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venerdì, febbraio 16, 2024

Marco Ongaro - La spia che ti amava, ossia pericoli e peripezie dell’amare

di Fabio Antonelli

Anticipato a novembre dello scorso anno dall’uscita del bel videoclip “La spia che ti amava” e il giorno di San Valentino dal secondo videoclip “S.r.d.”, esce proprio oggi il nuovo disco del cantautore veronese Marco Ongaro, intitolato “La spia che ti amava” (2024 Long Digital Playing). Un disco decisamente rock, realizzato con le Cifre, un classico trio basso elettrico, chitarra elettrica e batteria che vede come interpreti Pepe Gasperini, Pietro Franzosi e Giovanni Franceschini, con l’aggiunta di due coriste Lucia Corona Piu e Jessica Grossule. Se l’impianto del disco è rock, la scrittura poetica e raffinata di Marco Ongaro la fa da padrona.


Come consuetudine, se sei d'accordo, partirei da copertina e titolo. Una foto in cui ti si vede camminare furtivo per strada nascosto quasi per intero da una siepe. Con gli occhiali scuri da sole sembri quasi un agente segreto in azione e, guardando bene per intero la foto, a sinistra si vede parzialmente qualcuno o forse meglio qualcuna che di nascosto ti fotografa. Il titolo sembrerebbe togliere ogni dubbio. Com'è nato il tutto?

In verità il braccio del fotografo che mi ritrae di nascosto in copertina è del videomaker Oscar Serio: lui sta girando il video del singolo La spia che ti amava che dà il titolo all'album mentre Stefania Tramarin scatta sul set la foto che con l'intervento dell'art director Tiziano Cristofoli sarebbe diventata lo scatto di copertina. Una mise en abyme casuale che, se l'avessimo pensata, non sarebbe venuta così bene. Cristofoli ha poi insistito mettendo un fotografo anche dietro la vetrata del locale da cui vari miei cloni si allontanano nell'immagine del libretto interno usata come copertina del video su YouTube. La privacy è violata dal principio, c'è sempre un paparazzo da qualche parte, ciascuno fotografa qualunque cosa in ogni momento, uno dei sensi della title track sta appunto nell'essere spie grazie allo strumento di spionaggio per eccellenza, la macchina fotografica di cui ormai ogni telefono è provvisto. Ma se "L'amore è un'informazione che sfida l'algoritmo dell'iPhone", il resto delle manifestazioni della nostra esistenza ormai non si sottraggono alla sudditanza digitale, o almeno si crede sia così. Si cercano prove dell'amore dell'altro andando a spiare il suo cellulare mentre dorme, ma l'amore non lascia prove di sé se non effimere, ambigue, fraintendibili. E a poco serve cambiare la password "un giorno sì e un giorno no", bisogna rassegnarsi all'irriproducibilità virtuale del sentimento, quindi al suo impossibile smascheramento. Una parola lasciata su una chat può essere mal compresa mille volte e celare così l'essenza del sentimento che l'ha suscitata. Le parole scritte, le stesse immagini, mentono il più delle volte a dispetto della voglia di rappresentarsi da cui scaturiscono. Allora i miei occhiali scuri, finti Cartier comprati al mercato delle pulci di Glignancourt, non nascondono solo il mio vero sguardo, ma anche la loro natura "tarocca", e gli edifici da Miami Vice che Cristofoli ha messo in rilievo con la luce camuffano il complesso residenziale di Verona in cui una felce di qualche tipo suona come una pianta tropicale. Non c'è niente di vero nel mondo delle spie, tranne l'apparenza.



Ecco, diciamo che così mi hai già parlato anche della title track che apre con una grande grinta rock il disco, per cui passerei alla seconda traccia Il gelsomino, un brano dolcissimo in cui un fugace incontro tra due amanti si fa pura poesia, che belli i versi in cui descrivi lei nell'amplesso "E la schiena si mostrava nel suo volo / era l'esile sua tempra / solo per chi l'amava / candida su un bianco stelo / potente come la sua fiamma / ardente tra la tragedia e il dramma". L'atmosfera ha un qualcosa di francese, di Nouvelle Vague, ma magari è solo una mia impressione...

Come contraddire una tale affermazione? Quando si parla d'amore la Nouvelle Vague occhieggia felice. Direi più Truffaut che Godard, più Rohmer che Chabrol. Poi l'evocazione è soggettiva, la pennellata dell'autore tende a sollevare nell'animo di chi legge o ascolta echi delle rispettive esperienze. Per me, ad esempio, si sovrappone all'immagine di un airone che vidi una mattina di giugno "nella pioggia rada", e rara visto il luogo e la stagione, su una spiaggia di Sifnos nelle Cicladi. Non sai mai cosa ti fa venire in mente un'immagine. Così come un profumo. Il gelsomino del titolo è la parte per il tutto, ciò che accoglie all'arrivo e ciò che lascia alla fine, una sorta di saluto, un profumo che incornicia il ricordo con la sua struggente intensità. L'uso dell'imperfetto poi: la canzone è tutta all'imperfetto, un tempo verbale di per sé elegiaco. Il ritornello di El portava i scarp del tennis, oltre alla potenza delle parole di Jannacci, riesce a rendere mitica e gloriosa la semplice figura di un barbone in virtù dell'imperfetto, questo tempo così meditativo, inconcluso, continuativo. Usato nelle strofe di Gianna da Rino Gaetano rende epica la pur stramba figura della ragazza prima di sdrammatizzarla nel presente del ritornello che si stempera poi nel futuro proverbiale di "chi vivrà vedrà". La scelta di narrare all'imperfetto è la scelta di immortalare, molto più che con il passato remoto. Se si deve fare una statua commemorativa in poesia, niente di più potente dell'imperfetto. A volte scrivere di un ricordo aiuta a custodirlo.

S.r.d. con il suo potente riff iniziale ed un ritmo rock molto teso ma allo stesso tempo gioioso, ci porta ad affrontare un altro capitolo dei rapporti di coppia. Se in economia i rapporti societari si muovono tra S.p.A., S.a.s. o S.r.l. l'amore sembra regolato da una S.r.d., cioè una Società a responsabilità disperata, in cui i rapporti tra i due sono "una sfida al ribasso tra due libertà". Il tema è svolto in tono quasi scherzoso, incomincia con un "Tu amavi me / io amavo te / ma tu temevi che / tra te e me / il primo sarei stato io / a dire addio" per passare a "Tu ami me / io amo te / ma tu sospetti che / tra te e me / il primo sarò io / a dire addio" e finire con "Io credo a te / tu credi a me / Però non credi che / tra te e me / l'ultimo sarò io / a dire addio". Sembra quasi un L'hai voluto tu (Eptalogia delle colpe e del perdono - Archivio Postumia) 2.0, o sbaglio?

In effetti tendo a sdrammatizzare e il rock 'n' roll aiuta molto. Sto fatto che si tratti di "dondolare e rotolare" in fondo non rende mai del tutto serio ciò che si racconta. Era mia intenzione ridere di questa abitudine, di quando si è innamorati, a rendere prossimo il distacco, a scongiurarlo attirandolo in una serie di profezie che si autoavverano culminanti nella dichiarazione "Mi lascerai", cui si risponde naturalmente "No, sarai tu a lasciarmi". È un gioco che si fa quando si è cotti persi e non si ha in fondo molto altro da dirsi tra un abbraccio e l'altro. E hai ragione! Sei andato a pescare una canzone in Archivio Postumia che finiva mettendo a braccetto Luigi Tenco e Piero Ciampi: "Mi lascerai, non ti lascerò. Io sì io sì. Tu no tu no". Me n'ero dimenticato e questo la dice lunga su quanto possano essere utili agli autori dei recensori preparati. In effetti questo giochino che ho intitolato Società a responsabilità disperata riprende il discorso dalle recriminazioni amorose di L'hai voluto tu e lo porta avanti in modo meno adulto, lo infantilizza così come ci si infantilizza nell'innamoramento. Non si crede che l'amore dell'altro resista più del proprio, mentre dentro di sé si spera che avvenga proprio questo, perché il primo a disamorarsi sarà quello che poi starà meno male, se togliamo il senso di colpa di essersi disamorati che comunque non è dolore vero e proprio. Ma finché si fa il giochino nessuno ancora sta male, si cerca solo di prefigurarsi l'inevitabile, un po' per esorcizzarlo e un po' per quel masochismo da cinema horror per cui si prova un brivido standosene però ancora bene al sicuro. Per questo l'arrangiamento del brano è di per sé "poco serio", inanellando rock anni Cinquanta e Sessanta a momenti punk e visioni elettriche un po' buffe come le sa fare Vasco Rossi. Lo stile è frammentario e concitato, a volte ripetitivo come i discorsi che si continuano a fare con piccolissime variazioni all'unico scopo di tenere il contatto in amore. Ho voluto farci un video giocoso proprio per questo, quasi irriverente dal punto di vista del rocker. Niente cuori straziati, solo immaginazione reiterata su modelli coattivi. Gli stessi discorsi in vari posti diversi. Di cosa parliamo quando si parla d'amore? Ma di lasciarci, è ovvio!



La successiva Lo sfondo è di una dolcezza incredibile, si apre con questi magnifici versi "Tutto è sfondo dove non sei tu / tutto è scenografia / tutto è sfondo quando sei via / tutto è retroscena / chi camminava si ferma / chi discorreva sta zitto / e la proprietà del mondo / in fondo è un affitto" e ci racconta di una storia d'amore mancata e della perdita di senso di tutto il resto, che alla fine diviene solo sfondo. Personalmente è forse il brano che più mi ha colpito e quel verso "Tutto è sfondo dove non sei tu" è così bello da avermi fatto venire in mente il verso "Se dovessi reinventarti ti farei dal vero" di Pierangelo Bertoli.

E tu mi citi Bertoli che con il mio discografico attuale, Luca Bonaffini, ci ha scritto canzoni. Lo sfondo vuole rendere l'idea di un egotismo traslato. Se per l'egotista il mondo è tutto filtrato dalla sua sensibilità ed esiste in quanto pura autopercezione, nel caso dell'egotista innamorato il mondo appare totalmente filtrato dalla sensibilità della persona amata. Se lei non c'è, l'ambiente diventa uno sfondo inane, una specie di programma di videogame per un gioco di ruolo in cui le interazioni non si innescano, i personaggi che lo abitano non agiscono e i suoni e le immagini si mostrano nella loro insensatezza di circuiti immotivati. Mi piace fare poesia citando i videogame, i pixel e l'elettronica, un po' cyberpunk. In verità non è detto che la storia d'amore della canzone sia mancata, il testo tratta dell'ipotesi di tale fallimento. "Se dall'aereo tu non scendi / o il bagaglio non esce mai", o ancora "Se tu riparti prima del tempo / o ti sistemi in qualche hotel". È il gioco letterario del "e se...", un altro modo di dichiarare l'amore, facendo capire quanto la persona mancherebbe qualora mancasse. Accidenti, fino a qua è proprio un disco sull'amore!

Scusa Marco, te lo cito nuovamente, perché se Bertoli in Poeti cantava "I poeti son poeti perché scrivono poesie / Fanno a gara nei concorsi dove vincono bugie / quei concorsi col salame, con la medaglietta d'oro / hanno il vizio di spiegarti che i poeti sono loro" qui, in Concorsi di poesia senza poeti, abbiamo uno scenario forse ancor più sconsolante "Complottavano nei portici come profeti / forti di qualche ingenua che li aveva condivisi in un post / sognando concorsi di poesia senza poeti / dove spadroneggiare grazie alla Gazzetta dello Sport", sognando di far parlare di sé fosse anche solo per un giorno "In concorsi di poesia senza poeti / a far parlare oggi e domani si vedrà", ma forse non sono tanto le vittime a destare la tua compassione quanto chi, cosciente della loro mediocrità li adula innalzandoli come massimi poeti "Tra catering kermesse prego astenersi / da faccine selfie e altre forme di pornografia". Potrebbe, in qualche modo, essere considerata un seguito di Ciascuno ha il proprio festival?

Lo è senz'altro. Entrambe sono invettive sui carrozzoni. Prosegue sul solco dell'indagine sulle motivazioni profonde di chi organizza tali concorsi, spesso un'aspirazione inconfessata alla poesia. Taluni operatori culturali che sotto sotto, se vai a grattare bene, scopri che nascondono le loro "poesie nel cassetto". Taluni radunatori di cantautori che scopri essere loro stessi cantautori, sebbene non apertamente dichiarati, poeti mancati che puntano sull'altrui mediocrità o sulla vicinanza a qualcuno di effettivo valore per risaltare in società, se non altro per emergere o parificarsi. Il problema con un'invettiva è come risolverla infine, dove mandarla a parare. Mentre in Ciascuno ha il proprio festival il protagonista punta al mercimonio come risarcimento per l'altrui presunta incomprensione, qui ho voluto porre il ritornello in un territorio lontano, un canto senza autore o di autore ormai ignoto, che molti di noi cantavamo andando in montagna o nelle passeggiate da bambini e che nessuno riconosce più, in base al mio esperimento. Incerti pure sul titolo (Lassù sul monte nero o anche Caramba) in internet lo definiscono "canto scout" come pure "canto di pace" o "canto contro la guerra", ed è una specie di Spigolatrice di Sapri che muore con tanto di mitragliata nemica nella strofa più drammatica che però da bambino non mi facevano cantare mai. La fermavano prima. Mi è bastato prendere una strofa di questa, cambiare i "dodici briganti" in "tredici invitati" e il détournement era servito. Chi è l'invitato che non beve? Come diceva Thomas S. Eliot, ne La terra desolata: "Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?" È l'eterno mistero dell'autenticità.

Foto di Stefania Tramarin


Un'altra chitarra elettrica dal suono teso e un coro a far da contraltare con i versi "Tieni le distanze / poche confidenze / Tieni le distanze / poche confidenze" apre Una via di fuga. Lo scenario mi sembra essere la pandemia ma, sembra che il tenere le distanze più che una regola dettata dall'emergenza sanitaria sia più un'imposizione amorosa, un altolà all'approccio amoroso, almeno mi sembra di intendere dai successivi giustificativi versi "Vuoi trovare una nuova persona / che ragioni a mente fredda / che abbia una vita sana ed un'anima assai buona senza essere per forza un Buddha / ma nessuno è senza macchia / senza un Fracchia nell'armadio". Trovo che i versi "Al mattino una rugiada alla sera una candela alla notte una via di fuga" siano una perfetta sintesi della situazione descritta dalla canzone o mi sbaglio?

La pandemia come esperienza di isolamento e di divieti, certo, che sinteticamente trasforma un ipotetico refrain alla "twist and shout" nei versi del coro, che sono esortazione e figure da ballo collettivo: invece di "butta in aria le mani / e poi falle girar" ci troviamo ora con "tieni le distanze / poche confidenze" a compendiare il cambio di epoca. Così come la figura retorica della personificazione viene a ripopolare nel ritornello le spiagge e i paesaggi disertati dagli umani, e per fortuna che il linguaggio almeno ci soccorre ancora. Va da sé che l'isolamento e lo spopolamento di umani dal mondo, ripopolato invece a dismisura nei siti virtuali, comportino pure difficoltà d'incontro amoroso in senso concreto. Esplosioni di chat mentre il coprifuoco impazza. Nei versi che citi mi è molto piaciuto traslare il solito scheletro nell'armadio nella maschera di Fracchia che tutti conserviamo nell'intimo, antonomasia sconosciuta ai giovani che forse riconoscono per sentito dire Fantozzi. Giovani che dovrebbero studiarsi il nostro Gogol, il nostro Melville, il nostro Kafka: l'incredibile Paolo Villaggio grande fustigatore di debolezze nazionali per nulla superate. I versi che citi nel finale della tua domanda, è vero, raccolgono l'emozione di quei tempi in cui si era bloccati per disposizioni governative, costretti a una frugalità umana dalla quale chissà se ci siamo ripresi.

Con Ritratto di donna scomparsa, c'è un cambio di scena totale, si può dire che cambi completamente anche lo stile di scrittura che si fa più descrittivo, andando a cogliere i particolari di un'assenza "di una casa di una stanza / negli scaffali in ordine / di un armadio a scomparsa / cucina senza intingoli / parete con credenza" aggiungendo però con quel "averne avuto già / più che abbastanza /sapere di mancare un giorno / magra soddisfazione" segno inequivocabile di precedente insoddisfazione. Più enigmatico il finale "Il quadro si è piegato / eppure non lo era / dev'essere passato / qualcuno a qualche ora /forse un colpo di vento", quasi una presenza "in casa tutto è spento / però c'è luce ancora"... C'è bisogno che ci illumini. Splendido l'assolo finale di chitarra elettrica, mi ricorda Santana...

Mi assicurano che il chitarrista Pietro Franzosi stesse pensando a John Mayer, ma effettivamente può ricordare Carlos Santana. Di certo hai ragione a definirlo splendido. Pennellate misurate, distorsione q.b., gusto dell'attesa e dell'affondo, finale in vorticosa ascesa. Il titolo della canzone è come capita a volte il verso mancante. È Lo sfondo che dalla quarta canzone viene in rilievo nella settima. Se prima era onnipresente ma insignificante, insufficiente nell'ipotesi di assenza della persona amata, ora acquista tutto il senso che si cerca non trovandola più davvero. Gli oggetti diventano indizi in un'indagine, elementi di un identikit, immagini solitarie tra Hopper e Morandi. Se prima tutto era niente, ora il niente diventa tutto e sembra parlarci di lei, di com'era quando c'era, di perché se ne sia andata. Si compone così un ritratto che, come ogni ritratto, è la rappresentazione dell'assenza sostanziale della persona, la descrizione della sua mancanza. Come la stanza in cui Salvador Dalì nella sua casa di Figueras raffigura il volto della procace Mae West mettendo una tenda bionda per i capelli, un rosso divano per la bocca e due quadri di gente in piazza per gli occhi, qui ogni dettaglio della mobilia descrive la donna scomparsa del titolo. E una cornice fuor di sesto per chissà quale ragione offre all'osservatore non certo disinteressato il sospetto, l'illusione, forse la speranza che lei sia ancora lì da qualche parte, scampata grazie a qualche momento di disattenzione. La casa è al buio, eppure c'è o s'intravvede della luce, vorrà dire qualcosa. In verità non c'è rassegnazione, né nella donna scomparsa forse proprio per questo né in chi ancora la cerca dove un tempo fu.

Ed arriviamo a Ma tu sorridi, canzone lenta, accompagnata per tutto lo svolgimento dal clarinetto suadente di Marco Pasetto. L'atmosfera del brano mi riporta un po' ad Anni ruggenti, in più sento molta nostalgia in questa canzone che parte da un presente, un dato di fatto, "Si vuole il corpo e si vuole la mente / ognuno cerca un cuore gentile / per questo lascio il ricordo indulgente / vagare all'ombra del vecchio cortile" per passare a dei versi all'imperfetto che emergono dai ricordi "C'erano pietre brillanti di sole / ed incantesimi di naftalina / sotto il sospiro del vento la gonna / già troppo adulta per una bambina" e poi si torna ancora al presente "Ma tu sorridi se scatta la foto / guardalo in faccia quando ti parla / abbassa gli occhi quando è arrabbiato / apri le orecchie orecchino di perla". Chissà che diranno le donne qui ... Fino agli amari versi finali "Ciò che è passato lo chiamano vita / E non esiste il presente davvero". Che mi racconti?

Se vogliamo lasciare "il ricordo indulgente vagare all'ombra del vecchio cortile", per forza di cose si va nel passato. E, come sottolinei tu, ci si va a passo alternato. Il cortile è un po' un Giardino dell'Eden e l'infanzia di ogni bambina, questa in particolare, è normalmente vissuta nell'innocenza di un paradiso terrestre destinato a guastarsi. Nella canzone in modo sotteso c'è questa atmosfera di perfezione corrotta, perché laddove si tratta di corpo e di mente, e torniamo all'amore ma anche strettamente all'eros, la presunta purezza infantile non può che tramutarsi in qualche shock che prepara la vita adulta. Non è chiaro nel brano, volutamente, di che natura sia lo shock. C'è un uomo, autorevole o autoritario, certo, potrebbe essere un padre come pure uno sconosciuto, come l'uomo con cui la donna vive adesso. Ciò che conta nel presente inesistente della protagonista è che il passato non è mai trascorso davvero, è una reminiscenza che occupa l'attimo che lei vive riempiendolo di determinati attimi che visse un tempo. Lei e la sua vita sono il risultato di qualcosa accaduto nel suo passato, in quel cortile, qualcosa di pregnante, non per forza riconoscibile in una categoria estetica di bello o brutto, ma talmente significativo da essere ancora qui, con lei, adesso. Allora il presente dei versi che tu hai citato non è che il passato che mai la lascia. Non sappiamo più se quel padre o quello sconosciuto sono davanti a lei in questo momento o se ne sono semplici rappresentazioni rimesse in circolo da altre persone o da fantasmi. L'identificazione tra passato e presente è assoluta, forse per un trauma, forse per una felicità tenuta stretta. Marco Pasetto e il suo clarinetto, certo, ma Anni Ruggenti proprio no. L'arrangiamento imbastito da Pepe Gasparini poggia sul suo basso intrecciato alla batteria di Giovanni Franceschini e alla chitarra di Franzosi in un modo talmente sofisticato da essere lontano anni luce dal dixieland di quel disco birbante. Per non dire delle voci di Lucia Corona Piu e Jessica Grossule, sirene morbide a unire il ricordo alla neutralità dell'attuale.

Il dixieland scoppiettante di Anni Ruggenti è indubbiamente distante dalle sonorità di questo lavoro, ma il clarinetto di Pasetto, sempre morbido e rotondo, lo trovo inconfondibile, intendevo questa assonanza ma passiamo, invece, ad Aveva un uomo in cui c'è ancora uno stupendo sottile gioco di parole nei versi "Ce n'era stato uno prima / forse più di uno / ma chi c'era stato non c'era / proprio quando c'era / era sì il suo uomo / ma poi non ci credeva / e lui non lo sapeva / com'è che un uomo è uomo / di una donna vera / una donna che invece c'era / c'era". Trovo il tutto sublime anche quando un tema serio come quello della presenza-assenza di un uomo accanto a una donna è sapientemente stemperato da un "abracadabra la vita ha deciso / tra un Lalaland e un Tralalà", ove "Ogni sospiro un motivo ce l'ha"...

Lalaland è un film musicale, e lo stesso vale per Tralala, molto meno noto, che ho avuto la ventura di vedere un paio di volte al cinema a Parigi. In Italia credo non si sia nemmeno affacciato. Sono due musical, insomma, utili a descrivere l'universo della protagonista, una rappresentazione tra oroscopi e Tarocchi dove ci si aspetta che qualcuno a un certo punto si metta a cantare o faccia qualche passo di danza, una vita poco seria trascorsa non tra incudine e martello ma tra un uomo che non c'era più da subito e uno che deve sempre ancora arrivare. Il gioco tra passato e presente della canzone precedente qui si sospende nell'area dell'attesa, durante la quale la vita effettivamente scorre. E tra le magie delle fiabe e i sogni del musical non passa neanche poi male. Un brano che sottolinea quanto una donna sappia meritare molto più di quello che alla fine le capita di avere, circondata da uomini insufficienti, incapaci di esserci pure quando ci sono. La suggestione musicale del testo è avvalorata nell'arrangiamento da evocazioni di Kurt Weill eseguite però dalla chitarra distorta dei Black Sabbath e contrappuntate da un tema vocale femminile alla Ennio Morricone. Un miscuglio fortunatissimo, un equilibrismo che unisce il teatro di Brecht al reality di Ozzy Osborne, un guazzabuglio miracolosamente riuscito che ben rappresenta l'esistenza e lo spessore della protagonista.

Foto di Stefania Tramarin


La traccia numero 10, intitolata Pascoli Verdi, è come ormai consuetudine nei tuoi ultimi dischi, una traduzione in italiano di una canzone straniera. La scelta questa volta è caduta su Pastures of plenty di Woody Gutrie e, quello che originariamente era un pezzo country folk, qui è diventata una ballata rock più conforme all'intero spirito dell'album. Come è nata questa scelta e quali le eventuali difficoltà nell'adattamento se ci sono state?

Nel luglio 2012 a Modena Maurizio Bettelli, cantautore, operatore culturale e massimo esperto italiano di Guthrie, organizzò un Tributo a Woody Guthrie per il Centenario della nascita e mi invitò. Mi assegnò anche la canzone che avrei dovuto cantare, Pasturses of Plenty appunto, i pascoli dell'abbondanza, che per l'occasione tradussi in Pascoli verdi. Il primo imbarazzo all'epoca era quello di andare lì e cantare in inglese, cosa che avevo fatto negli anni 80 quando indossavo il costume del canadese O'Gar per contrabbandare della Italo Dance di cui scrivevo i testi in lingua straniera. Dopo aver smesso nel 1986, mi ero ripromesso di guardare in faccia il pubblico da lì in poi cantando solo in una lingua che potesse capire. Per quanto millantassero, gli italiani non hanno mai capito un'acca di inglese cantato, men che meno cantato da me. Dunque, mi parve naturale tradurre il brano per cantare quello che dice Guthrie a un pubblico che potesse afferrarlo. Prima sentii la sua versione, poi ascoltai un bootleg in cui Bob Dylan maltrattava il brano abbastanza da rendere facile impossessarmene. Forgiai su Dylan la traduzione cantata. Per questo sul disco dichiaro che l'ho tradotta "per colpa di Maurizio Bettelli": non mi avesse invitato non mi sarei mai cimentato in un'impresa tanto azzardata perché, se il testo è parecchio fedele com'è mia abitudine, la musica è proprio liberamente interpretata. Il tutto ovviamente si confà senza problemi allo spirito dei folksinger di allora che si passavano le canzoni e le riarrangiavano da uno Stato all'altro facendone qualcosa di proprio. In questo caso il chitarrista Franzosi ci ha messo pure del suo, creando un'intro alla Hendrix non distorto che conferisce una particolare tensione alla ballata. Il testo è tra i più letterari di Guthrie, tratta della tematica delle migrazioni americane in seguito alle tempeste di polvere di cui John Steinbeck narrò nel romanzo Furore. C'è epopea da vendere, insomma.

Eccoci così arrivati al brano che chiude il disco Quello che accadrà, dedicato a Vittorio De Scalzi, con quei versi toccanti del ritornello "Was ist loss mit dir / la clessidra vuota / was ist loss mit dir / la sua sabbia idiota / nudo il buio sembra quasi blu / c'era un'ombra forse tu" sorretti da una struggente melodia, cui alla fine si aggiunge il verso "Quello che accadrà sarà un po' niente" che chiude la traccia con la musica improvvisamente interrotta. Mi dici qualcosa del rapporto che ti univa a Vittorio, che credo andasse oltre l'attività strettamente professionale?

Con Vittorio De Scalzi era facile essere amici, tale era la squisitezza della sua persona. Ci si divertiva e si giocava, il suo particolare calore umano non veniva mai meno nella comunicazione, di una qualità eccellente. Insieme abbiamo lavorato a Gli occhi del mondo, dalle poesie di Riccardo Mannerini, su suggerimento di Enrico de Angelis che mi aveva proposto come sostituto di De André in quello che avrebbe dovuto essere il seguito ideale di Senza orario e senza bandiera, ma il lavoro era andato oltre quella collaborazione, diventando subito complicità. In compagnia di Marco Spiccio, Max Manfredi, Cristiano Angelini e la moglie Mara abbiamo passato bellissime giornate e serate genovesi tra canzoni e prosecco. Quello lo portavo io. Lui mi ha aiutato a rifinire le canzoni del mio spettacolo teatrale sulla Costituzione nel 2009, di cui siamo coautori, e io per lui ho scritto i testi di un intero concept album sul Graal, di cui solo una canzone finora è stata pubblicata. Funziona così tra autori e musicisti: l'amicizia è fatta di ciò che si fa insieme, quello che si è creato in combutta continua a tenerci uniti per sempre, a prescindere dalle sorti seguite poi da ciascuno. È stato un privilegio lavorare con lui significa: è stato un privilegio essere stati amici. E un grande piacere. Per questo gli ho dedicato l'ultima canzone del disco. Ora che lui manca fisicamente in questo mondo sarà difficile che ci accada qualcosa ancora. Tutto qui. La falla spaziotemporale si è richiusa, per il momento.


mercoledì, febbraio 14, 2024

Susanna Parigi - In differenze

marzo 2009

In differenze: un disco che non può lasciare indifferente

di Fabio Antonelli


“È un miracolo, né di più, né di meno. Il miracolo può essere di nostro gradimento o meno, censurato o meno. Ma resta pur sempre un miracolo… C’è qualcosa di commovente in questo progetto di Susanna… Straordinario perché non troviamo altre parole per questo album IN DIFFERENZE che sicuramente dà uno schiaffo all’indifferenza e insieme alle differenze (musicali, di pensiero, di percorso, di nazionalità, di scelte) cerca uno spazio, un luogo dove poter esistere”.

Con queste parole Vince Tempera nel 2006 descrisse questo nuovo disco di Susanna Parigi (ormai non più nuovo, è, infatti, di imminente uscita un suo nuovo lavoro) nel comunicato stampa di presentazione dell’intero progetto ed io, sottoscrivendolo in pieno, potrei una volta tanto chiudere immediatamente qui le mie considerazioni, però non mi riesce di non dire la mia di questo magnifico disco, purtroppo capitatomi tra le mani solo ora ed allora, procediamo nello smontaggio del giocattolo, un po’ come fanno i bambini curiosi.

Prima di cominciare voglio però sottolineare alcuni aspetti notevoli di questo progetto: la copertina che è una magnifica eloquente fotografia del fotografo brasiliano Sebastiao Salgado che ha ispirato a Susanna Parigi la canzone In differenze, brano che ha dato il titolo anche all’intero album; la voce splendida di Susanna Parigi capace sia di accarezzarti con delicatezza sia di scuoterti dal torpore o di affascinarti raccontando; i grandi musicisti che hanno collaborato alla realizzazione del disco da Pat Metheny a Tony Levin, passando per Ellade Bandini, Ares Tavolazzi, Flaco Biondini, il quartetto Picasso String e l’orchestra sinfonica di Sofia.

Tutto questo senza dimenticare la capacità di scrittura di Susanna Parigi, arguta osservatrice di sé stessa e della società, tutti elementi che hanno reso grande questo disco.

Ma veniamo all’ascolto vero e proprio del disco che si apre con Opera buffa canzone che inizia con un intervento degli archi che fa molto musica da camera per poi lasciar spazio al cantato arioso e limpido di Susanna ed ai suoi versi disincantati “Rido alla storia, rido alla memoria / rido…non compro il sistema m'ingoia / rido all'orrore della nuova economia…” e poi più avanti “Rido e mi pento di non aver ucciso / chi ha licenziato talento e sorriso, e quasi soffoco in questa mia risata”.

Percussioni e sonorità pop contraddistinguono il brano La fatica e la pazienza una sorta di lettera di Susanna a suo padre, che se lei avesse portato in una qualche edizione del Festival di Sanremo probabilmente avrebbe stravinto perché coniuga alla perfezione uno splendido testo “Dietro vicoli di pane, lungo fiumi d'ombra e sole, / acquaragia, terra rossa…mi insegnavi a colorare…/ La fine cambia verbi, / prospettive, angolazioni, lascia senza fiato, / sarà carico il futuro di tutto quello che mi hai dato” ad una musicalità ad una vena melodica che prende al primo ascolto. Toccante.

Vera perla di questo disco è poi Amada che vede all’opera in veste sia di esecutore sia di compositore della musica, quel geniaccio di Juan Flaco Biondini che tanti conoscono per averlo visto per anni all’opera al fianco di Francesco Guccini e che qui delizia con immaginifici e sognanti arpeggi donando un fascino ad un testo magistrale che ci descrive i momenti ultimi di preparazione della protagonista al grande passo del matrimonio con immagini come queste “Amada davanti allo specchio si spoglia e si scioglie i capelli, / prepara la festa nuziale, si vede già sposa all'altare. / Si dedica all'ultima notte e libera corre nel bosco, / si stende su un letto di foglie ed è pronta all'assedio del mondo”.

Con Più grandi di Dio, Susanna affronta un tema mistico, ma con sonorità a ritmo di valzer tipiche di un circo o di una giostra, il brano dopo un’apertura che vede in primo piano ancora gli archi ed una chiusura con la fisarmonica, ha questo bello incipit “Quello che ci fa / creature grandi a metà, / a metà tra cielo e terra, / sono le nostre mancanze, / la nostra innocenza incosciente, / quello che ci viene tolto, ce ci sarà tolto / del male che fa. Quello che si sa del grande inganno dell'età / siamo corpi senza pelle / e l'inverno completa il disastro, / del disco graffiato del mondo / è in questo che forse noi siamo / più grandi di Dio”.

Altro pezzo da novanta è In differenze, che dà il titolo all’intero lavoro e che affronta il tema delle tante differenze e delle tante sofferenze che caratterizzano questo nostro mondo con una melodia lieve ed affascinante e con un testo coinvolgente “Ci sarà / Un dio che passa e che si ferma / Ci sarà? / Con un biglietto di seconda classe andata poi ritorno / noi giriamo il mondo, e il mondo gira noi / in differenze di seconda classe che non sanno niente; / occhi d'occidente noi: / lungo i binari scorrono veloci restano lontani / dolori, stanchi e mani poi non ci sono più, / hanno lo sguardo di chi sta aspettando un treno che è in ritardo o che non passa più”.

Dopo tanta poesia e tanta sensibilità è il momento di un brano strumentale Una porta nel tempo di una bellezza strabiliante, degno del miglior Morricone e che lascia Susanna libera di vocalizzare mettendo i brividi. Senza parole.

Brusca virata per un pezzo Amore che m’invita decisamente pop e a tratti quasi rap, percussioni a dettare il ritmo e testo che dimostra un’abilità ed una confidenza con l’uso delle parole notevole “Espando la mia bocca perché di bacio avvolga; / disegno draghi e cervi sul mio corpo / perché possa al tuo passaggio cacciatore / essere preda. / Fiorisce la mia rosa, la mia rosa-trina / sotto il fresco filo della tua saliva-brina / e la mia lingua anguilla… / pesca, esca, esca, esca”. Chi mi ricorda? Quel giocoliere della parola che è Max Manfredi.

Una melodia delicata firmata da Pat Metheny e suonata in maniera egregia dalla stessa Susanna al pianoforte accompagna, invece, Di spazio perfetto, brano intimistico ed introspettivo che grazie alla “ripulitura” da ogni altra presenza musicale, se non quella del solo pianoforte e poi degli archi, mette ancor più in risalto il perfetto dominio vocale di Susanna oltre alla sua poeticità, ecco solo un esempio “Cedono le mura, si stringe l'alleanza / di una debolezza che confesso essere tanta, / siamo l'impero alla fine della decadenza / in questa immensa stanza”.

Sonorità elettroniche ci portano a False in cui Susanna, con la collaborazione del filosofo Umberto Galimberti, si esprime senza peli sulla lingua su chi sceglie di accettare il ruolo di donna oggetto in cambio del successo a tutti i costi e lo fa con lucidità “Labbrose come cocomeri, / tettose che di gomma scoppiano AH AH / False. / Votate a chiese mediatiche, / galline che si fanno aquile AH AH / False / Tenere si sa / sesso esposto senza qualità, / ma patetiche e ridicole / se proposte sulle prime pagine" e con la solita abilità vocale.

Brano d’amore, ma quasi sacrale è Dall’anima al corpo, introdotto in maniera perentoria da pianoforte ed archi e cantato con tonalità decisamente più alta quasi a farne un canto d’epico amore con il suo lirico testo “Sopra scogliere di ambra e cristallo, / volando sul manto del mio suono bianco, / nel vento eterno di una conchiglia, / nel suono-ricordo delle campane, / a stelle disperse su panni d'altare, / nel grembo infinito e nascosto degli anni, / nelle carni segrete dei santi, / tra schegge, rubini e diamanti”.

Un tambureggiare ed un coro gregoriano introducono il tetro ed ossessivo Una stagione all’inferno che s’apre così “I sassi, la carne e noi / i denti masticano vita, / e il flauto inganna la pace che si vergogna, / di noi cannibali di anime. / Saliva che annaffia il senso / e sesso ruffiano di natura che richiede carne sacrificale, / il male non arriva da destra o dagli altri / è rituale, è nota tenuta a mente dalle puttane indegne”. Resta il brano che mi piace meno, è forse eccessivo.

Con 42,3, introdotto da un recitativo di Flavio Oreglio, Susanna torna a guardarsi dentro o, meglio, a confrontarsi con un mondo circostante in cui non si ritrova “Io vivo in quei non colori che sono le sfumature, / io vivo nelle parole mai dette, sentite, / nel vuoto totale che la mente non sa immaginare. / Io vivo di mio fratello che non ho mai avuto, / in quello che poteva ma non è mai stato, / in quella coincidenza che è la probabilità di una vita” e lo fa con un brano che presenta aperture melodiche davvero belle, per nulla “fredde e calcolate” a dispetto del tema trattato.

Un carillon, il pianoforte che si intreccia con gli archi ed è magia per Valige che lasci, brano non cantato ma recitato con intimità e sensualità da Susanna e che si apre con questi versi “Le valigie sono sempre troppo pesanti / di quello che lasci, del cibo clandestino degli amanti, / degli alberghi tristi delle nebbiose albe alle stazioni, / delle inutili ovulazioni, / del tempo imposto delle distanze / di tutte le cose non fatte, / della rassegnata certezza / che la normalità sarebbe bella”.

Chiude Cinì Cinì splendido e solare brano corale, sospeso tra musica popolare e musica etnica che vede alternarsi un dialetto del sud Italia con una lingua africana, un brano che sicuramente sarebbe piaciuto al grande Pasolini, chissà magari l’avrebbe utilizzato a commento della sua sognata e mai realizzata Orestiade Africana.

Che dire di più per concludere, Susanna Parigi ha una voce stupenda ed è una brava scrittrice sia dal punto di vista letterario che musicale, si è circondata per questo lavoro di grandi nomi, il tutto è perfetto quasi fin troppo, forse avrebbe dovuto osare di più con brani come Di spazio perfetto, cioè con brani che vedono all’opera lei sola al pianoforte e solo qualche altro strumento perché lì, secondo me, emerge ancor più la sua grandezza.

Ma stiamo decisamente cercando il classico pelo nell’uovo, questo è un disco davvero imperdibile.


Susanna Parigi

In differenze








Sette Ottavi / Delta – 2006

Nei migliori negozi di dischi.

Tracklist

01. Opera buffa

02. La fatica e la pazienza

03. Amada

04. Più grandi di Dio

05. In differenze

06. Una porta nel tempo

07. Amore che m’invita

08. Di spazio perfetto

09. False

10. Dall’anima al corpo

11. Una stagione all’inferno

12. 42,3%

13. Le valigie che lasci

14. Cinì cinì


Crediti:

Susanna Parigi: voce, pianoforte e fisarmonica

Ellade Bandini: batteria

Ares Tavolazzi: basso e contrabbasso

Juan Carlos “Flaco” Biondini: chitarra

Elvis Fortunato: chitarre

Gianni Coscia: fisarmonica

Tony Levin: basso

Mario Arcari: oboe

Tamburi di San Marino

Quartetto Picasso String

Orchestra sinfonica di Sofia


Prodotto da Vince Tempera


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martedì, dicembre 21, 2021

Max Manfredi - Il Grido della Fata, sospeso tra clausura e curiosità

 di Fabio Antonelli

Max Manfredi ha compiuto il 7 dicembre scorso 65 anni ed ha voluto farsi e fare un regalo a tutti i suoi ammiratori, pubblicando un nuovo album di dodici inediti, dal titolo “Il Grido della Fata” (Maremmano Records – IRD). Sono passati ben sette anni dal precedente Dremong (Gutenberg Music), un lungo periodo durante il quale non è certo rimasto con le mani in mano, ma ha alternato la realizzazione di opere letterarie e teatrali ad una lunga tournée con il conterraneo Federico Sirianni. Ma ecco, finalmente, dopo una lunga gestazione causata anche dalla pandemia, l’uscita di un disco che, ne sono sicuro, lascerà il segno.



Direi, se sei d'accordo di partire dalla copertina del tuo nuovo disco, una fotografia di Renzo Chiesa che si pone direi in maniera enigmatica un po' come tutto il disco (ma di questo ne parleremo più avanti), sta più a significare l'artista che scruta quasi di nascosto il mondo che lo circonda o l'artista recluso prigioniero di sé stesso, dei suoi fantasmi, dei suoi amori, delle sue fate o forse altro ancora? Poi c'è il titolo Il Grido della Fata. Folgorante. Sembrerebbe quasi un sequel della canzone Il regno delle fate. Ho già messo troppa carne al fuoco ... a te la parola.

Il nome dell'album proviene da una poesia del poeta "simbolista" francese Gerard De Nerval. Il componimento si chiama El desdichado e finisce evocando "i sospiri della santa e le grida della fata”. La figura della fata però si è inscritta direi capricciosamente nel mio immaginario da alcuni anni e quasi impercettibilmente. Tu citi giustamente il mio Il regno delle fate, poi, come le decalcomanie di una volta, la velina allegorica si è staccata e la fata è comparsa in tutto il suo smalto e in piena autonomia. La foto di copertina fa parte di una serie di scatti che mi ha dedicato il grande fotografo Renzo Chiesa nel quartiere milanese della ex Varesina, da covo nebbioso che era, oggi diventato un polo formale e informale di architetture e franchising. Dietro alla vetrina di un edificio anonimo, tra fregi quadrati, il mio occhio sì inoltra come quello di un "peeping Tom", o, perché no, di un fotografo, verso l'osservatore, riproponendo l'eterna questione del "chi è fuori?" e suggerendo un clima inquieto e conventuale insieme, una mescolanza di clausura e curiosità, che impregna tutti i brani del disco, il mio album più esplicitamente e francamente magico.

Ecco, hai citato un altro aspetto che mi ha colpito. L'intero lavoro, pur non trattandosi di un concept album, ha davvero come un fil rouge, un'atmosfera musicale particolare, che definirei algida, che impregna un po' tutte le tracce e non solo musicalmente. In più brani come già in passato, ritornano termini come freddo, gelo, inverno, neve, il tutto sembra poi essere accentuato dall'utilizzo abbondante, quello sì forse per la prima volta, dell'elettronica. Ritieni che la collaborazione con Vibrisse Studio abbia avuto un ruolo fondamentale in tal senso?

Sì. Abbiamo scoperto insieme, io, Marcello Stefanelli e Gabriele Santucci, una vera miniera di possibilità sonore e musicali, e abbiamo raffinato ogni strumento, ogni plugin, convincendolo alle nostre esigenze estetiche. È proprio come dici, un disco algido, cristallino, pieno di vetrofoni e di invenzioni. Ad esempio, abbiamo campionato i suoni dei pianeti forniti dalla Nasa e abbiamo fatto loro eseguire delle melodie pilotandoli con l'autotune. Oppure abbiamo fatto suonare organi barocchi campionati e cordiere di pianoforte. Ma non meno precisi sono gli strumenti reali che abbiamo registrato, grazie alla collaborazione di musicisti straordinari.

Ecco, direi che è giunto il momento di addentrarci tra i solchi del disco, che si apre con uno dei brani più enigmatici ed allo stesso tempo affascinanti, si intitola Scimmia grigia e vede già due importanti collaborazioni in carne ed ossa: una, non nuova, che è quella di Ezio Zaccagnini alla batteria, l'altra di Bob Callero al basso. C'è ritmo, c'è molta poesia, spesso misteriosa come quei versi finali "Come l'immagine bionda e calda / che per un attimo mi abbaglia / dell'uccello perso nella boscaglia / che va cercando l'alba". Chi è realmente questa scimmia grigia, grigia come la materia del nostro cervello?

Hai ragione, è grigia come è chiamata la materia del cervello. È il simbolo dell'inflazione comunicativa e della solitudine paradossale che ne consegue. È anche la delega della nostra coscienza separata. Ti spiego invece l'immagine finale. È tratta - uno fra i pochissimi riferimenti letterari del disco - da una poesia del trovatore medievale Guiraut de Bornelh, una "alba", dove l'amico sta di sentinella davanti al luogo di incontro amoroso tra il suo compagno e la nobildonna sua amante, per sorvegliare che non ritorni il "geloso", cioè il marito di lei, magari coi suoi sgherri. E c'è la frase "Ho già sentito cantare l'uccello che va cercando il giorno per la boscaglia". Immagine pregnante che, oltre a ricordare l'atto sessuale che sta svolgendo l'amico, configura una sinestesia vertiginosa che mischia tempo e luogo. Ed è evocata da nient'altro che i suoni dei messaggi dei telefonini della Samsung, che trasformano "il treno in una foresta incantata", scenario favorito delle fiabe medioevali e rinascimentali. Anche qui si ammazza il tempo come si può, il concetto stesso di tempo cronico e lineare viene sospeso tra il prima e il dopo, niente ha fatto il suo tempo e il tempo lascia il tempo che trova.



Fantastico. Ora vorrei affrontare insieme le canzoni Sala da concerto e Polleria perché, sebbene molto diverse fra loro, sono accomunate dal tema della solitudine. La prima ha un titolo che farebbe presupporre una certa situazione, ma l'ambientazione poi spiazza l'ascoltatore, c'è un grande senso di freddo e trovo bellissimo, ancora una volta, il finale "l'inverno vuol dire girare da soli / con le mani in tasca le strade del centro / a inzupparsi di luce che il cielo è già spento / e sentire partire le navi e restarsene il vento". La seconda, si basa su una melodia struggente, ha un testo molto conciso e mi sembrerebbe ambientata in un passato lontano, che ferita poi al cuore quel "Tutti gli amici volano via / Come polli allo spiedo di una polleria". Temporalmente sono nate in periodi vicini? Lo scrivere canzoni, come il loro ascolto, possono essere un buon viatico contro la solitudine?

È vero, sono canzoni "con" la solitudine, non sulla o contro la solitudine. La solitudine come compagnia. E, ci hai visto giusto, risalgono più o meno agli stessi anni. E ti parlo della fine dei settanta e dell'inizio degli ottanta. Ma le canzoni nascono quasi sempre in solitudine e poi vengono condivise. Mi pare un buon inizio, da contrapporre alle solitudini condominiali. La condivisione di un senso di solitudine può dare adito a bevute insieme, o addirittura ad amicizie e amori. La solitudine sociale, invece, è incattivita dal rancore. Tutti i brani del mio album, infine, ma forse quasi tutti i miei (quasi) parlano di perdono. "Perdoni" venivano chiamate alcune porte delle chiese - l'ho letto in un mio libro. Quindi ingressi, possibilità di entrare e uscire. Anche a piccoli gruppi.

Salto, in questo zapping, ad un'altra canzone dal testo molto stringato e dal titolo orientale Nasi Goreng. Potrebbe sembrare il nome di una donna ma non lo è. Ogni parola centellinata in questo brano, il cui testo è stato scritto con Sante Boldrini, sembra avere un peso specifico immenso e quasi sempre più d'un significato. Ancora una volta magnifico il finale, quella zeppa "Conto salato, conto saldato". Direi che vi si respira aria densa di guerra e musicalmente è fondamentale il contributo di Elisa Montaldo e i suoi strumenti cinesi (koto, guzheng, flauto). Com'è nata questa canzone piena di suggestioni?

Nasi Goreng è nata da un testo dell'autore ed epigrammista Sante Boldrini, su cui ho innestato un'altra strofa. Abbiamo pensato all'estremo Oriente, ai conflitti indocinesi, alla violenza e al sangue. Ho cercato di fotografare questi elementi che esplodono nel corso di una "normale" cena durante un coprifuoco, come nel film di un regista contemporaneo. I nasi a cui si fa riferimento ricordano però una guerra "di tantissimi anni fa" e rappresentavano i trofei dei nemici dei nipponici, che avevano sostituito in questo modo le più impegnative teste. Ancora adesso c'è un monumento a Kyoto che custodisce questi nasi e viene chiamato, non so per quale ragione, "tumulo delle orecchie". La canzone è stata elaborata dai Lady Lazarus con l'aiuto di un tablet. Molti strumenti esotici campionati sono poi stati sostituiti da quelli reali suonati da Elisa Montaldo, che ne possiede una sfilza.

Malvina, invece, sì è il nome di una donna, una donna che "suona l'arpa a suon di sguardi / per i ragazzi della terza età", un'immagine splendida che mi ha riportato alla mente un altro verso di una canzone tua di tanto tempo fa, mi riferisco a "La sua donna stanotte ha un’altra pratica: suona l'armonium per i sordomuti" presente in Natale fuoricorso. Se le due donne non sono le stesse, è però forse lo stesso il periodo creativo? Resta per me una delle canzoni più poetiche e delicate allo stesso tempo, in più vi è il contributo musicale di Vincenzo Zitello e la sua arpa. Enigmatico ancora una volta il finale, non si sa chi tra Malvina e il "mister" sia ad inciampare e cadere, chi ad aiutare chi ad essere aiutato, viene quasi il dubbio che il misterioso mister altro non sia che la propria coscienza. Ho bevuto anch'io troppi calvados?

Il mister è il coach, l'allenatore, il tutor, lo sparring partner, il demone, l'ombra, il consulente. E sì, la coscienza. È legato all'io che racconta, tanto che si sorreggono e cadono insieme. Malvina è molto più recente, almeno come invenzione, della donna di San Giorgio in Natale fuoricorso, tuttavia si assomigliano in quanto se quest'ultima suona per il circolo dei Sordomuti, Malvina si esibisce con la sua arpa celtica per una classe di vecchietti in visita in Bretagna. Che della Bretagna si tratti, si capisce da una quantità notevole di indizi disseminati nel testo: dal suo nome gaelico ai Calvari, dai menhir ai Calvados bevuti dalla ragazza. Si tratta di una scena, ma è la scena di un addio, da cui fuggire e dove fare presto, senza indugiare e senza prestarsi all'incantesimo, come Ulisse fa con le Sirene e con Circe, mantenendo una specie di fatale autonomia. L'io narrante qui fugge con sé stesso o col suo doppio e si sottrae così all'incanto che probabilmente lui stesso ha inventato, non però al suo traballante destino. Fra l'altro questo "cadere" non è solo una delle mie favorite metafore, ma una pratica accidentale cui sembro essere alquanto legato, come ho sperimentato ancora un paio di giorni fa.



Tutto torna, si direbbe. Dalla Bretagna spostiamoci alla Sardegna, o così almeno sembra essere ambientata la dolcissima Elicriso. Non è un trattato di botanica, ma l'elemento per trattare ancora una volta di solitudine e di nostalgia, questa volta dettata da una forzata distanza, da un distacco che sembra d'altri tempi ma che ahimè è di un'attualità lacerante. Vorrei che fossi tu a parlarne, io cito solo il verso che chiude la canzone "Ho imparato a leggere nel libro, / pagine che sanno un po' di fieno. / Metto dentro al libro l'elicriso. / Preferivo sul tuo seno".

Si è più a casa nella propria situazione reale o nella nostalgia? Se la nostalgia, termine coniato in età relativamente moderna, implica un sentirsi a casa dove non si è più, se il verbo "desiderare" ha a che fare con le stelle, la realtà vissuta ha necessariamente a che fare con quella sognata. Ma entrambe hanno i loro diritti. Così il mio emigrante abbandona tutto un mondo, e un amore, per un universo differente (altri fiori e altri sguardi al davanzale) ma ritorna in sogno, la notte, al suo antico promontorio. E un indizio, un segnale, che lo fa tornare alla "Porta dell'argento"; che i geografi e i Sardi riconosceranno come un monte, gli occultisti e i poeti come l'ingresso dei sogni. E questo indizio è un fiore secco di elicriso.

Il fiore di elicriso mi per permette di passare ad Apis, canzone meravigliosa per costruzione e scrittura, mi sono annotato qualche verso "E adesso no che non so / riciclare / amori in folle e folle in amore! / A chi scende giù fino al miele / si sciolgono scienza e parole", "e ho visto un'ombra all'albergo diurno, / Cleopatro che scendeva le scale”.  Desiderio e illusione sembrano fondersi irrimediabilmente come in un crogiuolo o sbaglio? Mi fai luce?

A buon diritto parli di illusione, parola che, con la sua bella dieresi ronzante, utilizza Pascoli proprio parlando del miele delle api. Tuttavia, qui non si tratta nemmeno di illusione. È proprio il crogiolo di cui parli, che fonde insieme evoluzione e involuzione. C'è una forza necessaria alla vita, al di là di scelte e definizioni. Qui vengono detti solo frammenti di questa scienza d'amore. Ricordi di vite precedenti, in tutti i sensi. Luoghi apparentemente vili: diurni, cessi, cinema porno, autobus. Preziosi, però, proprio nella fragilità del loro fuoco. E le candele che tremano nel coprifuoco sono insieme riscatto e contraddizione.

In questo nuovo disco, ci sono anche due canzoni d'amore o meglio, che riguardano l'amore in senso lato, forse più l'assenza che la sua essenza, mi riferisco a Nostra Signora della Neve e Rosso Rubino. La prima, come si evince dal titolo stesso è una sorta di invocazione alla Madonna della neve, titolo risalente ai primi secoli della Chiesa cattolica e legato alla nascita della basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, è ambientata in una generica campagna, sembrerebbe in una casa sperduta tra incantesimi e spiriti "Se sono spiriti o è il legno / di notte tu non puoi capirlo". La seconda sembra anch'essa abitata da spettri e fantasmi, ma legati ad una bevuta colossale, ne emerge un protagonista desideroso d'amore ma tremendamente solo "Un re senza amici che si guarda nello specchio, / ma dalla cornice sta a beffarlo il suo giullare" e che il bere di una notte, quasi non ci fosse un domani, lo porta a sognare una donna, ma ormai c'è l'alba che s'avvicina "Brucia guglie e rovi inciampando ad ogni tetto. / Ora dorme il sovrano ed il suo giullare lo riscalda". Se la prima è lieve come il posarsi della neve su un paesaggio sperduto, la seconda è musicalmente densa e mirabolante, mi sembra a tratti di sentire echi e sonorità di Luna persa. Pur sobrio, ho forse sognato anch'io?

Nostra Signora della Neve è il nome di diversi santuari in Italia. Qui può essere il nome dato ad una donna amata. Questa canzone è una specie di litania profana. È una canzone d'amore, certo, amore rivolto a una donna e al suo paesaggio. Invece Rosso Rubino è un brano egocentrico, dove però un vero "io" (e quindi un vero centro) non esiste. Esiste, per il carnevalesco Re che si auto recita, la funzione dell'ubriacarsi e del rimpianto. La prima è estesa fino al mondo circostante, nella prosopopea "passo da ubriaco sta barcollando l'alba". La prosopopea è una figura retorica che consiste nel personificare un elemento naturale. L'alba, appunto, ma anche il crepuscolo, anzi, il suo trascolorare: "l'indaco bigotto fuori sgrana i suoi rosari". Questa figura retorica ci riporta a un pensiero animista, un mondo mentale primitivo o infantile, abitato o propinquo a demoni e fantasmi. Un comune bicchiere diventa "il bicchiere dello spettro" (forse usato in precedenza come tavoletta ouija per qualche evocazione spiritica, ed adesso destinato senza complimenti a più reali libagioni?). Non la casa del Re in questione (o forse, per tornare alla poesia di Nerval, del "principe d'Aquitania della Torre abolita") è diabolicamente invasa, ma il teatro esterno. Sipario ne sono una finestra e, ancora, la neve. Lì fuori impera una sarabanda di lussuria che precipita in un'oscenità di annunci pubblicitari, fatti di cronaca e comunicati commerciali. Dentro le anime, oscuramente, la nostalgia di un inferno caldo come un rifugio alpino, a sua volta carnevalesco, alla Rabelais, se vuoi, dove "c'è la gara di rutti ed i diavoli versan da bere". Ma tutto questo pandemonio si disperde con la neve, lasciando l'ipotetico Re a pagare con la solitudine lo scotto di un amore tanto perduto quanto esibito. Il bicchiere dello spettro, che specchiava il sorriso dell'amata assente, è rotto per terra. L'assente non è morta, ma ha preferito una vita tanto normale quanto assurda appare al giudizio di chi la ricorda e la evoca. I canali di una cittadina del nord diventano incomprensibili alfabeti braille, la donna è tanto cieca da sposarsi e avere dei figli, e non potrà rispondere alle disperate e persino prosaiche proposte inventate dall'amante ("pescheremmo trote per farle con il timo e l'alloro"). Le due canzoni, Nostra Signora della Neve e Rosso Rubino, hanno in comune alcuni elementi, l'animismo medianico e il clima invernale. Ma nella prima il desiderio si stempera nella contemplazione, mentre nella seconda si teatralizza nella vanità fanfarona del monologo.



Si è parlato di amore, non possiamo non parlare di un'altra canzone che ruota intorno agli amori o meglio a chi quasi fosse un passatempo preferisce farli fallire, cioè di Guastamori. Vorrei fossi tu a chiarire meglio chi è in realtà il protagonista di questa canzone che sembra svilupparsi per flash discontinui. Personalmente sono rimasto affascinato soprattutto dalla poetica riflessione finale "O forse siamo noi che siamo / fotogrammi alla moviola: / la gente non ricorda gli intervalli / ed è per questo che si sente sola".

Sembra una boutade, ma la mia opinione è che il protagonista di questa canzone, o meglio, chi viene raffigurato nei suoi graffiti, sia le nostre concezioni del tempo. Se la leggi così, non è discontinua. Non voglio farla lunga a te e ai lettori. Il testo originario nasce moltissimi anni fa. Ma subisce un'operazione, se ne toglie un finale e se ne mette un altro. Proprio perché la frenetica attività erotica o sentimentale del personaggio altro non è che tentare di precedere il tempo, inseguirlo, cavalcarlo. Mi è capitato di leggere una frase del filosofo moderno Walter Benjamin, secondo la quale il distruttore non ha bisogno dell'attività distruttiva, ma semplicemente di passare attraverso le rovine. È lo sguardo che scorge rovine in tutte le cose. Uno sguardo che travalica il tempo. Anche la visione dell'innamorato sospende e trascende il tempo. Ma il dongiovanni lo abita freneticamente, lo fa suo. Solo che la chiave del suo agire è prendere, abbandonare ed essere abbandonato, prendere di nuovo. Assomiglia tantissimo al gioco infantile del nascondersi e riapparire, del lasciare un oggetto caro per riprenderlo. E infine al gioco di prestigio: fare sparire qualcosa per farla ricomparire. Ma è un gioco cruento, come dimostra Michel Caine in un film sugli illusionisti. Il canarino che riappare non è lo stesso. Ma la nostra pretesa di identità non è altro che una dinamica filmica. È il vuoto tra i fotogrammi che permette l'illusione del moto. È questo vuoto che feconda l'individuazione. Per dirla grossolanamente, le conquiste del Guastamori sono come carte da gioco, l'importante è quel gesto nascosto, quel vuoto, quella distrazione che permette l'azione del prestigiatore, e la sua truffa. Il vuoto impercettibile fra i fotogrammi. Il delitto del Guastamori è quello di attraversare un mondo di potenziali rovine considerando le persone come i vuoti da cui passa, e non come altre individuazioni.

Restano da affrontare due canzoni e ne rispetterei la sequenza originale, via libera quindi a Canzone del Finale. L'ho adorata sin dal primo ascolto, in tempo di lockdown, eseguita da te solo voce e chitarra. Qui si arricchisce di strumentazioni ed uno splendido arrangiamento, ma resta intatta la prima sensazione visiva di essermi tuffato per un attimo dentro una sorta di Shining, questo sogno-realtà mi ha ricordato l'episodio in cui Jack si sposta nella sala da ballo dell'hotel, dove ha un surreale incontro con un barista degli anni Venti di nome Lloyd. Magnifica poi la visione iniziale "E nella festa dell'apparenza, / con le sue luci straniere e invitanti / io non capivo la differenza / tra gli invitati e i mendicanti". Com'è nato questo piccolo gioiello?

È nato proprio dalla frase che tu hai riportato, che ha fatto da lievito madre a tutta la canzone, unendosi però a un altro ingrediente: le parole dell'apertura, "Entrai dunque nella villa senza essere invitato, dopo aver legato a un palo l'ombra che mi aveva accompagnato". Questi versi aprivano una mia canzone di adolescente, chiamata proprio La villa dei fantasmi.  Era scritta sulle suggestioni delle letture di Edgar Allan Poe, mio autore amato fin dall'infanzia. E forse, dati i tempi, voleva dare fiato ad una allegoria politica. In questa canzone sì può vedere un fenomeno di abduction, sospensione del tempo, rapimento. La leggenda della casa incantata di notte che poi si rivela diroccata e disabitata di giorno, è frequente nei racconti di fate e di fantasmi. Anche in questa canzone su parla del tempo e della sua abolizione. Non mi sono riferito a Shining, film che credo di aver visto almeno una dozzina di volte. Ma anche la villa di cui canto "pareva invasa". Qui si presenta una cornice di ulivi, gli stessi che compariranno in Il Grido della Fata.



Ecco mi hai dato il gancio per parlare, finalmente, della canzone che dà il titolo all'intero album Il Grido della Fata, che nella track-list credo tu abbia lasciato in fondo al disco perché ha un finale che è un coup de théâtre geniale, ma non anticipo nulla. Cito solo l'incipit altrettanto straordinario "Bruca l'erba dei tetti il sole al tramonto / Brucia dentro camini di pietre uguali" ed alcuni tuoi topos che sembrano qui ricomparire tutti come d'incanto: le cattedrali, i gatti, il vino, il cadere... il resto lo lascio dire a te. È comunque il degno finale di un album grondante densa e struggente poesia.

Sì, le immagini dominanti ritornano. Solo che qui finalmente l'identificazione implode. Se è questo il coup de théâtre di cui parli, non lo sveleremo qui! Anche in questo caso strofe nuove sì sono innestate a quelle di una vecchia canzone, e lo stesso è successo alla musica. Rispondevo alla lettera di un caro amico, che ne ha colto molti punti, specialmente la poetica vivissima dei suoni elettronici. Una canzone, dicevo, è un organismo vivente. Ma anche un'intenzione. E la sua intenzione, una volta che è c'è stata "composta" (ma non in una bara come un cadavere) è di essere ascoltata ed ascoltarsi ancora. La canzone è la fata. Se agli uomini è difficile decifrare il silenzio delle Sirene, alle Sirene non va giù la refrattarietà degli uomini al loro canto. L'amore delle fate è formidabile.

Credo che, chi ci ha seguito fin qui, in questo viaggio tra le tracce del tuo nuovo lavoro, vorrà ora sapere come e dove trovarlo? So che, attualmente, oltre che sulle piattaforme digitali, è stato pubblicato sotto forma di CD ma è in previsione anche la pubblicazione in altri formati, è così?

Adesso si trova o si può ordinare in formato CD, per chi ancora ama l'oggetto fisico. Lo si può richiedere ai negozianti di dischi, quelli irriducibili che non hanno chiuso bottega, o alle Feltrinelli, specificando la produzione, Maremmano Records, e la distribuzione, IRD. I negozi di dischi non devono chiudere. Sono come i bar, e può succedere in effetti che offrano da bere. Il vinile è in preparazione. Ma c'è un'altra sorpresa: prestissimo sarà disponibile lo "scrigno" no plastica, un rivoluzionario formato inventato da Vibrisse Studio che permette un ascolto ad alta fedeltà, ma anche animazione di immagini, ipertesti, possibilità interattiva, nuove pubblicazioni, addirittura nuove orchestrazioni, richieste. Sarà come avere un filo diretto con Max e i suoi collaboratori. Molti l'hanno già scelto e prenotato. Sarà anche in vendita ai concerti.


Sito ufficiale di Max Manfredi

sabato, aprile 04, 2020

Max Manfredi: dalla scimmia all'elicriso


di Fabio Antonelli

A qualcuno che ha bazzicato, in questi giorni di forzata clausura, sulla pagina Facebook del cantautore genovese Max Manfredi non saranno certo sfuggiti tre video casalinghi di altrettanti brani inediti, segno che qualcosa bolle nel calderone creativo dell’artista. Magari i tempi non saranno brevi, a causa dell’emergenza attuale, ma sicuramente ci sarà un nuovo disco dopo l’apprezzatissimo “Dremong”. Come starà, però, vivendo questi giorni di quarantena, uno come Max, abituato a girare l’Italia utilizzando l’amato treno, quello che gli ha ispirato anche  la splendida canzone “Il treno per Kukuwok”?



Non sembra quasi vero che un refrain diffusissimo, prima che scoppiasse questa pandemia, fosse “come mi piacerebbe poter passare un po’ del mio tempo tranquillamente a casa mia” mentre ora, invece, sembra che tutti siano ossessionati da come vivere le giornate trascorse in casa, questo tempo di reclusione forzata. Mi ricordano tanto i protagonisti della tua Il morale delle truppe con quei versi finali “È sul fronte che la pace sembra una buona idea… / quando poi si torna a casa, si rimpiange la trincea”.  E’ così anche per te?

No. Ho scritto quei versi perché fiutavo la situazione. Una situazione, diciamo così, di disponibilità bellica in tempo di pace, però a discolpa di molti c'è da dire una cosa: non tutti possono passare un periodo di tranquillità senza essere assaliti da beghe burocratiche e problemi economici. Anzi, quasi nessuno. Quindi capisco il malumore e la confusione mentale che si esprime, come può, principalmente attraverso i "social", più di rado anche per strada, nella società. Io stesso, che sono molto pigro, comincio a essere stufo dell'inattività forzata e, soprattutto, delle restrizioni logistiche che non mi permettono di porre a mano a molti lavori cui sto dietro.

Uno di questi lavori credo sia il disco nuovo, poiché grazie a un paio di video casalinghi hai anticipato due inediti Elicriso (il cui titolo è già spiazzante rispetto al comune sentire) e la scanzonata Scimmia grigia, mentre con un altro bel video hai regalato ai tuoi estimatori la splendida Nostra Signora della Neve. Credi che il nuovo disco in qualche modo risentirà di questi strani giorni?

La risposta è di nuovo no. Anche se io sto lavorando a questo disco a Savona, quindi l'opera risente della mia impossibilità di spostamento. E' giocoforza che in questi giorni il lavoro sia di sedimentazione e non di sperimentazione diretta, ma soprattutto il disco, non per quanto riguarda la sua poesia ma come oggetto, risentirà della fine dell’industria discografica. Io e i miei amici dovremo quindi inventarci delle buone strategie per permettere agli interessati di comprarlo. Non è più come una volta, come ai tempi dei miei due primi dischi, in cui il successo o il mancato successo erano chiaramente ascrivibili a capacità, incapacità o poteri contrattuali altrui. Qui dovremo fare tutto da soli, o in... join venture con qualcuno. L'avventura è quindi a due facce: quella meravigliosa della creazione artistica e quella, spesso spiacente ma necessaria, della promozione e della vendita. Non parlo di distribuzione, quella è una chimera. Quindi, se - ad esempio - ai tempi di Luna persa la distribuzione c'era ed era abbastanza buona, oggi questo discorso non ha più senso, temo.

Un po' per tenere alto il morale delle truppe, scusa se prendo ancora in prestito i tuoi versi, un po' per mantenere i contatti durante questo periodo d’inattività forzata, tu, Federico Sirianni e i Lady Lazarus vi siete inventati una bella iniziativa, vero?

Credo di sì. Si chiama Quarantena Tour e, oltre ad essere una pagina aperta a post di quasi ogni tipo - anche se prevalentemente musicali - è anche un programma di video commentati in diretta da noi e dagli spettatori. Siamo noi che scegliamo artisti e video, e se loro son contenti, li mandiamo in streaming. In questo modo cerchiamo di garantire l'alta qualità delle proposte. La pagina di Quarantena Tour è su Facebook (https://www.facebook.com/groups/590881615102407/), chiunque può iscriversi e aggiungersi ai quasi 4200 che abbiamo avuto finora. Le puntate le facciamo ogni sabato sera alle 21.30. Si possono fare anche donazioni, metà delle quali va in beneficenza per l'ospedale di Sestri Levante.

Abbiamo parlato del tuo nuovo disco, del Quarantena Tour, non è che a stare chiusi in casa ci sia da fare più che in tempi normali? Ti resta libero del tempo per oziare? Ricordo che Carlo Muratori mi disse che senza oziare lui non sarebbe mai riuscito a scrivere le sue canzoni, insomma che l'ozio non è fare nulla ma lasciare liberi i pensieri. Tanti in questi giorni, non riescono a scrivere nulla di nuovo, forse perché la mente è assorbita dalle preoccupazioni, tu che ne pensi?

Non ho il problema di scrivere qualcosa di nuovo, se viene, viene. Ho tanta di quella materia pregressa! Le cose vecchie - o antiche - diventano nuove appena le riscrivi. Son capace a trasformare una canzone vecchia fino a renderla nuova e quasi irriconoscibile. Invece di lasciarmi copiare le frasi dagli altri, le autocopio. Intanto vado in esplorazione del mondo dei suoni... ma per farlo, a casa mia, adesso non sono attrezzato. Così resto in attesa. Le preoccupazioni (che purtroppo in questo periodo di forzata vacanza non mancano) possono fino a un certo punto ostacolare il dipanarsi dell'attività creativa, fosse anche un'attività silente. L'effetto Doppler fu scoperto dall'inventore durante una guerra in trincea. Quando Oscar Wilde si diceva stanchissimo dopo aver tolto e rimesso una virgola dal suo manoscritto in una giornata intera, non bluffava. Di più, io son convinto che i fenomeni creativi, spesso, vadano avanti a vuoto, da soli, come una ruota della preghiera o come dà luce una candela in una stanza buia senza nessuno. D'altra parte un amico che hai intervistato da poco, un po' sulla falsariga di Wilde, una sera mi disse: "Oggi ho rifiutato due lavori interinali... sono esausto". E non aveva torto. Tutto ciò che è burocrazia, mediocrità illiberale, obbligo o almeno proposta morale apparentemente irragionevole, continua a spandere i suoi miasmi anche in nostra temporanea assenza. Le mosche di Belzebù non finiscono di ronzarci attorno e distrarci. Ma a volte è proprio nella distrazione che si trova il lampo della necessità poetica.

Un'ultima domanda, proprio partendo dal concetto di distrazione. Spesso ho l'impressione, stando in casa, che, quantunque una giornata sia lunga senza poter uscire e incontrare persone, ci siano comunque tanti elementi di disturbo che alla fine facciano solo perdere tempo. Il curiosare su Facebook o su YouTube, può essere, in effetti, una delle cause, ma può anche essere occasione di piacevolissime scoperte, c'è in tal senso qualcuno che ti ha davvero stupito e con il quale, magari a emergenza finita, vorresti incontrare e magari collaborare artisticamente? Consideriamolo uno sguardo fiducioso al domani...

Qualcosa può interessarci, incuriosirci. Con Quarantena Tour, programmatori e spettatori hanno spesso buone sorprese. Purtroppo l'ultima collaborazione che mi piaceva, quella con Giorgio Li Calzi, è naufragata per vari motivi. Sono rimasto però con quattro o cinque canzoni scritte con lui, che trovo notevoli. Sarà mia cura ripensarle, rileggerle e orchestrarle. E poi c'è una collaborazione necessaria e continua, durante le registrazioni: quella con i "miei" musicisti di sempre e quella con i Lady Lazarus, che mi seguono passo passo nella realizzazione del disco. Direi che ce n'è d'avanzo.


domenica, gennaio 26, 2020

Claudio Sanfilippo, un disco che viene dal passato


di Fabio Antonelli

E' da poco uscito BOXE, il nuovo disco di Claudio Sanfilippo, un album in cui il cantautore milanese ha raccolto 14 canzoni scritte tra il 1981 e il 2017, tutte chitarra e voce, “parole e musica a mani nude”, come l'ha definito lui stesso nel bel libretto che è inserito nel disco. Un disco meravigliosamente fuori moda, da gustarsi lentamente, come questa intervista.



Quanto è bella la copertina di questo BOXE, uno splendido scatto bianco e nero, una schiscetta con il tuo cognome e nome incisi sul coperchio, fotografata dall'alto. Mi racconti la sua genesi e chi è l'autore della foto?

Il disco era chiuso, mixato e masterizzato, per la copertina c’erano un paio di idee sulle quali stavo ragionando, ma non avevo ancora deciso nulla. Poi dal “sottotetto” è arrivata la sorpresa, per puro caso: in uno scatolone c'era questa “schiscetta” (in italiano gavetta, portavivande) che mia madre aveva fatto fare nel 1963 per mandarmi all’asilo, avevo tre anni e ai tempi dalle suore di S.Rita, in via Ponzio a Milano, non c’era la mensa; ogni bambino doveva presentarsi con il cibo preparato a casa, e così mia madre fece incidere il mio nome. Quando l’ho vista è stato un attimo, il richiamo era perfetto, a partire dal titolo, lo stesso della canzone che apre, dedicata a mio padre che era mancato da poco. Inoltre è perfettamente tonda, richiama la forma di un disco che che raccoglie 14 canzoni inedite scritte dal 1981 al 2017, una specie di autobiografia musicale inconscia, la mia natura profonda. L’accostamento con “l’origine” non poteva essere migliore, e così ho chiamato Lorenzo De Simone, l’amico fotografo che mi segue da anni nei concerti, che ha fatto lo scatto e che per l’occasione ha fotografato alcuni angoli domestici che illustrano il libretto. La grafica è stata poi affidata ad Alessia Casati, che segue da anni le mie proposte “visive”. Questa è la storia della copertina.




Prima di parlare delle canzoni, vorrei soffermarmi sul libretto perché offre parecchi spunti, dalle foto piene di ricordi personali, di chitarre, tanto passato. Mi ha colpito la tua definizione "Parole e musica a mani nude", aggiungere io come oggi non si fa più. Si può definire un disco partito da molto lontano?

E’ un disco nato in maniera del tutto casuale, non avevo nessuna intenzione di andare in studio a registrare, era appena uscito Ilzendelswing, l’album in milanese di ispirazione country-folk che ho realizzato insieme a Massimo Gatti. E’ successo che abbiamo organizzato una serata di ascolto attento in uno studio in cui ho registrato quasi tutti i miei album, il Maxine di Rinaldo Donati, volevamo testare una chitarra classica baritono che mi aveva appena costruito un liutaio bravissimo che si chiama Fabio Zontini. La serata, per chitarra e voce, davanti a una ventina di amici, è stata magica, e così abbiamo deciso di replicare il giorno dopo, con l’intenzione di registrare, questa volta senza pubblico. In due pomeriggi abbiamo messo in fila 14 canzoni che raccontano 40 anni di musica scritta, scelte al volo nel repertorio inedito che negli anni è diventato molto corposo. Sono canzoni che potevano entrare in tanti miei dischi e che per motivi casuali sono rimaste fuori, tutto è successo in modo veloce, sfogliando il libro dei miei testi. Poi, nel corso della registrazione, ho suonato tante chitarre diverse: la baritono classica, che è un po’ la protagonista di questo disco, e le acustiche, le elettriche… in fondo si tratta anche di una dedica personale allo strumento che mi accompagna da quando ho iniziato a scrivere le prime canzoni, nel 1976.



Da questo tuo racconto, in cui ci parli di un parto del disco quasi del tutto casuale e di una raccolta  di canzoni scritte nell’arco di quarant’anni, magari per dischi diversi, ci si sarebbe potuti aspettare una miscellanea eterogena di brani, magari fra loro lontanissimi, il tutto, invece, forse favorito anche dalla scelta di proporre questi piccoli gioielli così come sono nati, voce e chitarra, suona quasi come un concept album, dove il tema è la quotidianità, il fare a pugni con la vita stessa, una vita che non sempre ci sorride. E’ solo una mia impressione?

No, credo che la tua impressione sia corretta. Evidentemente il mio modo di affrontare quel tipo di registrazione, così improvvisato e figlio di un’immersione profonda, solo per chitarra e voce, mi ha messo nelle condizioni di scegliere brani che in modo inconscio dipingono un quadro coerente. Sono tutte canzoni che cercano l’incontro, la prossimità, tutto si gioca sul piano empatico, emozionale. La scelta di non aggiungere altri strumenti mi ha aiutato a non lasciarmi sedurre da “distrazioni musicali” di altro tipo, anche se avrei potuto chiamare qualche amico musicista per “colorare” qua e là certe atmosfere. Ne sarebbe uscito un album con risvolti interessanti dal punto di vista sonoro, ma l’intenzione era proprio quella di restare “nudi e crudi”, con il desiderio di restituire le canzoni nella versione più vicina a come le avevo scritte. In questo senso è anche un disco che vuole riportare tutto all’origine di questa arte, o artigianato, secondo i gusti. E il titolo, BOXE, è anche la metafora di questa operazione, in un momento culturale molto confuso, in cui l’autenticità sembra non appartenere più alla modalità di ascolto. E’ un album anacronistico e al tempo stesso attualissimo, almeno per questa intenzione di non perdere il filo di ciò che è la canzone d’autore (o la canzone d’arte, come dice bene il mio collega e amico Max Manfredi).  Va detto che il contributo di attenzione di Rinaldo Donati è stato fondamentale, sia per la parte di supporto artistico che per quella delle riprese, del suono.



Io credo che in questa tua risposta sia davvero racchiusa l'essenza di questo tuo ultimo, bellissimo, lavoro e, per non togliere a chi ci legge il gusto di andare a scoprire ad una ad una le 14 gemme che lo compongono, non voglio entrare troppo tra i solchi del disco però, permettimi almeno di citare le due canzoni che aprono e chiudono il disco. Mi riferisco a Boxe con quei versi iniziali "Il libretto di lavoro di mio padre / sa di cedro e di castagne / e cacao e brace di vulcano in riva al mare / il libretto di lavoro di mio padre / ha l'inchiostro e la matita / la mano è una farfalla nella strada" in cui mi par quasi di annusarli quei profumi, di toccarlo quel libretto di lavoro, di averlo quasi conosciuto tuo padre, non so come dire... E poi c'è Piscinin, in cui canti questi versi in dialetto milanese "Te i han portàa via / mi te sé se foo / el papà ti a compra tütti anmò / l'è or che te dormet / piscinin, l'è stada düra incoeu", che dolcezza in questa immagine, quanto amore, che difficoltà a trattenere le lacrime. Come sono nate queste due canzoni e quanto ha contato nella tua vita la figura paterna?

Boxe e Piscinin sono le canzoni più recenti, che aprono e chiudono l’album, e non è un caso. Ho perso mia madre tanti, troppi anni fa, e mio padre, soprattutto nei suoi ultimi anni, ha significato molto. Un grande pasticciere, un grande lavoratore. Un vero uomo “del Novecento”, un catanese salito a Milano con la famiglia negli anni Trenta, da bambino, cresciuto nei cortili delle case di ringhiera. Infatti parlava un milanese perfetto, assorbito nelle strade. Mia madre invece era una milanese docg. Il retaggio culturale della mia città è molto legato alla memoria famigliare, ai racconti dei miei genitori, di mia nonna materna, che mi ha cresciuto. Queste due canzoni sono innestate in quella dimensione. Boxe ha una serie di immagini legate a lui, che da giovane ha frequentato le palestre del pugilato milanese, alla fine dei Quaranta. Sono immagini che raccontano per scatti visivi: il libretto di lavoro, i colori e i profumi siciliani, le aringhe, una sua passione (in casa nostra un vaso di aringhe che lui metteva personalmente sottolio, non mancava mai), la meringa (era un maestro pasticciere), i suoi modi di dire. Il suo preferito, che cito nella canzone, era un intercalare in dialetto: vann i tram? Cioè: gira tutto, funziona? Me lo diceva col sorriso, una specie di gioco. Ho cercato di scrivere un piccolo quadro emozionale, per immagini. Piscinin invece è l’unica che non ho scritto io, ed è anche l’unica in milanese (le altre 13 sono in italiano). E’ un brano bellissimo degli anni Trenta, scritto da tre americani, si intitola “Little man you had a busy day”, è una canzone dal sapore “cinematografico”, nello stile dell'epoca. L’ho scoperta in un album recente di Eric Clapton (I still do), che l’aveva reinterpretata in chiave “blues”. Il testo originale è bellissimo, e sono riuscito a restituirlo in milanese con una certa fedeltà, aggiungendo cose mie, originali, compreso l’arrangiamento chitarristico. E’ una canzone commovente, con la quale chiudo da qualche anno i miei concerti, come una specie di invito ad abbassare le difese e a darsi un po’ di pace, in questa epoca ansiogena e fetente in cui il buio, l’arroganza, l’ingiustizia e la confusione hanno il sopravvento. E’ una canzone “anarchica”, un po’ come tutto il disco, che non è “politico” in senso didascalico (il mio modo di scrivere è da un’altra parte, da sempre), ma che in fondo, tra i solchi, è una dichiarazione di guerra contro il potere e il gusto dominante, solo lanciata da un territorio in cui il valore della poesia è centrale. Quando si parla di “arte civile” la vulgata coinvolge stili e significati in cui il sociale è un dato dichiarato, esplicito, come se questo fosse un valore indipendente dalla forma. Io invece credo che l’arte civile non esista, se l’arte è autentica non ha bisogno di aggettivi; purtroppo c’è in giro una montagna di arte definita “civile” che trova spazio in nome della definizione, come se cantare il sociale fosse un passaporto sempre valido. Spesso si tratta di roba scarsa. La musica, come tutte le espressioni artistiche, si distingue per un valore che non ha niente a che vedere con il tema né, tantomeno, con presunte dichiarazioni di schieramento politico-sociale. Non c’entra niente. O è buona o non lo è. Se è buona arricchisce, apre, se non è buona paralizza il sogno, la possibilità di andare oltre. Anche in questo senso BOXE cerca di lasciare un suo piccolo segno.



La parte finale della tua risposta aprirebbe la strada a tante altre domande che però ci porterebbero lontano dall'oggetto dell'intervista, ma quanto hai detto credo non possa che accrescere il desiderio di entrare in questo tuo mondo poetico scritto in punta di piedi. Se mi permetti, ti faccio un'ultima domanda, riguarda la scelta personalissima di non pubblicare il disco su nessuna piattaforma digitale. Da feticista del disco, da cultore dei libretti, non posso che condividerla, però vorrei sentire il tuo parere, anzi, aggiungo un ulteriore step: non hai pensato alla realizzazione di una versione in vinile?

Ho pensato di non pubblicare il disco sulle piattaforme digitali, contrariamente al resto di tutta la mia produzione discografica, per dare un piccolo segno di discontinuità al conformismo che impera e che sta generando una pigrizia diffusa insopportabile. Non è un disco da consumare, è un disco da sorseggiare come un vino da meditazione. Io ci ho messo quel tipo di amore lì. Come se fossi, appunto, un produttore di vino che recupera un vitigno autoctono che sembrava perduto, lo recupera e lo coltiva con le attenzioni del caso e poi decide di vendere le bottiglie al di fuori della grande distribuzione organizzata, possiamo metterla così. E’ una scelta di coerenza verso lo spirito dell’album che, come dicevo prima, è un piccolo manifesto controcorrente che riguarda la nobile arte del combattimento, la BOXE. Il vinile uscirà in primavera e devo ringraziare la IRD e Maremmano Records, insieme Simone Veronelli e Paolo Pieretto, che mi hanno accolto e che hanno condiviso lo spirito di questo album. L’idea è stata loro, hanno anticipato e reso possibile un piccolo sogno.