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martedì, marzo 15, 2016

E improvvisamente … ecco Giua portarci una ventata di buona musica

di Fabio Antonelli

Giua


Maria Pierantoni Giua, in arte semplicemente Giua, è una cantautrice ligure nata si può dire con la chitarra in mano, perché ancora bambina è avviata dai suoi genitori alla musica e ben presto diverrà allieva del chitarrista Armando Corsi e dell'insegnante di canto Anna Sini. Dopo aver vinto alcuni importanti premi musicali tra cui Sanremo Lab, Castrocaro, Lunezia e due album all’attivo (Giua 2007 e TrE 2012), si propone ora al pubblico con “E improvvisamente” (uscito il 26 gennaio 2016), un progetto musicale nato da una collaborazione con Stefano Cabrera, violoncellista e arrangiatore degli Gnu Quartet.

E improvvisamente, a voler giocare con il titolo del tuo nuovo progetto discografico, si potrebbe dire che è arrivato questo tuo terzo disco, dopo quello d’esordio "Giua" e "TrE", scritto in coppia con il grande Armando Corsi. La copertina del disco ti coglie con il viso fotografato di profilo, da cui emerge comunque un bel sorriso. E' un sorriso che nasce dalla soddisfazione di aver realizzato, con "E improvvisamente", tutto quello che ti eri prefissata?

E' il sorriso di chi guarda con gusto e fiducia alle tante cose che mi sono capitate in questi anni, belle, difficili, inaspettate e al futuro, con speranza e voglia di costruire. “E improvvisamente” è una frase da completare, sapendo cogliere per la propria vita il lato positivo di quello che accade, anche quando non siamo pronti o non sarebbe quello che vorremmo.

"E improvvisamente" è anche il titolo della canzone che ha anticipato l'uscita del disco, in cui canti insieme a Zibba, una delle voci più calde e affascinanti che ci siano in Italia. Com’è nata questa canzone? È stata da subito pensata per questo magnifico duetto?

Conosco Zibba da tempo e la sua voce mi ha sempre emozionata, portata lontano. Quando ho scritto questa canzone, ho subito pensato a lui, a quello che avrebbe aggiunto, alla forza che gli avrebbe dato e Zibba mi ha fatto davvero un regalo dicendomi di sì!

Zibba, però, non è l'unico ospite del disco. In "Scivola sud", il cui testo è una poesia di Pier Mario Giovannone, troviamo un'altra splendida voce a giocare con te, quella di Pilar. E’ un vero piacere sentirvi evocare questa calda atmosfera, cui contribuisce anche l'inconfondibile chitarra di Armando Corsi. Anche quella con Pilar è una collaborazione partita da lontano? Ci sono altre voci femminili o maschili con cui in futuro vorresti magari collaborare?

Anche la collaborazione con Pilar nasce da un'amicizia e dal fatto che la sua voce, il suo lirismo, la sua sensualità e la sua ironia, mi sembravano perfette per questa poesia in musica rotolante di Sud, miraggi e Ruchè. Sono molto fortunata ad avere amici così! Una voce femminile che da sempre amo è di Ornella Vanoni, di un disco in particolare, 'Argilla' prodotto da Beppe Quirici e Paolo Fresu, ho sempre sognato di poter cantare con lei. Una voce maschile, invece, è quella di Caetano Veloso, una voce che definirei 'oltre', oltre il tempo oltre il sesso oltre la parola; una voce strumento, suono, una voce che mi piace tantissimo. Si può sognare, desiderare, giusto?

Assolutamente si, anzi credo che sia giusto il desiderio di vedere nel futuro realizzati i propri desideri, a muovere ad esempio le donne protagoniste di "Da lontano" e anche coloro di cui parli in "Tutti vanno via dall'Italia". Due canzoni musicalmente diversissime fra loro ma forse con un comune destino?

Un destino molto diverso in realtà. "Tutti vanno via dall'Italia" parla della così detta "fuga dei cervelli" e di una riflessione che ho fatto e sto facendo sull'opportunità di rimanere in Italia e costruire nuove possibilità per un presente e futuro migliore per tutti. E' anche un invito a unire in questo senso le forze (non è semplice sintetizzare su un argomento così complesso...). "Da lontano” è una canzone che nasce dopo aver conosciuto alcune donne che speravano che venire in Italia fosse l'occasione che cercavano e così non è stato. E' una canzone sulla speranza e sull'amarezza ed è anche una preghiera, affinché certi destini trovino protezione, giustizia, aiuto.

Con destino comune, in realtà, intendevo la risoluzione forzata di abbandonare la propria patria, ma hai fatto bene a sottolineare i diversi intenti delle due canzoni. In questo tuo nuovo progetto c'è, però spazio anche per l'ironia, mi riferisco ad esempio a "Disamore infinito / #taggo voluto bene", canzone che prende il via con toni melodrammatici a descrivere la fine di un amore, per poi ... ma lascio raccontare a te.

...per poi arrivare a scoprire che non ci si può più lasciare come un tempo, perché qualcuno ha inventato i social e quindi non è più così facile tagliare i ponti con l'altro, perdersi di vista, dimenticarsi ... È una canzone ironica nata dalla lettura di un articolo di giornale in cui si parlava appunto di come l'avvento di Facebook, Twitter, ecc., abbia modificato i rapporti tra le persone, le modalità, i tempi. Forse però bisognerebbe riappropriarsi di una realtà un po' meno virtuale.

Lo credo anch'io, la vita reale è un'altra, quella magari anche difficile da affrontare, in cui ci sono padri che "ti mettono nomi / per tutta la vita / ti mettono i piedi / ti fanno la strada / e ti tolgono nomi / per tutta la vita / ti tagliano l'aria", come canti in "L''albero di manghi", una di quelle canzoni in cui gli arrangiamenti di Stefano Cabrera più ti hanno allontanata dai suoni latini cui eri abituata, ma è un bel sentire. Perché hai voluto aprire il disco proprio con questa canzone e com’è stato collaborare con Stefano?

Potrei definire 'L'albero di manghi' una specie di manifesto, del mio modo di scrivere, pensare, vivere e desiderare che una canzone, sia ponte tra me e qualcun altro. Mi sembrava un bel modo di cominciare, anche per la veste sonora che con Stefano abbiamo scelto di dargli e che, come tu stesso dici, prende una strada diversa dal mio disco precedente. Lavorare con Stefano è stato bello, arricchente, facile, mi ha permesso di trovare cose inaspettate, di imparare ed essere libera di cercare cose nuove, mi ha permesso di realizzare idee che avevo e non ero in grado di sviluppare da sola. Sono davvero felice di quello che è venuto fuori da questa collaborazione!

Giua


Un'altra canzone che a me piace molto è "Fragole e vento", l'ultima però di cui vorrei parlare anche per lasciare a chi legge la curiosità di cercare e conoscere il resto del disco. E’ una canzone dove la musica emerge come assoluta protagonista della tua vita, riporto solo un'immagine "la musica aggiunge lo zucchero e il sale". Quanto è importante per te la musica e, oggi come oggi, credi sia ancora possibile vivere di musica?

La musica mi accompagna da sempre. C'è anche quando non suono, canto o scrivo, perché è un modo di pensare, di vivere. Trasformarla poi in un lavoro ha fatto sì che fosse tutto più complesso, ma anche più bello e ogni giorno è buono per crescere, inventare cose nuove e nuovi modi di realizzarle. In generale viviamo un momento in cui è un lusso avere un lavoro, figuriamoci fare la musicista, ma con tenacia, passione e tante idee ci si può ancora riuscire. Lo spero e lo auguro a me e a tutte le persone che fanno questo da sempre.

Ho visto che il tuo disco è entrato, a buon diritto, tra i dischi consigliati nel sito della trasmissione televisiva “Che tempo che fa”, una bella notizia sicuramente non credi? Immagino poi che stia anche allestendo un tour di presentazione, hai già qualche data da segnalare? Concluderei cosi, se dovessi pubblicizzare il tuo progetto discografico che parole useresti?

Sono molto felice di questa segnalazione, è una bella soddisfazione. Certo, sarei ancora più felice se Fazio m’invitasse a cantare una canzone dal vivo nel suo programma, chissà, magari prima o poi! Con Egea stiamo ancora definendo le date del nuovo tour, per cui non posso darvi anticipazioni, ma le vedrete presto sul mio sito www.giua.it e sui social (prima data 17 marzo Teatro dell’Archivolto - Genova). Se dovessi pubblicizzare il mio progetto discografico, direi 'e improvvisamente, un disco e un concerto che ha voglia di andare lontano con chi ha voglia di andare lontano e di avvicinarsi alle cose che sembrano piccole per scoprire che sono molto di più di quello che potevamo immaginare'.

Copertina CD "e improvvisamente"


Sito ufficiale di Giua: http://www.giua.it/
Pagina personale di Giua su Facebook: http://www.facebook.com/maria.giua/
Canale di Giua su Youtube: http://www.youtube.com/user/mariagiua



giovedì, ottobre 29, 2015

Premio Tenco 2015 - "Fra la via Aurelia e il West", un’edizione quasi perfetta


di Fabio Antonelli

Sabato 24 ottobre, all’Ariston di Sanremo, s’è conclusa la 39sima edizione del Premio Tenco, che ha segnato il ritorno alla tradizione nel senso che, dopo alcune edizioni in cui, per problemi sostanzialmente economici la rassegna s’era svolta in forma ridotta nel vicino Casinò, si è tornati alla classica formula delle tre serate all’Ariston. Tre serate in cui sono stati consegnati sia i Premi Tenco, quelli assegnati “insindacabilmente” dal Club, come ci ha tenuto ancora una volta a sottolineare lo storico presentatore Antonio Silva, sia le Targhe Tenco, quelle votate da una giuria di circa 230 giornalisti, la più vasta e rappresentativa in Italia in campo musicale.

L’edizione 2015, intitolata “Fra la via Aurelia e il West” è stata dedicata Francesco Guccini, uno dei maestri indiscussi della canzone d’autore italiana che, instancabile, malgrado i suoi settantacinque anni e la non trascurabile mole, ha presenziato a tutte le serate, non trascurando né la mitica Infermeria del Tenco, luogo di scambi culturali e bevute all’insegna dell’amicizia, né quei dopo Tenco svoltisi nel privè del Casinò di Sanremo e in cui gli artisti sono stati chiamati a improvvisare delle jam session.

Francesco Guccini - Foto di Manuel Garibaldi


Quest’anno, ogni artista che è stato invitato al Tenco dal Club, è stato “obbligato” a presentare un proprio omaggio al Maestro e, in proposito, Francesco Guccini quando è salito sul palco alla fine dell’ultima serata per salutare e ringraziare il numerosissimo pubblico, ha ironicamente detto "Queste tre giornate sono state faticosissime. Bravi tutti! Le canzoni mi sono piaciute, sembrava quasi che le avessi scritte io” aggiungendo poi "Io ringrazio tutti, però vorrei dire: sono ancora vivo!".

Veniamo però alle serate, non voglio certo raccontare nel dettaglio tutto quanto accaduto serata per serata, altrimenti non basterebbe certo un articolo, vorrei invece soffermarmi da una parte sugli episodi più emozionanti e toccanti e dall’altra su quelli meno riusciti, le note stonate, poche, di quella che è stata forse la più bella delle edizioni dell’ultimo decennio.

Partiamo dalla prima serata, in cui ci sono state parecchie consegne: la Targa Tenco per la miglior canzone a “Il senso delle cose” a Cristina Donà e Saverio Lanza, la Targa Tenco Opera prima a La Scapigliatura, il duo cremonese dei fratelli Nicolò e Jacopo Bodini, per il disco omonimo; il Premio Tenco all'Operatore Culturale a Guido De Maria, vignettista e cartoonist fra i più apprezzati in Italia e grande amico di Francesco dai tempi (1967-68) della collaborazione nell'ambito del Carosello per gli slogan dell'Amarena Fabbri.

In questa prima serata, apertasi eccezionalmente non con la classica “Lontano lontano” di Luigi Tenco bensì con “Auschwitz” di Guccini, cantata da Vittorio De Scalzi accompagnato per l’occasione da Mauro Pagani e Edmondo Romano, una piacevolissima sorpresa, almeno per il sottoscritto che a dire il vero l’ha sempre un po’ trascurata, è stata l’esibizione di Cristina Donà. E’ stata direi perfetta, sia nell’esecuzione di “Stelle” di Guccini, sia dei propri pezzi, anche quando li ha cantati nell’inusuale contesto, almeno per lei, di soli pianoforte e voce. Tutti brani molto belli, compreso quello che le ha fatto vincere la Targa (ex - equo con il duo Bersani-Pacifico con "Le storie che non conosci”).

Cristina Donà - Foto di Manuel Garibaldi


Devo ammettere che il Premio Tenco, anche in passato, è sempre servito a farmi conoscere artisti pregevolissimi e anche questa volta non s’è smentito.

Un altro artista che ha asciato il segno è stato John De Leo, ex voce dei Quintorigo, qui in veste solista che dotato di una voce straordinariamente duttile e virtuosa, accompagnato da musicisti di grande spessore, ha proposto una personalissima “Il pensionato” di Guccini e alcuni suoi pezzi frutto di un’appassionata e lunga ricerca musicale. Da applausi a scena aperta.

John De Leo - Foto di Manuel Garibaldi


Il momento topico della prima serata è stato sicuramente la presenza di Roberto Vecchioni. Il Professore ha omaggiato il Maestro con una splendida versione di “Bisanzio”, brano in cui il cantautore modenese nel 1981 anticipava il non senso di un mondo dove Oriente e Occidente non si capiscono più. Eseguita da Vecchioni come fosse stata tratta da un libro di poesie, con la musica a fare solo da sottofondo musicale alla lettura del testo ha fatto si che le singole parole, una dietro l’altra, sembrassero uscire da quell’immaginario libro per dare vita a magnifiche immagini. Spettacolare, così come l’esecuzione di alcuni propri cavalli di battaglia, tra cui non poteva mancare in conclusione la sua “Luci a San Siro”.

Roberto Vecchioni - Foto di Manuel Garibaldi


Si parlava prima di note dolenti, beh direi che il duo La Scapigliatura, malgrado fossero freschi di Targa Tenco Opera prima non mi ha certo entusiasmato, con la loro aria da intellettuali barbuti e scapigliati. E’ vero che, come cantavano i Nomadi “chi vi credete che noi siam per i capelli che portiam”, non bisognerebbe mai giudicare dall’aspetto però il loro modo di porsi sia in conferenza stampa sia sul palco, il loro citazionismo, l’aria un po’ snob delle canzoni e l’essersi, di fatto, limitati a cantare e suonare le loro chitarre su delle basi preregistrate, non ha certo deposto a loro favore.

Peggio di loro però è stata l’esibizione di Appino, che s’è presentato sul palco con aria da rock star, ma non è mai riuscito a conquistarsi il pubblico presente, complici ballate dai buoni contenuti ma dall’andamento stanco. A sua parziale discolpa, bisogna ammettere che ha avuto la sfortuna di scontrarsi con un macigno gucciniano come “Eskimo”, da cui ne è uscita una versione tesa, veloce come un treno in corsa, ma assai piatta. Da dimenticare. Anzi già dimenticata.

Direi di passare alla seconda serata, visto che il resto è stato tutto molto apprezzabile, seconda serata che ha visto l’apertura da parte dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo, diretta per lì occasione da Vince Tempera, uno dei musicisti che più ha suonato con Guccini. L’Orchestra ha eseguito tre brani di Guccini tra cui una “Radici” che, grazie alla bravura della cantante ospite Vanessa Tagliabue Yorke, si può azzardare sia stata quasi meglio dell’originale apparsa su disco nel lontano 1972. Il pubblico, più numeroso che nella prima serata, se n’è accorto e ha riservato alla Yorke, a fine esibizione, una lunghissima standing ovation.

Altro artista accolto benissimo e direi meritatamente dal pubblico, è stato il livornese Bobo Rondelli, che ha reso omaggio il Maestro con “L’avvelenata” e che con un equilibrio perfetto tra ironia, leggerezza, profondità di pensiero, ha poi proposto alcuni pezzi dal suo nuovo disco “Carnevali” tra cui “Nara F.“, eseguita pianoforte e voce, dedicata alla madre venuta a mancare non molto tempo fa, con il pubblico in rigoroso silenzio e visibilmente commosso. Bravo, spendendo pochissime parole ha saputo incantare il pubblico.

Bobo Rondelli - Foto di Manuel Garibaldi


La seconda serata ha davvero sfornato ottime prove, compresa la comparsata del comico Leonardo Pieraccioni, grandissimo fan di Guccini, venuto per omaggiare il maestro. Ha eseguito alcuni suoi brevissimi ma affatto stupidi pezzi, per poi tributargli una bella e sentita interpretazione di “Venezia”. Certo c’è voluto un po’ prima che si mettesse a cantare quelle canzoni di poche pretese, come più volte detto dello stesso consapevole autore, ma lo scandalo delle “strisciate” sanremesi, gli ha offerto più di un fianco per parecchie frecciate velenose.

Ci sono state anche le interessanti esibizioni di due bei premi, il Premio Tenco per il migliore artista, assegnato quest’anno alla cantante inglese Jacqui McShee, voce dei Pentangle, un gruppo folk rock inglese con influenze jazz e il Premio “I suoni della canzone” assegnato ad Armando Corsi, uno dei più bravi chitarristi d’autore di sempre, dal passato pieno di prestigiose collaborazioni.

Armando Corsi - Foto di Manuel Garibaldi


La serata s’è poi conclusa con il set di Carmen Consoli che, chitarra elettrica alla mano, ha subito omaggiato Guccini con “Il vecchio e il bambino” con il proprio sempre personalissimo modo di cantare. Ha poi attaccato il distorsore e ha iniziato a cantare tre suoi pezzi “Geisha”, “Lo zio” e “AAA cercasi”, tutti all’insegna della difesa della donna costantemente abusata e sottomessa dall’uomo, in questo coadiuvata da un duo basso e batteria tutto femminile. E’ apparsa dura, violenta come un pugno nello stomaco, ma incredibilmente affascinante.

Carmen Consoli - Foto di Manuel Garibaldi


A deludere, invece, credo sia stata proprio l’esibizione di Mauro Ermanno Giovanardi, premiato con la Targa Tenco più prestigiosa, quella assegnata per il miglior album in assoluto dell’anno. Nulla si può dire in merito alla sua voce, una delle più belle e accattivanti dell’intero panorama italiano, capace come quella di Tognazzi di trasformare anche la ricetta di un risotto in un componimento poetico, però personalmente nutro un po’ di dubbi, per altro non fugati dalla sua esibizione al Tenco, sullo spessore artistico dell’ultima sua fatica discografica “Il mio stile”. Un’opera discutibile proprio per lo stile con cui è stata creata, troppo patinata, perfetta, quasi asettica; è certamente il suo stile ma probabilmente non il mio. Discutibile direi anche il suo omaggio a Guccini con “Dio è morto”, non contesto tanto l’originale mix con “Je t’aime … moi non plus”, anche se non ne capisco il nesso logico, ma lo stile degli arrangiamenti che hanno quasi trasformato la canzone di Guccini in una canzone da night. Mah …

Eccoci giunti all’ultima serata, quella che ha visto l’Ariston gremito come ai vecchi tempi.
Se dovessi parlare delle note stonate, avrei già finito qui, poiché è stata una serata pressoché perfetta, con alcuni punti davvero alti, come ad esempio l’apertura affidata ai Têtes de Bois, vincitori della Targa Tenco interpreti di canzoni non proprie con l'album “Extra” in omaggio a Léo Ferré. Esibizione suggestiva la loro, sia quando hanno tributato a Guccini la “Canzone delle domande consuete”, sia quando hanno affrontato il repertorio di Ferrè, canzoni di forte impatto, pieni di simboli, ondivaghe, a tratti debordanti che però il leader del gruppo, Andrea Satta, ha saputo far sue e tenere sotto controllo.

Andrea Satta - Foto di Manuel Garibaldi


Canzoni forti, sanguigne, legate alla propria terra, eppure altrettanto universali perché hanno come temi lo sfruttamento, le sofferenze, lo strapotere dei ricchi, la corruzione, sono quelle cantate da Cesare Basile, cantautore catanese e vincitore della Targa Tenco per il dialetto, con “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più”, da cui sono state tratte le canzoni eseguite in compagnia dei propri musicisti di sempre. Una garanzia la sua presenza.

Cesare Basile - Foto di Manuel Garibaldi


Come non parlare poi della travolgente esibizione del canadese Bocephus King, che ha prima incantato il pubblico con una magnifica versione in lingua inglese di “Autogrill” di Guccini, così bella da far sembrare la canzone essere nata in quella lingua e che l’autogrill descritto in essa non fosse più quello della nostra pianura padana bensì quello dell'immensa pianura americana. Segno che una canzone, quando è scritta in maniera superba, può funzionare anche oltre confine senza problemi. Poi, dopo l’omaggio a Guccini, Bocephus è tornato ai propri pezzi e con la propria band ha surriscaldato l’Ariston, tanto che a fine esibizione è stato acclamato dal pubblico a tal punto, che il conduttore Silva ha dovuto concedere, cosa rara nella storia del Tenco, un bis. Un vero animale da palcoscenico, così come ha poi scherzosamente sottolineato anche il “tappabuchi “ Paolo Migone (esilarante in tutte e tre le serate) che entrato canticchiando la melodia del brano appena cantato da Bocephus ha detto di lui, scherzando, “quello è una bestia, mettetelo in una gabbia e rispeditelo in Canada”.

Bocephus King - Foto di Manuel Garibaldi


Salire sul palco, dopo un’esibizione così, chitarra e voce sola e portarsi il pubblico dalla propria parte credo sia un’impresa non da tutti, eppure Giovanni Truppi (Premio IMAIE 2015), uscito sul palco quasi nudo (in canottiera a dire il vero) accompagnato dalla propria chitarra elettrica è riuscito nell’intento. Dopo una bella versione di “Gli amici”, il suo bell’omaggio a Guccini, i suoi brani a tratti intimisti, a tratti surreali, a tratti sfrenati, uniti a una tecnica impressionante sia a livello strumentale sia vocale hanno fatto il resto. Da annotarsi.

Questi gli apici di una serata che si è conclusa con una rappresentativa dei musicisti storici di Guccini che hanno tributato al maestro alcuni suoi classici, poi lo stesso Guccini è salito sul palco per ringraziare e salutare.

Francesco Guccini - Foto di Manuel Garibaldi


Non vi poteva essere conclusione più degna.


mercoledì, marzo 14, 2012

Intervista a Giua e Armando Corsi intorno a “TrE”

di Fabio Antonelli

Se a un matematico dovessi dire che 1+1 è uguale a 3, mi darebbe sicuramente del matto, ma la musica non è la matematica e se allora una brava e giovane cantautrice (nonché pittrice) come Maria Pierantoni Giua (più conosciuta come Giua) e un grandissimo chitarrista come Armando Corsi incrociano i propri percorsi artistici, ecco che dal loro incontro ne esce un valore aggiunto, la musica allora diviene il vero motore di un disco chiamato “TrE”, dal quale emerge tutto il piacere di suonare e giocare insieme di questi due straordinari artisti.
“TrE” è addirittura un doppio album, un primo disco di  quindici brani inediti e un disco con sei splendide cover che costituiscono una babele di lingue e di mondi musicali di grande fascino.
Ecco allora i due protagonisti impegnati in un’intervista in parallelo.



Nome?
Giua - Maria.
Corsi - Armando.
Luogo di nascita?
Giua - Rapallo.
Corsi - Genova.
Professione?
Giua - Cantautrice e pittrice.
Corsi - Musicista.
Come vi siete incontrati?
Giua - Cercavo un maestro di chitarra e sono arrivata alla porta di Armando.
Corsi - Ho incontrato Maria nella mia scuola di musica.
Che ricordi hai della prima volta?
Giua - E' stato emozionante, non sapevo cosa aspettarmi e Armando faceva fuori qualunque cliché.
Corsi - Ho un bel ricordo, mi aveva colpito che Maria scrivesse già canzoni.
Com’è nata l’idea di realizzare questo progetto?
Giua - E' nata dal piacere di suonare con Armando e dalla nostra amicizia: volevo raccogliere in un disco tutti questi anni passati insieme suonando e viaggiando.
Corsi - E' nata dal suonare tanto assieme e suonare vuol dire conoscersi. Vita è musica.
Chi ha scelto il titolo "TrE"? Perché proprio "TrE"?
Giua - L'ho pensato io, una sera mentre andavo a dormire. L'idea è 1+1= 3, l'unione di due persone se è buona dà sempre un frutto. La musica e l'altro sono il 3°.
Corsi - L'ha pensata Maria e mi è piaciuto molto, anch'io penso che 1+1 faccia 3.
Il disco è stato preceduto da un videoclip realizzato per uno dei brani più belli e immediati dell’intero lavoro “Totem e tabù”, il brano è interamente firmato da Giua, sua anche la scelta di partire da lì? Perché? Io trovo rappresenti magnificamente lo spirito del disco? Siete d’accordo?
Giua - Abbiamo scelto insieme di iniziare con questa canzone, anche a partire dall'idea di Giada Messetti di girare il video. Rappresenta bene lo spirito del disco, ironico e sfaccettato, ricco di sfumature e dal sapore latino.
Corsi - Penso che in gran parte presenti lo spirito del disco, anche perché è stato realizzato in un modo particolarissimo, fuori norma: è più difficile togliere che aggiungere per il buon andamento del brano. Questo è un disco ironico e inusuale, come questa canzone, costruita con suoni originali e idee che seguono il nostro modo di sentire la musica.
Che cosa aggiunge di nuovo "TrE" al panorama musicale italiano e non solo? Non solo perché penso che abbia le potenzialità di oltrepassare i nostri angusti confini? E’ questa la motivazione della presenza dei testi tradotti in inglese?
Giua - "TrE" parte dal piacere di far musica e di condividerla, porta questa voglia di incontrare e di proporre. Abbiamo scelto di tradurre i testi in inglese perché vogliamo rivolgerci a più persone. La musica ha la forza di non fermarsi a nessun confine.
Corsi - Fare le traduzioni in inglese vuol dire pensare a un mercato internazionale. Quando si è consapevoli di aver fatto alcune scelte, si va a osare e a toccare sia argomenti letterari sia argomenti musicali non usuali. "TrE" aggiunge ulteriore musica colta.
C’è un brano tra i quindici del primo disco (il secondo raccoglie sei belle cover d’autore) che ritieni irrinunciabile? Se si, perché?
Giua - Irrinunciabile è “come fa una mela”, una canzone di cui ho scritto il testo, la musica è di Armando. Ha una grazia che mi sorprende ed emoziona tutte le volte che la canto.
Corsi - Il brano che ritengo irrinunciabile è “come fa una mela”, di cui ho scritto la musica e Maria il testo; non avrei mai pensato che diventasse una canzone. E' irrinunciabile perché fa parte delle mie corde. Se potessi rifarlo, lo registrerei con la London Simphony Orchestra per una sua ulteriore completezza.
Io credo che un altro brano di facile accesso, adatto a un’eventuale programmazione radiofonica sia “Pop Corn”, com’è nato?
Giua - Ho scritto questa canzone in seguito a un incontro con un discografico: per l'ennesima volta ho capito che la visione consumistica del “cotto e mangiato” che regola il mercato discografico proprio non mi piace! Con Armando ci siamo divertiti a fare una canzone “pop” ironica e sensuale: a buon intenditor poche parole.
Corsi - Io sono ancora innamorato degli anni '80 e Maria a volte, non sempre, mi sembra una donna degli anni '80 come gusto e cultura musicale. Ci siamo divertiti a creare questo brano usando suoni e armonie vintage. Avevo in mente la discoteca di quegli anni; abbiamo unito sensualità e musicalità.
“Pop Corn” è proprio uno di quei brani che musicalmente vede la firma di entrambi, com’è stato scritto, vi siete seduti intorno ad un tavolo?
Giua - A partire da una mia idea, in studio mentre stavamo registrando con Armando, la musica ha preso tutta un'altra piega: il bello di fare le cose insieme è questo, si sa da dove si parte e non si sa mai dove si arriva!
Corsi - Un pezzo così realizzato non nasce mai sedendosi intorno a un tavolo: nasce vivendo certi momenti e delle magie particolari. Capito?
Belli sono anche i brani strumentali presenti nel disco, belli perché non costituiscono per nulla un intermezzo, ma sono pezzi con la stessa valenza di quelli con parole forse persino più evocativi come ad esempio “La culla di giunco”, c’è qualche altra vostra composizione strumentale che avreste voluto inserire e per qualche motivo è rimasta fuori?
Giua - No.
Corsi - No.
Uno dei brani più intensi è senza dubbio “Penelope”, che vede la partecipazione di Jaques Morelembaum al violoncello e Marco Fadda alle molle, mentre Armando ha una volta tanto ceduto le chitarre a Giua, suonando invece il rhodes. Soddisfatti dell’esito?
Giua - Moltissimo!
Corsi - Soddisfattissimo!
Bellissimo anche il vostro duello all’ultimo arpeggio di chitarra nella romantica “La via dell’amore”, brano interamente strumentale firmato da Corsi e che vede ancora la stupenda presenza del violoncello di Jaques Morelenbaum. Chi vince alla fine?
Giua - Non vince nessuno, questo è il bello.
Corsi - Alla fine vince Maria, perché si rivela una brava chitarrista.
Un altro brano che acchiappa sin dal primo ascolto è “Wonderwoman”? C’è qualcosa di autobiografico? Io credo che in fondo Giua sia un po’ wonderwoman, musicista, cantautrice, pittrice? E che dire allora di Armando Corsi, personaggio schivo di carattere, non è forse un superman della chitarra? Che dite a proposito di questi due “supereroi”?
Giua - Wonderwoman? Nasce da “le donne che non devono chiedere mai perché tutto gli è dovuto!”.   Ogni tanto capita di inciampare in questi errori e si finisce per scambiare una pretesa col desiderio. Ecco da dove nasce questa canzone!
Corsi - Con tante primavere come il sottoscritto si potrebbe pensare di essere già arrivati a dei traguardi: qualcuno ha mai pensato che vivere ogni giorno come fosse il primo e l'ultimo possa veramente essere un privilegio?
Abbiamo detto molto del primo disco, il secondo affronta invece sei brani di altri autori, partendo da “Volver” di Carlo Gardel e finendo a “ Beuga bugagna”, una filastrocca genovese musicata da Corsi, passando attraverso un classico della canzone napoletana come “I’te vurria vasà”, tra l’altro con un ospite d’eccezione come Fausto Mesolella. Chi ha scelto questi titoli? C’è stata qualche esclusione che invece avreste voluto inserire?
Giua - Abbiamo scelto tra le canzoni che da anni suoniamo insieme dal vivo, canzoni che fanno parte della nostra storia, della nostra cultura e che ci emozionano ogni volta che le suoniamo: diventano sempre nuove.
Corsi - E' stata una scelta dettata dal sentimento e dal modo di essere.
Io ho ascoltato più volte il vostro doppio disco e a ogni ascolto emergono nuove fragranze musicali, c’è un amore intrinseco per la musica che trasuda a ogni passaggio musicale, c’è amore per quel che si suona e molta complicità, insomma piacevolissimo e mai banale, doveste consigliarlo ad altri che parole utilizzereste?
Giua - Direi che è un disco curioso, che lascia spazio a chi lo ascolta coinvolgendolo.
Corsi - Senza presunzione lo definirei una scoperta interessante in tutti i sensi, che ti fa capire cosa vuol dire umiltà e semplicità.
Lavorando a questo progetto e dovendolo ora promuovere dal vivo, è ovvio che vi siate frequentati molto, qual è il pregio più bello del vostro compagno musicale?
Giua - La sua libertà.
Corsi - La fortuna di essere se stessa.
Il difetto, invece, se ne ha?
Giua - Ha un lato scuro in cui ogni tanto è difficile entrare.
Corsi - Non so cosa dire.
Appartenete entrambi allo stesso humus musicale, siete entrambi liguri, ci sono colleghi che stimate particolarmente e con i quali amereste collaborare magari in un futuro progetto, sempre che già non l’abbiate fatto?
Giua - Mi piacerebbe prima o poi scrivere e cantare con Caetano Veloso.
Corsi - Mi piacerebbe collaborare con Leni Andrade.
Due parole invece per salutare chi ci legge e soprattutto fornire loro un motivo per avvicinarsi a "TrE"?
Giua - Non c'è "TrE" senza Te! A presto!
Corsi - Un saluto a tutti, felice. Comprate il disco!

 
Link
Sito ufficiale di TrE: www.giuaecorsi.it