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mercoledì, settembre 02, 2015

Hallenstadion Zürich, 22.08.2015 “Pippo Pollina: das grosse Finale”
di Fabio Antonelli



L’11 ottobre del 2012, nella magnifica cornice del Krone Circus di Monaco di Baviera, ebbi l’onore di assistere a uno dei più importanti concerti del lungo Tour con cui Pippo Pollina portò in giro “Süden” il fortunatissimo disco realizzato a sei mani con i musicisti bavaresi Werner Schmidbauer e Martin Kälberer e rimasi letteralmente stupefatto dall’accoglienza riservata dal pubblico tedesco a quell’evento, basti pensare a come la data fosse sold out da mesi e che la struttura ha una capienza di 5.000 posti.

Ora, invece, è passata poco più di una settimana da quel sabato 22 agosto in cui Pippo Pollina ha voluto congedarsi dal suo amato pubblico, dopo aver dichiarato di non voler più suonare dal vivo fino al 2017, attraverso un magnifico concerto durato quasi quattro ore, in cui  ha raccolto sul palco numerosissimi ospiti.

E’ vero, ha giocato in casa, si potrebbe direbbe usando una terminologia cara a chi ama il calcio, perché questo evento l’ha voluto realizzare all’Hallenstadion di Zurigo, la sua città adottiva, quello che l’ha accolto quasi fosse un proprio figlio molti anni fa, però credo che radunare un pubblico pagante di 13.000 persone, con biglietti che andavano da 80 a 50 franchi, in questo periodo di crisi economica, non sia proprio risultato da buttare …

Ciò però che fa più impressione, in termini positivi, è che queste grandi cifre ruotano intorno non a un cantante pop bensì a uno dei migliori esponenti della nostra canzone d’autore, uno che nelle canzoni canta si l’amore, ma anche l’impegno sociale, il desiderio di cambiare, di ribaltare tutto ciò che appare scontato e inevitabile, il tutto sempre con grande umanità, umiltà e soprattutto onestà intellettuale.

Forse è proprio questo suo essere autentico, unito alla forte volontà di avvicinarsi costantemente al pubblico spiegando quasi sempre nella lingua locale le canzoni prima di eseguirle, che è colto da un pubblico che, per la stragrande maggioranza, non capisce nulla dei testi delle sue canzoni se non attraverso le traduzioni sempre presenti nei libretti dei suoi dischi.

Altrimenti non mi spiegherei come un pubblico generalmente abbastanza freddo, come quello svizzero e tedesco, possa magari ridere a crepapelle durante alcune presentazioni, applaudire come un forsennato, fino ad arrivare letteralmente a saltare sulle poltroncine durante l’esecuzione dei pezzi più trascinanti.

In tal senso faccio una prima considerazione rivolta a chi mi sta leggendo e magari si starà chiedendo chi sia questo Pippo Pollina, perché in Italia è pressoché sconosciuto.

Di proposito non dico nulla, invito solo a cercare la sua musica, si accorgerà subito come la sua musica non sia per niente “pallosa”, anzi credo sia la dimostrazione di come la canzone impegnata possa essere anche gradevolissima da ascoltare, soprattutto quando sa toccare il cuore.

Torniamo però alla serata, Pippo ha suonato per quasi quattro ore insieme al suo fedele gruppo, il Palermo Acoustic Quintet e all’Orchestra da Camera “Musica viva”, diretta da Willy Honegger, ma mai come in quest’occasione il tempo è volato via, grazie anche alla presenza di ospiti molto diversi fra loro per stile, linguaggio musicale, quasi a voler dimostrare che la musica non può che unire popoli e culture anche molto distanti e lontane fra loro.

La lunga carrellata di ospiti è stata però aperta non da un musicista ma da Giovanni Impastato, fratello di Giuseppe Impastato, meglio noto come Peppino, giornalista, attivista e poeta italiano, noto per le sue denunce contro le attività di cosa che gli costarono la vita in un attentato, il 9 maggio 1978, a dimostrazione che per Pippo musica e impegno civile sono inscindibili e “Centopassi”, la sua canzone dedicata a Peppino, ne è il segno.

Alcuni degli ospiti della serata sono artisti che hanno collaborato con lui, come ad esempio Giorgio Conte che ha duettato con lui in “Mare mare mare”, canzone presente nel suo ultimo album “L’appartenenza” o la catanese Etta Scollo, che ha eseguito in duo con Pippo un paio di pezzi da brivido o come i già citati Werner Schmidbauer e Martin Kälberer, coautori di “Süden”.

C’è stato anche il cantautore svizzero-tedesco  Linard Bardill, che, nel lontano 1987, scoprì per caso Pippo mentre cantava “Eskimo” di Guccini, cercando di vivere di musica suonando per le strade della Svizzera e, conosciutolo meglio, lo invitò a partecipare a un progetto discografico in lingua romancia e alla relativa tournée. Fu la svolta per Pippo.

Pippo ha poi voluto sul palco anche una serie di artisti con i quali non ha mai collaborato direttamente ma che ammira fortemente, alcuni noti al pubblico svizzero e tedesco come Gigi Moto, Büne Huber von Patent Ochsner, Stefan Stoppok, uno invece a noi molto noto, Eugenio Finardi, un musicista che ha sempre stimato per lo spirito ribelle e la coerenza.

Non ultimi sono saliti sul palco, duettando con Pippo, anche i figli Madlaina e Iulian, entrambi cresciuti a suon di musica e che ora stanno cercando di intraprendere un proprio percorso artistico. Se la prima è apparsa molto emozionata sia nel cantare il pezzo scritto per “Süden”, sia nel duetto con Giorgio Conte dove è apparsa un po’ impacciata nel cercare di ricreare l’incanto di “Com’è bella la luna”, invece, il figlio maggiore, che ha voluto da subito scegliersi Faber come nome d’arte proprio per non far pensare di essere in qualche modo raccomandato dal padre, ha dimostrato di possedere voce, grinta e durezza da far impallidire lo stesso Pippo, credo anzi se ne sentirà parlare.

Per dovere di cronaca il mega concerto, dopo una serie di acclamatissimi bis, s’è concluso al ritmo di una forsennata “Bella ciao” che ha visto tutto il pubblico convenuto a Zurigo cantare e ballare, davvero un finale emozionante.

Io però non voglio chiudere qui, bensì fare una mia considerazione del tutto personale.

So che un paio di anni fa Pippo ha sottoposto all’attenzione della giuria che sceglie i brani per il Festival di Sanremo, due suoi pezzi inediti che non sono stati però presi in considerazione. Scelta lecita per carità, soprattutto nel caso fosse stata dettata da motivazioni puramente artistiche, un po’ meno nel caso in cui si fosse giustificata la bocciatura con la considerazione che Pippo Pollina è un big solo all’estero e non in Italia, quasi che gli onori e i meriti guadagnati in terra straniera qui non avessero valore … Ma si sa che qui si è big solo se si arriva da Amici o X-Factor…

Ciò che più sorprende il sottoscritto è, invece, che un Club come il Tenco, che ha fatto della canzone d’autore il proprio vessillo, non abbia mai invitato Pippo, l’unico, credo, esponente della canzone d’autore italiana che sia riuscito a esportare la propria opera, per lo più scritta e cantata in italiano, oltre confine.

E’ vero, la sua musica può anche non piacere e si sa che i gusti musicali sono del tutto personali e per questo sempre opinabili però, se penso che sul palco dell’Ariston, in una recente edizione, tanto per fare un esempio, s’è esibito Marco Fabi, cugino del ben più famoso Niccolò beh, allora mi domando come mai non si sia ancora rimediato a questa ingiustizia.

Sito ufficiale di Pippo Pollina: http://www.pippopollina.com/
Pippo Pollina su Facebook: http://www.facebook.com/pollinaofficial

venerdì, febbraio 28, 2014

Recensione CD "L'appartenenza" di Pippo Pollina

Pippo Pollina è reduce da un 2013 straordinario.

Nel maggio scorso ha festeggiato i suoi cinquant’anni di vita con tre straordinari concerti sold out nella “sua” Zurigo, ai quali hanno partecipato ospiti del calibro di Franco Battiato, Inti-Illimani, Linard Bardill, Konstantin Wecker, Martin Kälberer, Werner Schmidbauer, Giorgio Conte tanto per citarne alcuni.

In agosto ha poi concluso nella splendida cornice dell’Arena di Verona davanti a più di diecimila persone, la lunga e fortunatissima tournée legata al disco Süden, scritto a sei mani con Martin Kälberer e Werner Schmidbauer.

Poi una breve pausa, giusto il tempo per scrivere finalmente un album tutto in italiano o quasi. E’ stata una scrittura di getto ma in realtà pensiamo che questo disco lo meditasse e sedimentasse in cuor suo da tanto, perché L’appartenenza, così s’intitola il nuovo lavoro, è un vero e proprio concept album, segno evidente di una sorta di bilancio della propria esistenza, in cui il fil rouge che unisce le tredici tracce è proprio il concetto di appartenenza, intesa come tutte quelle cose e quei valori ritenuti importanti per la propria vita, cui si è legati, cui è legato il proprio nome e la propria firma, non tanto a livello artistico quanto a livello umano.

La canzone che più di tutte spiega il punto di partenza di quest’album è proprio la traccia omonima, una vera e propria dichiarazione d’intenti e di solide aderenze ai propri ideali, anche se ogni scelta di campo porta inevitabilmente a farsi domande sul proprio passato “Ci sarà nel silenzio / oscurità per vedere quello che non sono stato / quello che non ho compreso tutto l'amore atteso / tutto l'amore”, ma soprattutto sull’incerto futuro “Ma dove vai tempo che mi illudi? Cosa fai tempo che ...?”.

Non è, però l’unica canzone a parlarci chiaramente di appartenenza, basta ascoltare Cantautori. Pippo da sempre, con le proprie canzoni, è voluto entrare a far parte di chi scrive canzoni solo quando abbia davvero qualcosa da comunicare e che considera le canzoni veicoli privilegiati attraverso il quale far correre le idee. Eccolo allora cantare “Siamo tutti orfani di Lucio e di Fabrizio / non perché difetti a noi l'arguzia né il coraggio / ma é solo una questione di cuore e di paesaggio / di idee che mai diventano scorta d'equipaggio. / Siamo tutti orfani di Giorgio e di Gabriella / di Piero e di Luigi che riposan su una stella / parenti stretti di Enzo Sergio e di Gaetano /compagni di bevute di alcool e metano”. Se tutto questo non è senso di appartenenza.

Ancora, sempre a proposito di appartenenza, c’è una delle canzoni più intense e dolenti del disco Laddove crescevano i melograni, in cui Pippo spiega le ragioni profonde che l’hanno portato a lasciare l’Italia nel 1985. E’ canzone di dolci ricordi “lo sguardo ingenuo delle ragazze stava cambiando poco a poco / e le osservavo senza capire il gioco suadente del sorriso / che ricamavano su quella bocca alito dolce di fiordaliso” frammisti ad altri dolorosi “Crollavano tutti come birilli attori prima dell'abbandono / lo stato in cravatta al funerale e un attimo prima a firmare il condono” fino all’unica scelta possibile “E mi dicevo corri ragazzo prima che il germe della vergogna / possa vincere il tuo disprezzo possa ubriacarti come una spugna / e mi dicevo corri fai in fretta prima che uccidano la fantasia / con una scatola usa e getta con un controllo di polizia” non senza rimpianti però “Laddove crescevano i melograni ci torno ogni tanto di nascosto / a piangere l'uomo che non sono stato ad assaporare l'odore del mosto”.

Sempre in tema autobiografico, sebbene musicalmente molto diversa, tesa e vibrante di rock, è Sono chi sei sono chissà, in cui Pippo ripercorre, attraverso una serie d’immagini, la propria esistenza. Una canzone quindi fatta di bilanci, in cui l’immagine più bella potrebbe essere proprio questa “Sono la solitudine di una notte deserta l'inquietudine incompresa della libertà”, perché spesso scegliere di agire coerentemente per la libertà, porta a essere soli e incompresi.

C’è però forse una canzone, Da terra a terra, che più di tutte riesce a spiegare quale profonda amarezza possa scaturire dal vedere crollare davanti ai propri occhi certe impavide utopie “Io si c'avevo creduto a un mondo dove si uniscon le mani / da terra a terra queste mani nel sacro fuoco degli altipiani / in mezzo ai grattacieli alle fabbriche delle illusioni / fra le pagine dei vangeli fra le lacrime delle passioni” e in quei tristi momenti non resta forse che aggrapparsi alle persone che ci amano e ci vivono accanto “Tutto sarà tenerezza, laddove la giustizia è tenerezza / e il tuo sorriso è un lieve pensiero il peregrinare lento d'un veliero”.

Anche Risveglio, giocata su toni delicati e sognanti, vuol valorizzare l’importanza di chi condivide con noi gli stessi ideali “E sarò il tuo fiore nel giardino / la tua sofferenza la tua fatica / e del tuo sollievo la voce amica / che ti parlerà ...” in una dimensione quasi onirica “Tutto sarà il sogno mai sognato / e sarà preghiera sul sagrato / e tutto sarà il viaggio mai finito / vicino a te ... accanto a te ...”. Con lui la voce e la lingua tedesca del bavarese Schmidbauer.

Nel disco c’è spazio anche per l’amore, quell’amore viscerale per la propria terra natia “Ti vogghiu beni puru ca semu luntani / puru ca nun ti ricordi li me occhi lu me nnomi” che mai verrà meno “Ti pirdunu terra mia nun t`abbandunu / ca lu coru t'apparteni ora e sempri” e che, cantato nei solchi della tradizione in Ti vogghiu beni, segna il ritorno di Pippo alla propria lingua natia, impegnato in un toccante duetto con Etta Scollo, una delle voci più significative della Sicilia.

La Sicilia è sempre stata ben presente in Pippo e a un eroe di quella terra, don Pino Puglisi, ucciso da Cosa Nostra il giorno del suo 56º compleanno, per il suo costante impegno evangelico e sociale, è dedicata l’accorata ma delicata, E se ognuno fa qualcosa, in cui risuona, quasi come un’eco, una domanda “Ma chi è lei? / Ce lo dica Don Pino che di eroi ci nutriamo / per riempire quel vuoto, quel niente che siamo”.

Se la Sicilia, com’è ovvio che fosse, è molto presente in un disco che parla di appartenenza, nella track-list troviamo però anche Helvetia una canzone di stampo folk dedicata da Pippo alla Svizzera, la terra che l’ha accolto, cui canta questi bei versi quasi fossero rivolti alla propria amata “Tu mi hai guardato e mi hai capito/ senza parola proferire / e mi hai abbracciato con un dito / e mi hai baciato all'imbrunire. / E mi hai sfamato con un candito / mi hai regalato dieci lire. / E quando tutto precipitava /mi hai sussurrato non andar via / il mondo è grande ma la tua casa / ti aspetta ed ha già nostalgia / delle canzoni delle parole / delle tue malinconie / che fendono queste nebbie al sole / che oscurano le bugie”. Una Svizzera ben lontana dai tanti cliché che l’accompagnano e da quel essere spesso paese odiato senza alcun valido motivo.

Tra i valori più importanti, i legami più forti, non potevano certo mancare quelli con le persone con cui è vissuto, ecco allora due canzoni molto poetiche.

La prima, Anniventi, è dedicata al figlio tenendo però sempre ben presente un valore irrinunciabile come la libertà “Qualunque sarà la via / qualunque la tua compagnia / qualunque la tua idea. / Vai vai vai ...”. Un invito a guardare avanti sempre e comunque.

La seconda, Adesso che, dedicata invece alla madre e che si chiude con questi dolcissimi versi “E se ti sorprendo incerta lo sguardo lontano / ti seguirò senza farmi vedere … / Ti stringo lieve dammi la tua mano”.

Qualcuno, leggendo la track-list ci dirà: ma Mare mare mare? Ve ne siete forse dimenticati? No, assolutamente. E’ la canzone che, di fatto, apre il disco dopo la strumentale Preludio e in maniera spensierata, anche molto ironica, ironia resa ancora più percepibile dalla partecipazione di Giorgio Conte. In questo brano è espresso, in pochi versi, l’immenso desiderio di vivere una giornata al mare da parte di un uomo come Pippo che, nativo di Palermo, si è trovato catapultato a vivere per tanti anni in un paese come la Svizzera, in cui il mare non si vede neppure guardando con il binocolo. “Mare mare mare datemi una giornata al mare / sarò un idiota un superficiale un personaggio demenziale” così recita l’accattivante ritornello e sono sicuro che, se Pippo e Giorgio questa canzone l’avessero cantata a Sanremo, una volta tanto Festival della Canzone Italiana e Premio Tenco (per altro entrambi sempre freddi nei confronti di Pippo) avrebbero trovato il trait d’union.

Un grande disco, arrangiato e suonato magistralmente, se qualcuno ancora non l’avesse intuito.




















Artista: Pippo Pollina
Titolo album: L’appartenenza
Etichetta: Jazzhaus Records
Distributore: Artist First

Produzione artistica: Pippo PollinaMartin Kälberer
Anno di uscita: 2014

Durata totale: 48:34

Elenco tracce:                                   
01. Preludio
02. Mare mare mare
03. Cantautori
04. Laddove crescevano i melograni
05. Sono chi sei sono chissà
06. Anniventi
07. Da terra a terra
08. Helvetia
09. Ti vogghiu beni
10. L’appartenenza
11. E se ognuno fa qualcosa
12. Risveglio
13. Adesso che

Brani migliori:
Da terra a terra
Laddove crescevano i melograni
Mare mare mare

Musicisti e Ospiti:
Pippo Pollina: voce, chitarre acustiche, chitarre classiche, piano acustico
Martin Kälberer: voce, programming, piano acustico, tastiere, percussioni, fisarmonica
Walter Keiser: batteria
Roberto Petroli: sassofoni, clarinetto, EWI
Stefania Verità: violoncello
Jean Pierre Von Dach: chitarre elettriche, chitarre acustiche

Giorgio Conte: voce (2)
Etta Scollo: voce (9)
Werner Schmidbauer: voce (12)

Link:

sabato, marzo 10, 2012

Giorgio Conte in concerto a Legnano, è arrivato un bastimento carico d’ironia


di Fabio Antonelli

Artista
Giorgio Conte

Luogo
Teatro Galleria – Legnano (MI)

Data
2.03.2012





Ci sono sere in cui la pigrizia prende il sopravvento e, allora, è dura, soprattutto d’inverno, uscire da casa, abbandonare la propria poltrona per recarsi a teatro. Forse può essere questa la spiegazione di un bel teatro come il Teatro Galleria di Legnano, però semi vuoto, un pubblico che ha mancato una ghiotta ghiottissima occasione, un concerto di Giorgio Conte in tour per presentare il suo nuovo disco “C.Q.F.P. (Come Quando Fuori Piove)”. Magari non è neppure pigrizia, forse è solo uno snobbare i teatri di provincia per riversarsi sugli spettacoli in cartellone nella vicina Milano, fatto sta che la gente presente era davvero poca.

Peccato, doppio peccato.

Primo perché assistere a un concerto di Giorgio è sempre un evento piacevolissimo, anche chi ama restare chiuso in casa quando fuori piove, si sarebbe sentito a suo agio, quasi si trovasse come d’incanto a casa propria, perché Giorgio rispecchia questo modo di cogliere la vita, non  a caso il brano che ha dato il nome alla sua nuova fatica discografica recita proprio così “Noi due all’asciutto / e chi se ne frega / se di là dei vetri / sta cadendo il cielo”.

Secondo perché l’evento era inserito nel programma “Eventi per il mondo”, organizzato da Ares Onlus, un’associazione di volontariato per la cooperazione internazionale allo sviluppo e rappresentava quindi un importante momento di sensibilizzazione oltre che di aiuto economico.

Tornando a questo nuovo disco, nel presentarlo Giorgio ha tenuto a chiarire che per la sua realizzazione non s’è proprio fatto mancare nulla, l'ha in pratica registrato in casa, tra i suoi cani e il suo gatto, tra un’attività domestica e l’altra, un tè o un caffè con i biscottini, con vicino l’amico e grande fisarmonicista Walter Porro tessere le trame, utilizzando anche strumenti musicali d’infanzia come i piatti di una vecchia batteria giocattolo, il suo pianoforte con i pedali un po’ rumorosi e tanti effetti speciali. In proposito, sorridendo, ha voluto rilevare che il disco è pieno di effetti speciali come il richiamo della quaglia, il verso della tortora e della civetta, il canto mattutino di un gallo, un cinghiale in amore, il rumore della selce che mola la falce … effetti che sono stati riprodotti puntualmente anche durante la serata, con qualche fuori onda, cui subito Giorgio ha replicato scherzosamente “questi effetti speciali ci stanno proprio prendendo la mano”.

Come avrete già capito, non è stato certamente un concerto di quelli in giacca e cravatta, impettiti, senza mai una sbavatura, di quelli che a fine concerto si finisce per pensare, ma se mi ascoltavo il disco in studio, non era forse la stessa cosa?

No, con Giorgio questo rischio non si corre, già l’inizio del concerto è stato inusuale, prima che entrasse, a sipario chiuso, è stato fatto ascoltare “Gli innamorati e la marina”, un brano dell’ultimo disco, direttamente da cd tanto che, ho pensato, strano che prima di un concerto s’intrattenga il pubblico in sala, con la stessa musica che poi l’artista in cartellone andrà a suonare. Invece, a fine brano, ecco aprirsi il sipario e comparire Giorgio, accompagnato da due bravissimi musicisti, il già citato Walter Porro che si è poi alternato per tutta la serata tra fisarmonica e pianoforte e Alberto Parone che ha curato la parte ritmica tra batteria, percussioni e vocal bass.

Walter Porro si è poi reso protagonista anche di due grandi momenti, omaggiando Lucio Dalla con “L’anno che verrà” eseguito al pianoforte prima dei bis e suonando divinamente “Libertango” di Astor Piazzolla.

L’intera serata è stata costruita intorno al nuovo album ma non sono mancati brani di altri artisti come “La java bleu”, una canzone francese di Patrick Bruel o da precedenti lavori come “A innamorarsi” e l’ironica “Gnè Gnè” tratte da “Il Contestorie”, “Rock 'n roll e Cha cha cha” da “L’ambasciatore dei sogni”, “Te lo farei notare” da “Eccomi qua”, occasioni continue per elargire a piene mani sottile ed elegante ironia.

Ironia sempre garbata che non riesce a scadere nel volgare neppure nell’affrontare il tema un po’ goliardico di un petomane e del suo cane da caccia, descritti con poetici riferimenti danteschi in “Scaricabarile”.

Ironia che non viene meno neppure a settantanni suonati, quando nel pensare al tema della morte, di come comunque un giorno il viaggio terreno finirà anche per lui, è il tema di “La sorpresa”, anche dinanzi a quel fatidico momento, dopo un ipotetico viaggio in cui il carburante finisce, la sua risposta al comandante è “Vado a restituir la chiave / e a pagare il mini bar”. D’altronde un suo cavallo di battaglia, eseguito qui nei bis, è sempre stato “De profundis” di Vladimir Vysotskij che, nella versione in italiana, recita “E va beh che prima o poi dovremo andarci tutti quanti / Ma se c'è chi ha molta fretta che mi passi pure avanti”.

Ironia che non è mancata nel cantare la celebre “Una giornata al mare”, “che non sarebbe stata certo così se le parole non le avesse scritte Paolo” o la canzone “Monticone” scritta, musicata e mai cantata da Paolo, “sarà forse per questo che me l’ha donata?” dice prime di eseguirla in maniera toccante.

Il concerto si chiude con “Non sono Maddalena” un suo pezzo reso famoso da Rosanna Fratello. Anche qui però non manca l’ironia, racconta, infatti, al pubblico di essere stato sempre affascinato dalle calde estati in cui ad Asti giungevano cantanti famosi come Peppino di Capri, Claudio Villa, lui si faceva sempre avanti, faceva ascoltare le sue canzoni, grandi complimenti da tutti, cercava poi di avere i loro numeri di telefono, loro invece si facevano dare il suo … sta però ancora aspettando che il telefono squilli ...


Le foto sono di Consuelo Busi per Pinciroli Foto, Legnano.







Musicisti
Giorgio Conte: voce e chitarre
Walter Porro: fisarmonica e pianoforte
Alberto Parone: batteria, percussioni e vocal bass

Links
Giorgio Conte
Ares Onlus 
Eventi per il mondo

lunedì, febbraio 13, 2012

Intervista a Giorgio Conte intorno a “C.Q.F.P.”

Intervista a Giorgio Conte intorno a “C.Q.F.P.”
di Fabio Antonelli

Sono passati ormai otto anni da “Il Contestorie”, l’ultimo disco d’inediti del cantautore astigiano Giorgio Conte. Il suo nuovo lavoro s’intitola, curiosamente, “C.Q.F.P.” (Come Quando Fuori Piove”) proprio come l’espressione con cui ci si può ricordare facilmente quale seme conta più di un altro nel mazzo di carte francesi (o carte da poker). Non è certo però per parlare di carte, che abbiamo preso contatto con Giorgio, bensì per ragionare intorno a questa sua, ultima fatica discografica. Ecco cosa ci ha raccontato.

 
“C.Q.F.P.” è il titolo del tuo nuovo disco, uscito a ben otto anni di distanza dal tuo ultimo disco d’inediti “Il Contestorie”, come mai è passato tanto tempo e com’è nata l’idea di questo titolo “strano”?
Otto anni dall'ultimo cd! Già, sono tanti... mi ero distratto, preso dai tanti concerti un po' dappertutto...
Finalmente mi è venuta la voglia di arricchire il mio repertorio, accantonato qualche vecchio pezzo, un po' di noia per la ripetitività dei monologhi ecc. pressato dalle istanze di Emiliano Ardini mio manager, mi sono messo all'opera.
Fortunato fu l'incontro con Walter Porro, musicista e tecnico del suono capacissimo (sua l'idea di incidere a casa mia con i miei strumenti e la mia pace). Sicché i nuovi brani son sgorgati come da una miracolosa sorgente dimenticata e si son fatti "imbottigliare" a dovere!
Come Quando Fuori Piove è un bel titolo, non trovi? Poi è il brano che apre l'album! A me piacciono le filastrocche "pro memoria" come quella che ci insegnavano alle Elementari per ricordare il nome delle Alpi: "Ma con gran pena le reti cala giù!" (Marittime, Cozie, Graie, Pennine, Retiche, Carsiche e Giulie).

“Come Quando Fuori Piove” oltre che essere la title-track, è anche la prima traccia del disco, un brano che sembra voler sottolineare il tuo amore per la famiglia, l’intimità, il chiudersi in casa quasi fosse un rifugio dalle intemperie e le avversità non solo meteorologiche, sbaglio?
Certo, quando fuori il cielo sta cadendo, l'unico rimedio è mettersi al riparo!

“Ieri si” parte da una costatazione: quando si diventa vecchi, è inevitabile che la memoria cominci a far cilecca e spesso si finisce per dimenticare quel che si è appena fatto magari il giorno prima ma, incredibilmente, non si dimentica mai ciò che più si è amato nella giovinezza, è dovuto all’inevitabile nostalgia di quegli anni che non torneranno più?
A una certa età il computer di bordo comincia a fare i capricci sull'attualità, ma il suo archivio è inossidabile e intatto!
L’amore è elemento sempre molto presente nelle tue canzoni, “Tu” e “Di vaniglia e di fior” fanno parte di questo filone inesauribile, allora è proprio vero che non si può vivere senza l’amore?
L'Amore è un meraviglioso giocattolo che Madre Natura ti regala… bisogna saperlo usare, conservarlo con cura, cercare di non guastarlo e, a volte, se ti sembra di averlo perduto, non perdersi d'animo, andare a vedere dove sia finito e riprenderselo.

“Aria, terra e mare” tratta invece un tema a te molto caro, quello dell’abbandono. Come mai è sempre l’uomo a essere abbandonato e non viceversa?
L'uomo abbandonato mi fa più tenerezza di una donna abbandonata... costei è più forte, più leonessa, ce la farà anche da sola... l'uomo, invece...
C’è ancora l’amore al centro della canzone “Gli innamorati e la marina”, è la genesi di una canzone che trae origine dalla fotografia di due innamorati se non ho inteso male…
Come sempre hai capito tutto! Niente da aggiungere!

L’ironia la fa da padrona invece in “Al museo d’Orsay”, qui protagonisti sono una donna e un uomo, dagli interessi un po’ divergenti dico bene? Mi sembra quasi il seguito ideale di “Cannelloni”, che dici?
Lo sai, spesso le mie canzoni traggono spunto da episodi di vita vissuta. Sono scenette di un film con colonna sonora. Mi trovavo a Parigi per promuovere l'album, mai uscito in Italia, "La vita fosse". Day off, il discografico mi affida alle cure di una piacente segretaria, che mi porti un po' in giro. Lei opta per il Museo d'Orsay, non batto ciglio. Coda di un'ora per fare il biglietto, finalmente i grandi pittori sono lì. Lei è preparatissima e sensualmente attratta dalle opere d'arte... io, "di media cultura, coi piedi gonfi" sto al gioco ma intanto ho adocchiato, all'interno del museo, un fantastico ristorante e le offro un pranzo da "Pascià". Siamo a Parigi, come si fa a rinunciare a ostriche e champagne?

Tralascio il divertissement “Balancer” del cui testo non so davvero cosa chiederti. A parte gli scherzi, com’è nata invece l’idea di dedicare una canzone a Geo Chavez, il primo trasvolatore delle Alpi?
In "Balancer" la musica, con i suoi continui cambi di tonalità, non poteva che richiedere un testo/ domanda pressante: "Veux tu dancer?". Non c'è finale. Rimane l'incertezza sulla risposta... ma io dico che alla fine, lei accetterà l'invito.
La genesi di "Gèo"? Ho appreso la storia di questo eroico trasvolatore sulla sua macchina volante, da Carlo Grande scrittore e giornalista de "La Stampa": me ne sono innamorato e l'ho messa in musica, tutto qui.

E’ secondo me ancora la tua grande ironia, unita a raffinatezza, a permetterti di creare una canzone come “Scaricabarile”, che ha per tema una scorreggia, senza che il testo cada mai nel volgare e anzi volando alto, con grande eleganza, musicalmente poi sa molto di canzone popolare, non trovi?
Effettivamente il tema è scabroso (?) e dopo aver tentato altre soluzioni, poco convincenti, ho fatto ricorso a Padre Dante, al suo celebre e grazioso verso.

A un certo punto del disco sembri quasi voler portare su temi più seri l’intero discorso, “Continua così” è innegabilmente un inno alla vita, una dichiarazione d’amore per la vita e i suoi piaceri, dietro l’angolo c’è però, questa volta, anche il pensiero della morte, anche se tale parola non è mai pronunciata, “La sorpresa” è invece un viaggio che è metafora della vita e in cui a un certo punto il carburante finisce. Ne esci, però da entrambe le situazioni con brillante ironia, quest’ironia è una forma di esorcismo, una sorta di potente amuleto?
La Morte, già, Lei, "la Signora vestita di nulla... ", quando verrà a prendermi, le chiederò di pazientare un attimo… "Vado a restituir la chiave e a pagare il mini bar". Uscirò dalla mia vita come da un Albergo, più che altro un 3 stelle, qualche volta a 5.

Penso che spesso ti sia capitato di dover rispondere a domande su tuo fratello Paolo, in questo caso però potrei dire che la zappa sui piedi te la sei tirata un po’ da solo. Come mai hai voluto chiudere il disco con una cover di Paolo e come mai sei andato a pescare proprio “Monticone”, un brano scritto tanti anni fa da Paolo per Gipo Farassino? Si può dire che questa canzone chiude idealmente un cerchio immaginario con “Come Quando Fuori Piove”? Anche se con stili totalmente differenti, nella tua canzone c’è l’attaccamento profondo a ciò che c’è più caro, la propria casa e i propri affetti, in quella di Paolo c’è una grande nostalgia per la propria terra d’origine provata da chi è invece ormai lontana dalla propria terra, è forse una mia forzatura?
"Non c'è mai stata invidia né rivalità tra me e Paolo. Abbiamo passato momenti esaltanti nella nostra comune avventura musicale. Gli ho chiesto di poter interpretare la sua canzone perché mi è sempre piaciuta, mi ha sempre commosso... e poi lui non l'ha mai cantata... gli è piaciuta la mia versione e questa è cosa buona e giusta!


giovedì, febbraio 02, 2012

Recensione CD "C.Q.F.P." di Giorgio Conte

Giorgio Conte: “C.Q.F.P.”
Un’home-production divertente e di sopraffina eleganza

di Fabio Antonelli

“Un grazie speciale a Michela, Lucilla e Tommaso per essersi fatti amorevolmente sconvolgere nelle loro casalinghe abitudini; a mio fratello Paolo per il privilegio concessomi di interpretare la sua “Monticone”; a Tell, Zed, Jeff e Tapis per non aver abbaiato e Bis per non aver miagolato durante le registrazioni.”

Penso che questi ringraziamenti di Giorgio a fine libretto inquadrino perfettamente più di tante inutili parole la vera natura di questo nuovo progetto che, nel valutare i migliori dischi del 2011, ho definito un riuscito esempio di home-production.

Già, perché il pigro Giorgio questa volta ha voluto realizzare tutto quanto senza neppure muoversi dalla propria casa immersa nella collina di Viatosto alle porte di Asti, si è fatto aiutare dall’amico fisarmonicista Walter Porro che l’ha accompagnato in questa splendida avventura musicale suonando non solo la sua amata fisarmonica, ma anche il pianoforte di Giorgio (uno Steinbach non di gran pregio), pietra e falce, scatole di chiodi, i piatti di una batteria giocattolo che Giorgio usava da bambino e tanto altro.

Lo stesso Giorgio si è cimentato con chitarre, alcuni carillons e creando alcuni effetti speciali con alcuni richiami di tortora, quaglia, poiana, civetta, gallo domestico, cinghiale in amore.

Gli altri musicisti? Non ci sono altri musicisti, ci sono solo Giorgio e Walter ma non crediate di annoiarvi, qui non c’è nulla di cui annoiarsi, anzi ci si diverte perché la buona musica non manca e la consueta ironia di Giorgio è agli apici.

Si parte con la title-track “C.Q.F.P.” un inno gioioso alla propria pigrizia “Noi due all’asciutto / e chi se ne frega / se di là dei vetri / sta cadendo il cielo” che in queste giornate d’intenso freddo e neve mi trovo di condividere pienamente, il motivo come dicevo è notevolmente festoso e di quelli che vien subito voglia di canticchiare, una novità è la moderata presenza di spruzzatine elettroniche costituite dalla programmazione ritmica di Walter Porro.

La memoria con il passare degli anni si sa che comincia a fare cilecca, questo è l’assunto di “Ieri si”, chissà perché le cose piacevoli però, anche quelle legate a un lontanissimo passato, non si scordano mai e, accostate, possono creare un dolcissimo quadretto “Dei miei primi calzoni lunghi / di una rubata sigaretta / di una rossa bicicletta / di una’enigmistica interrotta / di un respiro spezzato / di un biglietto da mille lire / per un amore comprato”. Miracoli della nostalgia.

Poi viene l’amore, tanto amore, quello affrontato con la consueta delicatezza in “Tu” con quell’invocazione finale “Tu, stammi a sentire / Tu, solo un minuto / Tu, non gridare / Tu, fammi sognare”, quello dolcissimo della successiva “Di vaniglia e di fior” dove ai richiami si sostituisce il fischiettare quasi afono di Giorgio e in cui è in atto una caccia al tesoro e il tesoro è “un besito d’amor” smarrito chissà dove “In cantina, chissà? / O in solaio, chissà?”.

In “Aria, terra e mare” c’è poi un classico di Giorgio, il tema dell’addio o meglio dell’uomo abbandonato, il protagonista sembra quasi chiederselo in anticipo come potrà finire questo rapporto “Quando te ne andrai / e so che te ne andrai / come sarà l’addio / che mi confezionerai / Sarà un sorriso tenero / una carezza languida / una frase acida / una sequenza rapida?”, in questi casi entra in gioco l’arma dell’ironia “E’ stata colpa mia / io dovevo sparare / Ti avevo sul mirino / non c’era da esitare / Adesso ho un bel cercare / per aria terra e mare”.

“Gli innamorati e la marina” invece, a passo di marcetta, quasi si trattasse di una fanciullesca filastrocca, è una cartolina musicale, un idilliaco sogno, che all’improvviso svanisce “Invece poi tutto è svanito / da solo sotto quelle stelle / volevo uccidermi morire e mi sembrava d’impazzire” ma il tempo mitiga il dolore “Quella canzone malandrina / adesso non fa più paura / E’ una sbiadita cartolina / gli innamorati e la marina”.

Più serio sembra essere il clima che si respira in “Il Museo d’Orsay”, la storia molto francese di due amanti cantata con un tono quasi confidenziale: lei “vibra e si apre in enormi sorrisi / eccitata ti spiega e s’infiamma e ti azzanna / Sa tutto dei pittori del Museo d’Orsay / le luci, le ombre gli spazi e i colori”, lui invece è “stanco e affamato / di media cultura coi piedi gonfi”, lei ha in mente solo la pittura, lui invece pensa “I grandi pittori non scappano, vieni / che dopo torniamo ma adesso mangiamo”. Davvero geniale, come lo era “Cannelloni”.

Sorvolo sul testo di “Balancer” però constato che si può crear canzone e con grazia anche cantando solo “uridididì uridididì urididibamba”, certo non è da tutti e ammetto che a Giorgio l’operazione riesce con grande naturalezza.

C’è poi “Gèo”, un valzerino quasi d’altri tempi, un gentile omaggio all’impresa di Geo Chavez, primo trasvolatore delle Alpi, uno di quei personaggi direi mitici, davvero d'altri tempi e così a entrambi i fratelli Conte.

Ancor più d’altri tempi, anzi quasi senza tempo, è la divertente “Scaricabarile”, una canzoncina a ritmo di campestre polka in cui Giorgio canta con tatto e delicatezza proverbiale di una scorreggia, si avete capito bene, è lei la protagonista indiscussa di questa storia “Nell’erba medica, nel campo, laggiù / cantan le quaglie, canta il cucù / si guarda intorno e con semplicità / del cul trombetta di nuovo lui fa”, ovvio che qui gli “effetti speciali” giocano un ruolo da protagonisti.

E’ giunto il momento di una seria riflessione, perché è normale che a una certa età si cominci pensare anche a quella cosa che fa rima con "forte", in “Continua così” una vera e propria dichiarazione d’amore per la vita, gestita voce e chitarra, il pensiero della morte sembra essere sempre dietro l’angolo, ma chissà com’è, quella parolina non è mai pronunciata, in pieno stile contiano.

Questa riflessione sembra continuare nella successiva “La sorpresa”, un allegorico viaggio che sembra essere di sola andata “Comandante, io insisto, mi vuol dire più o meno, suppergiù, / quanto manca all’arrivo, giorni, me4si o forse più?”, la voce del comandante al megafono pur non spiegando sembra chiarire un po’ la situazione “Il contratto parla chiaro, la risposta io la so ma non la do, / non insista, faccia il bravo: prima o poi si arriverà”, ma a un certo punto il carburante che sembrava dover durare all’infinito finisce “Neanche un goccio più, ahimè! Ah! Era questa la sorpresa? Ora posso dirlo, sì, ebbene sì! Vado a prender la mia roba / chissà mai possa servirmi anche di là". Non manca però l’ironico finale “Vado a restituir la chiave / e a pagare il mini bar” esorcizzato da un festante crescendo di campanelli.

Quasi a non voler rovinare questo magico clima di riflessioni sull’esistenza, in chiusura di mano Giorgio cala l’asso, una cover di "Monticone", una canzone scritta dal fratello Paolo, molti anni addietro, per Gipo Farassino, è il ritratto dell’uomo piemontese di provincia che, giunto nella grande città coltiva nostalgie e sogna “un paese / un Cortanze, un Mongardino / ina nivula au su”, è ancora il ritmo del valzer a dominare e ancora una volta sembra di trovarsi immersi in una cartolina dai colori sbiaditi.

Grazie Giorgio per averci permesso di entrare nella tua vita, ci hai aperto la porta di casa, ci hai fatto accomodare in salotto, ci hai offerto un bicchiere di vino e ci hai raccontato della vita dell’amore e della morte, lo hai fatto alla tua maniera, con il sorriso sulle labbra e noi te ne saremo sempre grati, in fondo hai proprio ragione “chi se ne frega / se di là dei vetri / sta cadendo il cielo” le tue canzoni sanno farci sorridere con sopraffina eleganza.



















Giorgio Conte
C.Q.F.P.

Ala Bianca Records - 2011

Nei negozi di dischi


Tracklist

01. Come Quando Fuori Piove
02. Ieri si
03. Tu
04. Di vaniglia e di fior
05. Aria, terra e mare
06. Gli innamorati e la marina
07. Al Museo d’Orsay
08. Balancer
09. Géo
10. Scaricabarile
11. Continua così
12. La sorpresa
13. Monticone

Crediti

Giorgio Conte: chitarra classica "Gallinotti Pietro (Solero 1959)" modello Ramirez, chitarra 12 corde "Simone Patrick", chitarra acustica Peavey, alcuni richiami (tortora, quaglia, poiana, civetta, gallo domestico, cinghiale in amore), carillons

Walter Porro: fisarmonica f.lli Alessandrini, fisarmonica P.Soprani, fisarmonica Cooperfisa, il pianoforte di Giorgio "Steinbach", master keyboard Evolution, Hammond C3, synth Arp e Prologue, pietra e falce, pan flute (utilizzato anche come ritmica guiro), tamburino, cajon DG- De Gregorio, armonica a bocca, scatole di chiodi, piatti della batteria di Giorgio (che usava da bambino), timpano adattato a cassa

Programmazione ritmica in “C.Q.F.P.”: Walter Porro

Testi e musiche di Giorgio Conte, eccetto "Monticone" di Paolo Conte
Produzione artistica, arrangiamenti, mixaggi: Giorgio Conte e Walter Porro
Produzione esecutiva: Toni Verona
Registrazione: Walter Porro
Registrato e mixato a casa di Giorgio, salvo “Tu” e “Al Museo d’Orsay” registrati parte (voce e chitarre) allo Studiottanta Fortuna Records (Calliano, AT)
Segreteria e condivisione emotiva: Emiliano Ardini
Mastering: Roberto Barillari - Fonoprint (Bologna)
Fotografie: Mara Mayer
Impaginazione grafica: Giovanni Levratti

Sito ufficiale di Giorgio Conte: http://www.giorgioconte.com/