più convincenti. Non so dirti perché, ma quando le canto in pubblico, passa qualcosa che l’opera di pura fantasia, per quanto cantata in modo convinto, non passa. Como e Carne contiene qualcosa di vero e qualcosa di aggiunto. Le cose vere si capiscono quali sono secondo me…



C’è una canzone, Pericolosamente retroattivo, che sembra essere quasi il seguito di quel “j’accuse” che è stato La stirpe di Caino, sono passati tanti anni ma la rabbia è rimasta viva?

Guarda, rabbia è una parola che non mi appartiene. Di questi tempi poi mi sembra sia diventata il cibo di chi non usa bene il cervello oppure la benzina dell’ignoranza, quindi preferisco evitarla. Il mestiere dell’artista è complicato, si ha a che fare con le proprie aspirazioni, molto spesso frustrate, e quindi si rischia di confondere la determinazione nel restare in piedi con qualcosa di simile alla rabbia. Non è così. Almeno per me. E poi quando inveivo dalle pagine de La stirpe di Caino non immaginavo che si potesse arrivare così in basso, parlo dal punto di vista produttivo musicale. La discografia si vergogna di se stessa, hanno abdicato al loro ruolo, sono dei falliti. Hanno fallito la loro missione: proporre l’arte e gli artisti alla gente, avere il privilegio di capirli, di produrli e di promuoverli. Ora vivono nella tirannia della domanda, non decidono più nulla, si limitano a produrre quello che la rete, con le visualizzazioni, impone loro. Pericolosamente Retroattivo è un dialogo con il tempo e con lo specchio che questa gente non è minimamente in grado nemmeno di capire.

Nel disco ci sono un paio di canzoni, Lo Scaldabagno e Quel che resta di te, in cui hai collaborato con due amici di vecchia data, rispettivamente Claudio Sanfilippo e Flavio Pirini, due cui l’ironia certo non difetta. Come sono nate queste due canzoni, stilisticamente così diverse fra loro, ma altrettanto affascinanti?

Claudio e Flavio sono, oltre a due grandi amici, anche due formidabili scrittori di canzoni. Hanno il blues nello scrivere, nel far suonare le parole. E’ una questione molto importante per me il come le parole suonino. Loro le sanno far suonare come piace a me, quel modo che non ha niente a che invidiare con il suono della lingua inglese, notoriamente ottima per scrivere canzoni e parole. Nel caso di Claudio, avevo questo pezzo in finto inglese che avevo intitolato provvisoriamente “Kiss from the Boyou”, il lungo fiume che bagna New Orleans si chiama Boyou. Non riuscivo a uscirne finché una notte che eravamo finiti insieme a un baracchino, tra una birra e l’altra, mi è venuto in mente di proporgli di scrivere lui il testo e così, a caso, ho buttato li: “Potrebbe intitolarsi lo scaldabagno!”. Lui ha raccolto e un paio di giorni dopo mi ha mandato il testo completo. Formidabile! Con Flavio invece abbiamo adottato un altro metodo, sempre su una canzone in finto inglese abbiamo scritto una strofa a testa a distanza. Lui me ne mandava una ed io proseguivo con un altra e gliela rimandavo e lui continuava. Fino a quando il testo non è stato completo. L’unica cosa che sapevamo era che avrebbe dovuto parlare di uno che sparisce e nessuno sa più, dove si sia cacciato.




Il disco si apre con La gente un pezzo funky molto trascinante, uno sguardo impietoso sul mondo circostante, un fiume di versi in piena, potrebbe essere la tua Quelli che? E non solo per quel “cosa significa quando ascolti Jannacci e sei Biagio Antonacci”.

La gente l’ha scritto il mio inconscio. Ho sognato un mio grande amico, Sergio Cocchi un musicista con cui ho suonato per una vita e con cui suono ancora, che mi faceva ascoltare questo pezzo in uno studio, su un registratore a cassetta. La prima frase del pezzo è proprio quello che ho sentito nel sogno “Cosa significa, fare parte di un giro, cosa significa, fare parte di un coro”. Mi sono svegliato e l’ho appuntata sul registratore del telefono. Solo che non riuscivo più a dormire, perché mi arrivavano continuamente altre frasi in testa. Continuavo ad accendere il telefono e a registrare queste frasi. La mattina dopo mi sono reso conto che erano tantissime e non ho fatto altro che copiarle e metterci sotto la musica che ho sentito nel sogno che era molto semplice ma efficace.

Citazioni. Nel disco citi, nel bene o nel male, lascio a te dirlo, non solo Jannacci ma anche Vinicio Capossela “con sotto quella musica italiana del Capossela con la banda indiana che balla il bagaloo” in Bicchierate e persino Freddy Mercury “ti son venuti anche i dentoni come il cantante dei Queen” in Oh Marleen. Ce n’è per tutti?

Sì, mi sono divertito a citare qualcuno. Ci sono anche citazioni sonore: Santana. Mark Knopfler, Dr John. Capossela ogni tanto lo canzono un po’ perché devo restituirgli tutte le menate che mi hanno fatto negli anni dicendo che lo imitavo. Anche se naturalmente lui non c’entra nulla. Ora spero l’abbiano piantata: io suono il blues!



C’è una canzone Buio (storia di una strega) che non può non lasciare turbati per il tema trattato, purtroppo sempre attuale. Racconta di una storia in particolare, magari legata a Milano?

Racconta di quanto il potere, lungo tutti i tempi, utilizzi l’ignoranza della gente per conservare se stesso. In passato la “santa” inquisizione utilizzava lo spauracchio del demonio per imporre il suo dominio sulla gente, in questo caso racconto di un rogo in piazza Vetra in cui parecchie giovani donne furono bruciate vive in nome della Chiesa, agitando la paura del demonio. Ora agitano altre paure, non bruciano più la gente ma utilizzano la stessa ignoranza facendo credere, a chi ci casca, che esistono delle minacce esterne che mettono in pericolo la nostra esistenza come popolo. Se il popolo è quello che crede in queste baggianate, queste armi di distrazione di massa come dice qualcuno; bene spero proprio che qualcuno venga a diluirci demograficamente, non ci potrebbe che fare del bene.

Sai che starei ore a fare domande sulle tue canzoni però voglio lasciare a chi legge il desiderio di scoprire le altre tracce del disco che, essendo un vol. 1 suppongo avrà un seguito … Già scritto, solo progettato? Com’è lo stato dei lavori?
Ho già registrato nella prima sessione otto pezzi che saranno integrati da altri cinque o sei che scriverò per il progetto sulle periferie “Blues in MI: periferia identità di Milano”, al quale sto alacremente lavorando, e che vedrà la luce nel 2020. Inserirò il brano Le Varesine e altre canzoni su altre zone di Milano, per lo più periferie. Sto completando piano piano un lavoro di toponomastica musicale sulla città. 

Ci sono altri due aspetti che vorrei toccare, il primo è come poter acquistare il disco. So che hai scelto, di fatto, di non distribuirlo se non attraverso i concerti? Perché questa scelta?

Perché è più comodo per tutti. Perché i negozi ormai sono virtuali, Se qualcuno vuole un mio disco lo può chiedere a me ed io glielo spedisco. Perché bisogna andare a vedere i concerti e mettere il naso oltre lo schermo del computer o del telefono, altrimenti alleveremo generazioni cui non interessa più esibirsi dal vivo, che non sanno più suonare degli strumenti musicali, stare su un palco, alleveremo gente che considera inutile il Live, quindi, andateci ai concerti. Partecipate, che la libertà non è star sopra un albero come cantava qualcuno…




Secondo aspetto, l’attività live. Dopo il grande successo del Blue Note, stai portando avanti un tour dal titolo “Blues to you”, di che si tratta?

Si tratta di un tour nelle case e nei giardini di chi mi vuole ospitare, la storia di Maometto e della montagna. E’ talmente necessario che la musica dal vivo torni nelle nostre abitudini che vengo io a casa vostra, vi faccio un concerto privato. Sta molto funzionando e sono contento. Per info agents@folcoorselli.com

Vorrei chiudere, in fine, con le parole di stima nei tuoi confronti spese non da me, ma da un amico comune, il cantautore Federico Sirianni che di te ha detto che sei uno dei migliori scrittori in assoluto di canzoni d’amore. Con questo disco hai voluto smentirlo? In fondo non c’è una vera e propria canzone d’amore, in senso classico, o forse lo è Bicchierate con quei versi finali “bicchierate commesse con le analisi sbagliate tua moglie ti farà delle menate ma forse quando torni dorme già” più di tante canzoni piene di sdolcinate parole, esprime l’amore vero, quello di tutti i giorni, quello che sopravvive dopo tanti anni?

Il mio amico Federico Sirianni mi conosce bene, e sa che sono un fottuto romantico. In questo disco non ho mai parlato tanto d’amore! L’amore per la vita! La vita del musicista, dell’artista, costretto a rimanere in piedi al vento, alla burrasca culturale che stiamo vivendo. Sono tempi di resistenza questi e cosa c’è di più amorevole di combattere per qualcosa in cui credi? Ad maiora.


Folco Orselli su Youtube 

Le foto sono di Luca Rossato.

lunedì, marzo 21, 2016

Folco Orselli, outsider da sempre, con “Outside is my side” lo è per scelta

di Fabio Antonelli


Folco Orselli
A distanza di quattro anni da “Generi di conforto” (Muso Records/Venus - 2011), Folco Orselli cantautore milanese che iniziò a calcare le scene musicali come componente del duo Caligola, partecipando a Sanremo Giovani nel lontano 1995, è appena tornato con un nuovo affascinante album dal titolo “Outside is my side”, il quinto della sua carriera, ormai sempre più consapevole di essere outsider, indipendente, estraneo, cane sciolto, ma per questo ancor più libero.

La copertina del tuo nuovo disco mostra una porta dischiusa e, sotto questa porta, il titolo "Outside is my side". Perché hai scelto questo disegno e questo titolo in inglese?

E’ una porta che si apre verso l’esterno ed è un invito all’”outsiding”, all’uscire dalle convenzioni, al proclamare la propria indipendenza intellettuale intesa come rifiuto al pecorame del pensiero unico ribassato; un invito al piacere che si prova nel sentirsi investiti della responsabilità di fare ognuno qualcosa per migliorare noi stessi e l’aia in cui viviamo; il rifiuto del modello imperante riaffermando la propria indipendenza, sapendo che dagli “insider” non possiamo aspettarci quasi nulla. Chi sono gli insider? Tutti quelli che hanno costruito e imposto lo sbilanciato ossimoro in cui viviamo, sbilanciato sul fattore negativo. Il titolo “Outside is my side” è anche un omaggio a Woody Guthrie e alla sua "This land is your land”, land intesa come terra fisica e mentale per me.

Il disco si apre con "Legato a un palo della luce", una canzone che musicalmente si stacca molto dalle sonorità del tuo precedente disco, quasi volessi spiazzare l’ascoltatore ...  in realtà la canzone si muove quasi su due piani, diversi e contrastanti fra loro un po' come il rapporto che ti unisce e ti divide dalla tua Milano, o sbaglio?

Il titolo esatto è "Legato a un palo della luce / Gattorotto ouverture" e, come suggerisce, è una commistione tra due cose. E’ un cortometraggio in musica. Avevo questi due pezzi nel cassetto da un po’ e, come succede nei cassetti, si sono mischiati, imbastarditi dal tempo e dalle altre cose abbandonate con loro in un luogo chiuso e piccolo. L’ho aperto e li ho raccolti smunti ma ancora vivi. Li ho portati a casa di Enzo Messina, il co-produttore artistico insieme a me del lavoro, il mio pard musicale. Li abbiamo massaggiati per bene per ridargli tonicità e forma. Certo, non mi aspettavo che qualche giorno dopo mi proponesse quest’arrangiamento in 7 della prima parte, ne avevo un’idea diversa. Mi ha spiazzato. Per circa … 40 secondi! Poi ho capito che aveva colto nel segno e aveva ridato “pellicola” al pezzo. Da li abbiamo proceduto alla “visione" della parte centrale che in realtà avrebbe dovuto avere lo stesso passo dell’inizio. Con la sua chitarra acustica nel suo studio, in cui abbiamo lavorato alla pre-produzione di tutto l’album, mi è venuto in mente di cambiare totalmente atmosfera e accordi e di portare il pezzo a un’atmosfera più “Floydiana”. Enzo ha raccolto immediatamente e con la sua faccia illuminata si è buttato a capofitto nell’arrangiamento del mood, è venuta fuori “Sbarra”, la sbarra che c’è tra i due titoli. “Gatto rotto” era già previsto che fosse il secondo pezzo unito al primo, non ci aspettavamo diventasse il terzo del primo, infatti, la canzone ha tre atmosfere completamente diverse. E’ una marcia semi-trionfale che porta al riscatto dopo l’analisi amara. La strada è nera ma i gatti sanno come vederci, ne usciranno vivi dormendo sereni in mattinata. Menzione speciale per Matteo Agosti, il sound engineer (o ingegnere del suono che è più nostro) che ha lottato come un leone su questo flusso prog, dandogli un’unità sonora davvero eccellente. Milano è madre, ma non mi da pace e non mi lava.

Il disco prosegue con "Una vecchia storia d'amore (di noi)". Si ritorna a sonorità più familiari e il brano sembra essere quasi il sequel di "L'amore ci sorprende" ma qui il verbo è al passato, "L'amore ci ha sorpresi in pieno con le sue illusioni", è quello stesso amore ma ormai finito? Splendido poi l'Hammond che la introduce e la conduce per mano ...

L’amore ci sorprende (cd “La spina”) è una canzone di attesa, la condizione in cui ci si trova tra una storia e un’altra, quando dopo esserti leccato le ferite ti senti pronto a infliggertene delle altre pur di vivere la fase dell’incanto."Una vecchia storia d’amore" può essere quello che era successo prima o quello che potrebbe succedere dopo. Dove va chi se ne va? E cosa lascia? Il pezzo non lo dice. Il prezzo è l’onestà di capire che mollare a volte è meglio che trattenere. Le cose rotte hanno un fascino solo se non si hanno semi in tasca da piantare nel futuro. E’ un blues. Abbiamo pensato a "Mad dog & Englishmen", è un omaggio al sound del primo Joe Cocker, al quale va tutta la mia riconoscenza e quella di Enzo che, su questi mood, ci sguazza d’Hammond e di piano come se fossero prolungamenti del sistema nervoso.

Folco Orselli
Si può dire che in questo disco prevalga l'ambientazione notturna? Quella in cui esce anche il lato più oscuro e incontrollabile del comportamento umano? Sto pensando a due canzoni come "Il lupo" e "Hooligan", mi parli di loro, della loro genesi?

Non so, sicuramente è il disco più dark che abbia fatto. Ci sono gli aspetti più intimi della mia vita e scavando ho scoperto di avere un’anima controversa e a tratti scura, nonostante mi senta una persona solare e positiva. Per quanto riguarda “Il lupo” ho scritto questo blues dopo aver letto dell’uccisione di alcune pecore fatta dai lupi in Garfagnana l’anno scorso. Si è alzato un coro di allevatori che chiedevano a gran voce di uccidere tutto il branco famelico e mi sono detto che, se un lupo non può più attaccare qualche pecora per fame, pena lo sterminio, forse dovremmo chiederci cosa stiamo distruggendo noi per “sete” di potere e quale punizione meriteremmo. Ho dato parola al lupo che racconta il suo punto di vista scimmiottando i peggiori lati umani, un lupo che vuole essere come un uomo e somma le negatività delle due nature, antropomorfico come pezzo. “Hooligan” è Il pezzo più violento del disco. Una di quelle notti che sembrano tre insieme (e ce ne sono state) in cui non saprai mai cosa è successo, nessuno avrà il coraggio di dirtelo e ti svegli con un maiale nella testa … parlante. Pare che una parrucchiera abbia finito tutti i tuoi soldi, la Bestia si sia rivelata, qualcuno voleva uccidere il tuo nome e tutto è un fischio insopportabile nelle orecchie. L’unica cosa che ti ricordi è un sudamericano sudato che ti raccoglieva e ti metteva su un taxi guidato da un tizio che somigliava a Predator.

Se "Holigan" è la canzone più dura di questo album, credo che "Piove" sia la più intimista e struggente, sostenuta splendidamente dal flicorno di Daniele Moretto. Sembra nascere da un vecchio disco che gira su un grammofono e poi, piano piano, si dispieghi lenta e sinuosa, com'è nata?

“Piove” è il pezzo forse più fragile del disco, una canzone cui sono particolarmente affezionato perché mi riporta a una crisi molto profonda vissuta qualche anno fa, in cui la solitudine mi stava per schiacciare e che ora, finalmente, riesco a pubblicare. Ho utilizzato degli schemi mentali per parlarne, immagini e suoni. La pioggia che apre era necessaria perché mi rimanda a ore buie e solitarie per strada, con lo sguardo perso in un vuoto che non mi dava sollievo, con un ombrello, gli ombrelli sono uno dei modi migliori per avvicinare il suono della pioggia. Poi c'è un uomo che scappa da se stesso ma, arrivato da qualche parte lontano da casa, ha bisogno di telefonare da una cabina per parlare con nessuno, in quella casa che ha lasciato, a una segreteria telefonica a cassetta, sapendo che la sua voce risuonerà in una stanza in cui è stato felice. Bellissimo il piano di Enzo, le spazzole di Diego Corradin, il contrabbasso di Piero Orsini e, naturalmente, la “voce” di Daniele Moretto, che fa da contraltare alla mia. Apre con un quartetto da camera … vuota.

Forse la solitudine e la disperazione di “Piove” sono le stesse del protagonista di "Quello che canta onliù", lo splendido omaggio che hai voluto fare a un milanese doc come Enzo Jannacci. Come la sua musica è entrata a far parte della tua vita? Credi che in qualche maniera abbia potuto influenzare il tuo modo di scrivere canzoni?

Quando ero ragazzino, mio padre mi portava la domenica a fare delle gite fuori Milano. Quelle domeniche che partono presto, passano pigre e sonnolenti, statiche; tra campagna stinta e osterie, pesca sportiva e zucchero filato. In macchina una musicassetta. Rossa. Fissa: “Ci vuole orecchio” di Enzo Jannacci. Il ritorno era il momento in cui l’assaporavo di più. Cotto e semi addormentato sul sedile dietro, vivevo come un film tutte quelle parole, meravigliose, vere e surreali nello stesso tempo. Non capivo, ero giovane … ma capivo. “Quello che canta onliù” era tutta la malinconia che percepivo esistesse, ma non potevo ancora tastare realmente. La solitudine di un commesso viaggiatore? Il tarlo roditore del senso di colpa? L’amore che crolla e tu che ti affanni a tamponare le falle con la sabbia? Amo non averla ancora capita. Jannacci è uno stregone. Mi ha insegnato l’arte della “visione” in senso psichedelico. I suoi testi sono cangianti, dipenda da come li guardi, come li ascolti, chi sei, chi sei stato. Purtroppo l’ho incontrato una volta sola al teatro Dal Verme per una beneficenza, stavo provando il pezzo che avrei cantato in serata “La ballata del Paolone”, che potrebbe essere una deriva di “El purtava i scarp del tennis”, se non fosse una storia vera; lui era seduto in quarta o quinta fila con un suo collaboratore, il teatro vuoto. Finita la mia prova, vedo che si alza, fa per andarsene, torna indietro e dice al suo collaboratore: ” Ma chi è quello li?”, indicando me e, senza aspettare risposta, se ne va. Fantastico.

Una canzone quasi magica, con quella sua delicatissima intro del pianoforte è "Artisti di strada", dove "ogni ragazza anche se non sarà bella avrà un fiore fatto apposta per lei". Quanto ti senti artista di strada con le tue canzoni?

Gli artisti di strada, insieme ai pittori, sono i miei eroi. Sin da piccolo sono attratto da qualunque forma d’arte per la strada: madonnari, mimi, giocolieri, cantastorie, musicisti. Mi hanno sempre dato un senso di protezione, come la se la strada ti garantisse la carezza materna perduta. Forse è un punto d’arrivo a differenza di quello che si pensa. C’è un carillon che aleggia su tutto il pezzo, è la “pura parte da non fare mai da parte”, come cantavo in una canzone di un po’ di tempo fa (“Paladino” – cd “La Spina”). L'arrangiamento di Enzo, qui, diventa davvero la cifra del racconto, volevo una cosa alla Prokof'ev tipo “Pierino e il lupo”, con tutti gli strumenti a descrivere la storia da protagonisti narranti e così è stato, grazie alla sua magnifica sensibilità.

Se sei d'accordo, vorrei abbandonare il disco, lasciando ai lettori il gusto di scoprire il resto, Chiuderei affrontando la dimensione live, quella che credo tu ami maggiormente. So che ti stai attualmente dividendo tra teatro e concerti, racconti cosa stai realizzando e cosa hai in mente per il futuro? Ci sarà anche un seguito di "Scuola milanese”?

Si, come sempre sono in tour continuo, mi divido tra quello che c’è da fare, suonando ovunque: teatri, club, case. Dove c’è un pubblico e dove mi pagano, io vado. Questi sono tempi in cui bisogna risaltare sui treni con la chitarra e andare in giro a raccontare storie. L’aspetto più interessante di questo crollo del mercato discografico è che ci ha costretto a rimetterci tutti (chi lo sa fare) sulla strada. Ho appena finito il tour teatrale con Gino e Michele per i loro quarant’anni di spettacolo per i quali ho composto le musiche e sono alla ricerca di date per me. Ho lanciato da qualche tempo il Facebooking tour (cioè se mi vuoi nel tuo locale, scrivimi e ci mettiamo d’accordo), che sta funzionando molto bene. Le agenzie non si rendono conto che devono fare un passo indietro e lavorare anche con artisti come me, che non fanno (per ora) il grande pubblico, ma che ovunque vanno buttano le basi per un ritorno. Così facendo mi sto creando un ottimo giro in tutta Italia. Per il futuro ho un po’ d’idee, starò a New Orleans per tre mesi a scrivere il mio prossimo disco tra febbraio e aprile del prossimo anno, voglio andare alla radice del sincretico blues di quelle parti, incontrare e suonare con musicisti del luogo e registrare lì, per catturare quel suono. Il disco credo che s’intitolerà “BLUES IN MI”, dove MI sta per la tonalità del blues più utilizzata, la sigla della targa di Milano, il suono del pronome ME in inglese, ma anche in dialetto milanese. La Scuola Milanese si sta rianimando, a breve metteremo a disposizione, tramite un canale Youtube, le 60 ore di girato che abbiamo realizzato durante le due stagioni alla Salumeria della Musica, montate per bene; poi da ottobre molto probabilmente ripartiremo con un progetto radiofonico.





mercoledì, febbraio 15, 2012

Intervista a Folco Orselli intorno a “Generi di conforto”

Intervista a Folco Orselli intorno a “Generi di conforto”
di Fabio Antonelli

Folco Orselli, quarantenne cantautore milanese, alle spalle già tre album e un triplo premio al Musicultura nel 2008 (primo premio assoluto, la targa della critica e il riconoscimento per il miglior testo) con la canzone d’amore “L’amore ci sorprende”, è appena tornato all’attivo con un nuovo album d’inediti, intitolato “Generi di conforto”, pubblicato per la sua neonata etichetta Muso Record. La sua può essere considerata a tutti gli effetti una vera e propria sfida in questo mercato discografico a dir poco asfittico. Vediamo allora quali sono le armi, messe in campo da Folco per questa coraggiosa impresa.




Sai Folco, vorrei cominciare questa intervista da una semplice constatazione: prima dell’uscita di questo nuovo disco ne avevi già all’attivo tre (“La stirpe di Caino”, “La spina” e “MilanoBabilonia”), una miriade di concerti, alcuni importanti riconoscimenti da parte della critica, tra cui nel 2008 il Musicultura, grazie alla splendida canzone d’amore “L’amore ci sorprende”. Possibile che per pubblicare questa nuova fatica discografica, che s’intitola “Generi di conforto”, hai dovuto persino creare una tua etichetta, la Muso Records? 

La creazione dell’etichetta è venuta da una semplice constatazione: perché dovrei dare royalties e edizioni a etichette che non mi garantiscono né promozione né booking né management? Ho compiuto quarant'anni il 6 dicembre e preferisco immaginarmi un futuro di vera indipendenza. Se avrò ragione, potrò, con il ricavato, continuare a produrre musica mia e altrui senza scendere a nessun compromesso, gettando le basi per una mia piccola rivoluzione: sottrarre la creatività degli artisti al tritacarne mainstream dimostrando così che il successo di un disco dipende dal suo peso specifico qualitativo e non dalle balle che ci propinano sui gusti della gente.

Non è però ancora giunto il momento di parlare delle canzoni del disco, mi soffermo sulla copertina, un dipinto che ti ritrae e firmato da Renzo Bergamo? Perché questa scelta? 

Renzo Bergamo, prima di essere il grande artista che il mondo prima o poi scoprirà sia stato, era uno dei miei migliori amici. Un maestro nell’arte dell’ascolto della stupefacente meraviglia che questa Terra ci mette davanti agli occhi. Un uomo che ha saputo attraversare i tormenti e le gioie della creatività uscendone con gli occhi pieni di risposte. Il ritratto che mi fece un giorno nel suo studio ora è diventato la copertina di “Generi di conforto” ed io, da lì, lo sento fischiettare il trombone come spesso faceva. Mi manca molto.

Ancora un piccolo passo, il titolo “Generi  di conforto” mi ricorda in qualche modo “L’indispensabile” di Vinicio Capossela. Qui, meno pretenziosamente, la scelta sembra alludere a tutto ciò di cui una volta fatta l’esperienza, è vero che ne può anche fare a meno però, ad avere la possibilità …

Se non ricordo male il disco cui ti riferisci era un best off. Questo è un album d’inediti. I generi di conforto che in filigrana percorrono tutto il disco fanne parte di un codice emozionale che riguarda la mia esistenza fino ad ora. Consegnando a chi ascolta questo bagaglio, cerco vibrazioni simpatiche che mi facciano sentire meno solo nella ricerca permanente della felicità.

“Generi di conforto” è, a tutti gli effetti, un’altra bella sterzata lungo il tuo percorso artistico, se con "MilanoBabilonia" e il suo rock-funky avevi abbandonato quello stile di canzone d’autore che ti aveva portato anche critiche negative, per il solito gioco stupido e tutto italiano per cui se uno ha la voce roca assomiglia per forza a Conte o Capossela, qui cambi nuovamente strada e confidi, per l’occasione, anche all’Orchestra Cantelli. Quale potrà essere la reazione della critica e soprattutto del tuo pubblico pensi di fregartene in ogni caso? 

Si, con “MilanoBabilonia” il gioco degli accostamenti è cessato del tutto. La scelta sonora e compositiva era tutto tranne che un linguaggio cantautorale e la critica se n’è accorta. La gente che mi seguiva da “La spina” è rimasta spiazzata ma, conoscendomi, succederà ancora. Con quest’ultimo lavoro ho esplorato la mia capacità di essere diretto e sincero, anche nell’uso della voce che, comunque, io continuo a considerare uno strumento e come tale libero di essere distorto, contorto o ripulito rispetto alla suggestione che si vuole trasmettere.

E’ innegabile che, soprattutto gli archi, abbiano donato a questi dieci brani un’atmosfera molto cinematografica, potrebbero essere benissimo le colonne sonore di altrettanti cortometraggi o essere loro stessi quasi delle sceneggiature per loro carattere descrittivo, penso però che un contributo particolare per gli arrangiamenti e alcune scelte musicali sia da attribuirsi soprattutto a Vincenzo Messina, com’è nata questa vostra collaborazione?

Vincenzo ha fatto parte del “MilanoBabilonia Tour” e durante quelle date abbiamo trovato quelle “affinità elettive” che avrebbero poi portato alla collaborazione per “Generi di conforto”. La sua è stata la prima esperienza arrangiativa con un ensemble orchestrale e, devo dire, è stato eccezionale sotto tutti gli aspetti. La pre-produzione è stata una sorta di magia. Nel giro di un paio di settimane mi ha fatto avere le prime idee che nell’80% sono rimaste quelle. Stiamo già pensando al lato B.

E’ ora di guardare un po’ più da vicino il disco, che parte con una grande canzone d’amore “In caccia di te”, con questo brano punti a un altro Musicultura?

No, non credo sia giusto. Ho vinto tre premi nel 2008… largo ai giovani. “In caccia di te” l’ho scritta circa cinque anni fa su un vecchio pianoforte Clement molto scordato, che tenevo in camera in una mia vecchia casa. Il mio amico Pepe Ragonese ci dormiva sempre sotto con un materasso per terra. Non ho mai capito perché lo preferisse al letto… non il mio … ce n’erano due nella mia stanza… se no l’avrei capito.

E’ davvero compito arduo dire quale tra le dieci tracce sia la più bella in assoluto, io dico solo che quella che più mi commuove, a ogni nuovo ascolto, è “La ballata del Paolone”, com’è nata questa perla?  

"La ballata del Paolone" è stata scritta in un pomeriggio d’inverno dopo essere rientrato da un concerto in treno. Alla stazione mi avvicinò un barbone e chiedendomi qualche moneta mi raccontò brevemente di come gli mancasse l’amore della sua vecchia vita. Il farfuglio era sconclusionato ma io capii cosa volesse dire e, non so come, mi ci immedesimai completamente e immaginai il rimpianto e la tenerezza del suo ricordo. Ho sceneggiato l’idea e ne è venuta fuori “La ballata del Paolone”. La feci sentire per primo al mio amico Gianluca de Angelis che ci vide una continuazione di “El purtava i scarp del tennis” di Jannacci. Non ci avevo pensato. Mi piacque ancora di più.

Un’altra canzone che mi piace molto, per quel suo swing un po’ retrò è “La ballata di piazzale Maciachini”, ho forse il chiodo fisso per le ballate? Scherzi a parte, quanto è stato difficile cogliere della bellezza in questa periferica piazza di Milano? 

E’ il mio inno all’antimovida. Basta con questi luoghi comuni della Milano aperitivi e cocaina, andate in piazzale Maciachini, in una giornata fresca di maggio, portatevi i panini e sedetevi sul ceppo con un amore allegro tra le mani. Traffico e filobus, mignotte e tombini, una bella birra fresca e va a da via al cu! (come si dice da quelle parti).

Prima ancora che uscisse il disco, hai fatto girare su Youtube, quasi fosse il lancio di un singolo, un vero e proprio antipasto musicale, il brano “Manila”, perché proprio questo brano? 

Volevo partire dal fondo, infatti, Manila è il pezzo che chiude l’album. C’è un po’ tutto quello che volevo arrivasse: archi, piano, ricordi, hammond, tromba sognante (Pepe quando suona alla Chet alza il pelo anche ai gatti randagi).

Ti dico poi due brani che stanno un po’ all’opposto nella mia scala di ascolti, “In equilibrio (cadendo nel blues)” ha un fascino direi molto anni ’40 ’50 che me lo fa amare follemente (mirabile la tromba di Pepe Ragonese) e, se si fosse trattato di un vinile, ne avrei già consumati i solchi, mentre “Inno alla follia”, che paradossalmente con quel titolo avrei dovuto amare senza limiti, non mi convince fino in fondo, forse perché troppo autobiografico? A te il compito di invertire o riequilibrare le sorti di queste tracce.

In “In equilibrio” sono i tromboni di Luciano Macchia non la tromba (tranquillo capita di confondersi quando suonano su registri alti), colgo l’occasione per ringraziare anche Daniele Moretto alle restanti trombe e ai corni, un musicista eccezionale che si commuove durante le session di registrazione. Amore per la musica. La canzone è di quelle che non creano mai problemi, si è presentata con una personalità da gran signora dai provini. Per me la regina indiscussa del disco. Inno alla follia fa parte di quel filone teatrale che scorre in me ed è dedicata a tutti gli artisti che rischiano camminando sul filo del burrone. Non ci sono sorti da invertire, ogni canzone possiede chiavi che aprono e chiudono.

In questo disco, come s’è detto, c’è una forte essenziale presenza dell’orchestra, questa scelta, però dal punto di vista dei concerti temo sia difficile da sostenere (sia come logistica sia come costi), come stai gestendo quest’aspetto anzi, a proposito di live, c’è qualche ghiotta occasione in vista, per vedere come questo disco, sontuosamente vestito in studio, regga anche in versione live?

Le canzoni sono state scritte pianoforte e voce e così devono reggere, altrimenti significa che sono artificiose e fragili. Live le presentiamo con un combo jazz (piano, contrabbasso, batteria) con, in aggiunta, chitarra elettrica e un jolly di nome Fulvio Arnoldi che sintetizza l’orchestra con una tastiera. Ti assicuro che la resa è all’altezza del disco. Provare per credere il 23 febbraio 2012 alla Salumeria della musica di Milano.




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