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domenica, ottobre 12, 2014

Intervista a Giancarlo Guerrieri



di Fabio Antonelli

“I Pazzi osano dove gli angeli temono d'andare” scriveva Poe e, in “Pazzu” il nuovo progetto di Giancarlo Guerrieri, il musicista siciliano ha osato molto e non solo artisticamente. Libero da ogni cliché, in quest’ultimo disco i vari generi e stili musicali si fondono piacevolmente e sono al servizio e alla funzionalità delle canzoni. Ecco cosa mi ha raccontato di questa sua nuova “pazzia”.



La prima cosa che mi ha incuriosito di questo tuo nuovo lavoro è la copertina, molto diversa dai lavori precedenti, ha quasi un qualcosa di messianico, quella folla di colore e tu quasi assunto in cielo com’è stata scelta e perché?

La fotografia così come tutto il progetto grafico è di Charley Fazio, la foto è nata da una sua idea e, in effetti, il mio tuffo su quelle mani tese, che mi salveranno, sono una rete di sicurezza per un folle tuffo nel vuoto. Sono del parere che dai paesi sottosviluppati India, Africa, ecc. in futuro arriverà la nostra salvezza o redenzione, questo perché la globalizzazione ci sta portando sempre di più a non capire il mondo. In questo caos ordinato, verrà fuori l'umanità del futuro che da questi paesi salverà il mondo ... come non lo so, ma le profezie sono sempre un po’ ermetiche.

La musica può qualche cosa in tal senso? Da quanto canti in "La musica è putenti", energico pezzo che apre questo lavoro sembrerebbe proprio di si o sbaglio?

La musica ha una forza insita che può tutto, io sono dell'idea che con la musica si possono ancora fare le rivoluzioni "culturali" ed io imbracciato la mia chitarra, in “La musica è putenti” do voce a quella moltitudine di uomini semplici che nella canzone si ritrovano di colpo abbracciati sotto lo stesso cielo uniti da un ideale di giustizia e fratellanza, una sola voce, perché “La musica è potente e non si arrende, mai”.

Ciò che più mi ha colpito favorevolmente di questo lavoro è da una parte la bellezza e l'impegno civile dei testi dall'altra l'immediatezza di molte canzoni, hai saputo coniugare alla perfezione fruibilità (nonostante le difficoltà del dialetto per chi non è siciliano) e impegno, pregio non da poco. Concordi?

I testi sono stai scritti con moltissima attenzione, ci sono stati ripensamenti e, più di una volta, ho voluto confrontarmi con altri colleghi cantautori, che mi hanno aiutato nell'avere fiducia in me, poi ci sono state le canzoni scritte con Kaballà che ha saputo entrare nei miei brani scritti insieme con molto entusiasmo, senza però invadere troppo "il campo". Il mio stile si è andato delineando sempre di più in questi due ultimi dischi, con “Pazzu” ho fatto un ulteriore step, che mi ha permesso di scrivere in dialetto storie pensate in italiano, accostandomi alla lingua italiana con naturalezza e il risultato è stato appunto questo esperimento, che nella versione in siciliano di “L'uomo è pazzo” è più evidente.

Mi hai anticipato, volevo giusto che parlassi di "L'uomo è pazzo" o di "Pazzu" se guardiamo alla versione in siciliano. Nella versione in italiano duetti, per altro, con Roberta Zitelli una delle voci più belle che abbia sentito in quest’ultimo anno di ascolti. Com'è nato questo brano e com'è nata l'idea di affidare a lei il ruolo femminile?

Questa canzone è nata a Milano durante la registrazione del disco, avevamo bisogno di una canzone lenta che andasse a chiudere l'album, ed io mi sono fermato a leggere una frase che avevo scritto a matita su di un foglietto volante ... forse qualche giorno prima, "L'uomo è pazzoooo". A quelle parole però mancava una melodia, che Mario Saroglia ha saputo trovare immediatamente, poi avevamo  bisogno di una storia da raccontare o un messaggio da far passare e con Kaballà abbiamo pensato di scrivere un brano che parlasse di femminicidio, la voce di Roberta Zitelli mi è sembrata da subito la più adatta a interpretare il brano, conoscendola bene da molti anni, infatti, Roberta è la corista della BANDACAMINATI, formazione che mi accompagna oramai da cinque anni- Il risultato è stato quello auspicato, cioè un brano intenso che sa emozionare ma soprattutto riflettere.



Una delle canzoni che secondo me ha questo potere di far riflettere su come in pochi anni il mondo, i valori siano cambiati completamente, è "Carizzi e petri", una delle più evocative direi.

E’ vero, ho voluto raccontare la storia di una donna di altri tempi, che ha visto la guerra e vissuto i soprusi, la miseria e, dopo una vita che comunque gli ha regalato l'amore, dei figli e dei nipoti, giunta alla fine dei suoi giorni, si rende conto che ha il dovere di lasciare in eredità quei valori universali che non hanno prezzo, perché la vita senza l'amore non ha alcun valore.

Nel disco è inserita anche una splendida cover di una canzone di Nino Ferrer, mi riferisco a "Agata", com'è nata l'idea di farne una cover e di darle una veste dal punto di vista così attuale. Uno dei pezzi più trascinanti.

Durante un mio concerto di qualche anno fa il mio amico Peppe Qbeta, front man del gruppo omonimo, mi prese in disparte e mi disse, sai che tu mi ricordi Nino Ferrer sul palco, secondo me dovresti ascoltarlo attentamente, da lì la curiosità di studiare la sua discografia e il suo personaggio. Con “Agata” ho cercato di far rivivere una canzone che è stata scritta negli anni ‘30 da Cioffi e Pisano e che, nella mia versione arrangiata da Mario Saroglia, è rinata con l'idea di provare a farla diventare una Hit radiofonica! Chi può dire che prima o poi non avvenga?

Se "Agata" è canzone che, come dici tu, ha una fisionomia più radiofonica, questo disco è però ricco di canzoni che narrano di resistenze perfettamente in linea con il tema del Tenco di quest'anno, non credo sia una casualità, forse è il tema più sentito in questi momenti così difficili, che dici?

Hai detto bene, in questi ultimi anni in Italia, la situazione socio economica e politica e di conseguenza quella culturale si è andata ad arenare in una palude stagnante, dove regna il mal governo, una coscienza collettiva malata, del prendo tutto quello che c'è da prendere e poco importa se lo faccio onestamente o se questo comporta un danno di natura morale o economico che sia. Gli artisti, i creativi, devono avere il coraggio di denunciare queste cose in maniera aperta, senza timore di essere epurati dai circuiti mediatici, io con questo disco mi sono imposto di raccontare "anche per le future generazioni" quello che siamo stati e che siamo, l'ho fatto con “Super otto” e con “Kavallereska”, due canzoni diverse tra loro, ma legate da un filo conduttore che è il mal comune dell'italiano, credo di averlo fatto con onestà, coscienza e coraggio.

Può ancora l'amore essere una cura contro tutto questo mondo d’interessi e di affarismi? "Zorhat haria" sembra dire di si, ho visto che è stata scritta per te da Mario Incudine ...

Con Mario c'è una profonda e sincera amicizia, rara in un mondo come quello della discografia, tra noi c'è un accordo non scritto, a ogni mio nuovo disco lui deve dare il suo contributo artistico con una canzone, e con “Zorhat haria” l’ha fatto come sempre in maniera eccelsa, l'amore come ho detto tante volte è forse l'unica cosa che conta veramente nella vita di ogni uno di noi, lo canto apertamente nell'altra canzone d'amore "L'unica virità" dove, in un mondo senza più poesia, si è perso il senso della misura, dove la violenza e il caos regnano, l'unica cosa importante è l'amore, quello vero quello universale.

Passo dopo passo abbiamo ripercorso per intero il tuo nuovo lavoro, che hai voluto chiudere con un'altra preziosa cover "U jaddu" che nella versione originale sarebbe "Taglia la testa al gallo" di Ivan Graziani, perché proprio Ivan e perché proprio questa canzone?

Ivan Graziani è stato ed è uno dei cantautori Italiani che hanno caratterizzato e influenzato la leva cantautorale di questo trentennio, da tempo avevo in mente di inserire una sua canzone in un mio disco.
Poi durante la mia tournée in Portogallo, ho deciso di metterla in scaletta con il suo arrangiamento originale. Solo in seguito mi sono accorto che una veste più intima al pianoforte avrebbe perfettamente trasmesso tutto il pathos, la rabbia e quel bisogno di rivalsa, di riscatto sociale, che il testo, pur nel mio riadattamento in siciliano, racchiudeva in se.
Ivan aveva scritto questa canzone dedicandola alla Sardegna, quindi c'è un altro "analogismo insulare" che fa di questa canzone un inno alla resistenza culturale, atavica ed esistenziale, l'attaccamento verso la mia Sicilia è forte così come l'odio per certi aspetti che la caratterizzano negativamente e, con questa canzone, ho voluto cantare il mio amore per essa e il mio odio per le mafie, i soprusi dei politici e dei corrotti che offuscano la bellezza di questa terra che ha un potenziale immenso e che continua a essere un fanalino di coda per infrastrutture, abomini politici e burocratici.

Per concludere ricordo ai lettori che il tuo disco è candidato alle Targhe Tenco nella sezione "Album in dialetto", vuoi aggiungere qualcosa?

Si mi piacerebbe che, chi avrà modo di ascoltare il mio disco, lasciasse una sua considerazione sulla mia pagina di Facebook, un modo per sentirmi più vicino a coloro i quali sono la mia linfa vitale, gli ascoltatori, ai quali va un mi sentito ringraziamento, è grazie a loro, che c'è ancora chi crede di poter cambiare il mondo con un assolo di chitarra elettrica. E’ grazie a loro che io esisto e resisto artisticamente da uomo libero, libero di sognare e far sognare un mondo migliore. Grazie anche a te e a tutti i critici e giornalisti seri che grazie a dio si alzano al mattino e hanno ancora voglia di raccontare la verità delle cose.



Giancarlo Guerrieri su Facebook: https://www.facebook.com/giancarlo.guerrieri


mercoledì, ottobre 17, 2012

Recensione CD "italia talìa" di Mario Incudine



Mario Incudine: “italia talìa”
Si canta si balla si ride si piange, cosa si può pretendere di più …

di Fabio Antonelli

“Italia talìa” s’intitola il nuovo disco del prolifico cantautore di Enna, Mario Incudine, anzi per essere precisi s’intitola “italia talìa”, cioè “italia guarda” e penso non sia un caso che il nome che identifica il nostro paese sia scritto con la “i” minuscola, proprio come se Italia non fosse ancora un nome proprio.

D’altronde proprio “Italia tàlia” la canzone che dà il titolo al disco e lo apre, comincia con questi versi “Italia talìa, st’Italia c’aspetta na sula bannera / ne n’capu e ne sutta / Italia talìa / quanti parlati strani / e l’italia ca voli canciari ammiscannu ‘i culuri” e si esprime attraverso sonorità certamente più legate al mondo arabo, che non alle tradizioni sicule, basta dare un’occhiata agli strumenti utilizzati, dal corno tunisino a bendir, darbouka, cangira e riq e, forse non a caso, il brano si chiude con questi versi “Italia talìati appinnuta all’Europa / tra l’Africa e ‘u mari / c’a testa ‘nta negghia e un piedi ‘nto suli”. Questa canzone non è solo il brano che fa da apripista, ma è un po’ la cartina di tornasole di questo disco che è musicalmente un crogiuolo d’influenze tra le più varie e si muove tra momenti di commozione, spasmi d’amore, impegno politico e inviti al risveglio da quel torpore sociale e culturale che ormai non attanaglia solo la Sicilia ma tutto il nostro bel paese. A proposito d’invito al risveglio, proprio qui troviamo versi di aperta denuncia “Italia talìa a sti figghi toi / ca sulu ammazzati addiventanu eroi” o ancora “Italia talìa ti pigghianu a muzzicuni / ti manciunu l’ossa sti quattru cugghiuni” fino al finale “Italia talìa c’è cu parti e cu resta / c’è ancora cu dormi / mentri l’Italia s’è desta”.

Di questa canzone forse ho già detto troppo, non vorrei si pensasse che il disco si esaurisse in un brano si bello e trascinante ma episodio isolato.

Assolutamente no, il disco è invece un susseguirsi di brani molto diversi fra loro sia musicalmente, sia per i temi scelti, per un totale di tredici brani tra cui è difficile individuare eventuali punti deboli e da cui è anche difficile discernere il meglio tra canzoni comunque sempre di alto valore.

Se prendiamo ad esempio la seconda traccia “Forsi chiovi”, ci si può rendere conto di cosa intendevo per varietà musicale e tematica, qui non si parla tanto di condizioni meteorologiche, bensì di stravolgimenti interiori e la causa di ciò? L’amore, che “arriva comu un timpurali e ti scummina ‘a ragiuni” e la musica è instabile quanto l’amore, si passa da melodie mediterranee a sonorità irlandesi con tanto di zampogna a “paru” e flauto di canna.

Che dire allora dell’intima e notturna “Duedinotte”, qui l’andamento ondivago ci permette di riprenderci dai passaggi più commoventi e strazianti, come quando Mario, quasi pregando, canta “Se li stiddi comu ‘na funtana di lu celu  cadissuru ccà / ti ‘ntrizzassi aneddu e curuna / si sapissi comu si fa”. Bella la presenza femminile, rappresentata dalla voce di Anita Vitale.

Parte quindi una musica orientaleggiante, ma non ci si ritrova immersi in un canto mistico, bensì in un canto di protesta “Fiat voluntas Fiat”, un invito a reagire contro la politica sciagurata della Fiat con quel “Avanti Populu senza riscossa, dopu ‘na vita di manciarini l’ossa / ora ccà fora a scavarini a fossa picchi la vita nun è cchiù la stissa”, cui si contrappone il quasi ecclesiale “Fiat voluntas Fiat”. Se anche qui maiuscole e minuscole hanno un loro significato, il Popolo finalmente sembra avere una propria identità “Dopo undici anni di pigghiata ppi fissa / torna lu Popolu alla riscossa” anche se occorre stare attenti perché “a Termini, a Melfi, a Pomiglianu, c’è ancora cu ci joca cuu lu nostru destinu”.

La successiva “Malaerba” è un'altra bella canzone di denuncia del malaffare italiano “Tempu di minchiati a raffica, di programmi a presa rapida / picciutteddi a prezzu di favuri. / Di tiranni democratici e di sucasangu anemici tenuti festi e arregalanu tisori” ma soprattutto dell’indifferenza della gente “Unni ci chiovi sciddica” ossia “Dove ci piove scivola”, un modo di dire che sta a significare “Tutto mi lascia indifferente”.

Con “Lassa e passa” sembra di essere catapultati dentro un qualche villaggio turistico della nostra penisola, perché il brano sembra quasi una danza da ballare spensieratamente durante le vacanze estive, ma se si ascoltano bene le parole del testo, ci si accorge subito che c’è poco da ridere e divertirsi. Dietro all’ironia del pezzo, garantita anche dalla presenza, anche in veste di autore, di Nino Frassica, c’è ancora una volta la denuncia di tanto malcostume “il ponte sullo stretto (lassa) che bellu stu progettu (passa) le mani nel cassetto le ha messe l’architetto” o ancora “andare all’ospedale (lassa) fussi cosa normali (passa) ma si mittissi ‘nfila a chiamamu n’to trimila”.

Dopo tanto ritmo da ballare è il momento di tirare un po’ il freno, “Cammina e curri” introdotta dal clarinetto di Antonio Putzu e sorretta dal pianoforte di Antonio Vasta, è una bella riflessione sulle difficoltà di vivere in questa società perché “ca l’omu nun è fattu ppi li cieli e Icaru pi lu spinnu di vulari / squaggiò i so ali e sulu iu a muriri” e perché “ca a storia nun si scrivi ccu la pinna e arreti a ogni petra c’è lu sangu du cu ha passatu prima ‘nta stù ‘nfernu”.

Come si diceva, le influenze musicali si intrecciano fra loro anche all’interno di una stessa canzone e, in “I passi di dumani”, tra fresche sonorità mediterranee riconosciamo a tratti anche rimandi ispanici e lo sguardo di Mario questa volta si posa sui passi della gente, quasi che le persone si potessero riconoscere dai passi, mi ha fatto venire in mente il film Bianca di Nanni Moretti.

Splendida è “Duminica matina”, storia dolente di chi ha avuto il coraggio di denunciare chi pensa “ammazzamuli a unu a unu, pp’ammaisciari l’autri”, tra ricordi di bambino di peccati di certi peccati mai confessati “Ricordu di carusu quannu mi iva a cunfissari c’era sempri quarci cosa, ca un arrinisceva a diri”, ma nell’adulto c’è una presa di coscienza, magari impulsiva, ma c’è “ e senza ragiunari, mi misi a fari nomi e a dirti tutto chiddu ca un si puteva diri” con le relative conseguenze “Persi tutti li sonni, ma nun persi la dignità. / Persi la mia famiglia, ma un persi la libertà” fino alla finale invocazione “Un mi lassati sulu P’un mòriri daveru / ca ccu li spaddi ‘o muru un si vidi lu celu”.

Commovente, fino alle lacrime, è la successiva “Escuse muà pur mon franzé”, si intuisce sin dal titolo che si tratta di una lettera di un emigrante scritta in un francese a dir poco maccheronico, ma attenzione perché non c’è nulla da ridere già, perché in questa lettera c’è il racconto di un sopravvissuto alla tragedia di Marcinelle e della sua vergogna per essere l’unico fra tanti ad essersi salvato, mentre tutti gli altri no non ne sono usciti, quindi “Escuse muà, mi nni scappai ppi lu gran scantu e la virgogna ca di triccentu Diu mi salvau”.

“Salina” è una canzone che era già presente nel disco “Anime Migranti” e che rappresenta bene lo spirito di chi si avventura per mare, con quel ritornello che recita “S’ un pozzu iri avanti un mi mannari arreri lassatimi ammenz’o mari” e che penso sia il pensiero di tanti migranti che abbandonano la propria terra in cerca di possibile futuro.

“Li culura” è pura poesia o per lo meno ci conduce verso una visione poetica della vita, sin dai primi passi sottolineati da una splendida chitarra slide fino ai versi conclusivi “Lu sugnu ‘u malatu e tu ‘a malattia / tu si lu passu e iu sugnu la via / iu sugnu ‘u poeta e tu ‘a puisia / iu lu parrinu e tu l’Avi Maria”, proprio prima della chiusura con tanto di zampogna a “paru”.

Chiude il disco “Notti di stranizza”, introdotto dalle note suadenti di una fisarmonica, intrecciate al crescente tintinnare di un tamburello, poi è una vera e propria esplosione di ritmo e di passionalità, preludio di una notte d’amore e di carnalità, che per una volta cerca di sfuggire alle regole “Levati ‘i scarpi susiti ‘a gonna / prega la luna prega ‘a Madonna / Ca perdona la carni di ccu voli piccari / è l’ultima notti di tentazioni l’ultima notti pi fari l’amuri”.

La musica è finita ed è giunto il tempo di fare bilanci e, scusatemi il gioco di parole, l’ago della bilancia pende tutto a favore di questo nuovo album di Mario Incudine per la sua voglia di raccontare e denunciare apertamente i mali che affliggono non solo la sua amata/odiata Sicilia, di parlare schiettamente di sociale, di svegliare coscienze intorpidite dall’immobilismo e dalla rassegnazione, il tutto senza mai annoiare, cercando di mescolare con abilità innovazione e tradizione, legame musicale con il territorio a influenze provenienti da culture lontane.

Con “italia talìa” Mario Incudine riesce a far commuovere, divertire, persino ballare con energia, cosa si potrebbe chiedere di più a quelle che, come magari avrebbe potuto dire Bennato, in fondo “sono solo canzonette”?



















Mario Incudine
italia talìa

UNIVERSAL MUSIC - 2012

Acquistabile presso i migliori negozi di dischi e qui: http://www.marioincudine.info

Tracklist
01. Italia talìa
02. Forsi chiovi
03. Duedinotte
04. FIAT voluntas FIAT
05. Malaerba
06. Lassa e passa
07. Camina e curri
08. I passi di dumani
09. Duminica matina
10. Escuse muà pur mon franzé
11. Salina
12. Li culura
13. Notti di stranizza

Crediti
Mario Incudine: voce, mandola (5), saz baglama (6), tzouras (8), chitarre acustiche (9), mandolino (11), mandoloncello (11), chitarra acustica (12)
Anita Vitale: voce (1, 3, 5, 11, 13), cori (1, 13)
Faisal Taher: voce (1, 13)
Placido Salamone: ukulele (1), chitarre elettriche (2, 4, 6, 9, 12, 13), chitarre acustiche (2, 6, 8, 11, 13), chitarra slide (12)
Antonio Vasta: fisarmonica (1, 2, 3, 4, 5, 6, 8, 10, 11, 13), zampogna a”paru” (2, 6, 11, 12), cori (6), pianoforte (7), organetto diatonico (9)
Antonio Putzu: sax soprano (1, 6, 9), corno tunisino (1), flauto tunisino (2), flauto dolce contralto (2), clarinetto (3, 5, 6, 7, 8, 11, 13), flauto di canna (4, 6, 8, 12), duduk (4, 13), marranzano (5, 6), flauto irlandese (9)
Riccardo Laganà: bendir (1, 4), darbouka (1, 11), cangira (1, 4), riq (1, 4, 5, 6, 9, 11, 12), tamorra (2), daf (5, 12), tamburello (6, 8, 11, 12, 13), dumbek (6, 8), tamburo muto (11)
Pietro Vasile: 1° violino (1, 4, 7, 10), violino (2)
Vincenzo Di Silvestro: 2° violino (1, 4, 7, 10)
Maurizio Longo: viola (1, 4, 7, 10)
Joanna Pawlic: violoncello (1, 4, 7, 10)
Emanuele Rinella: batteria (1, 2, 4, 5, 6, 8, 9, 11, 12, 13)
Pino Ricosta: basso elettrico (1, 2, 4, 5, 6, 8, 9, 11, 12, 13)
Massimo Germini: bouzouki (2, 4, 5, 8, 10, 11), ukulele (5, 10), chitarra classica (8)
Franco Barbarino: mandola (2, 11), laud (9), oud (11), banjo (12)
Mario Saroglia: melodica (2), pianoforte (3, 5, 10), campane (5), cori (6, 9, 11, 12, 13), scrittura e direzione archi (7, 10), chitarra classica (13), tastiere (13)
Tony Canto: chitarra classica (3)
Giovanni Arena: contrabbasso (3, 7, 10)
Giorgio Rizzo: cajon (3)
Simona Sciacca: voce (4, 6)
The Accappela Swingers: cori (4, 6, 9, 11, 12, 13)
Mariangela Vacanti: cori (4, 6, 9, 11, 12, 13)
Francesca Incudine: cori (4, 6, 9, 11, 12, 13)
Ketty Ragno: cori (4, 6, 9, 11, 12, 13)
Nino Frassica: voce (6)
Daniele Zappalà: tromba (10)

Produzione esecutiva: Arturo Morano per Art Show Records
Produzione artistica: Mario Saroglia e Kaballà
Direzione artistica e musicale, arrangiamenti, pre-produzione e programmazione: Mario Saroglia negli Studi Omnia Beat di Milano
Edizoni musicali: Omnia Beat – Emi Publishing

Registrato e mixato da Vincenzo Cavalli al Sonoria studio recording di Scordia (CT)
Assistente: Lorenzo Mangano
Masterizzaro da Roberto Barillari negli studi Fonoprint di Bologna
Assistente: Roberto Bartilucci
Coordinamento: Davide Monforte, Virginia Colonna

Traduzione testi in italiano: Paolo Merlini   

Sito ufficiale di Mario Incudine: www.marioincudine.info


venerdì, gennaio 20, 2012

Recensione CD “Anime migranti” di Mario Incudine

Mario Incudine: “Anime migranti”
Un affresco corale di grande fascino

di Fabio Antonelli

“L'energia delle culture radicate nella profondità dei tempi e nei cammini dell'interiorità anche nel marasma della mediocrità sanno emergere e trovare voci e interpreti. Ascoltate Mario Incudine, il colore della sua voce, il suo stile interpretativo, il suo gesto vocale, condensano e distillano per noi l'arte e il sapere di una tradizione, la forza di una cultura, i suoni esplodenti colori di una lingua che trasuda umori, colori, ironie, il privilegio di contaminazioni antiche di una terra di accoglienza, solare e tragica, ricca di umanità travagliata, consumata dalle fatiche, dispersa negli esili, esiliata nelle sue masserie. Mario trasmette, reinventa e ricrea. Il cunto nella sua bocca e nei suoi segni espressivi  ti fa saltare sulla sedia, ti fa partecipe di vicende secolari, ti diverte ti destabilizza, perché Mario nel suo essere hic et nunc, è antico e contemporaneo, giovane e vecchio, con lui siamo nel passato, nel presente e nel futuro, ma non solo noi, lo è l'eredità di cui siamo collettivamente ed individualmente responsabili”

E’ Moni Ovadia a invocare l’ascolto di Mario Incudine tramite queste belle parole tratte dal libretto che accompagna “Anime migranti”, il nuovo disco di questo giovane artista di Enna che a soli trent’anni s’è già cimentato nelle vesti di cantante, attore, ricercatore, musicista e autore di colonne sonore, sempre con ottimi risultati.

Proprio come nel caso di questo gran bel disco che ruota intorno ad un tema di grandissima attualità come quello delle migrazioni, sviluppato attraverso un vero e proprio affresco corale che vede coinvolti tante voci preziose come quelle di Alessandro Haber, Mario Venuti, Edoardo De Angelis, Nino Frassica, Salvatore Bonafede, Faisal Taher, Lello Analfino, Anita Vitale, Kaballà, i Djeli D’Afrique, impressionante anche la miriade di strumenti utilizzati (tanti esotici) e i relativi strumentisti coinvolti nel progetto.

Non è certo però la quantità ma la qualità dell’opera a colpire sin dalle prime note, da quel punto di partenza sia musicale sia geografico costituito da “Salina”, il brano con cui Mario ha vinto il Festival della nuova canzone siciliana con quel “S’ un pozzu iri avanti / un mi mannati arreri / lassatimi muriri ammenz o mari”, capace di condensare tutta la disperazione di coloro per cui “L’Italia è un pensiero costante, che attraversa la corrispondenza e conduce a un finale imprevedibile, perché certi legami quando si spezzano, ti diventano spasmo nelle viscere” come scrive lo stesso Incudine nella sua breve nota introduttiva all’intero lavoro. Musicalmente affascinati le influenze orientaleggianti che emergono verso la fine brano.

Note liquide di pianoforte accompagnano invece la calda voce di Mario mentre recita intensi versi tratti da “Solo Andata, righe che vanno troppo spesso a capo” di Erri De Luca “Da giorni prima di vederlo il mare era un odore / un sudore salato / ognuno immaginava di che forma. / Sarà una mezzaluna coricata, / sarà come il tappeto di preghiera / sarà come i capelli di mia madre” e, dopo una bellissima e commovente melodia eseguita al pianoforte da Antonio Vasta (co-produttore artistico del disco) e dai violini di Giuseppe Cusumano, ancora toccanti versi “Non fu il mare a raccoglierci, / noi raccogliemmo il mare a braccia aperte / solo il primo ha l’obbligo di sollevare gli occhi, / gli altri seguono il tallone che precede, / il viaggio è una pista di schiene”. Commovente questa “Sottomare”.

Melodica e più legata alla tradizione popolare è “Novumunnu” che vede la partecipazione di Kaballà in veste sia d’autore sia di co-interprete di questo brano che è un canto sul vivo sogno d’America di tanti nostri migranti. Le voci sullo sfondo, quasi un dolce lamento, sono affidate all’Omnia Beat Gospel projet.

Dopo una tenera “Tenimi l’occhi aperti” che vede anche la presenza dell’Orchestra di Puglia e Basilicata diretta da Valter Sivilotti, ecco uno dei momenti più intensi dell’intero lavoro che vede la presenza efficace delle voci di Anita Vitale e di Mario Venuti, “Namenàme” è un pezzo pregno di echi africani evocati dal corno tunisino di Antonio Putzu, la voce e le percussioni africane di Alain Victor Mutwe, la voce e le congas di Samuel Kwaku Gyamfi, è il canto dell’abbandono di tutto ciò che fino quel momento era familiare per un futuro senza certezze “Lassamu u cori ccà chiantatu nterra / lu cori di cu un jornu ebbi a scappari / e ora stavi accussi … tira a campari”.

Molto bello è anche il canto a due voci, quella di Mario e di Edoardo De Angelis e due lingue, il dialetto ennese e l’italiano, del brano “Speranza disperata” che vede, in una sinergia di contributi, anche la presenza dell’Orchestra “Canzoni di confine” proveniente dal lontano Friuli. Fanno riflettere i bei versi finali “Quello che fa più male / in fondo a questa storia / è assistere al silenzio / al silenzio della memoria” giusto prima di quel lungo finale d’archi, qui determinanti e ancora una volta diretti da Valter Sivilotti.

Giocata sulle percussioni e il controcanto delle chitarre elettriche, con le voci di Mario, Giancarlo Guerrieri e Max Bosa che si alternano, “Sempri ccà’” è una canzone trascinante, dai colori decisamente mediterranei che ci parla dell’immutabile quotidianità “Nta stà vanedda di stu tò paisi / unni restu cca fora senza pritisi, / c’è tuttu chiddu ca mi fici cristianu / e ci si tu ca mi facisti celu”.

Intensa, poetica, è “Lu trenu di lu suli”, un testo di Ignazio Buttitta musicato da Mario e suonato dal solo violoncello di Redi Hasa, dedicato all’immensa tragedia belga della miniera di Marcinelle che l’8 agosto 1856 vide tra le 262 vittime molti siciliani. E’ un pezzo che trasuda dolore passo passo, partendo da quell’abisso creatosi all’arrivo della notizia della tragica morte di tanti connazionali.

In “Terra”, c’è ancora un dialogo tra lingue distanti, qui la voce di Mario si alterna con il canto arabo del palestinese Faisal Taher, la musica è sorretta dal solo pianoforte di Salvatore Bonafede ma c’è come un senso di pienezza che appaga l’ascoltatore. Trovo sia uno dei passaggi più belli del disco, con la musica che si fa protagonista anche del testo “Musica ca s’arriviglia a matinata / ca cu a senti mancu si la scorda / pirchì è la musica di sta terra surda / ca di tant’anni un cangia / è sempri chidda”.

Non ci sono proprio mai cali di tensione, battute a vuoto, in questo disco, basta ascoltare la successiva “Sotto un velo di sabbia” per rendersene conto. E’ una canzone mesta, in cui si alternano il canto in italiano di Alessandro Haber e quello in dialetto di Mario, intercalati dal recitato in etiope dell’attrice Caterina De Regibus fino a giungere a questi versi finali recitati da Haber “Lascio il mio amore corda di violino / lascio il mio cuore pelle di tamburo / lascio la mia rete senza più esche / resto sotto un velo di sabbia / divorato dalle mosche”, chiude un finale arabeggiante, pieno di violini che si stagliano su un fondale d’ipnotiche percussioni.

Con “Strati di paci” si cambia sicuramente passo, è una danza che ha tutta la vitalità del sud sin dalla vivace partenza con la fisarmonica di Antonio Vasta, cui subentrano chitarre e percussioni quasi a invitare l’ascoltatore a un collettivo ballo, a una fratellanza che porti pace “e nni fa ricurdari quantu su nnutuli / li mali paroli si c’è l’omu c’aiua autru omu / e lu frati c’abbbrazza lu frati / sunnu belli li strati sunnu belli li strati / c’è bisognu di l’omu ch’aiuta autru omu / e dun frati ch’abbrazza li frati / c’è bisognu di paci c’è bisognu di paci”, come cantano anche i bambini del Coro “Hator” del I circolo didattico di Vittoria (RG).

Dopo tanta energia c’è quasi bisogno di congedarsi con un brano lento e riflessivo come “Lu tempu è ventu”, costruito su un intreccio tra gli arpeggi della chitarra classica di Massimo Germini e il suadente violoncello di Paolo Pellegrino, il canto si chiude così “Ogni cosa lassata è cosa pirduta / lassu lì me muddichi nta la tò strata / si t’arrivigghi, mannami na vasata / pigghia li muddicheddi e cangia vita”.  

Difficile davvero trovare un appiglio per una critica negativa a questo bellissimo progetto che vede Mario Incudine nel ruolo di regista, autore della maggior parte dei testi e delle musiche, valido interprete dei suoi pezzi con l’aiuto di un gran numero di ospiti coinvolti, tanto che questo lavoro già nel titolo sembra assume un valore corale, una condivisione d’intenti, una sinergia capace di produrre risultati sorprendenti.

Un difetto? La mancanza, nel libretto che accompagna il disco delle traduzioni dei testi che, per chi come il sottoscritto non è siciliano, comporta una difficoltà interpretativa a volte molto ostica.

Mi sembra davvero poco, confrontato alla bellezza dell’intero disco, ascoltatelo con il cuore vi si aprirà un mondo musicale d’incredibile fascino.



Mario Incudine
Anime migranti

Finisterre / Felmay - 2011

Nei migliori negozi di dischi o su http://www.marioincudine.info/

Tracce           
01. Salina
02. Sottomare (feat Nino Frassica)
03. Novumunnu (feat Kaballà)
04. Tenimi l’occhi aperti (feat Vincenzo Mancuso e Valter Sivilotti)
05. Namenàme (feta Mario Venuti e Anita Vitale)
06. Speranza disperata (feat Edoardo De Angelis)
07. Sempri ccà (feat Giancarlo Guerrieri e Max Busa)
08. Lu trenu di lu suli (feat Redi Hasa)
09. Terra (feat Salvatore Bonafede e Faisal Taner)
10. Sotto un velo di sabbia (feat Alessandro Haber)
11. Strati di paci (feat Lello Analfino)
12. Lu tempu è ventu

Crediti
Mario Incudine: voce, chitarre acustiche (1, 5, 6, 7, 11), tzouras (1), voce recitante (2), chitarra battente (6), chitarra classica (10)
Mariangela Vacanti: cori (1)
Franco Barbarino: chitarre (1), laud (1), tzouras (5), bouzouki (11)
Antonio Vasta: fisarmonica (1, 2, 3, 6, 11), zampogna “a paru” (1), pianoforte (2, 6)
Antonio Putzu: corno tunisino (1, 5, 6), flauto sopranino (6), duduk (10), clarinetto (11), flauto di canna (11)
Angelo Scelfo: basso (1)
Davide Campisi: cajon (1)
Salvo Compagno: percussioni (1), shaker (3), tammorra muta (3), cassa (5, 11), djembè (5, 11), congas (5), shaker (5), tamburelli (5), cajon (6), riq (6, 10, 11), surdo (6), piatti (6, 11), daf (10), sonagli marocchini (10), darbouka (10), ocean drum (11)
Giuseppe Cusumano: I violino (2), II violino (2)
Adelaide Filippone: viola (2)
Paolo Pellegrino: violoncello (2, 12)
Kaballà: voce (3)
Mario Saraglia: tastiere (3), programmazioni (3)
Omnia Beat Gospel project: cori (3)
Massimo Germini: chitarra classica (3, 12)
Vincenzo Mancuso: chitarre acustiche (4)
Valter Sivilotti: direzione orchestra (4), arrangiamento archi (4), direzione archi (6)
Anita Vitale: voce (5, 6)
Mario Venuti: voce (5)
Alain Victor Mutwe: voce (5), percussioni africane (5)
Samuel Kwaku Gyamfi: voce (5), congas (5)
Mario Tarsilla: basso (5)
Edoardo De Angelis: voce (6)
Pino Ricosta: basso (6, 7, 11)
Orchestra “Canzoni di confine” (Friuli): (6)
Emanuele Rinella: batteria (7)
Placido Salomone: chitarre elettriche (7)
Totò Orlando: tammorra (7), percussioni (7)
Giancarlo Guerrieri: voce (7)
Max Bosa: voce (7)
Redi Hasa: violoncello (8)
Faisal Taher: voce (9)
Salvatore Bonafede: pianoforte (9)
Alessandro Haber: voce (10)
Caterina De Regibus: voce recitante (10)
Ivan Pietro Greco: I violino (10)
Giancarlo Renzi: II violino (10)
Paolo Lombardo: viola (10)
Sonia Giacalone: violoncello (10)
Lello Analfino: voce (11)
Coro “Hator” del I circolo didattico di Vittoria (RG): (11)
Cinzia Spina: direzione coro (11)


Testi e musiche di Mario Incudine tranne:
“Sottomare” (musica di Mario Incudine e Antonio Vasta), “Novumunnu” (testo di M.Saroglia e Kaballà - musica di M.Saroglia), “Namenàme” (musica di Mario Incudine, Mario Tarsilla e Anita Vitale), “Speranza disperata” (testo di Mario Incudine e Edoardo De Angelis), “Sempri ccà” (musica di Mario Incudine e Francesco Barbarino), “Lu trenu di lu suli” (testo di Ignazio Buttitta), “Terra” (testo e musica di Mario Incudine e Faisal Taher), “Strati di paci” (testo di Mario Incudine e Lello Analfino - musica di Mario Incudine, Lello Analfino e Antonio Putzu) 

Produzione: Mario Incudine, Arturo Morano per Finisterre
Produzione artistica: Mario Incudine, Antonio Vasta per Finisterre
Produzione esecutiva: Pietro Carfi, Raffaele Pinelli per Finisterre
Registrazioni: Andre Ensabella presso AS Studio Project (Enna), Antonio Zarcone presso lab Music (Palermo), Leonardo Bruno presso Altaquota Studio (Petralia Soprana – PA), Mario Saroglia presso Omnia Beat Studio (Milano)
Missaggio: Andrea Ensabella presso AS Studio Project (Enna)
Mastering: Paolo Mauri presso Omnia Beat Studio (Milano)
Grafica e fotografie: Charley Fazio www.charleyfazio.it

Sito ufficiale di Mario Incudine: http://www.marioincudine.info/
Mario Incudine su MySpace: www.myspace.com/marioincudine
Mario Incudine su Facebook: www.facebook.com/terra.incudine