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venerdì, novembre 06, 2020

Marco Ongaro: Star Trek, un poetico viaggio nel presente per capire il futuro

 di Fabio Antonelli

A due anni dalla pubblicazione dell’album Il fantasma baciatore (D’autore - Azzurramusic) e a un anno dall’uscita del singolo “fuori programma” Hotel Bella Italia, che nel tradurre il classico degli Eagles (Hotel California) ne rilegge in chiaro la smaccata attualità nazionale, Marco Ongaro estrae dallo stesso disco l’estremo singolo Star Trek, video che vuol dare l’addio al denso lavoro pubblicato nel 2018 per annunciare l’avvio dei lavori per un nuovo album prodotto ancora da Gandalf Boschini, per D’autore - Azzurramusic.


Il 6 novembre è uscito il video di Star Trek, ultima traccia, quasi straniante, del tuo disco Il fantasma baciatore uscito ormai due anni fa. Com'è nata l'idea di farne un video e come è stata sviluppata?

Era necessario salutare un album denso come Il fantasma baciatore uscendone dal fondo, attraverso l’ultimo brano, quello che si chiude in farmacia. Ed è da questa farmacia, nella quale due anni più tardi siamo finiti tutti, che riprendo con l’idea di fare un nuovo disco che ci aiuti a uscirne. La casualità profetica del momento creativo è un patrimonio che si rivela utile a profezia avverata. La solitudine che trasuda dal brano, l’elenco delle cose, l’inventario di ciò che rimane una volta a casa, chiusi, senza socialità, è l’apertura di senso che solo ora comprendo si sviluppava nell’apparente chiusura dell’album. Fare un video significa estrarre un singolo. A questo punto la scelta era obbligata.

La canzone è nata da un testo del poeta Nicola Saccomani, cui tu hai rimesso mano e che hai musicato, con una melodia struggente che è un po' come un addio al resto del disco dichiaratamente rock, una melodia e dei versi che esprimono un senso di alienazione. Quel lungo elenco di oggetti quasi dimenticati... insomma un testo che si presta molto a una rappresentazione visiva. Il video alterna immagini in interni a immagini in ampi spazi aperti, dove è stato collocato geograficamente e perché proprio quei luoghi?

Il testo l’avevamo scritto insieme, Saccomani e io, una dozzina di anni prima. Al momento di raccogliere i brani dell’album me lo sono trovato davanti in tutta l’imperfezione di allora. Così ho preso a limarlo mentre lo musicavo, sistemavo versi, ne aggiungevo, spostavo la farmacia dall’inizio alla fine del brano. Poi naturalmente l’ho fatto ascoltare a Nicola, che ha approvato. Il video di Stefania Tramarin l’abbiamo girato tra Ferrara e il Delta del Po. Ci serviva un ambiente che amplificasse la solitudine, un deserto con cattedrali come i dintorni di Porto Tolle, e anche una città poetica come la dimora di Ariosto.


Quell’equipaggio di Star Trek evocato alla fine del brano, che prefigura un viaggio verso mondi sconosciuti, verso l'ignoto, anche se solo attraverso la mente, anche se scritto molto prima che prendesse piede questa maledetta pandemia, mi sembra però trasmettere perfettamente quel senso di alienazione in cui ci siamo sentiti calati un po' tutti quanti. Non credi?

Sì, in effetti l'equipaggio dell'Enterprise stavolta più che scoprire nuovi mondi si occupa di alieni già noti, dietro al banco della farmacia c'è la ciurma che ci guarda. Gli alieni siamo noi, attoniti, rifugiati in un luogo apparentemente protettivo, in cerca di una cura insostenibile, una sorta di ninna nanna ambientale che ci culli fino al sonno eterno. O ci riporti indietro a quando ci credevamo invincibili.

In fondo questo Star Trek, proprio come la nota serie di fantascienza, ha una funzione di traghettatore verso nuovi lidi, hai detto di avere in mente un nuovo disco che ci aiuti anche ad uscire da questa impasse. Come sarà questo disco? Musicalmente segnerà l'addio al mondo del rock? Ma soprattutto riuscirà ad avere in sé quella forza taumaturgica cui tutti ambiscono in questo periodo in cui tutti si sta un po' come d'autunno sugli alberi le foglie?

L'atto creativo è taumaturgico prima di tutto per chi crea. L'energia che si attiva è della frequenza più elevata e potente che esista. Certe mattine mi sento fortunato perché, qualunque casino possa esserci intorno e dentro me, nel momento in cui sono chiamato a creare tutto scorre più rapido e intenso, non c'è spazio per depressioni o ansie. Avere un progetto come un nuovo disco impegna qualche mese nelle sue varie fasi, una più appassionante dell'altra. Certo, abbandoneremo l'impianto rock del Fantasma baciatore per intraprendere nuove vie, come Gandalf Boschini mi sta suggerendo da tempo. E per questo gli lascerò stavolta la mano più libera di intervenire su suoni, arrangiamenti e concezione generale delle canzoni scelte. Sarà taumaturgico anche per il produttore esecutivo, immagino. Che poi sia taumaturgico pure per chi lo ascolta, beh, la speranza non costa molto.

Un'ultima domanda, visto che del nuovo disco, giustamente, hai rivelato poco o nulla. Vorrei tornare su Star Trek, sulla tua collaborazione con Nicola Saccomani. Curiosando in rete, ho trovato davvero poco di lui, ma ho visto che la sua recente scomparsa è stata accompagnata sul suo profilo Facebook da grandissimo affetto. Come è stato il tuo rapporto con lui? Cosa ti ha lasciato?

Nicola era frontman, insieme a Giuliana Bergamaschi e Luca Zevio, dei Ratatuia, mi par di ricordare, un gruppo che ha vinto l'Arezzo Wave anni fa. Un cantautore oltre che un poeta, un uomo ironico, spiritoso, distaccato e partecipe. Tormentato come lo sono i poeti. Nell'autunno del 2005 ci siamo avvicinati a lavorare su dei testi per non so quale suo progetto che non ha più preso piede. Avrebbe musicato lui il tutto, cosa mai più avvenuta, così come i testi sono rimasti fogli con versi sparsi, un po' ricomposti l'uno sull'altro, un po' sul suo quaderno un po' sul mio. Poi ci siamo persi di vista fino a che, in un momento di sua riemersione, nel 2018, ha scritto e presentato un libro di poesie, Scritti urbani. Sono andato al suo recital e gli ho detto della canzone, che l'avevo rimaneggiata ed era diventata Star Trek, ha approvato il titolo e il lavoro. Poi siamo rimasti in contatto per chat, saltuariamente, gli ho fatto avere il disco, mi ha scritto le sue emozioni, positive sebbene la sua concezione musicale e poetica fosse diversa dalla mia. Gli ho mandato il video Hotel Bella Italia e mi ha scritto belle parole anche su quello. Ma le parole più belle sono quelle delle sue poesie, come il distico riportato nel biglietto di ricordo al suo funerale, nell'ottobre del 2019, una poesia che ritrae perfettamente il tono dei suoi versi, la fulmineità della sua visione creativa, l'ironia tenera, al confine dello struggimento ma sempre distaccata: Tra un milione di virgolette / voglio dirti che ti amo.

Sito ufficiale di Marco Ongaro

Marco Ongaro su Facebook


giovedì, ottobre 03, 2019

Se cercando Hotel California, ti imbatti in Hotel Bella Italia…


di Fabio Antonelli

Dal 27 settembre, su tutte le piattaforme digitali e su Youtube, è disponibile Hotel Bella Italia di Marco Ongaro, singolo prodotto da Gandalf Boschini per l’etichetta D’autore/AzzurraMusic, la versione italiana di Hotel California degli Eagles, canzone che nel 1977 riscosse un successo planetario nella rappresentazione disillusa delle generazioni rock che registravano il crollo dei sogni libertari e pacifisti del decennio precedente, incuriosito da questa scelta dell’autore ho voluto intervistarlo.



Venerdì 27 settembre è uscito Hotel Bella Italia, un nuovo singolo, prodotto da Gandalf Boschini per l’etichetta D’Autore/Azzurra Music, ancora una volta si tratta di una traduzione ma questa volta non da Leonard Cohen bensì dagli Eagles, perché l’originale non è che la celeberrima Hotel California. Si può dire che abbiamo uno spostamento geografico cui segue, in un certo senso, anche uno spostamento temporale?

Certo che sì. Quando ho sentito l’impulso di tradurla mi interessava innanzitutto il senso del testo: questa visione gotica della realtà, un po’ tra il film horror anni Ottanta e una distopia da realtà parallela, inspiegabile eppure così vicina a noi. Volevo che chi non ha dimestichezza con l’inglese cantato potesse capire al volo la canzone, questo è sempre il primo movente delle mie traduzioni. Nel tradurla mi sono reso conto che non avrei potuto lasciarla in California, uno stato che ci dice poco, in una nazione da cui ci separa un oceano. È stata l’universalità del tema a convincermi che dovevo avvicinare l’ambientazione alla nostra posizione geografica. Niente di esotico se non il significato intimo, imprendibile. Nel farla venire in Italia, mi sono reso conto che il brano uscito l’8 dicembre del 1976 subiva un’improvvisa attualizzazione. I fisici lo sanno che lo spazio e il tempo sono strettamente connessi.



Il video che accompagna il singolo, per altro molto bello, è nato da una tua idea o del tuo produttore? Dove è stato girato per l’esattezza?

La sceneggiatura del video è del videomaker Oscar Serio. L’idea di girarlo è stata di Gandalf Boschini, l’idea di tradurre la canzone è stata mia. Un pomeriggio andando nel mio studio canticchiavo la canzone degli Eagles, avevo voglia di impadronirmene meglio, la sentivo vicina ma non abbastanza. Mi è successa la stessa cosa con La canzone dello straniero di Cohen, un brano che mi canticchiavo da trent’anni nella testa e che ho sentito a un certo punto fosse arrivata l’ora di cogliere completamente. Quando mi capita questo, di solito traduco la canzone per cantarmela in italiano. Il video è stato girato a Verona, tra le colline soprastanti e il Due Torri Hotel, un rinomato cinque stelle. 

Pur avendo visto più volte il video, non tutto m’è chiaro, ma la stessa ambiguità o per lo meno molteplicità di interpretazioni possibili, appartiene anche al testo, sia nella versione originale inglese, sia in questa tua traduzione e attualizzazione. E' forse nascosta qui la chiave di lettura di questo grandissimo successo mondiale?

L’ambiguità, a dir poco, del testo è il segreto della sua longevità, unita a un giro di accordi avvolgente e magnetico. Il video, con l’interpretazione di Jesusleny Gomes, offre un’ulteriore chiave di lettura, che non intendo analizzare per lo spettatore. Amo pensare che questi differenti stimoli di senso arricchiscano l’insieme. Non mi piacciono le cose troppo spiegate. Chi ascolta la canzone e vede il video è esposto a un fascio di impressioni sufficientemente denso. Può capire quello che volevano dire gli Eagles, più quello che volevo dire io attraverso il loro testo, più quello che la musica evoca nella mia versione evocata dalla loro, il tutto shakerato nelle immagini di un piccolo film che segue gli schemi del thriller. Ne ho fatto un singolo perché era già così intensamente significante da non tollerare alcuna compagnia.

Tradurre è per te anche tradire? Quanto hai tradito in questo caso specifico l’originale?

Tradire è una necessità per rendere al meglio il senso ultimo di un testo straniero. Ciascuna lingua sopporta solo se stessa, le si deve dunque pagare un pedaggio doganale a ogni passaggio. Solo nel ritornello ho operato una scelta discostandomi dall’originale, portando in Italia quanto si trovava in California, o in Baja California, Messico. Ho arricchito lievemente anche la ridondanza originale sul bell’aspetto dell’hotel rimarcandone invece la categoria, cinque stelle appunto. Il resto è di una fedeltà al di sopra di ogni sospetto. Anche quando porto la Mercedes verso la Porsche, lo faccio solo per aderire a doppi sensi erotici presenti nel gergo dell’originale. Le gemme della cannabis, colitas, diventano sbuffi di marijuana, il paradiso diventa “cielo in una stanza”, altro avvicinamento alla cultura italica che offre in più la connotazione del bordello. Insomma, ho fatto il mio porco lavoro.



Concludo con una domanda che vuol essere una battuta, in Menelao la bella Jesusleny Gomes giocava a sedurti, qui la vediamo in dolce attesa e con una bella pancia, nel prossimo singolo ti vedremo cantare una dolce ninna nanna?

Lascia che ti dica che non sono il padre, anche se il bambino si chiamerà Marco. Non c’entro proprio. Ma il progetto del prossimo video con il neonato è già stato suggerito dall’amica Jesusleny, cui non manca certo il dono dell’ironia. Omnia munda mundis.