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domenica, marzo 24, 2024

Gerardo Pozzi – Ricordati di te, un invito a chi si sente o si è sentito emarginato, non visto, non voluto, non desiderato.

di Fabio Antonelli

Il 17 marzo ha visto la luce "Ricordati di te" (2024, autoproduzione) il quarto disco in tredici anni dal suo esordio con “Sconosciuti e imperfetti” (2011, autoproduzione) di Gerardo Pozzi, cantautore bergamasco da sempre molto schivo nel far conoscere le proprie creazioni musicali, spesso gelosamente custodite nel cassetto. Ne consegue che, quando finalmente si decide a pubblicare qualcosa, è perché davvero vale la pena mettersi tranquilli a sedere e ascoltare con attenzione le sue canzoni.

Partirei come mia consuetudine dalla copertina del tuo nuovo disco Ricordati di te. Non si tratta di una fotografia ma di un disegno, una semplice spirale su un fondo verde, verde come la speranza. La spirale è un antico simbolo universale di amore e crescita e, per chi ti conosce, credo non sia così tanto enigmatico ma la naturale rappresentazione del tuo modo di intendere l'esistenza, purché non si perda mai di vista se stessi, proprio come suggerisce il titolo, quasi un avviso per non perdersi. È così o è solo una mia farneticazione?

Come sempre mi vedi e mi percepisci in profondità. La spirale, simbolo di amore e di crescita come dici giustamente tu, è anche simbolo dell'infinito, della vita che era prima, è ora e sarà avanti, anche "oltre" secondo me. E in tutto questo mistero ci siamo noi, magnificamente imperfetti, a fare parte di questa cosa incredibile. Le canzoni le ho scritte durante il lock-down, e mi sono accorto solo dopo che molte parlavano d'amore, di vita e di morte, quasi che il mio corpo (o una parte di me) sapesse a cosa sarei andato incontro quasi tre anni dopo, affrontando il tumore. Non so mai cosa io voglia dire, con una canzone, perché raramente nasce da un ragionamento. Il più delle volte (se togli Sergej, che vuole esprimere un concetto e una riflessione precisa) è qualcosa di pancia, che esce da qualche parte di profondo che ciascuno di noi ha. Per questo mi capita di dare una locazione solo tempo dopo ad alcune cose che mi escono. Però sia il simbolo che il verde (speranza, sì, assolutamente!) è in strettissima unione con il non dimenticarci di noi stessi. Sento più forte che mai, in questi tempi, il distacco delle persone da loro stesse, la mancanza di auto-consapevolezza: questo può sfociare nel narcisismo più dissoluto ma anche nel suo contrario, nel dimenticarci della nostra dignità e lasciarci calpestare da persone o situazioni che invece non avrebbero, altrimenti, alcun potere. È un invito soprattutto a chi si sente o si è sentito emarginato, non visto, non voluto, non desiderato: ricordati di te, ricordati che esisti, che davvero sei importante per tante persone, anche per lo sconosciuto che saluti al supermercato. Senza il tuo saluto, magari la giornata di quello sconosciuto sarebbe stata peggiore. In questo, sono certo, siamo tutti legati.


Il disco si apre con Addapassà, un brano molto intimo, perché affronta il momento in cui ci si abbandona totalmente al sonno ristoratore, in cui la ragione perde il controllo diretto delle nostre emozioni, dove affiorano immagini a volte incomprensibili "Spiragli dalle finestre / facevano presagire / tre visite indiscrete / di demoni invidiosi senza ragione", forse frutto delle nostre paure. Personalmente, forse per la mia particolare situazione di salute, sogno spesso di essere in ospedale per un improvviso peggioramento, ma credo tu abbia ragione quando concludi con i versi "Scendo dal letto ogni giorno / la gioia cercala dentro e guardala fuori". Come diceva il grande Eduardo "adda passà a nuttata", da cui credo tu abbia tratto ispirazione per il titolo. Si può dire che questo brano rappresenti il punto di partenza di questo percorso di rinascita?

Parlare con te, Fabio, è un piacere enorme perché davvero mi sento, come ti dicevo, molto compreso. Sì, il titolo è preso dall'espressione "Adda passà 'a nuttata", per dire che se teniamo duro, se ci colleghiamo con la nostra tenacia, poi il nostro resistere ci ripaga di luce e stupore. Questa canzone è l'unica che è stata scritta non durante il periodo covid, ma moltissimi anni prima. Ero davvero molto giovane quando l'ho scritta, e neanche me la ricordavo, assolutamente. I miei "provini" all'epoca li registravo su un registratorino portatile che mi avevano regalato, con delle audiocassette, che oggi difficilmente si riescono ad ascoltare. Recentemente, strimpellando al pianoforte, chissà quale giro ha fatto la mia mente, la mia memoria, ma mi è ricomparsa in un lampo questa canzone, persino parte del testo (le prime due strofe). La musica mi è uscita dalle dita esattamente com'era quando l'avevo composta da ragazzo. Pensa tu, i giochi della memoria. È stato invece un bene che non ricordassi le parole delle due strofe successive, così ho potuto finire la canzone con quel che avevo davanti agli occhi e nel cuore: un piccolo dipinto di origine orientale, dove un Buddha colorato di verde medita, tenendosi il polso con una mano (certamente deve avere un significato, come tipico di ogni arte pittorica) e il cranio di plastica su cui ho studiato anatomia, con colori diversi per ogni osso che compone il cranio. Da qui sono ritornato alla sensazione di fatica del prendere sonno, a quel mistero che è la notte ed è il sogno, e poi la considerazione che comunque ogni giorno ci alziamo ed affrontiamo i nostri demoni. E che la gioia sì, certo, va cercata dentro di noi, ma un grandissimo aiuto (fondamentale direi) ci arriva anche e soprattutto dagli altri, dai rapporti umani, così come da un fiore o dallo scodinzolare affettuoso di un cane.

Affrontiamo dunque Sergej, la canzone apparentemente più leggera e scherzosa dell'intero disco, almeno nella costruzione musicale ma che, in realtà è tra le più profonde, proprio come quel mare che inghiotte tutto, cui accenni nel verso finale, quella domanda che non può lasciarci indifferenti "Ma chi che ha figlio in fondo al mare?". Sergej rappresenta ogni straniero denigrato e sfruttato nello stesso tempo e mette in luce tutta la nostra ipocrisia nell'affrontare il problema immigrazione. Io la trovo meravigliosa nella sua semplicità, nel metterci dinanzi le nostre meschinità. Com'è nata?

Sergej è nata per caso, ed è l'unica delle mie canzoni che ha avuto un parto molto lungo. Diversi anni fa, una cara amica aveva in affido un ragazzino della Bielorussia, che passava tutte le estati da lei. Era un bimbo vivace, e una volta, parlandomi di lui, nell'intercalare disse: "E' Sergej..." e aggiunse qualcosa che lo riguardava. Il modo in cui ha pronunciato “è Sergej” è stato come un fulmine: ho pensato subito "posso giocare col nome Sergej e col suono equivocante che può dare il pronunciarlo, scrivendo una canzone che parli di tutte le situazioni di discriminazione e di emarginazione ". Essendo però una cosa pensata e non di pancia, l'ho lasciata decantare per anni. A volte provavo qualcosa al piano ma non mi veniva nulla. Non volevo forzare la cosa ed ho aspettato che venisse lei. Giochicchiando col pianoforte, un giorno mi è venuto da iniziare con un omaggio alla canzone Johnny Bassotto cantata da Bruno Lauzi, e da lì ho proseguito citando tutti i luoghi comuni tipici che si usano contro le persone discriminate, chiunque esse siano. E in due minuti è nato questo pezzo. Mi piacerebbe fosse un faro per tutti quelli che si sono sentiti messi da parte, non visti, denigrati. Una delle più belle canzoni a riguardo credo resti Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano. Avevo paura che Sergej venisse mal interpretata, ma finora invece è stata molto compresa, e sono davvero contento di questo. Molto aiuta il non essere conosciuti, perché allo stato attuale, se un artista famoso cantasse canzoni del genere rischierebbe il linciaggio da "entrambi i lati" dell'estremismo. Oggi sembra che il non perdono ed il giudizio totalitario a prescindere siano le uniche forme di espressione, e questo mi rende davvero molto triste.


Con Anna Göldi, invece, affronti alla tua maniera un tema attualissimo come quello dei femminicidi partendo da un fatto storico risalente al 13 giugno 1782, giorno in cui Anna Göldi, ultima donna in Europa ad essere accusata di stregoneria, fu ghigliottinata a Glarona in Svizzera. La canzone si apre con questi versi "Sono passati quasi 226 anni dalla tua testa mozzata. / Dicono che gli Svizzeri sono precisi come gli orologi: mi sembra una cazzata" e si chiude con questa amarissima constatazione "Mi spiace dirtelo, e tanto più con una canzone pensata sul divano. / Ma la tua morte, le torture ignobili, la testa ruzzolata... / È stato tutto vano. È stato tutto invano". Cosa ci sta in mezzo, che è forse ancora peggio visto che siamo nel 2024? Lo lascio dire a te e alla tua sensibilità.

In mezzo c'è ancora tanto, tantissimo. Da qualche anno giro con uno spettacolo, fortemente voluto dalla mia amica Erica Boschiero (bravissima cantautrice) e costruito insieme al Coro Auser di Treviso (dell'Università della Terza Età) composto da sole donne. Lo spettacolo racconta la storia della posizione e del ruolo della donna, circa da inizio XX secolo sino ad oggi. La cosa pazzesca è che questo spettacolo si basa su documenti e fatti realmente accaduti, e quelli che narrano gli anni '60 sono stati vissuti direttamente da molte delle coriste. Non so dare una spiegazione e non ho alcuna risposta, in merito alla questione della violenza contro le donne, solo una profondissima e inquieta amarezza. Se però ci si concentra anche sulle religioni, che mostrano la storia della cultura di un popolo e/o di una zona del mondo, non ce n'è una che non abbia un'impronta patriarcale (come si usa dire oggi). Forse invidia? Timore? Perché questa necessità "maschile" di sottomettere la donna? Attenzione però: di una certa parte maschile, voglio specificarlo, di qualcuno che ha avuto ed ha potere decisionale. Non è un costrutto di ogni uomo. Le generalizzazioni mi fanno sempre paura. La violenza è umana, non ha genere né confini geografici. Ma quella contro le donne è palese, da sempre. La storia di Anna Göldi ci insegna che dietro un assassinio di questo tipo c'è sempre qualcuno di potente che deve nascondere qualcosa. Nel caso di Anna, il suo ultimo "datore di lavoro", che nonostante sposato e con figlie (di cui proprio Anna si occupava) si era invaghito di lei e non voleva che questa cosa trapelasse, durante il falso processo insistette sino ad ottenere un documento in cui lui specificava (a che pro?) che mai e poi mai aveva avuto una relazione con Anna. E la cosa che più mi ha sorpreso, della vita e della morte di Anna Göldi, è la sua riabilitazione sommessa solo dopo ben 226 anni dal suo omicidio. Oggi sembra che i femminicidi siano in aumento, ma è soltanto perché c'è finalmente in atto una sorta di ribellione (dico finalmente, ma purtroppo le conseguenze sono quelle che sappiamo). Ai tempi delle mie nonne, i mariti picchiavano le mogli, le mettevano incinta con dieci, undici figli, stavano sempre fuori casa, andavano con altre donne, rientravano ubriachi e venivano serviti e riveriti dalle loro mogli-schiave. Nessuna si ribellava, e ai mariti non "conveniva" ucciderle. È una terribile espressione, lo so, ma è così. Oggi, se l'oggetto di "tua proprietà" (perché è questo che si crede) si ribella, se il giocattolo non vuole più funzionare con te, lo rompi o lo butti. Non so da dove arrivi tutto questo, ma è un fatto che esiste. Ribadisco: la violenza c'è in tutti. Io stesso ho subìto uno stalking violento molti anni fa, da parte di una donna squilibrata. Ma questi sono casi singoli, psichiatrie personali. La liceità di avere la proprietà su un altro essere umano, e nel caso specifico sulla donna che accompagna la nostra vita, è invece inammissibile, per me. Spero che la società, la politica, la sociologia e la psicologia possano migliorare le cose, in un futuro che però non sia troppo tardivo.


La successiva Caso mai trovo sia meravigliosa, sin dal suo incipit. Sembra svilupparsi su tre piani, il passato con i ricordi "Il senatùr voleva fare il cantante", il presente con tristi visioni come "Il senatùr si è dato ormai alla macchia, con il suo tripode allontana le zanzare / Mi sembra un vecchio raccoglitore di cotone / Con la chitarra che suona all'imbrunire / La sedia a dondolo che dondola per tutti / Come bilancia, soppesa le stature" ed uno sguardo allucinato verso il futuro "Se un giorno tutto sarà poi mai finito / ci troveremo tutti quanti nelle piazze / come fratelli a sventolar bandiere. / I più spavaldi ne avranno a due colori: / un lato rosse e l'altro lato nere". Anche nel caso di una eventuale rinascita non mancheranno mai i furbi... In che momento è stata scritta e cosa vorresti aggiungere per una migliore interpretazione?

Casomai è un esempio di come (mal)funziona la mia mente… Sono tutte impressioni, sensazioni, immagini che sono confluite in un’unica canzone, che comunque è politica, di base. Era il tempo del covid, e dall'iniziale situazione del "siete i nostri eroi!" riferito al personale medico e paramedico, si stava iniziando a passare al "ci volete ammazzare tutti!". Non era ancora ben chiaro il passaggio, ma lo era per me. A volte capita che, se osservi attentamente la società ed i tempi, il futuro ti si presenti molto chiaro, e così purtroppo è andata. Come nel finale della canzone, prevedevo che la nostra memoria corta (di cui Ennio Flaiano ben ci istruiva) ci avrebbe fatto scordare tutte le bassezze toccate in quel periodo, da qualsiasi lato estremistico fossero arrivate. Leggo ora questa canzone (come ti dicevo, scrivendo di pancia e di getto, certe cose mi si chiariscono solo tempo dopo) come una associazione di idee sui paradossi di noi esseri umani. La mia testa è partita col ricordo di quando il fondatore della Lega voleva fare il cantante, ma essendo stato scartato ha virato verso la politica, che a sua volta gli ha voltato le spalle non appena ammalato. Cosa c'è dietro tutto questo bisogno di arrivare, a prescindere da cosa siamo nella realtà, tanto che se non divento famoso in una cosa voglio diventarlo in qualsiasi altra? Che mancanze ci sono, in situazioni come queste? E come si fa a vivere in una realtà come quella della politica di chi ci governa, fatta di così tanta ipocrisia e distacco emozionale e relazionale? Poi i miei pensieri sono andati a chi aveva il terrore del covid, poi verso coloro che denigravano chi ne aveva paura, poi ho pensato al lato positivo del blocco di ogni lavoro: erano diminuiti/scomparsi anche certi delitti, certi regolamenti di conti, visto che i bar erano chiusi e nessun motociclista col casco e col mitra poteva ammazzare nessuno. Poi ho appunto immaginato che alla fine avremmo (come forse è giusto?) dimenticato tutto quanto, saremmo ancora scesi nelle piazze "amandoci" tutti quanti, e tra i tanti, molti avrebbero nascosto -come spesso- i due lati della politica, per poter salire in ogni caso sul carro del vincitore. È un po' una fotografia di certe caratteristiche di noi italiani. In fondo, critico o provoco solo se non comprendo gli atteggiamenti di chi amo. E le persone, nonostante ne abbia una paura infame, sono la cosa più preziosa nella mia vita. Con l'espressione "...politica di chi ci governa" intendo tutta la politica, non un partito o una posizione. Ho l'impressione (senza rischiare di diventare generalista) che molti di quelli che aspirano ad arrivare così in alto abbiano questo come obiettivo, non il bene degli italiani. Lo stesso vale per ogni ambito dove esista una gerarchia e si debba "scalare" per arrivare alla vetta. Questo scalare comporta quasi sempre lo schiacciare, l'eliminare chi ti era vicino sino a poco prima. Che personalità devi avere, per farti piacere un mondo così?

Passiamo a Sciabola. Musicalmente ha un andamento continuamente mutevole, come mutevole è il paesaggio per chi è abituato a muoversi in bicicletta, magari non con il passamontagna come il protagonista, ma "Di solito è così, col passamontagna, che la sera / vanno in giro i pazzi". Il testo narra di un incontro tra il "pazzo" in bicicletta e una donna che deve averlo sentito arrivare e per questo è uscita in strada, c'è un saluto quasi urlato da parte di lui e il "terrore" sul volto di lei. Il protagonista prosegue imperterrito "oltre il fosso / a bestemmiarmi addosso". Sembra di essere dentro un thriller. Quanto ti senti incompreso, considerato un pazzo e, perché hai intitolato questa canzone Sciabola?

Mi sono sentito molto incompreso, in passato, a causa della storia che ho avuto e dell'ambiente in cui sono cresciuto. Oggi meno, oggi cerco di volermi un poco di bene (me lo devo imporre però) e allora mi sento anche un po' meno incompreso. Artisticamente mi piacerebbe che questo fragile mondo che ho dentro arrivasse un po' di più, ma capisco che sia difficile, anche perché il mio modo di esprimermi non è che sia proprio orecchiabile o estetico... Rispetto alla canzone, è nata da un fatto grottesco che ho vissuto in prima persona, del quale sono fautore in tutto e per tutto. Devi sapere che nelle zone dove abito io, il saluto è più raro della moltiplicazione dei pani e dei pesci. A me hanno insegnato a salutare chiunque incontri, ancor più se sconosciuti, è un bel modo per augurare salute (salutare è proprio questo, etimologicamente parlando), ma nelle mie zone se saluti qualcuno che non ti conosce, quello o ti guarda con superiorità, o con preoccupazione, del tipo "Cosa vorrà questo, da me? Di certo vuole rubarmi qualcosa!". Quella sera in cui sono uscito in bici, conciato come non so cosa, e per il freddo avevo anche un passamontagna, ho incontrato l'unica persona che avrebbe anche risposto al mio saluto, ma immaginati questa signora anziana che esce di casa, si trova davanti uno in bici tutto imbacuccato, col passamontagna e in più (ti giuro!) che sta parlando da solo a voce alta. In realtà stavo ripetendo "Andare camminare lavorare" di Piero Ciampi, ma senza cantarla (per la signora sarebbe stato molto meno pauroso, credo); stavo ripetendo il testo a voce, ad alta voce per giunta, per darmi un ritmo nella pedalata, fa un po' tu... La signora si è ritrovata davanti uno come me, ed io (che ero in imbarazzo per stare parlando da solo ad alta voce col testo di Ciampi) l'ho salutata con ancora più enfasi, per mascherare il mio imbarazzo. La signora ha pure risposto al mio saluto (cosa, come ti dicevo, rara, qui) ma lo ha fatto con un volto terrorizzato, è come se avesse risposto "buonasera" con la voce, ma gli occhi chiedevano "pietà! non mi ammazzi!"... Poverina, l'unica persona gentile l'ho spaventata a morte. Non poteva che nascere una canzone, e così al mio rientro a casa è nata Sciabola, il cui titolo ricorda il momento veloce con cui è successo tutto. Per esteso, i momenti di invisibile incomprensione che abbiamo così spesso tra noi esseri umani...

Personalmente la successiva canzone Dov'è finito l'amore del mondo è di una bellezza lacerante, non c'è volta in cui io l'ascolti e riesca a non piangere, la triste melodia che affonda i colpi nel cuore si fonde con dei versi che da una parte sottolineano un incredibile desiderio di amore "Sono venuto a cercarti anche in chiesa, amore mio / Sono venuto anche in chiesa ma non mi ha aperto nessuno", dall'altra descrivono momenti di apparente assenza totale dell'amore "C'eran camini che fumavano di carne mai vissuta / e quest'aria assassina e muta noi la respiriamo ancora". Immagini tragiche che però non ci hanno insegnato nulla. Direi quasi rassegnati i versi finali "Se ti sei nascosto, Amore Mio, lo sai che ti ho capito?". Non voglio aggiungere altro, per me è poesia allo stato puro...

Ti ringrazio tanto, Fabio. Grazie per quel che mi scrivi e per come lo scrivi. C'è qualcosa che anima questo mondo, queste nostre vite. Che lo si chiami Dio, Energia o in qualunque altro modo. Io credo semplicemente sia l'Amore. E noi, nonostante tutte le discrepanze, i paradossi, le oscenità di cui siamo capaci, e forse anche per tutte queste cose, ci siamo dentro, in questa sorta di amore infinito che muove l'universo. Ne facciamo parte, ne siamo parte. È anche in noi. Se l'abbiamo perduto, è in noi che lo possiamo ritrovare. In noi e nei rapporti con gli altri esseri umani, con la natura, con gli animali e tutto ciò che fa parte di questo mistero. Una delle cose più belle che ho letto è che "Uno è Tutto e Tutto è Uno". Potessimo ricordarcelo più spesso...


Se l'Amore a volte sembra davvero difficile da riscontrare, il male no, quello lo si incrocia quasi quotidianamente, anche se a volte si maschera molto bene. Battiato cantava che "Il diavolo è mancino, e subdolo. E suona il violino". Tu, in Fangù, pur dicendo di voler credere al bene lo vedi nella gente che "si fa furba e sorridente / mentre con la terza mano lei ti sfila piano piano / tutto il cuore che ti invidia...". Per fortuna, però, la maturità ti ha portato a concludere la canzone così "Ora posso anche scordarti. / Io non voglio più vederti... E adesso posso!". Posso non coincide con riesco, quante volte capita di farsi fregare comunque dal male. In fondo, sin dal titolo, la canzone sembra essere più un'esortazione... È così?

Sì, è così. Ci si trova sommersi tra lo stupore di fin dove possano arrivare certe azioni della gente, ed il cercare a tutti i costi di voler comprenderne gli eventuali significati reconditi, che però spesso, semplicemente, non ci sono. Qualcuno definiva l'invidia una evidente manifestazione di inferiorità. Paolo Villaggio sosteneva che l'invidia era un sentimento umano, e per tanto appartenente a tutti, e su questo è impossibile non essere d'accordo. Ma ci sono invidie e invidie. Un conto è voler avere quella bella caratteristica di qualcuno che ammiri, un conto è volere che questa persona fallisca per poter gioire del suo dolore. Purtroppo, ci sono persone così irrisolte che si sentono vive solo quando vedono gli altri a terra. A mio avviso è sempre una questione di disturbi della personalità, ma ad ogni modo si manifestano con questa umana ferocia. A un certo punto però, l'attaccamento a quella persona o situazione o dolore può (e deve) anche andarsene. Dove, lo dice tra le righe il titolo della canzone...

Pienamente d'accordo. Eccoci arrivati ad Actarus, dolcissima canzone sospesa tra la nostalgia di un passato irrecuperabile "Actarus nel cielo si spiaccica sul muro / Nella stanza dei miei sogni non vola più nessuno / Ci sono solo fari e sirene sempre accese / che puntano negli occhi illusioni mai sospese" e il desiderio mai sopito di ricevere amore "Le cime delle cime han profili profanati / sono cinquant'anni e imploro ancora amore". Ë proprio vero che il passare degli anni non affievolisce mai il desiderio di amore e, chi è più sensibile di altri credo ne soffra maggiormente la mancanza, vero?

Vero. La fame e la sete di amore, di affetti, credo che non finisca mai. Se poi non ti sono arrivati quando ne avevi bisogno (quando eravamo bimbi, fragili e senza protezioni), allora questa fame e sete atavica ti accompagnerà finché vivi. E difficilmente qualcosa potrà colmarla. È un fatto che rasenta l'incomprensibile, ma fatto rimane. Una solitudine interiore difficilmente spiegabile. L'essere umano è una dicotomia tra il bisogno d'amore e la sua stessa paura. Di amare e di essere amato. E magari la vita vola alla velocità di uno starnuto e ti accorgi a cinquant'anni che questo bisogno è ancora vivo. Però se ti guardi intorno, non dico in te stesso (non tutti riescono) ma anche solo intorno, e ti permetti di accettarlo, di amore ce n'è davvero tanto. Nei gesti piccoli, in un sorriso, un saluto, una frase che diamo per scontata ma scontata non è: l'amore c'è. L'amore vive.

Siamo in dirittura d'arrivo, perché La vita va, intercalata dalla brevissima Ricordati di te (quasi un appunto, ma di vitale importanza), prima di una dolcissima ripresa del ritornello da parte delle tue figlie, rappresenta direi la chiusura del cerchio. La vedo quasi come una cantilena consolatoria, un antidoto da cantare nei momenti di debolezza in cui si rischia di ricadere nei soliti errori. "La vita va, è una candela / ci soffia sopra un vento di infelicità / La vita va, traballa sempre / ma lei è testarda, forse non si spegnerà" recita il ritornello, intercalato dalla constatazione di un male interiore che ti trascini da sempre, con la consapevolezza però, di voler finalmente cambiare e il disco, con la ripresa del ritornello da parte delle tue figlie, che rappresentano ovviamente il futuro, non poteva desiderare miglior finale, non credi?

È esattamente così. La vita corre veloce, fragile e zoppicante, ci porteremo per sempre dentro di noi le conseguenze di mancanze, di presenze, di ferite a freddo, senza anestetico. Eppure, così come siamo, esattamente così come siamo, possiamo chiudere con una certa parte della nostra storia (che non vuole dire che non abbia più effetti su di noi, ma che possiamo conviverci pienamente e con senso) e ricominciare. Nasciamo e rinasciamo in continuazione. E ogni volta è una speranza in più. E i bimbi, e tutti quelli che verranno dopo di noi, continueranno molto più e molto meglio di noi. Ho letto dell'esistenza di una tribù dove, quando uno compie un errore, viene messo al centro di un cerchio di persone, e a turno queste persone gli dicono tutte le bellezze che ha, tutte le ricchezze, i pregi, le caratteristiche positive e uniche. Che bellezza poterlo fare anche noi. Con gli altri ma anche e soprattutto con noi stessi (in questo caso gli altri sarebbero una conseguenza naturale). Perciò sì, guardiamo con amore a questi meravigliosi bimbi che sono il futuro e il presente. E ricordiamoci di noi!

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mercoledì, febbraio 07, 2024

Gina Fabiani – Coraggio! Un incredibile viaggio dentro sé, fuori da ogni logica commerciale

di Fabio Antonelli

Nel lontano 2008 la cantautrice casertana Gina Fabiani pubblicò l’album “Segreto” (2008 – Il Popolo del Blues / Materiali sonori) vincendo il Premio Ciampi 2008 come Migliore album d’esordio e il Premio Ciampi 2009 per la migliore cover di Piero Ciampi e, sempre nel 2009, arrivando tra i finalisti per la Targa Tenco Miglior album d’esordio. Per vedere però uscire un suo nuovo album si è dovuto aspettare il 2023 quando, finalmente, ha visto la luce “Coraggio!”. Un titolo profetico…



Comincerei dalla copertina del disco, una splendida foto che ritrae il tuo viso di profilo, con la testa inclinata leggermente indietro e immersa nel buio, come immerse nel buio sono le scritte laterali riportanti il titolo, il tuo nome e, più in piccolo, il cognome (cosa che nel tuo precedente disco Segreto, non compariva, eri solamente Gina), quasi a dire che in questo disco sei proprio tu, non un personaggio, ma tu e la tua vita. Un titolo, invece, che non è semplicemente Coraggio ma Coraggio!, un punto esclamativo che fa la differenza, che trasforma questa espressione in un’esortazione, quasi un auto convincimento.

Sicuramente questo disco, realizzato a cinquant’anni suonati, quasi quindici anni dopo quello d'esordio, doveva essere intimo e personale, almeno nell'intento.

La foto suggerisce l'emersione dopo questo viaggio al centro del mio cuore ed il titolo è, come dici bene tu, un'esortazione; non mi piace l'idea del coraggio come preludio alla lotta, penso invece che debba essere la dotazione base per affrontare la sconfitta e la delusione senza sconti e senza retorica.

Coraggio è anche il titolo della canzone che apre il disco, una canzone di riflessioni sulla propria esistenza che diventano poesia, come quelle foglie che "quando cadono / vogliono semplicemente andar via / non abbandono ma determinazione / di dire addio agli alberi" o quelle onde che "quando s'infrangono vogliono / semplicemente andar via / non abbandono ma determinazione / di dire addio all'oceano". Trovo poi meraviglioso quel recitato, quell'immagine di te che ti inabissi nelle viscere della terra, che contrasta con il tuo desiderio di volare e sognare. Quel verso finale, quasi un’ancora di salvezza, "Quando la notte mi metto a cantare..." mi ha fatto venire in mente un pensiero spesso ripetuto da Pippo Pollina "La musica mi ha salvato la vita e ancora lo farà", è così anche per te?

Coraggio è chiaramente un manifesto: un inno alla solitudine, all'abbandono, alla ricerca di sé, alla volontà di sottrarsi allo sciocco teatrino che può diventare la vita e concedersi di rimestare nelle proprie viscere.

Non credo che la musica mi abbia salvato la vita, sicuramente la musica è un fatto identitario per chi fa questo mestiere ma io non la ritengo una cosa assoluta o sacra; ho altre passioni ed un'indole alla divagazione che mi consente di avere un certo distacco, la mia carriera lo dimostra: mi sono lasciata distrarre dalla vita e mi sono sempre concessa una sana mancanza d'ambizione. Il "mettersi a cantare di notte", finale della canzone, è più un'immagine liberatoria e catartica!



Un ritmo in lento crescendo, dettato dalle percussioni, ci riporta in superficie ed ecco innalzarsi una splendida accorata preghiera laica rivolta al cielo che ci sovrasta "Ladro! Ridammi le stelle che ti ho prestato / quando ero il leone / quando la terra girava leggera / e il mio passo era sicuro / e c'era / tutto un universo di certezze che mi sospingeva / e andavo generosa e fiera come un treno". C'è poi quel "Respiro, respiro, respiro" ripetuto più volte che sembra voler dire "son viva, nonostante tutto, nonostante un tumulto nel petto, son viva". È questo il senso della canzone Preghiera d’aria?

Decisamente sì!

Preghiera d'aria è senz'altro il pezzo che amo di più, non so nemmeno spiegarmi bene il motivo ma credo che sia perché è un po' come percepisco il mio modo di stare al mondo, sempre in bilico tra rabbia e vitalità!

Prendere atto del tempo che passa è doloroso ma dà anche la libertà di farsi finalmente travolgere dalle cose, chiedere indietro al cielo la sicurezza perduta e respirare!

In Eternità l'atmosfera è indubbiamente più pacata, è un soffermarsi ad ammirare ciò che si ha, a godersi l'amore della persona che si ama, con cui si condivide l'esistenza. È come un invito a vivere il presente, ad assaporare gli attimi di felicità che la vita ci regala, come affacciati all'eternità. I versi "Di notte ti sento respirare / mi commuove immaginarti in un sogno di barche / felice come un bambino / mentre a vele spiegate ritorni da me" mi hanno fatto pensare al mito di Ulisse, c'è appunto aria di eternità... È per caso stata scritta in una circostanza particolare?

Ho una modalità di scrittura abbastanza anomala perché la genesi delle mie canzoni può svilupparsi anche nell'arco di più di dieci anni, come nel caso di Eternità.

Di solito mi ispira una sensazione più che un fatto; un momento, appunto, che si dilata nel tempo e questa per me è l'unica possibilità di essere eterni che abbiamo perché tutto cambia e si trasforma e tutto muore ma alcuni squarci di luce ci si riverberano dentro per sempre!



Miseria comincia con quel crepitio della puntina sul disco, sembra quasi provenire da lontano, è di una tenerezza estrema, è un fare i conti con sé stessa, ogni giorno della propria esistenza. Trovo bellissimi questi versi "Che settembre si è seduto / proprio sul 31 agosto / sul mio risveglio stonato / una domenica mattina / una barca gigante che ha fallito l'approdo / è la mia naufraga faccia / è l'abitudine al tempo". Straziano il cuore. Ma credo ci sia comunque voglia di futuro in quel finale "Ma vado avanti / per la miseria che mi porto dietro" o sbaglio?

La tua domanda mi consente di dire che senza Stefano Ciuffi, arrangiatore e produttore del disco, coautore di alcuni dei pezzi (tra cui Miseria) e musicista e polistrumentista incredibile che ha suonato praticamente l'intero disco, Coraggio! non esisterebbe!

Ha immaginato un mondo sonoro che permettesse alle mie canzoni di galleggiare e vibrare.

Miseria in particolare non era facile dato il chiaro rischio di melodrammaticità che già dal titolo viene evocata.

Poi diciamo che fare i conti con me stessa - ormai è chiaro - era l'unica cosa che veramente mi interessava fare in questo disco!

Arriviamo così ad Amara, canzone in forma di blues, un blues che sa di piantagioni di cotone, che evoca sofferenza, forse quella di un futuro che a volte sembra irraggiungibile "O sortilegio o malasorte / che la fortuna ha braccia troppo corte… / …ggiando un po' di futuro / tra oggi e domani c'è il solito muro", forse per colpa dell'amore sempre così troppo poco comprensibile "L'amore è raro ed attento / e lo capisco a stento", ma anche qui sembra in fondo esserci la possibilità di una risalita "Io tocco il fondo / tu tocchi il fondo / è la guerra dei fondi tu affondi / Io invece vado su / Io invece vado su”. Questa risalita la vedi una possibilità offerta dalla vita stessa o più una tua volontà?

Amara è un gioco: mi sono in fondo sempre sentita più una cantante di blues che una cantautrice così come mi sento più una sopravvivente che una resiliente! In generale, negli anni, ho sviluppato una forma d'irritazione nei confronti di questa tendenza a idealizzare sé stessi e le proprie "miserie"; siamo - anche e spesso - ridicoli, piccoli, disorientati, inadeguati ma siamo anche resistenti, a volte nostro malgrado!

Di Tienimi non voglio dire nulla se non che è una splendida canzone d'amore. Aggiungo solo che a chiunque sia dedicata questa canzone, quei sentimi, tienimi, arrenditi, guardami, fermami, vorrei tanto che ognuno li rivolgesse al proprio amato/a, perché vogliono dire affidarsi all'altro, in un coinvolgimento totale o, almeno, io l'ho percepita così. Ma lascio a te la parola.

L'ho scritta per il mio compagno e sì, c'è poco da dire se non che è la "mia" canzone d'amore!

Personalmente amo tantissimo Precipitando, trovo questo brano una summa di questo tuo intero percorso di immersione dentro il tuo cuore e, sembra, che alla fine tu "faccia pace" con te stessa, o così almeno mi sembra di cogliere da questi versi finali "Guardo questo mare di macerie / sorrido e mi preparo ad atterrare / guardo questo mare di macerie / è la mia disfatta / è la terra matta dove si spezzano i piedi / guardo questo mare di macerie / e queste mani piccole che non sono ali / ma che mai riuscirebbero a scavarmi la fossa" con quella lunga, liberatoria, risata finale o, forse no, come sembra suggerire quella voce che sembra arrivare da lontano "Se sapessi come fare a restare senza farmi male...". Non tutto è concluso?

Eh sì, gli ultimi due pezzi di Coraggio! sono un modo per chiudere il cerchio e continuare; abbiamo cercato di inserire in ogni canzone degli elementi che allargassero la percezione e la spostassero su piani meno puliti e meno chiari ma, forse, più evocativi e in Precipitando questo intento si disvela fino al finale di Amen! I rumori, le scordature, le distorsioni e la "risata" che prende il posto di un'improvvisazione; questi ed altri piccoli autosabotaggi musicali accompagnano una presa di coscienza che passa attraverso il non prendersi troppo sul serio e la confusione, il magma che ricomincia a farti pulsare le vene, nel bene e nel male.



I due brani, Precipitando e Amen, in effetti, sono quasi un unico brano e tutto ha un senso in questo epilogo con emersione dall'inconscio. A questo punto ti chiedo com'è stato tornare a scrivere un album dopo quindici anni da quello d'esordio, personalmente pensavo con dispiacere di averti ormai persa dalle scene musicali. Ed ora?

In realtà non sono tornata a scrivere ma, come ti ho accennato prima, alcuni pezzi hanno avuto una genesi molto lunga, altri sono nati producendo il disco! La voglia di realizzarlo è divenuta prepotente nel 2021 e anche la decisione di farlo con Stefano ha accelerato e definito tutto!

Non sono mai stata particolarmente lineare o produttiva e, sinceramente, ne vado fiera; non sento l'esigenza di definirmi continuamente, mi piace fare cose diverse con la musica ed intorno alla musica ma anche fuori dalla musica anche se non ho mai fatto un lavoro diverso da questo.

Sono molto più brava, per come sono cresciuta e per carattere, a gestire un'anarchica precarietà che l'inserimento disciplinato nel "business" musicale; non mi interessa esserci a tutti i costi o che mi venga riconosciuto qualcosa!

Mi piace produrre cose in cui mi riconosco fuori da ogni logica di marketing e sono felice che Coraggio! sia quel che è.

Il mio futuro è un'incognita assoluta... vedremo!

lunedì, giugno 20, 2016

Fabio Caucino e "I movimenti del gatto”, quell’irrefrenabile voglia di cantare

di Fabio Antonelli



Fabio Caucino, cantautore torinese con alle spalle già tre buoni album oltre ad innumerevoli collaborazioni, è tornato all’opera con un nuovo album intitolato “I movimenti del gatto”, uscito nel maggio del 2016. Un disco che mi ha sorpreso, sin dal primo ascolto, per l’immediatezza e la piacevolezza delle musiche cui però non vengono mai meno testi intelligenti, a tratti ironici, a tratti malinconici, sicuramente mai banali.

E' appena uscito "I movimenti del gatto" il tuo quarto disco e la prima cosa che voglio sottolineare è la semplicità e allo stesso tempo poeticità della copertina del tuo nuovo lavoro, opera di un certo El Gato Diaz, me ne racconti la genesi?

Sveliamo subito l'arcano che mi vede sdoppiato nella persona di Fabio quando compongo e canto e del mio pseudonimo di El Gato Diaz che lavora con la grafica. Ho cercato l'essenziale, una linea continua che si potesse trasformare e lasciare spazio alla pura creatività. Questa traccia che srotola un gomitolo è il filo conduttore di tutto il lavoro di composizione di questo nuovo disco. La semplicità e la leggerezza contengono già molti degli aspetti ancestrali e primari dell'uomo che purtroppo nasconde attraverso le sovrastrutture che si crea e che non riesce più a riconoscere. Ho cercato solo di dipanare questo groviglio.

Beh, credo che ci sia riuscito in pieno, è da molto che non mi capitava di ascoltare un disco e ritrovarmi da subito a canticchiare alcuni ritornelli. Non credi che, a volte, la canzone d'autore si prenda davvero troppo sul serio per cui all'impegno a tutti i costi subentrino anche pesantezza e noia?

Penso che ci siano momenti in cui sia necessario utilizzare una scossa, altri in cui si possano usare modi differenti, apparentemente più leggeri per poter lasciare un segno. Molte volte la pesantezza è data dal fatto che l'artista non è più sincronizzato con la realtà ma si canta addosso. Non dobbiamo mai dimenticare che quello che proponiamo non è per noi ma per chi ascolta. La grande sfida della canzone di qualità oggi è quella di riportare la musica a essere espressione popolare di temi universali che sono sopiti sotto la cenere ma non spenti. Arriviamo ormai da troppi anni in cui la musica ha perso il suo ruolo sociale. La melodia, l'ironia e la leggerezza possono essere dei buoni strumenti per far tornare le persone a pensare in modo critico e a riconoscersi in una comunità.

Cover CD "I movimenti del gatto"

"I movimenti del gatto", oltre che essere il titolo di questo tuo nuovo progetto, è anche il titolo del singolo da cui è nato un video con tue bellissime animazioni. Un brano accattivante, che è come se lo avessi dentro il cuore da sempre ... nasce subito il desiderio di riascoltarlo all'infinito. Forse perché in fondo è il canto di un desiderio universale, che troppo spesso si ha quasi paura di esprimere?

Ti ringrazio perché mi confermi ciò che dicevamo prima. E' stato molto istruttivo per me osservare con attenzione la vita comunitaria dei miei gatti, da cui ho imparato la spontaneità, le contraddizioni, i bisogni e soprattutto la gratuità del gesto. Nella società veloce e individuale di oggi è più complicato esprimere i concetti di gentilezza, di utopia e ascolto che non il contrario. Sono sicuro che tutti li possediamo ma dovremmo scegliere di tornare ad un passo più lento entrando nelle cose dal retro bottega, non accontentandoci delle apparenze della vetrina del negozio.

Già, un po' come accade in "Il paese del sol", uno dei brani musicalmente di più di facile presa, pur trattando in punta di piedi temi molto sensibili, fino all'amara conclusione "Ma io mi sento ancora ... sol, senza un futuro e sempre ... sol, in questo bel paese del Sol".  E' così?

Questa canzone è la storia infelice di un'amara constatazione, dello scollamento totale tra la politica e la società, tra l'ottimismo velato da una finta partecipazione con l'aggravante, da parte del potere, di scaricare sulle fasce più deboli e meno strutturate il peso del loro fallimento. L'indifferenza e la non curanza dei problemi sembrano costruiti ad arte affinché il qualunquismo possa proliferare.

Proseguiamo questo giro itinerante tra i solchi del tuo nuovo disco, c'è una canzone che sembra quasi uscire da una radio americana di tanti anni fa e che fa venir voglia di affrontare sereni, a testa alta, il nuovo giorno. Mi riferisco a "Beautiful Girl", potere dell'amore?

Ci sono delle idee che rimangono latenti e all'improvviso devono uscire. Non so per quanto tempo ho guardato una foto di mia moglie che ho appeso nel mio studio, sopra il pianoforte. Un giorno l'ho osservata meglio, ho messo le mani sul pianoforte e la canzone era già lì. Bisognava solo coglierla ... potere dell'amore.

In questo disco direi che si alternano meravigliosamente stati d'animo fra loro molto distanti, se a un tratto ci imbattiamo nell'ironica e scanzonata, "La ballata della domenica" che a tratti ricorda lo Jannacci per Cochi e Renato, con un accenno finale "andare camminare lavorare" al grande Ciampi, subito dopo si è avvolti nella struggente, nebbiosa malinconia, di "Torino". In Fabio Caucino come convivono questi sentimenti? Alla fine chi ha la spunta?

Quando scrivo un brano, penso prima a cosa dire, soprattutto se ho qualcosa da dire. Poi viene il sentimento. Se ciò che si fa è vero ci sarà sempre un contrasto tra gli stati d'animo. Mentre si vive quello che capita in ogni istante è una contrapposizione. Basta non fare confusione, utilizzare un sentimento per volta, prendersi il tempo giusto per ciò che ci accade, nel bene e nel male. A volte è bello sapersi prendere in giro, portare il paradosso nella normalità per poter ripensare ai nostri difetti; a volte è altrettanto bello commuoversi davanti all'orizzonte della tua città sapendo che quello che vedi non sono solo mattoni e pietre ma la vita stessa di una comunità che evolve.

Prendersi il tempo ... un po' come fa il "vecchio che osserva paziente, pensando al coraggio del tempo, un ragazzo che sale lentamente" in "Il viaggio", il brano che apre l'album. Anche se il protagonista non sembra voler fermarsi ma uscire, andare via, anche sotto il temporale? Il viaggio è la metafora della propria esistenza?

Ci sono delle volte in cui la vita ti offre due possibilità. Io persi mio padre molto giovane e quindi non ho avuto modo di confrontarmi con lui come avrei voluto in età più consapevole. Il destino mi ha fatto incontrare Luciano, un esempio di coerenza, anarchia e onestà che mi ha fatto interrogare molte volte sul senso del nostro approccio alla vita. Questa chance mi ha offerto un secondo padre con cui ho condiviso davvero tante cose e il brano di apertura del disco è un omaggio appassionato a un uomo che non cercava le cause perse ma le cause giuste per le quali valesse la pena battersi. Purtroppo in questo mondo molte volte le due cose coincidono. Ecco perché tutto il disco è dedicato a mio suocero. Questa domanda esistenziale nonostante parta da un esempio personale diventa immediatamente universale e letto da ognuno attraverso le lenti della propria esperienza.




L'amore sotto le sue svariate forme è spesso presente nelle tue canzoni, d'altronde l'amore è parte essenziale della vita di ogni essere umano, c'è una canzone "Un atto d'amore" che ne parla in maniera sublime, attuale e direi universale. Credo che di atti d'amore ce ne sia un gran bisogno, ora più di sempre, non credi?

Un atto d'amore è una canzone che doveva dare un messaggio definitivo, Non è vero che la non scelta sia una delle opzioni. In questo caso avevo bisogno di affermare che l'atto della scelta avviene sempre a monte, poi si trovano le strategie e le regole. Per quanto riguarda il processo d'immigrazione forzata di questi ultimi anni bisogna prima definire se si sta da una parte o dall'altra e poi agire. Questo concetto può essere considerato profondamente cristiano ma anche totalmente laico. E' una questione di visione del mondo. Ed io ho voluto ribadire da che parte sto.

Nel continuo alternarsi di sentimenti che anima questo disco s’innesta anche una canzone come "Nevicata nel parco", dall'atmosfera così francese direi, in cui all'inverno del paesaggio sembra corrispondere anche l'inverno del rapporto tra i due protagonisti, così almeno mi suggeriscono i versi "e cadono sulle vite cadono sopra il nostro inverno" e il finale "Ti vedo sparire nel dubbio di un bacio non dato". E' così?

In questa canzone ho esplorato il parallelo che può esistere tra le stagioni e i sentimenti. Argomento già sviscerato abbondantemente se non fosse che il parco di cui parlo è quello che si trova sotto casa mia ed è diventato il set ideale per sentimenti contrastanti. E' lo stesso, ad esempio, che mi ha portato a scrivere la ballata della domenica. Nel caso della canzone che hai citato tutti gli anni durante la prima nevicata stagionale, faccio in piena notte una passeggiata mentre il cielo incontra la terra e tutto assume sembianze sfumate. Questo scenario mi ha dato modo di descrivere una relazione non risolta che almeno una volta nella vita è capitata a tutti.

Per concludere il nostro tour tra le tracce del tuo nuovo disco non ci resta che parlare di "Potessi darti". A volte le canzoni che chiudono un album sembrano essere messe lì solo perché in qualche modo si deve chiudere, non mi sembra certo il caso di questa canzone d'amore, intensissima. Basti dire che la traccia e, quindi anche il disco, si chiude con questi versi "Se potessi sfiorare il tuo viso, lo potessi sfiorare davvero, davanti al fuoco a parlar del futuro, perché nessuno di noi muoia invano”. Mica paglia, come direbbe Antonio Silva, no?

La canzone che chiude il disco è una preghiera, una speranza. E' l'incontro tra due persone che riescono a toccare i loro cuori attraverso una lettera, attraverso la parola scritta. Mi ha sempre intrigato il concetto che si possa fisicamente sfiorare qualcuno attraverso il pensiero. La scelta di inserire questo brano alla fine è stato meditato insieme alla produzione per parecchio tempo. Alla fine ci è sembrata una chiosa coraggiosa in cui ho voluto riaffermare il primato del valore sentimentale nella sua accezione più alta rispetto a qualsiasi pragmatismo comunque giustificato. Come si suol dire ho cercato di chiudere il cerchio. Devo ringraziarti per avere avuto la pazienza di voler entrare nelle pieghe di ciò che di solito passa in fretta come le canzoni. Anche questo vuol dire prendersi il proprio tempo.




giovedì, maggio 30, 2013

Recensione CD "Mezzanota" di Chiara Jerì e Andrea Barsali



Mezzanota è il titolo del nuovo progetto della giovane cantautrice Chiara Jerì che, per l’occasione, si fa accompagnare in questo percorso musicale dal chitarrista Andrea Barsali.

Il contributo di Andrea, però, va ben al di là del semplice accompagnamento musicale con la sua fedele chitarra classica (per altro sempre curatissimo), poiché oltre che essere autore degli arrangiamenti, è anche coproduttore del disco con Chiara, tanto che il disco è firmato da entrambi.

Quale invece il ruolo di Chiera Jerì in questo disco che è stato definito dai due “l’istante in cui l’Intenzione diventa Musica” dove, notate bene, intenzione e musica sono scritte con la maiuscola?

Beh, lei qui presta la sua potente e profondissima voce ad alcuni tra i più bei pezzi della canzone d’autore italiana come La donna cannone di Francesco De Gregori, Canzone seconda di Pippo Pollina, Fino all’ultimo minuto di Piero Ciampi nonché l’inedita Amore mio hai ragione di Maurizio Tollo, già collaboratore di Chiara nel suo disco d’esordio, ma è soprattutto quando si mette a scrivere i testi a uscire a pieno la sua cifra stilistica.

Prendiamo ad esempio Notturno delle parole fuori posto, che si pone non a caso al centro della tracklist. Il brano, ispirato da questi versi “la raganella disidratata sul vetro inaridì / evaporò / bevve il sangue verde / il falco gira, e gli attribuiscono infamie, e arriva l’acqua, come sempre in ritardo” di Fabrizio De Andrè, ha fruttato a Chiara la vittoria nel 2009 al concorso musicale “Un notturno per Faber” organizzato a Genova dalla Fondazione De André e MySpace Italia, segno che anche come autrice di testi è artista capace di lasciare il segno.

Non è però l’unico esempio di buona scrittura presente in questo disco, provate ad ascoltare Innesco e sparo, ispirata a un avvenimento realmente accaduto, l’esecuzione fredda, lenta e atroce di Giannino Losardo, avvenuta nel lontano 1980 e che all’epoca dei fatti, era sindaco di Cetraro, una delle tante pagine buie della Calabria ma in fondo simile ad altre tante brutte storie della nostra povera Italia, proprio come quella raccontata in Malincuore, forse la canzone più bella in assoluto del suo primo disco Mobile Identità e qui inserita come ghost track a fine disco.

Musicalmente parlando, invece, i due si compensano alla perfezione in questo progetto, quanto Andrea con la sua chitarra sa inerpicarsi con i suoi arpeggi fino a raggiungere vette quasi inesplorate così Chiara sa inabissarsi con la propria voce fino a toccare profondità inaccessibili ad altre signore della canzone italiana.

Sentieri e suggestioni che magicamente però diventano univoci quando arrivano al cuore di chi ascolta. Un concetto semplice che il titolo dell’album spiega bene. Chiara e Andrea ci mettono Mezzanota, l’altra  metà è dentro ognuno di noi. Fategli ascoltare questo disco e s’incontreranno…



















Artista: Chiara Jerì e Andrea Barsali
Titolo album: Mezzanota
Etichetta: Autoprodotto

Produzione artistica:

Anno di uscita: 2013

Durata totale: 45:23


Elenco tracce:                                   
01. La ballata della Ginestra
02. La donna cannone
03. Amore mio hai ragione
04. Canzone II
05. Notturno dalle parole scomposte
06. Innesco e sparo
07. A goccia a goccia
08. Fino all’ultimo minuto
09. Vorrei

Brani migliori:
Notturno dalle parole scomposte
Innesco e sparo
Amore mio hai ragione


Musicisti e Ospiti:
Chiara Jerì: voce
Andrea Barsali: chitarra classica


Link:
www.facebook.com/andrea.barsali