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mercoledì, maggio 17, 2023

Filippo Andreani: Detto tra noi, dobbiamo andare avanti ad ogni costo

di Fabio Antonelli

È di questi giorni l’uscita del nuovo album “Detto tra noi” (Ammonia Records -2023) di Filippo Andreani. Esattamente dopo cinque anni dal precedente “Il secondo tempo” (iCompany – 2018), dopo una lunga gestazione, vede quindi la luce questa sua ultima fatica, dieci tracce che oscillano tra presente e passato, che trasudano malinconia, che lasciano intravedere sprazzi di speranza, ma anche tanta disillusione. Un disco prezioso, da tenersi stretto, che testimonia la crescita esponenziale della poetica di questo artista.

Vorrei cominciare dalla splendida copertina del tuo nuovo disco Detto tra noi. Ti ritrae in veste di pugile sottacqua e si ispira chiaramente al celebre ritratto fatto da Flip Schulke a Cassius Clay. Un uomo pronto a lottare a mani nude contro le difficoltà della vita, ma con una difficoltà in più, non può respirare. Com'è nata l'idea di ispirarti a quel ritratto? Il titolo Detto tra noi mi dà l'idea di confidenzialità, il mettersi a nudo davanti all'ascoltatore? È davvero così?

Dalla prima volta che l’ho visto, quel ritratto di Ali mi è sembrato la metafora perfetta della vita di un artista: andare avanti ad ogni costo, perché quella è la tua natura. E non fa niente se non riesci a respirare, non fa niente se non c’è nemmeno il pubblico a sostenerti. Sei tu, con il tuo coraggio e con la tua paura. E con la tua testardaggine, soprattutto. Per questa ragione ho (faticosamente!) cercato di ripeterlo. Questa copertina mi piace da morire. I due colloquianti che compongono il “noi” del titolo siamo io e Filippo. Avevamo bisogno di dirci alcune cose, noi due. Ora abbiamo anche l’età per farlo. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro, io e lui. Abbiamo necessità di stare dalla stessa parte. Io sono quello razionale e pauroso, lui è quello pieno di fantasia e di coraggio. Siamo l’uomo e il bambino, siamo il padre ed il figlio. C’è stato un momento in cui mi sembrava che mi avesse lasciato ed in quel momento è nato il testo della prima canzone del disco: Dalla mia parte.


Eccomi offerto l'assist per buttarci a capofitto dentro il disco, a partire proprio da Dalla mia parte, la traccia che apre le danze, che ha in sé già immagini poetiche fuoriuscite dal passato, come "un pallone fatto di giornali e due giacche a vento messe lì da usare come pali..." e immagine nefaste sull'oggi, con uno sguardo disincantato sul futuro "Ora il porto si è riempito di pirati e pescecani e sono morto ogni volta che ho permesso a qualcuno di occuparsi del domani anche per me...". Si può dire che un po' tutto il disco oscilli continuamente tra ricordi, speranze e disillusioni?

Hai colto esattamente il senso del disco, che è pieno di quella malinconia che si prova a rivedersi in certe fotografie. Ho passato un momento un pochino buio, dove l'umore era sotto i piedi e mi mancava da impazzire quel Filippo sorridente e pronto alla battaglia. Per fortuna l'ho ritrovato. Per fortuna ho capito meglio chi sono, ad accettare i miei difetti fino ad innamoramene. Credo che la mia forza sia avere una somma di debolezze con le quali dover continuamente fare i conti. È un grande stimolo quello di voler fronteggiare sé stessi.


Hai parlato di fotografie e di ricordi, credo che 1977 nasca proprio dal guardarsi indietro "Come siamo cambiati! Dove ci siamo persi? Tra discorsi importanti e canzoni da grandi, quanto siamo diversi!". C'è nostalgia ma mai rassegnazione "Ho trovato i miei occhi: ce li avevi tu addosso! Per te morderò fino all'osso!". È una canzone d'amore puro, ma la lei oggetto del tuo amore è una lei un po' particolare, vero?

È la più grande maledetta e benedetta stronza che abbia conosciuto. Ci siamo messi insieme nel 1993. Avevo 16 anni e anche lei. Lei ce li ha ancora. Per lei ho fatto migliaia di chilometri, mi ha tolto il sonno, mi ha riempito di balle e di vizi. Dovrei odiarla, eppure ci sto ancora. Lei è la musica punk e 1977 sì, è una canzone d’amore per lei!

Saltiamo ad una altra data importante, Estate 90, sembra essere così lontana... "Olio e benzina insieme al due per cento" e "mangiacassette col volume alto". Un'altra canzone d'amore mi verrebbe da dire, se di lei dici "Non ho mai saputo molto di te, tranne il numero di denti che hai per averti vista ridere con me... non l'ho dimenticato mai”. Mi dici qualcosa d questa storia indelebile?

Si, questa è proprio una canzone d’amore. Lei era una ragazzina della quale mi ero innamorato. Poi sono finite le medie e non ci siamo mai più visti. Quell’estate, il fatto che l’avrei persa di vista era l’unica certezza che avevo. Non mi consolavano nemmeno i gol di Schillaci. Peraltro, vista la mia timidezza di allora, non avevo mai avuto il coraggio di dichiararmi e quindi non c’è mai stato proprio niente, nemmeno una passeggiata mano nella mano. Mi restava solo il ricordo del suo sorriso, che avevo studiato tanto da contarne i denti. È una storia ingenua e innocente. Mio malgrado!


Beata ingenuità. Vorrei lasciare per un attimo l'amore più o meno corrisposto, per parlare di due canzoni dedicate a personaggi del calcio ma canzoni, che, come al solito, hanno il calcio solo come sfondo. Mi riferisco a 11 metri dedicata ad Agostino Di Bartolomei, indimenticabile capitano della Roma e a Celeste, credo una delle più belle canzoni dedicate a Diego Armando Maradona. Perché proprio loro e perché con questa tua poetica capace di trasfigurare la realtà. Una canzone più bella dell'altra.

Grazie! Sono contento che ti piacciano. Quanto ad Ago, mi ha sempre impressionato molto il fatto che ha deciso di andarsene nel giorno esatto in cui, dieci anni prima, la sua Roma aveva perso ai rigori contro il Liverpool la finale del trofeo più importante. Oltre a questo, Di Bartolomei aveva una faccia diversa, un sorriso a metà, qualche ombra nello sguardo. Un personaggio che andava cantato ed una persona che andava ricordata. Rispetto a Diego (che io porto tatuato addosso con l’aureola e la scritta San Fútbol) ho una venerazione quasi religiosa. Per questo ho scritto una cosa che è quasi una invocazione, una preghiera. Perché Diego è il Dio del calcio.


Restiamo ancora in ambito calcistico, perché Sottopelle, il pezzo che chiude il tuo nuovo disco, è una dichiarazione d'amore, uno stile di vita, un DNA. "Sai che cosa c'è? C'è che niente mi fa più paura insieme a te, come se ovunque vada ti avessi accanto sulla strada!" e lei non è una donna ma...

Ma la tifoseria del CALCIO COMO 1907! Eh, cosa vuoi farci… è una vera malattia… Sono innamorato della mia sciarpa, folle per i miei colori, orgoglioso dei miei amici di stadio. Lo so, può sembrare qualcosa di ben poco poetico da fuori, ma in realtà “forse non lo sai ma pure questo è amore”!

C'è, invece, una canzone che non credo non possa non commuovere chi la ascolti, mi riferisco a Rivederti ancora dedicata a tuo padre, che inizia con questi versi "Guarda che stasera esco e ti vengo a cercare". A me mette i brividi, così come quel "Chissà se è vero che può capitare...". Non aggiungo altro, vorrei fossi tu a dire di più.

L’ho scritta in cinque minuti e ho pianto per un giorno, effettivamente! Ma avevo proprio il desiderio di mettere per iscritto alcune urgenze. Ho deciso di continuare ad avere l’illusione di poter rivedere mio papà, anzi proprio di coltivare questa illusione, di farla crescere. Sognare è gratis, intanto. E poi mi fa stare bene pensare che un giorno torneremo a litigare per come mi vesto o per il Milan. Vorrei tanto fargli vedere come sono diventato, presentargli le mie figlie, stappare una bottiglia. Poi potrebbe anche tornare via. Mi basterebbero dieci minuti.

Io credo che l'amicizia abbia per te un valore grandissimo, almeno è quello che ho pensato dopo aver ascoltato Compagni di banco, è vero?

Assolutamente si: gli amici sono tutto. Con i miei, siamo compagni di banco e lo saremo sempre. I miei amici sono la mia fortuna, al pari della mia famiglia. In qualche modo, del resto, ne sono parte.


Brividi è un bellissimo elenco di istanti, situazioni che ti hanno fatto venire i brividi, tra i tanti cito "Alfredo non parla da un'ora... E allora...". Personalmente aggiungerei "Come ascoltare una canzone di Filippo Andreani”. Come... Come è nata questa canzone?

È nata una sera, giocando con la chitarra. Ho cominciato a fare quei due accordi stoppati e a dirci sopra cose a caso. Poi, in qualche minuto, sono arrivate delle frasi di senso compiuto o meglio delle “fotografie” di attimi, di situazioni. E tutte mi davano i brividi. Così, ho iniziato ad elencare alcune cose che danno quella emozione. Alcuni sono brividi belli – come le “voce belle dei cantanti” – altri sono terribili – come “gli occhi di Ilaria e quanto sono seri quando guardano dritti negli occhi dei Carabinieri”. L’ho voluta lasciare così, anche in sede di registrazione, esattamente com’era nata, anche per ricordarmi per sempre delle emozioni che ho vissuto scrivendola.

Hai parlato di emozioni e devo dire che piena di amore e di emozioni è Niente da salvare. L'ho lasciata per ultima solo perché trovo sia una delle più belle ed intime canzoni che tu abbia mai scritto. Melodicamente meravigliosa, non ho voluto riportare alcun verso, perché se no avrei dovuto trascriverla tutta. Mi parli un po' di questo gioiello?

Racconto un amore adulto, ostinato ma annoiato. Una vita di coppia che viene tirata avanti, senza alcuna passione, tra litigi e silenzi. Una relazione in cui non c’è più niente da salvare. Ma anche un rapporto in cui, comunque, non c’è niente da buttare via. L’amore non si butta mai, nemmeno quando finisce. Ti ringrazio tanto per averla notata nel disco… anche a me piace tanto questa canzone… ho suonato quella melodia al pianoforte per almeno due anni e non riuscivo mai a farla diventare una vera strofa… poi, una sera, è arrivato tutto all’improvviso. Musica e testo. Mi mancavano solo poche parole e mi suona il telefono: è mio fratello, mi dice che gli sono scappati i cani. Io nemmeno mi preoccupo e anzi lo ringrazio… ecco le parole che cercavo! “Dimmi se l’amore può scappare come i cani, che poi magari finisce male, o se ritorna come dentro ai film americani”.


Il disco, lo avrai intuito anche dalle mie domande è un disco che emoziona, che oscilla tra ricordi e presente, fatto a volte di istantanee in presa diretta, a volte di trasfigurazioni poetiche. Nel Vangelo secondo Marco si legge "Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio o sotto il letto? O piuttosto per metterla sul lucerniere?". Può un disco così bello, essere scritto, musicato e cantato per non essere fatto conoscere? Come pensi di promuoverlo? Ci saranno date live?

Non sono mai stato bravo a vendermi e anche questa volta non farò un’eccezione: niente live, ad esempio! È una scelta sulla quale ho riflettuto molto (è chiaro che diventa davvero difficile promuoversi in questo modo) e che ho preso per due ragioni. La prima è che mi piacciono le cose fatte bene. Solo che non ho il tempo di costruire un concerto come vorrei, né di stare in tour. Ho un lavoro che mi toglie dieci ore al giorno, viaggio compreso, ed una famiglia che non posso abbandonare tutti i fine settimana. Né lo voglio fare. La seconda ragione è che per me ogni concerto è un esame di Diritto Privato (quando ero all’Università tutti temevano questa materia e quel professore): mi sento sempre che devo convincere qualcuno di (eventualmente) valere qualcosa; temo il giudizio della gente, ne ho proprio il terrore. I concerti mi creano ansia, non felicità, e non voglio più farmi questa violenza.

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lunedì, aprile 20, 2015

Intervista a Filippo Andreani

di Fabio Antonelli



E’ da poco uscito il magnifico disco “La prima volta” di Filippo Andreani (disco autoprodotto e distribuito da Mastermusic), dopo l’importante esordio con “La Storia Sbagliata” (un concept album – tra storia e fantasia – sull’incredibile vicenda del Capitano Neri e della staffetta Gianna, partigiani della 52esima Brigata Garibaldi operante sul Lago di Como - Nodo Libri / I Suoni 2010) e il successivo “Scritti con Pablo” (Lucente/Many/ Venus 2011), un po’ i suoi scritti corsari per dirla alla Pasolini. E’ a tutti gli effetti, il suo terzo lavoro ma, come suggerisce il titolo, per vari motivi si potrebbe quasi considerarlo “la prima volta” di Filippo Andreani. Non voglio però anticipare nulla del contenuto di questa intervista, leggetela, credo ne valga davvero la pena, così come vale la pena cercare di portarsi a casa il suo disco, che di così belli e toccanti non capita poi tanto spesso di ascoltarne.

Mi piace solitamente iniziare le interviste partendo dalla copertina del disco, perché è un po' come fosse il biglietto da visita di un nuovo progetto musicale. Com'è stata concepita e perché hai voluto intitolare il disco "La prima volta"?

Perché è "la prima volta" che, artisticamente parlando, riesco a essere davvero me stesso. Il che non è affatto scontato. Almeno non lo è stato per me. A un certo punto mi sono accorto che - per paura di mostrarmi per intero - ero finito ad assomigliare a tutti tranne che a me stesso. Mi è costato molto ammettermelo ... ma è stato bello "tornare a casa" e poi questo è stato un anno di tante prime volte: non ultima, è stata la prima volta che qualcuno mi ha chiamato papà. La copertina è stata disegnata da un amico tatuatore di Roma ed è ispirata a "Il coraggio del pettirosso" di Maggiani. Quel coraggio che ho ritrovato, per la prima volta dopo tanto tempo.

Copertina disco "La prima volta"


Beh, direi che c'è un cambio di registro notevole rispetto ai tuoi lavori precedenti, sinteticamente potrei dire che s'è persa un po' di quella cantautoralità un po' ingessata e a tratti autoreferenziale che sa di stantio per dare aria e ossigeno alla musicalità, sia attraverso sonorità più elettriche sia attraverso un cantato più libero, non so se condividi questa mia impressione.

Condivido in pieno, però non rinnego niente di quello che ho fatto. Sai, troppe volte ci si sofferma sulla forma ... parlo soprattutto della critica ... in molti hanno sottolineato i difetti di cui parli riferendoti ai miei lavori passati, mentre nessuno o quasi si è soffermato sulla sostanza. Cosi, le storie della Gianna e del Neri, quella di Aldo Bianzino, di Licia Pinelli e di altri, sono rimaste dov'erano prima (nel dimenticatoio), mentre tutti erano occupati a darmi dell'emulatore di un tale di Genova. Questo non mi è piaciuto granché. Ma tant'è. In ogni caso, io stesso ho voluto discostarmi da quel tipo di sonorità ... del resto ci sarà un motivo se in casa ho una gigantografia di Strummer e non di De Andrè. La mia vita l'ho spesa con i Clash nelle orecchie, non con “Anime Salve”.

In Italia, se tu noti, si finisce sempre per essere accostati musicalmente o a De Andrè o a Paolo Conte così poi, come dici giustamente tu, spesso si perdono di vista i contenuti e qui, in questo nuovo lavoro ci sono davvero storie e personaggi raccontate con grandissimo senso poetico. Cito due canzoni "Gigi Meroni" e "Numero nove", due gioielli per scrittura, solo apparentemente dedicate al mondo del calcio ma lascio a te la parola ...

Nascono in due momenti differenti della mia vita. Comincio dal Borgo: l'ho conosciuto all'Ospedale, dove per disgrazia era il compagno di stanza di mio papà, anche lui affetto da SLA. Poi il papà se ne va su una nuvola e il Borgo resta. Lo ritrovo allo stadio Sinigaglia. Io e altri amici della Curva eravamo in campo con lui, con le nostre bandiere e i nostri sorrisi ingessati. Mica potevamo far vedere che dentro piangevamo come bambini. Quando siamo arrivati sotto il nostro Settore, Stefano ha guardato l'inferriata. Ero li, l'ho visto. In quel punto si era appeso per la storica esultanza dopo il gol contro il Milan. Parlo degli anni ottanta. Voleva risalirci. A quel punto vaffanculo alla decenza: mi sono messo a piangere come un bambino. Poi sono tornato a casa e ho scritto quella canzone. Per Gigi è stato diverso, meno traumatico senz'altro: la sua figura mi ha affascinato sin da bambino. E poi ho conosciuto quest’amore incredibile per la bionda del Luna Park, Cristiana. E poi c'è Como, Genova, Torino. Il lago, il porto, la fabbrica delle auto. E poi c'è il Toro, che nella mia testa non è una squadra di calcio: è una poesia, è il popolo che ride e che piange e, i torinisti, a dir la verità, hanno sempre pianto tanto proprio quando stavano per ridere. Da Mazzola a Meroni.

E' vero sono due canzoni diversissime fra loro ma altrettanto toccanti, bellissime. Altrettanto emozionante e portatrice di lacrime credo sia "Lettera da Litaliano", dedicata a Piero Ciampi. A lui tantissimi hanno dedicato canzoni ma non credo proprio che tu l'abbia scritta per moda, com'è nata?

Da “Adius”. Uno per scrivere “Adius” non deve essere solo disperato, deve avere il cuore devastato, non nel senso di incapace di amare, ma nel senso di definitivamente rassegnato a non essere amato. Il che, credo, deve essere molto peggio.

Ne è nata una canzone d'amore struggente, un canto a quell'amore che avrebbe potuto essere, ma non è mai stato. E' cosi?

Si, proprio cosi. E per introdurla ho trovato una vecchia registrazione televisiva di Ciampi, nella quale diceva un'altra cosa terribile: "Per capire cos'è la solitudine, bisogna essere stati in due". Forse è banale ma quel verbo al passato rivela un tormento vero, reale, inguaribile, senza alternativa.

Perché hai voluto aprire il disco con “Canzone per Delmo” e perché una canzone dedicata ad Adelmo Cervi?

Quella canzone è stata il regalo per i settanta anni di Adelmo. La sua storia la conosciamo tutti, in pochi conoscono invece la luce che ha negli occhi: una luce triste, da bambino abbandonato. Adelmo mi ha fin da subito ispirato tenerezza e quella è una canzone che parla soprattutto di questo: della tenerezza mancata tra un padre e il suo bimbo.

Foto di Antonio Spanò Greco


Questa canzone ti vede duettare con il grande Marino Severini dei Gang, ma non è assolutamente l’unica collaborazione in questo disco vero? Dirò un altro nome tra i tanti, Sigaro della Banda Bassotti che ha prestato la sua voce particolarissima in “E Roma è il mare”, un’altra canzone meravigliosa che nasce sempre dai ricordi. Raccontami la genesi di questa canzone che, forse, non è solo una canzone di ricordi ma un’esperienza di vita che prosegue giorno per giorno? No?

Prosegue, si: per mia fortuna continuo ad avere gli stessi cattivi maestri e le stesse cattive frequentazioni. Roma, per uno che abita a Valmorea, è l’oceano. Io in quell’oceano ci ho nuotato insieme ai Bassotti, agli All Reds, ai libri di Valerio Marchi, alle storie brutte di Verbano e di Biagetti. Mi sento di appartenere a quella parte di oceano. Quella parte profonda in cui ogni giorno nuotano gli amici miei.

La memoria ha un peso notevolissimo in questo disco così come l’ha avuto anche nei dischi precedenti. Mi viene in mente un’altra grande figura d’uomo, prima ancora che di calcio, che appunto ricordi con versi di dolcissima poesia, mi riferisco a Gianni Brera e alla canzone che gli hai dedicato “Che la terra ti sia lieve”. Quanto credi che manchi oggi una figura come quella di Gianni in termini di valori? Soprattutto a uno come te che, giusto per citare i tuoi versi in “E Roma è il mare”, canti “Tra Mazzola e Rivera, avrei scelto Vendrame”.

Guarda, l’ha spiegato bene Gianni Mura, coniando l’espressione “senzabrera” per descrivere quelli che, come noi, ne sentono la grande mancanza. Brera manca. È un dato di fatto per chiunque viva lo sport come fatica e passione; ma anche per chiunque continui a sostenere che la zuppa pavese – se fatta bene – vale un’aragosta. In definitiva, manca a chiunque si ostini a innamorarsi della semplicità. Per fortuna che ha un grande erede e che questo “figlio”, Gianni Mura, abbia preso dal “padre” tutti i migliori pregi.

Un altro contributo molto originale viene da Steno dei Nabat che ti accompagna in “Tito”, qui il protagonista dei ricordi sei tu stesso lungo il corso degli anni, partendo da quando eri bambino e tua madre ti chiamava Tito per finire con il guardare il futuro. Com’è questo bilancio dei tuoi primi quasi quarant’anni, ma soprattutto come vedi il tuo futuro?

Passo molto tempo a pensare a me, a quello che ho fatto, a quello che faccio e a come lo faccio. Il motivo è che mi sono imposto di morire da galantuomo (ce la farò?) e che la galanteria va costruita giorno per giorno, con attenzione. In “Tito” parlo a quel Filippo cui sono solito rivolgermi guardandomi allo specchio. Quanto al futuro … il mio coincide con l’età di mia figlia: è per lei che vivrò altri cento anni. È banale e retorico, ma io sono banale e retorico quando parlo di lei. Mi ha sfasciato il cuore.   

Di ricordo in ricordo, c’è un altro personaggio magari sconosciuto ai più ma che ti ha segnato, ne canti insieme a Rob dei Temporal Sluts nella dura “Veloce”, ti va di parlarne?

Angelo Tagliabue all’anagrafe; Speedy Angel nelle note dei dischi dei Potage. Una persona davvero perbene, un semplice, uno vero. Un uomo entusiasta, soprattutto. “Veloce” è una lettera per lui, che è andato via troppo presto. Speedy era … è un esempio del vecchio adagio che loro stessi (i Potage) cantano in una loro canzone, “Vecchi Punk Rockers”: non importa saper suonare, ciò che conta è avere qualcosa da dire. Un atteggiamento che adoro e di cui io stesso faccio la mia bandiera.

Fotto di Enrico Levrini


Il disco però non guarda solo a ciò che è stato, anzi si chiude con una dolcissima e poetica canzone che ci parla soprattutto di futuro, di un’intera vita da vivere davanti. Il titolo è una data che penso, ricorderai per sempre nella tua vita, il giorno in cui è nata Annarella. Trovo adorabile questa tua canzone a partire dalla citazione di una delle più belle canzoni di Pierangelo Bertoli, non voglio aggiungere altro, vorrei che fossi tu a parlare di questa canzone.

Grande Fabio che l’hai colta! “Dal vero” è davvero una grande canzone. Quella canzone è stata scritta fuori dalla sala parto, prima di entrare per accogliere la mia piccolina. Ero a Varese (che per un comasco sfegatato come me equivale a una trasferta importante) a giocare quel mio “derby da ospedale”, e in quel momento mi sentivo accanto alla mia mamma (“che ha trovato un porto dopo la tempesta”), mio papà (“che nuotava al largo e se l’è preso il mare”), mia moglie (“che se dovessi reinventarla la farei dal vero”). Insomma, tutti lì ad aspettare che Annarella arrivasse. Poi, alle 22.22 precise del 30.01.2014 eccola tra le mie braccia. Uno a zero per noi, rete della piccola Andreani!

Vorrei chiudere con una riflessione, s’è detto più volte che questo disco è un disco di ricordi, di pensieri legate a persone che hanno lasciato un segno. Un disco che per altro sta davvero raccogliendo notevoli consensi di critica. Quanto è importante non dimenticare?

Non credo sia importante, quanto necessario. Gli alberi che non hanno radici cadono al primo vento. Per quanto mi riguarda la Storia è maestra di vita. Senza, non saprei in che direzione camminare.

Nel ringraziarti per la grande disponibilità dimostratami, perché so dei tuoi molteplici impegni poiché purtroppo come tanti bravissimi artisti non hai il privilegio di vivere della tua arte, vorrei solo chiudere con una battuta. La prossima volta che ti attingerai a scrivere un nuovo disco non farmi più pianger così perché se no ti addebiterò il costo dei fazzoletti di carta.

Sono io che ti ringrazio del tuo tempo. Quanto ai fazzoletti, non usarli: fai vedere a tutti, con orgoglio, che hai pianto.  Siamo circondati da uomini che non lo fanno mai. Poveretti.

Links:

Video del singolo "CANZONE PER DELMO (feat. Marino Severini - Gang)":