martedì, giugno 02, 2026

Fabularasa: Atlante, un denso e avventuroso viaggio dentro e fuori di sé

di Fabio Antonelli

Il 9 gennaio del 2026 è uscito “Atlante” (Maremmano Records, 2026) il nuovo disco dei Fabularasa, il gruppo musicale italiano originario di Bari, composto da Luca Basso (voce), Vito Ottolino (chitarre), Leopoldo Sebastiani (basso) e Giuseppe Berlen (batteria) ed è stato un graditissimo ritorno, dopo ben tredici anni dal loro secondo album “D’amore e di marea” (Radar Records, 2012). Tredici anni sono tanti, tante cose saranno successe, ecco cosa mi ha raccontato in proposito Luca Basso, leader del gruppo.

Fabularasa - Foto di Giuseppe Ottolino


Dal vostro precedente fortunato album D'amore e di marea che nel 2012 vi portò a un passo dal vincere la Targa Tenco "Miglior album in assoluto" sono passati ben tredici anni, quasi un'era geologica, soprattutto se si pensa alle logiche di un mercato musicale sempre più evanescente, stile usa e getta. In questi tredici anni cosa avete fatto? Soprattutto come siete giunti alla realizzazione di questo vostro terzo album Atlante?

Eh, caro Fabio, tante cose sono accadute in questi anni.

Ricordi bene: già il 2011 era stato un anno importante, con molti concerti, una targa al premio Bindi, un invito a un 'Tenco Ascolta' fino alla partecipazione al Tenco dove, lasciammo un bel segno (tu c’eri). 

L'anno dopo, D’amore e di marea arrivò a un soffio dalla targa per il miglior album accompagnato in cinquina da uno stuolo di segnalazioni e recensioni strabilianti che mischiavano la sorpresa per questo gruppo che sembrava venuto dal nulla a giudizi davvero lusinghieri per canzoni e arrangiamenti, ne seguì un tour estivo con Paul McCandless anche quello molto bello dove mettemmo anche il naso oltre confine. 

Poi tante cose sono accadute nelle nostre vite (nella mia in particolare): vicende, incontri, abbandoni anche dolorosi, cose che si sono prese le nostre energie e il nostro tempo. Siamo stati bravi però a non interrompere mai il filo della musica, siamo sempre rimasti insieme, abbiamo continuato a fare concerti, anche se meno che in passato e quasi tutti nella nostra Puglia. 

Poi un bel giorno è come se fosse stata la musica stessa, passate la nebbia e la confusione, a rimettere in moto la macchina.

Tutto è ripartito nell'agosto del 2024, quando prima di andare in vacanza abbiamo prenotato un paio d'ore in studio. L’obiettivo era fissare due appunti per non dimenticare quello che avevamo fatto fino a quel momento, e invece ci siamo accorti che avevamo in mano qualcosa di urgente che premeva per venire fuori, abbiamo capito che era arrivato il tempo, quella è stata la scintilla. Doveva essere un demo, invece molte cose di quella sessione sono rimaste nel disco.

Delle logiche del mercato musicale, come sai, non ci siamo mai curati: abbiamo sempre seguito il nostro stile senza mai fare calcoli. C'è già troppo brusio in giro, con tanta musica non sempre indispensabile, per aggiungere musica tanto per farla, sapevamo che se avessimo interrotto un silenzio così lungo sarebbe stato solo per l'urgenza e per la necessità di dire qualcosa di importante. Piuttosto quello che ci sorprende ora è scoprire che in tanti ci aspettavano, che in questi anni molti, anche tra gli addetti ai lavori, si chiedevano "Ma che fine hanno fatto i Fabularasa?" È il leitmotiv di tutte le interviste e le presentazioni. In modo del tutto involontario era calata su di noi come una coltre di mistero... (ride).



Personalmente sono sempre molto incuriosito dalle copertine dei dischi e dai titoli, perché in fondo sono il biglietto da visita di un'opera e per questo, credo, molto meditati. Partiamo dal titolo Atlante, mi riporta alla mente raccolte di cartine geografiche lontane nel tempo, oramai cadute in disuso con i vari gprs e quel nostro mondo, ridotto a piccolo seme dentro il becco di un pappagallo mi fa pensare che l'intero mondo è poi poca cosa rispetto all'intero cosmo, siamo noi uomini a crederci padroni del mondo. È un po' così o sono solo mie astrazioni?

Ti ringrazio per la domanda, parliamo sempre molto volentieri della copertina del nostro disco: si tratta del dipinto di Roberto Rizzo, un artista che amiamo molto. 

Roberto è l'autore anche della copertina di D'amore e di marea e per noi è una specie di talismano portafortuna perché le sue copertine hanno il pregio di alimentare discussioni e curiosità.

Per D'amore e di marea fummo noi a chiedergli di poter usare un suo lavoro, mentre per Atlante abbiamo avuto l'onore di un dipinto realizzato proprio per essere la copertina del disco. 

Roberto si muove in un universo che ha una dose di surrealtà, i suoi lavori più potenti sono quelli che mettono in relazione elementi lontani e incoerenti tra loro e questa contraddizione attiva la fantasia di chi guarda. Dunque, nessuna interpretazione è giusta o sbagliata, l'unica cosa certa è il punto di partenza per un viaggio personale.

Atlante, il titano, teneva il mondo sulle spalle, in questo caso il mondo appare piccolo e basta un pappagallo per tenerlo nel becco. Il pappagallo è un invito al racconto, ma anche la metafora dell'ironia, la presunzione di raccontare il mondo intero con la nostra piccola voce.

Poi certo, nell'idea che ha mosso il disco c'è anche quella di una raccolta di mappe, un atlante geografico diciamo, ma questo lo abbiamo realizzato a disco finito, quando ci siamo accorti che attraverso le canzoni avevamo visitato posti lontani, dal Magreb alla Romania, dal Brasile alla Grecia fino al Portogallo, prima ovviamente di fare ritorno a casa.

Una volta ascoltato l'intero disco credo davvero che questo vostro ritorno discografico non sarebbe potuto partire che dal brano Atlante, non tanto perché è il brano che dà il titolo all'intero lavoro ma perché è il manifesto dell'intero vostro progetto, descrivendo quel timore che si ha sempre, quando si va incontro al nuovo, all'inesplorato. Trovo meravigliosi in tal senso i versi "Detto che è scientifica la guida delle navi e sconosciuto è il sogno del poeta / dirò che sono bravo a leggere le stelle, ma poi l'andar per mare e un'altra cosa.". Inoltre, il brano vede due grandi ospiti accompagnarvi in questo avventuroso viaggio, Patrizia Laquidara e Mário Laginha, come è nato questo splendido brano d'apertura?

Sì, Atlante è il brano che riassume il senso del disco, anche se di questo ci siamo accorti a lavoro compiuto. Alcuni tuoi colleghi hanno parlato di una specie di concept album, sicuramente posso dire che è un progetto, nel senso che gli undici episodi del disco sono legati tra loro da un filo artistico e sono tutti nati dalla stessa esigenza. 

Ogni avventura inizia quando si abbandona la propria zona di conforto, e noi avevamo bisogno proprio di questo. Il pezzo è nato mentre entravamo in questo flusso, è stato uno dei primi, è servito a darci una rotta. A pensarci credo che tu abbia ragione, il verso che hai citato può essere la chiave di tutto il lavoro, come dire: prima di partire puoi programmare ogni dettaglio, ma nulla potrà mai evitare l'imprevisto, e l'abilità del navigante si vedrà nella sua capacità di ripensare il viaggio.

Durante la lavorazione di questo disco abbiamo allentato il controllo, abbiamo lasciato le finestre aperte e fatto entrare i rumori di fondo, le voci di chi ci passava, il vento che tirava.

Màrio è da sempre uno dei nostri riferimenti, la voglia di metterci in discussione ci ha spinto a sondare la sua disponibilità a collaborare, con nostra grande gioia i pianeti si sono allineati in modo favorevole ed eccoci qui. Ancora una volta accanto alla convergenza artistica abbiamo scoperto anche una bella affinità umana. In certi casi l’incoscienza e fortuna lavorano insieme.

Con Patrizia invece ci conosciamo da molti anni, ci siamo trovati spesso in giro per l’Italia (anche al Tenco del 2011, se ricordi) sempre ripromettendoci di trovare occasioni per fare qualcosa insieme. L’idea di chiederle di entrare in questa canzone è venuta partendo dal testo e immaginando che potesse riconoscersi in alcune parole. Personalmente mi piace moltissimo come dice “cuore di rosa”. 

Dopo questa canzone manifesto, prima di partire per altri lidi, Radio Bari 44 ci riporta indietro nel tempo proprio al 1944, alla storia di Radio Bari, la radio partigiana che proprio tra la fine del '43 e l'inizio del 44 trasmetteva messaggi in codice per i movimenti partigiani impegnati nella lotta di liberazione dal Fascismo condotta nel Centro e Nord d'Italia e trasmetteva anche, per la prima volta in Italia, musica jazz, guarda caso la base della vostra riuscitissima miscela musicale poi contaminata ed arricchita da sonorità mediterranee e di altri paesi lontani. Con voi, in questo brano, un grande del jazz come il sassofonista Roberto Ottaviano. Quanto credi che la musica possa servire da trait d'union, da linguaggio universale tra popoli magari fra lo geograficamente distanti?  I versi "Sfilano i cappotti dentro al freddo di gennaio, / ma stamattina in teatro lo spettacolo è in platea: / quanti volti, quante storie, quante voci, unica l’idea" mi sembrano espliciti in tal senso, no?

Il verso che citi ricorda il congresso dei CLN che si tenne a Bari nel gennaio del 1944 e che fu raccontato per Radio Bari da Alba de Cespedes, il teatro di cui si parla è il Piccinni. Come altre volte ci è capitato, un fatto storico, in questo caso della nostra Resistenza, può essere un pretesto per parlare del presente.

Il tema che poni è vasto e complesso, in questo momento nel mondo ci sono questioni politiche e interessi economici che impediscono una convivenza pacifica tra diversi e fomentano odio, divisioni e guerre. 

La musica e più in generale l'arte e la cultura possono essere un luogo per incontrarsi e riconoscersi come esseri umani e quindi in questo senso sono sempre "militanti": la West Eastern Divan Orchestra, per fare un esempio, suona Beethoven e Ciaikovsky, ma per la sua sola esistenza trasmette un messaggio di possibile convivenza e di armonia tra persone che, per provenienza e cultura, senza strumenti in mano sarebbero portate a odiarsi. 

La musica, veicolando certi contenuti, può contribuire a smuovere le coscienze e ad aprire "strade nel cuore degli altri", come diceva Fossati, noi stessi, nel nostro piccolo, proviamo a farlo, è vero che tutto può aiutare a creare dialogo e smontare pregiudizi, ma sono gocce nel mare.

Ci si muove in un contesto ideologicamente inquinato che specula sulla paura dell'altro e in un sistema commerciale che, ad esempio, parlando di musica, denigra e sminuisce l'impegno etichettandolo come pedante e seppellendolo sotto una montagna di canzonette leggere e disimpegnate (pensa ad esempio a cosa è diventato il concertone del Primo Maggio). 

Per noi Fabula l'impegno è una condizione esistenziale. Qualche giorno fa il giornalista Paolo Talanca ha scritto che le canzoni devono contenere la realtà, sono molto d'accordo, anzi, vorrei dire che per noi è un comandamento. Basterà? non credo. Servirà? Lo spero, magari anche solo un po'. 

Fabularasa dal vivo con Mário Laginha


Con la terza traccia Beniamina ci portate verso l'Africa ma, forse, sarebbe meglio dire che è l'Africa a raggiungere noi, perché la canzone ci racconta attraverso poetici versi e sonorità africane una storia vera, quella di una donna africana abusata in un campo di detenzione in Libia che appena giunta in Italia (a Bari per la precisione) dà alla luce una bambina cui sarà dato il nome Beniamina e che, grazie a un’adozione, oggi è cittadina italiana. I versi "Anima leggera, vieni per predire l’avvenire, / vieni a raccontarci del futuro che se ci pensi s’intravede già." mi hanno fatto tornare alla mente i pasoliniani versi di Profezia (Alì dagli occhi azzurri), problematiche sempre attuali che solo chi vuole voltarsi egoisticamente dall'altra parte può ignorare, sei d'accordo?

Guarda, fai un paragone che mi lusinga, citi un testo che amo molto e che mi è capitato di leggere in pubblico alcune volte. Il senso (si parva licet) è proprio quello.

Ho una lunga esperienza diretta nel mondo dell'inclusione e dell'intercultura e sono davvero convinto che questi nuovi italiani, con il loro bagaglio di energia vitale e determinazione, siano una concreta possibilità di salvezza per il nostro Paese.

La canzone, come dicevi, racconta una storia vera e terribile che mi è capitato di incontrare e che mi ha segnato profondamente, ho provato a raccontarla con pudore, ma senza reticenze. Ne è venuta fuori una canzone in puro stile Fabularasa, con la parte musicale che partecipa al racconto; chitarra e basso richiamano strumenti africani come la kalimba e il balafon e il ritmo è quello di una danza africana.

In questo video una versione live in un concerto con Mário Laginha.


La successiva Il mare che noi siamo, è una densa di riferimenti artistici e politici, da Cutro teatro del tragico naufragio migratorio del 2023 a Ellis Island dove gli immigrati venivano sottoposti a un'ispezione medica e alla verifica del possesso dei requisiti per stabilirsi negli Stati Uniti e poi ancora Valona (Vlora in albanese) la nave che nel 1991 sbarcò a Bari, in un solo colpo, 20000 migranti e Marcinelle nella cui miniera morirono 262 minatori di cui 136 italiani. Una canzone che ci parla ancora dell'indifferenza "Erode uccide ancora gli innocenti bombardando scuole ed ospedali. / Brucia tutt'intorno al tuo giardino e a malapena annusi il fumo, / e tu nemmeno senti il fumo.". Quale è la via per recuperare la sensibilità perduta? Per riappropriarci della nostra umanità?

Trovo ingiustificabili il fischiettare vago e la balbuzie dell’Europa davanti al genocidio, trovo insopportabile l’ipocrisia italiana nel raccontare i corpi in mare come fossero morti per caso, mentre invece sono vittime di politiche colpevoli attuate con la complicità di dittatori criminali, trovo incredibili questo endemico razzismo e questo drammatico deficit di empatia in un popolo come il nostro che del razzismo e delle discriminazioni è stato vittima per decenni e che ha vissuto il dramma della morte per immigrazione in tante famiglie, trovo inspiegabile l'indifferenza di tanti davanti a un male così vicino.

Questa canzone nasce dalla rabbia e dall’indignazione per tutto questo. Leopoldo, che ha scritto con me la musica, ha pensato a un’armonia e a un andamento che favorissero il racconto.

Credo che l’unico modo per invertire questa corsa verso il baratro sia recuperare un sentimento collettivo, recuperare l’empatia col mondo, smettere di vederci come goccia e provare a essere parte del mare.

Con Apologia di un formidabile cazzeggiatore, però, hai voluto guardare soprattutto te stesso, come volessi realizzare un autoritratto e forse cercando anche un po' di leggerezza e di ironia dopo tanta rabbia. Ascoltandola con molta attenzione appare più una sorta di ricerca di una via di fuga da questo mondo così opprimente "Dategli quello che vuole, dategli un giorno di sole, / il sorriso improvviso di una donna, l’amicizia imprevista di un bambino / e un pensiero al profumo di mandarino" per poi però ricadere però nelle solite abitudini "Ma non c’è niente da fare, è un animale fatto così / e dici: “Cosa darei per essere lui”. Cantata in terza persona assume un carattere universale non trovi? Meraviglioso poi il finale di solo pianoforte suonato ancora una volta da Mário Laginha.

È pezzo leggero e divertente, ma con un doppio fondo di complessità. Sì, sicuramente quando ho iniziato a scriverlo sono partito da elementi autobiografici, ma se fosse stato solo un fatto “privato” lo avrei tenuto per me; invece è diventato una canzone dei Fabula perché parlandone con gli altri abbiamo trovato che raccontasse qualcosa se non di universale almeno di più vasto rispetto alla sfera personale.

Secondo il mio maestro Franco Cassano, il sociologo del “pensiero meridiano”, il cazzeggio ha una sua nobiltà: il cazzeggio è il luogo dell’osservazione, della meditazione, dell’incontro con l’ispirazione, il cuore della canzone è questo.

Potrei dire che è un invito a cercare una dimensione più umana, a non arrendersi a un modello che ci vuole incasellati e imprigionati dentro un sistema di valori che fomenta la competizione continua. È un invito a uscire dalla fila e a trovare un punto alternativo da cui guardare il mondo.

Il pezzo si chiude con un meraviglioso assolo di Mário, che attraversa con leggerezza cento stili diversi in pochi secondi. Gli avevamo chiesto di chiudere il brano con un “cazzeggio”, è stato difficile tradurre il concetto in portoghese, ma a quanto pare siamo riusciti a farci capire…

Il brano a metà track list, come da vostra tradizione, è dedicato all'amata Puglia. Nel disco d'esordio omaggiaste Domenico Modugno, affrontando uno dei suoi cavalli di battaglia, ossia Vecchio frac. Nel secondo album affrontaste Siciliana, un'aria tratta da Cavalleria Rusticana che Mascagni compose proprio negli anni trascorsi a Cerignola ed ora è la volta di un omaggio ad un altro vostro conterraneo, Enzo del Re. Dal suo vasto repertorio avete scelto Io e la mia sedia, uno dei suoi canti più duri e di denuncia contro la pena di morte. L'avete eseguito solo voce e batteria suonata con le mani, per riprendere lo stile di Enzo del Re quando si accompagnava percuotendo una sedia con le mani, ottenendo delle sonorità che rimandano all'Africa, Credo che scelta sia mai stata azzeccata, soprattutto alla luce della recente introduzione della pena di morte per i cittadini palestinesi in Israele, no?

Secondo Amnesty oggi la pena di morte è ancora in vigore in più di 50 i paesi. Iran e Stati Uniti sono tra le nazioni con più esecuzioni e, come dicevi, recentemente Israele ha approvato la pena di morte per i Palestinesi "sospettati" di terrorismo. Per noi cittadini del Mediterraneo, nati nel paese di Cesare Beccaria, si tratta di un'autentica barbarie. Enzo aveva fatto della critica alla pena capitale una delle sue principali battaglie.

Enzo è nato e ha vissuto a Mola di Bari, città del nostro batterista e in cui anche io ho abitato per alcuni anni. Il suo modo di fare arte, di suonare, cantare, raccontare, ma soprattutto, il suo modo di affrontare la vita senza cedere a compromessi restano per noi un'ispirazione, un riferimento morale. Un modello non semplice da imitare, ma ci proviamo.

Fabularasa - Foto di Giuseppe Ottolino


In un disco denso, politico e sociale, può esserci spazio anche per una canzone d'amore come Scatole chiuse a chiave, ma nulla di melenso o di romantico, c'è piuttosto un cantare le conseguenze, spesso imprevedibili, crudeli dell'amore, direi descritte perfettamente dai versi iniziali "Due scatole chiuse a chiave contengono ognuna la chiave dell’altra; / seduti ai due poli del mondo ci diamo la schiena. / Sciarada, un movimento orizzontale di pensiero: sembra facile, ma non ne vieni a capo.". Un pezzo molto bello, con ampio spazio alla musica e agli assoli, gioia per i live. È vero l'amore è difficile, complicato, spesso porta solo sofferenza, però credo sia un rompicapo che valga sempre la pena affrontare, sei d'accordo?

Certo che sì, un maestro diceva: "è stato meglio lasciarsi che non esserci mai incontrati".

Questo è l'unico pezzo sopravvissuto al nostro periodo di silenzio: era pronto già a ridosso di D'amore e di marea, qui lo abbiamo sistemato e aggiornato dando spazio alla nostra voglia di suonare.

Mi ha sorpreso come tante persone si siano riconosciute proprio nel verso che citavi: un piccolo rompicapo innocente che però a quanto pare descrive la condizione di tante relazioni sentimentali, concluse o magari impossibili, ma che tuttavia mantengono un legame invisibile e duro a spezzarsi.

Con Canzone per una stanza vuota si canta di Bari, ma è un ritorno pregno di amarezza perché la canzone è dedicata a Pinuccio e Lella Fazio, i genitori di Michele Fazio il ragazzo che il 12 luglio del 2001 rimase ucciso per errore in una regolazione di conti tra le famiglie Capriati e Strisciuglio. Trovo meravigliosi i versi conclusivi "L’aria di maggio avvolge i vicoli di Bari questa sera. / Qui siamo nati e qui dobbiamo rimanere e qui ci troverà chi ci verrà a cercare." perché più che esprimere rassegnazione esprimono, invece, un fortissimo legame alle proprie radici, un implicito impegno di combattere per cambiare il male che pervade quelle terre, in realtà meravigliose. Credo sia anche il messaggio che volete trarre dalla loro lunga lotta per ottenere giustizia, vero?

Pinuccio è un nostro amico, il modo con cui lui e Lella sono riusciti a sopravvivere al dolore più grande che può toccare a un genitore è sempre stato per noi motivo di vera ammirazione. Maggio è un mese importante per Bari, perché è il mese di San Nicola, ma qui è sinonimo di primavera, di nuova stagione, di cambiamento. Quella che citi è una frase che Lella e Pinuccio ripetono spesso, come a dire che chi vorrà impegnarsi per la legalità troverà sempre in casa Fazio un presidio. Questa canzone – che abbiamo scritto con Marcello Colaninno, nostro collaboratore da tanti anni - è il nostro modo per ribadire loro la nostra gratitudine e il nostro affetto.

Cintillir è una canzone cantata in rumeno, ispirata alla poesia Pentru bani di Daniel Tomescu, un poeta e mediatore culturale barese di adozione. Il testo, fortunatamente è presente anche la traduzione, racconta le peripezie di un migrante rumeno alla ricerca di un semaforo dove mettersi a chiedere qualche moneta per poter sopravvivere, ma invece incontra ostacoli su ostacoli in una triste guerra tra poveri. Mi ha portato alla mente l'ultimo film di Ken Loach The Old Oak, che ho appena visto su RaiPlay. È proprio vero che tutto il male della povertà finisce per ricadere sempre e solo sui poveri. Attualissimo quel verso conclusivo "Dar de ce mama ? Doar sunt italian.” (Ma perché mamma? Dopotutto sono italiano), in un'Italia dove purtroppo ci sono ancora tanti italiani considerati di serie b. Si può ancora sperare in un futuro migliore?

Nella nostra ricerca intorno alla forma canzone ci siamo trovati a cantare in una lingua che non conosciamo. Quando ho sentito Daniel recitare per la prima volta la sua poesia, oltre ad averla trovata bellissima e potente, ho trovato che avesse un ritmo e una musicalità che la traduzione in italiano non riusciva a restituire. Allora ho pensato che fosse l'occasione per sperimentare il senso di soggezione che tanti stranieri provano nel cimentarsi con la nostra lingua, e così, con l'aiuto di un'amica rumena, mi sono avventurato. Franco Cassano, ancora lui, lo avrebbe definito un “esercizio di approssimazione all'altro".

La pulsazione elettrica e serrata dell'inizio ricorda il traffico caotico di un centro cittadino all'ora di punta, tra clacson e colpi di acceleratore, i suoni lunghi del finale rimandano alla calma della sera, per poi al mattino seguente tornare nel caos.

Un'altra storia trovata nella nostra città, uguale a tante in tutto il mondo, a cui abbiamo voluto dare musica. 

"Una strada fatta cantando è una strada libera, cumuli di rondini piegano sull’acqua. / Il motore suona leggero, dove mai mi porterà? Nuvole pagane solcano la notte.", sono davvero meravigliosi questi versi che aprono Itaca. Mi sembra si inseriscano perfettamente nel vostro mondo poetico. Non so come sia nata questa canzone scritta e musicata dal cantautore milanese Claudio Sanfilippo, ma sembra scritta apposta per un vostro disco, non ti sembra?  Inoltre, quella comparsa di archi dona ulteriore grazia a questo bellissimo pezzo, com'è nata questa collaborazione artistica?

In questo album fatto di esplorazioni oltre confine ci stava anche la sfida di cimentarsi con un inedito composto da un'altra penna, dunque non una storia e un suono conosciuti, ma qualcosa di completamente nuovo. Sanfi è un cantautore straordinario per intelligenza, gusto, cultura e sensibilità, l'idea di collaborare era nata con una telefonata alcuni anni fa: chiacchierando mi aveva raccontato di avere questa canzone nel cassetto, quando con gli altri l'abbiamo ascoltata ci è sembrato davvero un delitto che nessuno la conoscesse.

Claudio ha apprezzato molto la nostra versione e ci ha autorizzato a metterla su disco.

Nella tracklist ha il compito di riportare la barca in porto, di accompagnare chi ascolta verso la fine del viaggio. L'idea di inserire archi e contrappunto di violino è di Leopoldo, un’altra sonorità nuova per i Fabularasa.

Hai parlato, giustamente, di questo vostro nuovo disco come di un viaggio, aggiungerei io a volte avventuroso e rischioso come quando si è in mare aperto e, credo, che l'ultima traccia La sabbia e l'oro, solo voce e il pianoforte magico di Mário Laginha sia il degno suggello di un lavoro così bello e allo stesso tempo ardito. Quei versi ripetuti "Sì, la clessidra fa il suo lavoro, ma la sabbia che ancora rimane, / quella sabbia trasformala in oro." li definirei "uno sguardo dritto e aperto nel futuro" per dirla alla Bertoli, che di questi tempi è un bel segno di speranza. È così?

Come ti dicevo, per questo disco abbiamo lavorato molto intensamente e con grande coinvolgimento emotivo: abbiamo cercato sfide nuove, chiamato per nome i nostri fantasmi, messo le dita nelle ferite e fatto i conti con i nostri limiti. Abbiamo voluto che tutto questo suonasse nitido e leggibile, fino all’ultima nota, e per farlo abbiamo consumato tutto quello che avevamo, arrivando in porto stremati e con la stiva completamente vuota.

Ma ecco, quando pensavamo di aver finito, nell’ultima ora di registrazione, come un piccolo miracolo inatteso, arriva questo magnifico regalo di Mário. L’ennesimo, splendido imprevisto a pochi metri dal traguardo. È stato come sentire di nuovo la nostalgia del mare.

Con Giuseppe - che ha scritto il brano - e con gli altri ci siamo chiesti cosa fare di questa musica, se sovraincidere qualcosa, se inserire dei suoni, poi abbiamo capito che il pezzo non aveva bisogno di altro e che sarebbe entrato nel disco così com’era.

Ho scritto un testo molto breve che risuonasse con il pianoforte. Pochissime parole che esprimessero quel sentimento: il tempo passa, la sabbia diminuisce, ma proprio per questo è importante far tesoro di quello che ci rimane.

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