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venerdì, agosto 11, 2023

Francesca Romana - Fuori dalle labbra, un viaggio che parte dalla chimica per finire fuori da noi

 di Fabio Antonelli

Sono ormai passati quindici anni dall’esordio discografico della cantautrice leccese Francesca Romana Perrotta, era infatti il 2008 l’anno in cui debuttò con Vermiglio (2008 – ed. Universo), cui seguirono Lo specchio (2011 – ed. Edel/Curci) e L’ora di mezzo (2017- ed. Filibusta Records S.r.l./ Curci). Tutti album ben accolti dalla critica. Eccoci quindi giungere a giugno 2023 e quindi alla pubblicazione del suo nuovo album intitolato Fuori dalle labbra (2023 – ed. Curci). Anticipato da due singoli, il primo uscito addirittura un anno prima, il suo nuovo lavoro sembra nuovamente aver fatto centro.


Se sei d'accordo, Francesca, comincerei com'è mia consuetudine dalla copertina del tuo nuovo album, perché è poi quella a costituire il biglietto da visita per chi si trovi a guardare il tuo disco. Personalmente la trovo molto attraente perché ti mostra fotografata su un ricco fondale floreale, il tuo bel viso però mi risulta enigmatico, sembra non voler lasciar trapelare nulla di ciò che è il contenuto del disco, soprattutto se messo in relazione con il titolo dell'album Fuori dalle labbra. Credo che nulla sia mai lasciato al caso. Mi spieghi com'è nata l'idea e com'è stata elaborata?

La copertina dell'album mi piace tantissimo. La fotografia è di Margherita Cenni, mia fotografa da anni. Il progetto grafico di Riccardo Cardelli, bravissimo cantante, musicista e grafico e fratello del mio bassista, Francesco. È stato lui a proporre questa immagine come cover di Fuori dalle labbra ed ho subito gioito, pensando fosse perfetta! I colori esprimono vitalità e, come dici tu, il mio volto è immobile. Esprime il concetto dell'album, la difficoltà delle parole che difficilmente trovano la strada per uscire fuori dalle labbra. Nello stesso tempo i fiori, però, sullo sfondo, diventano preziosi custodi di tutte quelle parole che alla fine vengono "viste", sebbene non "dette". Io sono così, non parlo con le parole. Uso altre forme espressive per comunicare, il parlare "normale" mi affatica. Sarà per questo che scrivo canzoni: per dire quello che non riesco a dire con i discorsi normali.

"Hai voglia di ascoltarmi? Sì, io non so parlare / Ci metterò cent’anni, per dirtelo e spiegare / Quando sei qui con me…", così canti in Alchemica, la canzone che apre il disco e sembra quasi voler continuare quel discorso iniziato intorno all'immagine di copertina. C'è una sorta di difficoltà di comunicazione tra donna e uomo all'interno di una coppia, ma alla fine ove mancano le parole sembrano venire in soccorso chimica e alchimia?

Certamente è così. La chimica aiuta la comunicazione, anzi, ne fa parte. Non sempre bastano o sono necessarie le parole. Ci sono altre cose, nei gesti, negli sguardi, negli intenti, che spiegano e trasmettono le emozioni. Tuttavia, poche o tante che siano le parole, l'ascolto è necessario. L'incomunicabilità parte dal mancato ascolto dell'altro, aperto ed accogliente. Non è facile, perché spesso dobbiamo ascoltare ciò che non vogliamo sentire, non ci piace. Vorremmo ascoltare solo ciò che ci va bene, ma questo non è un modo per capirsi e conoscersi. Nel brano Fuori dalle labbra, infatti, lo dico e lo sottolineo con enfasi. La verità, per essere conosciuta, ha bisogno di coraggio.


"Io e come mi chiamo / tu e tutto quello che c'è tra noi / spolveriamo la paura di sanguinare un po'" dalla title track Fuori dalle labbra sembrano proprio voler approfondire il discorso iniziato con la precedente canzone, sembrano un invito ad avere più coraggio nei rapporti, a lasciare fuoriuscire dalle labbra il non detto, perché poi il non detto rischia ...

Fuori dalle labbra è stato un brano scaturito dalla consapevolezza personale di non riuscire facilmente a parlare... E, come ho detto, scrivo infatti canzoni, per dire cose che altrimenti non direi. Ciò che rende poi prezioso il dialogo è l'ascolto, che deve essere aperto, pronto ad accogliere le verità altrui. Anche quando queste pesano. Se manca l'ascolto, dall'altra parte è facile che succeda che si smetta di dire le cose importanti e che il dialogo diventi vuoto, convenzionale e superficiale. È così che poi si deteriorano i rapporti umani. Bisogna avere il coraggio di dire e di ascoltare la verità. Per non pugnalarsi alla schiena. Fuori dalle labbra è un brano che è stato particolarmente impreziosito e valorizzato dall'apporto creativo del chitarrista che ha registrato quasi tutti i miei album, Massimo Marches. Ha trovato l'arrangiamento perfetto per evidenziare l'atmosfera particolare di questo brano.

"Questa è la scena, dentro a un bar all’incrocio di due oceani / Vedo te, di schiena, bevi rhum e tequila / Mentre la burrasca imperversa", così inizia la splendida Dentro un bar, sembra l'inizio di un film o forse meglio di un cortometraggio. In 4'55" si è come proiettati dentro un film, in un incontro tra una donna e un uomo e verrebbe voglia di essere anche noi dentro quel bar.  Com'è nata questa canzone?

Una sera di fine settembre, ero in un bar immerso in un'atmosfera particolarmente elettrica. Ho immaginato una scena: un uomo seduto al bancone di un bar e quel bar era su un'altissima scogliera a picco sul mar Mediterraneo che si incrocia con il mar Jonio, nel mio luogo d'origine, il Salento. Il luogo e i personaggi erano alquanto felliniani. Esseri variegati che sembravano lì da tempo immemore. Il vento di tramontana stravolgeva gli animi ed è così, in quell'aria di tempesta, che ho concepito Dentro a un bar ed una scena d'amore tra un Ulisse mai tornato ad Itaca ed una Penelope, che non aspetta immobile il suo ritorno ma lo va a cercare proprio lì, all'incrocio di due mari. Quando lei arriva e lo vede lì, seduto di schiena, pensa "non girarti adesso, mi serve ancora l'ultimo respiro", tanta è l'emozione di rincontrare l'uomo che ha tanto atteso. È un brano molto suggestivo, che i miei fan stanno apprezzando molto.


"E non più solitudini da nord, le abitudini d'antan riprenderemo" è il verso di L'evento straordinario che da subito mi ha colpito, forse perché uomo del nord e perché il termine d'antan era tantissimo che non lo sentivo più utilizzare. In questa canzone trovo un indicibile voglia di riprendersi in mano la propria vita, di scacciare le malinconie, di innamorarsi, di riavvicinare il proprio prossimo, non si parla più di metri, neppure di centimetri bensì di millimetri. Quanto hai sofferto questa forzata lontananza dagli altri?

Questa canzone ed in particolare questa parte del ritornello riprende quella sensazione di silenzio assoluto, di fermo immagine della vita che mi mandavano amici e colleghi e anche i miei editori dalla città di Milano nel periodo del lockdown... Le abitudini d'antan, usando questo termine desueto, descrivono proprio abitudini che in quel momento sembravano lontane, come perdute nel passato: dal caffè al bar, alle chiacchiere col compagno di banco, ad andare a vedere i film al cinema, eccetera. Più che un indicibile voglia di riprendere in mano la propria esistenza, c'è stata la consapevolezza che neanche una pandemia ed un conseguente lockdown possono arrestare le emozioni, i sentimenti, le passioni umane. Infatti, in quel periodo le persone per vedersi e "sentirsi" hanno pensato ed inventato di tutto. Io non ho particolarmente sofferto il lockdown, più che altro ho sofferto tutto ciò che si scatenava attorno al lockdown... Sono addirittura finite delle amicizie, oppure ci sono stati momenti di vera paura, ma la chiusura in sé per me è stato un momento prezioso.

“E' tutto facile e non è colpa mia / Se tu sei solo un uomo, solamente un uomo / Ed io lo so un uomo cosa sia… / lo so, un uomo cosa sia” con questi versi, che esprimono il pensiero della protagonista, si chiude il successivo brano La canzone segreta. Canzone segreta come segreto rimarrà sempre l’amore struggente che Eleonora d’Aquitania provava in cuor suo per il proprio tutore Raimondo d’Antiochia. Siamo a cavallo tra il 1100 e il 1200, attingi quindi ancora una volta da una figura femminile del passato, ma la vicenda narrata è una storia che purtroppo si ripete, quella cioè delle convenzioni sociali, non è vero?

In realtà la storia di Eleonora d'Aquitania mi ha ispirato dal punto di vista sentimentale più che sociale. Ho pensato che in fondo alcune dinamiche riferite alle passioni umane restano sempre le stesse, al di là dei secoli e della condizione sociale. Ho pensato che in fondo anche una regina del medioevo, nonostante il suo ruolo anche politico, era sempre comunque un'adolescente innamorata e come gli adolescenti innamorate dei nostri tempi, viveva di passione. È per questo che l'ispirazione parte da una figura femminile antica per poi trasferirsi in uno scenario metropolitano, in una sera di fine estate. La mia ricerca sulle figure femminili del passato ha sempre come intento di mettere a paragone le dinamiche umane riferite alla donna, tra passato e contemporaneità. Non c'è una donna antica ed una donna moderna perché essa è caratterizzata da una natura complessa, che non può prescindere da un'essenza creatrice e distruttrice sempre in bilico tra il sublime ed il terreno.


La successiva canzone è una cover di Ritornerai di Bruno Lauzi, che reinterpreti in duetto con Simone Cristicchi. Ho una duplice curiosità. La prima riguarda la scelta della canzone, io una mia idea in proposito me la sono fatta, ma lascio spazio a te. La seconda è come mai questa collaborazione proprio con Simone, come vi siete conosciuti e com’è nata l’idea di duettare in questa reinterpretazione?

La scelta di questo brano dipende dal fatto che, sin da quando ero piccola, Ritornerai è sempre stata una canzone che ho adorato, per una serie di motivi: dalla melodia, alla voce di Lauzi, al testo… una canzone meravigliosa nella sua assoluta semplicità. Poi, quattro anni fa, ho deciso di partecipare al Premio Lauzi dove casualmente era ospite anche Simone Cristicchi, col quale mi conoscevo da anni perché aveva già lavorato con mio fratello (l’attore/drammaturgo Mario Perrotta). Durante le serate del Premio, nei camerini ed in attesa di salire sul palco, io e Simone strimpellavamo la chitarra ed io ho intonato questo brano. Lui mi ha seguita, facendo la seconda voce. In quel momento è arrivato il patron del Premio, Giordano Sangiorgi, il quale ha detto: dovreste assolutamente registrarla, così come la state cantando adesso. E così è stato. Simone è venuto a Rimini, dove io registro abitualmente. Ha registrato la sua parte. Il mio storico bassista, Francesco Cardelli, ha suonato la chitarra acustica. Poi toccava a me, ma è arrivato il lockdown… Ho registrato la mia voce due anni dopo, ma finalmente eccola qua, nell’album Fuori dalle labbra, in versione acustica, così com’era nei camerini del Premio Lauzi.

Con Canzone d’inverno ci si trova catapultati, improvvisamente, dentro un clima gelido, non è inverno solo dal punto di vista climatico, è inverno musicalmente e lo è nei versi che canti “Rido forte, so che smetterò per giorni di mangiare / mi basta quello che ho da bere, lacrime di sale / e non ci penseremo più alla vita / maledetta scusa per morire!”. Mi sembra che ancora una volta tu vada a scavare nei sentimenti spesso duri e crudi dei rapporti di coppia, mi spieghi meglio ciò che cogli dal tuo punto di osservazione?

Canzone d'inverno è un brano al quale sono molto legata, perché la sua atmosfera così algida in realtà nasconde un turbinio di sentimenti profondissimi. Questa canzone è come se fosse il sequel di un altro brano che ho pubblicato nel mio secondo album Lo specchio (Edel/Curci Edizioni). Quel brano s' intitolava Giovanna la pazza ed era appunto dedicato alla figura storica di Giovanna di Castiglia. La sua storia mi aveva profondamente colpita e, a quanto pare, non mi era bastata una sola canzone per dare voce a questa mancata regina, triste e maltrattata dall'uomo di cui era innamorata, suo marito Filippo. L'ingiusta reclusione di vent'anni in una torre isolata dal mondo, proprio ad opera di Filippo, mi aveva sempre indignata e ho letto molti libri su questa storia, cercando di capire come si possa arrivare a certe dinamiche. Quindi Giovanna, come un personaggio pirandelliano, è rivenuta a me; l'ho vista rinchiusa nella torre quando si disperava, smetteva di mangiare, rideva senza motivo per sbeffeggiare la sua sorte infausta e guardava il mondo fuori dalla fessura dentro al muro di quella torre gelida, aspettando invano che Filippo un giorno avrebbe deciso di riprenderla con sé.


Con la successiva canzone Lucrezia e Roma, siamo proiettati ancora una volta dentro una storia che arriva dal passato, dal periodo rinascimentale, il tuo sguardo si posa sulla figura di Lucrezia Borgia, spesso dipinta dai suoi contemporanei come avvelenatrice e donna malvagia, ma dai tuoi versi che le fai pronunciare in prima persona “Il sangue scorre sulla nostra casa / mescola il vino con la verità / portami via da tutta questa vita / che mi deruba di ogni libertà” mi sembra di intravedere una realtà abbastanza diversa. Una donna forse più vittima che libera artefice della propria esistenza, è così?

Lucrezia Borgia è uno dei personaggi a cui pensavo da tempo, proprio perché nei libri di testo o comunque nell'immaginario collettivo viene sempre raffigurata ed interpretata come una donna maledetta. È stato sorprendente anche per me scoprire quanto invece Lucrezia sia stata una vittima del suo tempo e del contesto storico-culturale e sociale in cui ha vissuto. Donna intelligente con una grande forza d'animo ed un amore per l'arte e la cultura sconfinato, assieme a Lorenzo de' Medici, Ludovico Sforza ed altri personaggi del Rinascimento, Lucrezia è stata una grandissima mecenate che ha favorito il fiorire della cultura e dell'arte italiane. Essendo figlia di Alessandro Borgia (il Papa) e sorella di Cesare Borgia, ha subìto le più incredibili angherie e violenze da parte degli uomini della sua famiglia. Il tradimento più inconcepibile per una figlia e per una sorella che ha sacrificato tutta la sua vita per gli interessi politici. È un tradimento generale, non solo familiare, la storia, il suo tempo e la sua stessa città, Roma, sono i suoi più efferati carnefici. E la sofferenza è tanta poiché queste entità sono i punti di riferimento di una fanciulla ricca, bellissima ma profondamente sfortunata.

La rivoluzione ti vede duettare, anche a livello di scrittura, con Marco Ancona, un altro cantautore salentino, in una canzone che, secondo me, lascia quasi volutamente la porta aperta a personali interpretazioni, in modo che ognuno possa farla propria. Personalmente i versi “Lascia stare la tua bella perfezione / non cambi idea, lasciala andare, per favore / Cosa te ne fai? Lo vedi, non ti serve più / ha inizio la rivoluzione” mi sembrano un invito a lasciarsi comunque coinvolgere dalle proprie emozioni, altrimenti il rischio è quello di non riuscire mai ad accogliere veramente chi ci sta accanto, è così? 

Sì, anche se non è una canzone d'amore. È una canzone di amicizia, scritta per un amico ed interpretata con un amico storico. Gli amici veri certe volte devono scuotere, spronare, svegliare... Arrivano dei momenti in cui bisogna smuovere le acque, le rivoluzioni sono da assecondare, perché portano vita! La Rivoluzione è stato il primo singolo pubblicato in anteprima di un anno rispetto all'uscita del mio nuovo album. L'ha pubblicata Marco Ancona, abbiamo registrato anche un bel videoclip. Poi l'ho inserita anche in Fuori dalle labbra, poiché ne sono autrice ed interprete, come lo è anche lui.


Dopo una canzone sull’amicizia, in Tu non capisci niente canti “Ti piace la notorietà / ma chi si ricorda di te? / Ti fai troppo compatire / la gente ti guarda e ride / Cosa è stato di un passato tutto d’oro?”. una canzone che rappresenta la visione disincantata di una donna verso un uomo egocentrico la cui esistenza sembra ormai in disfacimento. L’uomo in questione appartiene o è appartenuto alla tua vita?

È una storia sempre di amicizia. Lunghissima intensa amicizia. Ovviamente stiamo parlando di un collega... La notorietà, il passato di successi etc. e poi un declino in realtà voluto, cercato, tra l'alcol e la vita dissoluta. Non di certo scontato, visto che il talento c'era e ci sarebbe ancora! E Tu non capisci niente si riferisce proprio a questo. Molti musicisti  finiscono così, purtroppo. Vivono assecondando una natura bisognosa di continui stimoli, di una vita fuori dalle righe, ma poi si ritrovano vittime di dipendenze devastanti, gettando alle ortiche il proprio talento. "Tu non capisci niente" è una frase arrabbiata, che rimarca la frustrazione di vedere un amico, straordinario musicista, rovinarsi la vita. Il mio produttore artistico C. Bonato, era perplesso sull'inserire un brano così crudo nell'album, ma io gli ho detto che era necessario farlo, proprio per rispetto al senso di questo lavoro, che si fonda sulle verità scomode, ma che vanno raccontate.

“Liquido scivola, scioglie il rossetto / Segna il tragitto da un mondo virtuale, negando ogni inutile slancio / E cieca davanti allo smacco del mondo reale rifiuti il sospetto / E intanto l'arsenico scivola lento…”, sono i versi con cui descrivi in Madame Bovary gli ultimi istanti di vita di Emma Bovary, la protagonista del celeberrimo romanzo di Gustave Flaubert. La canzone si spegne, come la sua esistenza, su queste parole “Rinuncia per sempre, rinuncia per sempre Madame Bovary”, ancora una volta una donna vittima, sconfitta dai suoi stessi sogni?  

Questo personaggio, come affermava lo stesso Flaubert, soffre la sua natura. È una donna dall'anima romantica e passionale, costretta ad una vita mediocre e provinciale. Il suo pathos, la voglia di sentimenti assoluti, si infrangono contro il mondo piccolo-borghese in cui si ritrova a vivere. Agli spiriti come Emma, così come a noi artisti, capita di avere bisogno di sfuggire alla mediocrità, al borghesismo, alle cosiddette gioie quotidiane. L'ossigeno arriva dal palcoscenico, dalla creatività, dalla condivisione dell'energia che si sprigiona quando facciamo musica. Se non avessimo questo ossigeno, moriremmo come muore Emma Bovary. Questa indole sognatrice è la nostra croce e la nostra delizia. Ci dà vita e ci rovina la vita. Prende e toglie energia. Ci rende inquieti. La Bovary riflette perfettamente questo spirito, che poi era quello dell'artista che l'aveva creata, il quale diceva, appunto: "Madame Bovary, c'est moi".  E questo lo posso dire anch'io.

In L'hiver est fini, la canzone piena di malinconia che chiude il disco, i versi “Mais aujourd’hui l’hiver, c’est fini / et meme mon coeur qui était si triste / cède à la joie qui danse dans l’air” descrivono forse meglio di tante altre parole, l’istante in cui si pone fine ad un amore e ci si predispone a intraprendere un nuovo percorso. È una canzone che sembra uscire da un altro tempo, da un passato remoto, con quei crepitii iniziali da grammofono e una dolente e struggente melodia che sembra suggerire che, così come l’amore ivi descritto, anche questa esperienza musicale sta per chiudersi. Ci lasci con un velo di nostalgia…

Sì, l'atmosfera nostalgica e retrò mi appartiene. Mi piace mischiare una sorta di romanticismo letterario con la musica. Uno Sturm und Drang stemperato dalla sensibilità femminile. Ed è così che voglio lasciarvi: sognate di amare, di soffrire e di ritrovare poi ogni volta il soffio vitale che vi riporta a respirare la Bellezza. Fuori dalle labbra è un viaggio che parte dalla chimica e finisce, appunto, fuori da noi, che arriva attraverso le parole e la musica a trasportarci dove le emozioni ci avvolgono davvero, fuori dal quotidiano e da ciò che è scontato.

Mi permetti un’ultima domanda? Come hai ricordato prima, il videoclip La rivoluzione ha anticipato di un anno l’uscita di questo tuo ultimo lavoro discografico, poi è stata la volta del singolo La canzone segreta e, a disco già pubblicato, il nuovissimo videoclip di Alchemica. Ne seguiranno altri? Credo che Dentro un bar sarebbe un cortometraggio meraviglioso…

Ecco ci vorrebbe appunto un cortometraggio... Cosa che non riuscirei a collocare in contesti promozionali... però sto pensando ad un video di Fuori dalle Labbra, che in realtà è la canzone che racchiude l'essenza di questo nuovo album.

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mercoledì, maggio 13, 2020

Francesca Romana Perrotta: la lunga quarantena mi ha fatto capire che conta solo ciò che è vero


di Fabio Antonelli

In una di queste sere di quarantena trascorse sul web, mi è capitato di imbattermi in un breve ma folgorante live Facebook di Francesca Romana Perrotta, tenuto dalla cantautrice salentina per "ECO DI DONNA Evolution", la prima Rassegna di Musica d'Autrice made in Rimini, con la Direzione Artistica di Chiara Raggi. Sono rimasto colpito sia da un inedito che, seppure eseguito in maniera casalinga alla tastiera, credo abbia notevoli chance una volta vestito ed arrangiato, sia per la sua interpretazione accorata “Bella ciao” a chiusura della diretta. Per questo ho voluto contattarla e scambiare qualche chiacchiera su questo strano periodo che ci accomuna tutti.



Durante questa lunga quarantena, di cui sembra sempre più difficile vederne la fine, tra i vari addetti al mondo della alla musica ci sono state reazioni molto differenti, c'è chi non se l'è sentita di cantare e suonare perché afflitto da questa tragedia, chi da subito ha reagito organizzando live attraverso i social, chi per scelta non ha voluto fare nulla attraverso i social in attesa di tempi migliori, tu come hai reagito? Come hai vissuto questo primo periodo di forzata clausura?

All'inizio della quarantena ero quasi felice di poter stare a casa. Ho pensato che avrei finalmente potuto scrivere in pace, senza farlo nei ritagli di tempo. Poi il silenzio mi è entrato dentro e non avevo note, non avevo parole... per un mese e più. Dopodiché sono arrivate delle proposte di suonare in diretta, dei piccoli live su Facebook, per i fans. Mi son sentita un po' in imbarazzo... strano per me suonare senza i miei musicisti!!! Una volta iniziato, però, ho visto che mi stavano ascoltando un sacco di persone, emozionate e felici di potermi riascoltare.  Per me è stato puro ossigeno... Mi sono rigenerata. Da quel primo live ho ripreso a scrivere, ne ho fatto un altro e ho capito che non mi sento di fermarmi. Farò musica, comunque, in qualche modo.

È proprio grazie all'ultimo tuo live sul profilo Facebook di Eco di donna, che ho avuto modo di ascoltare un tuo inedito, eseguito da te alla tastiera, un pezzo molto intenso, di quelli che ti entrano dentro sin dal primo ascolto. Quando e come è nato?

L' idea di questo brano, dal titolo Dentro un bar, è nata l'estate scorsa... tra letture su mare, marinai, il mio mondo salentino e persone profondamente legate al mare... un bar, all'incrocio di due oceani.  Che gente può frequentarlo un luogo così?... cosa sta accadendo una notte, durante una tempesta... in questo bar dall' aria felliniana? Sta accadendo qualcosa di speciale: c' è un uomo, seduto al bancone che beve rum e tequila.  È lì da tempo immemore, immerso in una dimensione spaziotemporale indefinita... Lui aspetta. Aspetta il momento in cui Lei tornerà, e quel momento è arrivato. Lui lo sa, ma resta immobile, non si volta indietro, anche se sa che Lei sta entrando in quel preciso istante... Lei sta entrando, lo vede. Anche Lei sa che Lui è assolutamente consapevole della sua presenza.  Lei respira profondamente, sa che nel momento in cui Lui si girerà, non potrà evitare ciò che deve accadere, da sempre.  Sa che cadrà ancora una volta tra le sue braccia... CHI SONO QUESTI DUE PERSONAGGI? Pensate ad una Penelope odierna...un Ulisse contemporaneo... si aspettano da sempre...ma questa volta Lei va direttamente da Lui, a cercarlo nel suo mondo. Una Penelope non più immobile, quindi. E questa volta è Lui che immobile in quel bar, la aspetta da tempo immemore... sapendo che prima o poi Lei arriverà.

Hai citato Penelope e, spesso, nelle tue canzoni ti sei ispirata a personaggi femminili del passato, penso a Salomè e al bellissimo video che hai realizzato, ma anche a Giovanna la pazza. Ma non solo femminili, penso a "Paolo" che adoro, ispirata al V Canto dell’Inferno di Dante, anche se Paolo, in fondo, parla di Francesca... Non credo sia uno sfuggire il presente, ma piuttosto il leggerlo attraverso le esperienze del passato. È così?

Sì, uso storie passate, di donne principalmente, per spiegare che purtroppo alcune dinamiche che ruotano attorno alla vita delle donne, sono sempre le stesse. Nonostante l'evoluzione, le leggi, le rivoluzioni ed i diritti ottenuti... Nel quotidiano, ci sono storie che si ripetono.  Nei secoli dei secoli... in giro per il mondo. Sì, Paolo parla di Francesca da Rimini.  Anzi. Nel brano è proprio Francesca che parla a lui...in una preghiera disperata dall'Inferno dantesco.


E sempre al centro di tutto c'è ancora la donna di Il grido, il brano che ti ha permesso nel 2016 di vincere il premio "Migliore testo" al Musicultura, anche qui una storia che purtroppo si ripete...

Sì, ne Il Grido la storia si ripete, questa volta in modo più sottile, intangibile   ma non per questo meno doloroso... e non ho remore nel dire che si tratta, purtroppo, di una storia autobiografica. Questo a dimostrazione che tutte le donne, anche chi come me lotta da sempre per difendere la dignità ed il rispetto del mio sesso, possono ritrovarsi in situazioni di sofferenza.

Questa tua affermazione mi offre lo spunto per chiederti come hai vissuto, come donna, questa lunga quarantena. Te lo chiedo perché ho come l'impressione che anche in questa occasione a soffrirne maggiormente siano comunque le donne, sia durante la prima fase, sia durante la seconda, dove per chi è tornata a lavorare si è trovata sulle proprie spalle tutta la famiglia, con un vuoto delle istituzioni. O è una mia impressione?

Io sono mamma e insegnante... quindi impegnata a 360 gradi durante la pandemia.  Difficile badare ai compiti e alla didattica online sia mia sia di una bambina delle elementari!! Spiegare ogni giorno che non si può uscire, né vedere gli amici, né andare a danza, etc. Un equilibrio precario ogni giorno tra apparecchi tecnologici e il bisogno di aria, movimento, decompressione... e poi la musica, l'assenza dai palchi, la lontananza dai miei musicisti, le sale prove vuote... Molto sulle mie spalle, tanto... a volte troppo. Ma inevitabile.  Una presa di coscienza e di responsabilità che faranno di questa nuova generazione forse qualcosa di meglio della nostra. Questi bambini stanno vivendo un'esperienza difficilissima che li forgerà, li abituerà al sacrificio e credo che questo sia un elemento necessario per diventare dei bravi adulti.  Forse a noi questo è mancato ed è per questa ragione che siamo un po' più fragili.  Tutto ciò per dire che sto pensando anche ad un risvolto positivo di questa situazione anomala e opprimente.

Tra i risvolti positivi di questa strana situazione c'è forse anche qualcosa che riguardi il tuo futuro dal punto di vista musicale? Nuovi progetti o nuove ispirazioni?

Sto pensando al mio nuovo album da tempo... sembra che questa volta abbia idee più varie... e in questo periodo di "fermo" ho capito che è giusto fare solo ciò che mi sento. Se sarà un album meno omogeneo non me ne preoccupo, sarà vario... e sicuramente sincero  vero. La lunga quarantena mi ha fatto capire che conta solo ciò che è vero.

Trovo molto condivisibile quest'ultima tua riflessione, vorrei chiudere con questa domanda: alla luce di questa dura esperienza che ha coinvolto tutti, c'è qualcosa nel tuo passato che vorresti cancellare? Ma soprattutto c'è nel tuo futuro qualcuno che ammiri particolarmente e con cui vorresti magari collaborare?

Cancellerei molte cose, soprattutto le situazioni troppo difficili e dolorose in cui mi sono infilata senza che ne valesse la pena, infierendo alla fine, su me stessa. Nel mio futuro vorrei solo scrivere belle canzoni sia sola che ben accompagnata. Ultimamente ho collaborato con Simone Cristicchi nella reinterpretazione di Ritornerai di Lauzi. Ecco... lui sarebbe un bel compagno artistico.




Francesca Romana Perrotta su Facebook
Francesca Romana Perrotta su Facebook (pagina pubblica)

mercoledì, luglio 20, 2016

Luigi Mariano: canzoni all’angolo, per scelta

di Fabio Antonelli

A sei anni dal suo esordio ufficiale con”Asincrono” (2010), disco accolto molto bene dalla critica e oggetto di più premi, Luigi Mariano, cantautore salentino, ma romano d’adozione, è appena tornato sulle scene con “Canzoni all’angolo”, un nuovo album, maturo, molto personale, in cui è emersa anche una vena rock forse fino ad ora repressa. Con lui, in questo nuovo lavoro, vi è la presenza di numerosi ospiti, per un disco tra i più belli di questo 2016. Ecco cosa mi ha raccontato.

Copertina CD "Canzoni all'angolo"


Il tuo disco "Asincrono" del 2010 è stato un disco molto ben accolto sia dal pubblico sia dalla critica e ripetersi, si sa, non è mai impresa facile. A distanza di sei anni da quel fortunato esordio torni al tuo pubblico con "Canzoni all'angolo", un disco che hai voluto simbolicamente dedicare a tuo padre scomparso due anni fa. Mi racconti la coloratissima copertina di questo tuo nuovo disco, che immagino sia ben più di una riuscita immagine fotografica.

Il nuovo disco è dedicato a mio padre Salvatore, che ho perso due anni fa. Era un commerciante di generi alimentari ed ha passato un'intera vita di duro lavoro tra uffici, camion, carrelli elevatori e pallet. I pallet in copertina, appesi alla parete alle mie spalle, sono dunque un omaggio al suo lavoro e rappresentano le radici da cui partire, per trovare la propria strada. Ho voluto simbolicamente dipingerli con i colori della mia creatività artistica, riscattando la sua vita fin troppo convenzionale. E, staccandomi da quella parete, ho preso la mia strada verso la chitarra, ossia la musica. In generale i colori della copertina rappresentano anche la mia reazione vitale (che musicalmente, nel disco, sfocia nel rock) alle tante amarezze vissute, di cui queste canzoni sono molto intrise.

Poiché hai parlato di amarezze, vorrei affrontare il titolo del disco che è anche quello della canzone in cui duetti con Neri Marcorè. Quanto pesa sentirsi sempre messi all'angolo? Oppure è quasi meglio tanto da cantare "quasi quasi ci ripenso e torno qui nell'angolo"?

Non essere capiti, o addirittura risultare totalmente invisibili, credo sia una pena per chiunque svolga un lavoro creativo che presupponga l'urgenza di comunicare con gli altri. Le canzoni all'angolo sono quelle dei tanti artisti di nicchia, a volte di estrema qualità (e non certo solo nella musica), di cui questo Paese spesso abbonda, ma cui non sempre la sorte offre poi una chance concreta per emergere. Finisce così con lo schiacciarli ancora di più nel loro piccolo cantuccio, scoraggiandoli, fino a spezzar loro le ali e costringerli a sparire. Questo può accadere in ogni campo delle attività umane, non solo nel campo artistico.  E' anche vero che, se si riuscisse a considerare "l'angolo" in modo diverso, ossia con meno frustrazione e con più amore per la riservatezza o per il basso profilo (concetti quasi inconcepibili, oggi), forse se ne potrebbe riscoprire un aspetto interessante, decisamente controcorrente rispetto a tempi così egocentrici e caotici, in cui tutti aspirano ingenuamente al viavai del centro piazza.

Com'è nata l'idea di cantare questo brano a due voci l'altra, come detto, quella di Neri Marcorè?

Avevo incrociato fugacemente Neri nel 2007, mentre suonavo in un locale romano di San Lorenzo: una stretta di mano e via. Nient'altro. L'ho rivisto a cena alcuni anni dopo e ho scoperto (con stupore) che mi stimava: aveva nel suo cellulare le canzoni del mio primo disco "Asincrono". Ho avvertito molta empatia reciproca, oltre che gusti musicali simili (Gaber su tutti). Così ho preso coraggio e ho pensato di proporgli il brano "Canzoni all'angolo": il suo garbo e la sua discrezione caratteriale, seppur di un artista ormai famoso e popolare, mi parevano sposarsi bene col concetto di "angolo" e di rapporti tra fama e invisibilità. O quanto meno, mi pareva potessero risultare argomenti a lui molto comprensibili, per sensibilità e visione del mondo. Così è stato e ne sono felicissimo. Anche perché Neri, dopo aver ascoltato tutto il disco in studio, ne ha amato profondamente ogni brano, abbracciandomi alla fine dell'ascolto di ogni traccia.

Luigi Mariano con Neri Marcorè

Quello con Neri non è l'unico duetto presente nel disco, un altro duetto molto divertente anche per l'ironia che pervade l'intero brano, dal titolo "L'ottimista triste", è quello con Mino De Santis. Vorrei che mi parlassi del brano e di lui, a più forse sconosciuto ma personaggio di grande talento.

Conosco Mino appena dall'estate del 2012, ma sembriamo amici d'infanzia. C'è una corrispondenza emotiva fraterna, che ci ha portato con facilità a scrivere assieme "L'ottimista triste", sebbene Mino (da cavallo di razza e battitore libero) vesta abbastanza di rado i panni del coautore. L'idea musicale del brano è mia, nonché la psicologia del personaggio (sfigato ma ottimista) e il titolo. Ho presentato a lui un mio testo che mi convinceva poco e gli ho chiesto di metterci mano. Il personaggio è rimasto identico, ma fa cose completamente diverse dal mio testo precedente. E inoltre è più simpatico e accattivante. Mino De Santis è un miracolo e un tesoro inestimabile, non solo per il Salento. La sua poesia, profondissima e popolare, ironica e geniale, è patrimonio dell'umanità. I suoi bozzetti della vita di provincia, con le piccole ipocrisie di paese, ma anche con la bellezza dei ricordi e della terra, rimandano a un Salento più antico e romantico, fatto di dignitosa semplicità, che in certe sacche resiste ancora ma che purtroppo si sta perdendo. Per simili artisti come Mino, non sarà mai la lingua dialettale l'ostacolo per la loro diffusione, anche a livello nazionale: il talento straripa e la poesia si fa strada ovunque.

Dev'essere che artista valido attira artista valido se, in un altro tra i brani più interessanti e allo stesso tempo ironici del disco ti sei trovato a condividere il brano "Fa bene fa male" con uno tra i musicisti più sensibili del panorama italiano, ossia Simone Cristicchi. Com'è nata questa intelligente canzone e come mai hai pensato di condividerla con Simone?

Ci siamo conosciuti in un locale romano di San Lorenzo nell'estate del 2003, in cui suonavamo entrambi, e abbiamo scoperto d'avere molto in comune, soprattutto l'amore per il teatro civile e per la canzone d'autore del passato. Gli regalai tutti i monologhi di Gaber, che non conosceva: lo folgorarono. Lui ricambiò donandomi la videocassetta (forse non esistevano ancora, in giro, i DVD!) di "Vajont", l'indimenticabile spettacolo di Marco Paolini. L'amicizia è stata immediata, insomma. L'ho incoraggiato in tutto il suo percorso, fino alla vittoria di Sanremo, e certo io non mi sono meravigliato della sua decisa svolta teatrale, sulla scia dei suoi maestri Paolini, Celestini o Mario Perrotta: fin dall'inizio era attratto da quel mondo. Tanti anni fa mi regalò un monologo-sfogo, scritto da lui e recitato da un suo amico attore, che si chiamava "La musica dei supermercati": era un elenco di nomi dell'attualità, un po' critico, snoccciolati da un recitato incalzante e parossistico. Quando ho scritto "Fa bene fa male", nel novembre 2015, ho subito pensato a lui, perché anche la mia canzone conteneva un elenco-sfogo, tra Rino Gaetano e Remo Remotti. Simone ha accettato subito: "La faccio!", mi ha risposto. Ed è stato di parola.

Luigi Mariano con Simone Cristicchi

Dentro questo tuo nuovo progetto trova dimora "Come orbite che cambiano", una dolcissima canzone dedicata apertamente a Stephen Hawking e alla sua prima moglie Jane. Che toccanti i versi finali "Mettimi gli occhiali portami i giornali come tanto tempo fa" ... com’è nata questa canzone?

La scintilla è arrivata da un film che mi ha toccato il cuore, "La teoria del tutto", con l'interpretazione magistrale di Eddie Redmayne, premio Oscar miglior attore protagonista, nei panni appunto dell'astrofisico Stephen Hawking. Di Hawking avevo sentito parlare per la prima volta vent'anni fa da un mio coinquilino abruzzese che studiava Fisica e che mi aveva passato alcuni suoi libri molto divulgativi sullo spazio. Mi sono ritrovato al cinema, nel gennaio 2015, e ho capito che sullo schermo andavano in scena la nascita e poi la fine di una grande storia d'amore, in cui la malattia dello scienziato era diventata una gabbia asfittica e mortale, sia per lui sia per sua moglie. E la decisione di Hawking di lasciare Jane, che tanto aveva fatto per lui, era in realtà un grande atto d'amore: un modo per liberarla. Queste dinamiche dolorose mi hanno fatto pensare alla fine di una mia storia d'amore del passato, molto importante. E ho capito che, così come successe per "Edoardo", potevo utilizzare anche stavolta la storia di qualcun altro per parlare di me in modo sincero e forte. La musica al piano già c'era da qualche mese e aspettava l'ispirazione giusta: ho solo dovuto scrivere il testo su quei binari musicali.

Luigi Mariano

C'è una canzone in questo disco che mi ha subito affascinato sia per l'intelligenza con cui è stata scritta sia per la veste musicale che le è stata cucita, mi riferisco a "Scambio di persona". Come t'è venuta l'idea? Ogni scambio di persona è una fuga dalle proprie responsabilità? Vuol dire questo il verso "diventiamo dei serpenti a ogni scambio"?

Esattamente. Ho pensato a Erri De Luca e a come, per difendere una semplice idea, sarebbe stato disposto a finire persino in galera. Ho pensato che uno come lui fosse una vera eccezione italica. E che invece, per la maggior parte, esistesse tanta vigliaccheria in giro. Ecco, volevo raccontare questa vigliaccheria infantile e creare un personaggio "opposto" a Erri De Luca: ossia uno che, pur di salvarsi, avrebbe rinunciato del tutto alle sue idee. Il brano è un rock blues energico e abbastanza classico, che cerca di fare appunto a pezzi uno dei difetti peggiori degli italiani: il non volersi mai assumere le proprie responsabilità. Partendo dalla precisa volontà di scrivere un brano sul tema, ho fatto venir fuori una vicenda dai contorni surreali ed estremi, con finale a sorpresa, in cui cercavo contrappassi punitivi all’estrema meschinità e negatività del personaggio.

A volte, uno le responsabilità le fugge per meschinità, a volte, invece, uno la vita cerca di viverla a pieno, mettendoci tutto se stesso però non è detto che si usi le "armi" giuste. In "Mille bombe atomiche", il brano che apre il disco, al protagonista che si guarda allo specchio fai dire "E con le bombe una ferita non la puoi richiudere". E' sempre così difficile essere a posto con la propria coscienza?

Per chi ha un alto senso dell'etica e dell'onestà intellettuale, sì: è difficile. Si cerca sempre il pelo nell'uovo per criticare se stessi. Se quest'atteggiamento sconfina verso l'ossessione, credo sia un difetto grave e vada limato e corretto. Se invece è vissuto solo come generica "tendenza" a far bene, credo di preferirlo agli atteggiamenti sbarazzini e spregiudicati del personaggio di "Scambio di persona". Penso che ciò che conta sia essere veri. Quando lo si è, anche i "grilli parlanti interiori" arrivano ad azzittirsi. Ammetto che questo è ciò che è accaduto totalmente con questo disco: ho davvero pochissimo da rimproverarmi, perché è semplicemente la mia fotografia di questi ultimi quattro anni. Qualsiasi cosa diversa sarebbe stata una forzatura poco sincera. E anche il brano d'apertura, "Mille bombe atomiche", rappresenta al massimo questo denudarmi: è stata scritta mentre mio padre era in fin di vita e rappresenta tutta la rabbia malinconica e le esplosioni intime ed emotive che sentivo nello stomaco, avvolto dalla consapevolezza che non sarei riuscito a salvarlo. Questo mi rendeva fuori di me. Allo specchio non riuscivo più a riconoscermi, ma anche in quella rabbia, che mi aveva alterato lineamenti e comportamenti, a guardarci bene c'ero io: con la mia verità e difficoltà di quel momento.


In questo tuo nuovo lavoro credo ci siano versi folgoranti, tra questi quelli che chiudono la delicatissima canzone "Quello che non serve più": "Avrò provato a far entrare tutto il mare in un secchiello finché tutto era possibile ma poi ho capito che era solo un grande abbaglio e ho cominciato a vivere". Di una bellezza disarmante ... me ne parli?

Citi uno dei brani più personali e spudoratamente sinceri del disco. La canzone nasce dal ricordo del carattere di mio padre e di ciò che mi ripeteva: "Non buttare mai nulla, perché può sempre servire". La sua generazione era nata da genitori (i miei e i nostri nonni) che arrivavano dalla guerra, da tante privazioni. La necessità di risparmiare e dare valore a ogni piccola cosa li aveva indotti a insegnare ai figli come utilizzare al meglio anche i materiali di scarto, per reinventarsi ogni giorno oggetti utili, magari da costruire con le proprie mani da qualcos'altro. Mio padre era il primo di otto figli e su di lui certo la trasmissione di un'eredità ideale era stata più diretta e ossessiva. Perciò mio padre non buttava mai via le cose. Dopo la sua morte, per esempio, ho scoperto nel suo ufficio pile di vecchi giornali e tantissimi altri oggettini, accumulati senza un motivo apparente, se non (credo) il legame con un qualche ricordo. Metteva sempre da parte mio padre, in qualche angolo: anche cose inutilizzabili o in apparenza inutili. Per imitazione, sono stato come lui per molto tempo. Quante cose inutili conserviamo nel nostro hard disk, per esempio? Ho compreso poi negli anni, divenendo adulto, che invece bisogna avere il coraggio di rinnovarsi, di cestinare e di smettere di raccontarsi la favoletta del "tutto può sempre servire". Smettere insomma di obbligare il nostro infinito "mare intimo" a restare stretto in un secchiello. Valiamo di più. E abbiamo più possibilità. Lo si può capire staccandoci dalla paura di perdere per strada pezzi del nostro passato e aprendoci al nuovo. Via le zavorre: si può davvero rinascere.

Se sei d’accordo abbandonerei questo viaggio a zig zag tra le tracce del disco, anche per lasciare ai lettori il piacere di scoprire il resto (tra cui anche una cover in italiano di “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen). Chiuderei l’intervista con una notizia fresca fresca, la vittoria con "Canzoni all'angolo" del Premio Lunezia DOC 2016, uno dei premi più importanti nell’ambito della canzone d’autore. Magari questo riconoscimento non riuscirà a far uscire queste tue nuove canzoni dall’angolo però …


Il "Premio Lunezia" ricevuto dal mio disco è giunto all'improvviso, in modo inatteso e non cercato: sarà questo forse uno dei motivi del mio genuino entusiasmo alla notizia (oltre che per il prestigio del premio). È un orgoglio poter dividere un simile riconoscimento con tutti coloro che ci hanno speso tempo, cuore, energie e anche soldi per realizzare l'obiettivo comune e dar vita a "Canzoni all'angolo". Se il disco avrà fortuna o meno, e o se uscirà dall'angolo per raggiungere il centro piazza, io non lo so. Sarebbe bello che viaggiasse per conto suo: è un desiderio comune tra i bravi genitori, nei confronti dei figli. Quindi auguro al disco di viaggiare tanto e di farsi conoscere e apprezzare in giro. Da parte mia, e da padre riservato, dico che restare un po' all'angolo a osservare da lontano la crescita di un figlio, in fondo, non mi dispiacerebbe.




domenica, aprile 06, 2014

Recensione CD "Sempre avanti" di Giacomo Lariccia

di Fabio Antonelli

Non so se il migrare all’estero sia condizione, sine qua non, per trovare, musicalmente parlando, un proprio spazio vitale, ma l’esperienza vissuta dal giovane Giacomo Lariccia sembra quasi avvalorarne la tesi.

Romano d’origine, a un certo punto decide di percorrere in autostop le autostrade d’Europa e, chitarra in spalla, giunge a Bruxelles, città di cui s’innamora. Lì si diploma in chitarra jazz e pubblica il suo primo disco da jazzista (Spellbound/Label Travers). Poi nel 2011, dopo alcuni anni passati a suonare in festival in giro per il mondo, scopre l’importanza della parola e allora decide di iniziare a scrivere canzoni di cui sia autore di musica e di parole, pubblicando così, con l’aiuto di una cordata di amici Colpo di sole. In Italia il disco si aggiudica premi prestigiosi e le finali del Premio Tenco (nella categoria Migliore Opera Prima) e del Premio De Andrè.

Non male, si potrebbe dire, come esordio.

E' però della sua opera seconda Sempre avanti che si sta per scrivere e si sa che, se con il disco d’esordio l’effetto sorpresa ha il suo peso, confermarsi poi a buoni livelli non sempre è cosa facile.

Beh, dopo aver ascoltato questa sua nuova fatica, direi che Giacomo conferma quanto di buono aveva mostrato nel suo primo lavoro, anzi forse si coglie maggiore maturità e direi nessuna pecca d’ingenuità.

E’ un disco che si lascia ascoltare con piacere sin dal primo ascolto ma precisiamo subito, non è segno di banalità, è solo per dire che non è uno di quei dischi che per farseli piacere necessitano di ripetuti ascolti per poi lasciarsi sfuggire ancora dei se e dei ma.

Eppure, momenti d’impegno civile e denuncia sociale non mancano assolutamente, basta ascoltare il blocco centrale di canzoni tutte dedicate alla vita durissima degli emigranti italiani in Belgio, spesso impegnati nel durissimo lavoro nelle miniere di carbone.

Canzoni come ad esempio Sessanta sacchi di carbone, che si apre con il respiro di un minatore che sta entrando in miniera, dando così il senso angosciante dell’immergersi nelle viscere della terra e che narra di quando un uomo non valeva per legge che sessanta sacchi di carbone, di quando alcuni negozi esponevano cartelli con scritto “Interdit aux chiens et aux italiens”, tempi in cui ai minatori, per cercare di rimediare ai danni provocati loro dalla polvere di carbone, era consigliato di bere latte e cospargersi di burro.  

Lo stesso Belgio, o meglio la città di Bruxelles, è però cantata con grande affetto in Bruxelles, dolce canzone dedicata alla città “che è di tutti e di nessuno” in cui ha comunque imparato a vivere e convivere, nonostante “l’indifferenza della gente” che “poco sopporta tutta questa umanità”.

E’, però forse l’ironia a dare una vera sferzata in positivo a questo disco, come quella che si respira a pieni polmoni in La fine del mondo, un brano che è un mini tour fra i sette peccati capitali, con un'esilarante finale barzelletta in cui Giacomo immagina l’arrivo della fine del mondo per l’ex premier Berlusconi, il quale a un certo punto chiede “Posso telefonare? A Mubarak davvero … Giuro sono sincero”.

La stessa ironia, unita a una certa dose di sarcasmo, la troviamo nella rappeggiante Piuttosto in cui è preso di mira l’uso errato dell’avverbio “piuttosto”, che nel gergo soprattutto della Milano bene è oramai inutilizzato nel suo significato originale di preferibilmente.

C’è in fondo ironia anche in Il primo capello bianco, che racconta l’avvisaglia allo specchio del primo capello bianco e che forse, in un mondo dove sempre più contano bellezza ed eterna giovinezza, può sembrare paradossalmente il preambolo di un’imminente tragedia.

Divertente e più che mai ironico anche il trascinante mambo conclusivo Mambo della gonna di Marilyn Monroe, quasi un divertissement in cui però la critica al mondo circostante non manca “Se scrivessi una canzone potrei anche andare a Sanremo, io pensavo al gran successo di un bel ritornello scemo, tipo: Mambo della gonna di Marilyn Monroe”.

Beh, direi che in questo nuovo disco Giacomo ha saputo dosare sapientemente ingredienti principali e spezie, anche a livello musicale e vi è un equilibrio quasi perfetto tra la canzone più marcatamente impegnata, categoria cui farei rientrare anche le canzoni Bella è la vita e A chi e quella magari più venata d’intelligente ironia come, ad esempio, la title-track Sempre avanti.

In tal senso, mi verrebbe di paragonare questo giovane artista, per intelligenza e sensibilità, artista a Simone Cristicchi.



Artista: Giacomo Lariccia
Titolo album: Sempre avanti
Etichetta: Autoprodotto
Distributore:

Produzione artistica: Marco Locurcio
Anno di uscita: 2014

Durata totale: 41:32

Elenco tracce:                                   
01. Sempre avanti
02. La fine del mondo
03. Bella è la vita
04. Piuttosto
05. Il primo capello bianco
06. A chi
07. Dallo zolfo al carbone
08. La miniera
09. Sessanta sacchi di carbone
10. Bruxelles
11. Sotto terra
12. Due fratelli in un bosco
13. Mambo della gonna di Marilyn Monroe

Brani migliori:
La fine del mondo
Sessanta sacchi di carbone
A chi

Musicisti e Ospiti:
Giacomo Lariccia: voce, chitarra acustica, weissenborn, chitarra resofonica
Marco Locurcio: chitarre elettriche, chitarre acustiche, basso, contrabbasso, violoncello, tastiere, percussioni, cori
Fabio Locurcio: batteria, percussioni
Mathieu Maron: fisarmonica, Fender Rhodes (4, 7), pianoforte (13)
Jean-Paul Estievenart: tromba
Nicolas Kummert: sax
Pucio Diaz: voce (13)
Jennifer Scavuzzo: cori
Raphael Debacker: Fender Rhodes (5)

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