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mercoledì, maggio 04, 2016

Con Massimiliano Larocca i Canti Orfici di Dino Campana diventano grandi canzoni

di Fabio Antonelli


Massimiliano Larocca
Sono passati ormai due anni (2014) dalla pubblicazione di “Qualcuno stanotte” un album che, grazie all’incontro di Massimiliano Larocca e la band strumentale dei Sacri Cuori, ha segnato una virata verso il rock da parte del cantautore di Firenze. Durante questi due anni Larocca ha ripreso in mano un vecchio amore mai sopito, quello per la poesia di Dino Campana e, proseguendo la collaborazione con i Sacri Cuori, cui s’è aggiunta la preziosa presenza di Riccardo Tesi, ha pubblicato “Un mistero di sogni avverati – Massimiliano Larocca canta Dino Campana”.

Il tuo amore per Dino Campana è un sentimento che parte da lontano, ricordo di aver sentito un "demo" molto casalingo in cui mettesti in musica un pugno di liriche del poeta, ora hai dato però alla luce "Un mistero di sogni avverati", un disco vero e proprio, anzi un gran bel disco. Perché questo titolo? Si riferisce al tuo rapporto con Dino Campana?

Il lavoro sui versi di Campana, hai ragione tu, è iniziato oltre quindi anni fa in occasione di un laboratorio / spettacolo teatrale per il quale mi fu chiesto di lavorare musicalmente sui versi del poeta di Marradi, ma il mio amore per lui risaliva a molto prima, all'adolescenza addirittura, quando lo scoprii e lo amai in mezzo ad altre figure "decadenti" del rock e della letteratura. Mi colpiva il fatto che ci fosse un poeta mio conterraneo che parlava con grande Visione e grande Lirismo di luoghi e di un mondo che era esattamente quello che mi trovavo accanto a casa. Il titolo è una citazione da una sua poesia misconosciuta "Une femme qui passe", non facente parte dei Canti Orfici, ma che ho inserito nel disco. "Un mistero di sogni avverati" riassume perfettamente la tensione, l'ambiguità, l'elettricità della poesia campaniana. Sospesa tra luce e buio.

Ad aiutare l'ascoltatore a entrare nella poetica di Dino Campana sottolineandone, come hai detto tu, la frammentarietà e l'ambiguità, ma anche una certa visionarietà, ha sicuramente contribuito l'artista Enrico Pantani con le tavole che ha disegnato per questo tuo disco. Un contributo fondamentale direi, non credi?

Conosco Enrico dai tempi dell'Università e già allora ci accomunava l'amore per Campana, oltre a quelli per gli scrittori beat. Ci siamo persi per più di dieci anni, durante i quali lui si era nel frattempo affermato come illustratore, pittore, artista a tutto tondo. Ho subito sentito la vicinanza tra il suo modo così crudo e disincantato a volte eppure così lirico e profondo e la poetica di Campana. Le sue illustrazioni per le poesie scelte per il disco allargano direi notevolmente il respiro e lo spettro di questo progetto. Soprattutto i suoi coloro sono profondamente Campaniani.

Cover CD "Un mistero di sogni avverati - Massimiliano Larocca canta Dino Campana"
Diciamo che per realizzare questo disco, fortemente voluto, come si evince anche dalle tue parole, ti sei avvalso di una bella squadra. Cominciamo da Riccardo Tesi, che non ha bisogno di presentazioni e che credo tu non abbia scelto solo perché toscano come te. Com’è nata questa vostra collaborazione e quanto ha contribuito nel dare questa splendida veste musicale all'intero lavoro?

A Riccardo iniziai a parlare di questo progetto "incompiuto" su Dino Campana già tre anni fa, accennandogli alla mia idea, netta e chiara da subito nella mia testa: ovvero che questo disco dovesse essere la risultante dell'incontro alchemico / sonoro tra il suo mondo e quello dei Sacri Cuori, che lui ancora non conosceva. Con Tesi avevo già collaborato per "La breve estate", disco del 2008 anche se, quei suoni più acustici e cantautorali, li avevo già abbandonati da tempo, però sapevo che da questo incontro sarebbe nato qualcosa di speciale e di nuovo, perché avrei portato sia Tesi sia i Sacri Cuori, fuori dagli ambiti musicali in cui solitamente agiscono. In effetti, Riccardo Tesi che si sente in quest’album, a mio avviso, svela un suo aspetto di musicista / arrangiatore che forse, in Banditaliana, è un po' più sacrificato. Riccardo in questo disco si è rivelato un grande arrangiatore anche in una chiave diversa, più rock e anche indie se vogliamo. Chi l'avrebbe mai detto? È un grande musicista, un melodista fantastico e ha orecchio per il rock molto più di quello che la gente possa pensare.

Riccardo Tesi e Massimiliano Larocca
Riccardo Tesi però non è l'unico ospite di questo importante progetto, sebbene abbia contribuito alle sonorità di questo disco in maniera, direi decisiva. Cito la presenza di Nada, soprattutto perché in questo tuo lavoro la sua voce non è stata utilizzata in veste di cantante, ma di voce recitante in "La sera di fiera", uno dei Canti Orfici più belli, che conobbi attraverso una magistrale interpretazione di Carmelo Bene. Perché lei e perché proprio questo canto?

Aldilà dell'ammirazione sconfinata che ho sempre avuto per Nada, il cui excursus artistico ha pochi eguali in Italia, nell'ultimo anno è nata quest’amicizia e questa collaborazione molto gratificante. Prima abbiamo lavorato assieme a un progetto di laboratori musicali con ragazzi disabili, nel quale è nata "La canzone dell'amore" scritta da noi due assieme ai ragazzi, che poi lei ha utilizzato proprio come brano-chiave del suo nuovo disco. La sua partecipazione al progetto Campana rientra quindi in quest’anno di lavoro a stretto contatto ma, come dici tu, non ho utilizzato e pensato a Nada in quanto lei e in quanto ospite, ho pensato alla sua voce, che è una sorta di entità autonoma, per "La sera di fiera", perché è una poesia molto intima e delicata ma anche molto crudele. C'è la solitudine dei luoghi affollati, ma ci sono anche le stelle e la poesia della notte: chi meglio di Nada poteva restituirci queste immagini e queste impressioni? E’ forse uno dei momenti più emozionanti del disco. Certamente per me.

Quella di Nada non è, però la sola voce recitante presente nel disco, c'è un altro prestigioso ospite che ha donato la sua voce e il suo accento straniero a "Il russo", si tratta del musicista e produttore australiano Hugo Race. Com'è nata l'idea di affidare a lui questo recitato?

L'idea degli ospiti, come detto, non è intesa in senso tradizionale. Race, a suo modo, come Nada, è una "voce" che porta con sé un preciso immaginario e un ampio mondo. Sono voci interiori, quelle di Campana. Cosi le ho intese, come dialoghi tra il poeta e la sua Musa, oppure con le sue Ossessioni. Nello specifico, Hugo di fatto interpreta Il Russo, questa figura drammatica che Campana incontrò in una delle sue numerose degenze psichiatriche e il suo accento straniero rende bene la sensazione di straniamento che è propria del racconto dei Canti Orfici.

Chiuderei il discorso passando alla dimensione live. Ovviamente, credo, non ti sarà possibile avere con te tutti questi preziosi contributi, ricordo per altro la presenza nel disco anche di Cesare Basile oltre ovviamente ai già citati Sacri Cuori, ma penso che queste canzoni siano così belle da poter funzionare alla perfezione anche in dimensione "light". Con che tipo di formazione porterai in giro questo lavoro? Hai già date imminenti da segnalare?

Le canzoni sono strutturalmente semplici ed essenziali, come si conviene alla poetica dei Canti Orfici, ma intorno abbiamo costruito con Tesi e Sacri Cuori molta bella musica che vorremmo proporre al pubblico per com’è stata concepita. Questo per dirti che no, non è prevista una versione light, ma che presenteremo lo spettacolo solo quando ci saranno le condizioni per farlo integralmente. Del resto la storia "dietro" al disco come ti dicevo, è, oltre a quella di Campana e della sua poetica, proprio l'incontro tra Tesi e Sacri Cuori, tra due mondi sonori che mischiandosi hanno creato questo sound che è nel disco che tutti riteniamo molto personale e originale. Non è canzone d'autore, non è folk, non è rock o roots. È Poesia Europea Musicale Colorita, come diceva Campana. Sarebbe un peccato non riproporla per ciò che è.

Allora, cari lettori, tutti presenti all'Unaetrentacinquecirca di Cantù, questa domenica 8 maggio, per la presentazione del disco “Un mistero di sogni avverati – Massimiliano Larocca canta Dino Campana”.






giovedì, ottobre 29, 2015

Premio Tenco 2015 - "Fra la via Aurelia e il West", un’edizione quasi perfetta


di Fabio Antonelli

Sabato 24 ottobre, all’Ariston di Sanremo, s’è conclusa la 39sima edizione del Premio Tenco, che ha segnato il ritorno alla tradizione nel senso che, dopo alcune edizioni in cui, per problemi sostanzialmente economici la rassegna s’era svolta in forma ridotta nel vicino Casinò, si è tornati alla classica formula delle tre serate all’Ariston. Tre serate in cui sono stati consegnati sia i Premi Tenco, quelli assegnati “insindacabilmente” dal Club, come ci ha tenuto ancora una volta a sottolineare lo storico presentatore Antonio Silva, sia le Targhe Tenco, quelle votate da una giuria di circa 230 giornalisti, la più vasta e rappresentativa in Italia in campo musicale.

L’edizione 2015, intitolata “Fra la via Aurelia e il West” è stata dedicata Francesco Guccini, uno dei maestri indiscussi della canzone d’autore italiana che, instancabile, malgrado i suoi settantacinque anni e la non trascurabile mole, ha presenziato a tutte le serate, non trascurando né la mitica Infermeria del Tenco, luogo di scambi culturali e bevute all’insegna dell’amicizia, né quei dopo Tenco svoltisi nel privè del Casinò di Sanremo e in cui gli artisti sono stati chiamati a improvvisare delle jam session.

Francesco Guccini - Foto di Manuel Garibaldi


Quest’anno, ogni artista che è stato invitato al Tenco dal Club, è stato “obbligato” a presentare un proprio omaggio al Maestro e, in proposito, Francesco Guccini quando è salito sul palco alla fine dell’ultima serata per salutare e ringraziare il numerosissimo pubblico, ha ironicamente detto "Queste tre giornate sono state faticosissime. Bravi tutti! Le canzoni mi sono piaciute, sembrava quasi che le avessi scritte io” aggiungendo poi "Io ringrazio tutti, però vorrei dire: sono ancora vivo!".

Veniamo però alle serate, non voglio certo raccontare nel dettaglio tutto quanto accaduto serata per serata, altrimenti non basterebbe certo un articolo, vorrei invece soffermarmi da una parte sugli episodi più emozionanti e toccanti e dall’altra su quelli meno riusciti, le note stonate, poche, di quella che è stata forse la più bella delle edizioni dell’ultimo decennio.

Partiamo dalla prima serata, in cui ci sono state parecchie consegne: la Targa Tenco per la miglior canzone a “Il senso delle cose” a Cristina Donà e Saverio Lanza, la Targa Tenco Opera prima a La Scapigliatura, il duo cremonese dei fratelli Nicolò e Jacopo Bodini, per il disco omonimo; il Premio Tenco all'Operatore Culturale a Guido De Maria, vignettista e cartoonist fra i più apprezzati in Italia e grande amico di Francesco dai tempi (1967-68) della collaborazione nell'ambito del Carosello per gli slogan dell'Amarena Fabbri.

In questa prima serata, apertasi eccezionalmente non con la classica “Lontano lontano” di Luigi Tenco bensì con “Auschwitz” di Guccini, cantata da Vittorio De Scalzi accompagnato per l’occasione da Mauro Pagani e Edmondo Romano, una piacevolissima sorpresa, almeno per il sottoscritto che a dire il vero l’ha sempre un po’ trascurata, è stata l’esibizione di Cristina Donà. E’ stata direi perfetta, sia nell’esecuzione di “Stelle” di Guccini, sia dei propri pezzi, anche quando li ha cantati nell’inusuale contesto, almeno per lei, di soli pianoforte e voce. Tutti brani molto belli, compreso quello che le ha fatto vincere la Targa (ex - equo con il duo Bersani-Pacifico con "Le storie che non conosci”).

Cristina Donà - Foto di Manuel Garibaldi


Devo ammettere che il Premio Tenco, anche in passato, è sempre servito a farmi conoscere artisti pregevolissimi e anche questa volta non s’è smentito.

Un altro artista che ha asciato il segno è stato John De Leo, ex voce dei Quintorigo, qui in veste solista che dotato di una voce straordinariamente duttile e virtuosa, accompagnato da musicisti di grande spessore, ha proposto una personalissima “Il pensionato” di Guccini e alcuni suoi pezzi frutto di un’appassionata e lunga ricerca musicale. Da applausi a scena aperta.

John De Leo - Foto di Manuel Garibaldi


Il momento topico della prima serata è stato sicuramente la presenza di Roberto Vecchioni. Il Professore ha omaggiato il Maestro con una splendida versione di “Bisanzio”, brano in cui il cantautore modenese nel 1981 anticipava il non senso di un mondo dove Oriente e Occidente non si capiscono più. Eseguita da Vecchioni come fosse stata tratta da un libro di poesie, con la musica a fare solo da sottofondo musicale alla lettura del testo ha fatto si che le singole parole, una dietro l’altra, sembrassero uscire da quell’immaginario libro per dare vita a magnifiche immagini. Spettacolare, così come l’esecuzione di alcuni propri cavalli di battaglia, tra cui non poteva mancare in conclusione la sua “Luci a San Siro”.

Roberto Vecchioni - Foto di Manuel Garibaldi


Si parlava prima di note dolenti, beh direi che il duo La Scapigliatura, malgrado fossero freschi di Targa Tenco Opera prima non mi ha certo entusiasmato, con la loro aria da intellettuali barbuti e scapigliati. E’ vero che, come cantavano i Nomadi “chi vi credete che noi siam per i capelli che portiam”, non bisognerebbe mai giudicare dall’aspetto però il loro modo di porsi sia in conferenza stampa sia sul palco, il loro citazionismo, l’aria un po’ snob delle canzoni e l’essersi, di fatto, limitati a cantare e suonare le loro chitarre su delle basi preregistrate, non ha certo deposto a loro favore.

Peggio di loro però è stata l’esibizione di Appino, che s’è presentato sul palco con aria da rock star, ma non è mai riuscito a conquistarsi il pubblico presente, complici ballate dai buoni contenuti ma dall’andamento stanco. A sua parziale discolpa, bisogna ammettere che ha avuto la sfortuna di scontrarsi con un macigno gucciniano come “Eskimo”, da cui ne è uscita una versione tesa, veloce come un treno in corsa, ma assai piatta. Da dimenticare. Anzi già dimenticata.

Direi di passare alla seconda serata, visto che il resto è stato tutto molto apprezzabile, seconda serata che ha visto l’apertura da parte dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo, diretta per lì occasione da Vince Tempera, uno dei musicisti che più ha suonato con Guccini. L’Orchestra ha eseguito tre brani di Guccini tra cui una “Radici” che, grazie alla bravura della cantante ospite Vanessa Tagliabue Yorke, si può azzardare sia stata quasi meglio dell’originale apparsa su disco nel lontano 1972. Il pubblico, più numeroso che nella prima serata, se n’è accorto e ha riservato alla Yorke, a fine esibizione, una lunghissima standing ovation.

Altro artista accolto benissimo e direi meritatamente dal pubblico, è stato il livornese Bobo Rondelli, che ha reso omaggio il Maestro con “L’avvelenata” e che con un equilibrio perfetto tra ironia, leggerezza, profondità di pensiero, ha poi proposto alcuni pezzi dal suo nuovo disco “Carnevali” tra cui “Nara F.“, eseguita pianoforte e voce, dedicata alla madre venuta a mancare non molto tempo fa, con il pubblico in rigoroso silenzio e visibilmente commosso. Bravo, spendendo pochissime parole ha saputo incantare il pubblico.

Bobo Rondelli - Foto di Manuel Garibaldi


La seconda serata ha davvero sfornato ottime prove, compresa la comparsata del comico Leonardo Pieraccioni, grandissimo fan di Guccini, venuto per omaggiare il maestro. Ha eseguito alcuni suoi brevissimi ma affatto stupidi pezzi, per poi tributargli una bella e sentita interpretazione di “Venezia”. Certo c’è voluto un po’ prima che si mettesse a cantare quelle canzoni di poche pretese, come più volte detto dello stesso consapevole autore, ma lo scandalo delle “strisciate” sanremesi, gli ha offerto più di un fianco per parecchie frecciate velenose.

Ci sono state anche le interessanti esibizioni di due bei premi, il Premio Tenco per il migliore artista, assegnato quest’anno alla cantante inglese Jacqui McShee, voce dei Pentangle, un gruppo folk rock inglese con influenze jazz e il Premio “I suoni della canzone” assegnato ad Armando Corsi, uno dei più bravi chitarristi d’autore di sempre, dal passato pieno di prestigiose collaborazioni.

Armando Corsi - Foto di Manuel Garibaldi


La serata s’è poi conclusa con il set di Carmen Consoli che, chitarra elettrica alla mano, ha subito omaggiato Guccini con “Il vecchio e il bambino” con il proprio sempre personalissimo modo di cantare. Ha poi attaccato il distorsore e ha iniziato a cantare tre suoi pezzi “Geisha”, “Lo zio” e “AAA cercasi”, tutti all’insegna della difesa della donna costantemente abusata e sottomessa dall’uomo, in questo coadiuvata da un duo basso e batteria tutto femminile. E’ apparsa dura, violenta come un pugno nello stomaco, ma incredibilmente affascinante.

Carmen Consoli - Foto di Manuel Garibaldi


A deludere, invece, credo sia stata proprio l’esibizione di Mauro Ermanno Giovanardi, premiato con la Targa Tenco più prestigiosa, quella assegnata per il miglior album in assoluto dell’anno. Nulla si può dire in merito alla sua voce, una delle più belle e accattivanti dell’intero panorama italiano, capace come quella di Tognazzi di trasformare anche la ricetta di un risotto in un componimento poetico, però personalmente nutro un po’ di dubbi, per altro non fugati dalla sua esibizione al Tenco, sullo spessore artistico dell’ultima sua fatica discografica “Il mio stile”. Un’opera discutibile proprio per lo stile con cui è stata creata, troppo patinata, perfetta, quasi asettica; è certamente il suo stile ma probabilmente non il mio. Discutibile direi anche il suo omaggio a Guccini con “Dio è morto”, non contesto tanto l’originale mix con “Je t’aime … moi non plus”, anche se non ne capisco il nesso logico, ma lo stile degli arrangiamenti che hanno quasi trasformato la canzone di Guccini in una canzone da night. Mah …

Eccoci giunti all’ultima serata, quella che ha visto l’Ariston gremito come ai vecchi tempi.
Se dovessi parlare delle note stonate, avrei già finito qui, poiché è stata una serata pressoché perfetta, con alcuni punti davvero alti, come ad esempio l’apertura affidata ai Têtes de Bois, vincitori della Targa Tenco interpreti di canzoni non proprie con l'album “Extra” in omaggio a Léo Ferré. Esibizione suggestiva la loro, sia quando hanno tributato a Guccini la “Canzone delle domande consuete”, sia quando hanno affrontato il repertorio di Ferrè, canzoni di forte impatto, pieni di simboli, ondivaghe, a tratti debordanti che però il leader del gruppo, Andrea Satta, ha saputo far sue e tenere sotto controllo.

Andrea Satta - Foto di Manuel Garibaldi


Canzoni forti, sanguigne, legate alla propria terra, eppure altrettanto universali perché hanno come temi lo sfruttamento, le sofferenze, lo strapotere dei ricchi, la corruzione, sono quelle cantate da Cesare Basile, cantautore catanese e vincitore della Targa Tenco per il dialetto, con “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più”, da cui sono state tratte le canzoni eseguite in compagnia dei propri musicisti di sempre. Una garanzia la sua presenza.

Cesare Basile - Foto di Manuel Garibaldi


Come non parlare poi della travolgente esibizione del canadese Bocephus King, che ha prima incantato il pubblico con una magnifica versione in lingua inglese di “Autogrill” di Guccini, così bella da far sembrare la canzone essere nata in quella lingua e che l’autogrill descritto in essa non fosse più quello della nostra pianura padana bensì quello dell'immensa pianura americana. Segno che una canzone, quando è scritta in maniera superba, può funzionare anche oltre confine senza problemi. Poi, dopo l’omaggio a Guccini, Bocephus è tornato ai propri pezzi e con la propria band ha surriscaldato l’Ariston, tanto che a fine esibizione è stato acclamato dal pubblico a tal punto, che il conduttore Silva ha dovuto concedere, cosa rara nella storia del Tenco, un bis. Un vero animale da palcoscenico, così come ha poi scherzosamente sottolineato anche il “tappabuchi “ Paolo Migone (esilarante in tutte e tre le serate) che entrato canticchiando la melodia del brano appena cantato da Bocephus ha detto di lui, scherzando, “quello è una bestia, mettetelo in una gabbia e rispeditelo in Canada”.

Bocephus King - Foto di Manuel Garibaldi


Salire sul palco, dopo un’esibizione così, chitarra e voce sola e portarsi il pubblico dalla propria parte credo sia un’impresa non da tutti, eppure Giovanni Truppi (Premio IMAIE 2015), uscito sul palco quasi nudo (in canottiera a dire il vero) accompagnato dalla propria chitarra elettrica è riuscito nell’intento. Dopo una bella versione di “Gli amici”, il suo bell’omaggio a Guccini, i suoi brani a tratti intimisti, a tratti surreali, a tratti sfrenati, uniti a una tecnica impressionante sia a livello strumentale sia vocale hanno fatto il resto. Da annotarsi.

Questi gli apici di una serata che si è conclusa con una rappresentativa dei musicisti storici di Guccini che hanno tributato al maestro alcuni suoi classici, poi lo stesso Guccini è salito sul palco per ringraziare e salutare.

Francesco Guccini - Foto di Manuel Garibaldi


Non vi poteva essere conclusione più degna.


mercoledì, marzo 13, 2013

Recensione CD "Cesare Basile" di Cesare Basile


Cesare Basile: “Cesare Basile”
Lanciato a bomba contro l’ingiustizia!

di Fabio Antonelli

“Vinni a cantari e cantaturi sugnu
annintuvatu pri tuttu lu regnu
di quantu cantaturi chi ci sunnu
tutti custritti 'nta un pugnu li tegnu
quannu cantu cu tia nun mi cunfunnu
suddu canti cu mia cci ha' aviri 'mpegnu
cantami zoccu voi ca t'arrispunnu
d'amuri, gilusia, spartenza e sdegnu”

Così si apre, dopo una lunga introduzione di chitarra acustica e una fase di transizione costituita da ripetitive e ostinate percussioni intrecciate a ricami di violino, questo nuovo album di Cesare Basile.

E’ chiaramente un’aperta dichiarazione d’intenti cantata con voce tagliente e che non lascia spazio all’immaginazione, s’intuisce da subito che sarà un viaggio tra lacrime e sangue, tra amore e morte, tra padroni e sfruttati, ancora una volta saranno proprio gli afflitti, i veri protagonisti di queste storie. Questi afflitti forse non saranno beati come nel famoso discorso della montagna, ma ne usciranno a testa alta, con lo sguardo fiero rivolto sempre verso la libertà.

Il disco, questa volta, non ha un titolo evocativo ma s’intitola, per una volta, semplicemente “Cesare Basile”, ma non è certo una scelta di ripiego o una mancanza di vena creativa ad aver portato l’artista catanese a questa scelta, si tratta piuttosto il tentativo di rendere ancora più tangibile la piena aderenza tra quanto è cantato e quanto è stato pensato in fase di stesura da Cesare. E’ senza dubbio il “suo” disco per eccellenza, direi il disco "siciliano" di Cesare Basile, non solo per il fatto di aver utilizzato il suo dialetto per la maggior parte delle canzoni, ma perché queste sue canzoni, anche quelle in italiano, sono pregne della sua Sicilia.

Cesare Basile è da un po’ che ha lasciato Milano per seguire l’Arsenale, una libera federazione di musicisti, di arti e di mestieri, che vede nel territorio siciliano un luogo di rinascita febbrile di attività, di pensieri, di scambi culturali tesi a rifuggire ogni tentazione di abbandonare questa terra arsa e impoverita anche culturalmente, cercando invece di farla rinascere partendo proprio dalla cultura intesa, una volta tanto, come risorsa e non come una voce di spesa.

E’ quindi tornato a Catania, diventando protagonista con altri compagni di lotta, dell’occupazione e riapertura di un cantiere che era in abbandono, con l’intento di riqualificare, come luogo di produzione e formazione culturale, una parte dell’area dell’ex Teatro Coppola.

Tutto ciò solo per cercare di inquadrare quest’opera nel suo humus, perché direi che questo disco è come quei vini di qualità che risentono al 100% del terroir da cui nascono.

Lo stile di Basile in questo disco è sempre più scevro da contaminazioni e legami, direi anzi che ormai segue le proprie orme infischiandosene altamente di mode e costumi.

Provate ad ascoltare Parangelia” e ve ne renderete immediatamente conto, la canzone è dedicata a Katerina Gogou, poetessa anarchica greca morta suicida nel 1993 all’età di cinquantatre anni e protagonista nel 1980 del film “The order” (Parangelia) di Pavlos Tassios in cui è ricostruita la vita di Nikos Koemtzis che nel febbraio del 1973 (appena uscito dal carcere dopo aver scontato una pena per furto) si trovava in un locale a bere con il fratello, quando quest'ultimo decise di farsi uno Zeibekiko (una danza dell’Asia Minore che si balla in forma di assolo) come consuetudine, "ordinò" la sua canzone preferita al gruppo di musicisti e si mise a ballare da solo in mezzo al palco. Un tizio che sedeva a un altro tavolo all'improvviso si alzò e (affronto!) cominciò a ballare insieme a lui, al che Nikos Koemtzis impazzì per l'onta subita dal fratello e iniziò ad accoltellare gente: alla fine ne lascerà a terra tre, più altri otto feriti. Le cose per il nostro eroe si misero subito male, soprattutto quando venne fuori che quella era una comitiva di sbirri in borghese, così Koemtzis fu condannato a un totale di tre esecuzioni e sette ergastoli. Mi sono dilungato nel raccontare il contesto, perché rende comprensibile la scelta di percussioni ossessive, chitarre distorte, la voce roca e tagliente, versi affilati più della voce “Ora che il trucco / scorre piano / sul fondo del mio volto / con il muco e il pianto / il sole dentro al brandy / dove non c'è il mare / guarda con calma / le mie unghia / i miei capelli e gli anni / che son sporchi e lunghi / e non m'importa un cazzo / anche se ho paura / ma io / io ballo ancora una richiesta / io ho una richiesta da ballare”. Non vado oltre, ma penso di essere riuscito a rendere l’idea dello spessore di questa canzone.

Non è però l’unica grande canzone, pensate un po’ che la seconda traccia “Canzuni addinucchiata“, narra la storia di una donna costretta in ginocchio per tutta la vita per lavorare, pregare, essere sfruttata e usata sessualmente. Quando, in morte, viene messa nella bara, sarà persino diventata incapace di starci distesa “Dintra o tabbutu o scuru unn'aju abbentu / nunn'aju piaciri a stari stinnicchiata / è a prima vota e ccu mill'ava diri / calatimi nta fossa addinucchiata”. Qui la musica assomiglia a un blues di quelli che gli schiavi neri intonavano nei campi di cotone, che però lentamente sembra crescere come un canto epico a testimoniare un incontro con la morte a testa alta. Direi anche che la storia di sofferenza di questa donna non è certo da meno di quegli schiavi, se poi è possibile “misurare” la sofferenza. 

“Nunzio e la libertà” è un canto dolente che ci parla ancora una volta di lotta per la libertà e in cui italiano e dialetto si alternano sapientemente e dove, forse, ancora una volta è il dialetto ad avere un più forte stampo evocativo “Nun su' càusi li cammisi, / Li sbirrazzi tutti 'mpisi / Tutti 'mpisi li sbirrazzi, / Li piccieri nun su tazzi. / 'E nutara cutiddati, / Li cutedda nun su 'spati. / Nun su' spati li cutedda, / Lu panaru 'unn'è crivedda”.

Splendida, nel suo incedere lamentoso, è “Marilitta carni”, una canzone che cerca di dare voce a quella carne bruciata dal sole cocente e che non può neppure gridare il proprio dolore, sono proprio gli immigrati di oggi provenienti dal nord dell'Africa che hanno sostituito i lavoratori a giornata sfruttati da padroni e caporali, ma la storia non cambia mai, così si chiude, infatti, il canto “Ah, maliritta a carni / ca non ppo fari vuci / maliritta a carni”.

Le percussioni e le chitarre, fanno di “Minni Spartuti” un canto quasi ipnotico, vi si racconta un’altra storia di amore, sottomissione e morte che vede protagonista una donna del popolo, detta Minni Spartuti, che a causa della bellezza e della perfetta divisione dei suoi seni è fatta uccidere dal suo amante patrizio, per il quale la relazione era diventata ormai scomoda e sconveniente. Questi gli ultimi mesti versi “Chianciti giuvini – e surdi e muti, / ora ch'è morta – Minni Spartuti”.

Ancora vagamente ipnotico inizialmente, ma poi più asciutto e duro nel suo svolgersi, il brano successivo “L’orvu” ci racconta di un cieco. Anticamente ai ciechi era affidato il racconto, il cuore delle parole, ma il cieco di cui si racconta qui, non è un uomo nato cieco ma che s’è accecato nel tentativo estremo di raggiungere il cuore delle parole “'N tempu mi fici orvu ppi cuntari / e a vuci ora è sbrizziata gnuni gnuni / chiacchiri arricugghiemu e no paroli / ca di sti chiacchiri semu patruni”.

“Caminanti” è una di quelle canzoni meravigliose di cui bisognerebbe riportare tutto il testo, in cui una delicatissima melodia, ordita da chitarra e pianoforte, è così bella e lucente da rendersi indescrivibile a parole, allora proprio per solleticare la curiosità di chi legge ne riporto solo l’incipit “Uno a uno seguendosi / mai di troppo vicini / dall'asilo dei fili smagliati / per le strade dei sani / come appunti smarriti / di altri capolavori / masticati nell'afa d'Agosto”. Inizio notevole, no?

Non c’è tregua per l’ascoltatore, né per il suo cuore trafitto dalle emozioni, come si fa a non lasciarsi trafiggere dal dolore di cui è intrisa “Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer”, con quelle chitarre elettriche laceranti quanto quei versi Giudice giusto / il loro sangue / è andato fra la gente / lesto e veloce / più del lampo / della scarica / più della mano che / firma la morte / e si nasconde / nelle tue tasche / cercando le / chiavi di casa”. Ispirata liberamente a “Old judge Thayer”, la canzone in cui Woody Guthrie si rivolge al giudice Webster Thayer che condannò alla sedia elettrica Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, è senza dubbio uno dei momenti più toccanti di questo disco.

E’ “Sotto i colpi di mezzi favori” a chiudere il disco, ma non è certamente una di quelle canzoni messe lì a far numero, anzi si inserisce perfettamente in quel continuo crescendo di valore delle ultime tracce, ecco allora che versi come “A guardare dall'alto / non le vedi le schiene spezzate / sotto i colpi di mezzi favori / i signori seduti al caffè / consumare il diritto di pochi / a marchiare le carni / con un ferro di riconoscenza / e una stretta di mano” restano scolpite nella mente, come quella domanda finale non lo vedi dall'alto”, che continua a interrogarci anche quando la musica scompare. Perché quei versi non descrivono con estrema lucidità solo i mali della Sicilia ma dell’intero nostro paese.

Che dire ancora?

Questo è uno di quei dischi che lasciano il segno, Cesare Basile ha messo in campo, ancora una volta, tutto se stesso e qui forse ancora più del solito, non a caso il disco s’intitola “Cesare Basile”, quasi ne fosse la propria carta d’identità e continua a farlo alla sua maniera, restando fortemente legato alle proprie origini, sempre accompagnato dai suoi amati musicisti, senza mai guardare cosa fanno altri, quasi fosse un intrepido treno, una locomotiva che corre “lanciata a bomba contro l’ingiustizia!”, per usare le parole di un altro grande cantautore.














Cesare Basile
Cesare Basile

Urtovox - 2013

Acquistabile nei migliori negozi di dischi o su web

Tracce                                                          
01. Introduzione e sfida
02. Parangelia
03. Canzuni addinucchiata
04. Nunzio e la libertà
05. Maliritta carni
06. Minni Spartuti
07. L’orvu
08. Caminanti
09. Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer
10. Sotto i colpi di mezzi favori

Crediti
Cesare Basile: voce, chitarra, banjo, ukulele
Massimo Ferrarotto: percussioni
Luca Recchia: basso
Rodrigo D'Erasmo: violino
Enrico Gabrielli: fiati
Andrea “Fish” Pesce: pianoforte
Marcello Caudullo: chitarra elettrica
Marco Iacampo: voce
Testi e musiche di Cesare Basile
Tranne "Canzuni Addinucchiata" scritta con Dina Basso
Registrato e missato a Zen Arcade - Catania da Guido Andreani. Settembre 2012
Prodotto da Cesare Basile
Assistente di studio: Sebastiano D'Amico
Tecnico del suono: Guido Andreani
Masterizzato a Elettroformati - Milano da Alessandro Gengi  Di Guglielmo
Artwork e copertina di Monica Saso “Orwell Comunicazione”

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