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domenica, marzo 24, 2024

Gerardo Pozzi – Ricordati di te, un invito a chi si sente o si è sentito emarginato, non visto, non voluto, non desiderato.

di Fabio Antonelli

Il 17 marzo ha visto la luce "Ricordati di te" (2024, autoproduzione) il quarto disco in tredici anni dal suo esordio con “Sconosciuti e imperfetti” (2011, autoproduzione) di Gerardo Pozzi, cantautore bergamasco da sempre molto schivo nel far conoscere le proprie creazioni musicali, spesso gelosamente custodite nel cassetto. Ne consegue che, quando finalmente si decide a pubblicare qualcosa, è perché davvero vale la pena mettersi tranquilli a sedere e ascoltare con attenzione le sue canzoni.

Partirei come mia consuetudine dalla copertina del tuo nuovo disco Ricordati di te. Non si tratta di una fotografia ma di un disegno, una semplice spirale su un fondo verde, verde come la speranza. La spirale è un antico simbolo universale di amore e crescita e, per chi ti conosce, credo non sia così tanto enigmatico ma la naturale rappresentazione del tuo modo di intendere l'esistenza, purché non si perda mai di vista se stessi, proprio come suggerisce il titolo, quasi un avviso per non perdersi. È così o è solo una mia farneticazione?

Come sempre mi vedi e mi percepisci in profondità. La spirale, simbolo di amore e di crescita come dici giustamente tu, è anche simbolo dell'infinito, della vita che era prima, è ora e sarà avanti, anche "oltre" secondo me. E in tutto questo mistero ci siamo noi, magnificamente imperfetti, a fare parte di questa cosa incredibile. Le canzoni le ho scritte durante il lock-down, e mi sono accorto solo dopo che molte parlavano d'amore, di vita e di morte, quasi che il mio corpo (o una parte di me) sapesse a cosa sarei andato incontro quasi tre anni dopo, affrontando il tumore. Non so mai cosa io voglia dire, con una canzone, perché raramente nasce da un ragionamento. Il più delle volte (se togli Sergej, che vuole esprimere un concetto e una riflessione precisa) è qualcosa di pancia, che esce da qualche parte di profondo che ciascuno di noi ha. Per questo mi capita di dare una locazione solo tempo dopo ad alcune cose che mi escono. Però sia il simbolo che il verde (speranza, sì, assolutamente!) è in strettissima unione con il non dimenticarci di noi stessi. Sento più forte che mai, in questi tempi, il distacco delle persone da loro stesse, la mancanza di auto-consapevolezza: questo può sfociare nel narcisismo più dissoluto ma anche nel suo contrario, nel dimenticarci della nostra dignità e lasciarci calpestare da persone o situazioni che invece non avrebbero, altrimenti, alcun potere. È un invito soprattutto a chi si sente o si è sentito emarginato, non visto, non voluto, non desiderato: ricordati di te, ricordati che esisti, che davvero sei importante per tante persone, anche per lo sconosciuto che saluti al supermercato. Senza il tuo saluto, magari la giornata di quello sconosciuto sarebbe stata peggiore. In questo, sono certo, siamo tutti legati.


Il disco si apre con Addapassà, un brano molto intimo, perché affronta il momento in cui ci si abbandona totalmente al sonno ristoratore, in cui la ragione perde il controllo diretto delle nostre emozioni, dove affiorano immagini a volte incomprensibili "Spiragli dalle finestre / facevano presagire / tre visite indiscrete / di demoni invidiosi senza ragione", forse frutto delle nostre paure. Personalmente, forse per la mia particolare situazione di salute, sogno spesso di essere in ospedale per un improvviso peggioramento, ma credo tu abbia ragione quando concludi con i versi "Scendo dal letto ogni giorno / la gioia cercala dentro e guardala fuori". Come diceva il grande Eduardo "adda passà a nuttata", da cui credo tu abbia tratto ispirazione per il titolo. Si può dire che questo brano rappresenti il punto di partenza di questo percorso di rinascita?

Parlare con te, Fabio, è un piacere enorme perché davvero mi sento, come ti dicevo, molto compreso. Sì, il titolo è preso dall'espressione "Adda passà 'a nuttata", per dire che se teniamo duro, se ci colleghiamo con la nostra tenacia, poi il nostro resistere ci ripaga di luce e stupore. Questa canzone è l'unica che è stata scritta non durante il periodo covid, ma moltissimi anni prima. Ero davvero molto giovane quando l'ho scritta, e neanche me la ricordavo, assolutamente. I miei "provini" all'epoca li registravo su un registratorino portatile che mi avevano regalato, con delle audiocassette, che oggi difficilmente si riescono ad ascoltare. Recentemente, strimpellando al pianoforte, chissà quale giro ha fatto la mia mente, la mia memoria, ma mi è ricomparsa in un lampo questa canzone, persino parte del testo (le prime due strofe). La musica mi è uscita dalle dita esattamente com'era quando l'avevo composta da ragazzo. Pensa tu, i giochi della memoria. È stato invece un bene che non ricordassi le parole delle due strofe successive, così ho potuto finire la canzone con quel che avevo davanti agli occhi e nel cuore: un piccolo dipinto di origine orientale, dove un Buddha colorato di verde medita, tenendosi il polso con una mano (certamente deve avere un significato, come tipico di ogni arte pittorica) e il cranio di plastica su cui ho studiato anatomia, con colori diversi per ogni osso che compone il cranio. Da qui sono ritornato alla sensazione di fatica del prendere sonno, a quel mistero che è la notte ed è il sogno, e poi la considerazione che comunque ogni giorno ci alziamo ed affrontiamo i nostri demoni. E che la gioia sì, certo, va cercata dentro di noi, ma un grandissimo aiuto (fondamentale direi) ci arriva anche e soprattutto dagli altri, dai rapporti umani, così come da un fiore o dallo scodinzolare affettuoso di un cane.

Affrontiamo dunque Sergej, la canzone apparentemente più leggera e scherzosa dell'intero disco, almeno nella costruzione musicale ma che, in realtà è tra le più profonde, proprio come quel mare che inghiotte tutto, cui accenni nel verso finale, quella domanda che non può lasciarci indifferenti "Ma chi che ha figlio in fondo al mare?". Sergej rappresenta ogni straniero denigrato e sfruttato nello stesso tempo e mette in luce tutta la nostra ipocrisia nell'affrontare il problema immigrazione. Io la trovo meravigliosa nella sua semplicità, nel metterci dinanzi le nostre meschinità. Com'è nata?

Sergej è nata per caso, ed è l'unica delle mie canzoni che ha avuto un parto molto lungo. Diversi anni fa, una cara amica aveva in affido un ragazzino della Bielorussia, che passava tutte le estati da lei. Era un bimbo vivace, e una volta, parlandomi di lui, nell'intercalare disse: "E' Sergej..." e aggiunse qualcosa che lo riguardava. Il modo in cui ha pronunciato “è Sergej” è stato come un fulmine: ho pensato subito "posso giocare col nome Sergej e col suono equivocante che può dare il pronunciarlo, scrivendo una canzone che parli di tutte le situazioni di discriminazione e di emarginazione ". Essendo però una cosa pensata e non di pancia, l'ho lasciata decantare per anni. A volte provavo qualcosa al piano ma non mi veniva nulla. Non volevo forzare la cosa ed ho aspettato che venisse lei. Giochicchiando col pianoforte, un giorno mi è venuto da iniziare con un omaggio alla canzone Johnny Bassotto cantata da Bruno Lauzi, e da lì ho proseguito citando tutti i luoghi comuni tipici che si usano contro le persone discriminate, chiunque esse siano. E in due minuti è nato questo pezzo. Mi piacerebbe fosse un faro per tutti quelli che si sono sentiti messi da parte, non visti, denigrati. Una delle più belle canzoni a riguardo credo resti Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano. Avevo paura che Sergej venisse mal interpretata, ma finora invece è stata molto compresa, e sono davvero contento di questo. Molto aiuta il non essere conosciuti, perché allo stato attuale, se un artista famoso cantasse canzoni del genere rischierebbe il linciaggio da "entrambi i lati" dell'estremismo. Oggi sembra che il non perdono ed il giudizio totalitario a prescindere siano le uniche forme di espressione, e questo mi rende davvero molto triste.


Con Anna Göldi, invece, affronti alla tua maniera un tema attualissimo come quello dei femminicidi partendo da un fatto storico risalente al 13 giugno 1782, giorno in cui Anna Göldi, ultima donna in Europa ad essere accusata di stregoneria, fu ghigliottinata a Glarona in Svizzera. La canzone si apre con questi versi "Sono passati quasi 226 anni dalla tua testa mozzata. / Dicono che gli Svizzeri sono precisi come gli orologi: mi sembra una cazzata" e si chiude con questa amarissima constatazione "Mi spiace dirtelo, e tanto più con una canzone pensata sul divano. / Ma la tua morte, le torture ignobili, la testa ruzzolata... / È stato tutto vano. È stato tutto invano". Cosa ci sta in mezzo, che è forse ancora peggio visto che siamo nel 2024? Lo lascio dire a te e alla tua sensibilità.

In mezzo c'è ancora tanto, tantissimo. Da qualche anno giro con uno spettacolo, fortemente voluto dalla mia amica Erica Boschiero (bravissima cantautrice) e costruito insieme al Coro Auser di Treviso (dell'Università della Terza Età) composto da sole donne. Lo spettacolo racconta la storia della posizione e del ruolo della donna, circa da inizio XX secolo sino ad oggi. La cosa pazzesca è che questo spettacolo si basa su documenti e fatti realmente accaduti, e quelli che narrano gli anni '60 sono stati vissuti direttamente da molte delle coriste. Non so dare una spiegazione e non ho alcuna risposta, in merito alla questione della violenza contro le donne, solo una profondissima e inquieta amarezza. Se però ci si concentra anche sulle religioni, che mostrano la storia della cultura di un popolo e/o di una zona del mondo, non ce n'è una che non abbia un'impronta patriarcale (come si usa dire oggi). Forse invidia? Timore? Perché questa necessità "maschile" di sottomettere la donna? Attenzione però: di una certa parte maschile, voglio specificarlo, di qualcuno che ha avuto ed ha potere decisionale. Non è un costrutto di ogni uomo. Le generalizzazioni mi fanno sempre paura. La violenza è umana, non ha genere né confini geografici. Ma quella contro le donne è palese, da sempre. La storia di Anna Göldi ci insegna che dietro un assassinio di questo tipo c'è sempre qualcuno di potente che deve nascondere qualcosa. Nel caso di Anna, il suo ultimo "datore di lavoro", che nonostante sposato e con figlie (di cui proprio Anna si occupava) si era invaghito di lei e non voleva che questa cosa trapelasse, durante il falso processo insistette sino ad ottenere un documento in cui lui specificava (a che pro?) che mai e poi mai aveva avuto una relazione con Anna. E la cosa che più mi ha sorpreso, della vita e della morte di Anna Göldi, è la sua riabilitazione sommessa solo dopo ben 226 anni dal suo omicidio. Oggi sembra che i femminicidi siano in aumento, ma è soltanto perché c'è finalmente in atto una sorta di ribellione (dico finalmente, ma purtroppo le conseguenze sono quelle che sappiamo). Ai tempi delle mie nonne, i mariti picchiavano le mogli, le mettevano incinta con dieci, undici figli, stavano sempre fuori casa, andavano con altre donne, rientravano ubriachi e venivano serviti e riveriti dalle loro mogli-schiave. Nessuna si ribellava, e ai mariti non "conveniva" ucciderle. È una terribile espressione, lo so, ma è così. Oggi, se l'oggetto di "tua proprietà" (perché è questo che si crede) si ribella, se il giocattolo non vuole più funzionare con te, lo rompi o lo butti. Non so da dove arrivi tutto questo, ma è un fatto che esiste. Ribadisco: la violenza c'è in tutti. Io stesso ho subìto uno stalking violento molti anni fa, da parte di una donna squilibrata. Ma questi sono casi singoli, psichiatrie personali. La liceità di avere la proprietà su un altro essere umano, e nel caso specifico sulla donna che accompagna la nostra vita, è invece inammissibile, per me. Spero che la società, la politica, la sociologia e la psicologia possano migliorare le cose, in un futuro che però non sia troppo tardivo.


La successiva Caso mai trovo sia meravigliosa, sin dal suo incipit. Sembra svilupparsi su tre piani, il passato con i ricordi "Il senatùr voleva fare il cantante", il presente con tristi visioni come "Il senatùr si è dato ormai alla macchia, con il suo tripode allontana le zanzare / Mi sembra un vecchio raccoglitore di cotone / Con la chitarra che suona all'imbrunire / La sedia a dondolo che dondola per tutti / Come bilancia, soppesa le stature" ed uno sguardo allucinato verso il futuro "Se un giorno tutto sarà poi mai finito / ci troveremo tutti quanti nelle piazze / come fratelli a sventolar bandiere. / I più spavaldi ne avranno a due colori: / un lato rosse e l'altro lato nere". Anche nel caso di una eventuale rinascita non mancheranno mai i furbi... In che momento è stata scritta e cosa vorresti aggiungere per una migliore interpretazione?

Casomai è un esempio di come (mal)funziona la mia mente… Sono tutte impressioni, sensazioni, immagini che sono confluite in un’unica canzone, che comunque è politica, di base. Era il tempo del covid, e dall'iniziale situazione del "siete i nostri eroi!" riferito al personale medico e paramedico, si stava iniziando a passare al "ci volete ammazzare tutti!". Non era ancora ben chiaro il passaggio, ma lo era per me. A volte capita che, se osservi attentamente la società ed i tempi, il futuro ti si presenti molto chiaro, e così purtroppo è andata. Come nel finale della canzone, prevedevo che la nostra memoria corta (di cui Ennio Flaiano ben ci istruiva) ci avrebbe fatto scordare tutte le bassezze toccate in quel periodo, da qualsiasi lato estremistico fossero arrivate. Leggo ora questa canzone (come ti dicevo, scrivendo di pancia e di getto, certe cose mi si chiariscono solo tempo dopo) come una associazione di idee sui paradossi di noi esseri umani. La mia testa è partita col ricordo di quando il fondatore della Lega voleva fare il cantante, ma essendo stato scartato ha virato verso la politica, che a sua volta gli ha voltato le spalle non appena ammalato. Cosa c'è dietro tutto questo bisogno di arrivare, a prescindere da cosa siamo nella realtà, tanto che se non divento famoso in una cosa voglio diventarlo in qualsiasi altra? Che mancanze ci sono, in situazioni come queste? E come si fa a vivere in una realtà come quella della politica di chi ci governa, fatta di così tanta ipocrisia e distacco emozionale e relazionale? Poi i miei pensieri sono andati a chi aveva il terrore del covid, poi verso coloro che denigravano chi ne aveva paura, poi ho pensato al lato positivo del blocco di ogni lavoro: erano diminuiti/scomparsi anche certi delitti, certi regolamenti di conti, visto che i bar erano chiusi e nessun motociclista col casco e col mitra poteva ammazzare nessuno. Poi ho appunto immaginato che alla fine avremmo (come forse è giusto?) dimenticato tutto quanto, saremmo ancora scesi nelle piazze "amandoci" tutti quanti, e tra i tanti, molti avrebbero nascosto -come spesso- i due lati della politica, per poter salire in ogni caso sul carro del vincitore. È un po' una fotografia di certe caratteristiche di noi italiani. In fondo, critico o provoco solo se non comprendo gli atteggiamenti di chi amo. E le persone, nonostante ne abbia una paura infame, sono la cosa più preziosa nella mia vita. Con l'espressione "...politica di chi ci governa" intendo tutta la politica, non un partito o una posizione. Ho l'impressione (senza rischiare di diventare generalista) che molti di quelli che aspirano ad arrivare così in alto abbiano questo come obiettivo, non il bene degli italiani. Lo stesso vale per ogni ambito dove esista una gerarchia e si debba "scalare" per arrivare alla vetta. Questo scalare comporta quasi sempre lo schiacciare, l'eliminare chi ti era vicino sino a poco prima. Che personalità devi avere, per farti piacere un mondo così?

Passiamo a Sciabola. Musicalmente ha un andamento continuamente mutevole, come mutevole è il paesaggio per chi è abituato a muoversi in bicicletta, magari non con il passamontagna come il protagonista, ma "Di solito è così, col passamontagna, che la sera / vanno in giro i pazzi". Il testo narra di un incontro tra il "pazzo" in bicicletta e una donna che deve averlo sentito arrivare e per questo è uscita in strada, c'è un saluto quasi urlato da parte di lui e il "terrore" sul volto di lei. Il protagonista prosegue imperterrito "oltre il fosso / a bestemmiarmi addosso". Sembra di essere dentro un thriller. Quanto ti senti incompreso, considerato un pazzo e, perché hai intitolato questa canzone Sciabola?

Mi sono sentito molto incompreso, in passato, a causa della storia che ho avuto e dell'ambiente in cui sono cresciuto. Oggi meno, oggi cerco di volermi un poco di bene (me lo devo imporre però) e allora mi sento anche un po' meno incompreso. Artisticamente mi piacerebbe che questo fragile mondo che ho dentro arrivasse un po' di più, ma capisco che sia difficile, anche perché il mio modo di esprimermi non è che sia proprio orecchiabile o estetico... Rispetto alla canzone, è nata da un fatto grottesco che ho vissuto in prima persona, del quale sono fautore in tutto e per tutto. Devi sapere che nelle zone dove abito io, il saluto è più raro della moltiplicazione dei pani e dei pesci. A me hanno insegnato a salutare chiunque incontri, ancor più se sconosciuti, è un bel modo per augurare salute (salutare è proprio questo, etimologicamente parlando), ma nelle mie zone se saluti qualcuno che non ti conosce, quello o ti guarda con superiorità, o con preoccupazione, del tipo "Cosa vorrà questo, da me? Di certo vuole rubarmi qualcosa!". Quella sera in cui sono uscito in bici, conciato come non so cosa, e per il freddo avevo anche un passamontagna, ho incontrato l'unica persona che avrebbe anche risposto al mio saluto, ma immaginati questa signora anziana che esce di casa, si trova davanti uno in bici tutto imbacuccato, col passamontagna e in più (ti giuro!) che sta parlando da solo a voce alta. In realtà stavo ripetendo "Andare camminare lavorare" di Piero Ciampi, ma senza cantarla (per la signora sarebbe stato molto meno pauroso, credo); stavo ripetendo il testo a voce, ad alta voce per giunta, per darmi un ritmo nella pedalata, fa un po' tu... La signora si è ritrovata davanti uno come me, ed io (che ero in imbarazzo per stare parlando da solo ad alta voce col testo di Ciampi) l'ho salutata con ancora più enfasi, per mascherare il mio imbarazzo. La signora ha pure risposto al mio saluto (cosa, come ti dicevo, rara, qui) ma lo ha fatto con un volto terrorizzato, è come se avesse risposto "buonasera" con la voce, ma gli occhi chiedevano "pietà! non mi ammazzi!"... Poverina, l'unica persona gentile l'ho spaventata a morte. Non poteva che nascere una canzone, e così al mio rientro a casa è nata Sciabola, il cui titolo ricorda il momento veloce con cui è successo tutto. Per esteso, i momenti di invisibile incomprensione che abbiamo così spesso tra noi esseri umani...

Personalmente la successiva canzone Dov'è finito l'amore del mondo è di una bellezza lacerante, non c'è volta in cui io l'ascolti e riesca a non piangere, la triste melodia che affonda i colpi nel cuore si fonde con dei versi che da una parte sottolineano un incredibile desiderio di amore "Sono venuto a cercarti anche in chiesa, amore mio / Sono venuto anche in chiesa ma non mi ha aperto nessuno", dall'altra descrivono momenti di apparente assenza totale dell'amore "C'eran camini che fumavano di carne mai vissuta / e quest'aria assassina e muta noi la respiriamo ancora". Immagini tragiche che però non ci hanno insegnato nulla. Direi quasi rassegnati i versi finali "Se ti sei nascosto, Amore Mio, lo sai che ti ho capito?". Non voglio aggiungere altro, per me è poesia allo stato puro...

Ti ringrazio tanto, Fabio. Grazie per quel che mi scrivi e per come lo scrivi. C'è qualcosa che anima questo mondo, queste nostre vite. Che lo si chiami Dio, Energia o in qualunque altro modo. Io credo semplicemente sia l'Amore. E noi, nonostante tutte le discrepanze, i paradossi, le oscenità di cui siamo capaci, e forse anche per tutte queste cose, ci siamo dentro, in questa sorta di amore infinito che muove l'universo. Ne facciamo parte, ne siamo parte. È anche in noi. Se l'abbiamo perduto, è in noi che lo possiamo ritrovare. In noi e nei rapporti con gli altri esseri umani, con la natura, con gli animali e tutto ciò che fa parte di questo mistero. Una delle cose più belle che ho letto è che "Uno è Tutto e Tutto è Uno". Potessimo ricordarcelo più spesso...


Se l'Amore a volte sembra davvero difficile da riscontrare, il male no, quello lo si incrocia quasi quotidianamente, anche se a volte si maschera molto bene. Battiato cantava che "Il diavolo è mancino, e subdolo. E suona il violino". Tu, in Fangù, pur dicendo di voler credere al bene lo vedi nella gente che "si fa furba e sorridente / mentre con la terza mano lei ti sfila piano piano / tutto il cuore che ti invidia...". Per fortuna, però, la maturità ti ha portato a concludere la canzone così "Ora posso anche scordarti. / Io non voglio più vederti... E adesso posso!". Posso non coincide con riesco, quante volte capita di farsi fregare comunque dal male. In fondo, sin dal titolo, la canzone sembra essere più un'esortazione... È così?

Sì, è così. Ci si trova sommersi tra lo stupore di fin dove possano arrivare certe azioni della gente, ed il cercare a tutti i costi di voler comprenderne gli eventuali significati reconditi, che però spesso, semplicemente, non ci sono. Qualcuno definiva l'invidia una evidente manifestazione di inferiorità. Paolo Villaggio sosteneva che l'invidia era un sentimento umano, e per tanto appartenente a tutti, e su questo è impossibile non essere d'accordo. Ma ci sono invidie e invidie. Un conto è voler avere quella bella caratteristica di qualcuno che ammiri, un conto è volere che questa persona fallisca per poter gioire del suo dolore. Purtroppo, ci sono persone così irrisolte che si sentono vive solo quando vedono gli altri a terra. A mio avviso è sempre una questione di disturbi della personalità, ma ad ogni modo si manifestano con questa umana ferocia. A un certo punto però, l'attaccamento a quella persona o situazione o dolore può (e deve) anche andarsene. Dove, lo dice tra le righe il titolo della canzone...

Pienamente d'accordo. Eccoci arrivati ad Actarus, dolcissima canzone sospesa tra la nostalgia di un passato irrecuperabile "Actarus nel cielo si spiaccica sul muro / Nella stanza dei miei sogni non vola più nessuno / Ci sono solo fari e sirene sempre accese / che puntano negli occhi illusioni mai sospese" e il desiderio mai sopito di ricevere amore "Le cime delle cime han profili profanati / sono cinquant'anni e imploro ancora amore". Ë proprio vero che il passare degli anni non affievolisce mai il desiderio di amore e, chi è più sensibile di altri credo ne soffra maggiormente la mancanza, vero?

Vero. La fame e la sete di amore, di affetti, credo che non finisca mai. Se poi non ti sono arrivati quando ne avevi bisogno (quando eravamo bimbi, fragili e senza protezioni), allora questa fame e sete atavica ti accompagnerà finché vivi. E difficilmente qualcosa potrà colmarla. È un fatto che rasenta l'incomprensibile, ma fatto rimane. Una solitudine interiore difficilmente spiegabile. L'essere umano è una dicotomia tra il bisogno d'amore e la sua stessa paura. Di amare e di essere amato. E magari la vita vola alla velocità di uno starnuto e ti accorgi a cinquant'anni che questo bisogno è ancora vivo. Però se ti guardi intorno, non dico in te stesso (non tutti riescono) ma anche solo intorno, e ti permetti di accettarlo, di amore ce n'è davvero tanto. Nei gesti piccoli, in un sorriso, un saluto, una frase che diamo per scontata ma scontata non è: l'amore c'è. L'amore vive.

Siamo in dirittura d'arrivo, perché La vita va, intercalata dalla brevissima Ricordati di te (quasi un appunto, ma di vitale importanza), prima di una dolcissima ripresa del ritornello da parte delle tue figlie, rappresenta direi la chiusura del cerchio. La vedo quasi come una cantilena consolatoria, un antidoto da cantare nei momenti di debolezza in cui si rischia di ricadere nei soliti errori. "La vita va, è una candela / ci soffia sopra un vento di infelicità / La vita va, traballa sempre / ma lei è testarda, forse non si spegnerà" recita il ritornello, intercalato dalla constatazione di un male interiore che ti trascini da sempre, con la consapevolezza però, di voler finalmente cambiare e il disco, con la ripresa del ritornello da parte delle tue figlie, che rappresentano ovviamente il futuro, non poteva desiderare miglior finale, non credi?

È esattamente così. La vita corre veloce, fragile e zoppicante, ci porteremo per sempre dentro di noi le conseguenze di mancanze, di presenze, di ferite a freddo, senza anestetico. Eppure, così come siamo, esattamente così come siamo, possiamo chiudere con una certa parte della nostra storia (che non vuole dire che non abbia più effetti su di noi, ma che possiamo conviverci pienamente e con senso) e ricominciare. Nasciamo e rinasciamo in continuazione. E ogni volta è una speranza in più. E i bimbi, e tutti quelli che verranno dopo di noi, continueranno molto più e molto meglio di noi. Ho letto dell'esistenza di una tribù dove, quando uno compie un errore, viene messo al centro di un cerchio di persone, e a turno queste persone gli dicono tutte le bellezze che ha, tutte le ricchezze, i pregi, le caratteristiche positive e uniche. Che bellezza poterlo fare anche noi. Con gli altri ma anche e soprattutto con noi stessi (in questo caso gli altri sarebbero una conseguenza naturale). Perciò sì, guardiamo con amore a questi meravigliosi bimbi che sono il futuro e il presente. E ricordiamoci di noi!

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mercoledì, maggio 13, 2020

Francesca Romana Perrotta: la lunga quarantena mi ha fatto capire che conta solo ciò che è vero


di Fabio Antonelli

In una di queste sere di quarantena trascorse sul web, mi è capitato di imbattermi in un breve ma folgorante live Facebook di Francesca Romana Perrotta, tenuto dalla cantautrice salentina per "ECO DI DONNA Evolution", la prima Rassegna di Musica d'Autrice made in Rimini, con la Direzione Artistica di Chiara Raggi. Sono rimasto colpito sia da un inedito che, seppure eseguito in maniera casalinga alla tastiera, credo abbia notevoli chance una volta vestito ed arrangiato, sia per la sua interpretazione accorata “Bella ciao” a chiusura della diretta. Per questo ho voluto contattarla e scambiare qualche chiacchiera su questo strano periodo che ci accomuna tutti.



Durante questa lunga quarantena, di cui sembra sempre più difficile vederne la fine, tra i vari addetti al mondo della alla musica ci sono state reazioni molto differenti, c'è chi non se l'è sentita di cantare e suonare perché afflitto da questa tragedia, chi da subito ha reagito organizzando live attraverso i social, chi per scelta non ha voluto fare nulla attraverso i social in attesa di tempi migliori, tu come hai reagito? Come hai vissuto questo primo periodo di forzata clausura?

All'inizio della quarantena ero quasi felice di poter stare a casa. Ho pensato che avrei finalmente potuto scrivere in pace, senza farlo nei ritagli di tempo. Poi il silenzio mi è entrato dentro e non avevo note, non avevo parole... per un mese e più. Dopodiché sono arrivate delle proposte di suonare in diretta, dei piccoli live su Facebook, per i fans. Mi son sentita un po' in imbarazzo... strano per me suonare senza i miei musicisti!!! Una volta iniziato, però, ho visto che mi stavano ascoltando un sacco di persone, emozionate e felici di potermi riascoltare.  Per me è stato puro ossigeno... Mi sono rigenerata. Da quel primo live ho ripreso a scrivere, ne ho fatto un altro e ho capito che non mi sento di fermarmi. Farò musica, comunque, in qualche modo.

È proprio grazie all'ultimo tuo live sul profilo Facebook di Eco di donna, che ho avuto modo di ascoltare un tuo inedito, eseguito da te alla tastiera, un pezzo molto intenso, di quelli che ti entrano dentro sin dal primo ascolto. Quando e come è nato?

L' idea di questo brano, dal titolo Dentro un bar, è nata l'estate scorsa... tra letture su mare, marinai, il mio mondo salentino e persone profondamente legate al mare... un bar, all'incrocio di due oceani.  Che gente può frequentarlo un luogo così?... cosa sta accadendo una notte, durante una tempesta... in questo bar dall' aria felliniana? Sta accadendo qualcosa di speciale: c' è un uomo, seduto al bancone che beve rum e tequila.  È lì da tempo immemore, immerso in una dimensione spaziotemporale indefinita... Lui aspetta. Aspetta il momento in cui Lei tornerà, e quel momento è arrivato. Lui lo sa, ma resta immobile, non si volta indietro, anche se sa che Lei sta entrando in quel preciso istante... Lei sta entrando, lo vede. Anche Lei sa che Lui è assolutamente consapevole della sua presenza.  Lei respira profondamente, sa che nel momento in cui Lui si girerà, non potrà evitare ciò che deve accadere, da sempre.  Sa che cadrà ancora una volta tra le sue braccia... CHI SONO QUESTI DUE PERSONAGGI? Pensate ad una Penelope odierna...un Ulisse contemporaneo... si aspettano da sempre...ma questa volta Lei va direttamente da Lui, a cercarlo nel suo mondo. Una Penelope non più immobile, quindi. E questa volta è Lui che immobile in quel bar, la aspetta da tempo immemore... sapendo che prima o poi Lei arriverà.

Hai citato Penelope e, spesso, nelle tue canzoni ti sei ispirata a personaggi femminili del passato, penso a Salomè e al bellissimo video che hai realizzato, ma anche a Giovanna la pazza. Ma non solo femminili, penso a "Paolo" che adoro, ispirata al V Canto dell’Inferno di Dante, anche se Paolo, in fondo, parla di Francesca... Non credo sia uno sfuggire il presente, ma piuttosto il leggerlo attraverso le esperienze del passato. È così?

Sì, uso storie passate, di donne principalmente, per spiegare che purtroppo alcune dinamiche che ruotano attorno alla vita delle donne, sono sempre le stesse. Nonostante l'evoluzione, le leggi, le rivoluzioni ed i diritti ottenuti... Nel quotidiano, ci sono storie che si ripetono.  Nei secoli dei secoli... in giro per il mondo. Sì, Paolo parla di Francesca da Rimini.  Anzi. Nel brano è proprio Francesca che parla a lui...in una preghiera disperata dall'Inferno dantesco.


E sempre al centro di tutto c'è ancora la donna di Il grido, il brano che ti ha permesso nel 2016 di vincere il premio "Migliore testo" al Musicultura, anche qui una storia che purtroppo si ripete...

Sì, ne Il Grido la storia si ripete, questa volta in modo più sottile, intangibile   ma non per questo meno doloroso... e non ho remore nel dire che si tratta, purtroppo, di una storia autobiografica. Questo a dimostrazione che tutte le donne, anche chi come me lotta da sempre per difendere la dignità ed il rispetto del mio sesso, possono ritrovarsi in situazioni di sofferenza.

Questa tua affermazione mi offre lo spunto per chiederti come hai vissuto, come donna, questa lunga quarantena. Te lo chiedo perché ho come l'impressione che anche in questa occasione a soffrirne maggiormente siano comunque le donne, sia durante la prima fase, sia durante la seconda, dove per chi è tornata a lavorare si è trovata sulle proprie spalle tutta la famiglia, con un vuoto delle istituzioni. O è una mia impressione?

Io sono mamma e insegnante... quindi impegnata a 360 gradi durante la pandemia.  Difficile badare ai compiti e alla didattica online sia mia sia di una bambina delle elementari!! Spiegare ogni giorno che non si può uscire, né vedere gli amici, né andare a danza, etc. Un equilibrio precario ogni giorno tra apparecchi tecnologici e il bisogno di aria, movimento, decompressione... e poi la musica, l'assenza dai palchi, la lontananza dai miei musicisti, le sale prove vuote... Molto sulle mie spalle, tanto... a volte troppo. Ma inevitabile.  Una presa di coscienza e di responsabilità che faranno di questa nuova generazione forse qualcosa di meglio della nostra. Questi bambini stanno vivendo un'esperienza difficilissima che li forgerà, li abituerà al sacrificio e credo che questo sia un elemento necessario per diventare dei bravi adulti.  Forse a noi questo è mancato ed è per questa ragione che siamo un po' più fragili.  Tutto ciò per dire che sto pensando anche ad un risvolto positivo di questa situazione anomala e opprimente.

Tra i risvolti positivi di questa strana situazione c'è forse anche qualcosa che riguardi il tuo futuro dal punto di vista musicale? Nuovi progetti o nuove ispirazioni?

Sto pensando al mio nuovo album da tempo... sembra che questa volta abbia idee più varie... e in questo periodo di "fermo" ho capito che è giusto fare solo ciò che mi sento. Se sarà un album meno omogeneo non me ne preoccupo, sarà vario... e sicuramente sincero  vero. La lunga quarantena mi ha fatto capire che conta solo ciò che è vero.

Trovo molto condivisibile quest'ultima tua riflessione, vorrei chiudere con questa domanda: alla luce di questa dura esperienza che ha coinvolto tutti, c'è qualcosa nel tuo passato che vorresti cancellare? Ma soprattutto c'è nel tuo futuro qualcuno che ammiri particolarmente e con cui vorresti magari collaborare?

Cancellerei molte cose, soprattutto le situazioni troppo difficili e dolorose in cui mi sono infilata senza che ne valesse la pena, infierendo alla fine, su me stessa. Nel mio futuro vorrei solo scrivere belle canzoni sia sola che ben accompagnata. Ultimamente ho collaborato con Simone Cristicchi nella reinterpretazione di Ritornerai di Lauzi. Ecco... lui sarebbe un bel compagno artistico.




Francesca Romana Perrotta su Facebook
Francesca Romana Perrotta su Facebook (pagina pubblica)

lunedì, novembre 25, 2019

Giangilberto Monti: maledetti francesi io vi amo!


di Fabio Antonelli

Ispirato all’omonimo successo editoriale del 2018, è appena uscito, su etichetta Freecom, il nuovo album di Giangilberto Monti, intitolato MALEDETTI FRANCESI, in cui lo chansonnier milanese è accompagnato dalla voce e dal pianoforte di Ottavia Marini. Si tratta di ben diciassette canzoni che riassumono il suo grande amore per la canzone impegnata d’oltralpe.


Vorrei cominciare dalla copertina che raffigura gli occhi degli artisti francesi che hai voluto racchiudere in quest’omaggio alla canzone impegnata d’oltralpe, hai scelto gli occhi perché specchio dell’anima?

In realtà la copertina è la stessa del mio libro omonino, pubblicato da Miraggi nel 2018, ma certo gli occhi sono un po’ il biglietto da visita di ognuno e in questa raccolta c’è davvero un secolo di storia della canzone francese, dal 1880 al 1980, anche se io in realtà mi sono concentrato soprattutto sul periodo che va dal dopoguerra in poi.

Il titolo Maledetti Francesi può essere letto facendo riferimento a quei poeti  francesi da sempre considerati maledetti, ma anche un “maledetti francesi che amo così da non riuscire a farne a meno”, giacché da sempre la tua musica ha girato intorno a questi artisti.

Beh, maledetti francesi perché da sempre Rimbaud, Baudelaire e Verlaine sono considerati i poeti maledetti, quelli da cui trassero poi ispirazione i vari artisti che sono presenti nel disco, uomini ma anche donne, perché spesso si pensa alla canzone francese al maschile ma vi sono  state molte voci femminili da Juliette Gréco ad Édith Piaf tanto per citarne un paio. Le figure femminili sono state così importanti che in questo disco ho voluto vi fosse una presenza femminile poi, certo, ci sta anche la tua accezione, perché il titolo è volutamente provocatorio. E’ vero la loro è stata una presenza fondamentale nella mia vita di chansonnier, anche se ciò non ha impedito che io scrivessi negli anni canzoni mie.

 
Ottavia Marini e Giangilberto Monti

A proposito di donne, in questo disco hai voluto con te Ottavia Marini, hai scelto lei perché già la conoscevi?

In realtà mi è stata presentata dall’attore Walter Tiraboschi, con cui aveva lavorato, e s’è rivelata una scelta molto azzeccata, pur provenendo dalla classica, è una grande pianista, con la sua voce, per altro un po’ fuori del comune, ha però dato un importantissimo contributo nei duetti. Non faccio più da anni il produttore, in tal senso direi che ho già dato, ma se dovessi segnalare una valida artista, farei volentieri il suo nome, per la grande sensibilità dimostrata nell’affrontare un mondo musicale non suo.

Dal punto di vista musicale si può definire questo disco il più francese tra i tuoi? Per l’impianto musicale su cui si fonda?

Sì, in un certo senso sì, perché piano, chitarra e le nostre due voci, registrate in presa diretta, con solo qualche passaggio ripreso in studio, hanno voluto dare quell’atmosfera che si percepiva a chi entrava in un locale parigino in quegli anni, è in tal senso vero, autentico.

Una cosa che mi ha colpito è l’alternanza italiano-francese nel cantato, senza discontinuità, tanto che, non so se per la bellezza poetica dei testi originari o la bellezza delle traduzioni, quasi non si capisce più quale sia il punto di partenza, se le canzoni siano nate in francese o in italiano.

La scelta di alternare francese e italiano è derivata dagli spettacoli dal vivo, dove questo espediente ha funzionato molto bene, in effetti, quello che dici è vero, perché c’è dietro un grandissimo lavoro nelle traduzioni, negli adattamenti dal francese all’italiano, nel cercare di rendere il senso di citazioni di doppi sensi, calembour, altrimenti sarebbero delle semplici cover e non è certo il mio intento.




Ho visto che molte traduzioni sono opera tua o sbaglio?

Lo sono tutte in realtà, qualcuna magari in collaborazione come Parigi Canaille firmata anche da Alessio Lega, oppure nel caso di Les amants d’un jour vi era già una traduzione, intitolata Albergo a ore, opera straordinaria dello stesso Herbert Pagani o di Le méteque di Moustaki che già era stato tradotto e cantato come Lo Straniero da Bruno Lauzi o Le Gorille di Brassens già tradotto e interpretato da De Andrè.

Il disco è nato da un lavoro di coppia, questa collaborazione tra te e Ottavia Marini e quindi sarà portato in giro in coppia?

Sì, certamente, non avrebbe senso fare diversamente, per altro si è già fatto perché in realtà lo spettacolo è venuto prima del disco la cui registrazione è stata voluta da Jean-Luc Stote, che ne ha curato le immagini da cui è nata anche Paris Canaille, una mostra dal 13 novembre a Milano nei locali dell’Institut Français.

Nel sito di Miraggi Edizioni, l’editore scrivendo di Maledetti Francesi fa riferimento a un mondo che “ha portato un messaggio vitale, anarcoide, canagliesco, che forse non esiste più”, ma davvero questo mondo poetico musicale appartiene a un passato che non c’è più o, invece, può ancora dirci molto.

No, credo che quel mondo, che aveva connotati così diversi dai giorni nostri abbia però ancora molto da dirci, in termini d’ideali e di umanità se mi guardo intorno, se ascolto tanti colleghi cantautori non a caso, ritrovo tanti riferimenti a quel mondo.




C’è, tra tutte le canzoni che hai scelto di inserire in questo disco, una cui non riusciresti a rinunciare?

Beh, una domanda difficile, direi due allora, la prima Allo Chat Noir che è in realtà Le Chat Noir di Aristide Bruant, uno chansonnier che a differenza degli altri non si limitava a eseguire canti tradizionali, ma che scriveva testi e musiche e che nel 1881 fece nascere, in un colpo solo, cabaret e canzone d’autore, la seconda Parigi Canaille per quell’atmosfera così scanzonata e perché ci presenta un Leo Ferré inusitatamente ironico o, forse per meglio dire, sarcastico.

lunedì, febbraio 05, 2018

Sanremo d’Autore, perché Sanremo non è solo Sanremo

di Fabio Antonelli

Nel 2016, Patrizia Cirulli sorprese pubblico e critica con “Mille baci” (Incipit Records), un disco in cui musicò e interpreto poesie di grandissimi poeti dimostrando grandissima sensibilità. Ora dà alle stampe un nuovissimo progetto “Sanremo d’Autore” (Egea Music – 2018) in cui reinterpreta dodici canzoni di altrettanti artisti sanremesi, arrivati ultimi, penultimi o comunque esclusi dalla giuria alle serate finali, in una sorta di rivincita morale.

Cover "Sanremo d'Autore" - Foto di Renzo Chiesa


Dopo un bell'album che ti ha vista musicare e cantare poeti, sei tornata con un nuovo disco ancora nel ruolo d'interprete. La copertina ti ritrae sorridente uscire su un palco teatrale, accanto, scritto elegantemente a mano, il tuo nome e cognome e il titolo del progetto "Sanremo d'Autore". Titolo e copertina come sono nati? Il progetto com'è nato?

Parlando con un amico discografico era saltata fuori l'idea di pensare ad un disco di cover. Successivamente, parlando di questo con Francesco Paracchini, è nata l'idea di concentrarsi su brani sanremesi non premiati dalle giurie, anzi arrivati ultimi, penultimi o non ammessi alla serata finale. Belle canzoni che sono comunque arrivate al cuore degli ascoltatori e che hanno avuto il loro riconoscimento nel tempo. Il titolo mi è venuto in mente partendo appunto dalla parola "Sanremo" che è il filo conduttore. "D'Autore", in quanto tutti i brani sono firmati da grandi autori (ad esempio, nel brano dei Tazenda "Pitzinnos in sa gherra" compare anche Fabrizio De André). Un modo per dare valore anche agli autori che spesso non vengono nemmeno citati. Per quanto riguarda la copertina, ne avevo parlato con un amico e collaboratore, Ottavio Tonti, che mi ha suggerito l'idea del teatro e delle scritte a mano sulla copertina. Ne ho quindi parlato con Renzo Chiesa a cui è venuta l'idea di scattare la foto con il sipario del Teatro Carcano a Milano. Un'immagine allegra e gioiosa, una sorta di sintesi fra il palco di un teatro (che rimanda a Sanremo) e la "rivincita" delle canzoni in questione.

Curiosamente e, direi anche coraggiosamente, il disco si apre con una versione molto particolare di "Vita spericolata" di Vasco Rossi in cui tu non compari ma lasci la scena al maestro Vince Tempera che la esegue al pianoforte. Un inizio suggestivo e direi spiazzante, quasi a mettere in guardia l'ascoltatore che non si tratta del solito disco di semplici rifacimenti ... O sbaglio?

In effetti è così, non è un semplice disco di cover. C'è un filo conduttore e un significato preciso che lega le canzoni. "Vita spericolata" è una delle canzoni simbolo dei non valorizzati a Sanremo, non poteva mancare. Ho pensato anche di cantarla, l'ho provata. Poi la notte mi ha portato consiglio e ho avuto l'idea di non cantarla e di iniziare il disco così. Il tema portante del brano è bellissimo. Quando mi è arrivato il disco a casa e ho iniziato l'ascolto mi sono venuti i brividi. Una canzone storica.

Patrizia Cirulli - Foto di Valeria Bissacco


Vince Tempera, però, non è l'unico musicista con cui hai collaborato nella realizzazione del disco. La terza traccia, ad esempio, che è "Il tuo amore", canzone di Bruno Lauzi che nel lontanissimo 1965 a Sanremo fu totalmente ignorata ed esclusa persino dalla finale, vede un magnifico Sergio Cammariere duettare con te, mettendo a disposizione voce, pianoforte e curandone anche gli arrangiamenti. Com'è nata l'idea di coinvolgerlo nel progetto? Volevi forse un'atmosfera jazz? Come è avvenuta la collaborazione?

Sergio Cammariere è un artista che amo molto e, in effetti, l'idea della sua presenza con le sue atmosfere jazz era quello cui avevo pensato. Gli arrangiamenti sono stati curati da Sergio e suonano nel brano i suoi storici musicisti, Amedeo Ariano e Luca Bulgarelli. Sergio ha fatto un lavoro meraviglioso e le nostre voci si alternano e si sfiorano come a creare un'onda.

Visto che abbiamo affrontato da subito il discorso collaborazioni parlerei di Mario Venuti e la sua "Un altro posto al mondo", scritta con Kaballà e da lui presentata a Sanremo nel 2016, insieme al suo gruppo Arancia Sonora. Com'è stata cantarla con l'autore stesso? E' stato come ridare il giusto valore a una canzone, per certi versi, così poco sanremese?

Si tratta di una canzone bellissima a mio avviso, molto evocativa, capace di portarti altrove. Un brano che ho sempre amato. Ingiusto non averlo ammesso alla serata finale. Ho sempre avuto grande stima per Venuti e per Kaballà che, come hai ricordato tu, è l'autore del brano insieme a Mario. È stato un dono poter interpretare il brano insieme al suo autore, Mario è stato generoso.

Patrizia Cirulli - Foto di Ottavio Tonti


Uno dei pregi maggiori di questo tuo progetto, credo sia stato quello di far riscoprire all'ascoltatore alcune canzoni che davvero erano state ignorate o scartate dalla giuria sanremese, magari ricevendo solo il premio della critica, penso ad esempio a "Colpevole" cantata da un Arigliano già ottantunenne nel 2005. Personalmente trovo meravigliosa la tua versione voce e chitarra e, ancora una volta, emerge il tuo amore verso il jazz o sbaglio?

Non sbagli, è così!! È un amore che esiste ... Quando ho deciso di realizzare questo disco, uno dei brani che volevo assolutamente fare era proprio "Colpevole". Un brano che mi è sempre piaciuto tantissimo, la canto con il sorriso. Ricordo con emozione e divertimento l'esibizione di Arigliano al Festival. Mi piace molto l'atmosfera e l'ambientazione del brano originale e sono molto contenta della nuova veste sonora che vede Massimo Germini alla chitarra, con arrangiamento di Lele Battista.

Senza per forza passare in rassegna tutte le canzoni, che sono davvero una più bella dell'altra nelle tue versioni, ci sono però due canzoni "Rosanna" di Nino Buonocore e "Lei verrà" di Pino Mango che, per la particolarità delle voci dei due cantanti tu, con la tua voce scura e calda, hai saputo valorizzare con straordinaria bravura, tanto da farmele quasi preferire alle versioni originali. Affrontarle è stata per te quasi una sfida? Un voler dimostrare di potercela fare anche nei confronti di voci così lontane dalla tua? Se si, direi che ci sei pienamente riuscita ...

Intanto grazie Fabio per le tue parole e le tue impressioni!!! Per quando riguarda "Rosanna", mi sono trovata subito a mio agio nel cantarla e mi è piaciuto tantissimo!! Poi Joe Damiani ha realizzato un arrangiamento molto fresco e delicato. Per quanto riguarda "Lei verrà", avevo delle resistenze inizialmente e avevo anche pensato di non farla in quanto la vocalità di Pino è particolarissima e questo brano viene colorato dalla sua voce in modo unico. In un secondo momento, ho provato a rapportami a questo brano in modo semplice e diretto e ho provato a farlo a modo mio. È diventata, ovviamente, una cosa molto diversa. Sono molto contenta per la realizzazione di entrambi i brani.

Patrizia Cirulli - Foto di Valeria Bissacco


So che in questi giorni di Festival, avrai modo di presentare il disco proprio a Sanremo, per la precisione nella sede del Club Tenco, spero seguiranno altre occasioni live ... con che formazione porterai in giro il disco? A proposito di Club Tenco, il tuo disco non credi faccia da trait d'union tra questi due mondi spesso distanti fra loro, che aiuti in un certo senso il dialogo e l'abbattimento di certi confini?

Si, mercoledì 7 febbraio ci sarà una presentazione del disco nella sede del Club Tenco e sarò a Sanremo tutta la settimana per altre presentazioni. Il disco lo presentiamo in acustico, chitarra e voce. Questo disco credo che possa essere motivo di unione fra i due mondi, sono d'accordo con te. Il brano dei Tazenda, "Pitzinnos in sa gherra", porta la firma anche di Fabrizio De André, ad esempio. Poi ci sono brani di Lauzi, Tenco insieme ad altri autori considerati più "pop" (che non è una brutta parola!). La bellezza è bellezza e riesce ad andare oltre ogni confine e pregiudizio.

Concordo molto con questa tua ultima affermazione. Vorrei chiudere, se fossi d'accordo, con una domanda proiettata verso il futuro. Dopo questo progetto, che ti vede ancora una volta in veste di interprete, hai definitivamente abbandonato la via del cantautorato puro o queste barriere in realtà non esistono e quindi, chissà?

In realtà, nel disco precedente, "Mille baci", ho composto tutte le musiche, oltre ad interpretare tutti i brani. Mi sono aperta anche ad altro, non ho l'esigenza di fare per forza solo cose scritte interamente da me. Mi sono divertita moltissimo con questo ultimo disco e non escludo di fare altro come interprete. Mi piace fare ciò che mi appassiona. Il prossimo disco potrebbe essere composto da brani scritti da me e mi piacerebbe molto (ho brani nel cassetto che attendono...), anche se fra i miei progetti c'è anche un'altra idea che vorrei realizzare in veste di compositrice.

Quest'ultima mia domanda era, in effetti, una provocazione, perché in realtà so benissimo che tu non hai mai abbandonato l'attività creativa in senso stretto, per fortuna nostra. Solo una curiosità, per congedarci, hai già in programma qualche data dal vivo oltre alla settimana sanremese?


Grazie Fabio!! Il 24 marzo alla Casa delle Arti - Spazio Alda Merini, a Milano, altre date in via di definizione ... Ora affrontiamo la settimana sanremese!!!