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giovedì, marzo 30, 2023

Ivan Franceso Ballerini: Racconti di mare (La via delle spezie), tra Salgari e Conrad

di Fabio Antonelli

Ivan Francesco Ballerini, toscano di Manciano, seppure non più un ragazzino, ha pensato bene di dedicarsi anima e corpo alla canzone d’autore e, dopo aver sfornato due rispettabilissimi album come “Cavallo Pazzo” (2019) un concept - album, interamente dedicato agli Indiani d’America e “Ancora libero” (2021), eccolo pubblicare negli ultimi mesi del 2022 “Racconti di mare – La via delle spezie (2022 Long Digital Playing). Tre album in soli quattro anni, ma non si pensi neppure lontanamente ad album seriali o peggio superficiali, anzi ci troviamo davanti ad opere di puro artigianato. Sentite cosa ci racconta del suo ultimo album.


Comincerei dalla copertina del disco se sei d’accordo. Il titolo Racconti di mare - La via delle spezie è stato il punto di partenza di questo concept album (perché credo sia a tutti gli effetti un concept) o è stata la sintesi perfetta del contenuto del disco? Mi ha colpito molto la scelta di una illustrazione in bianco e nero, quasi fosse uno sguardo al passato e la scelta del soggetto stesso, un uomo di spalle che, seduto sulla terra ferma, guarda lontano verso l'orizzonte osservando il mare agitato. L'essere sulla terra ferma mi ha riportato alla mente sia Emilio Salgari che pur non avendo mai viaggiato per mare scrisse avventure di mare incredibili, sia Joseph Conrad che, invece, fece del suo navigare la fonte di ispirazione per altrettanto fantastici racconti con protagonisti dubbi e paure dell'uomo. Come ti collochi rispetto al frutto della tua creatività?

Credo che il titolo Racconti di mare sia stata la sintesi perfetta, in quanto si tratta di storie tutte legate al "mare". La scelta del "bianco e nero", come scelsi il "virato seppia" per l'album Cavallo Pazzo è senza dubbio qualcosa che ci riporta indietro nel tempo, inoltre, credo che i colori avrebbero in qualche modo tolto l'attenzione dal soggetto principale: "un marinaio portoghese che sta contemplando il mare in burrasca". La copertina fa parte di uno dei 26 acquerelli che hanno dato vita al bellissimo video di Vasco Da Gama, video diretto dal regista e fotografo Nedo Baglioni. Appena vidi i disegni non ebbi esitazione a capire quale di queste tavole sarebbe stata la copertina. Pensa che stavo per concludere un disco che avrebbe dovuto intitolarsi Incontro al destino, in quanto ogni brano era legato a questo aspetto imponderabile della nostra vita. Poi però mi capitò di leggere una bellissima storia su Vasco Da Gama e il mio progetto iniziale è finito in un cassetto. Mi sono rimesso a scrivere un disco completamente nuovo, altri contenuti, altri soggetti. Alcuni brani di Incontro al destino sono riuscito a traghettarli, con dovute modifiche al testo delle canzoni, in Racconti di mare, questo a dimostrazione che c'è un legame fortissimo tra mare e destino. Rispondendo al tuo ultimo punto: molto spesso traggo ispirazione da racconti letti nel corso della mia vita. È successo con Cuore di tenebra e Tifone, bellissimi racconti di Joseph Conrad, da cui ho tratto spunto per scrivere il testo delle canzoni... ma insieme mescolo sempre molte mie esperienze personali, mie sensazioni e aspetti della mia vita e della mia fantasia.


Ecco, visto che hai citato proprio Vasco Da Gama come la scintilla da cui è partito tutto, mi piacerebbe parlassi della genesi di questo brano, in cui tu canti in prima persona le sue gesta e da cui emerge un personaggio con una limpida visione del proprio ruolo "questa è la mia missione / questo il tributo da saldare".

Potrei dirti che il brano, come successe per Cavallo Pazzo, si è scritto da solo. Poi però mentre scrivevo, non sapevo più scindere chi fosse il vero protagonista, se Vasco Da Gama o io. Direi che sono riuscito, almeno spero, a dare al testo e specialmente alla musica, quella giusta energia, necessaria per poter narrare le gesta e le imprese di un personaggio, ancora oggi, così incredibile, dotato di un carattere e di una potenza davvero ineguagliabili. Lui assieme ad altri navigatori, sono stati i primi veri scopritori del nostro mondo, con mezzi, che a pensarci oggi sembrano impossibili. I galeoni erano senza dubbio imbarcazioni meravigliose, ma erano pur sempre barche di legno, soggette a mille problematiche. Per non parlare del cibo, quasi completamente inesistente... acqua, vino e carne essiccata era il loro unico sostentamento. La maggior parte dei marinai moriva in navigazione a causa dello scorbuto, la mancanza totale di vitamina C. Era una morte lenta e dolorosa, dove le piaghe iniziavano a comparire su tutto il corpo, i denti vacillavano e cadevano, insomma si trattava di gente veramente tosta, che sapeva a cosa andasse incontro. Ma Vasco Da Gama sapeva, sapeva che con la sua impresa avrebbe scritto una delle più importanti pagine della storia: "arrivare per primo in India", potendo così impossessarsi di tutte le ricchezze che questa terra serbava.


Vasco Da Gama non è l'unico personaggio storico ad aver attratto la tua attenzione, vi è anche Pèro da Covilha, anch'egli portoghese e contemporaneo di Vasco Da Gama, che precedette Da Gama nella scoperta delle terre d'India "rischiando la tua vita, tu per primo scoprirai, le terre d'India al mondo mostrerai" e dedicò l'intera esistenza alla scoperta di nuove terre fino alla sua morte "nello Yemen per sempre ... dormirai". Cosa ti ha lasciato questo personaggio forse meno conosciuto di Vasco Da Gama?

Pèro da Covilha è stata la vera scoperta di questo mio lavoro discografico. Un portoghese dalle doti eccezionali: poliglotta, parlava perfettamente il Portoghese, lo spagnolo, l'arabo... un James Bond di altri tempi tanto per farsi capire. Quindi Giovanni II Re del Portogallo affida a lui l'impresa considerata impossibile di avventurarsi in India, alla ricerca della famosissima "via delle spezie"... e lui compiendo un viaggio rocambolesco tra terra e mare vi riesce... per primo... prima di Vasco Da Gama. Molto probabilmente la regina dell'Etiopia rimasta vedova si innamora di lui e non la lascia più tornare nella sua patria. Morirà esule e questo fatto ha toccato il mio cuore e credo, spero, si senta questa malinconia negli incisi di questo brano.

Si sente sì, ma si può dire che la malinconia pervada un po' tutto il disco, sin da "Una manciata di parole" il brano che apre il disco di cui è stato realizzato un video molto toccante e che racconta il dolore della lontananza dalla propria donna amata "Navigare, nella pioggia o sotto il sole, per trovare una manciata di parole, quelle giuste, per dirle che la ami", ma la ritroviamo in Cuore di tenebra il cui titolo richiama il racconto di Joseph Conrad e dove la realtà si fonde con la fantasia, il quotidiano con le pagine del libro, un amore finito che si fa lacerante perché i ricordi continuano a farsi vivi. È davvero così?

La malinconia è un sentimento poetico per eccellenza... chi ha vissuto una vita bella e piena, sa di cosa sto parlando. È un sentimento dai colori tenui... colori rosa. Una manciata di parole apre il disco con un leggero canto, quasi a ricordare il canto pericolosissimo delle sirene di Ulisse. Il marinaio in navigazione si trova da solo, e nella solitudine può concentrare i suoi pensieri alla sua donna amata. Vorrebbe trovare le parole giuste, semplici e dirette, per dirle quanto la ama. Il bellissimo video è stato ideato e diretto dal caro Paolo Tocco, mentre l’attore che recita è il bravissimo Luciano Emiliani. Lo stesso accade in Cuore di tenebra dove alle parole iniziali del libro di Conrad, ho ricamato addosso una storia d'amore, volando libero con la mia fantasia. Una cosa che mi è successa anche col brano Volare libero del mio disco precedente, brano col quale quest'anno ho già superato le selezioni iniziali del Tour Music Fest. Invece Racconti di mare parteciperà al Tenco, assieme ad un brano inedito che ho arrangiato col maestro Roberto Padovan e Luca Bonaffini: La guerra è finita.


C'è una canzone che, anche solo leggendo il testo, sembra essere una sceneggiatura per un corto, forse hai già capito di cosa stia parlando. Mi riferisco al brano Al bar del porto, tanto che non poteva non divenire quel bellissimo videoclip che è diventato. Una canzone che ha tutto, melodia scrittura e il desiderio di raccontare, lo stesso desiderio del protagonista della canzone per cui dici che "le storie raccontate da lui hanno un altro sapore". Questo personaggio fa parte della fantasia o, forse più realisticamente, è una proiezione di te stesso? I tuoi racconti sono sempre saporiti, questo è sicuro.

Al bar del porto l'ho scritta pensando a tutti coloro che avendo vissuto una vita ricca di emozioni, hanno qualcosa da raccontare. Mi ricorda un po’ la frase del film Novecento di Baricco, quando dice: "non sei mai morto quando hai una buona storia da parte e qualcuno disposto ad ascoltare". Parla di un marinaio che ha speso la sua vita in mare. Adesso non gli resta che raccontarsi ai frequentatori, usuali o di passaggio, che gravitano nel bar del porto dove lui ha lavorato e trascorso la sua vita. È un personaggio a cui piace parlare, ma non ama domande dirette... non si capisce se "sia triste o sia felice", un personaggio amabile ma enigmatico. Sotto molti aspetti sono io quel marinaio. Il videoclip vanta ancora una volta la regia di Nedo Baglioni, regia decisa e studiata con dovizia di particolari da me e Nedo, assieme al mio caro amico, e in questo caso arrangiatore del brano, Giancarlo Capo. È stato Giancarlo a spronarmi per realizzare questo video, girato al sorgere del sole nella splendida cornice di Porto Ercole sull'Argentario. È Giancarlo che ha saputo dare alle parole del testo un valore ancora più profondo, accostandovi una musica che è davvero struggente. L'attore che interpreta il ruolo di marinaio è invece il bravissimo Roberto Fazioli, che si è immedesimato perfettamente nella parte e nel ruolo di questo personaggio e da cui è nata una bella amicizia. Nell'arrangiamento, Giancarlo si è avvalso della collaborazione del grande fisarmonicista Stefano Indino.


C'è anche un'altra canzone, forse la più profonda e poetica dell'intero disco da cui hai tratto un video altrettanto intenso e significativo, mi riferisco ad Angoli dimenticati nelle vie del mondo, mi sembra che la canzone si muova su due piani paralleli, da una parte c'è la ricerca di nuovi luoghi da esplorare, dall'altra un viaggio interiore alla ricerca delle risposte sulla propria esistenza? È così o la mia interpretazione è una forzatura?

È esattamente così caro Fabio. Tu da persona sensibile quale sei hai colto subito il punto cruciale. Nella vita, per molti anni, ho viaggiato il mondo, sempre teso alla ricerca di qualche cosa da scoprire, ma posso dirti quasi con certezza, che i veri tesori da scoprire non sono quelli che puoi trovare fuori, ma vanno cercati a fondo dentro di noi, scavando nelle pieghe complicate dei nostri pensieri. Molti mi hanno rivolto la domanda di quale fosse il brano a cui mi senta più legato... ed è proprio questo. Il video, sempre diretto dal maestro Nedo Baglioni, ritrae me Alberto Checcacci (mio direttore artistico) e la splendida Lisa Buralli, in una rocca abbandonata ai piedi del monte Amiata. Abbiamo dovuto scavalcare un alto cancello chiuso per potervi entrare, ma credo ne sia valsa la pena.


Assolutamente, d'altronde i beni preziosi occorre cercarli, a volte con fatica, non sempre capita di incontrarli per casualità, proprio come mi sembra di evincere da questi tuoi versi "A braccia aperte vola incontro al tempo / come aquilone alzati nel vento / se sei arrivato qui, sicuro cercavi me / che da qualche parte vivo in te / che da sempre nel tuo cuore vivo in te" tratti da I segreti del mondo. Ritorna ancora una volta il concetto di ricerca dentro sé o sbaglio?

Assolutamente. La canzone l'ho scritta per un'amica che credevo non avrei mai più incontrato nella vita. Quindi in questa I segreti del mondo esorto tutti a non darsi mai per sconfitti... ma a nutrire sempre il cuore di speranza buona, e oggi Dio solo sa se ce n'è bisogno. Sempre mosso da questa spinta e verso qualcosa che porti un po’ di luce e di speranza, ho scritto "la guerra è finita", piccola anticipazione di quello che sarà il mio futuro progetto.

Non darsi mai per sconfitti, sembra un po' lo stesso sentimento che anima il protagonista della canzone Tra le braccia del mio amore, un uomo di mare così come lo sono stati tutti i suoi familiari e i suoi avi, che a notte fonda torna dalla propria donna "per ritrovare la pace, tra le braccia del mio amore, che a volte mi consola e a volte mi punisce, ma è la sola donna al mondo, che in fondo mi capisce. Essere compresi dalla persona che ci vive accanto, anche tra le difficoltà che la vita ci pone davanti, quanto ritieni sia importante? Quanto aiuta a non farsi sopraffare dalle avversità?

Aver vicino una persona che sia amica, amante, complice e ti sappia comprendere è una cosa molto rara, rara e preziosa. Non capita a tutti di avere questa fortuna e i fortunati devono sapersi tenere ben strette persone così, uomini o donne che siano. Il brano Tra le braccia del mio amore forse è il più toccante, il più struggente di questo disco... e come Non piangetemi mai nell'album Cavallo Pazzo, va a chiudere questo Racconti di mare. Sul finire del brano la voce di Lisa Buralli, sembra quasi voler urlare, gridare al mondo, che nonostante tutte le difficoltà, non potrebbe fare a meno del suo uomo... nonostante le assenze, nonostante le tentazioni che il mondo gli offre... nonostante tutto.


In questo viaggio senza un itinerario preciso attraverso le canzoni del tuo nuovo disco, ho tralasciato qualcosa, non per dimenticanza o, peggio, perché ritenuto meno importante, ma per lasciare a chi ci legge la curiosità di andare ad ascoltare ciò di cui non si è parlato. Vorrei invece spostare il discorso su un altro tema, quello della rappresentazione live dei brani di questo disco e, ovviamente anche dei due precedenti. In studio, si sa, si attinge a molti musicisti e altrettanti o più strumenti, perché credo che giocare con gli arrangiamenti sia il bello della realizzazione di un album, il vestire i brani a festa, ma si sa anche che nei live bisogna soprattutto fare i conti con il budget e gli spazi messi a disposizione dagli organizzatori. Come pensi di muoverti?

I miei brani non hanno bisogno di molte sovrastrutture, in quanto credo siano le parole, i testi, la parte fondamentale. Potersi esibire dal vivo è diventato oggi una cosa praticamente impossibile. I locali sono davvero pochi, i budget offerti sono spesso vergognosi, tuttavia, sto ultimando la mia pagina personale, il mio "official web site", curato dall'ing. Simone Gironi. Credo venga fuori un lavoro serio, semplice e curato, che mi rispecchia pienamente. Spero questa "vetrina sul mondo" mi porti ad effettuare alcune esibizioni live. Comunque, aldilà dei live, sto già lavorando su alcuni progetti a medio termine. Uno che ritengo molto bello sarà l'ultimazione del brano La guerra è finita e la presentazione, spero a giugno di un nuovo bellissimo video.


Questo tuo sguardo fiducioso al futuro potrebbe essere la chiusura perfetta di questa nostra chiacchierata ma, se me lo consenti, vorrei farti un'ultima domanda rivolta al presente, al tuo disco Racconti di mare. Se lo dovessi presentare in breve, durante un ipotetico passaggio a fine telegiornale della durata di un minuto o poco più, che parole useresti?

Si tratta di un viaggio, di questo si è trattato per me, un viaggio via terra e, soprattutto, via mare. Un viaggio tra passato e presente, che mi ha consentito di scavare dentro me stesso e di scoprire tanti nuovi amici, musicisti e no. Un viaggio in cui ho affrontato molti aspetti della vita di ognuno di noi: amore, malinconia, speranza, disperazione, voglia di libertà e desiderio di nuove scoperte. Un viaggio difficile, pieno di ostacoli a volte, faticosissimo e allo stesso tempo meraviglioso. Credo sia un bel mix non trovi?

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martedì, novembre 19, 2019

Pierangelo Bertoli – Visto da vicino (dal cassetto dei ricordi)


Se Pierangelo fosse stato ancora in vita avrei avuto tante domande da porgli. In passato ebbi anche più di un’occasione di conoscerlo personalmente, a latere di qualcuno dei suoi sempre gremiti concerti, ma non so perché non ebbi mai il coraggio di farmi avanti, di stringergli la mano, di abbracciarlo e magari semplicemente complimentarmi con lui.
A questo punto rimediare non è più ovviamente cosa possibile, ho pensato allora di contattare il figlio Alberto e la moglie Bruna e anziché far loro un’intervista tradizionale sul compianto Pierangelo, di utilizzare invece le parole stesse di Pierangelo, quelle delle sue canzoni, magari proprio pescando dalle meno note, come spunti da cui poter lasciar emergere a loro discrezione ciò che è pubblico e ciò che è privato, Pierangelo artista e Pierangelo uomo, ecc.
In realtà loro hanno poi preferito muoversi ancor più liberamente, ma ne è ugualmente emerso un duplice, bellissimo, genuino ed intimo ricordo di Pierangelo. Non posso quindi che ringraziare entrambi per la loro cordialissima disponibilità.
1 settembre 2008



Ma sono fatto così 
e non ci posso far niente 
prendimi pure così
come mi accetta la gente
che mi sorride e che mi lascia parlare
però non mi sente,
che mi sorride e che mi lascia parlare
però non mi sente.
(Così – Frammenti 1983)

Così decisa tu venivi
per parlarmi allora per la prima volta
non sembravi imbarazzata forse appena un po’
con poche frasi semplici
mi hai invitato a cena da te
sono stato fortunato quando hai scelto me.
(A Bruna – Frammenti 1983)

Se dovessi reiventarti ti farei dal vero
…fino a quando lo vorrai ti vorrò vicino a me
e l'inverno sarà caldo anche a te
(Dal vero – Oracoli 1990)

Spero soltanto di stare tra gli uomini
che l'ignoranza non la spunterà
che smetteremo di essere complici
che cambieremo chi deciderà
(Italia d’oro – Italia d’oro 1992)

Nel 2000 non si troverà opposizione
Nel 2000 avremo una unica opinione
Nel 2000 le risate saran solo programmate e generali
Con il giusto sovrapprezzo passeranno perversioni personali
(Nel 2000 – Dalla finestra 1984)


Mio padre si nutriva soltanto di giornali e di televisione,
così, per quanto ho detto, non sono mai riuscito a toccargli la ragione.
Mi ha dato del bugiardo, poi duro mi ha guardato, e quasi mi ha picchiato,
e poi, per non sentire nemmeno una parola, l'esercito ha chiamato.
(1967 – Il centro del fiume 1977)


Prega prega Crest perché an te faga piò pener
Giost sal t'impedes ed continuer a ragiuner.
(Prega Crest – Eppure soffia)


I poeti sono il sole che riscalda le speranze
della gente disperata che si nutre di bestemmie
i poeti sono il mare che circonda tutto quanto
ma hanno la pelle troppo chiara e non fanno più di un tanto.
(I poeti – Certi momenti 1980)


E più ci penso più mi sento male
Nemmeno ci si sogna di cambiare
Future abilità, speranze umane
Riuscire a galleggiare sul letame
(Mio figlio – Sedia elettrica 1989)


E non so se avrò gli amici a farmi il coro
o se avrò soltanto volti sconosciuti
canterò le mie canzoni a tutti loro
e alla fine della strada
potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.
(A muso duro – A muso duro 1979)







Spesso le persone usano le parole come fossero ornamenti, bijou per abbellire ed apparire.
Ci si dimentica che dietro ad ogni parola c’è una storia, un vissuto concreto nel percorso della vita e che il vocabolo, altro non è che la sintesi di un concetto profondo legato alla realtà quotidiana della vita di ognuno di noi.
Purtroppo, accade di frequente che individui con scarso senso della dignità e dell’etica, furbescamente, si attribuiscano proprietà poetiche che in realtà non hanno, sfruttando il lato più superficiale ed estetico della scrittura, per trarne privilegi e vivere parassiticamente.
Angelo amava parlare. Parlava a lungo, entrando nei minimi particolari, andando a ritroso nel tempo in modo da formare delle mappe: una sorte di genesi sull’argomento in questione che gli permetteva contemporaneamente di chiarirsi lui stesso sui concetti importanti che, successivamente, sarebbero entrati anche nei testi delle sue canzoni.
Il suo parlare era vero, autentico, semplice, concreto sempre legato ai fatti della vita nella sua interezza: cuore, intelletto, onestà, oggettività e forza!!! Tutto questo impegno appariva un tantino “serioso”, e spesso disturbava l’interlocutore amico che, volente o nolente, si trovava forzato a riflettere, a fare autocritica, a pensare, un esercizio quest’ultimo, oltre che faticoso assai noioso. Così, quando alla fine della giornata, ci si ritrovava da soli, con una nota di tristezza, mi prendeva una mano tra le sue, grandi e calde, e stringendola mi guardava con quello sguardo profondo che veniva da lontano nel tempo della vita e mi sussurrava: amore mio, sono stato fortunato, ti amo. Ed io gli rispondevo: “Io lo sono stata di più, +1, ho vinto! Non devi essere triste, scrivi queste sensazioni, questi pensieri, queste sono le vere poesie e tu le devi scrivere”.
Così nascono alcune canzoni come: Così, I poeti, A bruna, Dal Vero, A muso duro.

Bruna Pattacini (moglie di Pierangelo)




 

Rileggendo le parole di mio padre, non posso fare altro che pensare ad una frase che mi è stata detta da Luca Bonaffini, un suo coautore quest’estate dopo un concerto tenuto insieme in provincia di Roma “ho incontrato e conosciuto tanta gente, e tutti quanti hanno qualcosa che li fa assomigliare, chi più e chi meno, a qualcun altro, tuo padre no, tuo padre era un alieno!!!”. Fa sorridere che proprio in un’intervista di 15 anni prima, si può vedere una foto con noi famiglia vicino ad una lavagna dove mia madre aveva scritto una frase che secondo lei lo rappresentava “ben tornato Juppiter” (la foto è ancora oggi presente sul web).
Se leggiamo anche solo il teso di canzoni come Nel 2000 o Italia d’oro e Mio figlio non possiamo che rimanere a bocca aperta: è di qualche mese la notizia che hanno mossi i militari contro la mafia, ma come recita l’ultima canzone che ho citato “... al massimo si sentono belati, ma non ho ancora visto i carri armati ...”. Era veramente un uomo “... con lo sguardo dritto e aperto nel futuro ...”. ma la cosa più incredibile era che, se qualcuno chiedeva come facesse ad avere queste visoni del futuro azzeccate, la risposta era delle più candide “ma infondo lo sapevamo tutti”. In un qualche modo è vero che la gente sapeva già, ma ignorava, ma c’è anche da ammettere che lui in più aveva una lanterna per vedere tra il buio della notte del tempo e sicuramente questo era dovuto in parte al continuo rielaborare pensieri propri e pensieri altrui, come diceva prima mia madre, e in parte al fatto che era un uomo del popolo e la gente l’aveva conosciuta dall’interno, faccia a faccia, non superficialmente. Questo sapere volgare, del volgo del popolo era un bagaglio preparato con tolleranza, amore, comprensione e forza nei confronti dei diversi e delle diverse culture. Penso che solo chi conosce bene i popoli possa cercare di azzardare una previsione su un futuro che tutti i giorni prende forme differenti. Lui conosceva la gente addirittura dai loro canti popolari, cioè da dove affondano le radici le problematiche delle persone. Ho sentito mio padre cantare dal milanese al sardo, dal greco allo spagnolo, dal francese all’inglese, dal piemontese al siciliano, dal napoletano alla sua lingua, il Sassolese, quella da cui traduceva in italiano quando parlava e scriveva. Da questo punto partiva l’esposizione del suo punto di vista duro, di rottura, di diritti, di libertà in senso assoluto! Se hai come bagaglio le radici dei popoli non puoi offenderli, se esponi le tue idee, anche se queste sono indigeste, forse a qualcuno non piacerai, ma sicuramente sarai rispettato come tu rispetti gli altri.
E se infine volete sentire il Bertoli narratore della cultura sua contemporanea, e dichiaratore delle proprie idee ascoltate Prega crest, 1967, Certi momenti … anche se in ogni suo altro pezzo potreste trovare gli stessi tesori.

Alberto Bertoli (figlio di Pierangelo)

Luca Bonaffini: sospeso tra sogno e realtà, ma comunque libero


di Fabio Antonelli

In questo periodo Luca Bonaffini sta portando in giro per teatri e non solo, il suo ultimo lavoro discografico IL CAVALIERE DEGLI ASINI VOLANTI (2018 Ed. IdP), in versione unplugged. Sembra ieri il giorno in cui ebbe l’occasione di conoscere Pierangelo Bertoli e da lì iniziare una splendida collaborazione con il compianto cantautore di Sassuolo ma, in realtà, sono già passati trent’anni. Tempo quindi di bilanci, ma sempre con “lo sguardo dritto e aperto nel futuro” ...

Espansione TV


Hai appena compiuto i 57 anni in questi giorni, nel rinnovarti gli auguri ti chiedo una sorta di bilancio della tua vita, in termini musicali quanto sei riuscito realmente a realizzare di ciò che avresti voluto fare e cosa, invece, senti che ti è mancato o non hai potuto sviluppare come credevi?

Il bilancio, per fortuna, io lo faccio una volta al giorno, al mese, all'anno e dopo che mi accade un evento (bello e brutto), 57 è un numero anonimo, a parte il fatto che 5+7 fa 12! La mia carriera è stata breve, intensa ed incompleta. Dal 1985 al 1994, sono stati otto anni di "discografia vera", con obblighi, costrizioni, entrate economiche e successi (vedi Pierangelo Bertoli, Patrizia Bulgari, ecc.). Poi ho continuato, dopo essermi staccato dal "grande mondo dei grandi", per la strada (un po’ mia, un po’ no). E lì ho capito che un conto è far parte del sistema ed essere costretti a produrre numeri e fare da schiavo (ghostwriter o produttore di idee, strategie, tattiche); un altro conto è vivere per sé stessi, senza gravare sul fegato la necessità di "essere all'altezza del mercato (o mercatino ...)". Bisogna avere lo stomaco forte per resistere, in entrambi i casi. Ma io non ho mai mollato, anche quando il frigorifero era vuoto.

Questo credo non possa che farti onore. Certo non deve essere stato facile ma se l'anno scorso sei arrivato a realizzare un disco "Il cavaliere degli asini volanti", così diverso da ciò che hai fatto in passato, così pieno dei tuoi ideali, così fuori dalle logiche di mercato, credo sia anche una conseguenza del tuo coraggio. Mi racconti come è nato?

Nel 2015 ho compiuto 30 anni di percorso e la mia città mi ha omaggiato di un bellissimo evento al Teatro Ariston. Solo con voce e tre chitarre (due acustiche e una elettrica) ho raccontato aneddoti e momenti artistici della strada fatta. Da lì l'idea di ricominciare a lavorare su un album di inediti. Un produttore, un'etichetta, uno staff: troppe cose, troppi costi per un ultra cinquantenne pressoché ignoto. Allora, dopo il naufragio di un progetto tra passato e futuro molto bello ma irrealizzabile, ho chiesto a Roberto Padovan, compositore di musica per colonne sonore, di scrivermi alcuni "mondi" che si ispirassero ai sette chakra. Volevo volare ancora, come mi è accaduto, ma ancora più in alto. Volevo studiare la terra dall'alto, misurarmi con lo spazio fuori e con quello dentro. Ecco che abbiamo, nell'autunno del 2016, iniziato a scrivere e, nel giro di cinque mesi, c'era già tutto l'album Il cavaliere degli asini volanti, testi, musiche, arrangiamenti e registrazioni. È rimasto fermo fino all'anno dopo, diventando CD fisico nel settembre 2018, e digitalizzandosi in 240 Paesi del Mondo grazie a Believe Digital nel luglio di quest'anno. Intanto ho prodotto e realizzato libri e spettacoli, fino ad arrivare al mini tour unplugged.

L'Officina della Musica - Como


Nell'ambito di questa tuo mini tour, come lo hai definito tu stesso, mi sembra, almeno quello tenutosi a Como mi è parso così, che abbia voluto dare un peso notevole al rapporto umano, con coloro che hanno il piacere di seguirti in questi tuoi sogni. Quanto davvero è importante questo aspetto, per il tuo mondo musicale?

Io mi reputo un dream writer. Scrivo ciò che sogno e quello che mi spaventa, come ad esempio la negazione dei sentimenti. L'umanità siamo noi, non è un concetto astratto. È la definizione del nostro esserci, essere qui, su questo pianeta in questo preciso momento. E il mio mondo fantastico è inscindibile dal mondo reale ...

Teatro Lo Spazio - Roma


Ma non credi sia un mondo reale in cui ormai si calpesta tutto e tutti, quasi senza neppure accorgersene? Un mondo dove anche la musica è diventata usa e getta, come resistere a tutto ciò?

Resistere è la parola d'ordine dell'uomo. Sempre. L'uomo nasce per esistere e resistere senza alternativa. Chi si chiude, ha perso. Sono stato a Roma, recentemente. Beh... Viva Milano! 😀

Teatro della Memoria - Milano


Perché viva Milano?

Perché i milanesi a Milano, dove ho aperto l'etichetta ldp, credono ancora nel futuro. I romani, no. Ma forse sono capitato il giorno sbagliato!!!

Può essere, ma mai smettere di sognare un futuro e i tuoi sogni sono di quelli in cui gli asini volano. Non ho volutamente chiesto nulla del tuo rapporto con Pierangelo Bertoli ma so che l'esperienza vissuta con lui è stata un qualcosa di unico per te. Oggi, c'è un artista che, se ti dicesse “caro Luca ti va di scrivere un disco con me?” faresti la fine di quegli asini?

No, non c’è, ma gli asini sono la nostra memoria attiva, il sogno realizzabile. Quindi perché non provare a volare ancora?

Cover  IL CAVALIERE DEGLI ASINI VOLANTI

Se sei d’accordo, vorrei farti un’ultima domanda sull’ultima tua fatica discografica Il cavaliere degli asini volanti, visto che proprio in questo periodo, come detto sopra, la stai presentando in giro per l’Italia, in versione unplugged, non voglio però parlare delle canzoni perché non voglio togliere curiosità a chi ci leggerà, vorrei soffermarmi sulla splendida copertina illustrata, chi l’ha pensata e disegnata?

Daniele Massimi, un eccellente illustratore visionario che, tra proiezioni cosmiche e sentimenti umani, ha deciso di volare insieme a noi...


Luca Bonaffini su Facebook
Canale YouTube di Luca Bonaffini

sabato, novembre 22, 2014

Intervista a Luca Bonaffini



di Fabio Antonelli

Luca Bonaffini, compositore di musiche e autore di testi per canzoni, s’è affermato intorno alla fine degli anni ‘80 come collaboratore fisso di Pierangelo Bertoli, firmando per lui molti brani in album di successo, tra le quali "Chiama piano", all'interno dei quali compare anche come cantante, armonicista e chitarrista acustico. Dopo aver realizzato una decina di album a proprio nome, ha debuttato nel 2013 come scrittore con il libro "La notte in cui spuntò la luna dal monte" (edito da PresentArtSì), ispirato al suo incontro con Pierangelo Bertoli. Il 7 agosto scorso ha pubblicato il disco “Sette volte Bertoli”, in ricordo di Pierangelo e proprio di questa sua ultima fatica s’è parlato in questa intervista.



E' da poco uscito un tuo disco dal titolo "Sette volte Bertoli" che vuol essere il tuo omaggio al cantautore di Sassuolo. Credo che un buon motivo per ascoltarlo con attenzione sia che d’interi dischi di altri musicisti che interpretino Bertoli praticamente non esistano, però vorrei che fossi tu a darmene degli altri.

Esistono diverse tribute band ma, a differenza di De André, riscuotono consensi meno evidenti. Bertoli ha scritto canzoni popolarissime, ma con testi a volte molto fuori moda. Non solo come argomenti, ma anche come linguaggio. Gli italiani si lustrano la lingua dandosi dei toni "da letterati", perché sono convinti che tutto debba passare attraverso la cultura "alta", quella cattedratica. Angelo, così lo chiamavamo, era un vero cantore di storie civili. Un cantautore non di protesta, ma di "testa". Al di là dell'estetica letteraria, le sue restano poesie sociali straordinarie ...

Perché hai voluto intitolare così questa raccolta di suoi brani e soprattutto perché, dall'immenso patrimonio musicale lasciato da Pierangelo, hai scelto proprio queste sette canzoni?

Le canzoni che avrei voluto cantare erano almeno trenta ma io non sono in grado, con le mie possibilità vocali, di riproporle in maniera credibile. Volevo essere, anzi continuare a essere, il suo allievo; e allora, visto che considero Bertoli il cantautore delle cose quotidiane, volevo cantare una canzone al giorno.
I giorni sono sette ed ecco sette volte Bertoli, come una terapia ...

E' vero la tua voce e il tuo modo di cantare sono praticamente antitetici a quelli di Pierangelo che cantava con voce potente, forte, che scandiva in maniera secca le parole, però credo che, per alcune canzoni, tu abbia fatto un lavoro straordinario di ringiovanimento, soprattutto con "La luna è sotto casa" che, secondo me, nella versione originale aveva un arrangiamento un po’ datato, non credi?

Grazie del bell'apprezzamento. Ritengo “La luna sotto casa” un brano sottovalutato, perché considerato moralista. Non è così. Pierangelo aveva delle priorità ... ovvie, ma non per tutti. La superficialità è l'estensione massima del vuoto del protagonista della canzone che, in quanto a "masturbazioni cerebrali" - come direbbe Angelo - non ha uguali. Bertoli non lo giudica. Lo condanna, a misurarsi con se stesso!

Si, trovo sia una delle canzoni più belle, però ai tempi penalizzata da un arrangiamento un po' vecchiotto, come lo era ad esempio quello di "Due occhi blu" Credo che tu abbia saputo donargli una veste nuova, molto fresca, capace di mettere ancor più in risalto la bellezza dei testi, che dici?

Non saprei. Io sento le sue canzoni così. Alcuni arrangiamenti di brani scritti insieme come “Oracoli”, “Italia d’oro” e “Gli anni miei”, titoli anche degli album che contengono alcuni dei nostri successi, non corrispondono alla mia modalità immaginaria musicale, ovvero, quando li scrissi, me li fantasticavo più aerei. Ma la voce di Pierangelo li ha ingigantiti comunque ...

Un’altra canzone che dal restyling ha acquisito nuova linfa è "Il centro del fiume", canzone tra le più vecchie ma tra le più attuali, purtroppo aggiungerei. Perché hai deciso di inserirla nel disco?

Non la considero semplicemente attuale, bensì "permanente". Esprime la modalità tipica di chi, politicamente e umanamente, sceglie di "non muovere" le cose. "Il sesso è scoperto, però hai coperto l'amore", è una frase che dovremmo stampare sul promemoria della quotidianità.


E' vero. In questi giorni sto riascoltando un po' di canzoni di Pierangelo ed è sorprendente come i suoi testi suonino sempre attuali. La stessa "Maddalena", che hai voluto inserire in quest’omaggio, penso sia esemplare in tal senso. Stupenda poi la scelta di interrompere la musica prima di chiudere con "quasi fosse colpa sua". Io amo tantissimo questa canzone, quali sono stati i motivi che ti hanno portato a cantarla?

La diversità non è un luogo comune che coinvolge alcune categorie o classi sociali. Spesso è discriminante. Pierangelo parla nella sua canzone di un fatto personale (quello che riguarda un travestito) come di un problema sociale, reso problema dalla gente. Insomma, pare che l'omosessualità, anche oggi, sia oggetto di sfogo di rabbie da parte di chi non l'accetta. Ma spesso gli omofobi, tramite una strisciante indifferenza, nascondono un lato di curiosità omoerotica ... ne sono certo!

Ascoltando e riascoltando il tuo disco, mi sembra di poter dire che, attraverso l’interpretazione, si possa spostare l’accento di una canzone. Cerco di spiegare meglio il concetto, ascoltando “Varsavia” nella versione originale di Pierangelo, sembra prevalere la rabbia, la voglia di lottare contro le ingiustizie subite dalla gente sottoposta al regime mentre, nella tua versione, sembra prevalere la sofferenza, il dramma interiore di quelle persone, che è poi il dramma di chiunque non possa vivere la propria libertà. E’ solo una mia impressione?

Ognuno esprime la rabbia come può e come riesce. Io non amo urlare e, quando lo faccio, la faccio male. Divento isterico e poco credibile. Ma il mio modo di manifestare il dissenso o il disdegno verso certe azioni o fatti non ha meno forza. Grido piano, ma con la stessa intensità emotiva.

La stessa tua “Chiama piano”, in questa versione, sembra essere cresciuta ulteriormente. Pur senza la presenza di Fabio Concato devo dire che, invece che perdere smalto, sembra aver acquisito la giusta maturazione, un po’ come un buon vino rosso cui gli anni trascorsi non hanno fatto altro che accrescerne la qualità.

Nasce scritta da me che sono un cantautore, non solo autore. Pierangelo capì bene questa cosa dal primo momento che misi piede in casa sua nel 1983. Io l’ho sempre cantata, fin da quando uscì per La Ricordi nel 1990, a modo mio. È naturale che, a differenza di allora, non ha più lo svantaggio di un confronto recente. Allora era in cima alle classifiche ed io pressoché sconosciuto. Il confronto era ovviamente pesante. Oggi io la canto ancora più libero di allora, ma posso ancora studiarla, rifarla e – magari – modificarla, migliorandomi. Pierangelo e Fabio l’hanno cantata insieme una volta sola e hanno vinto, nel giro di poche settimane, un disco d’oro. Insomma, ognuno di noi l’ha cantata meglio che poteva….

“Per dirti t’amo” e “Eppure soffia” sono senza dubbio le canzoni meno rimaneggiate. “Eppure soffia” è uno dei testi di Pierangelo più riusciti per la forza dei suoi contenuti e la sua estrema sintesi, in questa versione sono coinvolti anche il figlio Alberto Bertoli e Flavio Oreglio, com’è nata questa vostra collaborazione?

Alberto lo conosco dall’83 (quand’era bimbo); Flavio dall’85 quando stava iniziando. I due cognomi, Bertoli e Oreglio mi hanno portato fortuna. E, inoltre, rappresentano due estremi modi di contestare attraverso la musica: quella popolare d’autore di Pierangelo e quella del teatro canzone satirico di Flavio (introdotta da Gaber). Infine io sono mantovano, un lombardo in odor d’Emilia. Bertoli di Sassuolo e Oreglio di Peschiera Borromeo in provincia di Milano. E la canzone è una delle più belle ballate italiane mai scritte. Quindi, abbiamo “soffiato” insieme.

Forse questa domanda avrei dovuta fartela per prima, com’è nato il sodalizio artistico tra te e Pierangelo?

Prima da fan (io, ovviamente…). Poi allievo e frequentatore…. Poi come autore. Infine come chitarrista acustico dal vivo, collaboratore fisso e amico. Nel 1993 mi ha anche prodotto un album per la Sugar Music. Ha fatto il massimo.

Cosa amavi di più in Pierangelo e cosa invece magari non condividevi? Tu che l’hai conosciuto bene da vicino, in Pierangelo l’uomo e l’artista erano figure ben distinte o, invece, com’era sul palco davanti al suo pubblico lo era anche nella vita quotidiana?

Identico. Palco e vita erano la stessa cosa perché, prima di tutto, per lui c’erano le persone. E i suoi sentimenti. La musica e i dischi erano la parte della vita che gli permetteva di entrare in contatto con la gente. E di crescere e di aiutare gli altri a crescere.



Rivedendo nei giorni scorsi un’intervista televisiva storica di Enzo Biagi a Pierangelo, all’interno di una trasmissione in cui si parlava di Handicap, mi sembrava di vedere da una parte il giornalista spingere sull’acceleratore del pietismo, nel desiderio di sentirsi dire da Pierangelo che la sua vita fosse stata un inferno e dall’altra Pierangelo insistere sul fatto di aver vissuto un’infanzia in tutto “normale”, dove anche con gli amici aveva potuto fare tutto, forse solo a pallone non riusciva a giocare … Com’era in realtà il suo rapporto con il suo handicap e com’è stato invece il tuo con il suo handicap?

L’Italia è un Paese che fonda gran parte della propria cultura storica sul pietismo e sugli eroi perdenti. Pierangelo era un vincente in panchina per forza maggiore, parlando di calcio. Ma vinceva comunque perché era un capo squadra, uno stratega della comunicazione “vera” (non contraffatta) e un uomo di azione che non temeva di mettersi in gioco personalmente.  Lui non ha mai fatto trapelare alcuna difficoltà con me, se non quella evidente delle barriere architettoniche. Io, a un certo punto, mi dimenticavo – grazie alla sua intelligenza – di tirare giù la carrozzina dall’auto. Per me, lui non camminava. Correva proprio.

So che in questi giorni sei molto impegnato nel promuovere il disco, attraverso web, radio e tv. Seguirà un tour o il disco stesso può considerarsi il sigillo a quella serie di date che hai tenuto nei mesi scorsi, legate alla pubblicazione del tuo libro “La notte in cui spuntò la luna dal monte" (edito da PresentArtSì), ispirato al tuo incontro con Pierangelo? Anzi colgo l’occasione per chiederti com’è nata l’idea di questo libro e com’è stato accolto dai lettori.

Il percorso di elaborazione e di recupero del “me stesso” legato a Bertoli è concluso. È durato oltre due anni, dalla pubblicazione del libro di Mario Bonanno (marzo 2012) all’ultimo concerto di Cologne tenutosi in occasione del 25° anniversario della Caduta del Muro di Berlino, dove Alberto è stato ospite e protagonista. Adesso Pierangelo ritorna nei miei spettacoli, nei miei album con uno spazio più regolare, più giusto. Io non voglio e non devo essere la bandiera di Bertoli. Sono solo un suo fan divenuto allievo e fortunato testimone di una parte della sua carriera. Ci sono, ribadisco, tribute band eccezionali, c’è Marco Dieci (suo alter ego storico e autore prodigioso), c’è il figlio (che quando canta fa davvero venire i brividi, per bravura e talento). Io ho scritto e pubblicato 11 album. E ci sono tantissime canzoni inedite nella mia libreria, ci sono artisti da produrre che hanno bisogno del mio supporto, nuovi spettacoli da scegliere, scrivere e dirigere. E magari, qualche altro racconto…

L’ultima domanda vuol essere un po’ una provocazione. In un’intervista realizzata a Pierangelo, al termine del concerto tenutosi al Teatro Carani di Sassuolo nel 2000, per i suoi venticinque anni di carriera, Bertoli a una domanda dell’intervistatrice che gli chiedeva se amasse sentire le sue canzoni cantate da altri, rispose “quella che ha cantato meglio una mia canzone è stata Ornella Vanoni sicuramente” però aggiungendo, senza peli sulla lingua, “in generale no, mi piace più cantarle io”. Come pensi avrebbe accolto il tuo disco omaggio?

Mi avrebbe tolto il saluto. Scherzo. Non lo so, sinceramente. Ma so che ai suoi appassionati, alla sua famiglia, alla sua gente, la cosa non è dispiaciuta. E questo per me è sufficiente.



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