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lunedì, luglio 07, 2025

Ivan Francesco Ballerini: La guerra è finita, una danza continua tra realtà e immaginazione, dove la speranza è l’unico rimedio al dolore

di Fabio Antonelli

Ivan Francesco Ballerini è l’esempio di come non ci sia un limite di età per cominciare ad inseguire un proprio sogno. Del 1967 come il sottoscritto, nel 2019, forse stanco di cantare canzoni di altri, decide di scriversi in proprio le canzoni e pubblica un signor album, “Cavallo Pazzo” (RadiciMusic Records, 2019) dedicato al leggendario nativo americano della tribù degli Oglala Lakota ma, in realtà, un espediente letterario per realizzare canzoni senza tempo, che parlano dell’essenza della vita. Sono passati solo sei anni ed ecco che, sorretto da una vena creativa inarrestabile, ha appena pubblicato il suo quarto album “La guerra è finita” (RadiciMusic Records, 2025).

Presentando "Linea d'ombra"
Il 26 giugno scorso è stato pubblicato su YouTube il video di La guerra è finita, canzone che è anche la title-track del tuo nuovo album pubblicato con RadiciMusic Records ad inizio anno. Lo splendido video opera del regista Nedo Baglioni sovrappone sapientemente immagini ti te che canti accompagnandoti con la tua chitarra e di Lisa Buralli, la cui voce delicata ma allo stesso tempo intensa ed evocativa ti accompagna immersi in una natura incontaminata, a immagini dolorose di guerra. Il testo della canzone è pieno di poesia ed è sia un viaggio nei ricordi, sia un’immaginaria lettera d'amore scritta da un uomo al fronte alla propria amata. Mi racconti la genesi di questa canzone che credo sia stata poi quella che ha fatto poi nascere l'intero lavoro discografico, o almeno così mi sono immaginato?

Volevo scrivere una canzone che parlasse di un soldato qualunque che partito per il fronte scrive lettere e canzoni alla donna del cuore. Poi mentre scrivevo mi sono reso conto che quel soldato ero io. Mi sono rivenuti alla mente i giorni del mio servizio militare, effettuato nella città di Savona, in un lontano 1989. Furono giorni di grande tristezza, per la lontananza da casa, dalla mia fidanzata… e a peggiorare la situazione c’era il fatto che la mia caserma era vicinissima al mare, quasi lo potevi toccare con un dito… ma non ci potevi andare. Tuttavia, pur parlando di un soldato partito per il fronte, ho voluto dare un’impronta poetica, che parlasse d’amore, tinteggiando il tutto di malinconia, che gli anni che passano portano sempre con sé. Il video l’ho affidato alle mani esperte di Nedo Baglioni, che in questo caso, ha superato sé stesso con una regia degna dei grandi registi del cinema d’autore. Gli arrangiamenti, invece, li ho affidati alle mani di Alberto Checcacci, che credo non sia stata da meno… Nedo, Alberto, e la meravigliosa Lisa Buralli, sono grandissimi professionisti, e amici cari. Impossibile fare a meno di loro.


La guerra è finita è, come detto prima, anche il titolo del tuo nuovo album uscito a febbraio. Vorrei soffermarmi, se tu fossi d'accordo, sia sul titolo scelto sia sulla copertina del disco, una magnifica foto che ti ritrae seduto su una staccionata, pensieroso, credo in cima ad una collina toscana con, tra le gambe, la tua amata chitarra e dietro un cielo molto nuvoloso, quasi minaccioso, come è un po' il futuro di questo mondo attuale, come forse lo è sempre stato, ma in un momento storico in cui si fa molta fatica a guardare avanti non dico con fiducia ma, almeno, con speranza. Com'è stata pensata e realizzata?

Il titolo dell’album è strettamente legato al brano La guerra è finita e poi, ovviamente, agli argomenti trattati. La tua sensibilità ti ha permesso di capire nel suo intimo il valore e la scelta di quella foto. Ho voluto parlare di guerra senza mai, tuttavia, cadere nella lacrima facile, ma sfiorando l’argomento guerra e parlando, invece, di amore e di speranza. La foto della copertina è stata scattata il giorno in cui abbiamo girato il video di La guerra è finita. Ci troviamo all’Anciolina, bellissima località montana dell’immenso Pratomagno. Abbiamo girato a luglio del 2023, ma arrivati in loco faceva un gran freddo, tanto che a un certo punto ho chiesto a Nedo di chiudere tutto e tornare a casa. In quel frangente Nedo, come suo solito fare, oltre che a girare il video ha scattato alcune foto. Quella che tu dici, mi sembrava perfetta per presentare l’album, in tutta la sua immensità.


Vorrei sottolineare anche la cura e l'artigianalità del confezionamento del disco, la scelta di carta artistica italiana, l'assemblaggio realizzato a mano. Credo che in un mondo musicale sempre più orientato allo streaming, all'usa e getta, questa scelta radicale contro corrente sia un lodevole valore aggiunto. Come ti poni dinanzi a queste nuove tendenze?

La RadiciMusic Records da questo punto di vista è imbattibile. Ricordo ancora con una grande emozione il momento in cui Aldo Coppola Neri, titolare della Radici, mi portò in visione i primi CD di Cavallo Pazzo. Quel virato seppia, la qualità di quei materiali… ne rimasi folgorato. Purtroppo, oggi queste scelte non contano più, vista la velocità in cui tutto si muove. Tu fai un video che ha il valore di un film, curato nei minimi dettagli, lo lanci, e dopo tre minuti è già stato fagocitato e gettato nel dimenticatoio. Questo non invoglia certo a fare le cose per bene. Ma io, in fin dei conti, ho fatto questi dischi per me e per gioco, per divertimento. Purtroppo, è anche vero che questi lavori hanno colto l’interesse di un gruppo veramente ristretto di persone. Questo è un peccato, perché ho potuto sperimentare, che un concerto fatto con i brani che ho prodotto sino ad oggi, è veramente bello, degno di essere affiancato ai nomi più noti della musica d’autore. Ma mai disperare, perché una delle cose che ci differenzia dal mondo animale e vegetale è una cosa che solo noi abbiamo: si chiama SPERANZA.

Torniamo alle tracce, partendo precisamente dalla prima, Il mondo aspetta te (Ouverture) che, con estrema delicatezza quasi ci si trovasse in uno stato di estasi musicale, apre idealmente il disco fino a ritornare in forma di canzone completa nella omonima traccia finale, all'interno di una struttura circolare cara anche a tanti registi cinematografici. Personalmente credo siano molti i punti di contatto tra questo disco e il cinema inteso come rappresentazione della realtà attraverso gli occhi della poesia. È in fondo una canzone di speranza, nonostante tutto ciò che ci circonda e pensare che, ci hai tenuto giustamente a sottolinearlo nelle note al disco, queste canzoni sono state scritte prima degli sconvolgenti conflitti che affliggono questo nostro povero mondo. La speranza è davvero forse l'unica nostra vera "arma" di salvezza?

Domanda cruciale direi. Se uno si mette a leggere la poesia Valentino del grande Giovanni Pascoli e ne comprende il significato profondo, riesce a trovare la chiave di lettura anche di questo disco. Valentino nasce povero, non possiede nulla, nessun bene materiale, la pelle dei suoi piedini è nuda ma, nel suo cuore è accesa una cosa che nessuno può spengere, si chiama speranza. Se si perde quella, allora sì che si perde il senso della vita. Così, scrivendo questi nove brani, La guerra è finitaTra bombe e distruzioneSulle pietre del mondoIl mondo aspetta te, non ho mai perso di vista questo concetto. Speranza in un futuro migliore, dove non esista la più la povertà, non esistano i soprusi, dove gli uomini collaborino tra loro, per cercare di avere un percorso sereno della vita. È questo che il disco vorrebbe auspicare ma, se ci pensi bene, anche in Cavallo Pazzo toccai gli stessi argomenti, gli stessi concetti: cambiano le storie, cambiano i personaggi, ma il senso profondo resta quello.

Il tuo citare la poesia Valentino di Giovanni Pascoli mi porta a fare uno skip virtuale nell'immaginario lettore CD per saltare a Linea d'ombra, il riferimento letterario qui è l'esemplare romanzo breve di Joseph Conrad, bellissimo pretesto per parlare dell'ineluttabile trascorrere del tempo, dell'impietoso raffronto tra vecchiaia e giovinezza, viaggiando nello spazio-tempo pur restando immobili "inchiodati per terra mentre il resto del corpo vola". Una splendida canzone giocata su più livelli... Mi sembra ormai di aver capito che Conrad sia tra i tuoi autori letterari più amati o sbaglio?

Ho iniziato a leggere i racconti di Conrad spinto da mio fratello Antonio, che tra l’altro è uno scrittore e saggista. La lettura di Linea d’ombra non è adatta ai neofiti. Si tratta di un racconto piuttosto duro da digerire e poi i libri tradotti in altre lingue perdono sempre qualcosa nella traduzione. Alla fine, però il racconto è meraviglioso e non potevo perdere l’occasione per non fare, del racconto una canzone. Ho stravolto un po' le cose… e alla fine ho voluto che la protagonista fosse una donna, con tutte le difficoltà che la vita le pone davanti… e ancora oggi sono sempre tante. Basti pensare al fatto sconcertante che viene uccisa una donna ogni 24 ore… nemmeno nel medioevo succedeva questo. Quindi per salvare se e la sua anima, deve viaggiare, se non può farlo fisicamente, almeno con la fantasia… Anche lei sperando in un futuro migliore. Trovo che una canzone che trae ispirazione da un racconto della grande letteratura mondiale dovrebbe avere la carta per poter accedere e superare MUSICULTURA. Se non altro per il lavoro che ci sta dietro.  Un libro va prima letto e digerito, poi si deve trovare il motivo per trasformarlo in canzone. Questo dovrebbe muovere in chi ascolta la curiosità di andare a leggere il libro originale e dovrebbe essere premiante da un punto di vista culturale. Invece MUSICULTURA ha respinto al mittente tutte le mie proposte, scrivendo che sono belle e ricercate nel testo, ma non sono evidentemente all’altezza. E questo mi pone davanti tanti, troppi interrogativi. Cambierei il nome MUSICULTURA in rassegna musicale contemporanea… così da evitare pericolosi malintesi.


Evito di farmi tirar dentro in questo discorso proprio a ridosso della votazione finale delle Targhe Tenco in cui sono coinvolto personalmente e tiro dritto o, meglio, torno indietro alla traccia numero tre, ossia Tra le dita. Dolcissima canzone con splendide aperture melodiche, mi sembra parli di un amore genitoriale, di un distacco tanto inevitabile quanto ciclico, c'è ancora una volta lo scorrere inarrestabile del tempo e il desiderio di vivere appieno certi magici istanti. È così o ho preso una cantonata?

La canzone è stata arrangiata da Giancarlo Capo che a mio avviso ha saputo dargli la veste perfetta. Alla batteria Luca Trolli, turnista di Renato Zero… tanta roba. Credo che sia sbagliato dare una chiave di lettura univoca ad un racconto, sia che si tratti di prosa, di letteratura o di canzone. Ognuno deve essere libero di sentire ciò che vuole. Il tuo punto di vista è molto bello, per cui potrebbe essere proprio così.

Forse hai ragione, è proprio questo il bello delle canzoni e, a tal proposito, cito spesso questi versi "Le canzoni sono come le conchiglie, ognuno ci sente il mare che preferisce" tratte da Piano piano, una canzone di Beppe Donadio. Ascoltando la successiva Tra bombe e distruzione, dal titolo mi sarei aspettato una canzone che narrasse, quasi come una cronaca, di qualche guerra di cui la storia ne è piena e, invece, questa canzone mi ha evocato immagini in bianco e nero, quasi fossero tratte da un album di fotografie di famiglia o da fotogrammi di vecchi Super 8, con una sola macchia di colore, suggerita dai versi "la tua gonna preferita, che di rosso si è macchiata / e hai nascosto col cappotto per non essere osservata". C'è ancora il tempo che scorre, il crescere troppo in fretta e tutta l'incertezza della vita, come suggeriscono i versi finali "e non sapere se lo rivedrai, sorridente così". Trovo sia particolarmente bella perché spiazzante e, assolutamente, lontana da ogni retorica, non credi?

La prima cosa che mi viene da dire è grazie per questo bellissimo complimento. Hai colto la vera essenza del brano…  la parte profonda. Il tempo che passa, lo tratto spesso, ricordi Fabio, Il canto di mia figlia? Uno dei brani a cui sono più legato di Cavallo Pazzo. Quando Primo Levi nei suoi racconti parla della sua esperienza nei campi di concentramento, lo fa sempre con una grandissima lucidità e, soprattutto, grandissima dignità. Lo reputo uno degli scrittori più potenti del ‘900. Mai cade nel patetico… eppure di cose orrende deve averne vedute davvero molte. Avessi scritto una cronistoria dei fatti che succedono oggi, non avrei fatto che evidenziare ciò che invece non voglio evidenziare. Ho parlato di una ragazza, anche qui la protagonista è una donna che, nonostante i rischi che corre, sceglie di non abbandonare gli studi. Sa che restare ignoranti sarebbe la peggiore delle condanne, più delle bombe, più della distruzione o della morte; quindi, sceglie tutti i giorni di rischiare, nonostante la sua vita sia nel pieno, in quella che dovrebbe essere l’età della spensieratezza e dell’amore. Il finale, credo, sia molto emozionante con le parole che tu hai citato… saluta suo fratello che parte per la guerra, e non sa se sa se lo rivedrà mai sorridente così. Poi c’è questo coro, come un coro degli alpini, che ci porta lontano, tra le montagne, liberi da vincoli o da catene, un coro pieno di speranza… anche qui l’arrangiamento è stato curato da Giancarlo Capo che ha saputo cogliere l’aspetto più intimo del brano.

Ivan Francesco Ballerini in concerto a Firenze

Sulle pietre del mondo sembra proprio una di quelle canzoni da cantare in autunno davanti ad un fuoco, proprio durante quella stagione di cui tu canti "in autunno riposo il mio corpo, mi ritiro in preghiera / e a chi non ha più lacrime, non ha più parole, col vento asciugo i suoi occhi... consolo il suo cuore". La canzone come quell'olio di cui canta Max Manfredi nella sua Il grido della fata "L’olio è luce, carezza, medicamento, è sapere e sapore antico sul pane, è l’ulivo che muove il suo sistro nel tempo, questo tempo balordo che frastorna cicale”, la canzone come medicamento a chi ne ha bisogno. Non so perché ma mi ha riportato alla mente, forse musicalmente, anche la delicata poesia di Townes Van Zandt. Tutti riferimenti alti. Meglio di tanta immondizia musicale...

Non so se merito queste tue parole così belle… ma grazie. Sulle pietre del mondo parla di un uomo in viaggio, libero, senza costrizioni… cosa a cui ho sempre anelato senza successo. Siamo talmente schiavi di modi di fare, di comportamenti che ripetiamo a volte senza senso, costretti da una società frenetica che ci vorrebbe sempre giovani e performanti. Invece siamo una società di vecchi, spesso malconci, che non si sente più adeguata ai canoni che ci vorrebbero imporre. Sulle pietre del mondo, invece, parla di un uomo libero, svincolato dalle costrizioni, libero di agire e di pensare. Viaggia sulle pietre del mondo a piedi scalzi, leggero come una foglia trasportata dal vento. Nel suo cammino cerca di consolare chi ne ha bisogno e di riflettere su quello che dovrebbe essere il significato della vita, che non è certo correre, produrre e consumare… per poi finire vecchi e sfiancati, quando va bene, in una casa di riposo. Invece il protagonista va lento, pondera le cose, quando è stanco si ritira in preghiera, una sorta di purificazione dell’anima, come gli animali quando vanno in letargo. Ecco, io ascolto musica, ne ascolto molta, ma purtroppo non trovo brani così. Per ascoltare brani che fanno riflettere sulla vera essenza delle cose, devo ripescare nel passato, e detto tra noi, le cose passate mi sono venute leggermente a noia. È questo che mi ha spinto a scrivere, la noia… che è il motore propulsore della creatività. Ma per annoiarsi bisogna smettere di correre, fermarsi. Ma per annoiarsi bisogna smettere di correre, fermarsi. Ma per annoiarsi bisogna smettere di correre, fermarsi. Da ripetere come un mantra.

A proposito di mantra... La guerra è finita è il titolo dell'album e bisognerebbe sempre tenerlo a mente, come un faro puntato sull'intero lavoro e, allora, forse, si apprezzerebbero meglio canzoni come la successiva Perché mai, una splendida canzone d'amore a due voci, la tua e quella di Lisa Buralli. Un amore fatto di aiuto reciproco "Mastico il tuo pane, perché denti più non hai, / e mentre piangi asciugo gli occhi tuoi", di ascolto "Mostrami il tuo cuore per capire tu chi sei, / e raccontami le cose che non so", di ricerca dell'altro "Tendi le tue mani per stringerle alle mie / guardami negli occhi leggendomi di poesie". Perché mai ... uno non dovrebbe desiderare di vivere un amore così?

Il brano in questione l’ho scritto per il matrimonio di Nedo e Janet. Nedo mi aveva chiesto se avessi voluto suonare al suo matrimonio, cosa che a me ha fatto un piacere immenso. In questa bellissima festa non potevo non coinvolgere Alberto… Ma non mi sono limitato a questo, per questa occasione ho scritto Perché mai una canzone d’amore, quello vero, che si basa sulla stima reciproca, e sul desiderio di percorrere la vita insieme. Dal mio punto di vista, suonare per il matrimonio di Nedo è stato un regalo che mi sono fatto, perché l’amicizia, quella dettata dai sentimenti e dalla stima reciproca, è una delle cose, insieme all’amore, più potenti del mondo.

Lisa Buralli e Ivan Francesco Ballerini

Ed eccoci arrivati a Vestire di parole, canzone che trovo meravigliosa per più motivi, perché musicalmente è struggente, perché è piena di poesia e perché mi sembra rappresenti perfettamente il tuo modo di essere cantautore, un artigiano, un cesellatore che attraverso il proprio lavoro certosino riesce a trasformare in bellezza, in piccoli gioielli, anche la sofferenza, il dolore, la morte. Può essere considerata la tua carta d'identità musicale? 

Un altro complimento, così a bruciapelo… grazie, grazie davvero di cuore. Vestire di parole nasce dalla lettura di uno dei racconti più belli e commoventi della letteratura mondiale: Ferro di primo Levi, che si trova nella raccolta intitolata Il sistema periodico. In questo racconto l’autore parla della sua amicizia con il montanaro Sandro Delmastro, un ragazzo di poche parole, che lo coinvolge in alcune imprese apparentemente insensate su percorsi di montagna. Sandro Delmastro vede la fine dei suoi giorni, ucciso da una raffica di mitra, esplosi da un bambino di quindici anni arruolato dai fascisti durante il periodo della Repubblica di Salò. Primo Levi chiude il racconto con queste parole: “è impossibile riuscire a vestire di parole un uomo come Sandro, che amava poco parlare. La sua vita era racchiusa nei suoi fatti”. Ho voluto traslare questo bellissimo racconto in una canzone d’amore, cercando di esprimere il forte dolore che si prova, perdendo una persona amata. Le parole sono uscite fuori da sole, seguendo il giro armonico che magicamente la mia chitarra mi aveva suggerito, un giro che ha una impronta jazz, sognante e malinconico. Riuscire a trattare argomenti, a volte anche pesanti, che la vita ci pone davanti, cercando sempre un linguaggio appropriato, cercando di non cadere mai nel patetico o nel banale… raccontando storie appartenute ad altri, che si mescolano con le tue storie, in una danza continua tra realtà e immaginazione. Questo per me significa fare il cantautore.

Un'ultima domanda. Hai iniziato la tua attività di cantautore in tempi piuttosto recenti, era il 2019 quando pubblicasti il tuo album d'esordio Cavallo Pazzo ed ora, con La guerra è finita, sei già arrivato al tuo quarto disco. Mi sembra che tu ci abbia decisamente preso gusto. In questa tua avventura musicale, in un periodo dove la canzone d'autore è sempre meno al centro dell'attenzione, ti senti più un irriducibile Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento o un Ulisse assetato di conoscenza, alla continua scoperta di nuovi mondi?

Scrivere, se si hanno cose da dire, è molto appagante. Tuttavia, produrre dischi, come ho fatto io, oggi non ha più alcun senso. Per un album come Racconti di mare, mi ci sono voluti circa 20/22 mila euro. Questo per dire che tipo di impegno economico, oltre che intellettuale, ci sta dietro l’uscita di un disco. Non so esattamente cosa farò adesso. Cercherò di proporre le cose che ho fatto sino ad oggi nelle rassegne che ci sono in giro (sono moltissime) e tutte a caccia di soldi. Tuttavia, non restano molte altre strade da percorrere. Locali che fanno musica non esistono più, o sono rarissimi, e non cercano certo nomi nuovi da poter proporre. Questa purtroppo è la fotografia della situazione per ciò che riguarda la musica in Italia. Sto lavorando sodo sullo studio della chitarra, quando ho qualche idea la butto giù, senza nessuna pretesa. E stiamo a vedere cosa ci prospetta il futuro… a volte non si sa mai.

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giovedì, marzo 30, 2023

Ivan Franceso Ballerini: Racconti di mare (La via delle spezie), tra Salgari e Conrad

di Fabio Antonelli

Ivan Francesco Ballerini, toscano di Manciano, seppure non più un ragazzino, ha pensato bene di dedicarsi anima e corpo alla canzone d’autore e, dopo aver sfornato due rispettabilissimi album come “Cavallo Pazzo” (2019) un concept - album, interamente dedicato agli Indiani d’America e “Ancora libero” (2021), eccolo pubblicare negli ultimi mesi del 2022 “Racconti di mare – La via delle spezie (2022 Long Digital Playing). Tre album in soli quattro anni, ma non si pensi neppure lontanamente ad album seriali o peggio superficiali, anzi ci troviamo davanti ad opere di puro artigianato. Sentite cosa ci racconta del suo ultimo album.


Comincerei dalla copertina del disco se sei d’accordo. Il titolo Racconti di mare - La via delle spezie è stato il punto di partenza di questo concept album (perché credo sia a tutti gli effetti un concept) o è stata la sintesi perfetta del contenuto del disco? Mi ha colpito molto la scelta di una illustrazione in bianco e nero, quasi fosse uno sguardo al passato e la scelta del soggetto stesso, un uomo di spalle che, seduto sulla terra ferma, guarda lontano verso l'orizzonte osservando il mare agitato. L'essere sulla terra ferma mi ha riportato alla mente sia Emilio Salgari che pur non avendo mai viaggiato per mare scrisse avventure di mare incredibili, sia Joseph Conrad che, invece, fece del suo navigare la fonte di ispirazione per altrettanto fantastici racconti con protagonisti dubbi e paure dell'uomo. Come ti collochi rispetto al frutto della tua creatività?

Credo che il titolo Racconti di mare sia stata la sintesi perfetta, in quanto si tratta di storie tutte legate al "mare". La scelta del "bianco e nero", come scelsi il "virato seppia" per l'album Cavallo Pazzo è senza dubbio qualcosa che ci riporta indietro nel tempo, inoltre, credo che i colori avrebbero in qualche modo tolto l'attenzione dal soggetto principale: "un marinaio portoghese che sta contemplando il mare in burrasca". La copertina fa parte di uno dei 26 acquerelli che hanno dato vita al bellissimo video di Vasco Da Gama, video diretto dal regista e fotografo Nedo Baglioni. Appena vidi i disegni non ebbi esitazione a capire quale di queste tavole sarebbe stata la copertina. Pensa che stavo per concludere un disco che avrebbe dovuto intitolarsi Incontro al destino, in quanto ogni brano era legato a questo aspetto imponderabile della nostra vita. Poi però mi capitò di leggere una bellissima storia su Vasco Da Gama e il mio progetto iniziale è finito in un cassetto. Mi sono rimesso a scrivere un disco completamente nuovo, altri contenuti, altri soggetti. Alcuni brani di Incontro al destino sono riuscito a traghettarli, con dovute modifiche al testo delle canzoni, in Racconti di mare, questo a dimostrazione che c'è un legame fortissimo tra mare e destino. Rispondendo al tuo ultimo punto: molto spesso traggo ispirazione da racconti letti nel corso della mia vita. È successo con Cuore di tenebra e Tifone, bellissimi racconti di Joseph Conrad, da cui ho tratto spunto per scrivere il testo delle canzoni... ma insieme mescolo sempre molte mie esperienze personali, mie sensazioni e aspetti della mia vita e della mia fantasia.


Ecco, visto che hai citato proprio Vasco Da Gama come la scintilla da cui è partito tutto, mi piacerebbe parlassi della genesi di questo brano, in cui tu canti in prima persona le sue gesta e da cui emerge un personaggio con una limpida visione del proprio ruolo "questa è la mia missione / questo il tributo da saldare".

Potrei dirti che il brano, come successe per Cavallo Pazzo, si è scritto da solo. Poi però mentre scrivevo, non sapevo più scindere chi fosse il vero protagonista, se Vasco Da Gama o io. Direi che sono riuscito, almeno spero, a dare al testo e specialmente alla musica, quella giusta energia, necessaria per poter narrare le gesta e le imprese di un personaggio, ancora oggi, così incredibile, dotato di un carattere e di una potenza davvero ineguagliabili. Lui assieme ad altri navigatori, sono stati i primi veri scopritori del nostro mondo, con mezzi, che a pensarci oggi sembrano impossibili. I galeoni erano senza dubbio imbarcazioni meravigliose, ma erano pur sempre barche di legno, soggette a mille problematiche. Per non parlare del cibo, quasi completamente inesistente... acqua, vino e carne essiccata era il loro unico sostentamento. La maggior parte dei marinai moriva in navigazione a causa dello scorbuto, la mancanza totale di vitamina C. Era una morte lenta e dolorosa, dove le piaghe iniziavano a comparire su tutto il corpo, i denti vacillavano e cadevano, insomma si trattava di gente veramente tosta, che sapeva a cosa andasse incontro. Ma Vasco Da Gama sapeva, sapeva che con la sua impresa avrebbe scritto una delle più importanti pagine della storia: "arrivare per primo in India", potendo così impossessarsi di tutte le ricchezze che questa terra serbava.


Vasco Da Gama non è l'unico personaggio storico ad aver attratto la tua attenzione, vi è anche Pèro da Covilha, anch'egli portoghese e contemporaneo di Vasco Da Gama, che precedette Da Gama nella scoperta delle terre d'India "rischiando la tua vita, tu per primo scoprirai, le terre d'India al mondo mostrerai" e dedicò l'intera esistenza alla scoperta di nuove terre fino alla sua morte "nello Yemen per sempre ... dormirai". Cosa ti ha lasciato questo personaggio forse meno conosciuto di Vasco Da Gama?

Pèro da Covilha è stata la vera scoperta di questo mio lavoro discografico. Un portoghese dalle doti eccezionali: poliglotta, parlava perfettamente il Portoghese, lo spagnolo, l'arabo... un James Bond di altri tempi tanto per farsi capire. Quindi Giovanni II Re del Portogallo affida a lui l'impresa considerata impossibile di avventurarsi in India, alla ricerca della famosissima "via delle spezie"... e lui compiendo un viaggio rocambolesco tra terra e mare vi riesce... per primo... prima di Vasco Da Gama. Molto probabilmente la regina dell'Etiopia rimasta vedova si innamora di lui e non la lascia più tornare nella sua patria. Morirà esule e questo fatto ha toccato il mio cuore e credo, spero, si senta questa malinconia negli incisi di questo brano.

Si sente sì, ma si può dire che la malinconia pervada un po' tutto il disco, sin da "Una manciata di parole" il brano che apre il disco di cui è stato realizzato un video molto toccante e che racconta il dolore della lontananza dalla propria donna amata "Navigare, nella pioggia o sotto il sole, per trovare una manciata di parole, quelle giuste, per dirle che la ami", ma la ritroviamo in Cuore di tenebra il cui titolo richiama il racconto di Joseph Conrad e dove la realtà si fonde con la fantasia, il quotidiano con le pagine del libro, un amore finito che si fa lacerante perché i ricordi continuano a farsi vivi. È davvero così?

La malinconia è un sentimento poetico per eccellenza... chi ha vissuto una vita bella e piena, sa di cosa sto parlando. È un sentimento dai colori tenui... colori rosa. Una manciata di parole apre il disco con un leggero canto, quasi a ricordare il canto pericolosissimo delle sirene di Ulisse. Il marinaio in navigazione si trova da solo, e nella solitudine può concentrare i suoi pensieri alla sua donna amata. Vorrebbe trovare le parole giuste, semplici e dirette, per dirle quanto la ama. Il bellissimo video è stato ideato e diretto dal caro Paolo Tocco, mentre l’attore che recita è il bravissimo Luciano Emiliani. Lo stesso accade in Cuore di tenebra dove alle parole iniziali del libro di Conrad, ho ricamato addosso una storia d'amore, volando libero con la mia fantasia. Una cosa che mi è successa anche col brano Volare libero del mio disco precedente, brano col quale quest'anno ho già superato le selezioni iniziali del Tour Music Fest. Invece Racconti di mare parteciperà al Tenco, assieme ad un brano inedito che ho arrangiato col maestro Roberto Padovan e Luca Bonaffini: La guerra è finita.


C'è una canzone che, anche solo leggendo il testo, sembra essere una sceneggiatura per un corto, forse hai già capito di cosa stia parlando. Mi riferisco al brano Al bar del porto, tanto che non poteva non divenire quel bellissimo videoclip che è diventato. Una canzone che ha tutto, melodia scrittura e il desiderio di raccontare, lo stesso desiderio del protagonista della canzone per cui dici che "le storie raccontate da lui hanno un altro sapore". Questo personaggio fa parte della fantasia o, forse più realisticamente, è una proiezione di te stesso? I tuoi racconti sono sempre saporiti, questo è sicuro.

Al bar del porto l'ho scritta pensando a tutti coloro che avendo vissuto una vita ricca di emozioni, hanno qualcosa da raccontare. Mi ricorda un po’ la frase del film Novecento di Baricco, quando dice: "non sei mai morto quando hai una buona storia da parte e qualcuno disposto ad ascoltare". Parla di un marinaio che ha speso la sua vita in mare. Adesso non gli resta che raccontarsi ai frequentatori, usuali o di passaggio, che gravitano nel bar del porto dove lui ha lavorato e trascorso la sua vita. È un personaggio a cui piace parlare, ma non ama domande dirette... non si capisce se "sia triste o sia felice", un personaggio amabile ma enigmatico. Sotto molti aspetti sono io quel marinaio. Il videoclip vanta ancora una volta la regia di Nedo Baglioni, regia decisa e studiata con dovizia di particolari da me e Nedo, assieme al mio caro amico, e in questo caso arrangiatore del brano, Giancarlo Capo. È stato Giancarlo a spronarmi per realizzare questo video, girato al sorgere del sole nella splendida cornice di Porto Ercole sull'Argentario. È Giancarlo che ha saputo dare alle parole del testo un valore ancora più profondo, accostandovi una musica che è davvero struggente. L'attore che interpreta il ruolo di marinaio è invece il bravissimo Roberto Fazioli, che si è immedesimato perfettamente nella parte e nel ruolo di questo personaggio e da cui è nata una bella amicizia. Nell'arrangiamento, Giancarlo si è avvalso della collaborazione del grande fisarmonicista Stefano Indino.


C'è anche un'altra canzone, forse la più profonda e poetica dell'intero disco da cui hai tratto un video altrettanto intenso e significativo, mi riferisco ad Angoli dimenticati nelle vie del mondo, mi sembra che la canzone si muova su due piani paralleli, da una parte c'è la ricerca di nuovi luoghi da esplorare, dall'altra un viaggio interiore alla ricerca delle risposte sulla propria esistenza? È così o la mia interpretazione è una forzatura?

È esattamente così caro Fabio. Tu da persona sensibile quale sei hai colto subito il punto cruciale. Nella vita, per molti anni, ho viaggiato il mondo, sempre teso alla ricerca di qualche cosa da scoprire, ma posso dirti quasi con certezza, che i veri tesori da scoprire non sono quelli che puoi trovare fuori, ma vanno cercati a fondo dentro di noi, scavando nelle pieghe complicate dei nostri pensieri. Molti mi hanno rivolto la domanda di quale fosse il brano a cui mi senta più legato... ed è proprio questo. Il video, sempre diretto dal maestro Nedo Baglioni, ritrae me Alberto Checcacci (mio direttore artistico) e la splendida Lisa Buralli, in una rocca abbandonata ai piedi del monte Amiata. Abbiamo dovuto scavalcare un alto cancello chiuso per potervi entrare, ma credo ne sia valsa la pena.


Assolutamente, d'altronde i beni preziosi occorre cercarli, a volte con fatica, non sempre capita di incontrarli per casualità, proprio come mi sembra di evincere da questi tuoi versi "A braccia aperte vola incontro al tempo / come aquilone alzati nel vento / se sei arrivato qui, sicuro cercavi me / che da qualche parte vivo in te / che da sempre nel tuo cuore vivo in te" tratti da I segreti del mondo. Ritorna ancora una volta il concetto di ricerca dentro sé o sbaglio?

Assolutamente. La canzone l'ho scritta per un'amica che credevo non avrei mai più incontrato nella vita. Quindi in questa I segreti del mondo esorto tutti a non darsi mai per sconfitti... ma a nutrire sempre il cuore di speranza buona, e oggi Dio solo sa se ce n'è bisogno. Sempre mosso da questa spinta e verso qualcosa che porti un po’ di luce e di speranza, ho scritto "la guerra è finita", piccola anticipazione di quello che sarà il mio futuro progetto.

Non darsi mai per sconfitti, sembra un po' lo stesso sentimento che anima il protagonista della canzone Tra le braccia del mio amore, un uomo di mare così come lo sono stati tutti i suoi familiari e i suoi avi, che a notte fonda torna dalla propria donna "per ritrovare la pace, tra le braccia del mio amore, che a volte mi consola e a volte mi punisce, ma è la sola donna al mondo, che in fondo mi capisce. Essere compresi dalla persona che ci vive accanto, anche tra le difficoltà che la vita ci pone davanti, quanto ritieni sia importante? Quanto aiuta a non farsi sopraffare dalle avversità?

Aver vicino una persona che sia amica, amante, complice e ti sappia comprendere è una cosa molto rara, rara e preziosa. Non capita a tutti di avere questa fortuna e i fortunati devono sapersi tenere ben strette persone così, uomini o donne che siano. Il brano Tra le braccia del mio amore forse è il più toccante, il più struggente di questo disco... e come Non piangetemi mai nell'album Cavallo Pazzo, va a chiudere questo Racconti di mare. Sul finire del brano la voce di Lisa Buralli, sembra quasi voler urlare, gridare al mondo, che nonostante tutte le difficoltà, non potrebbe fare a meno del suo uomo... nonostante le assenze, nonostante le tentazioni che il mondo gli offre... nonostante tutto.


In questo viaggio senza un itinerario preciso attraverso le canzoni del tuo nuovo disco, ho tralasciato qualcosa, non per dimenticanza o, peggio, perché ritenuto meno importante, ma per lasciare a chi ci legge la curiosità di andare ad ascoltare ciò di cui non si è parlato. Vorrei invece spostare il discorso su un altro tema, quello della rappresentazione live dei brani di questo disco e, ovviamente anche dei due precedenti. In studio, si sa, si attinge a molti musicisti e altrettanti o più strumenti, perché credo che giocare con gli arrangiamenti sia il bello della realizzazione di un album, il vestire i brani a festa, ma si sa anche che nei live bisogna soprattutto fare i conti con il budget e gli spazi messi a disposizione dagli organizzatori. Come pensi di muoverti?

I miei brani non hanno bisogno di molte sovrastrutture, in quanto credo siano le parole, i testi, la parte fondamentale. Potersi esibire dal vivo è diventato oggi una cosa praticamente impossibile. I locali sono davvero pochi, i budget offerti sono spesso vergognosi, tuttavia, sto ultimando la mia pagina personale, il mio "official web site", curato dall'ing. Simone Gironi. Credo venga fuori un lavoro serio, semplice e curato, che mi rispecchia pienamente. Spero questa "vetrina sul mondo" mi porti ad effettuare alcune esibizioni live. Comunque, aldilà dei live, sto già lavorando su alcuni progetti a medio termine. Uno che ritengo molto bello sarà l'ultimazione del brano La guerra è finita e la presentazione, spero a giugno di un nuovo bellissimo video.


Questo tuo sguardo fiducioso al futuro potrebbe essere la chiusura perfetta di questa nostra chiacchierata ma, se me lo consenti, vorrei farti un'ultima domanda rivolta al presente, al tuo disco Racconti di mare. Se lo dovessi presentare in breve, durante un ipotetico passaggio a fine telegiornale della durata di un minuto o poco più, che parole useresti?

Si tratta di un viaggio, di questo si è trattato per me, un viaggio via terra e, soprattutto, via mare. Un viaggio tra passato e presente, che mi ha consentito di scavare dentro me stesso e di scoprire tanti nuovi amici, musicisti e no. Un viaggio in cui ho affrontato molti aspetti della vita di ognuno di noi: amore, malinconia, speranza, disperazione, voglia di libertà e desiderio di nuove scoperte. Un viaggio difficile, pieno di ostacoli a volte, faticosissimo e allo stesso tempo meraviglioso. Credo sia un bel mix non trovi?

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martedì, aprile 28, 2020

Ivan Francesco Ballerini: giuro d’aver visto Cavallo Pazzo galoppare

di Fabio Antonelli


“Cavallo Pazzo”, il primo disco di Ivan Francesco Ballerini, cantautore toscano, mi è giunto tra le mani in maniera direi rocambolesca. Inviato da un amico comune a farmelo pervenire per un ascolto, sono poi riuscito a recuperare il disco dalla mia sede di lavoro dove me l’ero fatto recapitare dopo ben più di un mese per colpa dell’emergenza coronavirus. Perché vi dico questo? Perché sembrava un incontro nato sotto un cattivo auspicio, invece, la forzata clausura mi ha permesso poi di recuperare il tempo perduto, di ascoltarlo con attenzione, di apprezzarlo e di farne una lunga ma piacevolissima intervista.




Sai Ivan, credo che in periodi come questi, di grandi paure e soprattutto di incertezze sul nostro futuro, un disco come il tuo Cavallo Pazzo, non possa che fare bene all’anima. Per questo mi piacerebbe parlarne con te, a partire dalla confezione, un bel cartonato piacevole al tatto, virato seppia, che sa di lontano passato, ma anche di attualità, se solo ci soffermiamo alla foto che ti ritrae appoggiato ad una staccionata, mentre suoni una chitarra, Ray-Ban compresi. Com’è nata questa veste grafica e perché proprio questo titolo? Ha anche un qualcosa di autobiografico, vista la strada intrapresa, ormai non più ragazzino?

Di tante domande che mi siano state fatte circa Cavallo pazzo, questa è sicuramente la più interessante. Allora partiamo dalla confezione. La scelta di questo formato vintage, risponde perfettamente a me, che sono sempre stato fuori moda, sin da quando ero piccolo. Il mio modo di vestire è sempre quello, maglietta aderente nera e jeans.... non li cambio mai... solo per lavarli. Le foto, molto belle, sono di mia figlia Eleonora, che per qualche motivo che non so spiegare, è un’ottima fotografa. Al resto ci ha pensato Stefania Coccozza, della Radici Records. Quando mi fu proposta la copertina, con il virato seppia, mi sembrò una soluzione perfetta per un album che parlava di indiani, mi sembrava che già dalla copertina si entrasse in un mondo, fatto di polvere, di natura incontaminata, di cavalli... Riguardo al perché abbia deciso di scrivere un disco in età adulta rispondo: solo adesso ho avuto il tempo per potermi dedicare a scrivere canzoni, con la testa sgombra dai problemi del quotidiano, dei mutui, del lavoro. Inoltre è stata una sfida, una sfida che Ivan ha lanciato a Ivan, chiedendogli: "adesso vediamo cosa sai fare?". Una grande spinta è stata la ricerca di cose nuove, perché, come più volte ho detto, sono stanco di suonare canzoni che ho imparato quando avevo 13 anni.... tuttavia non voglio allontanarmi da quelli che sono i miei riferimenti: Fabrizio De André, Francesco De Gregori, sicuramente hanno lasciato in me una grande impronta... che voglio custodire, ovviamente cercando un mio stile. Trovo, anzi ne sono certo, che cantare canzoni di altri autori sia molto faticoso. In qualche modo ti devi adeguare al loro stile, cosa che invece non accade quando sei tu a scrivere le tue canzoni. Adesso compongo canzoni che mi cucio perfettamente addosso, canzoni in cui al primo posto pongo la parte letteraria, il messaggio, lasciando le musiche nelle mani di Alberto Checcacci, maestro e musicista, che mi sa capire esattamente dentro il cuore. Riguardo alla foto di copertina, l'abbiamo scattata dietro casa, ha un che di selvaggio, che mi sembrava perfetto per pubblicizzare il disco. L'ho scattata a giugno del 2019, pochi giorni dopo un intervento chirurgico alle corde vocali. Questo ha compromesso in parte il lavoro in quanto la voce è una parte determinante. Per ovviare a questo problema mi sono visto costretto, per chiudere i lavori, a riutilizzare registrazioni che avevo fatto prima dell'intervento, sicuramente non perfette. Ho ricantato esclusivamente quelle canzoni in cui avevo commesso grossolani errori di dizione... tutto con grande fatica. Ma alla fine, la perfezione non esiste, esiste ciò che tu metti in gioco... e forse questo è quello che più viene apprezzato in questo mio primo piccolo lavoro che porta il titolo di Cavallo Pazzo.


Hai giustamente parlato di polvere, di natura incontaminata, di cavalli, direi che copertina e titoli delle canzoni ci potano subito in un mondo ben chiaro e delineato però, come dici tu stesso nella contro copertina del disco, scrivi hai scritto di un mondo passato, di fine ‘800, per parlarne di un altro, ben più vicino a noi, tremendamente attuale, dove sembrano perpetuarsi gli stessi errori, è così?

È esattamente così. Chi è che ha detto: "il futuro ha un cuore antico". Per riuscire, in parte, a capire il futuro, dobbiamo intanto aver chiaro cosa è successo nel passato. Ma pochi hanno veramente chiaro questo concetto. In fondo gli errori che noi europei abbiamo fatto durante la conquista dei territori Americani, li stiamo rifacendo adesso in Africa e in tutte le parti del mondo dove vi sia da sfruttare qualcosa: non importa se si tratta di petrolio, di legname o.... di vite umane. Ecco, questo lo trovo orrendo. Io che vorrei un mondo fatto di arte, di amore... di bellezza. Per questo ho voluto cucire, tessere una unione tra gli accadimenti di fine 800 e quelli attuali, Siria compresa.




Hai detto di aver dato molta importanza ai testi delle canzoni e, in effetti, sono tutti molto poetici, però ci terrei a sottolineare in particolare modo Non piangetemi mai, la canzone che chiude il disco. Prima di tutto perché trovo sia una bellissima e toccante preghiera laica e poi perché, a differenza di certi dischi dove il pezzo finale ha quasi la parvenza di un pezzo minore, usato come fosse un riempitivo, qui si ha una delle vette più alte dell’intero disco. Non so se tu sia d’accordo…

Doveva essere una lettura. Volevo chiudere il disco leggendo una preghiera sulla morte, una preghiera navajo. Ma una sera, da queste bellissime parole, è nata Non piangetemi mai che vuole essere un messaggio di speranza... un messaggio che ci sprona a compiere cose buone. Il giorno seguente la registrazione, chiamai Alberto per sentire cosa pensasse lui del brano. Lui mi rispose dicendomi che era a correre e che ogni volta che arrivava questo brano gli veniva da piangere. In quel momento capii che era la giusta conclusione del disco. Oltre tutto "non piangetemi mai" è preceduta da Penne d'airone che a mio avviso è il pezzo più bello del disco...





E’ vero, sembra esserne la degna conseguenza di Penne d’airone dove già affronti il tema della morte con questi bei versi finali “Quando sarò andato, allora lasciami andare, / sono nei mille venti che soffiano leggeri, / sulle onde del mare, / nei cristalli bianchi di neve, nei campi di grano, / nelle calde giornate di pioggia, sono nella tua mano / perciò apriti alla vita … e vola, / ricordati la vita ... è una sola” dove emerge una sorta di passaggio del testimone… la vita come testimonianza di amore. O sbaglio?

Penso alla fine, resti solo quello... l'amore. Non esiste altro che conti veramente. Che sia l'amore verso la donna amata, verso un figlio, verso l'arte. L'amore è l'unica cosa che conta veramente. Io non ho fatto nulla in questa canzone. Ho solo ripreso il testo di una preghiera e, con le variazioni che la metrica musicale mi ha costretto a fare, ne ho fatto una canzone. In fondo cavallo pazzo è una storia: si parte dalla descrizione di cavallo pazzo, sprezzante del pericolo e della morte, per affrontare poi argomenti più profondi... l'amicizia, l'amore, la morte. L'amicizia che c'è stata tra Cavallo Pazzo, Toro Seduto, Coda Chiazzata... l'amore bellissimo e duraturo tra Nuvola Rossa e Gufo Grazioso... il sentimento di rispetto verso la natura e i propri simili e infine la partenza del nostro corpo dal mondo... cercando di lasciare ricordi buoni che possano alleviare il dolore. Su questi aspetti varrebbe la pena oggigiorno soffermarsi un attimo a riflettere.



Concordo, l’intero progetto è in fondo un grande affresco su un mondo ormai scomparso, ma che è ancora in grado di insegnarci molto, è a tutti gli effetti quello che un tempo si definiva concept album, segno che sei un musicista d’altri tempi, lontano dalla musica usa e getta. Il realizzare un disco a tema, utilizziamo questa forma italiana per non abusare di inglesismi, ti ha reso la realizzazione più ardua o, al contrario, ti ha facilitato?

Ho fatto esattamente quello che mi veniva spontaneo. Certo non alla moda. Per me musica vuol dire emozione, emozionarsi ed emozionare gli altri. Se io non mi emoziono, non posso emozionare chi ascolta. Qui sta la magia. Perché secondo me è di magia che stiamo parlando. Dettata da un timbro di voce? Da un testo particolarmente toccante? Dalla fusione di questi aspetti? Chissà... comunque ho scritto fedele a me stesso, al mio modo di vedere e interpretare il mondo. Certo in Cavallo Pazzo c'è molto della mia infanzia, della mia Maremma, dei miei amori giovanili e dei miei sogni. Non pensavo di fare un concept album, inizialmente pensavo di fare un album di canzoni miste. Poi quando mi sono trovato tra le mani, cinque, sei brani tutti inerenti gli Indiani d'America la strada mi è parsa chiara e segnata. Preghiera Navajo è stata anche inserita in una antologia di Mogol. Riguardo a scrivere una canzone: come prima cosa devo avere chiaro quello che voglio comunicare. Se è un argomento triste e malinconico, scrivo una musica triste e malinconica. Poi devo sviluppare un tema di italiano. Perché è questo infondo... una canzone è un tema inserito dentro un contesto musicale. Per fare un lavoro di qualità, bisogna prestarvi grande attenzione, senza però perdere troppo la spontaneità... un lavorone. Io adoro solo le canzoni tristi. Più sono tristi, più mi piacciono. Ma tristi, tristi.... che a confronto il duello tra Tancredi e Clorinda nella Gerusalemme liberata diventa allegro...