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martedì, novembre 19, 2019

Pierangelo Bertoli – Visto da vicino (dal cassetto dei ricordi)


Se Pierangelo fosse stato ancora in vita avrei avuto tante domande da porgli. In passato ebbi anche più di un’occasione di conoscerlo personalmente, a latere di qualcuno dei suoi sempre gremiti concerti, ma non so perché non ebbi mai il coraggio di farmi avanti, di stringergli la mano, di abbracciarlo e magari semplicemente complimentarmi con lui.
A questo punto rimediare non è più ovviamente cosa possibile, ho pensato allora di contattare il figlio Alberto e la moglie Bruna e anziché far loro un’intervista tradizionale sul compianto Pierangelo, di utilizzare invece le parole stesse di Pierangelo, quelle delle sue canzoni, magari proprio pescando dalle meno note, come spunti da cui poter lasciar emergere a loro discrezione ciò che è pubblico e ciò che è privato, Pierangelo artista e Pierangelo uomo, ecc.
In realtà loro hanno poi preferito muoversi ancor più liberamente, ma ne è ugualmente emerso un duplice, bellissimo, genuino ed intimo ricordo di Pierangelo. Non posso quindi che ringraziare entrambi per la loro cordialissima disponibilità.
1 settembre 2008



Ma sono fatto così 
e non ci posso far niente 
prendimi pure così
come mi accetta la gente
che mi sorride e che mi lascia parlare
però non mi sente,
che mi sorride e che mi lascia parlare
però non mi sente.
(Così – Frammenti 1983)

Così decisa tu venivi
per parlarmi allora per la prima volta
non sembravi imbarazzata forse appena un po’
con poche frasi semplici
mi hai invitato a cena da te
sono stato fortunato quando hai scelto me.
(A Bruna – Frammenti 1983)

Se dovessi reiventarti ti farei dal vero
…fino a quando lo vorrai ti vorrò vicino a me
e l'inverno sarà caldo anche a te
(Dal vero – Oracoli 1990)

Spero soltanto di stare tra gli uomini
che l'ignoranza non la spunterà
che smetteremo di essere complici
che cambieremo chi deciderà
(Italia d’oro – Italia d’oro 1992)

Nel 2000 non si troverà opposizione
Nel 2000 avremo una unica opinione
Nel 2000 le risate saran solo programmate e generali
Con il giusto sovrapprezzo passeranno perversioni personali
(Nel 2000 – Dalla finestra 1984)


Mio padre si nutriva soltanto di giornali e di televisione,
così, per quanto ho detto, non sono mai riuscito a toccargli la ragione.
Mi ha dato del bugiardo, poi duro mi ha guardato, e quasi mi ha picchiato,
e poi, per non sentire nemmeno una parola, l'esercito ha chiamato.
(1967 – Il centro del fiume 1977)


Prega prega Crest perché an te faga piò pener
Giost sal t'impedes ed continuer a ragiuner.
(Prega Crest – Eppure soffia)


I poeti sono il sole che riscalda le speranze
della gente disperata che si nutre di bestemmie
i poeti sono il mare che circonda tutto quanto
ma hanno la pelle troppo chiara e non fanno più di un tanto.
(I poeti – Certi momenti 1980)


E più ci penso più mi sento male
Nemmeno ci si sogna di cambiare
Future abilità, speranze umane
Riuscire a galleggiare sul letame
(Mio figlio – Sedia elettrica 1989)


E non so se avrò gli amici a farmi il coro
o se avrò soltanto volti sconosciuti
canterò le mie canzoni a tutti loro
e alla fine della strada
potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.
(A muso duro – A muso duro 1979)







Spesso le persone usano le parole come fossero ornamenti, bijou per abbellire ed apparire.
Ci si dimentica che dietro ad ogni parola c’è una storia, un vissuto concreto nel percorso della vita e che il vocabolo, altro non è che la sintesi di un concetto profondo legato alla realtà quotidiana della vita di ognuno di noi.
Purtroppo, accade di frequente che individui con scarso senso della dignità e dell’etica, furbescamente, si attribuiscano proprietà poetiche che in realtà non hanno, sfruttando il lato più superficiale ed estetico della scrittura, per trarne privilegi e vivere parassiticamente.
Angelo amava parlare. Parlava a lungo, entrando nei minimi particolari, andando a ritroso nel tempo in modo da formare delle mappe: una sorte di genesi sull’argomento in questione che gli permetteva contemporaneamente di chiarirsi lui stesso sui concetti importanti che, successivamente, sarebbero entrati anche nei testi delle sue canzoni.
Il suo parlare era vero, autentico, semplice, concreto sempre legato ai fatti della vita nella sua interezza: cuore, intelletto, onestà, oggettività e forza!!! Tutto questo impegno appariva un tantino “serioso”, e spesso disturbava l’interlocutore amico che, volente o nolente, si trovava forzato a riflettere, a fare autocritica, a pensare, un esercizio quest’ultimo, oltre che faticoso assai noioso. Così, quando alla fine della giornata, ci si ritrovava da soli, con una nota di tristezza, mi prendeva una mano tra le sue, grandi e calde, e stringendola mi guardava con quello sguardo profondo che veniva da lontano nel tempo della vita e mi sussurrava: amore mio, sono stato fortunato, ti amo. Ed io gli rispondevo: “Io lo sono stata di più, +1, ho vinto! Non devi essere triste, scrivi queste sensazioni, questi pensieri, queste sono le vere poesie e tu le devi scrivere”.
Così nascono alcune canzoni come: Così, I poeti, A bruna, Dal Vero, A muso duro.

Bruna Pattacini (moglie di Pierangelo)




 

Rileggendo le parole di mio padre, non posso fare altro che pensare ad una frase che mi è stata detta da Luca Bonaffini, un suo coautore quest’estate dopo un concerto tenuto insieme in provincia di Roma “ho incontrato e conosciuto tanta gente, e tutti quanti hanno qualcosa che li fa assomigliare, chi più e chi meno, a qualcun altro, tuo padre no, tuo padre era un alieno!!!”. Fa sorridere che proprio in un’intervista di 15 anni prima, si può vedere una foto con noi famiglia vicino ad una lavagna dove mia madre aveva scritto una frase che secondo lei lo rappresentava “ben tornato Juppiter” (la foto è ancora oggi presente sul web).
Se leggiamo anche solo il teso di canzoni come Nel 2000 o Italia d’oro e Mio figlio non possiamo che rimanere a bocca aperta: è di qualche mese la notizia che hanno mossi i militari contro la mafia, ma come recita l’ultima canzone che ho citato “... al massimo si sentono belati, ma non ho ancora visto i carri armati ...”. Era veramente un uomo “... con lo sguardo dritto e aperto nel futuro ...”. ma la cosa più incredibile era che, se qualcuno chiedeva come facesse ad avere queste visoni del futuro azzeccate, la risposta era delle più candide “ma infondo lo sapevamo tutti”. In un qualche modo è vero che la gente sapeva già, ma ignorava, ma c’è anche da ammettere che lui in più aveva una lanterna per vedere tra il buio della notte del tempo e sicuramente questo era dovuto in parte al continuo rielaborare pensieri propri e pensieri altrui, come diceva prima mia madre, e in parte al fatto che era un uomo del popolo e la gente l’aveva conosciuta dall’interno, faccia a faccia, non superficialmente. Questo sapere volgare, del volgo del popolo era un bagaglio preparato con tolleranza, amore, comprensione e forza nei confronti dei diversi e delle diverse culture. Penso che solo chi conosce bene i popoli possa cercare di azzardare una previsione su un futuro che tutti i giorni prende forme differenti. Lui conosceva la gente addirittura dai loro canti popolari, cioè da dove affondano le radici le problematiche delle persone. Ho sentito mio padre cantare dal milanese al sardo, dal greco allo spagnolo, dal francese all’inglese, dal piemontese al siciliano, dal napoletano alla sua lingua, il Sassolese, quella da cui traduceva in italiano quando parlava e scriveva. Da questo punto partiva l’esposizione del suo punto di vista duro, di rottura, di diritti, di libertà in senso assoluto! Se hai come bagaglio le radici dei popoli non puoi offenderli, se esponi le tue idee, anche se queste sono indigeste, forse a qualcuno non piacerai, ma sicuramente sarai rispettato come tu rispetti gli altri.
E se infine volete sentire il Bertoli narratore della cultura sua contemporanea, e dichiaratore delle proprie idee ascoltate Prega crest, 1967, Certi momenti … anche se in ogni suo altro pezzo potreste trovare gli stessi tesori.

Alberto Bertoli (figlio di Pierangelo)

Luca Bonaffini: sospeso tra sogno e realtà, ma comunque libero


di Fabio Antonelli

In questo periodo Luca Bonaffini sta portando in giro per teatri e non solo, il suo ultimo lavoro discografico IL CAVALIERE DEGLI ASINI VOLANTI (2018 Ed. IdP), in versione unplugged. Sembra ieri il giorno in cui ebbe l’occasione di conoscere Pierangelo Bertoli e da lì iniziare una splendida collaborazione con il compianto cantautore di Sassuolo ma, in realtà, sono già passati trent’anni. Tempo quindi di bilanci, ma sempre con “lo sguardo dritto e aperto nel futuro” ...

Espansione TV


Hai appena compiuto i 57 anni in questi giorni, nel rinnovarti gli auguri ti chiedo una sorta di bilancio della tua vita, in termini musicali quanto sei riuscito realmente a realizzare di ciò che avresti voluto fare e cosa, invece, senti che ti è mancato o non hai potuto sviluppare come credevi?

Il bilancio, per fortuna, io lo faccio una volta al giorno, al mese, all'anno e dopo che mi accade un evento (bello e brutto), 57 è un numero anonimo, a parte il fatto che 5+7 fa 12! La mia carriera è stata breve, intensa ed incompleta. Dal 1985 al 1994, sono stati otto anni di "discografia vera", con obblighi, costrizioni, entrate economiche e successi (vedi Pierangelo Bertoli, Patrizia Bulgari, ecc.). Poi ho continuato, dopo essermi staccato dal "grande mondo dei grandi", per la strada (un po’ mia, un po’ no). E lì ho capito che un conto è far parte del sistema ed essere costretti a produrre numeri e fare da schiavo (ghostwriter o produttore di idee, strategie, tattiche); un altro conto è vivere per sé stessi, senza gravare sul fegato la necessità di "essere all'altezza del mercato (o mercatino ...)". Bisogna avere lo stomaco forte per resistere, in entrambi i casi. Ma io non ho mai mollato, anche quando il frigorifero era vuoto.

Questo credo non possa che farti onore. Certo non deve essere stato facile ma se l'anno scorso sei arrivato a realizzare un disco "Il cavaliere degli asini volanti", così diverso da ciò che hai fatto in passato, così pieno dei tuoi ideali, così fuori dalle logiche di mercato, credo sia anche una conseguenza del tuo coraggio. Mi racconti come è nato?

Nel 2015 ho compiuto 30 anni di percorso e la mia città mi ha omaggiato di un bellissimo evento al Teatro Ariston. Solo con voce e tre chitarre (due acustiche e una elettrica) ho raccontato aneddoti e momenti artistici della strada fatta. Da lì l'idea di ricominciare a lavorare su un album di inediti. Un produttore, un'etichetta, uno staff: troppe cose, troppi costi per un ultra cinquantenne pressoché ignoto. Allora, dopo il naufragio di un progetto tra passato e futuro molto bello ma irrealizzabile, ho chiesto a Roberto Padovan, compositore di musica per colonne sonore, di scrivermi alcuni "mondi" che si ispirassero ai sette chakra. Volevo volare ancora, come mi è accaduto, ma ancora più in alto. Volevo studiare la terra dall'alto, misurarmi con lo spazio fuori e con quello dentro. Ecco che abbiamo, nell'autunno del 2016, iniziato a scrivere e, nel giro di cinque mesi, c'era già tutto l'album Il cavaliere degli asini volanti, testi, musiche, arrangiamenti e registrazioni. È rimasto fermo fino all'anno dopo, diventando CD fisico nel settembre 2018, e digitalizzandosi in 240 Paesi del Mondo grazie a Believe Digital nel luglio di quest'anno. Intanto ho prodotto e realizzato libri e spettacoli, fino ad arrivare al mini tour unplugged.

L'Officina della Musica - Como


Nell'ambito di questa tuo mini tour, come lo hai definito tu stesso, mi sembra, almeno quello tenutosi a Como mi è parso così, che abbia voluto dare un peso notevole al rapporto umano, con coloro che hanno il piacere di seguirti in questi tuoi sogni. Quanto davvero è importante questo aspetto, per il tuo mondo musicale?

Io mi reputo un dream writer. Scrivo ciò che sogno e quello che mi spaventa, come ad esempio la negazione dei sentimenti. L'umanità siamo noi, non è un concetto astratto. È la definizione del nostro esserci, essere qui, su questo pianeta in questo preciso momento. E il mio mondo fantastico è inscindibile dal mondo reale ...

Teatro Lo Spazio - Roma


Ma non credi sia un mondo reale in cui ormai si calpesta tutto e tutti, quasi senza neppure accorgersene? Un mondo dove anche la musica è diventata usa e getta, come resistere a tutto ciò?

Resistere è la parola d'ordine dell'uomo. Sempre. L'uomo nasce per esistere e resistere senza alternativa. Chi si chiude, ha perso. Sono stato a Roma, recentemente. Beh... Viva Milano! 😀

Teatro della Memoria - Milano


Perché viva Milano?

Perché i milanesi a Milano, dove ho aperto l'etichetta ldp, credono ancora nel futuro. I romani, no. Ma forse sono capitato il giorno sbagliato!!!

Può essere, ma mai smettere di sognare un futuro e i tuoi sogni sono di quelli in cui gli asini volano. Non ho volutamente chiesto nulla del tuo rapporto con Pierangelo Bertoli ma so che l'esperienza vissuta con lui è stata un qualcosa di unico per te. Oggi, c'è un artista che, se ti dicesse “caro Luca ti va di scrivere un disco con me?” faresti la fine di quegli asini?

No, non c’è, ma gli asini sono la nostra memoria attiva, il sogno realizzabile. Quindi perché non provare a volare ancora?

Cover  IL CAVALIERE DEGLI ASINI VOLANTI

Se sei d’accordo, vorrei farti un’ultima domanda sull’ultima tua fatica discografica Il cavaliere degli asini volanti, visto che proprio in questo periodo, come detto sopra, la stai presentando in giro per l’Italia, in versione unplugged, non voglio però parlare delle canzoni perché non voglio togliere curiosità a chi ci leggerà, vorrei soffermarmi sulla splendida copertina illustrata, chi l’ha pensata e disegnata?

Daniele Massimi, un eccellente illustratore visionario che, tra proiezioni cosmiche e sentimenti umani, ha deciso di volare insieme a noi...


Luca Bonaffini su Facebook
Canale YouTube di Luca Bonaffini

mercoledì, luglio 04, 2018

Gerardo Pozzi vs Gerardo Pozzi, una guerra senza fine


di Fabio Antonelli

Gerardo Pozzi, nasce a Bergamo il 23 giugno 1972, cresce in provincia di Milano, studia fisioterapia a Lecco, e si trasferisce a Vittorio Veneto (TV) nel 2002, ha il cuore nomade… Così, si evince dalla sua biografia. Un tipo originale potrei aggiungere io, se ripenso a come nel 2011 mi fece avere per posta il suo primo magnifico disco “Sconosciuti e imperfetti” con appiccicato un Post-it in cui mi invitava ad ascoltare quelle che lui riteneva solo canzonacce…  Mai dare retta agli artisti, sono solo emeriti puzzoni, parole sue …

Cover cd "Sono una brava persona"


Direi, se sei d'accordo, di cominciare proprio come se io fossi uno che non sa nulla di te e rimanesse, ovviamente, colpito dalla copertina del disco, una fotografia stupenda che ti ritrae seduto dentro una vecchia vasca da bagno, con tanto di cappello, sigaro, calice di vino e fiori di campo tra i quali spicca un girasole che richiama Van Gogh, insomma un po' da matto del paese, uno di quei tipi che definiresti un po' naif ma che, in fondo, di se stesso direbbe "Sono una brava persona". Com'è nata questa idea di copertina e perché questo titolo?

La copertina è nata da una mia "idea": volevo far passare una sorta di senso di "caducità" della vita. Infatti in copertina ci sono io nella vasca, mentre nel retro c'è la vasca vuota. All'inizio io pensavo a me sdraiato su un divano, in un campo /prato. Poi l'illuminazione della vasca è venuta a Franco Bonato, amico carissimo, chitarrista e fotografo. Aveva una casa abbandonata, con questa vasca da bagno e tutto è andato di conseguenza! A parte il freddo boia, abbiamo scattato le foto in inverno, la casa era senza finestre ed io ero in mutande! Il vino nel calice è l'ultimo goccio rimasto! Il resto è andato per scaldarmi! Il titolo, invece, è conseguenza di una seduta con la psicologa, quando avrei dovuto, per esercizio, dire ad alta voce questa frase. Essendo andato in panico totale, ha pensato bene di "costringermi" (amorevolmente) a dare il titolo al mio nuovo album proprio con questa frase. Anche solo pensarmi una "brava persona" è imbarazzante ed impossibile da credere...

Sai che discorso della vasca vuota in retro copertina l'avevo notato anche io e d avevo pensato a questo messaggio? Comunque è vero, non posso dire che tu sia una brava persona! Tutte le volte che ascolto un tuo disco finisco per piangere... anzi questa volta da subito, sin dalla prima traccia "Quando è notte". Al solo pensare quel verso "Le lacrime di tutto il mondo, le bevo ogni mattina", mi vengono ancora i brividi...  Parlami di questa canzone che apre il disco, che sembra svelare l'incapacità di contenere nel proprio cuore tutto il dolore che si prova... o sbaglio?
E' esattamente così... C'è la malinconica celebrazione di ciò che si ha e che ci fa percepire fortunati, ed al contempo il sentire, come dici tu, nel proprio cuore sia il proprio dolore che quello che, di riflesso, ci arriva dal mondo che ci circonda, che sia il nostro infinitesimo metro cubico o quello più esteso dell'umanità. Il dolore umano ha una radice comune. Ci rende simili. Lo percepissimo un poco più spesso, forse non vivremmo così isolati.

Questa canzone credo faccia il paio con "La vita mi fa un po' male", con quella metafora che solo tu avresti potuto usare in una canzone "Ahi ahi la Vita mi fa un po' male / come una botta sulla testa / la fortuna che va via ... / Come la luna che ulula. / Come una rettoscopia" ... Deformazione professionale?

Yes...!!!



Saltiamo un po' di palo in frasca, ma neanche troppo, perché il dolore è sempre presente e qui nelle sue svariate forme, mi riferisco allo "Stabat Mater", un brano che in realtà è un recitato, che vede nella doppia veste, di autore e interprete, un grande Natalino Balasso, com'è nata questa collaborazione?

Balasso è una persona eccezionale e densa di umanità. Ci siamo "conosciuti" qualche anno fa, grazie alle canzoni ed a scambi di "opinioni sulla vita"... Questa sua poesia è disarmante. Ogni volta che la ascolto, nei suoi spettacoli, mi commuovo tantissimo. Qualche mese prima che io decidessi di incidere l'album, mi scrive dicendomi che, in caso di album nuovo, mi avrebbe donato volentieri questa sua poesia. E così è stato. E' venuto a registrare le voci (bellissima, l'idea di inserire più voci con toni differenti) ed io ho messo un sottofondo rispolverando il mio sassofono tenore, che non suonavo da tempi immemori...!

Ed è un peccato che tu non lo suona più spesso... In ogni caso questa collaborazione ha dato buoni frutti, secondo me dovresti perseguire questa strada... anche se magari la trovi difficoltosa, dico così pensando ai versi "Quando canto faccio uscir la mia follia / che tanto son perdonato. / Tutto il resto della vita a trattenere / per non essere internato"... Quanto la musica è per te un ancora di salvataggio?

La musica è ancora oggi, per me, un'ancora di salvataggio. L'arte tutta lo è. Mi permette di vivere. Di sentirmi ancora vivo. A volte un sopravvissuto, altre una specie di "eletto". Eletto non so a cosa però. Perché il pensiero non sempre è un amico facile... E l'arte è pretenziosa. Ti vuole per sé. A volte ti provoca. Comunque ti ama. Sempre. Esattamente come sei.

A proposito di arte, o meglio di artisti, mi pare però di capire che bisogna diffidarne, questo almeno il tuo consiglio. In "Noi 4 artistucoli" canti addirittura che tra artisti "Ci si bacia sulla bocca / ci si sputa sulle spalle", allora anche gli artisti sono esseri umani...

Soprattutto gli artisti! Diffidare di noi! Assolutamente! Siamo degli emeriti puzzoni! L'Arte in sé è stupenda e innocente... L'unico neo è che è fatta dagli esseri umani: e loro sì che sono sbagliati... Siamo narcisi affamati ed assetati di popolarità... Che poi, stringi stringi, siamo dei poveri cristi che hanno un bisogno enorme di affetto! Poi c'è l'arte fatta dalla Natura (un orizzonte, il mare, un bosco) e lì sì, rasenta la perfezione. Certo che l'arte (che è ciò che più differenzia l'uomo nel mondo animale) è un Dono preziosissimo. Ma davvero prezioso. Nessuno può farne a meno.

Gli artisti non sono affidabili, questo lo abbiamo capito bene, allora possiamo fare affidamento su chi? Su se stessi? Mi pare anche questa una via ardua, sempre in salita, in "Reflex" dici "Mi vien facile odiarti così / perché me l'hanno insegnato / quand'ero bambino guardandomi dentro / e ti odio con tutto me stesso / ieri come adesso / come odio lo specchio / come il mio specchio". Com'è realmente questo rapporto?

Il rapporto con se stessi è, credo, una delle cose più difficili in assoluto per l'essere umano. O almeno lo è per me. Eppure è anche l'unico viaggio veramente degno di questa esistenza. Ognuno può viaggiare dove e come gli pare. Ma il vero Viaggio è "dentro". Il mio rapporto con me è ancora in un mare piuttosto alto... Ma da tempo almeno ho una zatterina che mi tiene a galla. È fatta di tutto ciò che di positivo ho imparato a costruire dentro di me. Ho buttato giù una casa pericolante e pericolosa. E con fatica ne ho costruita un'altra. Purtroppo le fondamenta sono le stesse, non si possono cambiare. L'importante è non scendere sempre in cantina per aprire la botola delle fogne. Ogni tanto va fatto, ma per spurgare...



Una risposta a questo disagio è anche la bellissima preghiera laica "Faccio il bravo", una serie di buoni propositi che mi ha fatto venire in mente quei versi di Bertoli "Se indosso il paraocchi, / mio padre mi ha giurato, / mostrandomi una carta, / posso tornare a casa / insieme alla mia mamma, / a vedere la tivù!". Bisogna per forza snaturare se stessi per vivere un po' di serenità o c'è un'altra via?

Per quello che è la mia esperienza, la vera serenità la si potrà provare (fugace forse, come è sua caratteristica, ma comunque potente) soltanto quando smetteremo di snaturarci. E, almeno nel mio caso, quando ci concederemo anche quel perdono che non ci siamo mai dati. Quel perdono per fatti nemmeno commessi, il più delle volte. Quando riusciremo a concederci un poco di amore. E' pazzesco, perché spesso questa rigidità di giudizio nei nostri stessi confronti, è un retaggio cultural-religioso (che affligge anche moltissimi atei, proprio perché innestato anche nella cultura e nella società). Cioè: la religione che predica l'Amore, è la prima ad aver mietuto vittime di odio, per se stessi e quindi per gli altri... La vera rivoluzione sarebbe amare se stessi, in profondità. Ma noi qui oscilliamo tra due estremi: l'odio profondo per noi stessi e il narcisismo più cieco (che poi è un altra forma di odio per se stessi, in fondo) ...

Assolutamente d'accordo, ma allora? Di questo passo, si può anche rischiare una "Pirlata dei caraibi" che, al di là del titolo e, di una certa ironia di fondo, non è qualcosa di cui ridere... vero?

Ho detto, dico e dirò tantissime Pirlate... Mi piacerebbe trovare sempre, nelle mie tasche bucate, un briciolo di verità, ma trovo solo domande e domande... E le domande sulla caducità della vita (ritorniamo alla copertina), al trucco della vita e della morte, come una colomba nel cilindro di Silvan, alle zoppie degli affetti e dei rapporti di coppia, sono domande che ustionano l'anima. Credo di avere l'anima ustionata su almeno il 90% del suo corpo. A farmi domande sarei pure bravissimo, mi mancano le risposte. Ma forse dare risposte non è compito degli artisti... Mi salvo, così?

Cosa potrei dirti? Che "Ta sèt ù bàmbo"?

Sì!!! E' il titolo che avrei voluto dare all'album... Sono un bamboccio, un ingenuo, uno stupido... ma forse la mia psicologa ha la vista lunga, e chissà che, a furia di dover citare il titolo vero, una piccola parte di me non cominci a prendere in considerazione che siamo belli così come siamo, e si può essere brave persone anche sbagliando di continuo. Anzi, forse di più proprio per questo.

Eppure, in mezzo a così tanta sofferenza una luce in fondo al tunnel filtra, così almeno voglio intendere quel dolente brano conclusivo "Esperanto" che già dal titolo suggerisce speranza, malgrado quel "Se piangi ridi / se ridi soffri"... E' realmente così?

C'è una sorta di "miseria", che ci brucia dentro, e non sappiamo "quando la smetterà"... ma la speranza è che la vita è fatta di un susseguirsi di momenti, i quali, essendo tali, per definizione finiscono (o finiranno). Quelli belli, certo, ma anche quelli brutti. Perciò a volte bisogna soltanto "starci dentro", a questi momenti, ed aspettare. Un po' quella sorta di "allearsi col nemico se non lo puoi combattere", che è un proverbio che odio, ma che forse si riferisce proprio ai momenti di difficoltà: se non riusciamo (in quel momento) ad affrontarli, possiamo solo stare lì con loro ed aspettare. Un giorno si stancheranno e se ne andranno. La mia speranza è questa.



Se sei d'accordo, chiuderei il discorso disco con questo spiraglio... lasciando al lettore / ascoltatore il desiderio di approfondire le altre tracce, piuttosto mi piacerebbe sapere come hai intenzione di far conoscere questo prezioso lavoro, hai già in mente un percorso live?

D'accordissimo! Ho fatto (a mie spese ed a spese di una persona che mi ha aiutato economicamente) due serate di presentazione. Lo stato dell'arte oggi è ridotto ai minimi termini, e ci si ritrova a pagare per suonare... Ho altri live in programma, spero di poter girare ed uscire anche dalla regione, per incontrare più persone possibili. La Musica mi aiuta a superare la timidezza ed ha lo splendido scopo di farmi incontrare anime simili...!

Un'ultima domanda, a proposito di anime simili. Anche se magari le tue canzoni ti sembrano così personali da sembrare impossibile condividerle con altri cantanti, ci sono artisti con i quali vorresti duettare? Che in qualche modo stimi particolarmente?

Ci sono tantissimi artisti che stimo. Erica Boschiero, Massimiliano Cranchi, due nomi tra i numerosissimi artisti veneti, per parlare della mia regione. Ma anche Francesca Incudine, Giovanni Del Grillo, e soprattutto la scena giovane di oggi, che è molto più avanti di quel che si creda. I giovani che si trovano oggi a fare musica loro, la sanno molto più lunga di quei discografici che pensano di colpirli con fenomeni tipo Young Signorino, che invece dissetano solo la curiosità morbosa e dissociata di adulti con la sindrome di Peter Pan...


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lunedì, aprile 20, 2015

Intervista a Filippo Andreani

di Fabio Antonelli



E’ da poco uscito il magnifico disco “La prima volta” di Filippo Andreani (disco autoprodotto e distribuito da Mastermusic), dopo l’importante esordio con “La Storia Sbagliata” (un concept album – tra storia e fantasia – sull’incredibile vicenda del Capitano Neri e della staffetta Gianna, partigiani della 52esima Brigata Garibaldi operante sul Lago di Como - Nodo Libri / I Suoni 2010) e il successivo “Scritti con Pablo” (Lucente/Many/ Venus 2011), un po’ i suoi scritti corsari per dirla alla Pasolini. E’ a tutti gli effetti, il suo terzo lavoro ma, come suggerisce il titolo, per vari motivi si potrebbe quasi considerarlo “la prima volta” di Filippo Andreani. Non voglio però anticipare nulla del contenuto di questa intervista, leggetela, credo ne valga davvero la pena, così come vale la pena cercare di portarsi a casa il suo disco, che di così belli e toccanti non capita poi tanto spesso di ascoltarne.

Mi piace solitamente iniziare le interviste partendo dalla copertina del disco, perché è un po' come fosse il biglietto da visita di un nuovo progetto musicale. Com'è stata concepita e perché hai voluto intitolare il disco "La prima volta"?

Perché è "la prima volta" che, artisticamente parlando, riesco a essere davvero me stesso. Il che non è affatto scontato. Almeno non lo è stato per me. A un certo punto mi sono accorto che - per paura di mostrarmi per intero - ero finito ad assomigliare a tutti tranne che a me stesso. Mi è costato molto ammettermelo ... ma è stato bello "tornare a casa" e poi questo è stato un anno di tante prime volte: non ultima, è stata la prima volta che qualcuno mi ha chiamato papà. La copertina è stata disegnata da un amico tatuatore di Roma ed è ispirata a "Il coraggio del pettirosso" di Maggiani. Quel coraggio che ho ritrovato, per la prima volta dopo tanto tempo.

Copertina disco "La prima volta"


Beh, direi che c'è un cambio di registro notevole rispetto ai tuoi lavori precedenti, sinteticamente potrei dire che s'è persa un po' di quella cantautoralità un po' ingessata e a tratti autoreferenziale che sa di stantio per dare aria e ossigeno alla musicalità, sia attraverso sonorità più elettriche sia attraverso un cantato più libero, non so se condividi questa mia impressione.

Condivido in pieno, però non rinnego niente di quello che ho fatto. Sai, troppe volte ci si sofferma sulla forma ... parlo soprattutto della critica ... in molti hanno sottolineato i difetti di cui parli riferendoti ai miei lavori passati, mentre nessuno o quasi si è soffermato sulla sostanza. Cosi, le storie della Gianna e del Neri, quella di Aldo Bianzino, di Licia Pinelli e di altri, sono rimaste dov'erano prima (nel dimenticatoio), mentre tutti erano occupati a darmi dell'emulatore di un tale di Genova. Questo non mi è piaciuto granché. Ma tant'è. In ogni caso, io stesso ho voluto discostarmi da quel tipo di sonorità ... del resto ci sarà un motivo se in casa ho una gigantografia di Strummer e non di De Andrè. La mia vita l'ho spesa con i Clash nelle orecchie, non con “Anime Salve”.

In Italia, se tu noti, si finisce sempre per essere accostati musicalmente o a De Andrè o a Paolo Conte così poi, come dici giustamente tu, spesso si perdono di vista i contenuti e qui, in questo nuovo lavoro ci sono davvero storie e personaggi raccontate con grandissimo senso poetico. Cito due canzoni "Gigi Meroni" e "Numero nove", due gioielli per scrittura, solo apparentemente dedicate al mondo del calcio ma lascio a te la parola ...

Nascono in due momenti differenti della mia vita. Comincio dal Borgo: l'ho conosciuto all'Ospedale, dove per disgrazia era il compagno di stanza di mio papà, anche lui affetto da SLA. Poi il papà se ne va su una nuvola e il Borgo resta. Lo ritrovo allo stadio Sinigaglia. Io e altri amici della Curva eravamo in campo con lui, con le nostre bandiere e i nostri sorrisi ingessati. Mica potevamo far vedere che dentro piangevamo come bambini. Quando siamo arrivati sotto il nostro Settore, Stefano ha guardato l'inferriata. Ero li, l'ho visto. In quel punto si era appeso per la storica esultanza dopo il gol contro il Milan. Parlo degli anni ottanta. Voleva risalirci. A quel punto vaffanculo alla decenza: mi sono messo a piangere come un bambino. Poi sono tornato a casa e ho scritto quella canzone. Per Gigi è stato diverso, meno traumatico senz'altro: la sua figura mi ha affascinato sin da bambino. E poi ho conosciuto quest’amore incredibile per la bionda del Luna Park, Cristiana. E poi c'è Como, Genova, Torino. Il lago, il porto, la fabbrica delle auto. E poi c'è il Toro, che nella mia testa non è una squadra di calcio: è una poesia, è il popolo che ride e che piange e, i torinisti, a dir la verità, hanno sempre pianto tanto proprio quando stavano per ridere. Da Mazzola a Meroni.

E' vero sono due canzoni diversissime fra loro ma altrettanto toccanti, bellissime. Altrettanto emozionante e portatrice di lacrime credo sia "Lettera da Litaliano", dedicata a Piero Ciampi. A lui tantissimi hanno dedicato canzoni ma non credo proprio che tu l'abbia scritta per moda, com'è nata?

Da “Adius”. Uno per scrivere “Adius” non deve essere solo disperato, deve avere il cuore devastato, non nel senso di incapace di amare, ma nel senso di definitivamente rassegnato a non essere amato. Il che, credo, deve essere molto peggio.

Ne è nata una canzone d'amore struggente, un canto a quell'amore che avrebbe potuto essere, ma non è mai stato. E' cosi?

Si, proprio cosi. E per introdurla ho trovato una vecchia registrazione televisiva di Ciampi, nella quale diceva un'altra cosa terribile: "Per capire cos'è la solitudine, bisogna essere stati in due". Forse è banale ma quel verbo al passato rivela un tormento vero, reale, inguaribile, senza alternativa.

Perché hai voluto aprire il disco con “Canzone per Delmo” e perché una canzone dedicata ad Adelmo Cervi?

Quella canzone è stata il regalo per i settanta anni di Adelmo. La sua storia la conosciamo tutti, in pochi conoscono invece la luce che ha negli occhi: una luce triste, da bambino abbandonato. Adelmo mi ha fin da subito ispirato tenerezza e quella è una canzone che parla soprattutto di questo: della tenerezza mancata tra un padre e il suo bimbo.

Foto di Antonio Spanò Greco


Questa canzone ti vede duettare con il grande Marino Severini dei Gang, ma non è assolutamente l’unica collaborazione in questo disco vero? Dirò un altro nome tra i tanti, Sigaro della Banda Bassotti che ha prestato la sua voce particolarissima in “E Roma è il mare”, un’altra canzone meravigliosa che nasce sempre dai ricordi. Raccontami la genesi di questa canzone che, forse, non è solo una canzone di ricordi ma un’esperienza di vita che prosegue giorno per giorno? No?

Prosegue, si: per mia fortuna continuo ad avere gli stessi cattivi maestri e le stesse cattive frequentazioni. Roma, per uno che abita a Valmorea, è l’oceano. Io in quell’oceano ci ho nuotato insieme ai Bassotti, agli All Reds, ai libri di Valerio Marchi, alle storie brutte di Verbano e di Biagetti. Mi sento di appartenere a quella parte di oceano. Quella parte profonda in cui ogni giorno nuotano gli amici miei.

La memoria ha un peso notevolissimo in questo disco così come l’ha avuto anche nei dischi precedenti. Mi viene in mente un’altra grande figura d’uomo, prima ancora che di calcio, che appunto ricordi con versi di dolcissima poesia, mi riferisco a Gianni Brera e alla canzone che gli hai dedicato “Che la terra ti sia lieve”. Quanto credi che manchi oggi una figura come quella di Gianni in termini di valori? Soprattutto a uno come te che, giusto per citare i tuoi versi in “E Roma è il mare”, canti “Tra Mazzola e Rivera, avrei scelto Vendrame”.

Guarda, l’ha spiegato bene Gianni Mura, coniando l’espressione “senzabrera” per descrivere quelli che, come noi, ne sentono la grande mancanza. Brera manca. È un dato di fatto per chiunque viva lo sport come fatica e passione; ma anche per chiunque continui a sostenere che la zuppa pavese – se fatta bene – vale un’aragosta. In definitiva, manca a chiunque si ostini a innamorarsi della semplicità. Per fortuna che ha un grande erede e che questo “figlio”, Gianni Mura, abbia preso dal “padre” tutti i migliori pregi.

Un altro contributo molto originale viene da Steno dei Nabat che ti accompagna in “Tito”, qui il protagonista dei ricordi sei tu stesso lungo il corso degli anni, partendo da quando eri bambino e tua madre ti chiamava Tito per finire con il guardare il futuro. Com’è questo bilancio dei tuoi primi quasi quarant’anni, ma soprattutto come vedi il tuo futuro?

Passo molto tempo a pensare a me, a quello che ho fatto, a quello che faccio e a come lo faccio. Il motivo è che mi sono imposto di morire da galantuomo (ce la farò?) e che la galanteria va costruita giorno per giorno, con attenzione. In “Tito” parlo a quel Filippo cui sono solito rivolgermi guardandomi allo specchio. Quanto al futuro … il mio coincide con l’età di mia figlia: è per lei che vivrò altri cento anni. È banale e retorico, ma io sono banale e retorico quando parlo di lei. Mi ha sfasciato il cuore.   

Di ricordo in ricordo, c’è un altro personaggio magari sconosciuto ai più ma che ti ha segnato, ne canti insieme a Rob dei Temporal Sluts nella dura “Veloce”, ti va di parlarne?

Angelo Tagliabue all’anagrafe; Speedy Angel nelle note dei dischi dei Potage. Una persona davvero perbene, un semplice, uno vero. Un uomo entusiasta, soprattutto. “Veloce” è una lettera per lui, che è andato via troppo presto. Speedy era … è un esempio del vecchio adagio che loro stessi (i Potage) cantano in una loro canzone, “Vecchi Punk Rockers”: non importa saper suonare, ciò che conta è avere qualcosa da dire. Un atteggiamento che adoro e di cui io stesso faccio la mia bandiera.

Fotto di Enrico Levrini


Il disco però non guarda solo a ciò che è stato, anzi si chiude con una dolcissima e poetica canzone che ci parla soprattutto di futuro, di un’intera vita da vivere davanti. Il titolo è una data che penso, ricorderai per sempre nella tua vita, il giorno in cui è nata Annarella. Trovo adorabile questa tua canzone a partire dalla citazione di una delle più belle canzoni di Pierangelo Bertoli, non voglio aggiungere altro, vorrei che fossi tu a parlare di questa canzone.

Grande Fabio che l’hai colta! “Dal vero” è davvero una grande canzone. Quella canzone è stata scritta fuori dalla sala parto, prima di entrare per accogliere la mia piccolina. Ero a Varese (che per un comasco sfegatato come me equivale a una trasferta importante) a giocare quel mio “derby da ospedale”, e in quel momento mi sentivo accanto alla mia mamma (“che ha trovato un porto dopo la tempesta”), mio papà (“che nuotava al largo e se l’è preso il mare”), mia moglie (“che se dovessi reinventarla la farei dal vero”). Insomma, tutti lì ad aspettare che Annarella arrivasse. Poi, alle 22.22 precise del 30.01.2014 eccola tra le mie braccia. Uno a zero per noi, rete della piccola Andreani!

Vorrei chiudere con una riflessione, s’è detto più volte che questo disco è un disco di ricordi, di pensieri legate a persone che hanno lasciato un segno. Un disco che per altro sta davvero raccogliendo notevoli consensi di critica. Quanto è importante non dimenticare?

Non credo sia importante, quanto necessario. Gli alberi che non hanno radici cadono al primo vento. Per quanto mi riguarda la Storia è maestra di vita. Senza, non saprei in che direzione camminare.

Nel ringraziarti per la grande disponibilità dimostratami, perché so dei tuoi molteplici impegni poiché purtroppo come tanti bravissimi artisti non hai il privilegio di vivere della tua arte, vorrei solo chiudere con una battuta. La prossima volta che ti attingerai a scrivere un nuovo disco non farmi più pianger così perché se no ti addebiterò il costo dei fazzoletti di carta.

Sono io che ti ringrazio del tuo tempo. Quanto ai fazzoletti, non usarli: fai vedere a tutti, con orgoglio, che hai pianto.  Siamo circondati da uomini che non lo fanno mai. Poveretti.

Links:

Video del singolo "CANZONE PER DELMO (feat. Marino Severini - Gang)":


sabato, novembre 22, 2014

Intervista a Luca Bonaffini



di Fabio Antonelli

Luca Bonaffini, compositore di musiche e autore di testi per canzoni, s’è affermato intorno alla fine degli anni ‘80 come collaboratore fisso di Pierangelo Bertoli, firmando per lui molti brani in album di successo, tra le quali "Chiama piano", all'interno dei quali compare anche come cantante, armonicista e chitarrista acustico. Dopo aver realizzato una decina di album a proprio nome, ha debuttato nel 2013 come scrittore con il libro "La notte in cui spuntò la luna dal monte" (edito da PresentArtSì), ispirato al suo incontro con Pierangelo Bertoli. Il 7 agosto scorso ha pubblicato il disco “Sette volte Bertoli”, in ricordo di Pierangelo e proprio di questa sua ultima fatica s’è parlato in questa intervista.



E' da poco uscito un tuo disco dal titolo "Sette volte Bertoli" che vuol essere il tuo omaggio al cantautore di Sassuolo. Credo che un buon motivo per ascoltarlo con attenzione sia che d’interi dischi di altri musicisti che interpretino Bertoli praticamente non esistano, però vorrei che fossi tu a darmene degli altri.

Esistono diverse tribute band ma, a differenza di De André, riscuotono consensi meno evidenti. Bertoli ha scritto canzoni popolarissime, ma con testi a volte molto fuori moda. Non solo come argomenti, ma anche come linguaggio. Gli italiani si lustrano la lingua dandosi dei toni "da letterati", perché sono convinti che tutto debba passare attraverso la cultura "alta", quella cattedratica. Angelo, così lo chiamavamo, era un vero cantore di storie civili. Un cantautore non di protesta, ma di "testa". Al di là dell'estetica letteraria, le sue restano poesie sociali straordinarie ...

Perché hai voluto intitolare così questa raccolta di suoi brani e soprattutto perché, dall'immenso patrimonio musicale lasciato da Pierangelo, hai scelto proprio queste sette canzoni?

Le canzoni che avrei voluto cantare erano almeno trenta ma io non sono in grado, con le mie possibilità vocali, di riproporle in maniera credibile. Volevo essere, anzi continuare a essere, il suo allievo; e allora, visto che considero Bertoli il cantautore delle cose quotidiane, volevo cantare una canzone al giorno.
I giorni sono sette ed ecco sette volte Bertoli, come una terapia ...

E' vero la tua voce e il tuo modo di cantare sono praticamente antitetici a quelli di Pierangelo che cantava con voce potente, forte, che scandiva in maniera secca le parole, però credo che, per alcune canzoni, tu abbia fatto un lavoro straordinario di ringiovanimento, soprattutto con "La luna è sotto casa" che, secondo me, nella versione originale aveva un arrangiamento un po’ datato, non credi?

Grazie del bell'apprezzamento. Ritengo “La luna sotto casa” un brano sottovalutato, perché considerato moralista. Non è così. Pierangelo aveva delle priorità ... ovvie, ma non per tutti. La superficialità è l'estensione massima del vuoto del protagonista della canzone che, in quanto a "masturbazioni cerebrali" - come direbbe Angelo - non ha uguali. Bertoli non lo giudica. Lo condanna, a misurarsi con se stesso!

Si, trovo sia una delle canzoni più belle, però ai tempi penalizzata da un arrangiamento un po' vecchiotto, come lo era ad esempio quello di "Due occhi blu" Credo che tu abbia saputo donargli una veste nuova, molto fresca, capace di mettere ancor più in risalto la bellezza dei testi, che dici?

Non saprei. Io sento le sue canzoni così. Alcuni arrangiamenti di brani scritti insieme come “Oracoli”, “Italia d’oro” e “Gli anni miei”, titoli anche degli album che contengono alcuni dei nostri successi, non corrispondono alla mia modalità immaginaria musicale, ovvero, quando li scrissi, me li fantasticavo più aerei. Ma la voce di Pierangelo li ha ingigantiti comunque ...

Un’altra canzone che dal restyling ha acquisito nuova linfa è "Il centro del fiume", canzone tra le più vecchie ma tra le più attuali, purtroppo aggiungerei. Perché hai deciso di inserirla nel disco?

Non la considero semplicemente attuale, bensì "permanente". Esprime la modalità tipica di chi, politicamente e umanamente, sceglie di "non muovere" le cose. "Il sesso è scoperto, però hai coperto l'amore", è una frase che dovremmo stampare sul promemoria della quotidianità.


E' vero. In questi giorni sto riascoltando un po' di canzoni di Pierangelo ed è sorprendente come i suoi testi suonino sempre attuali. La stessa "Maddalena", che hai voluto inserire in quest’omaggio, penso sia esemplare in tal senso. Stupenda poi la scelta di interrompere la musica prima di chiudere con "quasi fosse colpa sua". Io amo tantissimo questa canzone, quali sono stati i motivi che ti hanno portato a cantarla?

La diversità non è un luogo comune che coinvolge alcune categorie o classi sociali. Spesso è discriminante. Pierangelo parla nella sua canzone di un fatto personale (quello che riguarda un travestito) come di un problema sociale, reso problema dalla gente. Insomma, pare che l'omosessualità, anche oggi, sia oggetto di sfogo di rabbie da parte di chi non l'accetta. Ma spesso gli omofobi, tramite una strisciante indifferenza, nascondono un lato di curiosità omoerotica ... ne sono certo!

Ascoltando e riascoltando il tuo disco, mi sembra di poter dire che, attraverso l’interpretazione, si possa spostare l’accento di una canzone. Cerco di spiegare meglio il concetto, ascoltando “Varsavia” nella versione originale di Pierangelo, sembra prevalere la rabbia, la voglia di lottare contro le ingiustizie subite dalla gente sottoposta al regime mentre, nella tua versione, sembra prevalere la sofferenza, il dramma interiore di quelle persone, che è poi il dramma di chiunque non possa vivere la propria libertà. E’ solo una mia impressione?

Ognuno esprime la rabbia come può e come riesce. Io non amo urlare e, quando lo faccio, la faccio male. Divento isterico e poco credibile. Ma il mio modo di manifestare il dissenso o il disdegno verso certe azioni o fatti non ha meno forza. Grido piano, ma con la stessa intensità emotiva.

La stessa tua “Chiama piano”, in questa versione, sembra essere cresciuta ulteriormente. Pur senza la presenza di Fabio Concato devo dire che, invece che perdere smalto, sembra aver acquisito la giusta maturazione, un po’ come un buon vino rosso cui gli anni trascorsi non hanno fatto altro che accrescerne la qualità.

Nasce scritta da me che sono un cantautore, non solo autore. Pierangelo capì bene questa cosa dal primo momento che misi piede in casa sua nel 1983. Io l’ho sempre cantata, fin da quando uscì per La Ricordi nel 1990, a modo mio. È naturale che, a differenza di allora, non ha più lo svantaggio di un confronto recente. Allora era in cima alle classifiche ed io pressoché sconosciuto. Il confronto era ovviamente pesante. Oggi io la canto ancora più libero di allora, ma posso ancora studiarla, rifarla e – magari – modificarla, migliorandomi. Pierangelo e Fabio l’hanno cantata insieme una volta sola e hanno vinto, nel giro di poche settimane, un disco d’oro. Insomma, ognuno di noi l’ha cantata meglio che poteva….

“Per dirti t’amo” e “Eppure soffia” sono senza dubbio le canzoni meno rimaneggiate. “Eppure soffia” è uno dei testi di Pierangelo più riusciti per la forza dei suoi contenuti e la sua estrema sintesi, in questa versione sono coinvolti anche il figlio Alberto Bertoli e Flavio Oreglio, com’è nata questa vostra collaborazione?

Alberto lo conosco dall’83 (quand’era bimbo); Flavio dall’85 quando stava iniziando. I due cognomi, Bertoli e Oreglio mi hanno portato fortuna. E, inoltre, rappresentano due estremi modi di contestare attraverso la musica: quella popolare d’autore di Pierangelo e quella del teatro canzone satirico di Flavio (introdotta da Gaber). Infine io sono mantovano, un lombardo in odor d’Emilia. Bertoli di Sassuolo e Oreglio di Peschiera Borromeo in provincia di Milano. E la canzone è una delle più belle ballate italiane mai scritte. Quindi, abbiamo “soffiato” insieme.

Forse questa domanda avrei dovuta fartela per prima, com’è nato il sodalizio artistico tra te e Pierangelo?

Prima da fan (io, ovviamente…). Poi allievo e frequentatore…. Poi come autore. Infine come chitarrista acustico dal vivo, collaboratore fisso e amico. Nel 1993 mi ha anche prodotto un album per la Sugar Music. Ha fatto il massimo.

Cosa amavi di più in Pierangelo e cosa invece magari non condividevi? Tu che l’hai conosciuto bene da vicino, in Pierangelo l’uomo e l’artista erano figure ben distinte o, invece, com’era sul palco davanti al suo pubblico lo era anche nella vita quotidiana?

Identico. Palco e vita erano la stessa cosa perché, prima di tutto, per lui c’erano le persone. E i suoi sentimenti. La musica e i dischi erano la parte della vita che gli permetteva di entrare in contatto con la gente. E di crescere e di aiutare gli altri a crescere.



Rivedendo nei giorni scorsi un’intervista televisiva storica di Enzo Biagi a Pierangelo, all’interno di una trasmissione in cui si parlava di Handicap, mi sembrava di vedere da una parte il giornalista spingere sull’acceleratore del pietismo, nel desiderio di sentirsi dire da Pierangelo che la sua vita fosse stata un inferno e dall’altra Pierangelo insistere sul fatto di aver vissuto un’infanzia in tutto “normale”, dove anche con gli amici aveva potuto fare tutto, forse solo a pallone non riusciva a giocare … Com’era in realtà il suo rapporto con il suo handicap e com’è stato invece il tuo con il suo handicap?

L’Italia è un Paese che fonda gran parte della propria cultura storica sul pietismo e sugli eroi perdenti. Pierangelo era un vincente in panchina per forza maggiore, parlando di calcio. Ma vinceva comunque perché era un capo squadra, uno stratega della comunicazione “vera” (non contraffatta) e un uomo di azione che non temeva di mettersi in gioco personalmente.  Lui non ha mai fatto trapelare alcuna difficoltà con me, se non quella evidente delle barriere architettoniche. Io, a un certo punto, mi dimenticavo – grazie alla sua intelligenza – di tirare giù la carrozzina dall’auto. Per me, lui non camminava. Correva proprio.

So che in questi giorni sei molto impegnato nel promuovere il disco, attraverso web, radio e tv. Seguirà un tour o il disco stesso può considerarsi il sigillo a quella serie di date che hai tenuto nei mesi scorsi, legate alla pubblicazione del tuo libro “La notte in cui spuntò la luna dal monte" (edito da PresentArtSì), ispirato al tuo incontro con Pierangelo? Anzi colgo l’occasione per chiederti com’è nata l’idea di questo libro e com’è stato accolto dai lettori.

Il percorso di elaborazione e di recupero del “me stesso” legato a Bertoli è concluso. È durato oltre due anni, dalla pubblicazione del libro di Mario Bonanno (marzo 2012) all’ultimo concerto di Cologne tenutosi in occasione del 25° anniversario della Caduta del Muro di Berlino, dove Alberto è stato ospite e protagonista. Adesso Pierangelo ritorna nei miei spettacoli, nei miei album con uno spazio più regolare, più giusto. Io non voglio e non devo essere la bandiera di Bertoli. Sono solo un suo fan divenuto allievo e fortunato testimone di una parte della sua carriera. Ci sono, ribadisco, tribute band eccezionali, c’è Marco Dieci (suo alter ego storico e autore prodigioso), c’è il figlio (che quando canta fa davvero venire i brividi, per bravura e talento). Io ho scritto e pubblicato 11 album. E ci sono tantissime canzoni inedite nella mia libreria, ci sono artisti da produrre che hanno bisogno del mio supporto, nuovi spettacoli da scegliere, scrivere e dirigere. E magari, qualche altro racconto…

L’ultima domanda vuol essere un po’ una provocazione. In un’intervista realizzata a Pierangelo, al termine del concerto tenutosi al Teatro Carani di Sassuolo nel 2000, per i suoi venticinque anni di carriera, Bertoli a una domanda dell’intervistatrice che gli chiedeva se amasse sentire le sue canzoni cantate da altri, rispose “quella che ha cantato meglio una mia canzone è stata Ornella Vanoni sicuramente” però aggiungendo, senza peli sulla lingua, “in generale no, mi piace più cantarle io”. Come pensi avrebbe accolto il tuo disco omaggio?

Mi avrebbe tolto il saluto. Scherzo. Non lo so, sinceramente. Ma so che ai suoi appassionati, alla sua famiglia, alla sua gente, la cosa non è dispiaciuta. E questo per me è sufficiente.



Sito ufficiale di Luca Bonaffini: http://www.lucabonaffini.it/