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lunedì, marzo 21, 2016

Folco Orselli, outsider da sempre, con “Outside is my side” lo è per scelta

di Fabio Antonelli


Folco Orselli
A distanza di quattro anni da “Generi di conforto” (Muso Records/Venus - 2011), Folco Orselli cantautore milanese che iniziò a calcare le scene musicali come componente del duo Caligola, partecipando a Sanremo Giovani nel lontano 1995, è appena tornato con un nuovo affascinante album dal titolo “Outside is my side”, il quinto della sua carriera, ormai sempre più consapevole di essere outsider, indipendente, estraneo, cane sciolto, ma per questo ancor più libero.

La copertina del tuo nuovo disco mostra una porta dischiusa e, sotto questa porta, il titolo "Outside is my side". Perché hai scelto questo disegno e questo titolo in inglese?

E’ una porta che si apre verso l’esterno ed è un invito all’”outsiding”, all’uscire dalle convenzioni, al proclamare la propria indipendenza intellettuale intesa come rifiuto al pecorame del pensiero unico ribassato; un invito al piacere che si prova nel sentirsi investiti della responsabilità di fare ognuno qualcosa per migliorare noi stessi e l’aia in cui viviamo; il rifiuto del modello imperante riaffermando la propria indipendenza, sapendo che dagli “insider” non possiamo aspettarci quasi nulla. Chi sono gli insider? Tutti quelli che hanno costruito e imposto lo sbilanciato ossimoro in cui viviamo, sbilanciato sul fattore negativo. Il titolo “Outside is my side” è anche un omaggio a Woody Guthrie e alla sua "This land is your land”, land intesa come terra fisica e mentale per me.

Il disco si apre con "Legato a un palo della luce", una canzone che musicalmente si stacca molto dalle sonorità del tuo precedente disco, quasi volessi spiazzare l’ascoltatore ...  in realtà la canzone si muove quasi su due piani, diversi e contrastanti fra loro un po' come il rapporto che ti unisce e ti divide dalla tua Milano, o sbaglio?

Il titolo esatto è "Legato a un palo della luce / Gattorotto ouverture" e, come suggerisce, è una commistione tra due cose. E’ un cortometraggio in musica. Avevo questi due pezzi nel cassetto da un po’ e, come succede nei cassetti, si sono mischiati, imbastarditi dal tempo e dalle altre cose abbandonate con loro in un luogo chiuso e piccolo. L’ho aperto e li ho raccolti smunti ma ancora vivi. Li ho portati a casa di Enzo Messina, il co-produttore artistico insieme a me del lavoro, il mio pard musicale. Li abbiamo massaggiati per bene per ridargli tonicità e forma. Certo, non mi aspettavo che qualche giorno dopo mi proponesse quest’arrangiamento in 7 della prima parte, ne avevo un’idea diversa. Mi ha spiazzato. Per circa … 40 secondi! Poi ho capito che aveva colto nel segno e aveva ridato “pellicola” al pezzo. Da li abbiamo proceduto alla “visione" della parte centrale che in realtà avrebbe dovuto avere lo stesso passo dell’inizio. Con la sua chitarra acustica nel suo studio, in cui abbiamo lavorato alla pre-produzione di tutto l’album, mi è venuto in mente di cambiare totalmente atmosfera e accordi e di portare il pezzo a un’atmosfera più “Floydiana”. Enzo ha raccolto immediatamente e con la sua faccia illuminata si è buttato a capofitto nell’arrangiamento del mood, è venuta fuori “Sbarra”, la sbarra che c’è tra i due titoli. “Gatto rotto” era già previsto che fosse il secondo pezzo unito al primo, non ci aspettavamo diventasse il terzo del primo, infatti, la canzone ha tre atmosfere completamente diverse. E’ una marcia semi-trionfale che porta al riscatto dopo l’analisi amara. La strada è nera ma i gatti sanno come vederci, ne usciranno vivi dormendo sereni in mattinata. Menzione speciale per Matteo Agosti, il sound engineer (o ingegnere del suono che è più nostro) che ha lottato come un leone su questo flusso prog, dandogli un’unità sonora davvero eccellente. Milano è madre, ma non mi da pace e non mi lava.

Il disco prosegue con "Una vecchia storia d'amore (di noi)". Si ritorna a sonorità più familiari e il brano sembra essere quasi il sequel di "L'amore ci sorprende" ma qui il verbo è al passato, "L'amore ci ha sorpresi in pieno con le sue illusioni", è quello stesso amore ma ormai finito? Splendido poi l'Hammond che la introduce e la conduce per mano ...

L’amore ci sorprende (cd “La spina”) è una canzone di attesa, la condizione in cui ci si trova tra una storia e un’altra, quando dopo esserti leccato le ferite ti senti pronto a infliggertene delle altre pur di vivere la fase dell’incanto."Una vecchia storia d’amore" può essere quello che era successo prima o quello che potrebbe succedere dopo. Dove va chi se ne va? E cosa lascia? Il pezzo non lo dice. Il prezzo è l’onestà di capire che mollare a volte è meglio che trattenere. Le cose rotte hanno un fascino solo se non si hanno semi in tasca da piantare nel futuro. E’ un blues. Abbiamo pensato a "Mad dog & Englishmen", è un omaggio al sound del primo Joe Cocker, al quale va tutta la mia riconoscenza e quella di Enzo che, su questi mood, ci sguazza d’Hammond e di piano come se fossero prolungamenti del sistema nervoso.

Folco Orselli
Si può dire che in questo disco prevalga l'ambientazione notturna? Quella in cui esce anche il lato più oscuro e incontrollabile del comportamento umano? Sto pensando a due canzoni come "Il lupo" e "Hooligan", mi parli di loro, della loro genesi?

Non so, sicuramente è il disco più dark che abbia fatto. Ci sono gli aspetti più intimi della mia vita e scavando ho scoperto di avere un’anima controversa e a tratti scura, nonostante mi senta una persona solare e positiva. Per quanto riguarda “Il lupo” ho scritto questo blues dopo aver letto dell’uccisione di alcune pecore fatta dai lupi in Garfagnana l’anno scorso. Si è alzato un coro di allevatori che chiedevano a gran voce di uccidere tutto il branco famelico e mi sono detto che, se un lupo non può più attaccare qualche pecora per fame, pena lo sterminio, forse dovremmo chiederci cosa stiamo distruggendo noi per “sete” di potere e quale punizione meriteremmo. Ho dato parola al lupo che racconta il suo punto di vista scimmiottando i peggiori lati umani, un lupo che vuole essere come un uomo e somma le negatività delle due nature, antropomorfico come pezzo. “Hooligan” è Il pezzo più violento del disco. Una di quelle notti che sembrano tre insieme (e ce ne sono state) in cui non saprai mai cosa è successo, nessuno avrà il coraggio di dirtelo e ti svegli con un maiale nella testa … parlante. Pare che una parrucchiera abbia finito tutti i tuoi soldi, la Bestia si sia rivelata, qualcuno voleva uccidere il tuo nome e tutto è un fischio insopportabile nelle orecchie. L’unica cosa che ti ricordi è un sudamericano sudato che ti raccoglieva e ti metteva su un taxi guidato da un tizio che somigliava a Predator.

Se "Holigan" è la canzone più dura di questo album, credo che "Piove" sia la più intimista e struggente, sostenuta splendidamente dal flicorno di Daniele Moretto. Sembra nascere da un vecchio disco che gira su un grammofono e poi, piano piano, si dispieghi lenta e sinuosa, com'è nata?

“Piove” è il pezzo forse più fragile del disco, una canzone cui sono particolarmente affezionato perché mi riporta a una crisi molto profonda vissuta qualche anno fa, in cui la solitudine mi stava per schiacciare e che ora, finalmente, riesco a pubblicare. Ho utilizzato degli schemi mentali per parlarne, immagini e suoni. La pioggia che apre era necessaria perché mi rimanda a ore buie e solitarie per strada, con lo sguardo perso in un vuoto che non mi dava sollievo, con un ombrello, gli ombrelli sono uno dei modi migliori per avvicinare il suono della pioggia. Poi c'è un uomo che scappa da se stesso ma, arrivato da qualche parte lontano da casa, ha bisogno di telefonare da una cabina per parlare con nessuno, in quella casa che ha lasciato, a una segreteria telefonica a cassetta, sapendo che la sua voce risuonerà in una stanza in cui è stato felice. Bellissimo il piano di Enzo, le spazzole di Diego Corradin, il contrabbasso di Piero Orsini e, naturalmente, la “voce” di Daniele Moretto, che fa da contraltare alla mia. Apre con un quartetto da camera … vuota.

Forse la solitudine e la disperazione di “Piove” sono le stesse del protagonista di "Quello che canta onliù", lo splendido omaggio che hai voluto fare a un milanese doc come Enzo Jannacci. Come la sua musica è entrata a far parte della tua vita? Credi che in qualche maniera abbia potuto influenzare il tuo modo di scrivere canzoni?

Quando ero ragazzino, mio padre mi portava la domenica a fare delle gite fuori Milano. Quelle domeniche che partono presto, passano pigre e sonnolenti, statiche; tra campagna stinta e osterie, pesca sportiva e zucchero filato. In macchina una musicassetta. Rossa. Fissa: “Ci vuole orecchio” di Enzo Jannacci. Il ritorno era il momento in cui l’assaporavo di più. Cotto e semi addormentato sul sedile dietro, vivevo come un film tutte quelle parole, meravigliose, vere e surreali nello stesso tempo. Non capivo, ero giovane … ma capivo. “Quello che canta onliù” era tutta la malinconia che percepivo esistesse, ma non potevo ancora tastare realmente. La solitudine di un commesso viaggiatore? Il tarlo roditore del senso di colpa? L’amore che crolla e tu che ti affanni a tamponare le falle con la sabbia? Amo non averla ancora capita. Jannacci è uno stregone. Mi ha insegnato l’arte della “visione” in senso psichedelico. I suoi testi sono cangianti, dipenda da come li guardi, come li ascolti, chi sei, chi sei stato. Purtroppo l’ho incontrato una volta sola al teatro Dal Verme per una beneficenza, stavo provando il pezzo che avrei cantato in serata “La ballata del Paolone”, che potrebbe essere una deriva di “El purtava i scarp del tennis”, se non fosse una storia vera; lui era seduto in quarta o quinta fila con un suo collaboratore, il teatro vuoto. Finita la mia prova, vedo che si alza, fa per andarsene, torna indietro e dice al suo collaboratore: ” Ma chi è quello li?”, indicando me e, senza aspettare risposta, se ne va. Fantastico.

Una canzone quasi magica, con quella sua delicatissima intro del pianoforte è "Artisti di strada", dove "ogni ragazza anche se non sarà bella avrà un fiore fatto apposta per lei". Quanto ti senti artista di strada con le tue canzoni?

Gli artisti di strada, insieme ai pittori, sono i miei eroi. Sin da piccolo sono attratto da qualunque forma d’arte per la strada: madonnari, mimi, giocolieri, cantastorie, musicisti. Mi hanno sempre dato un senso di protezione, come la se la strada ti garantisse la carezza materna perduta. Forse è un punto d’arrivo a differenza di quello che si pensa. C’è un carillon che aleggia su tutto il pezzo, è la “pura parte da non fare mai da parte”, come cantavo in una canzone di un po’ di tempo fa (“Paladino” – cd “La Spina”). L'arrangiamento di Enzo, qui, diventa davvero la cifra del racconto, volevo una cosa alla Prokof'ev tipo “Pierino e il lupo”, con tutti gli strumenti a descrivere la storia da protagonisti narranti e così è stato, grazie alla sua magnifica sensibilità.

Se sei d'accordo, vorrei abbandonare il disco, lasciando ai lettori il gusto di scoprire il resto, Chiuderei affrontando la dimensione live, quella che credo tu ami maggiormente. So che ti stai attualmente dividendo tra teatro e concerti, racconti cosa stai realizzando e cosa hai in mente per il futuro? Ci sarà anche un seguito di "Scuola milanese”?

Si, come sempre sono in tour continuo, mi divido tra quello che c’è da fare, suonando ovunque: teatri, club, case. Dove c’è un pubblico e dove mi pagano, io vado. Questi sono tempi in cui bisogna risaltare sui treni con la chitarra e andare in giro a raccontare storie. L’aspetto più interessante di questo crollo del mercato discografico è che ci ha costretto a rimetterci tutti (chi lo sa fare) sulla strada. Ho appena finito il tour teatrale con Gino e Michele per i loro quarant’anni di spettacolo per i quali ho composto le musiche e sono alla ricerca di date per me. Ho lanciato da qualche tempo il Facebooking tour (cioè se mi vuoi nel tuo locale, scrivimi e ci mettiamo d’accordo), che sta funzionando molto bene. Le agenzie non si rendono conto che devono fare un passo indietro e lavorare anche con artisti come me, che non fanno (per ora) il grande pubblico, ma che ovunque vanno buttano le basi per un ritorno. Così facendo mi sto creando un ottimo giro in tutta Italia. Per il futuro ho un po’ d’idee, starò a New Orleans per tre mesi a scrivere il mio prossimo disco tra febbraio e aprile del prossimo anno, voglio andare alla radice del sincretico blues di quelle parti, incontrare e suonare con musicisti del luogo e registrare lì, per catturare quel suono. Il disco credo che s’intitolerà “BLUES IN MI”, dove MI sta per la tonalità del blues più utilizzata, la sigla della targa di Milano, il suono del pronome ME in inglese, ma anche in dialetto milanese. La Scuola Milanese si sta rianimando, a breve metteremo a disposizione, tramite un canale Youtube, le 60 ore di girato che abbiamo realizzato durante le due stagioni alla Salumeria della Musica, montate per bene; poi da ottobre molto probabilmente ripartiremo con un progetto radiofonico.





mercoledì, febbraio 29, 2012

Folco Orselli in concerto a Milano, mai più senza generi di conforto

Folco Orselli in concerto a Milano, mai più senza generi di conforto
di Fabio Antonelli



Artista
Folco Orselli

Luogo
Salumeria della Musica - Milano

Data
23.02.2012



E’ una Salumeria della Musica davvero affollata quella che si trova davanti il cantautore milanese Folco Orselli quando, verso le 23, sale sul palco accompagnato dai suoi musicisti e inizia il concerto sulle note di “Dubbi”.

Già, a volte le coincidenze sembrano essere studiate a tavolino, dubbi erano quelli che nutrivo io, in una mia recente intervista fatta a Folco, in merito alla messa in scena live del suo ultimo disco “Generi di conforto”, un disco da Targa Tenco oserei dire, giusto per appuntarselo lì in attesa della prossima votazione delle Targhe e sempre che il governo Monti non decida di tagliare centralmente anche quest’ultimo residuo di cultura musicale in Italia, un disco incredibilmente cinematografico nel suo lento svolgersi quasi fosse una pellicola ma che ha, come esecutore musicale principale, una vera e propria orchestra con tanto di archi e fiati.

In quell’intervista chiedevo a Folco come sarebbe riuscito a rendere dal vivo le ricche atmosfere del disco, perché si sa che un’orchestra non trova certo spazio in qualsiasi locale e si sa anche che l’economia d’esercizio ha una propria valenza, pena l’apertura di un finanziamento inestinguibile in perfetto stile Grecia per mantenersi il tour.

La soluzione scelta da Folco è stata dunque quella di affidarsi alle tastiere, al computer e ai campionamenti di Fulvio Arnoldo. Certo non è come vedere fisicamente all’opera dal vero anche un solo quartetto d’archi, ma, a occhi chiusi vi posso assicurare che l’effetto è stato del tutto paragonabile. Poi, occorre ammetterlo, accanto a lui c’erano altrettanti ottimi musicisti in carne ed ossa, da uno straordinario Enzo Messina alle prese con il piano elettrico e un hammond suonato da brividi, il validissimo Stefano Bandoni alle chitarre, l’affidabile quanto puntuale Piero Orsini al contrabbasso e una New entry, Leif Sercy alla batteria, una presenza la sua, da riconfermare sicuramente e, infine, buon ultimo se come si dice, gli ultimi saranno i primi, proprio lui, Folco Orselli, questa volta quasi totalmente dedito alla parte vocale, con la sua voce calda e graffiante, oramai decisamente affrancatasi dal modello Tom Waits più rovinato, condito da tutta la sua personalità e simpatia da vecchio lupo del palcoscenico.

A voler essere pignoli forse, è mancata solo una presenza quasi costante nei lives di Folco, quella cioè del trombettista Pepe Ragonese, uno che non sfigurerebbe certo affiancato a nomi come quelli di Rava, Fresu, Boltro, ecc., purtroppo impegnato in contemporanea al Ragoo di Milano con la propria jazz band The Thrust.

Torniamo però a Folco, il vero protagonista di questa serata che si potrebbe definire double face, perché nella prima parte l’artista ha attinto a piene mani dalla sua ultima fatica discografica passando attraverso canzoni d’amore come “In caccia di te”, una melodia che sembra essere da sempre residente nella testa degli ascoltatori presenti, commoventi ballate come “La ballata del “Paolone”, una storia d’amore tra barboni … ma si sa, che l’amore un po’ come il bello, si può trovare anche tra le persone o nei luoghi più inaspettati, “è facile” racconta in proposito Folco, “trovare la bellezza di Milano nella piazza del Duomo, io invece l’ho saputa cogliere in periferia di Milano e credo che Piazzale Maciachini abbia un suo fascino”. Una volta però ascoltata l’omonima canzone, penso che anche voi sareste d’accordo con lui. Come non citare poi canzoni come la suggestiva “Macaria”, “Inno alla follia” con la quale ha citato l’amico poeta Vincenzo Costantino, per altro presente tra il pubblico o, a chiudere questa prima parte di programma, la splendida “Manila”, canzone legata ai ricordi.

Nella seconda parte della serata, invece, Folco ha voluto riprendere pezzi del precedente “MlanoBabilonia”, passando così a sonorità totalmente differenti, più dure, direi sospese tra rock e funky, partendo proprio dall’apocalittica “La fine del mondo”, canzone attuale come non mai non tanto perché siamo nel fatidico 2012, ma perché specchio dell’attuale società, in cui sembra quasi che per sopravvivere si debba per forza essere dei pirati senza scrupoli come quelli raccontati in Jack Tar”, ma forse non è così, esiste ancora chi sogna la libertà, proprio come il pianista protagonista di “Jimmy Corea”.

C’è ovviamente spazio in scaletta, anche per qualche pezzo più vecchio, ma sempre sfavillante come “Get Out”, “Il crogiuolo” o la conclusiva “Blues per lei” e, ammetto che, a ben guardare, Folco avrebbe potuto cantare ben oltre le due ore effettive dello spettacolo, anzi durante la serata, proprio lo stesso Folco scherzando, ha detto “tre ore e mezza di concerto, poi faccio una piccola pausa e fino al mattino, un po’ come a Woodstock”.

E’ giunto infine il momento dei bis, Folco rientra da solo, si siede al piano e comincia a parlare di come spesso la vita ci sorprenda, di come invece la nuova amministrazione di Milano, non abbia ancora sorpreso nessuno per qualche propria azione politica davvero efficace, è proprio l’ora di eseguire la pluripremiata “L’amore ci sorprende”. Folco sorprende così non solo il sottoscritto perché l’emozione tra il pubblico è tanta.

Folco l’avverte nell’aria e chiude con “Senza neanche una lira”, ringraziando così i tanti che, pur in un momento di grave crisi come questo, hanno voluto essere lì con lui, aggiungendo che “chi ci governa potrà farci anche i conti in tasca ma i sogni, quelli non ce li potranno portare via mai”.

Scrosciano ovviamente gli applausi per quest’artista meneghino autentico e sincero, spesso ingiustamente accusato di rifarsi troppo a Tom Waits. Che dire in proposito? Si, è vero che l’artista americano è tra le grandi passioni di Folco, ma è altrettanto vero che il nostro si è orami costruito un proprio genere musicale che definirei, è il caso di dirlo, “di conforto”.

Dovesse passare dalle vostre parti, non lasciatevelo sfuggire.


Le foto sono di Fabio Antonelli

Musicisti
Folco Orselli: voce, chitarra e piano
Enzo Messina: piano e hammond
Fulvio Arnoldo: tastiere e percussioni
Stefano "Brando" Brandoni: chitarre
Leif  Sercy: batteria
Piero Orsini: contrabbasso


Links
Salumeria della Musica

mercoledì, febbraio 15, 2012

Intervista a Folco Orselli intorno a “Generi di conforto”

Intervista a Folco Orselli intorno a “Generi di conforto”
di Fabio Antonelli

Folco Orselli, quarantenne cantautore milanese, alle spalle già tre album e un triplo premio al Musicultura nel 2008 (primo premio assoluto, la targa della critica e il riconoscimento per il miglior testo) con la canzone d’amore “L’amore ci sorprende”, è appena tornato all’attivo con un nuovo album d’inediti, intitolato “Generi di conforto”, pubblicato per la sua neonata etichetta Muso Record. La sua può essere considerata a tutti gli effetti una vera e propria sfida in questo mercato discografico a dir poco asfittico. Vediamo allora quali sono le armi, messe in campo da Folco per questa coraggiosa impresa.




Sai Folco, vorrei cominciare questa intervista da una semplice constatazione: prima dell’uscita di questo nuovo disco ne avevi già all’attivo tre (“La stirpe di Caino”, “La spina” e “MilanoBabilonia”), una miriade di concerti, alcuni importanti riconoscimenti da parte della critica, tra cui nel 2008 il Musicultura, grazie alla splendida canzone d’amore “L’amore ci sorprende”. Possibile che per pubblicare questa nuova fatica discografica, che s’intitola “Generi di conforto”, hai dovuto persino creare una tua etichetta, la Muso Records? 

La creazione dell’etichetta è venuta da una semplice constatazione: perché dovrei dare royalties e edizioni a etichette che non mi garantiscono né promozione né booking né management? Ho compiuto quarant'anni il 6 dicembre e preferisco immaginarmi un futuro di vera indipendenza. Se avrò ragione, potrò, con il ricavato, continuare a produrre musica mia e altrui senza scendere a nessun compromesso, gettando le basi per una mia piccola rivoluzione: sottrarre la creatività degli artisti al tritacarne mainstream dimostrando così che il successo di un disco dipende dal suo peso specifico qualitativo e non dalle balle che ci propinano sui gusti della gente.

Non è però ancora giunto il momento di parlare delle canzoni del disco, mi soffermo sulla copertina, un dipinto che ti ritrae e firmato da Renzo Bergamo? Perché questa scelta? 

Renzo Bergamo, prima di essere il grande artista che il mondo prima o poi scoprirà sia stato, era uno dei miei migliori amici. Un maestro nell’arte dell’ascolto della stupefacente meraviglia che questa Terra ci mette davanti agli occhi. Un uomo che ha saputo attraversare i tormenti e le gioie della creatività uscendone con gli occhi pieni di risposte. Il ritratto che mi fece un giorno nel suo studio ora è diventato la copertina di “Generi di conforto” ed io, da lì, lo sento fischiettare il trombone come spesso faceva. Mi manca molto.

Ancora un piccolo passo, il titolo “Generi  di conforto” mi ricorda in qualche modo “L’indispensabile” di Vinicio Capossela. Qui, meno pretenziosamente, la scelta sembra alludere a tutto ciò di cui una volta fatta l’esperienza, è vero che ne può anche fare a meno però, ad avere la possibilità …

Se non ricordo male il disco cui ti riferisci era un best off. Questo è un album d’inediti. I generi di conforto che in filigrana percorrono tutto il disco fanne parte di un codice emozionale che riguarda la mia esistenza fino ad ora. Consegnando a chi ascolta questo bagaglio, cerco vibrazioni simpatiche che mi facciano sentire meno solo nella ricerca permanente della felicità.

“Generi di conforto” è, a tutti gli effetti, un’altra bella sterzata lungo il tuo percorso artistico, se con "MilanoBabilonia" e il suo rock-funky avevi abbandonato quello stile di canzone d’autore che ti aveva portato anche critiche negative, per il solito gioco stupido e tutto italiano per cui se uno ha la voce roca assomiglia per forza a Conte o Capossela, qui cambi nuovamente strada e confidi, per l’occasione, anche all’Orchestra Cantelli. Quale potrà essere la reazione della critica e soprattutto del tuo pubblico pensi di fregartene in ogni caso? 

Si, con “MilanoBabilonia” il gioco degli accostamenti è cessato del tutto. La scelta sonora e compositiva era tutto tranne che un linguaggio cantautorale e la critica se n’è accorta. La gente che mi seguiva da “La spina” è rimasta spiazzata ma, conoscendomi, succederà ancora. Con quest’ultimo lavoro ho esplorato la mia capacità di essere diretto e sincero, anche nell’uso della voce che, comunque, io continuo a considerare uno strumento e come tale libero di essere distorto, contorto o ripulito rispetto alla suggestione che si vuole trasmettere.

E’ innegabile che, soprattutto gli archi, abbiano donato a questi dieci brani un’atmosfera molto cinematografica, potrebbero essere benissimo le colonne sonore di altrettanti cortometraggi o essere loro stessi quasi delle sceneggiature per loro carattere descrittivo, penso però che un contributo particolare per gli arrangiamenti e alcune scelte musicali sia da attribuirsi soprattutto a Vincenzo Messina, com’è nata questa vostra collaborazione?

Vincenzo ha fatto parte del “MilanoBabilonia Tour” e durante quelle date abbiamo trovato quelle “affinità elettive” che avrebbero poi portato alla collaborazione per “Generi di conforto”. La sua è stata la prima esperienza arrangiativa con un ensemble orchestrale e, devo dire, è stato eccezionale sotto tutti gli aspetti. La pre-produzione è stata una sorta di magia. Nel giro di un paio di settimane mi ha fatto avere le prime idee che nell’80% sono rimaste quelle. Stiamo già pensando al lato B.

E’ ora di guardare un po’ più da vicino il disco, che parte con una grande canzone d’amore “In caccia di te”, con questo brano punti a un altro Musicultura?

No, non credo sia giusto. Ho vinto tre premi nel 2008… largo ai giovani. “In caccia di te” l’ho scritta circa cinque anni fa su un vecchio pianoforte Clement molto scordato, che tenevo in camera in una mia vecchia casa. Il mio amico Pepe Ragonese ci dormiva sempre sotto con un materasso per terra. Non ho mai capito perché lo preferisse al letto… non il mio … ce n’erano due nella mia stanza… se no l’avrei capito.

E’ davvero compito arduo dire quale tra le dieci tracce sia la più bella in assoluto, io dico solo che quella che più mi commuove, a ogni nuovo ascolto, è “La ballata del Paolone”, com’è nata questa perla?  

"La ballata del Paolone" è stata scritta in un pomeriggio d’inverno dopo essere rientrato da un concerto in treno. Alla stazione mi avvicinò un barbone e chiedendomi qualche moneta mi raccontò brevemente di come gli mancasse l’amore della sua vecchia vita. Il farfuglio era sconclusionato ma io capii cosa volesse dire e, non so come, mi ci immedesimai completamente e immaginai il rimpianto e la tenerezza del suo ricordo. Ho sceneggiato l’idea e ne è venuta fuori “La ballata del Paolone”. La feci sentire per primo al mio amico Gianluca de Angelis che ci vide una continuazione di “El purtava i scarp del tennis” di Jannacci. Non ci avevo pensato. Mi piacque ancora di più.

Un’altra canzone che mi piace molto, per quel suo swing un po’ retrò è “La ballata di piazzale Maciachini”, ho forse il chiodo fisso per le ballate? Scherzi a parte, quanto è stato difficile cogliere della bellezza in questa periferica piazza di Milano? 

E’ il mio inno all’antimovida. Basta con questi luoghi comuni della Milano aperitivi e cocaina, andate in piazzale Maciachini, in una giornata fresca di maggio, portatevi i panini e sedetevi sul ceppo con un amore allegro tra le mani. Traffico e filobus, mignotte e tombini, una bella birra fresca e va a da via al cu! (come si dice da quelle parti).

Prima ancora che uscisse il disco, hai fatto girare su Youtube, quasi fosse il lancio di un singolo, un vero e proprio antipasto musicale, il brano “Manila”, perché proprio questo brano? 

Volevo partire dal fondo, infatti, Manila è il pezzo che chiude l’album. C’è un po’ tutto quello che volevo arrivasse: archi, piano, ricordi, hammond, tromba sognante (Pepe quando suona alla Chet alza il pelo anche ai gatti randagi).

Ti dico poi due brani che stanno un po’ all’opposto nella mia scala di ascolti, “In equilibrio (cadendo nel blues)” ha un fascino direi molto anni ’40 ’50 che me lo fa amare follemente (mirabile la tromba di Pepe Ragonese) e, se si fosse trattato di un vinile, ne avrei già consumati i solchi, mentre “Inno alla follia”, che paradossalmente con quel titolo avrei dovuto amare senza limiti, non mi convince fino in fondo, forse perché troppo autobiografico? A te il compito di invertire o riequilibrare le sorti di queste tracce.

In “In equilibrio” sono i tromboni di Luciano Macchia non la tromba (tranquillo capita di confondersi quando suonano su registri alti), colgo l’occasione per ringraziare anche Daniele Moretto alle restanti trombe e ai corni, un musicista eccezionale che si commuove durante le session di registrazione. Amore per la musica. La canzone è di quelle che non creano mai problemi, si è presentata con una personalità da gran signora dai provini. Per me la regina indiscussa del disco. Inno alla follia fa parte di quel filone teatrale che scorre in me ed è dedicata a tutti gli artisti che rischiano camminando sul filo del burrone. Non ci sono sorti da invertire, ogni canzone possiede chiavi che aprono e chiudono.

In questo disco, come s’è detto, c’è una forte essenziale presenza dell’orchestra, questa scelta, però dal punto di vista dei concerti temo sia difficile da sostenere (sia come logistica sia come costi), come stai gestendo quest’aspetto anzi, a proposito di live, c’è qualche ghiotta occasione in vista, per vedere come questo disco, sontuosamente vestito in studio, regga anche in versione live?

Le canzoni sono state scritte pianoforte e voce e così devono reggere, altrimenti significa che sono artificiose e fragili. Live le presentiamo con un combo jazz (piano, contrabbasso, batteria) con, in aggiunta, chitarra elettrica e un jolly di nome Fulvio Arnoldi che sintetizza l’orchestra con una tastiera. Ti assicuro che la resa è all’altezza del disco. Provare per credere il 23 febbraio 2012 alla Salumeria della musica di Milano.




Sito ufficiale di Folco Orselli