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lunedì, aprile 11, 2022

Marco Ongaro – Solitari per caso o per vocazione?

di Fabio Antonelli

A tre anni di distanza da “Il fantasma baciatore”, il cantautore, scrittore e poeta veronese Marco Ongaro ha dato alle stampe, preceduto dal videoclip “Solitari” e dal singolo “A ritroso”, un nuovo album intitolato proprio “Solitari” (Vrec/Andromedarelix), fortemente voluto e supportato dal produttore Gandalf Boschini e suonato dalla band prog-rock dei Logos e altri musicisti di valore. Ne è uscito un disco di grande impatto sonoro, accolto dalla critica con entusiasmo e, credo, destinato a diventare un classico, soprattutto per le tematiche affrontate e per come sono state affrontate. Ma chi meglio dell’autore può permetterci di addentrarci nel suo mondo poetico?



Come sempre vorrei partire dalla copertina del tuo nuovo lavoro discografico Solitari, perché così come per un prezioso profumo il packaging costituisce il biglietto da visita dell'essenza stessa, così la copertina di un disco ben riuscita dovrebbe attrarre e al contempo suggerire il contenuto dell'intero album. Tratta dalle riprese del videoclip del brano omonimo che ne ha anticipato l'uscita, la fotografia dai colori desaturati molto vintage ti ritrae davanti a una Jaguar degli anni '80 con sullo sfondo l'amica Jesusleny Gomes, ormai non nuova alle collaborazioni video, con il figlio, entrambi di fianco a una datata Volvo 242. Copertina e titolo suggeriscono l'idea di un disco dalle sonorità vintage e un duplice significato, preziosità dei diamanti solitari ma anche solitari che infinite possibilità della vita possono far incontrare... Non ho capito nulla?

Direi che l'interpretazione è azzeccata. Entrambi i significati scaturiscono dall'immagine scattata durante la lavorazione del video con l'intenzione di coordinare il tutto ben chiara dal principio nella mente del produttore Gandalf Boschini. C'è sempre un margine di casualità e spirito dell'occasione a intervenire nel risultato finale, giacché l'amica Jesusleny Gomes ha fornito il contatto con l'ACI di Venezia per l'utilizzo delle auto in questione, contribuendo di fatto all'atmosfera generale desiderata dal regista Luca Sammartin, che è pure l'arrangiatore del disco. Un team ben affiatato tra programmazione e spontanea creatività. Non giurerei poi tanto sul vintage in merito alle sonorità dell'album, talvolta immerse in un clima anni 70 grazie all'apporto della prog-rock band dei Logos, certo, o con vaghi sprazzi anni 80, ma in generale ben in linea con timbri e groove delle produzioni di questo primo ventennio Duemila. Di vintage ci sono in verità soprattutto io, che scollino qui dal Novecento nell'imperterrita insistenza di restare vivo oltre la durata assegnata alla stagione dei cantautori, con l'impudenza di scrivere e proporre ancora brani inediti, senza mai riciclare un'esperienza dal vivo. Solitario anch'io, non fosse per la nuova linfa di giovani come Gandalf e Luca e gli altri, giovani o altrettanto ostinati, che si sono uniti nell'impresa. Tutti solitari in fondo, nella realizzazione di un disco in epoca pandemica, con registrazioni separate - alcuni partecipanti come Adam Clarke alla cornamusa, Giacomo Cazzaro al sax e Barbara Lorenzato ai cori mai li vidi né probabilmente li incontrerò - tra autocertificazioni e studi d'incisione sanificati e risanificati in giro per il Veneto, ma solitari che si riconoscono nella loro preziosa rarità. Guardando la copertina, più che un'impressione vintage in merito al tempo scorgo una idea di spazio circospetto, di separazione virtuosa nella coscienza di un'autonomia conquistata a fatica. Il tutto shakerato ma non mescolato a un mood nostalgico sul modo di vivere più che su quello di suonare. Torneremo a incontrarci o resteremo online? E l'incontro sarà fortuito o scelto su una piattaforma professional-sentimentale? Il tappeto verde su cui stiamo con le auto d'epoca in copertina è reale o virtuale? Jesus e suo figlio sono creature del Metaverso o persone in carne e ossa? In tal senso, il terzo video girato con lei, in cui non accadono cose massimaliste come nei precedenti, esalta il miracolo di essere semplicemente vivi e ritrovarsi su una strada di asfalto vero, per caso, bere vino di un rosso concreto e preferire alla meraviglia di un innamoramento programmato una più appagante comune conoscenza con lo scambio finale di un libro. La rarità cantata nel brano che dà il titolo all'album è paradossalmente l'assenza di eroismo virtuale, la speranza di tornare a una normalità troppo a lungo stravolta dalla ricerca di effetti speciali. Ma questo mi viene da rispondere oggi, sono pronto a offrirne domani una nuova interpretazione.

In attesa allora di una nuova altrettanto vera interpretazione, vorrei dare uno sguardo d'insieme al disco che si apre, oserei dire magnificamente per sonorità e atmosfera, con A ritroso per concludersi ancora con una ripresa in acustico, con lunga coda strumentale, dello stesso brano (così come probabilmente è stato concepito) in una sorta di viaggio, appunto, a ritroso. Il tuo recente saggio su Serge Gainsbourg mi ha insegnato che un poeta può nasconderne un altro e devo dirti che questa circolarità del disco mi ha riportato alla mente, in un gioco di rimandi, un film proprio di quegli anni di Theo Angelopoulos. Circolarità a parte, ciò che mi sembra trasparire nell'ascolto ripetuto è una compattezza quasi granitica del disco nella sua interezza, non è un concept album ma sembra quasi esserlo, è solo una suggestione?

Perché non citare allora Prima della pioggia di Milčo Mančevski o Pulp Fiction di Quentin Tarantino? La circolarità del tempo è l'essenza della "catena delle nascite e delle morti" di concezione buddista nonché platonica, si inserisce nelle età vichiane ed è patrimonio dell'umanità senza scomodare pure il decadentismo dandy di Joris Karl Huysmans che nel 1884 ha dedicato un romanzo intitolato A ritroso all'opportunità di revisione della propria esistenza risalendo verso un'origine mai conclusiva. Credo che l'imposizione di Gandalf Boschini nell'esigere un album non concettuale si sia rivoltata contro di lui senza che lo volessimo, creando l'ironia di una raccolta di singoli incorniciati da una canzone con ripresa come si usava ai tempi d'oro del prog, vedi King Crimson, tale da far risaltare i solitari come fossero parte di una parure incapace di far loro perdere la sostanza solitaria della rarità. L'effetto è straniante e curioso. Non è un concept album però ne suggerisce l'idea, tanto che poi si va in cerca del concetto che dovrebbe riunirne i brani e si seguono filoni privi di compiuta linearità. Potremmo chiamarla una "poesia della confezione", quanto a complessiva irriducibilità interpretativa: non si arriva mai a una decifrazione definitiva ma si continua a scovarne indizi. A ritroso ne è in effetti il contenitore ideale.

Hai ragione, avrei anche potuto citare allora Il cerchio di Jafar Panahi, ma il mio virare verso la Grecia trova il suo perché nel disco, impregnato direi di una certa ellenicità, se ben due canzoni Una signora per bene ad Atene e Parcheggiare a Delfi, non solo sono collocate geograficamente in Grecia, ma respirano nei versi aria di classicità, di mitologia, di filosofia. Sembrano già esse stesse dei classici, storia e presente si mescolano, aneliti divini si alternano ad umane miserie. Vorrei però la tua chiave di lettura, almeno quella di oggi...

Beh, la prima è il divertimento. Nei testi scritti nei luoghi narrati, cioè Atene e Delfi, con passaggio obbligato a Tebe, mi è piaciuto registrare la commistione tra passato e presente, così ben testimoniata dalla lingua greca moderna, tanto dissimile da quella antica da sembrare che sia un'altra senza però esserlo fino in fondo. L'esercizio all'oblio dei Greci sta tra l'ammirevole e il disdicevole, è senz'altro un espediente necessario alla prosecuzione dell'esistenza nel fluire delle ere. Lo shock culturale di ascoltare parole che riportano a etimologie di termini italiani in un continuo rifrangersi di metamorfosi tra il classico e il contemporaneo è occasione troppo ghiotta, straniante ed emotivamente densa. Graffiare a Tebe la macchina noleggiata e sistemare la faccenda assicurativa con 100 euro in franchigia ad Atene sembra, pur vissuto nella realtà, uno scherzo che ripropone nella ordinarietà veniale del quotidiano la creazione dell'Areopago per giudicare i crimini del matricida Oreste cantata in età classica. E scoprirsi a pregare Apollo per trovare un parcheggio nella scoscesa Delfi non è meno scioccante e ironico. La classicità aggredisce la mente nell'esatto momento in cui l'irrisorietà moderna la sgrava di consapevolezze che un tempo pesavano su ogni gesto in luoghi tanto roridi di trascendenza. Come gli Italiani abituati al Portico di Ottavia possono mangiarsi un panino nel ghetto senza rammentare nulla delle stratificazioni del tempo in un'area così antica, così i Greci sembrano non accorgersi che in ogni angolo della loro terra l'Olimpo continua a manifestarsi con prodigi ridimensionati costantemente dall'inaridimento occidentale dell’invisibilità immanente. Ma dal latino all'italiano il passo è molto più evidente che dal greco antico a quello moderno. Noi abbiamo cambiato le parole, loro i significati. La nostra “metafora” per loro è un “autobus”. Gli Olimpi sono morti soprattutto nella mente dei Greci, Gesù ha sostituito suo padre Zeus, come Egli temeva, ma io continuo a ringraziarlo quando su un'isola delle Cicladi trovo sollievo dal solleone grazie a una nuvoletta pluvia che in Italia farebbe invece pensare a Fantozzi. Se le cose sono superficiali quando le guardi in superficie, è bello cogliere la profondità dimenticata di un luogo sacro come la Grecia.



Vorrei continuare in questa sorta di gioco, abbinare una canzone a un'altra apparentemente senza nulla in comune, mi riferisco a L'atteso e Rimasta qui, sembrano anzi nei titoli presupporre due situazioni diametralmente opposte, in realtà mi sembrano giocare sulle relazioni temporali tra l'istante vissuto, quel che potrebbe divenire e ciò che è stato. Mi aiuti a far luce?

Innanzi tutto sono la seconda e la penultima canzone del disco, come posizione hanno un'analogia che dovrebbe finire lì. L'atteso è una figura imprendibile che non arriva mai ma continua a essere aspettato, comincia come un eroe e poi non si sa neanche se sia morto, il che senz'altro lo escluderebbe dal novero dei martiri, nonché delle persone attendibili oltre la loro esistenza terrena. Così atteso da sembrare quasi L'appeso dei Tarocchi, che in effetti imperversano in Rimasta qui, con la Madonna protopapessa che si stempera nel Matto in una festa di Arcani Maggiori di cui l'Eremita, simbolo della Vergine, scompare nel miracolo mistico dell'assunzione in Cielo mentre la comune mortale uscita dal mazzo come l'Amante, forse, o come qualunque altra carta, rimane in grembo, priva di destinazione trascendente. Si trovano collegamenti con qualunque cosa, l'analogia non scarseggia, e come pretesto per parlarne lo stratagemma funziona. Parliamo comunque di presunte individuazioni: L'atteso è inesorabilmente assente, Rimasta qui è presente ben oltre le aspettative, con ostinazione, anche quando in teoria non dovrebbe esserlo più. La prima è una forma di assenza molto presente nel pensiero, pensiero slanciato nel futuro per l'attesa, la seconda è una presenza che si protende nel tempo del ricordo, un pensiero rivolto all'indietro. Hai ragione sono speculari, diametralmente opposte. Entrambe ballate, rese musicalmente al massimo della loro ritmicità.

C'è una canzone, Ricominciando, che credo non a caso sia stata collocata a metà del disco tra le due A ritroso. Si ruota ancora intorno al concetto di tempo, o meglio alla ciclicità del tempo, al continuo ricominciare per cui "ogni incontro ha il suo motivo". È proprio così?

Il titolo già lo dice. Ricominciare indica un nuovo inizio, dunque c'è stata una fine, ragion per cui si ha occasione di iniziare nuovamente. Ma la fine dell'inizio e l'inizio della fine si confondono sempre, finché la faccenda non sarà davvero conclusa. In mezzo abbiamo il dubbio tra la reale cesura e quella percepita, un po' come per la calura estiva mista a umidità. Davvero è finito o è un'illusione? Davvero comincia o è un inganno? In una realtà in cui l'immagine conta più della sostanza, si può comprare una fontana per vendere un miraggio, senza dissetare nessuno. Si possono fare foto mirate a una sala spettacoli e fingere che fosse zeppa quando non c'era nessuno, si può guardare il mare e vedere solo ciò che di bello si immagina all'orizzonte. Niente morte per acqua, niente morte per fuoco, infine niente morte. Tutto riparte. Cosa è finito e cosa comincia? "L'inizio è sempre al buio" vuol dire questo: non è detto che non ci si stia aggirando ancora nella fine non consumata e chissà se si arriverà mai a vedere interamente chi si è incontrato. Ci sostiene il caso, con il suo carico di fatalità, a definire se la fine offerta in aperitivo non è che il preludio a un primo piatto o a un dessert. Insomma il vortice è tutto lì, nella terra di nessuno della madre di tutte le metafore, il tempo. Gira la carta un'altra volta e torna l'Appeso, l'Eremita, l'Amante o forse La Torre. La divinazione in fondo non è che una specie di bussola per aggirarsi in questa zona incerta, nella quale indugiare non è poi spiacevole. Una svolta è la fine di un modello e l'inizio di un altro, ma lascia i suoi rimasugli, frattali ripetuti dentro e fuori l'immagine. Ho molto amato come l'arrangiamento di Luca Sammartin ha stravolto la versione "iniziale", animando con batteria elettronica l'andamento da lenta ballata sottolineata dal pianoforte di Erik Boschini. La chitarra di David Cremoni ha inacidito il tutto dando l'impressione che un qualcosa di stabilito infine esista.



Anche in questo disco hai dato spazio a due belle traduzioni, una è La canzone di Prévert di Serge Gainsbourg che è legata a giro stretto al saggio da te appena dedicatogli in coincidenza con i trent'anni dalla sua morte, l'altra è Homburg dei Procol Harum che forse per la prima volta offre la possibilità di essere compresa nella sua pienezza. Entrambe sono reinterpretate in nuove vesti, la prima diventa un country folk la seconda un rock prog di ampio respiro. Entrambe direi mettono le minigonne e ringiovaniscono non di poco. Ti trovi concorde con questa mia visione?

Non so se le minigonne, ma l'arrangiamento sì le ha un po' ringiovanite anche se per me il fascino delle loro versioni originali rimane immenso. Alla canzone di Gainsbourg ho dedicato un capitolo intero del mio libro su di lui, la traduzione al confronto è un giochino, un gesto di affetto ammirato per un personaggio che mi è diventato molto familiare dopo aver passato insieme mesi di studio e interpretazione. Scrivere un saggio biografico ermeneutico su un creatore è un modo di assumerne la forma, addentrandosi nei meandri della sua mente e delle sue emozioni. Cantarlo, a quel punto, è come un momento di relax, un disimpegno in cui ti permetti di impersonarlo dopo averne dissezionato l'intimità estetica. La canzone di Prévert è un capolavoro di metacanzone, una esegesi in versi che merita di essere divulgata come lo meritano i brani dei Procol Harum, in cui il poeta Keith Reid ha dato il meglio di sé. Si tratta di due autori di origine ebraica, latori di una profondità non sempre così spontanea nei gentili. L'abitudine tradizionale a contrattare con Dio e a ridiscutere le alleanze sovrannaturali evidentemente dona loro una marcia in più nel manipolare il significato delle cose. Homburg è un momento di apocalisse su atmosfera classicheggiante di cui valeva la pena cercare di restituire il senso. Il declino e lo spaesamento di un ragazzo incasinato assumono dimensioni universali con pochi versi ben assestati. Altro che L'ora dell'amore.

Vorrei parlare ora di La paga, canzone che mi viene da accostare a Ciascuno ha il proprio festival del tuo precedente disco, magari non si vuole prendersi troppo sul serio, usando l'arma dell'ironia, ma in fondo qualche sassolino dalla scarpa ogni tanto è giusto toglierselo, è così? 

Chi si schermisce dietro a "un iban difettoso" per non pagare il giusto compenso merita una frecciata, ma principalmente La paga è un canto di giubilo, in cui un riff alla Deep Purple si apre poi nella festa dei soldi che arrivano in tutte le loro varie forme, dal bonifico al versamento, con moneta e divisa che si contendono la gioia finale del Signor Bonaventura. Il compenso sì, ma non solo, c'è anche la moglie generosa che alimenta l'immaginario dell'artista in ambasce per le mancate onoranze dei debitori. Se l'insegnante di scrittura creativa di Raymond Carver, John Gardner, suggeriva come soluzione di "vivere alle spalle del coniuge", chi sono io per sminuire una tale meravigliosa opportunità? Anziché rantolare come Baudelaire all'inseguimento di un'elemosina dall'esecutore finanziario del patrigno, è preferibile giocare a bridge sperperando i beni coniugali come Barry Lindon. Viva Bel Ami e muoiano tutti i Filistei.



Eccoci alla canzone che ho volutamente lasciato per ultima, cioè Metaforicabionda che sembra quasi essere un seguito di Bionda. Là la bionda in questione era la sigaretta come metafora della donna fatale, qui è una bionda in carne e ossa, neppure bionda, solo tinta ma metaforicamente bionda, di quel biondo che fa sbarellare gli uomini e forse anche le donne. Quella che sembra cominciare come una canzone d'amore sembra poi incentrarsi sui segni lasciati dal tempo "da troppe estati da troppi inverni" vissuti, sembra quasi una vendetta servita fredda alla Kill Bill o è solo una mia impressione?

Non c'è niente di freddo in questa canzone. È abbastanza rovente la "scorrettezza politica" che la imbionda, tinta a prima vista di una vaga misoginia. Naturalmente non si riferisce a una donna quanto invece a un atteggiamento, un comportamento, una propensione all'apparenza in un'epoca social in cui piattaforme di incontri consentono di rimorchiare dopo aver valutato l'aspetto e l'intelligenza presunta delle persone coinvolte. Così si cura il proprio charme in base a ciò che si è voluto mostrare via internet. Foto in posizione ed età favorevoli, acconciatura fresca di parrucchiera, sorriso che attutisce le rughe. Ma le rughe ci sono e i capelli non sono più biondi da parecchio tempo, in alcuni casi non lo sono stati mai. Il rimorchio da annunci sentimentali tipo "AAA cercasi" è camuffato da simpatico scrolling delle immagini su piattaforme apposite, cui seguono gli incontri non sempre all'altezza delle speranze. La bionda diventa metafora di questa ricerca un tempo destinata solo a pochi incapaci di trovare moglie o marito e ora di uso generale quale modo principe di conoscere qualcuno. Al bar o al ristorante ci si trova dopo aver già ben vagliato le credenziali e quel che sarà sarà. L'occasione favorisce l'occasionalità e il make-up fotografico deve poi reggere alla prova in presenza. "Il problema più importante per noi / è di avere una ragazza di sera", cantava Celentano. Non è più questo, il problema ora è di incontrarne una vera.   



 

Un'ultima domanda, rispettando quella circolarità di cui si è parlato, tornando a ritroso al punto di partenza, a Gandalf Boschini e ai Logos, quanto il non dover pensare agli arrangiamenti dei pezzi e all'impostazione sonora ti ha permesso di cantare con maggiore libertà, con risultati notevolissimi come anche le prime recensioni ricevute hanno sottolineato?

Ringrazio per i giudizi favorevoli. Libertà sì, nel senso di sgravio di responsabilità. La delimitazione del campo creativo, restringendo i confini alla costruzione di musica e testi senza badare alla veste e alle scelte stilistiche finali, corrisponde infine a una maggiore concentrazione sulla propria area di talento. Lasciarsi guidare è un po' delegare, un'abilità di per sé. La capacità di cedere parte del controllo, indispensabile all'orgasmo in amore, alla crescita imprenditoriale, all'aumento del tempo libero, è il risultato di un progresso che permette una più armoniosa attività in team. La voce stessa risulta maggiormente immersa nella musica, c'è meno ego, è parte di un felice sforzo comune che attribuisce al "solitario" una valenza tutt'altro che solipsistica. La demarcazione del proprio spazio contribuisce a una migliore visione d'insieme. Una lezione di maturità, meglio tardi che mai.



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venerdì, novembre 06, 2020

Marco Ongaro: Star Trek, un poetico viaggio nel presente per capire il futuro

 di Fabio Antonelli

A due anni dalla pubblicazione dell’album Il fantasma baciatore (D’autore - Azzurramusic) e a un anno dall’uscita del singolo “fuori programma” Hotel Bella Italia, che nel tradurre il classico degli Eagles (Hotel California) ne rilegge in chiaro la smaccata attualità nazionale, Marco Ongaro estrae dallo stesso disco l’estremo singolo Star Trek, video che vuol dare l’addio al denso lavoro pubblicato nel 2018 per annunciare l’avvio dei lavori per un nuovo album prodotto ancora da Gandalf Boschini, per D’autore - Azzurramusic.


Il 6 novembre è uscito il video di Star Trek, ultima traccia, quasi straniante, del tuo disco Il fantasma baciatore uscito ormai due anni fa. Com'è nata l'idea di farne un video e come è stata sviluppata?

Era necessario salutare un album denso come Il fantasma baciatore uscendone dal fondo, attraverso l’ultimo brano, quello che si chiude in farmacia. Ed è da questa farmacia, nella quale due anni più tardi siamo finiti tutti, che riprendo con l’idea di fare un nuovo disco che ci aiuti a uscirne. La casualità profetica del momento creativo è un patrimonio che si rivela utile a profezia avverata. La solitudine che trasuda dal brano, l’elenco delle cose, l’inventario di ciò che rimane una volta a casa, chiusi, senza socialità, è l’apertura di senso che solo ora comprendo si sviluppava nell’apparente chiusura dell’album. Fare un video significa estrarre un singolo. A questo punto la scelta era obbligata.

La canzone è nata da un testo del poeta Nicola Saccomani, cui tu hai rimesso mano e che hai musicato, con una melodia struggente che è un po' come un addio al resto del disco dichiaratamente rock, una melodia e dei versi che esprimono un senso di alienazione. Quel lungo elenco di oggetti quasi dimenticati... insomma un testo che si presta molto a una rappresentazione visiva. Il video alterna immagini in interni a immagini in ampi spazi aperti, dove è stato collocato geograficamente e perché proprio quei luoghi?

Il testo l’avevamo scritto insieme, Saccomani e io, una dozzina di anni prima. Al momento di raccogliere i brani dell’album me lo sono trovato davanti in tutta l’imperfezione di allora. Così ho preso a limarlo mentre lo musicavo, sistemavo versi, ne aggiungevo, spostavo la farmacia dall’inizio alla fine del brano. Poi naturalmente l’ho fatto ascoltare a Nicola, che ha approvato. Il video di Stefania Tramarin l’abbiamo girato tra Ferrara e il Delta del Po. Ci serviva un ambiente che amplificasse la solitudine, un deserto con cattedrali come i dintorni di Porto Tolle, e anche una città poetica come la dimora di Ariosto.


Quell’equipaggio di Star Trek evocato alla fine del brano, che prefigura un viaggio verso mondi sconosciuti, verso l'ignoto, anche se solo attraverso la mente, anche se scritto molto prima che prendesse piede questa maledetta pandemia, mi sembra però trasmettere perfettamente quel senso di alienazione in cui ci siamo sentiti calati un po' tutti quanti. Non credi?

Sì, in effetti l'equipaggio dell'Enterprise stavolta più che scoprire nuovi mondi si occupa di alieni già noti, dietro al banco della farmacia c'è la ciurma che ci guarda. Gli alieni siamo noi, attoniti, rifugiati in un luogo apparentemente protettivo, in cerca di una cura insostenibile, una sorta di ninna nanna ambientale che ci culli fino al sonno eterno. O ci riporti indietro a quando ci credevamo invincibili.

In fondo questo Star Trek, proprio come la nota serie di fantascienza, ha una funzione di traghettatore verso nuovi lidi, hai detto di avere in mente un nuovo disco che ci aiuti anche ad uscire da questa impasse. Come sarà questo disco? Musicalmente segnerà l'addio al mondo del rock? Ma soprattutto riuscirà ad avere in sé quella forza taumaturgica cui tutti ambiscono in questo periodo in cui tutti si sta un po' come d'autunno sugli alberi le foglie?

L'atto creativo è taumaturgico prima di tutto per chi crea. L'energia che si attiva è della frequenza più elevata e potente che esista. Certe mattine mi sento fortunato perché, qualunque casino possa esserci intorno e dentro me, nel momento in cui sono chiamato a creare tutto scorre più rapido e intenso, non c'è spazio per depressioni o ansie. Avere un progetto come un nuovo disco impegna qualche mese nelle sue varie fasi, una più appassionante dell'altra. Certo, abbandoneremo l'impianto rock del Fantasma baciatore per intraprendere nuove vie, come Gandalf Boschini mi sta suggerendo da tempo. E per questo gli lascerò stavolta la mano più libera di intervenire su suoni, arrangiamenti e concezione generale delle canzoni scelte. Sarà taumaturgico anche per il produttore esecutivo, immagino. Che poi sia taumaturgico pure per chi lo ascolta, beh, la speranza non costa molto.

Un'ultima domanda, visto che del nuovo disco, giustamente, hai rivelato poco o nulla. Vorrei tornare su Star Trek, sulla tua collaborazione con Nicola Saccomani. Curiosando in rete, ho trovato davvero poco di lui, ma ho visto che la sua recente scomparsa è stata accompagnata sul suo profilo Facebook da grandissimo affetto. Come è stato il tuo rapporto con lui? Cosa ti ha lasciato?

Nicola era frontman, insieme a Giuliana Bergamaschi e Luca Zevio, dei Ratatuia, mi par di ricordare, un gruppo che ha vinto l'Arezzo Wave anni fa. Un cantautore oltre che un poeta, un uomo ironico, spiritoso, distaccato e partecipe. Tormentato come lo sono i poeti. Nell'autunno del 2005 ci siamo avvicinati a lavorare su dei testi per non so quale suo progetto che non ha più preso piede. Avrebbe musicato lui il tutto, cosa mai più avvenuta, così come i testi sono rimasti fogli con versi sparsi, un po' ricomposti l'uno sull'altro, un po' sul suo quaderno un po' sul mio. Poi ci siamo persi di vista fino a che, in un momento di sua riemersione, nel 2018, ha scritto e presentato un libro di poesie, Scritti urbani. Sono andato al suo recital e gli ho detto della canzone, che l'avevo rimaneggiata ed era diventata Star Trek, ha approvato il titolo e il lavoro. Poi siamo rimasti in contatto per chat, saltuariamente, gli ho fatto avere il disco, mi ha scritto le sue emozioni, positive sebbene la sua concezione musicale e poetica fosse diversa dalla mia. Gli ho mandato il video Hotel Bella Italia e mi ha scritto belle parole anche su quello. Ma le parole più belle sono quelle delle sue poesie, come il distico riportato nel biglietto di ricordo al suo funerale, nell'ottobre del 2019, una poesia che ritrae perfettamente il tono dei suoi versi, la fulmineità della sua visione creativa, l'ironia tenera, al confine dello struggimento ma sempre distaccata: Tra un milione di virgolette / voglio dirti che ti amo.

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giovedì, ottobre 03, 2019

Se cercando Hotel California, ti imbatti in Hotel Bella Italia…


di Fabio Antonelli

Dal 27 settembre, su tutte le piattaforme digitali e su Youtube, è disponibile Hotel Bella Italia di Marco Ongaro, singolo prodotto da Gandalf Boschini per l’etichetta D’autore/AzzurraMusic, la versione italiana di Hotel California degli Eagles, canzone che nel 1977 riscosse un successo planetario nella rappresentazione disillusa delle generazioni rock che registravano il crollo dei sogni libertari e pacifisti del decennio precedente, incuriosito da questa scelta dell’autore ho voluto intervistarlo.



Venerdì 27 settembre è uscito Hotel Bella Italia, un nuovo singolo, prodotto da Gandalf Boschini per l’etichetta D’Autore/Azzurra Music, ancora una volta si tratta di una traduzione ma questa volta non da Leonard Cohen bensì dagli Eagles, perché l’originale non è che la celeberrima Hotel California. Si può dire che abbiamo uno spostamento geografico cui segue, in un certo senso, anche uno spostamento temporale?

Certo che sì. Quando ho sentito l’impulso di tradurla mi interessava innanzitutto il senso del testo: questa visione gotica della realtà, un po’ tra il film horror anni Ottanta e una distopia da realtà parallela, inspiegabile eppure così vicina a noi. Volevo che chi non ha dimestichezza con l’inglese cantato potesse capire al volo la canzone, questo è sempre il primo movente delle mie traduzioni. Nel tradurla mi sono reso conto che non avrei potuto lasciarla in California, uno stato che ci dice poco, in una nazione da cui ci separa un oceano. È stata l’universalità del tema a convincermi che dovevo avvicinare l’ambientazione alla nostra posizione geografica. Niente di esotico se non il significato intimo, imprendibile. Nel farla venire in Italia, mi sono reso conto che il brano uscito l’8 dicembre del 1976 subiva un’improvvisa attualizzazione. I fisici lo sanno che lo spazio e il tempo sono strettamente connessi.



Il video che accompagna il singolo, per altro molto bello, è nato da una tua idea o del tuo produttore? Dove è stato girato per l’esattezza?

La sceneggiatura del video è del videomaker Oscar Serio. L’idea di girarlo è stata di Gandalf Boschini, l’idea di tradurre la canzone è stata mia. Un pomeriggio andando nel mio studio canticchiavo la canzone degli Eagles, avevo voglia di impadronirmene meglio, la sentivo vicina ma non abbastanza. Mi è successa la stessa cosa con La canzone dello straniero di Cohen, un brano che mi canticchiavo da trent’anni nella testa e che ho sentito a un certo punto fosse arrivata l’ora di cogliere completamente. Quando mi capita questo, di solito traduco la canzone per cantarmela in italiano. Il video è stato girato a Verona, tra le colline soprastanti e il Due Torri Hotel, un rinomato cinque stelle. 

Pur avendo visto più volte il video, non tutto m’è chiaro, ma la stessa ambiguità o per lo meno molteplicità di interpretazioni possibili, appartiene anche al testo, sia nella versione originale inglese, sia in questa tua traduzione e attualizzazione. E' forse nascosta qui la chiave di lettura di questo grandissimo successo mondiale?

L’ambiguità, a dir poco, del testo è il segreto della sua longevità, unita a un giro di accordi avvolgente e magnetico. Il video, con l’interpretazione di Jesusleny Gomes, offre un’ulteriore chiave di lettura, che non intendo analizzare per lo spettatore. Amo pensare che questi differenti stimoli di senso arricchiscano l’insieme. Non mi piacciono le cose troppo spiegate. Chi ascolta la canzone e vede il video è esposto a un fascio di impressioni sufficientemente denso. Può capire quello che volevano dire gli Eagles, più quello che volevo dire io attraverso il loro testo, più quello che la musica evoca nella mia versione evocata dalla loro, il tutto shakerato nelle immagini di un piccolo film che segue gli schemi del thriller. Ne ho fatto un singolo perché era già così intensamente significante da non tollerare alcuna compagnia.

Tradurre è per te anche tradire? Quanto hai tradito in questo caso specifico l’originale?

Tradire è una necessità per rendere al meglio il senso ultimo di un testo straniero. Ciascuna lingua sopporta solo se stessa, le si deve dunque pagare un pedaggio doganale a ogni passaggio. Solo nel ritornello ho operato una scelta discostandomi dall’originale, portando in Italia quanto si trovava in California, o in Baja California, Messico. Ho arricchito lievemente anche la ridondanza originale sul bell’aspetto dell’hotel rimarcandone invece la categoria, cinque stelle appunto. Il resto è di una fedeltà al di sopra di ogni sospetto. Anche quando porto la Mercedes verso la Porsche, lo faccio solo per aderire a doppi sensi erotici presenti nel gergo dell’originale. Le gemme della cannabis, colitas, diventano sbuffi di marijuana, il paradiso diventa “cielo in una stanza”, altro avvicinamento alla cultura italica che offre in più la connotazione del bordello. Insomma, ho fatto il mio porco lavoro.



Concludo con una domanda che vuol essere una battuta, in Menelao la bella Jesusleny Gomes giocava a sedurti, qui la vediamo in dolce attesa e con una bella pancia, nel prossimo singolo ti vedremo cantare una dolce ninna nanna?

Lascia che ti dica che non sono il padre, anche se il bambino si chiamerà Marco. Non c’entro proprio. Ma il progetto del prossimo video con il neonato è già stato suggerito dall’amica Jesusleny, cui non manca certo il dono dell’ironia. Omnia munda mundis.



mercoledì, novembre 09, 2016

Torna Marco Ongaro e dà “Voce” ad una scrittura audace, inconfondibile

di Fabio Antonelli

A sei anni di distanza dal pluripremiato “Canzoni per adulti” (2010 – Freecomusic), il 25 ottobre è uscito “Voce” (2016 - D’autore/Azzurra Music), il nono album dell’artista veronese Marco Ongaro. Un disco che, rispetto ai precedenti, descrive forse un nuovo lato del cantautore, più intimista ed introspettivo, grazie ad una registrazione in presa diretta e a degli arrangiamenti unicamente di pianoforte e chitarra acustica.

Cover cd VOCE

Sono passati sei anni dal tuo ultimo disco di inediti "Canzoni per adulti" che finì tra i dischi finalisti in corsa per la Targa Tenco Miglior album in assoluto dell'anno, anni in cui ti sei dedicato soprattutto alla scrittura spaziando dai libretti d'opera alla saggistica, un'attività frenetica. Ora esce "Voce", il tuo nuovo disco di inediti, con una copertina che ti ritrae seduto e rilassato su un comodo divano, mentre suoni la tua chitarra, quasi a voler dire che questo pugno di canzoni ha un carattere quasi confidenziale e che le vuoi proporre così come fossero cantate per degli amici tra le mura di casa, è così? Perché poi hai voluto intitolare semplicemente "Voce" questo tuo nuovo lavoro?

Per cominciare la chitarra non è mia, è quella della sala d'incisione. Comunque quella su cui ho suonato nel cd. Quella, e un pianoforte verticale accordato per l'occasione. Questa è stata la volontà di Gandalf Boschini, produttore dell'album, che nel tradire le sue abitudini di pop dance producer mi ha spinto a tradire anche le mie suggerendomi di non avvalermi di validi musicisti per arrangiare i miei brani. Voleva che offrissi la verità sull'artista, mi ha detto così. Io l'ho seguito. Il risultato è quello da lui cercato: un cd suonato interamente da me, ma senza sovra incisioni, dritto, così come se fossi in un locale a suonare la chitarra o il piano, con la voce e l'armonica a bocca come unici altri strumenti. Per un po' non sapevamo come intitolare l'album, la sua essenzialità mi portava a chiamarlo unicamente con il mio nome e cognome. Capita nella vita di un cantautore, non sarei stato il primo. Al momento di firmare il contratto con Azzurra Music, Marco Rossi, per distinguere il cd dai precedenti (“Dio è altrove”, “Esplosioni nucleari a Los Alamos”, “Anni ruggenti”) incisi per la sua etichetta “D'autore”, mi presenta un documento in cui intitola l'album: “Chitarra e voce”. "Giusto per non confonderci", mi dice. In seguito ci ho pensato su. Quel titolo sarebbe stato impreciso, nel disco ci sono il piano e l'armonica. Ma l'idea era interessante. La decima traccia della raccolta s'intitola “Voce”. Ecco la lampadina. Rende l'idea pratica pensata da Marco Rossi, prende il titolo di una traccia, come si usa nelle raccolte di canzoni e racconti, e al contempo rappresenta simbolicamente il lavoro, improntato al testo, alla canzone spogliata degli orpelli, la voce non solitaria ma materia primaria, sostegno per la sostanza delle parole (non sono così sprovveduto da ritenermi un virtuoso degli strumenti che suono, ma dei testi mi capita di essere abbastanza soddisfatto). Avevamo il titolo.

Sicuramente, sin dal primo ascolto, ci si rende conto che proprio la tua voce sempre più affascinate è messa al servizio dei testi delle canzoni, che come già era successo in passato nei tuoi dischi in assoluto più riusciti, penso allo storico "Archivio Postumia", spesso si muovono tra raffinate evolute ambiguità di punti di vista e di significato, quasi a voler spiazzare anche l'ascoltatore più attento. Come dicevo, lo s'intuisce da subito, basta ascoltare con la dovuta attenzione la prima traccia "Elena", dedicata all'emblema della bellezza femminile in senso assoluto, da sempre oggetto di desiderio dell'uomo, tu sembri invece ribaltarne il punto di vista, ti immedesimi in lei e quasi quasi la bellezza, da valore sembra diventare un fardello che genera nel personaggio mille domande "S'inventò / Forse un passato che rinnegò / Forse un futuro che rifiutò / Per il presente pensò di sì / E poi disse no". Forse perché tutto passa, perché "Tutto è relativo"? Ma questa è già un'altra canzone ...

Acuta osservazione. Ho provato a immedesimarmi nella fortuna/sfortuna di essere investiti dalla bellezza. Si aprono le porte? Se ne chiudono altre? Quando tutto viene offerto, come scegliere? Per questo Elena cincischia sull'acconciatura, sull'abbigliamento, sul da farsi, si lascia sfiorare da pensieri che sfuggono quasi subito, raccoglie idee che se ne vanno. E poi si riposa, ci si chiede: di cosa? Ma di tutta questa indecisione, data dalla decisione già avvenuta per mano della sorte che ha riversato la bellezza ad attrarre il mondo senza preventivamente informare da cosa sarebbe saggio essere attratti. Essere obiettivo del desiderio altrui che spazio lascia al nostro desiderio? Riflessioni, niente di stabilito. Come le avventure minimali di Elena sono oscillazioni in un'indecisione che si spera congeli il tempo, e con esso la bellezza stessa, cui in effetti mica si è tanto stupidi da rinunciare.



Nella precedente domanda ho volutamente introdotto anche il titolo di un'altra canzone che ho amato sin dal primo ascolto, mi riferisco a "Tutto relativo", che nasce in fondo una situazione comune, si è su un treno fermo ad una stazione, il treno accanto parte, lo guardiamo dal finestrino e sembriamo in realtà noi ad essere in movimento, è un esempio lampante della relatività. Ma da qui nascono riflessioni sulle relazioni uomo-donna ed "E' tutto relativo anche se Relazione non c'è". Curioso poi il collocamento dopo un'altra canzone legata al treno "Orient Express", qui il tema è più il viaggio, ma anche il viaggio è una metafora della vita, insomma credo ci sia molto da dire di entrambe, ma lascio a te la parola ...

In verità erano canzoni concepite entrambe per un concept album suggeritomi tempo fa dall'amico Pascal Schembri. Il narratore cercava sollievo da una storia d’amore andata male montando sull’Orient Express a Parigi e andando a est fino a Istanbul per poi tornare, in un viaggio di quelli che si usavano un tempo per far dimenticare gli amori ai giovani che avrebbero dovuto sposare meglio di quanto il desiderio aveva loro messo nel cuore. Li si mandava lontano dagli occhi, contando sull’efficacia del famoso proverbio. L’inventore stesso dell’Orient Express usciva da una storia del genere. Allontanato dall’Europa perché innamorato di una donna non consona al suo ceto, al ritorno ha creato questa lussuosa "macchina per dimenticare con il viaggio”. “Orient Express” è una canzone sulla nostalgia che riavvicina inavvertitamente agli altri esseri umani nel momento in cui si è fortemente ossessionati da un solo esemplare di essi. Tenendo le dovute distanze cui il treno in movimento obbliga, si vede scorrere l’umanità e si attraversano gli agglomerati urbani disseminati come oasi nel deserto. Futile stratagemma che però spesso funziona. I giovani dimenticano gli amori, ne trovano altri. Non il protagonista della canzone. “Tutto relativo” è una tappa di questo viaggio. A una stazione tutto vacilla. La non relazione diventa stimolo di relatività, rende tutto relativo, nel senso riduttivo del termine, ma anche in tutti gli altri sensi, come sempre. L’assenza della relazione che si cerca di scordare con il viaggio mette in relazione ogni altra cosa, la realtà sfuma nell’imprecisione, chi amava chi? Chi è stato lasciato e da chi? La relatività ridimensiona lo spazio-tempo annullandone le coordinate. Ciascuna canzone però vive da sola, un atomo concluso in sé, collegato solo esternamente da un’idea di storia presto contraddetta. Come quei giochi enigmistici in cui si uniscono i puntini per comporre un disegno, la vita dissemina di nessi un percorso che spesso ne è privo, i versi delle canzoni li raccolgono e creano relazioni tra loro. Ancora una volta, tutto è relativo.

Hai citato i giochi enigmistici e devo dire che qualche volta, ascoltando le tue canzoni, si ha come l'impressione di trovarsi dentro uno di quei cruciverba di Bartezzaghi in cui le definizioni, una volta trovate, lasciano letteralmente sbalorditi, quasi incantati a bocca aperta per la genialità. Questo credo sia l'effetto che si prova, ad esempio, ascoltando la canzone "Costi quel che costi" quando si arriva al verso "E' programmatica o precettiva", eppure, questo rap, questa la forma musicale che hai scelto per questo piccolo capolavoro scritto per uno spettacolo teatrale sulla nostra Costituzione, riesce pure a commuovere. Com'è nata l'idea di questo rap sui valori della Costituzione, che proprio in questi giorni credo farebbe gola ai promotori del no? O no?

O sì? Non entro nel merito come non ci entra la canzone. Le canzoni sono usate per vari scopi, le poesie anche, spesso vengono fraintese o strumentalizzate. Questa non si sottrae a tale sorte, ma vorrebbe. Nella domanda se è programmatica o precettiva sta l'essenza del cantautore che non dà risposte ma pone domande (come Dylan tradizionalmente in “Blowing in the wind”). Una domanda che potrebbe essere posta a scuola nell'ora di diritto. La questione è tutta qui. Per questo la si può e non la si può usare per il no quanto per il sì. Una parte dell'anima costituente è programmatica, dunque in continua evoluzione, suggerisce il da farsi non ancora fatto, un work in progress, un'altra è precettiva e dice cosa è indiscutibile. Ispira e stabilisce, momenti e fasi diversi che fanno di questa Carta uno dei dispositivi più accorti della storia giuridica internazionale. Ha ispirato anche me, quando mi è stato chiesto di scriverci uno spettacolo, che si è guadagnato una medaglia della Presidenza della Repubblica, nel 2009. Di acqua ne è passata sotto i ponti, eppure eccola qui in pieno centro del dibattito: ma questo è lo spirito della Costituzione, e di questa Costituzione in particolare: essere oggetto di riflessione continua. Anche la pubblicassi fra vent'anni sono convinto che la canzone troverebbe la sua via di attualità. Mi piace che ci si ravvisi qualcosa di commovente. L'hip hop era l'unico ambito moderno in cui rimasticare un tema così sacro e vitale, dunque il rap è davvero la formula giusta per parlare di parole tanto significative e decisive per la vita di una nazione. Quando l'ho studiata per scrivere lo spettacolo ho percepito l'entusiasmo e il fervore dei "padri" che ci hanno lavorato, ne sono stato contagiato, ho cercato di ritrasmetterlo attraverso il mio metabolismo. Nella musica mi ha aiutato Vittorio De Scalzi, che si è divertito quanto me a giocare in un ambito musicale che non è il nostro, ma che proprio per questo ci appartiene con una verginità particolare.



Come dicevi prima, le poesie spesso sono fraintese, ma a volte è la parola stessa a suggerire ambiguità e doppi sensi, una prova lampante di questa possibilità che poi usi e sfrutti con grandissima abilità è "Bionda", perché una bionda è la sospirata sigaretta che voluttuosamente si tocca, si armeggia con le mani, la si gusta nella bocca, ma bionda può essere anche una magnifica donna e ... non vado oltre, lascio dire a te che l'hai scritta, ne riporto solo un passo, tra i più belli "E ti rigiro tra le mani / e prendo ancora una boccata / mentre mi baci consumata / e mi prometti che mi ami". Attenzione, è una canzone che crea dipendenza ...

Il doppio senso, meglio ancora il senso multiplo è la massima risorsa di chi compone versi. Essendo il verso una comunicazione frammentaria, una comunicazione fallita che proprio sul suo fallimento punta per avere successo nel tentativo di penetrare qualche piega insondata della realtà, la ricchezza delle accezioni si offre al fruitore di poesia (e di canzone) come una ricchezza, un baluardo contro la disperata povertà delle certezze. "E quando mi sento asserito / quando mi sento trafitto da uno spillo sulla parete” canta più o meno T.S. Eliot, “come potrò sputare fuori i mozziconi delle mie abitudini?” L’immensità dei significati di una parola, ivi inclusa l’etimologia, lo sanno bene i filosofi, è il migliore strumento di riflessione sull’esistenza. Non per niente tutto tradizionalmente discende dal Verbo. Ora, in “Bionda” si parla più prosaicamente d’amore e di consunzione, di vizio e attrazione irrinunciabile, come giustamente suggerito: di dipendenza. Una dipendenza simile a quella delineata nella canzone Essi vivono, quasi uno scenario dell’orrore assimilato alla passionalità comune, quella che lega una coppia che non sa stare insieme ma neanche separarsi, è la stessa di “Bionda”, solo che qui in “Bionda” è univoca. Non c’è perdizione reciproca, ma subordinazione emotiva, psicologica, sentimentale verso un abbandono al destino che si scambia con la fatalità dell’innamoramento. L’oggetto amato ci avvinghia nella sua morsa di voluttà e ci trascina verso la nostra fine, che può essere lenta o improvvisa. In molti si cerca questo tipo di esperienza per non sentirsi sperduti nel mondo, per qualcuno è meglio una dipendenza sicura che una libertà incerta. Solitudine e libertà sono facce della stessa medaglia. Ben venga la bionda fatale, e che sia ciò che dev’essere? Ne canto per capire. Forse è più un’emozione che un concetto. Chi non ha mai avuto voglia di perdersi? L’amore è forse altra cosa, ma lascio ai filosofi di cui sopra definirlo. 

Già, parlavi giusto di quelle coppie che non sanno stare insieme ma neanche separarsi, come fossero invisibilmente unite da un elastico, così come canti nella splendida "Essi vivono", dici esattamente "Si allontanano si avvicinano / C’è un elastico che li lega così continuano / Si trascinano in questa saga dell’anno ultimo / Con il primo che preme identico dietro l’angolo / Lui ricorda lei progetta / Entrambi vibrano". Qui davvero raggiungi l'apice in questo continuo gioco delle parti, tra attrazioni e repulsioni, quando questa unione sembra essere fatta tutto si allontana, è bellissima così come la musica suonata da te al pianoforte. So che la canzone sarà anche oggetto di un video, ma il titolo? Nella canzone non v'è traccia ...

Si tratta del verso mancante, l'ultimo. Esattamente dopo "Entrambi vibrano" ci sarebbe stato "Essi vivono", ma invece di metterlo lì l'ho tenuto per il titolo, giacché di titolo si trattava dal principio, il titolo di un film di John Carpenter del 1988. Un film fanta-horror, non privo d'ironia, che non solo denuncia l'inconsapevolezza dell'umano ma anche la sua scarsa voglia di emanciparsi dall'ignoranza della propria condizione. "Essi vivono noi dormiamo", dice il film alludendo all'invasione aliena ormai avvenuta. Ma nella canzone a vivere sarebbero questi due, è questa la vita? Non rinuncio all'ambiguità del significato: mentre stigmatizzo la situazione passionale che non permette di scegliere, mi trovo ad attribuirle la qualità di "vita". Si tratta di una specie non più umana, perché non capace di determinarsi fino in fondo, perciò questi due sono "essi". Però "vivono". Magari quell'altro tipo di amore, quello posato e tranquillo, sereno e duraturo sarà migliore, ma corrisponde alla "vita vera"? Il dubbio attraversa la canzone in fondo, come una nostalgia. Ci piacerebbe forse provare ancora quella passione che rende incapaci di scegliere. Un sospiro di sollievo per esserne usciti e un po' di malinconia per non esserne più trasportati.



Beh, d'altronde, tutto questo è conseguenza dello scorrere ineluttabile del tempo, non si può certo restare immuni alle scalfitture provocate dall'invecchiare, verrebbe di pensare nell'ascoltare la tua "C'era un ragazzo ora non c'è", canzone omaggio a Gianni Morandi e risposta alla sua celebre "C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones". Nel libretto che accompagna il disco, oltre ai testi delle canzoni hai inserito delle note guida all'ascolto dei singoli brani e, in merito a questa canzone, che in un passaggio riecheggia anche l'originale hai scritto "Se Morandi è Dorian Gray, Baglioni è il suo profeta". Non credo sia un caso che i due siano saliti su un palco insieme per "Capitani coraggiosi" ... ma torniamo al tuo brano, il vero protagonista è quel ragazzo o quel Marco Ongaro che ragazzo non lo è più?

E non solo quel Marco Ongaro, quei tutti noi che non siamo più gli stessi o ci illudiamo di non essere tali, come se bastasse l'età a cambiare. L'omaggio più che a Morandi è a Mauro Lusini, l'autore della canzone cantata da Morandi. A Gianni avevo proposto di cantare la mia, come fosse una risposta a se stesso qualche decennio più tardi, e lui è stato simpatico nel declinare suggerendomi di farlo io. Ha ragione, lui non è invecchiato neanche di fuori. Non c'è più Lusini, non ci sono i Beatles, i Rolling Stones sono pieni di rughe. Il senso è la prosecuzione della riflessione su Elena. Se il tempo va avanti, tutto cambia e niente cambia. Noi restiamo quelli che eravamo, se non ci guardiamo allo specchio. Il fanciullino non cresce poi tanto, ce lo ricorda saggiamente Jodorowsky, e questo contrasto tra l'esterno e l'interno è la mostruosità della faccenda. Come in quei film dove Meryl Streep viene truccata per apparire diciottenne prima, poi quarantenne, poi sessantenne e quindi ottantenne, non si capisce bene quale sia il trucco corrispondente al vero. Che sciocchezza: un trucco non corrisponde mai al vero. La sostanza è invisibile (altra apparente sciocchezza) e l'apparenza diventa sostanziale. Dov'è finito quel ragazzo? Ci sono ancora ragazzi che sognano come si sognava allora? Il tempo è cambiato e anche la gioventù odierna dovrebbe esserlo. Su questo, e sull'ambiguità tra i giovani d'oggi e l'io giovane di allora, ed ero proprio un bambino piccolo, si gioca il senso propositivo, mai responsivo, della canzone. Risponde alla canzone di allora e risponde alla prima traccia del cd, “Elena”, poi duetta con “Il verbo "era"”, sulla bellezza che sfuma e sui cretini che lo ricordano agli interessati, per scivolare sulla buccia di banana di “Cambierò” (vedi sopra) e su “Voce” che anticipa il tempo trascorso cercando di aggrapparsi al presente. Più ci penso e più questo album raccolta somiglia a un concept. Accidenti, non riesco a fare altro che concept album. Non sarà che tutto è sempre interconnesso?

Accidenti, è vero, più ascolto questo disco e più mi accorgo che tutte queste canzoni magari nate singolarmente, anche a distanza di tempo fra loro, magari suggerite da esperienze o letture fra loro molto lontane, sono in realtà unite fra loro, come in un'unica riflessione sullo scorrere del tempo, sulla vita umana stessa. Il tempo, il suo scorrere, è sempre più presente nella tua attività non solo musicale, mi viene in mente, ad esempio, anche il tuo recente libro "Elogio della puntualità" scritto insieme ad Andrea Battista. Accidenti anche perché con la tua risposta mi hai calato in solo colpo gli ultimi tre brani del disco che, con la cover di "Hallelujah" di Leonard Cohen direi che costituiscono un magnifico poker. Allora ti chiedo proprio di quest'ultima chicca, la cover, perché hai voluto inserirla visto che ne esistono decine se non centinaia di versioni?

Eh no! Accidenti lo dico io. Possibile che debba continuare a sentir chiamare cover delle traduzioni filologicamente curate? L’ultimo disco di De Gregori è stato definito di cover, ma erano traduzioni di canzoni di Dylan. “Via della povertà” non è la cover di “Desolation row”, è la traduzione che ritrasmette nella nostra lingua quanto ideato in origine dal poeta Dylan, rispettandone lo spirito, la metrica e le rime. Altrimenti cominciamo a definire cover le traduzioni che Quasimodo ha fatto delle poesie di Saffo. Quasimodo fa cover di Saffo? Non siamo ridicoli. Caproni ha fatto cover di Apollinaire? Magari, forse sarebbero state migliori delle traduzioni. Le canzoni che ho tradotto e pubblicato da Cohen sono adattamenti, ho tradotto il testo originale cercando di restituirne la lettera senza tradire la musicalità italiana. Una volta d’accordo su questo possiamo dire che la mia versione di Alleluia (e anche il titolo è tradotto) è l’unica traduzione italiana incisa su disco di questa canzone. Esiste una versione in italiano di Baccini ma parla di Shrek, l’amore per un orco, dunque non traduce niente e tradisce tutto, più o meno come si usava negli anni Sessanta, quando “Let it be”  diventava “Dille sì”. I tempi sono cambiati, per fortuna, anche grazie a De Gregori e De André, che di traduzioni hanno fatto incetta, a partire da “Suzanne”. “Una storia sbagliata” di Bubola/De André prende surrettiziamente la musica di “Ballad of the absent mare” di Cohen ma non ne è la traduzione. Quella possiamo chiamarla cover. La mia “Ballata della cavalla assente” pubblicata su “Canzoni per adulti” invece è la traduzione e adattamento del testo originale di Cohen. L’unica versione tradotta pubblicata finora. Spero di essere stato chiaro. Detto questo: non esistono versioni pubblicate di “Hallelujah” che svolgano la funzione divulgativa che attribuisco a questa operazione. La mia è la prima in italiano. E qui rispondo alla domanda. Quando traduco e incido una canzone straniera ho l’intenzione di creare una canzone italiana che permetta alla gente del mio Paese di capire che cosa ha scritto il genio cui mi sono accostato per tradurlo. Cerco di restituire agli italiani, con una certa simultaneità tra musica e parole, una blanda idea del piacere che gli anglofoni provano nell’ascoltare la canzone originale. La voce non è la stessa (quella di Cohen è irraggiungibile), gli arrangiamenti neanche (Buckley ha offerto tutto nella sua semplicità), ma il testo esprime ciò che indicativamente il poeta voleva esprimere, sempre con i limiti e le ambiguità infinite proprie della poesia. Interpreto il testo “sacro", come Cohen e Dylan spesso fanno con le Scritture, giacché da sempre il poeta è un esegeta. Non pretendo di coglierne o restituirne tutte le sfumature ma aspiro ad avvicinarmici il più possibile per il piacere di chi non capisce le canzoni in inglese. Sulla traducibilità delle poesie esistono gli stessi dubbi che su quella delle canzoni, ma ogni tanto bisogna lanciarsi perché l’amore è più forte dell’insicurezza. E l’insicurezza è comunque l’essenza della poesia.



Dopo questa "bacchettata" sulla differenza tra cover e traduzioni filologicamente curate, che ho molto apprezzato, credo si possa abbandonare il percorso intrapreso tra le tracce del disco per chiederti invece un'ultima cosa, che credo stia a cuore a chi ti ama e ti segue da sempre. Ci sarà modo di ascoltare questo tuo nuovo lavoro discografico dal vivo e se sì, sarà in versione voce e chitarra/pianoforte, così com’è stato concepito? In ogni caso il disco come sarà acquistabile a livello di supporto fisico, visto che il problema reale resta sempre quello della distribuzione delle opere discografiche?

Mi piacerebbe andare in giro in concerto con una band molto folta per cantare queste canzoni come non sono nel cd. Una sorta di contrappasso rispetto agli altri album, in cui incidi e sovra incidi strumenti su strumenti per poi magari andare a fare i concerti in due. Come sono stato fatalista nell'accettare la formula del disco, così lo sono per i concerti. Farò ciò che l'occasione mi suggerisce. Dal solitario alla grande orchestra, non ho pregiudizi. Il concerto è un momento staccato dal disco, sempre e per un disco come questo, che vorrebbe ricostruire la mia dimensione più solitaria, forse assoldare subito qualche strumentista per andare in pubblico mi sembra una soluzione interessante. Come si trova l'album? Come tutti gli album del mondo: sulle piattaforme in distribuzione web, nei negozi prenotandolo (mai nella mia vita si è trovato un mio disco in un negozio senza prenotarlo, i tempi sono cambiati per gli altri, forse, per me la storia è sempre uguale e paradossalmente non ci ho perso nulla), cercando in internet anche spedizioni postali direttamente dalla casa discografica (lo fanno e ne sono felici) o presso altre strutture specializzate in questo tipo di forniture (Amazon, ecc.). Insomma, basta volerlo.