Visualizzazione post con etichetta Paolo Conte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paolo Conte. Mostra tutti i post

lunedì, novembre 27, 2023

Marco Ongaro – La spia che ti amava, quinto episodio della sua indagine sull’amore

di Fabio Antonelli

Il 24 di novembre è uscito su tutte le piattaforme digitali il videoclip “La spia che ti amava”, il nuovo singolo di Marco Ongaro. Un brano che anticipa la pubblicazione dell’album omonimo, anche su CD, prevista a metà febbraio 2024 a cura della Long Digital Playing di Milano. Il nuovo progetto musicale verrà presentato in anteprima live con un concerto che si terrà venerdì 1° dicembre all’ESOTERICPROAUDIO THEATER di Villafranca (VR).


Il 24 novembre, è uscito il videoclip La spia che ti amava, il singolo che anticipa il nuovo album in uscita a febbraio 2024 e che avrà lo stesso titolo. Due domande in una: perché l’idea di riprendere nel titolo proprio quel James Bond interpretato da Roger Moore, piegandolo però su te stesso (in Bond c’è un mi e non un ti amava) e se, la copertina, che mostra una tua immagine in movimento ripetuta più volte a sovrapporsi, ti rappresenta, io direi di sì perché sei sempre stato un artista in movimento, mai rivolto al proprio passato ma pronto a cercare nuovi stimoli e lo hai fatto mutando continuamente la modalità, un po’ scrittore, un po’ saggista, un po’ drammaturgo, un po’ cantautore, un po’ rocker come in quest’ultima produzione, è così?

Ho modificato il titolo di 007 La spia che mi amava togliendo al significato patetico del film quel tocco di intimismo per farne, con la seconda persona singolare che ben si adatta all’impersonale, una versione più universalizzata. La spia che ti amava è l’altra parte nel gioco delle parti allestito da Eros, l’altro individuo in un intreccio amoroso, quello della cui autenticità non si può mai essere certi fino in fondo. Come non si può mai essere certi fino in fondo dell’esattezza del proprio amore, della propria buona fede e infine della propria identità - chi è il tanto sbandierato sé stesso? di quanti me stesso dovremmo rispondere? – così un più o meno debole dubbio rimane sempre in merito a chi si ha nel letto, alle sue intime motivazioni, alla miscela di desiderio e bisogno che ce l’ha messo accanto. Il dubbio su di sé si riflette bene nel dubbio sull’altro, sospetti reciproci s’insinuano e vengono messi a tacere, il gioco di specchi si moltiplica come le incertezze, più disincantate che paranoiche, e l’universo spionistico, che passa spesso anche attraverso commerci sessuali, ne sintetizza perfettamente l’aspetto metaforico.

Lo smartphone consultato spesso a tradimento per leggere l’animo altrui non può certo restituirne una foto attendibile. Perché l’algoritmo del cellulare è meno complesso delle pur ripetitive dinamiche amorose, e questo a dispetto delle mille password da decifrare ogni giorno per spiare l’essenza della persona “amata”.

La molteplicità della foto di copertina del singolo riflette bene questo concetto come pure, hai ragione, la mutazione reiterativa dell’artista che cerca di sfuggire alla propria gabbia ricreando continue versioni di sé. La spia che ti amava in effetti è il quinto personaggio creato nella mia carriera nel tentativo di indagare l’amore: Landru in Archivio Postumia, poi Il Salvatore delle donne tristi e Il sostegno delle massaie in Canzoni per adulti, quindi Il fantasma baciatore nell’omonimo album. Con La spia siamo alla pentalogia. Chissà se ho finito. Comunque il rocker c’era già in Dio è altrove ed Esplosioni nucleari a Los Alamos. Viene da lontano. 



Hai parlato di rocker, in effetti il rock mi sembra oramai diventato la tua cifra stilistica, soprattutto se andiamo ad ascoltare i tuoi ultimi lavori musicali. Magari cambia la formazione musicale che ti accompagna e quindi lo stile, passando dal prog al rock vero e proprio, ma pur sempre di genere rock si tratta. Solitamente il rock è lo stile che si abbraccia da giovani per poi approdare a stili più “tranquilli” mentre tu sembri muoverti a ritroso un po’ come cantavi nel brano di apertura del precedente disco.
È una scelta precisa e definitiva o è dettata dai compagni di viaggio che di volta in volta imbarchi nell’impresa?

L’influenza di amici, direttori artistici, produttori ha guidato il mio tragitto fino a qui. Nell’album precedente, Solitari, le scelte stilistiche erano dovute a due fattori: uno, le direttive del produttore Gandalf Boschini cui avevo lasciato come mai prima carta bianca, e due, lo strumento con cui ho scritto le canzoni. Gandalf ha scelto arrangiatore e musicisti, io ho scelto la chitarra. Scrivere alla chitarra porta più verso il rock, nel mio caso. Mentre lo swing è tipicamente pianistico. Archivio Postumia e Canzoni per adulti li ho scritti interamente al pianoforte: l’universo orbitante tra il Tom Waits di Blue Valentine, il Paolo Conte di Aguaplano e i retaggi delle indicazioni di Lilli Greco ne erano all’origine. Dio è altrove e Esplosioni nucleari a Los Alamos risentono massicciamente della mia scrittura alla chitarra e dell’incontro con il chitarrista Roby Ceruti, un archeologo dell’elettrica. Gli incontri decidono come le cose nascono. La spia che ti amava è nata praticamente a Parigi, con la mia chitarra comprata in loco e i concerti quotidiani cui assistevo alla Guinness Tavern. C’erano cover band rodate, un modello trio di base, basso chitarra e batteria, cui abbiamo aggiunto due voci femminili. Ecco a voi Le Cifre. Vi si è aggiunto il piacere dell’uso tarantiniano delle colonne sonore vintage. Ma lo si scoprirà meglio all’uscita dell’album.

Beh, con questo tuo finale dico non dico, apri uno spiraglio di luce davvero interessante sull’intero nuovo lavoro che uscirà a febbraio. Non credo tu voglia anticipare altro in merito al contenuto del nuovo disco, allora ti faccio un’ultima domanda più ampia. Il nuovo disco lo pubblicherai anche in vinile e, in ogni caso, lo diffonderai comunque sulle varie piattaforme digitali? Te lo chiedo perché alcuni artisti (mi vengono in mente Pippo Pollina e Davide Van De Sfroos) hanno deciso di intraprendere una battaglia che, sinceramente, ritengo un po’ donchisciottesca, contro la musica definita liquida, ossia la fruizione musicale in digitale della musica, affidando le vendite del loro ultimo album esclusivamente ai supporti fisici (cd ed il ritornato di moda vinile). Che ne pensi in merito?

La mia scelta discografica stavolta è caduta sulla Long Digital Playing di Luca Bonaffini, un’etichetta principalmente digitale, come dice il nome, ma che per l’occasione stamperà e distribuirà anche i CD. Dunque, tutte le piattaforme virtuali sono coinvolte in prima istanza, poi il supporto fisico, ma al vinile non credo arriveremo a meno che non ci siano prenotazioni a prezzi da collezione. In tal caso al denaro non diremmo di no. Il mio anacronismo non si spinge all’irrealismo, il mondo è digitale, la mia etichetta lo è, quando mi pubblicherà la rivista Vinile rivedrò semmai la mia posizione. Stavolta vorrei aumentare l’impegno dal vivo, vista la band così ben affiatata. Nulla è più concreto di un concerto.


Sito ufficiale di Marco Ongaro

sabato, febbraio 10, 2018

Il Festival maschilista e i “Folli voli” di Grazia Di Michele


di Fabio Antonelli

"Il ranuncolo indossato dai cantanti di Sanremo è solo una foglia di fico che serve a nascondere il maschilismo evidente nella scelta delle canzoni. Non solo c’è una drammatica assenza di donne tra le interpreti in gara, ma neppure a livello autoriale è stato rispettato il contributo delle donne, che si ritrovano a cantare brani scritti da uomini, a farsi interpreti di sentimenti filtrati da una sensibilità maschile. Non solo fiori, la prossima volta, ma opere di bene".

Grazia Di Michele


Partirei subito, se s ei d’accordo, dalla tua critica rivolta alla direzione artistica del Festival di Sanremo, in cui sottolinei con forza l’assenza quasi assoluta di interpreti femminili o, qualora presenti, in ogni caso con pezzi scritti da colleghi uomini …

Beh, sai sono una cantautrice da una vita e ho scritto tantissime canzoni, con alcune di queste sono stata anche al Festival di Sanremo, però parliamo di canzoni, come ad esempio “Io e mio padre” (1990) la primissima che ho scritto che, credo, solo una donna possa descrivere così il rapporto tra una figlia e suo padre, un uomo ha ovviamente un altro tipo di rapporto. Se io scrivessi una canzone su mia madre, su mio figlio o sul mio modo di vivere la condizione femminile nel mondo, questa sarebbe conseguenza del mio essere donna o di aver  vissuto in prima persona negli anni ’70 il movimento femminista. Ritengo che nel mondo della musica cantautorale italiana, le donne  ci sono,ma faticano ad uscire fuori. Quando in questi giorni ho visto il Festival di Sanremo, dove tutti hanno messo un fiore per sensibilizzare tutti sul tema della violenza che le donne subiscono ogni giorno, poi mi sono detta “E’ giustissimo però perché in questo Festival alla fine non sono presenti testi scritti da donne e così poche interpreti? Non è certo una questione di quote perché le trovo in sé assurde".

Sì, lo sono in ambito politico, figuriamoci in ambito musicale …

Infatti, è però questione di riconoscere una realtà. Ad esempio trovo anche strano che in questo Festival sia totalmente assente il rap, assenza che puoi giustificare con il gusto personale, soggettivo, ma resta il fatto che noto delle stranezze … Sai poi perché ho notato l’assenza di storie femminili? Perché io con le donne ci parlo, parlo con loro quando vado a fare le master class, lì incontro cantautrici emergenti o affermate, ma questa realtà assai diffusa emerge. Mi sarei quindi aspettata una maggiore attenzione verso l’universo femminile, non so tu cosa ne pensi …

Sono d’accordo, perché credo non sia possibile che l’unico spazio in cui si possa sentire la canzone d’autore femminile sia quasi solo il Premio Bianca d’Aponte.

Sì certo,  metti per assurdo che fossi stata io il direttore artistico di questo Festival di Sanremo, credi che il Festival sarebbe stato così? Tu hai citato il Premio Bianca d’Aponte, certo è ottimo ma tante donne hanno provato ad entrare anche  nella vetrina sanremese,  sia quelle affermate che quelle meno, c’è un bel gruppo di cantautrici valide, dove sono?

Al Festival eri appena stata nel 2015 …

Sì, con Platinette, però anche quella operazione è nata per una  mia attenzione  nei confronti della discriminazione sessuale, Plati è un amico e ho cercato di stabilire con lui un  dialogo sulla sua condizione e ne è nata una canzone. Altre donne raccontano il loro modo di relazionarsi con la vita, con gli uomini, con l’amore, con i problemi, ed hanno una loro cifra poetica.

Assolutamente, penso ad esempio a Susanna Parigi, Patrizia Laquidara, due nomi che mi vengono in mente in questo istante …

Certamente, ma anche di più giovani e meno conosciute, è pieno di artiste valide. Cito Cristina Donà così come Erica Mou, ma sono davvero tantissime, in questo Festival sarebbe bastato mettere un Pooh in meno e chissà … (ride)

Cover CD "Folli voli"


Assolutamente si. Anche nel tuo nuovo disco “Folli voli”, d'altronde, in cui tra l’altro abbandoni il tuo ruolo classico di cantautrice per assumere quello di interprete, attingi a piene mani dal mondo musicale femminile e, direi, trasversalmente, visto che ascoltarlo è un po’ come girare per il mondo alla ricerca di vere e proprie perle musicali.

Beh, ho voluto fare questo esperimento, anche se poi in realtà non è che abbia mai smesso di scrivere, solo che questa volta ho avuto voglia di giocare un po’ con la possibilità di interpretare brani scritti da altri che, però, parlassero di cose di cui avrei potuto parlare anche io, del mio rapporto con la musica, del modo di vivere l’amore.

E’ un po’ come se fossero sempre state dentro di te?

Sì, sì, anche perché alcune canzoni le conoscevo da tantissimo tempo come, ad esempio, “Uri” un brano di Noa che ho ascoltato ed amato tantissimo. Quindi, quando poi si è trattato di scegliere i brani, su alcuni sono andata a colpo sicuro, in maniera affettiva, come  nel caso di “Uri”, così come anche per il brano di Damien Rice (“The Blower’s Daughter” diventato “Non so guardare che te”) che ho ascoltato fino all’esasperazione. Non sono “cover”,  ma  adattamenti in italiano di brani che in qualche modo sono entrati nella mia vita, perché quando si parla di “cover” in realtà si sbaglia  perché la cover è riproporre una canzone così com’è…

Ah, lo so bene, sono stato cazziato su questo punto da Marco Ongaro (cantautore veronese) quando ho definito “cover” una sua traduzione di “Hallelujah” di Leonard Cohen e, ci ha tenuto molto a precisare che una cover è una cover, mentre una traduzione comporta un lavoro molto più complesso.

Assolutamente sì, i brani sono stati tradotti in italiano cercando di mantenere integro sia il significato sia il suono, il che non è facilissimo. Ti faccio l’esempio di “Falling Slowly” che è diventato “Folli voli”, che come vedi suona allo stesso modo pur avendo un significato letterale diverso, però racconta quello che effettivamente dice la canzone nella sua versione originale. Il disco, è nato per gioco, un pezzo dietro l’altro e, quando mi sono accorta che ne avevo fatti dieci, mi sono detta “Ecco, abbiamo pronto il cd”. Il disco è una parentesi molto leggera tra quanto fatto fino ad oggi e quanto sto, invece, scrivendo ora. E’ stato anche molto interessante da realizzare, perché entrare nel mondo degli altri a volte ti fa conoscere delle cose di te stesso, che non sai. Questo disco, come dicevi bene, è un viaggio e un viaggio arricchisce sempre…

Sai però, devo dirti che, ascoltando il disco, quello che sto dicendo non è un aspetto negativo ma è un pregio, è un po’ come se ci fosse un filo conduttore che lega tutti i brani, sarà forse il tuo modo di porgere le canzoni che le rende quasi tue, quasi fossero state scritte da te, certamente un modo di essere assolutamente riconoscibile.

Beh, forse è dovuto anche alla mia voce che è quella che è e, in qualche modo, lega tutto, anche se io non credo mai che la voce sia solo un fatto timbrico. In effetti, il fatto che tu dica che sembrano quasi essere state scritte da me è vero. Prendi, l’ultima canzone del disco ad esempio, “Come la musica” che è stata scritta da Bungaro ed è l’unico pezzo inedito presente nel disco, serviva un brano che fosse scritto italiano perché questo viaggio immaginario ad un certo punto doveva come riportarmi a casa e, ti giuro che quando l’ho sentito per la prima volta sono rimasta fulminata, perché avrei potuto partorirlo io tranquillamente, come se Bungaro mi avesse letto nel pensiero.

In questo disco, inoltre, duetti con alcuni degli autori dei brani.

Sì, c’è il brano greco “Anemos” (“Anime”) che è cantato con Kaiti Garbi, una cantante  molto popolare in Grecia e, in questo caso, l’abbiamo cantata in trio, insieme a Maurizio Lauzi, figlio di Bruno. Poi c’è “Embarcacao”, un brano della polacca Kayah che ha secondo me una voce strepitosa e che in italiano è diventato “Vele al vento” e, per finire, c’è “Folli voli” il brano che dà il titolo al disco, cantato con Ivan Segreto, un cantautore di origini siciliane che io adoro, bravissimo, originale, particolare. In questo caso l’ho chiamato, non conoscendolo, dicendogli che avevo una canzone che era la traduzione di “Falling Slowly”, canzone cantata da Glen Hansard e Markéta Irglovà, ci siamo dati appuntamento e, senza mai esserci visti prima, l’abbiamo cantata insieme alla velocità della luce. Ora stiamo preparando una presentazione alla Feltrinelli di Roma, cui seguiranno altre date presso varie sedi della Feltrinelli. Saremo, ad esempio, il 16 febbraio a Verona  , il 2 marzo a Milano.

Ivan Segreto con Grazia Di Michele


Queste presentazioni come saranno, visto che il disco presenta sonorità particolari e dato che, credo, sarà impossibile ripresentare dal vivo i duetti in esso presenti.

Sarà presentato così, come spesso nascono i brani, cioè al pianoforte o alla chitarra, comunque in forma acustica, saranno eseguiti cinque o sei brani, quelli più adatti, perché difficilmente sarà possibile eseguirli tutti. In ogni caso credo che una canzone, se bella, anche la più energica, la più ricca di arrangiamenti, possa alla fine essere ricondotta  in una forma più semplice, senza perdere il proprio valore, penso ad esempio ad “Anemos”, anche se la fai in versione voce e chitarra sta in piedi comunque.

Tornando un attimo al discorso fatto sui testi, per le traduzioni hai fatto tu il lavoro o ti sei affidata a qualcuno?

Mi sono affidata ad Alberto Zeppieri, per un motivo molto semplice, le lingue da tradurre erano troppe. Alberto ha dovuto tradurre dall’israeliano al capoverdiano al brasiliano, ecc. Lui è proprio esperto in questo, non è solo un traduttore letterario ma è un musicista, quindi riesce a fare benissimo questa operazione che è molto complessa.

Lasciando questo disco che, come detto, ti vede protagonista come interprete, hai in cantiere qualcosa di nuovo a livello di scrittura?

Sì, non ti dico che è pronto ma quasi, un cd scritto a quattro mani con mia sorella Joanna, che si chiama “Ritratti” ed è un disco che parla di storie femminili

Tanto per cambiare …

(ride) No, ma queste sono dei ritratti molto particolari. Abbiamo cominciato a lavorarci quasi in contemporanea con “Folli voli” e sono stata per un po’ di tempo come su due binari, poi “Folli voli” ha preso la sua strada e a questo altro disco continuo a lavoraci finché non sarà pronto.

Vorrei farti una domanda che un po’ una provocazione, visto che s’è parlato così tanto di mondo musicale femminile, se dovessi invece farti scrivere un brano da un cantautore uomo da chi vorresti fartelo scrivere?

Che domandona che mi hai fatto … Accidenti, beh, se fosse italiano, mi piacerebbe fosse Paolo Conte.

Ah, punti in alto ….

(ride) Beh, mi hai fatto tu la domanda, io l’adoro, perché trovo che sia uno che, sia che scriva in maniera ironica sia che non scriva in maniera ironica, abbia comunque una  poesia sottile, delle immagini straordinarie, mi piace moltissimo.

Se, invece, dovessimo allargare il discorso oltre confine?

Beh, andando all’estero mi piacerebbe un brasiliano, Chico Buarque de Hollanda, tu sai che anche lì i cantautori sono poeti.

Ma lì trovi molto poetici più per i testi o per le sonorità?

Per tutte due gli aspetti, mi piace molto la musica brasiliana, poi Chico racconta la vita con una sensibilità unica.

Quindi, restando all’Italia, potresti duettare con Joe Barbieri?

Yess (ride). Ma io ne ho fatti davvero tanti di duetti, con Eugenio Finardi, Cristiano De Andrè, Massimo Ranieri, Tosca, Rossana Casale, Platinette, Randy Crawford e tanti altri. A me piace molto condividere con gli altri l’esperienza della musica, essendo anche musico terapeuta.

Visto che siamo nella settimana del Festival di Sanremo, al di là del discorso fatto sulle presenze o, peggio, non presenze femminili, come ti è sembrato il Festival quest’anno?

Mi sembra che ci siano poche canzoni belle, però ci sono. Mi piace molto la canzone di Ron o meglio di Dalla cantata da Ron, mi piace la canzone di Barbarossa, quella di Bungaro e Pacifico cantata con la Vanoni. Mi piace quella dei Decibel che non piace a nessuno e non so perché …secondo me è scritta e cantata bene.

Forse il fatto di averla dedicata ad un’artista così importante e famoso ha fatto si che la gente pensasse che l’ha fatto per trarne vantaggio, un po’ come è avvenuto con Mirkoeilcane, con la sua canzone sui migranti … non può essere?

Guarda, l’ho pensato, poi però c’è il pop di Metal-Moro in cui cantano un brano sul terrorismo, quindi se fosse vero ciò che dici, che viene punita la strumentalizzazione, credo allora sarebbe grave strumentalizzare anche il terrorismo in una canzone, cosa su cui non concordo assolutamente. In fondo il brano dei Decibel è molto spirituale, intelligente e originale  Non sopporto i brani inutili invece, e ce ne sono…

Dei Volo, che mi dici? Mi pare di aver letto da qualche parte una tua esternazione …

Guarda, hanno fatto questo omaggio a Sergio Endrigo, sembrava una marcia funebre. Non si può fare una romanza di una canzone di Endrigo, non puoi fare un tributo ad uno dei massimi esponenti della canzone d’autore e, invece che entrare tu nel suo mondo, di rispettarne la semplicità la classicità, lo trascini a tutti i costi nel tuo … Poi l’hanno rallentata tanto che quasi mi sono addormentata, non ho parole.




Sito ufficiale di Grazia Di Michele
Pagina ufficiale di Grazia Di Michele su Facebook
Canale Youtube di Grazia Di Michele

sabato, marzo 10, 2012

Giorgio Conte in concerto a Legnano, è arrivato un bastimento carico d’ironia


di Fabio Antonelli

Artista
Giorgio Conte

Luogo
Teatro Galleria – Legnano (MI)

Data
2.03.2012





Ci sono sere in cui la pigrizia prende il sopravvento e, allora, è dura, soprattutto d’inverno, uscire da casa, abbandonare la propria poltrona per recarsi a teatro. Forse può essere questa la spiegazione di un bel teatro come il Teatro Galleria di Legnano, però semi vuoto, un pubblico che ha mancato una ghiotta ghiottissima occasione, un concerto di Giorgio Conte in tour per presentare il suo nuovo disco “C.Q.F.P. (Come Quando Fuori Piove)”. Magari non è neppure pigrizia, forse è solo uno snobbare i teatri di provincia per riversarsi sugli spettacoli in cartellone nella vicina Milano, fatto sta che la gente presente era davvero poca.

Peccato, doppio peccato.

Primo perché assistere a un concerto di Giorgio è sempre un evento piacevolissimo, anche chi ama restare chiuso in casa quando fuori piove, si sarebbe sentito a suo agio, quasi si trovasse come d’incanto a casa propria, perché Giorgio rispecchia questo modo di cogliere la vita, non  a caso il brano che ha dato il nome alla sua nuova fatica discografica recita proprio così “Noi due all’asciutto / e chi se ne frega / se di là dei vetri / sta cadendo il cielo”.

Secondo perché l’evento era inserito nel programma “Eventi per il mondo”, organizzato da Ares Onlus, un’associazione di volontariato per la cooperazione internazionale allo sviluppo e rappresentava quindi un importante momento di sensibilizzazione oltre che di aiuto economico.

Tornando a questo nuovo disco, nel presentarlo Giorgio ha tenuto a chiarire che per la sua realizzazione non s’è proprio fatto mancare nulla, l'ha in pratica registrato in casa, tra i suoi cani e il suo gatto, tra un’attività domestica e l’altra, un tè o un caffè con i biscottini, con vicino l’amico e grande fisarmonicista Walter Porro tessere le trame, utilizzando anche strumenti musicali d’infanzia come i piatti di una vecchia batteria giocattolo, il suo pianoforte con i pedali un po’ rumorosi e tanti effetti speciali. In proposito, sorridendo, ha voluto rilevare che il disco è pieno di effetti speciali come il richiamo della quaglia, il verso della tortora e della civetta, il canto mattutino di un gallo, un cinghiale in amore, il rumore della selce che mola la falce … effetti che sono stati riprodotti puntualmente anche durante la serata, con qualche fuori onda, cui subito Giorgio ha replicato scherzosamente “questi effetti speciali ci stanno proprio prendendo la mano”.

Come avrete già capito, non è stato certamente un concerto di quelli in giacca e cravatta, impettiti, senza mai una sbavatura, di quelli che a fine concerto si finisce per pensare, ma se mi ascoltavo il disco in studio, non era forse la stessa cosa?

No, con Giorgio questo rischio non si corre, già l’inizio del concerto è stato inusuale, prima che entrasse, a sipario chiuso, è stato fatto ascoltare “Gli innamorati e la marina”, un brano dell’ultimo disco, direttamente da cd tanto che, ho pensato, strano che prima di un concerto s’intrattenga il pubblico in sala, con la stessa musica che poi l’artista in cartellone andrà a suonare. Invece, a fine brano, ecco aprirsi il sipario e comparire Giorgio, accompagnato da due bravissimi musicisti, il già citato Walter Porro che si è poi alternato per tutta la serata tra fisarmonica e pianoforte e Alberto Parone che ha curato la parte ritmica tra batteria, percussioni e vocal bass.

Walter Porro si è poi reso protagonista anche di due grandi momenti, omaggiando Lucio Dalla con “L’anno che verrà” eseguito al pianoforte prima dei bis e suonando divinamente “Libertango” di Astor Piazzolla.

L’intera serata è stata costruita intorno al nuovo album ma non sono mancati brani di altri artisti come “La java bleu”, una canzone francese di Patrick Bruel o da precedenti lavori come “A innamorarsi” e l’ironica “Gnè Gnè” tratte da “Il Contestorie”, “Rock 'n roll e Cha cha cha” da “L’ambasciatore dei sogni”, “Te lo farei notare” da “Eccomi qua”, occasioni continue per elargire a piene mani sottile ed elegante ironia.

Ironia sempre garbata che non riesce a scadere nel volgare neppure nell’affrontare il tema un po’ goliardico di un petomane e del suo cane da caccia, descritti con poetici riferimenti danteschi in “Scaricabarile”.

Ironia che non viene meno neppure a settantanni suonati, quando nel pensare al tema della morte, di come comunque un giorno il viaggio terreno finirà anche per lui, è il tema di “La sorpresa”, anche dinanzi a quel fatidico momento, dopo un ipotetico viaggio in cui il carburante finisce, la sua risposta al comandante è “Vado a restituir la chiave / e a pagare il mini bar”. D’altronde un suo cavallo di battaglia, eseguito qui nei bis, è sempre stato “De profundis” di Vladimir Vysotskij che, nella versione in italiana, recita “E va beh che prima o poi dovremo andarci tutti quanti / Ma se c'è chi ha molta fretta che mi passi pure avanti”.

Ironia che non è mancata nel cantare la celebre “Una giornata al mare”, “che non sarebbe stata certo così se le parole non le avesse scritte Paolo” o la canzone “Monticone” scritta, musicata e mai cantata da Paolo, “sarà forse per questo che me l’ha donata?” dice prime di eseguirla in maniera toccante.

Il concerto si chiude con “Non sono Maddalena” un suo pezzo reso famoso da Rosanna Fratello. Anche qui però non manca l’ironia, racconta, infatti, al pubblico di essere stato sempre affascinato dalle calde estati in cui ad Asti giungevano cantanti famosi come Peppino di Capri, Claudio Villa, lui si faceva sempre avanti, faceva ascoltare le sue canzoni, grandi complimenti da tutti, cercava poi di avere i loro numeri di telefono, loro invece si facevano dare il suo … sta però ancora aspettando che il telefono squilli ...


Le foto sono di Consuelo Busi per Pinciroli Foto, Legnano.







Musicisti
Giorgio Conte: voce e chitarre
Walter Porro: fisarmonica e pianoforte
Alberto Parone: batteria, percussioni e vocal bass

Links
Giorgio Conte
Ares Onlus 
Eventi per il mondo

lunedì, febbraio 13, 2012

Intervista a Giorgio Conte intorno a “C.Q.F.P.”

Intervista a Giorgio Conte intorno a “C.Q.F.P.”
di Fabio Antonelli

Sono passati ormai otto anni da “Il Contestorie”, l’ultimo disco d’inediti del cantautore astigiano Giorgio Conte. Il suo nuovo lavoro s’intitola, curiosamente, “C.Q.F.P.” (Come Quando Fuori Piove”) proprio come l’espressione con cui ci si può ricordare facilmente quale seme conta più di un altro nel mazzo di carte francesi (o carte da poker). Non è certo però per parlare di carte, che abbiamo preso contatto con Giorgio, bensì per ragionare intorno a questa sua, ultima fatica discografica. Ecco cosa ci ha raccontato.

 
“C.Q.F.P.” è il titolo del tuo nuovo disco, uscito a ben otto anni di distanza dal tuo ultimo disco d’inediti “Il Contestorie”, come mai è passato tanto tempo e com’è nata l’idea di questo titolo “strano”?
Otto anni dall'ultimo cd! Già, sono tanti... mi ero distratto, preso dai tanti concerti un po' dappertutto...
Finalmente mi è venuta la voglia di arricchire il mio repertorio, accantonato qualche vecchio pezzo, un po' di noia per la ripetitività dei monologhi ecc. pressato dalle istanze di Emiliano Ardini mio manager, mi sono messo all'opera.
Fortunato fu l'incontro con Walter Porro, musicista e tecnico del suono capacissimo (sua l'idea di incidere a casa mia con i miei strumenti e la mia pace). Sicché i nuovi brani son sgorgati come da una miracolosa sorgente dimenticata e si son fatti "imbottigliare" a dovere!
Come Quando Fuori Piove è un bel titolo, non trovi? Poi è il brano che apre l'album! A me piacciono le filastrocche "pro memoria" come quella che ci insegnavano alle Elementari per ricordare il nome delle Alpi: "Ma con gran pena le reti cala giù!" (Marittime, Cozie, Graie, Pennine, Retiche, Carsiche e Giulie).

“Come Quando Fuori Piove” oltre che essere la title-track, è anche la prima traccia del disco, un brano che sembra voler sottolineare il tuo amore per la famiglia, l’intimità, il chiudersi in casa quasi fosse un rifugio dalle intemperie e le avversità non solo meteorologiche, sbaglio?
Certo, quando fuori il cielo sta cadendo, l'unico rimedio è mettersi al riparo!

“Ieri si” parte da una costatazione: quando si diventa vecchi, è inevitabile che la memoria cominci a far cilecca e spesso si finisce per dimenticare quel che si è appena fatto magari il giorno prima ma, incredibilmente, non si dimentica mai ciò che più si è amato nella giovinezza, è dovuto all’inevitabile nostalgia di quegli anni che non torneranno più?
A una certa età il computer di bordo comincia a fare i capricci sull'attualità, ma il suo archivio è inossidabile e intatto!
L’amore è elemento sempre molto presente nelle tue canzoni, “Tu” e “Di vaniglia e di fior” fanno parte di questo filone inesauribile, allora è proprio vero che non si può vivere senza l’amore?
L'Amore è un meraviglioso giocattolo che Madre Natura ti regala… bisogna saperlo usare, conservarlo con cura, cercare di non guastarlo e, a volte, se ti sembra di averlo perduto, non perdersi d'animo, andare a vedere dove sia finito e riprenderselo.

“Aria, terra e mare” tratta invece un tema a te molto caro, quello dell’abbandono. Come mai è sempre l’uomo a essere abbandonato e non viceversa?
L'uomo abbandonato mi fa più tenerezza di una donna abbandonata... costei è più forte, più leonessa, ce la farà anche da sola... l'uomo, invece...
C’è ancora l’amore al centro della canzone “Gli innamorati e la marina”, è la genesi di una canzone che trae origine dalla fotografia di due innamorati se non ho inteso male…
Come sempre hai capito tutto! Niente da aggiungere!

L’ironia la fa da padrona invece in “Al museo d’Orsay”, qui protagonisti sono una donna e un uomo, dagli interessi un po’ divergenti dico bene? Mi sembra quasi il seguito ideale di “Cannelloni”, che dici?
Lo sai, spesso le mie canzoni traggono spunto da episodi di vita vissuta. Sono scenette di un film con colonna sonora. Mi trovavo a Parigi per promuovere l'album, mai uscito in Italia, "La vita fosse". Day off, il discografico mi affida alle cure di una piacente segretaria, che mi porti un po' in giro. Lei opta per il Museo d'Orsay, non batto ciglio. Coda di un'ora per fare il biglietto, finalmente i grandi pittori sono lì. Lei è preparatissima e sensualmente attratta dalle opere d'arte... io, "di media cultura, coi piedi gonfi" sto al gioco ma intanto ho adocchiato, all'interno del museo, un fantastico ristorante e le offro un pranzo da "Pascià". Siamo a Parigi, come si fa a rinunciare a ostriche e champagne?

Tralascio il divertissement “Balancer” del cui testo non so davvero cosa chiederti. A parte gli scherzi, com’è nata invece l’idea di dedicare una canzone a Geo Chavez, il primo trasvolatore delle Alpi?
In "Balancer" la musica, con i suoi continui cambi di tonalità, non poteva che richiedere un testo/ domanda pressante: "Veux tu dancer?". Non c'è finale. Rimane l'incertezza sulla risposta... ma io dico che alla fine, lei accetterà l'invito.
La genesi di "Gèo"? Ho appreso la storia di questo eroico trasvolatore sulla sua macchina volante, da Carlo Grande scrittore e giornalista de "La Stampa": me ne sono innamorato e l'ho messa in musica, tutto qui.

E’ secondo me ancora la tua grande ironia, unita a raffinatezza, a permetterti di creare una canzone come “Scaricabarile”, che ha per tema una scorreggia, senza che il testo cada mai nel volgare e anzi volando alto, con grande eleganza, musicalmente poi sa molto di canzone popolare, non trovi?
Effettivamente il tema è scabroso (?) e dopo aver tentato altre soluzioni, poco convincenti, ho fatto ricorso a Padre Dante, al suo celebre e grazioso verso.

A un certo punto del disco sembri quasi voler portare su temi più seri l’intero discorso, “Continua così” è innegabilmente un inno alla vita, una dichiarazione d’amore per la vita e i suoi piaceri, dietro l’angolo c’è però, questa volta, anche il pensiero della morte, anche se tale parola non è mai pronunciata, “La sorpresa” è invece un viaggio che è metafora della vita e in cui a un certo punto il carburante finisce. Ne esci, però da entrambe le situazioni con brillante ironia, quest’ironia è una forma di esorcismo, una sorta di potente amuleto?
La Morte, già, Lei, "la Signora vestita di nulla... ", quando verrà a prendermi, le chiederò di pazientare un attimo… "Vado a restituir la chiave e a pagare il mini bar". Uscirò dalla mia vita come da un Albergo, più che altro un 3 stelle, qualche volta a 5.

Penso che spesso ti sia capitato di dover rispondere a domande su tuo fratello Paolo, in questo caso però potrei dire che la zappa sui piedi te la sei tirata un po’ da solo. Come mai hai voluto chiudere il disco con una cover di Paolo e come mai sei andato a pescare proprio “Monticone”, un brano scritto tanti anni fa da Paolo per Gipo Farassino? Si può dire che questa canzone chiude idealmente un cerchio immaginario con “Come Quando Fuori Piove”? Anche se con stili totalmente differenti, nella tua canzone c’è l’attaccamento profondo a ciò che c’è più caro, la propria casa e i propri affetti, in quella di Paolo c’è una grande nostalgia per la propria terra d’origine provata da chi è invece ormai lontana dalla propria terra, è forse una mia forzatura?
"Non c'è mai stata invidia né rivalità tra me e Paolo. Abbiamo passato momenti esaltanti nella nostra comune avventura musicale. Gli ho chiesto di poter interpretare la sua canzone perché mi è sempre piaciuta, mi ha sempre commosso... e poi lui non l'ha mai cantata... gli è piaciuta la mia versione e questa è cosa buona e giusta!