martedì, aprile 28, 2026

Mauro Ermanno Giovanardi - E poi scegliere con cura le parole - A volte scegliere le parole, e non lasciarle scivolare via, è l’unico modo per restare fedeli a sé stessi.

di Fabio Antonelli



Dopo la parentesi del Covid Mauro Ermanno Giovanardi non è certo rimasto con le mani in mano in questi ultimi due anni, perché nel 2024 è stato protagonista, con Cesare Malfatti, dell’attesissima reunion dei La Crus con la pubblicazione di Proteggimi da ciò che voglio (2024, Mescal) cui è seguita una tournée per i trent’anni dal loro esordio. Contemporaneamente Giovanardi è stato oggetto del documentario Jesus loves the fools con la regia di Filippo D’Angelo, Dimitris Statiris e dello stesso Giovanardi, in cui è narrata la nascita dei Carnival of fools, gruppo rock nato sul finire gli anni ’80 a Milano per iniziativa di Giovanardi. Ne sono nati dei concerti di presentazione in cui Giovanardi è stato accompagnato musicalmente dal chitarrista Marco Carusino.

Prima di tutto ciò, in mezzo e dopo, ha visto piano piano la luce il suo nuovo disco solista E poi scegliere con cura le parole (2026, Universal) dopo nove anni dall’ultimo disco di inediti. Un tempo lungo, necessario, che si avverte in ogni passaggio di questo lavoro pensato, riflettuto, pazientemente costruito. Non un ritorno qualsiasi, ma un disco che suona come una presa di posizione artistica e umana, in controtendenza rispetto al rumore costante che ci circonda.

Giovanardi non rincorre il presente, lo osserva. Non lo giudica dall’alto, lo attraversa. E soprattutto lo racconta con uno strumento che oggi sembra sempre più fragile e marginale: la parola scelta, soppesata, pronunciata con cura. Il titolo dell’album non è dunque un vezzo poetico, ma una vera dichiarazione d’intenti.

Stessa cosa la copertina, tanto curata, quanto essenziale, in cui Mauro Ermanno Giovanardi sembra camminare in bilico sospeso lungo un fascio di luce, è quasi fumettistica, ma non riporta alcun testo, neppure il titolo del disco, quasi a voler riservare alle parole contenute, scelte, soppesate con cura nel disco tutta l’attenzione che meritano.

Il disco si apre con Il buio nella pelle, brano che assume immediatamente il valore di manifesto. È una canzone che racconta una disillusione profonda, il sentirsi fuori posto in un mondo dove i parametri sembrano cambiati, dove il valore della scrittura e delle emozioni viene spesso oscurato dall’apparenza. Versi come “Se oramai vale più un post / che saper scrivere canzoni / e una foto anche se figa / vale più delle emozioni /questo posto non è il mio / non è quello che volevano / non è quello che sognavo / non è quello in cui credevo” evocano lo smarrimento di una generazione che aveva immaginato altro, e che oggi fatica a riconoscersi nel presente. Musicalmente l’incedere è misurato, elegante, perfettamente funzionale a una voce che entra in punta di piedi ma lascia il segno.

Veloce cambia andamento ma non profondità. Qui il tema è la frenesia, la corsa continua che caratterizza la nostra epoca: tutto accade in fretta, tutto deve essere immediato, anche a costo di perdere senso. Il ritmo più sostenuto e l’elettronica discreta restituiscono efficacemente questa sensazione di accelerazione costante, senza mai sacrificare la chiarezza del racconto.

Con La coscienza della mia generazione si entra nel cuore emotivo dell’album. È uno dei brani più intensi e riusciti dell’intero lavoro, un bilancio lucidissimo di una generazione sospesa, privata di riferimenti solidi, incapace di trasmettere certezze. Giovanardi riesce a essere personale senza mai diventare autoreferenziale, trasformando una riflessione intima in una fotografia collettiva.

Anni zero guarda al passato, ma lo fa senza nostalgia compiaciuta. È piuttosto una canzone sul passaggio del tempo, sulle trasformazioni personali e culturali, sul ruolo che la musica ha avuto come bussola emotiva in quegli anni. Bellissimo l’incipit “Caterina nel silenzio della stanza / pensando che nessuno sentirà / mette un disco del Velluto Sotterraneo / chiude gli occhi sul sofà / lei sa che a certi incroci della vita / travestito da canzone di anni fa / a sorpresa spunta un diavolo sottile / che ti porta ad altre età”. Il pianoforte accompagna il racconto con delicatezza, creando uno spazio di memoria che non indulge nel rimpianto.

Il tradimento è al centro di Amore Giuda, affrontato in senso ampio: affettivo, esistenziale, morale. Il riferimento simbolico è forte, ma il brano resta contenuto, misurato, mai enfatico. Ritmicamente è molto bello, così come quei cori un po’ funky che fanno da contraltare al canto di Giovanardi.

A fare da contrappunto arriva Di struggente amore, che restituisce all’amore una funzione quasi salvifica: fragile, imperfetta, ma necessaria per continuare a stare al mondo “Ho bisogno di te / e della tua presenza / ho bisogno di te / del poco peso che dai / alla mia incoscienza”.

Con Fermami emerge una richiesta esplicita, quasi una supplica: il desiderio di essere trattenuti, di rallentare prima di smarrirsi del tutto. Il crescendo emotivo del brano accompagna questa tensione interiore senza forzature. Una delle più intimiste e cucite sulla pelle di Giovanardi.

Per cantare più forte riflette invece sul ruolo stesso della musica e della voce: cantare come gesto di resistenza, come tentativo di affermarsi in mezzo a un rumore di fondo sempre più assordante. È uno dei brani più consapevolmente “meta” del disco, e proprio per questo tra i più emblematici. Salvifici i versi “Voglio aprire le braccia / per cantare più forte / per ingannare la morte / e sentirmi più vivo”.  La musica come cura contro la morte.

Il numero che viene dopo è una canzone sull’attesa e sull’incertezza, sul non sapere cosa verrà ma continuare comunque ad andare avanti. Il “numero successivo” diventa metafora di un futuro indefinito, mai completamente leggibile, ma inevitabile. Ancora una volta di grande impatto l’inizio della canzone “In quale tasca hai messo / il tuo orgoglio uomo / lo hai lasciato andare via col tempo / in quale tasca hai messo / il tuo nome nuovo / sei soltanto il numero che viene dopo”.

Con Un errore Giovanardi affronta uno dei nuclei concettuali più profondi del disco: l’accettazione della propria imperfezione. L’errore non come fallimento, ma come condizione dell’esistere, come parte integrante del percorso umano. La canzone colpisce per spoglia sincerità “io sono un / sono un errore / io sono un graffio sulla pelle / ancora nulla cambia eppure / quest’ora no non ha sorelle”.   

Non credo nei miracoli riafferma una disillusione lucida, mai cinica. Qui non c’è rassegnazione, piuttosto la consapevolezza che le salvezze, se esistono, passano dalle relazioni, dalle scelte quotidiane, non da interventi esterni.

Ogni voglia di noi due riporta al centro il rapporto, lo spazio intimo condiviso come ultimo luogo di resistenza possibile. È una canzone raccolta, quasi una pausa necessaria prima della chiusura. Forse l’unica canzone d’amore vera e propria del disco ma si fa valere “Apro piano le tue labbra / e le affogo nelle mie / sei la schiuma ed io la sabbia / io le rime tu le poesie / tu sei l’estasi ed io il male / a cui dici sempre sì”.

Il disco si conclude con Ha ragione Schopenhauer, titolo che potrebbe far pensare a un esercizio intellettuale e che invece si rivela una chiusura ironica e amara al tempo stesso. Il riferimento filosofico diventa uno strumento per leggere il disincanto contemporaneo, senza mai appesantire il racconto. Dentro i versi “Con lo stomaco che urla / io non riesco a respirare / io mi sento così perso / e non so dove andare / l’inquietudine che sale / e l’insonnia che stordisce” c’è tutto il mondo di Giovanardi.

Dal punto di vista musicale E poi scegliere con cura le parole è un lavoro cesellato con attenzione estrema. Gli arrangiamenti sono sobri, mai ridondanti, sempre funzionali alla voce, vero centro emotivo del progetto. Fondamentale il lavoro collettivo sui testi: le diverse penne coinvolte Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope e Anastasi, non spezzano l’unità narrativa, ma la rafforzano, segno di una direzione artistica chiara e condivisa.

In definitiva siamo di fronte a un disco maturo, profondo, coerente. Un album che non cerca l’impatto immediato ma la durata, che non urla ma resta. Mauro Ermanno Giovanardi firma uno dei lavori più completi e significativi della sua carriera solista, ricordandoci che oggi, forse più che mai, scegliere con cura le parole è un atto necessario.









Mauro Ermanno Giovanardi – E poi scegliere con cura le parole

Woodworm Label – 2026

Tracklist

1.      Il buio nella pelle

2.      Veloce

3.      La coscienza della mia generazione

4.      Anni zero

5.      Amore Giuda

6.      Di struggente amore

7.      Fermami

8.      Per cantare più forte

9.      Il numero che viene dopo

10.  Un errore

11.  Non credo nei miracoli

12.  Ogni voglia di noi due

13.  Ha ragione Schopenhauer

Crediti

Mauro Ermanno Giovanardi: voce, cori, campioni, groove, armonica

Leziero Rescigno: piano, ritmiche, elettronica, mellotron, rhodes, Hammond, piano elettrico, sinth

Lele Battista: cori, programmazioni, synth

Roberto Vernetti: ritmiche, synth, campioni

Marco Benz Gentile: archi

Jessica Testa: archi

Barbara Cavaleri: cori, voce, backing vocals

Paolo Milanesi: Tromba

Cesare Malfatti: elettronica, campioni, chitarra classica, elettronica

Marco Carusino: chitarra fuzz

Produzione artistica: Mauro Ermanno Giovanardi e Leziero Rescigno
Registrazioni: Lele Battista
Testi scritti con la collaborazione di: Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope, Anastasi
Etichetta: Woodworm Label
Distribuzione: Universal Music Italia
Anno di pubblicazione: 2026

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