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venerdì, maggio 26, 2023

Rudy Marra: Morfina, ovvero, la felicità non esiste, c'è.

di Fabio Antonelli

Era il lontano 2007 quando uscì “Sono un genio ma non lo dimostro” (2007 Alabianca/Warner), fino a due mesi fa, l’ultimo disco in studio di Rudy Marra. Poi seguì nel 2011 il bootleg live in Ca’ di Ferra dal titolo “C’è da bruciare tutto! - Rudy & the M.o.b. feat Dana Colley (Morphine)” e, a seguire, due opre letterarie, nel 2015 il romanzo “Le facce. Dal diario del dottor Frank Saltarino. Storie di ordinaria incomunicabilità” (2015 ed. Zona) e nel 2022 l’interessante saggio “Rock, massa e potere. Non tutte star son quelle che luccicano” (2022 ed. Zona). Eccoci, dunque, a marzo 2023 quando, un po’ a sorpresa, esce un nuovo disco dal titolo “Morfina - Rudy Marra & The M.O.B. Featuring Dana Colley” (2023 Viceversa Records). Tutto questo per dire che Rudy Marra non è uno che pubblica album uno dietro l’altro ma, quando lo fa, è perché ha qualcosa di importante da dire e quel che dice non lascia mai indifferenti.


Vorrei iniziare dalla copertina del tuo nuovo disco Morfina, la trovo molto affascinante e seducente come può essere appunto la morfina, c’è un papavero da oppio avvolto dalle evoluzioni del fumo, tanto da assomigliare alla testa di un mostro, un qualcosa di onirico. Com'è nata l'idea della copertina e com'è stata realizzata? Sul titolo, invece, vista la presenza sostanziosa di Dana Colley in aggiunta ai MOB, credo che il riferimento sia da far risalire direttamente ai Morphine, ma forse non è solo quello... Lascio a te la parola.

L'idea della copertina è strettamente legata al concept dell'album. Il papavero da cui si ricava l'oppio, e poi per lavorazione chimica la morfina, è simbolo della doppia faccia di cui è costituita ogni medaglia, il bene e il male per dirla generalizzando. È il farmakon nell'accezione classica greca, cioè, allo stesso tempo, medicina e veleno, cura e maleficio, nel senso di fare male, male facere. Nei primi del secolo scorso, con i cristalli di morfina si pensò di aver trovato la panacea di tutti i mali, fino poi a scoprire drammaticamente gli effetti opposti della dipendenza che portava fino alla morte. Il papavero avvolto dal fumo rimanda poi al sogno, al mito di Morfeo. Nella mitologia greca Morfeo era il dio dei sogni, sogni che come il papavero da oppio possono portare alla felicità, ma solo per il breve periodo del sonno, il risveglio ci rimette in faccia la dura realtà. Di sicuro difficile, per quanto possa, a volte apparire tranquilla, serena, anche piacevole, prima o poi noi umani dovremo fare i conti con la nostra fine fisica. È proprio questa la nostra angoscia: siamo consapevoli di un tempo limitato, conosciamo solo un punto A di inizio, la nascita, e un punto B di fine, la morte fisica. Il percorso in mezzo è un continuo tentativo di trovare soluzioni effimere e mendaci per curare i nostri dolori, effimere e mendaci proprio come la morfina. La realizzazione grafica è opera di Roberta Apparuti che in realtà è una pittrice e quindi ha lavorato con il digitale, ma con una sensibilità analogica, come avesse avuto pennello e tela su cui dipingere l'immagine dando esattamente quella percezione di sogno, ma anche di mefistico. Per quel che riguarda il titolo, era inevitabile. La storia dell'album è legata da un filo, tutte le canzoni sono state scritte come fossero le pagine di un diario, appunti giornalieri di un particolare anno solare (2016/17) in cui mi trovo catapultato nei dubbi della mia esistenza, nel mio malessere cosmico, come artista e come persona. Un diario esattamente come quello di Morfina un libro di M. Bulgakov degli inizi del '900, in cui la medicina scopriva appunto gli effetti contraddittori di quella sostanza. La partecipazione del sax baritono di Dana Colley della mitica band di Boston, i Morphine, mi ha, per così dire, costretto a quel titolo.


E come un diario è anche il libretto del disco. Ignaro di quanto mi hai detto sulla genesi del disco, che hai fatto bene a precisare, mi sarei aspettato il classico libretto con i testi delle canzoni, invece, mi sono trovato in mano una sorta di breve diario, una raccolta di appunti, uno per ogni traccia del disco, con tanto di data. Ti faccio allora una domanda provocatoria, i testi non hanno più importanza a scapito dei momenti precisi da cui traggono vita le canzoni o il tuo è un nuovo modo di approcciare l'ascoltatore alla fruizione del disco?

Diciamo che questo è un disco particolare, quello che si dice un concept album, a dirla in parole povere un disco in cui tutte le canzoni si muovono legate tra di loro, mosse singolarmente da tematiche diverse, ma con uno stesso input originario che le fa diventare le diverse pagine di uno stesso libro. Quando ho cominciato a scrivere le canzoni di questo album avevo l'esigenza di raccontare, a me stesso per primo, che la mia vita stava cambiando, e non proprio in meglio, stava prendendo quella deriva pericolosa della classica domanda cosmica: "Chi sono? Da dove vengo?" ma soprattutto "Dove sto andando?". A nessuna di queste domande sapevo dare una risposta sufficientemente esauriente. La cosa ancora più dura era che la domanda era doppia, cioè rivolta all'uomo e all'artista, che non sempre sono la stessa persona, a volte vi è uno sdoppiamento di ruoli. Dove potevo trovare la felicità? Ma la potevo poi trovare questa benedetta felicità? Mi sarebbe stato più facile scrivere un libro, invece ho scelto la strada della musica e di un tipo di musica non convenzionale, almeno non nella tradizione italiana, con suoni anche un po’ indigesti, scarni, ridotti all'osso, senza cianfrusaglie melodiche e acrobazie pirotecniche di musicisti solisti. Groove! Ritmo! Pancia! In fondo dovevo tornare alle origini per scoprire me e alle origini anche da un punto di vista artistico. Le parole per me sono importanti se esprimono un concetto e se suonano, la canzone è questa, musica con parole addosso che esaltino la musica che già parla da sola, non parole con intorno un po’ di musica! Non reggo la retorica cantautoriale e i birignao manichei dei finti intellettuali della musica italiana (dimmi tu quanti ce ne sono che vanno oltre i diplomi della scuola media superiore!). Tornando al disco, come dicevo, avrei potuto scrivere un libro, ma ho scelto la forma musica per esprimermi e, così, ho trovato un compromesso allegando un libretto interno al CD, che fosse una specie di diario con date di giorno, mese e anno preciso, con dentro alcune sensazioni, emozioni, alcuni pensieri, episodi, avvenimenti che accompagnavano la mia vita in quel momento preciso. La formula, a dire il vero, non è stata tutta farina del mio sacco, l'ho presa a prestito proprio dal libro di M. Bulgakov Morfina che dipana la sua storia allucinante proprio attraverso le pagine di un diario con tanto di date. Tutti dicono che la musica così come è stata finora sta morendo, i modi di fruirla non sono più gli stessi, nessuno ha più tempo da dedicare all'ascolto di un intero album, si passa velocemente, anche 30 sec, massimo 2 min, da un brano all'altro nella playlist, dal pc o dallo smartphone, non c'è più né pazienza, né attenzione per la qualità, quindi tutto va nel tritacarne del nostro new general intellect, il digitale: quantità, non qualità! Io, come adoro fare, ho voluto esagerare in senso contrario, contromano sempre: non solo musica con 16 canzoni tutte insieme in un disco (nessuno lo fa più!), ma anche un libretto interno che racconta quello che si sente, che crea forme, proprio come Morfeo, il dio del sonno, che prendeva le forme delle persone o delle cose sognate. Doppio lavoro per la mente, l'anima e anche il corpo, per chi ancora lo volesse fare.

Forse, proprio perché così coeso l'intero lavoro, ha poco senso entrare nel dettaglio dei singoli pezzi. Però vorrei soffermarmi un attimo sui brani da cui hai tratto dei singoli e dei bei videoclip. Partirei proprio dal primo ad essere uscito, Amore sexy, un video particolarissimo per un brano quasi ipnotico. Davvero fuori dal panorama musicale italiano di sempre. Com'è stato concepito e sviluppato?

Amore sexy è un blues ipnotico, se vuoi psichedelico, forse uno dei primi brani che ho scritto per questo album. Il tema, quello del sesso, è l'esempio più lampante di tutto il filo logico che percorre il concept: la linea retta con cui concepiamo la nostra vita, data da un inizio certo, la nostra nascita, chiamiamolo un punto A, un percorso dato dalla stessa linea e un punto di fine, ahimè anch'esso certo, la morte, il punto B. Se così è la nostra esistenza, non c'è possibilità di essere felici, non vi è speranza visto che si nasce solo per morire. Il sesso, parlo proprio dell'atto sessuale, sembra esattamente ripercorrere questo schema: nasce l'amore, chiamala attrazione, istinto fisico o come ti pare, il punto A, nell'atto proprio i preliminari, poi vi è il durante, l'atto sessuale vero e proprio, infine la morte, che guarda caso coincide con l'attimo dopo l'orgasmo, come dire dopo la felicità estrema la ricaduta, in tutti i sensi! Tutto sembrerebbe scontato e senza via d'uscita quindi. Se non fosse che, a pensarci bene, noi abbiamo delimitato la nostra vita con due punti arbitrari, un punto A d'inizio e un punto B di fine, ma senza avere alcuna certezza di quello che c'è prima di A e altrettanto dopo B. Se poi aggiungiamo, per sillogismo aristotelico, che una linea retta, per definizione, è formata da infiniti punti, risulta evidente che una retta che parte da un punto A non arriverà mai ad un punto B, chiaro no? Anzi no, qualcosa non è affatto chiaro! Noi siamo abituati a vederci fisicamente finiti, mortali, caduchi ed effimeri, perché non prendiamo in considerazione il fatto che la realtà che ci siamo costruiti attorno è un trompe l'oeil, un inganno, un recinto in cui proviamo a sopravvivere alla nostra incapacità di spiegarci cose di cui non siamo al corrente. Se si riflette bene non siamo così, abbiamo invece già dentro l'immortalità, l'infinito, la prosecuzione della specie, ma non dico da un punto di vista filosofico, parlo proprio di scienza, di gameti, cromosomi, materia. Ognuno di noi è sovrapposizione, intreccio, stratificazione di sapere, innanzitutto genetico e poi anche culturale. Ecco perché la nostra linea non è retta, ma circolare, senza soluzione di continuità e per questo, come dico al termine del diario-libretto, la felicità non è da ricercare, ma da aspettare, la felicità non esiste, c'è!

Il secondo singolo tratto dall'album è stato Filare de tabbaccu, traccia che chiude il disco con un evidente ritorno alle proprie origini, che parte dalla domanda "Che ci faccio qui?”, un cordone ombelicale che è impossibile recidere, la propria lingua, la pizzica, sembra quasi un corpo estraneo ma non lo è affatto, c'è un legame indissolubile con le proprie radici, è così?

Intanto diciamo che è un brano di quasi 6 minuti e mezzo, cosa più unica che rara ormai, in più è stato girato un video che è quasi un cortometraggio, secondo me bellissimo e con la partecipazione di danzatori eccezionali dell'associazione Tarantarte e, per questo, Filare de tabbaccu io la chiamo "canzone-film". La canzone è stata prodotta ed arrangiata da Mauro Spina, tra i miei storici produttori e celeberrimo batterista dei nomi italiani più noti, da E. Finardi a Pino Daniele, Edoardo Bennato, Fossati e via dicendo. Il pezzo chiude il disco e, se vogliamo, il cerchio. Si parte dalle radici e alle radici si ritorna, come dire che nasciamo dalla terra e alla terra ritorniamo, ma non come fine, esattamente come ciclo naturale, in particolare, è evidente in maniera eclatante il tema del concept, cioè i legami, l'aggrapparsi, l'essere dipendente. Le proprie radici sono, allo stesso tempo, sicurezza e appiglio forte, ma anche costrizione e dipendenza, quindi felicità e dolore. Chi come me ha dovuto allontanarsi definitivamente dal posto in cui è nato, con tutto il carico di ricordi, affetti, paradigmi, usi e costumi, ha dovuto mettere in atto una strategia subdola e perversa: è stato costretto prima a rinnegare, a tradire le proprie radici, altrimenti non ci si riesce a liberare, e poi a vivere nel continuo rimorso, rimpianto con tutto il suo carico di dubbi, ma alla fine anche con i ricordi, le sicurezze della propria appartenenza. Insomma, uno non se ne va mai dal posto in cui è nato, nemmeno se lo maledici e cerchi di tagliare il cordone ombelicale, ti torna indietro e tu ritorni indietro. Ti ricordi che abbiamo parlato di stratificazioni, sovrapposizioni di sapere, in senso proprio genetico? In qualche modo tu quelle radici le fai conoscere, le porti avanti, le metti in altre cellule, nei nuclei della materia viva, per esempio in un figlio che porterà quella materia che vive e, probabilmente la continuerà a trasmettere all'infinito. Le stupende percussioni di Mauro Spina mescolate al mio basso a due corde suonano in senso ciclico, ripetitivo, così come il testo racconta in senso ciclico ripetitivo il lavoro nei campi di tabacco, un tempo prima risorsa economica del Salento, un ciclo che sembra non avere fine: la sveglia all'alba col freddo nelle ossa, il lavoro sotto il sole cocente, il ritorno a casa con la luna e i sogni-incubi nel letto povero di una fuga senza ritorno; ma poi tutto ricomincia uguale, come in una prigione per una condanna fine pena mai! Ancora il concetto di radici che non si possono tagliare, se lo fai sei un vigliacco, un matricida, se non lo fai sei un prigioniero per sempre! Chi ha voglia di sentire e vivere la canzone-film si accorgerà che le percussioni dei tamburi, nel finale, vengono sostituite dal battito cardiaco di un bambino che sta per nascere, l'ecografia del figlio che mii/ti ricorda che non ce l'hai fatta per niente a liberarti da quelle radici, per fortuna! Un'ultima annotazione dal punto di vista musicale, per dire molto chiaramente che il brano non c'entra nulla con il concetto di "pizzica" folkloristica, così come è stata abusata negli ultimi decenni sul territorio salentino, ritmicamente affonda invece in matrici africane, primordiali, che poi sono le stesse da cui provengono quasi tutte le ritmiche e i balli ossessivi di cui anche l'Italia è piena, dalla pizzica alla tarantella, alla tammurriata. Se mai è il testo che raccontando del lavoro duro nei campi di raccolta del tabacco riporta a galla l'humus e l'origine di tutta la narrativa intorno al tarantismo e alla pizzica, cosa che non potevo non evidenziare o trascurare vista la mia passione e i miei studi socio-antropologici.


Hai fatto bene a precisare sulla pizzica perché non avendolo sottolineato nella mia domanda poteva, in effetti, fare pensare alla solita pizzica, come dici tu più abusata che usata. Ma il tema del lavoro nei campi mi permette di passare ad un altro brano del disco da cui hai tratto un video pubblicato proprio il Primo Maggio, mi riferisco a Voglio il lavoro, un atto di denuncia contro un mondo del lavoro che così com'è non va, la ricerca sì di un lavoro, che permetta però una dignità o, forse, un qualcosa di più rivoluzionario come suggerisce il finale a sorpresa...

Il mondo occidentalizzato, capitalista, sembra cullarsi su un concetto darwiniano stranoto: "il lavoro nobilita l'uomo", come dire che lo rende migliore dagli altri animali, le bestie. Forse, può darsi, potrebbe e tutto il resto dei condizionali, cioè sempre che siano rispettate le regole, sempre che ci sia un equilibrio tra lo svolgere un'attività sia fisica che mentale e la libertà appunto psico-fisica di chi la svolge. L'eterno rapporto datore di lavoro vs lavorante. Il paradigma fordiano diventato legge eterna ed immutabile per i cosiddetti Paesi civilizzati, post-moderni, a guardarci bene non è affatto legge "naturale". La cosiddetta specializzazione, la catena di montaggio, la divisione per settori di produzione, che sia in un'industria automobilistica oppure nell'ambito di un ospedale o nella scuola pubblica e via dicendo, hanno ridotto le persone a semplici pedine di un sistema lavoro che difficilmente tiene in considerazioni altri aspetti fondamentali dell'essere Uomo: la socialità, la libertà fisica, quella mentale, il tempo da gestire, lo spazio da sfruttare, il libero arbitrio. Se non fai parte di quel sistema, a quelle condizioni, non esisti, oppure sei ai margini. Non abbiamo molte armi con cui difenderci, siamo costretti ad accettare, ci risulta vera utopia non essere dentro quegli ingranaggi, viverne al di fuori, sempre che poi uno ce la faccia a vivere. Va bene, lo accetto, siamo organizzati come le formiche, ognuno fa il suo, però se devo farlo, voglio che mi sia garantita una dignità, umana dignità, non credo sia questione solo di salario (uno dei punti di forza di qualsiasi organizzazione sindacale), qui si tratta di contrattare la nostra "prigionia" forzata con concessioni dovute! Se lavoro per me, ma anche per te e anche per voi e pure per noi allora tutti dobbiamo pretendere sicurezza, possibilità di espressione extra lavorativa, tempo libero, non sudditanza qualsiasi sia il tipo di rapporto lavorativo, io dipendente e tu dirigente, io operaio e tu capo della multinazionale. Queste regole non possiamo certo andare a chiederle al titolare della ditta o dell'ente o della casa discografica che "ci assume", le regole e le leggi le deve dettare lo Stato, il Governo di uno Stato, che può stabilire per tutti. Ma chi ci rappresenta ha interesse a che non ci sia disparità nel mondo del lavoro? Che sia concessa libertà di pensare ad altro oltre che a svolgere la propria specializzazione nel formicaio? L'esperienza ci dice di no, il potere ha interesse a sostenere altro potere, a non eliminare la distinzione tra "re" e "sudditi",  ma punta e fa puntare il dito della coscienza collettiva contro chi decide di far saltare il banco, chi decide che in fondo le alternative "pe' campa'", cioè guadagnare dei soldi, si possono trovare belle e pronte nella nostra società, a tutti i livelli: "spaccio di droga, chiedere il pizzo, fare il capo degli ultrà, servizi deviati, portare tangenti ai partiti..."  Lavorare non è semplicemente guadagnarsi da vivere o, peggio, guadagnare dei soldi, se fosse solo così, il rischio che qualcuno la pensi come nel virgolettato della canzone è molto alto. Mi vengono in mente le parole profetiche di un signore che ormai viene considerato obsoleto, il più delle volte viene o è stato citato senza neanche aver letto una riga di quello che ha scritto e, quasi sempre, viene ed è stato sfruttato ideologicamente, solo per mere beghe da politicanti, parlo del prof. Karl Marx: Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all'infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito. Eppure, tutta la storia dell'industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta l’umanità a questo livello della più profonda degradazione. (da Salario, prezzo e profitto 1865). E se quel comunista di Karl non vi aggrada, leggete lo psicologo (e tanto altro) E. Fromm che della "non frammentazione umana" ne fece cavallo di battaglia. Tutto è diventato business, ogni cosa deve funzionare ed essere utilizzabile. Non esiste un sentimento di identità, esiste un vuoto interiore. Non si hanno né convinzioni, né scopi autentici. Il carattere mercantile è l'essere umano completamente alienato, privo di qualunque altro interesse che non sia quello di manipolare e funzionare. È proprio questo il tipo di umano conforme ai bisogni sociali. Si può dire che la maggior parte degli uomini diventano come la società desidera che essi siano per avere successo. La società fabbrica tipi umani così come fabbrica tipi di scarpe o di vestiti o di automobili: merci di cui esiste una domanda. E già da bambino l'uomo impara quale sia il tipo più richiesto. (E. Fromm da L'arte di vivere). Siccome non voglio chiudere la mia risposta con parole di altri, benché illustrissimi, faccio io una domanda: quanto tempo vi rimane davvero da vivere come Uomini e non come formiche dopo il vostro turno quotidiano di lavoro? Fate voi i calcoli.


Non avrei voluto addentrarmi in tutti i brani del disco, anche per lasciare che la curiosità prendesse il sopravvento negli eventuali lettori ma, se sei d'accordo, vorrei parlare anche di Oggi sto guasto, da cui è stato tratto un altro bel videoclip che ti vede protagonista, dentro una camicia di forza. Leggo dal tuo diario "Sono i momenti questi che mi fanno paura..." Continua tu...

Certo, è così. La ricerca della felicità, l'aggrapparsi a un qualche appiglio sicuro, il continuare a fare nodi marinai alle corde che dovrebbero garantirci una vita tranquilla, la scoperta di essere legati e non solo di aver legato, la dipendenza, l'impossibilità di trovare una via di fuga definitiva a questo labirinto che da un punto A iniziale porta inesorabilmente ad un punto B finale, spesso, secondo me sempre, portano ad uno schizofrenia, che altro non è che uno scollegamento tra mente e corpo, tra dimensione mentale e dimensione fisica, tra spirito e materia. La nostra mente ci invita a fuggire, il nostro corpo non ce la fa, il nostro corpo si ribella ai legami, la nostra mente non sa come liberarsene. Ci sono momenti in cui non si regge più questo fardello del vivere, allora si esplode, la pentola a pressione fa saltare il coperchio, ci si "guasta", un modo di dire molto modenese (dove ormai ho messo radici da un po’, a proposito di legami!) che rende bene l'idea, cioè non si è più sani, buoni. Se a qualcuno sta venendo in mente che sono problemi solo di alcuni, di particolari persone colpite da malattie mentali, di "poveretti" da relegare in ricoveri psichiatrici, di una fetta minima di popolazione, beh si sbaglia di grosso, qui si tratta di TUTTI! Ognuno di noi ha il seme della "follia" dentro, è inevitabile, anzi è auspicabile, è il solo modo per reagire al paradosso, ad una incongruenza logica, logica secondo il nostro modo di pensare, di vedere il mondo e cioè, come già detto, l'ineluttabilità della morte, di una vita che non potrà mai essere felice in assoluto, perché quello che ci aspetta è una fine. Come abbiamo finora già accennato e come magari qualcuno che ascolterà-leggerà-vivrà il disco potrà scoprire, c'è una ipotesi di fuga, una proposta di evasione, ma nel frattempo, intendo dire mentre si viene presi dall'impegno di vivere e sopravvivere, sono i momenti che ti "guasti" che possono fare paura. Se qualcuno continua a credere ancora che non è affare che lo riguarda provate a ripensare con onestà quante volte parlate da soli per strada, quante volte perdete il controllo per banali motivi, quante volte piangete come bambini e quante volte ridete come dei pirla, quante volte dite che sarebbe meglio tirarsi un colpo di pistola alla tempia e quante volte vi verrebbe di farlo contro il capoufficio, il direttore, la moglie, il marito, i genitori e perfino i figli! Credete di essere normali?


Hai parlato di corde e Corde è anche il titolo dell'adattamento di Thursday dei Morphine, che non è l'unico adattamento presente in questo disco, c'è pure Su e giù, adattamento di un altro brano dei Morphine, esattamente di Let's Take A Trip Together. Come è ricaduta la scelta su questi due brani? Per altro perfettamente inseriti nel mood del tuo progetto…

Volevo fare ovviamente qualche omaggio ai Morphine, non fosse altro che per la presenza di Dana Colley in molte tracce del disco, ma si badi bene non volevamo fare delle cover nel senso stretto della parola, ma reinterpretarle, un adattamento è cosa diversa da una cover. Intanto il testo ha poco a che vedere con l'originale, è come se si prendesse a prestito una colonna sonora e si costruisse attorno un altro film rispetto all'originale, un'altra storia. Tra i tanti papabili ho scelto i due estremi di un loro album a cui sono molto legato perché il primo che ho conosciuto della loro produzione, Cure for pain, il pezzo più tendente al rock, quasi pulp Thursday e poi quello forse più rarefatto, psichedelico, Let's take a trip together. Mi serviva una storia dura per il primo, così ho scritto Corde che è quasi un film di Q. Tarantino, una storia metropolitana, di degrado, di solitudine, anzi solitudini. Un amore impossibile tra un cliente e una prostituta. Impossibile per lei, per lui invece più che reale, anzi irrinunciabile, da tenere stretto, da legare per legare a sé la felicità, quell'attimo di felicità fatta di qualche ora insieme a qualcuno. Legare come le corde dei loro giochi a luci rosse, e ci risiamo: si lega qualcuno per trattenerlo e si finisce per rimanere legati! Musicalmente abbiamo aumentato il giro dei motori, velocizzato il bpm per renderlo ancora più aggressivo e abbiamo usato qualche colore di chitarra acida e i suoni di un organo hammond. La seconda scelta è caduta su Let's take A Trip Together che è diventato Su e giù, un viaggio cosmico nella dimensione Amore, inteso in tutti i sensi, come incontro di anime e come incontro di corpi, su e giù in un iperspazio senza tempo e senza limiti finiti, senza legami, liberi di volare alto nei sensi e liberi di cadere in basso ai richiami primari del corpo. Liberi, finalmente liberi da vincoli e corde, almeno finché dura e, ahimè, non dura mai così tanto quel tipo di libertà, né quella del cuore né quella del sesso, finisce come sempre per diventare catena appena si ritorna sul pianeta Terra. Fine del viaggio.

In realtà, in questo tuo disco, ci sono altre due reinterpretazioni, una è Obscured by clouds brano dei Pink Floyd tratto dall'omonimo album colonna sonora del film La Vallée di Barbet Schroeder, l'altra è Diesel di Eugenio Finardi che per altro duetta con te in questa splendida versione. Se la prima l'avevo già ascoltata tra le tue rare pubblicazioni su YouTube, rappresentando benissimo il senso di alienazione, di fuori luogo, che aleggia nell'intero lavoro, la seconda mi ha piacevolmente sorpreso, perché ascoltata reinterpretata da te, sembra quasi essere stata scritta apposta per questo concept. È solo una mia impressione?

Obscured by clouds è uno strumentale dei Pink Floyd non conosciutissimo perché in un album minore, parte di una colonna sonora. Uno dei miei ascolti di adolescente, una chicca in vinile che non avevano in tanti e, soprattutto, un pezzo che mi ha fatto sempre sentire, vedere, raccontato emozioni, scenari e cose, pur non avendo una sola parola di testo, se non nel titolo. Quando il cielo cambia repentinamente, quando il sole scompare all'improvviso dietro la minaccia di nuvole dense, sempre più nere, quando la nostra ancestrale paura, come uomini delle caverne, della possibile pioggia, dei temporali, dei tuoni e fulmini, dei cambiamenti incontrollabili tout court, nella mia testa parte questo pezzo e, insieme, la mia testa si affolla di cattivi pensieri, di oscuri presagi. Sarà che sono meteoropatico, particolarmente sensibile agli eventi atmosferici, come scrivo nel diario-libretto interno al CD, in ogni caso il cielo che si oscura, oscurato dalle nuvole appunto, apre la parte del concept in cui tocco il tema della morte, della fine, per chi avesse già letto le mie risposte precedenti, il punto B. Ti confesso che non è stato facile per me toccare, violare dei mostri sacri come Waters, Gilmour e compagnia bella, l'ho fatto solo perché sentivo forte il passaggio da tante parole dette fino a quel punto del disco a una pausa di sola musica e di musica che avesse così tanti rimandi sensoriali. La soluzione è stata quella di usare solo il tema centrale della melodia originale, fonderlo con la ritmica che marchia tutto il disco, quello dei tamburi e del basso a due corde suonato con lo slide e lasciare andare a quanto di più profondo il suono del sax baritono di Alessio Alberghini. Per Diesel è stato ancora più dissacrante, se vogliamo: ho rallentato totalmente un classico di E. Finardi che invece aveva un bit veloce, perché trovavo che il testo invece raccontasse di qualcosa di lento, di costante, di ripetuto, ma anche sicuro, solido, proprio come erano certi furgoni diesel che chi ha utilizzato per andare in giro a suonare conosce bene. In quei furgoni c'era una vita parallela, dentro si viveva, facendo ogni esperienza possibile. Non erano veloci, ma non si fermavano mai, o quasi mai. L'idea era quasi di farne una metafora con i tempi che stiamo attraversando o che ci stanno travolgendo, con continue minacce, stop, fermate, dalla recessione economica alla pandemia, dalla perdita di valori culturali alla guerra dietro casa.  e poi con il tentativo di ripartenze, sempre difficili e con difficili scelte da prendere. Allo stesso tempo diventava metafora per la mia vita personale, che si era fermata e aveva bisogno di ripartire. Ripartire a tutto gas? Con lo scatto di un bolide da formula 1? Io credo sia più sano intanto avere voglia di ripartire, poi farlo a passo lento, da passisti per dirla in gergo ciclistico, senza sprint che ti fiaccano dopo qualche minuto, ma con in testa il vecchio caro adagio "chi va piano...". Magari qualche vecchio battutista avrebbe detto "chi va piano... arriva ultimo", ma intanto ci arriva, dico io. La vera mia follia, in questa canzone, è stata avere inserite, verso la fine, due strofe di testo inedite, quasi un'esegesi di come concepivo io la canzone stessa e dedicandole all'Italia, ad una ripartenza, semmai qualcuno si fosse accorto che il nostro Paese è fermo e avrebbe bisogno di riprendere a camminare, in tutti i sensi. Avvicinare Eugenio (Finardi) mi è stato semplice perché abbiamo conoscenza di vecchia data e soprattutto amicizie comuni fortissime, il difficile è stato semmai proporgli quello che avevo combinato! È bastata una mail, il suo ascolto del provino, la spiegazione del progetto e me lo sono ritrovato, grande onore per me, a duettare, come un cameo davvero prezioso, nel mio disco. Grazie Eugenio!



Avevo detto di non volermi addentrare troppo nelle tracce del disco ma, invece, le tue risposte così interessanti mi hanno fatto desistere dall'intento e allora proseguo con Mark e Sabine, brano caratterizzato da un riff stupendo, da un clima notturno, che ancora ti ricollega ai Morphine, perché parla di Mark Sandman e della sua compagna Sabine Herechdakian, ma soprattutto parla della precarietà dell'esistenza umana così lontana dal concetto di eternità o, almeno, così mi pare di aver colto.

Tutto è nato il giorno in cui ho assistito alla proiezione in prima nazionale del docu-film Journey of Dreams di Mark Shuman, dedicato a Mark Sandman e ai Morphine. Il 3 luglio 2016 ero ospite a Palestrina (RM) insieme al regista e a Dana Colley. La proiezione del film fu anticipata proprio da un nostro live, di Rudy Marra & the M.o.b ft. Dana Colley. Inutile dire che c'era un'atmosfera irreale, elettrica: stavamo dedicando un concerto e poi un film nello stesso posto in cui Sandman aveva salutato nel luglio 1999 il mondo terreno. Il nostro concerto fu emozionante, non so come definire precisamente la magia che si creò mentre passavano le immagini e le testimonianze del movie. La gente di Palestrina, i ragazzi che avevano organizzato il festival In nome del rock, dove 20 anni prima il leader dei Morphine si era accasciato senza vita sul palco, quelli stessi che Dana chiama con un tenerissimo maccheronico "mi familia", stavano rivivendo l'incubo di quel 3 luglio 1999. Io, insieme agli altri, al buio del parco che ci ospitava seguivo muto le sequenze, i dialoghi sottotitolati in italiano e quell'onda di vibrazioni. Pelle d'oca, brividi e quant'altro, ma nulla fino a quando non comparve sul grande schermo Sabine, l'allora fidanzata e promessa sposa di Mark. Il suo racconto nel film mi sconvolse subito per la semplicità e forse la freddezza anglosassone (seppur americana). Raccontava come se fosse tutto una specie di sogno, di un ragazzo di 47 anni che parte per l'ennesimo tour mondiale (in quel momento i Morphine erano in piena ascesa, se la giocavano con i Pearl Jam, i Nirvana, etc.) nella primavera estate 1999 e le lascia la promessa che a fine tour, al loro ritorno lui l'avrebbe sposata, portandola in viaggio di nozze l'ultimo giorno dell'anno sulla cima più alta del mondo, in Nepal, un viaggio da fare in moto, così da salutare il vecchio millennio e vedere da lassù l'arrivo del nuovo. Devo aggiungere altro? Sapere che quelle due anime si erano salutate come tante altre volte e con la promessa che sarebbero diventate un'anima sola e invece non si sarebbero mai più incontrate mi ha travolto, ghiacciato. Non facevo altro che pensare a quella storia, alla normalità con cui Sabine ne aveva parlato, e qualcosa non mi tornava, com'era possibile parlarne come se fosse accaduto qualcosa di banale, come perdere un paio di chiavi o un ombrello? Poi ho cominciato a capire, a fare dei paralleli con la mia vita, anzi con la mia morte, la perdita di persone care, amici carissimi, mia madre, mio padre. Anche io ogni volta che ne parlo non mi metto a piangere disperato, mi sembra ormai una cosa normale, proprio come perdere le chiavi oppure un ombrello. È chiaro, mi apparve chiaro, nel caso di Mark e Sabine, come per chiunque perde una persona cara, fosse anche quella più cara in assoluto, non saluta e perde un'altra anima, ne perde solo e semplicemente il corpo, l'oggetto che contiene quell'anima, fa male al momento, ma poi passa, perché è il resto che conta, quello che rimane e che non si vede, ma si sente. Dopo Obscured by clouds nella scaletta del concept c'è appunto Mark & Sabine, dove mi sono immaginato che Dio avesse concesso un giorno solo e solo un giorno a Mark per ritornare sulla Terra, la possibilità di rivedere per qualche ora Sabine, andare a trovarla proprio nel bar dove lei lavorava per mantenersi agli studi e dove lui la corteggiava andando a bere il suo cocktail preferito, il Temptation. Ma un'anima non ha bisogno di legarsi e non è legata come lo sono gli umani nella loro materialità, il tempo di un saluto fugace e poi di nuovo libera e felice come è nell'essenza di chi non è mortale, finito.

Credo allora che il blues possente Sto perdendo tempo, alla luce di queste tue riflessioni assuma una valenza particolare, quel tic e tac, quello scorrere inesorabile del tempo e la sensazione di perdere tempo e di non fare nulla malgrado i propri buoni propositi sembra quasi profetico, no?

È l'inizio del disco e della storia, quando mi sono chiesto: cosa sto facendo? cosa voglio fare? cosa ho fatto? quanto tempo ho ancora per decidere che direzione prendere per essere felice? ma ho ancora del tempo per prendere una direzione qualsiasi? E quando ti chiedi questo non puoi che guardarti dentro e intorno, guardi te e il mondo che ti circonda, un mondo fatto di cose, di persone, di avvenimenti, forse casuali, forse non e guardi indietro, quello che è stato già e guardi quello che potrà essere. E intanto il tempo passa, tic, tac, tic, tac inesorabile, senza possibilità altrimenti. Forse.

Uno dei brani che amo di più di questo tuo nuovo disco è Fino a quando?. Per quella sua aria un po' d'altri tempi, quel sax avvolgente e suadente di Dana Colley, quel incipit "Troppo sole troppo sole dentro gli occhi miei / Troppo male troppo male sai / Fino a quando? Fino a quando? Fino a quando?" che è una forte invocazione... (Venerdì 9 dicembre). Raccontami...

Qui la genesi risale addirittura al 2014. Fino a quando? era un brano che faceva parte della scaletta musicale di un recital che avevo scritto e poi portato in giro in qualche teatro dedicato a V. Van Gogh, Fino a quando? V. Van Gogh e io, e gli altri, insieme all'attore Angelo Argentina e alla mia band di quel periodo (ndr chi l'ha visto, fin quando con enormi sforzi e pochi soldi siamo riusciti a portarlo in scena, ne ha parlato come di un capolavoro!). È l'invocazione, forse una richiesta di aiuto a qualcuno, a qualcosa, a Dio, agli uomini, nel momento più alto della disperazione di un Uomo. Tutto il recital era basato sulla lettere scritte da Vincent al fratello Theo e, in una di queste, scritta durante un ricovero presso l'ospedale psichiatrico, scriveva al fratello della sua alienazione, della sua impossibilità a sopportare oltre quei paradigmi della vecchia scuola accademica, quei critici d'arte, quegli artisti ben inseriti nel business del commercio di opere, quei salottini esclusivi in cui potevano accedere e partecipare solo gli amici degli amici, per dirla in termini mafiosi, insomma quel tipo di relazioni del mondo culturale che ancora oggi sono preponderanti nel mondo della cultura e in quello dell'arte, musica compresa, in cui si entra a far parte solo se si è sodali a quel mondo, gli altri vengono, con le buone o con le cattive, esclusi. È "l'amichettismo" come è stato mirabilmente definito dallo scrittore Fulvio Abbate. Il muro che viene alzato e l'impossibilità di parteciparvi a prescindere, sono un tutt'uno con la rabbia che prende dentro a chi non può far sentire la sua voce, chi viene tenuto fuori. Così Vincent scriveva all'adorato fratello: ...Non c’è scampo per colui che dissente da tutto ciò e che protesta con tutto il cuore e l’anima e con tutta l’indignazione di cui è capace. Ora, una delle ragioni per cui sono fuori posto, da anni fuori posto, è semplicemente perché ho idee diverse da quelle dei signori che danno lavoro ai tipi che la pensano come loro. Non è una semplice questione di come mi vesto, come mi è stato ipocritamente rimproverato, è una questione molto più seria, te l’assicuro! A causa di ciò si è per forza presi dalla malinconia, si sente il vuoto, lo scoraggiamento e c’è una marea di disgusto che ti sommerge. E poi si dice: “Sino a quando, mio Dio?!!”. Senza voler fare paragoni irriguardosi, nel momento in cui, come già detto, mi sono guardato dentro e intorno, ho avuto anche io il bisogno (e ne avrei tuttora) di gridare: fino a quando?!! Nel concept il problema non è solo di natura artistica, più in generale riguarda la vita di ognuno di noi, questa continua ricerca della felicità che finisce per deluderci in continuazione e riportarci in breve a fare i conti con la sofferenza, il solito up and down, come la morfina che placa i tuoi dolori al momento e poi ti ributta ancor di più nell'angoscia. Fino a quando, mio Dio?!!

Dana Colley e Rudy Marra

Di mercoledì è, invece, una canzone particolare, un po' delirante come l'idea di non morire di mercoledì, quasi a dire che morire va bene, fa parte della vita, ma non di mercoledì. La canzone è impreziosita ancora una volta dalle note lunghe del sax baritono di Dana Colley, com'è nata?

È nata che stavamo andando a suonare in un paese vicino Roma. Il minivan era guidato da uno della band e io ero seduto a fianco, gli altri dietro a dormire oppure a cazzeggiare, cose che si fanno di solito quando si va in giro (ricordate quando abbiamo parlato di Diesel?). Dopo le prime salite che portavano alla nostra meta, ci trovammo ad affrontare uno dei classici curvoni senza fine, di quelli che in genere ti fanno venire il mal di mare, nel nostro caso il mal d'auto e, a me che soffro anche un po’ di cervicale, mi sembrò quasi giunto il momento di salutare questo mondo e vomitare l'anima di tutto quello che avevo ingurgitato nell'ultimo autogrill dell'autostrada da poco lasciata. Quando stavo quasi per lasciarmi andare, la mia attenzione fu calamitata e fui anche salvato da una scritta con lo spray rosso sul muro di fronte al tornante che stavamo percorrendo: AMORE, NON SI PUO' MORIRE DI MERCOLEDI'. Rimasi folgorato. Quello o quella, non so (che ovviamente ringrazio), non è che non voleva morire, morire prima o poi lo dobbiamo tutti, ma almeno voleva scegliere il giorno in cui farlo! Giusto, cazzo! Se qualcuno ha letto Il maestro e Margherita di Bulgakov (toh, ritorna fuori il grande letterato!) si ricorderà che il diavolo in persona sottolineava che il problema vero per i miseri umani non era morire, o non solo, il vero guaio era che non sapevano quando sarebbe successo! Così, uno si organizzava per qualsiasi cosa per la sera e, magari, gli accadeva una disgrazia al pomeriggio. Va là, finito tutto, appuntamento annullato! Uno così, sosteneva il cornuto infernale, non sarebbe stato in grado di guidare e decidere il destino degli altri, visto che non era in grado di gestire nemmeno il suo! Il destino, insomma, non è affare umano, ci vuole il divino o il suo opposto malefico. L'umano si illude però, crede di poter far da sé, di sostituirsi a Dio oppure alla Natura (dipende dai valori in cui crede) e prova a forzare l'inevitabile. Per dirla come un grande ingegnere ed economista, ma soprattutto sociologo italiano, Vilfredo Pareto, gli umani, quasi sempre, non fanno ragionamenti matematici, scientifici, lo fanno solo se devono costruire un ponte, per esempio, allora sì fanno dei calcoli precisi, inoppugnabili; ma, nella maggior parte dei casi, ragionano in maniera non-logica, che non vuol dire affatto il-logica! Non sono razionali, certo, ma pur non essendolo pensano nella maniera più conveniente per loro. Credere che possa essere nella nostra volontà decidere il giorno in cui morire, magari ricorrendo a gesti scaramantici, rituali religiosi, preghiere, meditazione Yoga e quant'altro, non è certo ragionare in maniera logica, ma non è il-logico, è solo non-logico e serve a farsi forza, a darsi coraggio, ad eliminare dalla testa e anche dal corpo angoscia e dolore. E, alla fine, funziona, si sta meglio! È sognare, è crearsi un mondo! Quando ti sembra che tutto stia andando a fondo, così mi sentivo io nel momento in cui scrissi Di mercoledì, ti basta uno spiraglio, una piccola luce, un leggero miglioramento emotivo e fisico per rialzarti e gridare: "Bene, cazzo, non è ancora arrivata la mia ora, almeno non oggi, io sono ancora vivo e in piedi, ce la farò!". Sai che giorno era quel giorno che lessi la scritta in spray rosso sul muro? Era un mercoledì, esattamente. Funziona così, le nostre droghe naturali si mettono in moto e ti aiutano a non andare a fondo e diventi forte, forse anche felice, almeno per quell'attimo che ti basta prima di essere ricacciato nell'angoscia che non sarai tu a decidere in che giorno arriverai al punto B. Il nostro è un viaggio di andata e non ritorno, senza approdo, di continui naufragi...ma anche di continui salvataggi.

Quando si è in queste situazioni down, quando il mondo sembra crollarti addosso, credo che il problema più grosso sia quello di sentirsi incompresi, da lì penso sia nata Sei un artista tu?, che inizia proprio così "Sei un artista tu? E allora che cosa vuoi capire? Io vedo cose che tu non puoi vedere e faccio voli che tu non puoi volare". In un artista prevale la presunzione o la preveggenza?

È bene che io lo chiarisca subito, il pezzo è diretto a quelli che scrivono e parlano di musica, giornalisti, critici, blogger o blogghisti, chattatori della domenica e purtroppo anche degli altri giorni della settimana, radiofonici e radioamatori, radioodiatori, tv talker, tv stalker e quant'altro. Lo so che sto mettendo in mezzo anche te, ma credimi, so distinguere bene chi fa il proprio lavoro con la consapevolezza di fare il suo, cioè scoprire, indagare, capire cosa c'è dietro un artista e via dicendo e chi, invece, vorrebbe essere da quest'altra parte e non c'è, per cui pretende di capire cose che non capirà mai, proprio perché non c'è dentro. In milanese sarebbe un po’ "Ofelè fa el to mestè" (ndr pasticciere, o qualsiasi artigiano, fai il tuo mestiere). Naturalmente è un tipo di sfogo che ho avuto proprio nel periodo down, quando qualcuno mi veniva a suggerire cosa avrei dovuto fare artisticamente per rimettermi in carreggiata: chi mi accusava carinamente di non aver sfruttato bene la mia occasione sanremese, chi mi imputava il fatto di essere un po’ ruvido, chi mi consigliava di buttarmi sul pop, chi sul rock, chi sul jazz e io che li guardavo e non sapevo di che stessero parlando! Mi venne in mente una storica puntata del Maurizio Costanzo Show, ospite Carmelo Bene, mio illustre conterraneo, di quella serie "Uno contro tutti". Lì il Maestro gridò varie volte alla platea di addetti ai lavori: "Sei un artista tu?!! E allora che cazzo vuoi capire?!!". Tu mi domandi se è presunzione o è preveggenza? Ti rispondo che è proprio di un artista, di un artista, non di un artigiano, prevedere, vedere prima, sentire prima degli altri. Ad un vero artista non dovrebbe importare quello che è successo, ma deve intuire quello che ancora dovrà accadere, non è successo! Ed è per questo che molti che vedono prima non hanno successo ora, avranno successo quando quello che loro avevano previsto già si sarà finalmente avverato. La presunzione è una conseguenza, l'etimologia della parola parla chiaro, viene da praesumere, cioè prendere prima, anticipare, immaginarsi prima e, se io anticipo, posso risultare anche supponente, fuori luogo, nel senso di fuori contesto sociale, quindi: stronzo! Il pezzo, musicalmente parlando segue la scia del mio delirio, con una melodica magistralmente suonata da Alessandro Greggia che strapazza la melodia, tira allo spasimo le note, fa di tutto per essere irritante, acida, in contrapposizione allo slide del basso a due corde che suona ossessivo, ripetuto, uno swing strampalato da fine nottata in un qualsiasi night club del mondo, come la consapevolezza che, nonostante le grida e gli insulti, nulla cambierà, tutto resterà uguale, uguale, uguale...(ad lib)

A costo di farmi mandare a quel paese, però, un consiglio te lo do pubblicamente anch'io: candida questo disco per la Targa Tenco Miglior Album in assoluto di questo 2023, perché merita, merita soprattutto di essere ascoltato. Però, prima di lasciarci, gettiamoci sull'ultimo brano che ci resta da affrontare, il titolo Nonostante me sembra essere da resa dei conti, forse la felicità così tanto agognata è vicina, forse è solo un'illusione, che mi dici?

Sorvolo sul Premio Tenco perché non conosco i meccanismi di questi premi, concorsi e fiere; come da risposta precedente su Sei un artista tu?, mi interessa poco sapere cosa ne pensa la critica delle mie canzoni e credo che in particolare oggi non sia importante se sei bravo, scarso, un genio oppure una ciofeca, l'importante è quanto appari: in tv, radio, social e via dicendo e io appaio, da sempre, molto meno della Madonna di Lourdes, nonostante oltre 35 anni di attività. Ci sono alcuni eletti che anche quando scoreggiano vengono premiati con la Targa, altri che lo hanno ricevuto solo quando sono diventati "bigiotteria pop", insomma non so che dire, in ogni caso, io sono qua se mi vogliono, se non mi vogliono, tanto per citare l'immenso Petrolini: "me ne fregio!".  Nonostante me chiude la triade della parte del disco e del concept che tocca il tema della morte, della fine, del punto B. Chiude, ma in realtà apre al vero focus di tutta l'opera: la non fine, la prosecuzione della specie, l'eternità. Nonostante me è un funerale visto da fuori, nel mio viaggio visivo propriamente dall'alto, come una ripresa da un drone se si trattasse di un videoclip oppure dagli occhi dell'anima che sta per prendere il volo, ma che ancora vuole guardare quello che sta succedendo al suo corpo. Come dire, tanto per citare il maestro Jannacci "si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale... per vedere se la gente poi piange davvero", una cosa così. Come già chiarito, tutta la nostra vita, la mia e quella di ogni umano, è marchiata dal peccato originale, dalla sentenza di morte e di una fine inevitabile già all'inizio della nostra vita, si nasce per morire! Nonostante i nostri tentativi di non pensarci, prima o poi, questa spada di Damocle si presenta, ci chiede di fare i conti. E' quello che altri e ben più importanti di me, poeti, filosofi, letterati, artisti hanno chiamato il male di vivere che, si badi bene, va a nascondersi sotto varie sembianze, il male d'amore, il malessere giovanile, le depressioni, le ansie, i rapporti, la società, la sofferenza degli artisti e qualsiasi altra "scusa", ma, alla fine, è sempre quella terribile paura di non fare in tempo, di non riuscire a portare a termine la nostra missione in questo mondo visto che il punto B, la fine di tutto, di ogni cosa è lì che ci aspetta. Ma qual è la nostra missione? E qual è il nostro tempo a disposizione? In realtà non conosciamo né l'una né l'altra cosa, ipotizziamo, presupponiamo (a proposito di presunzione della risposta precedente) e, in questo modo, non potendo avere risposte certe viviamo nell'angoscia, nell'ansia di prestazione da umani. È ovvio, ci siamo chiusi dentro una retta con un punto A di partenza e un punto B di fine assoluta, come si fa a non diventare claustrofobici? Facciamo tutto drogandoci il cervello, usiamo la morfina come anestetico mentale e Morfeo, che è il dio dei sogni, anzi delle forme che assumono i sogni, ci fa costruire simulacri, false apparenze, ingannevoli immagini, proprio per resistere a quello che è il dolore di una fine senza appello, della fine di tutto, di ogni cosa. Solo se ci fosse data la possibilità di vederci alla fine del viaggio, vedere il nostro funerale dall'alto appunto, ci si potrebbe rendere conto che intanto, al massimo, finiamo noi e non tutto e ogni cosa, anche senza la nostra presenza fisica, nonostante il nostro ego, il mondo, la vita, se ne fottono e continuano, così è stato prima di noi e così sarà dopo. Se si ascolta bene, alla fine del brano si sente un carillon e un bimbo che piange (la straordinaria partecipazione del grande Roy Marra!), è quello che ti fa capire che non esiste affatto un punto B, la fine di una retta. La retta, si sa, è fatta da infiniti punti, quindi per sillogismo non finisce, diventa cerchio e un cerchio non prevede soluzione di continuità! Ecco perché subito dopo, a chiusura del disco parte Filare de tabbaccu, che è un ritorno alle radici, tutto ricomincia. Sarà anche retorico ripeterlo, ma la felicità non è un punto di arrivo, non arriverà mai, è il cammino stesso, anzi il cammino che non stabilisce di dover arrivare ad alcuna meta, naufraghi prima ancora di naufragare! La felicità non esiste, c'è. (RM)

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mercoledì, dicembre 23, 2020

Fabrizio Consoli e la sua personalissima professione di fede

di Fabio Antonelli

Fabrizio Consoli è senza dubbio un cantautore atipico. Per chi non lo conoscesse, grave mancanza, inizia la sua carriera nella musica degli anni ottanta come chitarrista al fianco di diversi artisti di primo piano della scena musicale italiana, quali Eugenio Finardi, Alice, Cristiano De André, Mauro Pagani, PFM e molti altri. Ad un certo punto (1993) pubblica un album che porta il suo nome ed approda così nel 1995 a Sanremo con “Quando saprai”. Non ha la fortuna sperata o forse sì, perché nel 2004 pubblica “18 piccoli anacronismi”, quello sì forse il suo vero esordio nella canzone d’autore. Seguono due gran bei dischi “Musica per ballare” nel 2009 e “10” nel 2016. Tra questi un primo live “Live in Capetown” nel 2012 ed ora il secondo live “Con Certo Jazz - Live from the Heart of Europe” (Vrec / Audioglobe distribuzione), una splendida fotografia del tour seguito all’uscita di “10”, il disco che è stato un viaggio laico all’interno dei dieci comandamenti. Sempre in bilico tra Italia e Centro Europa, un po’ come Pippo Pollina, pur vivendo in Italia, vale la pena sentire cosa ci racconta in merito a questa sua ultima fatica discografica.



Sarà forse per la mia grande passione per la fotografia, per ciò che sa trasmettere, ma un disco con una copertina come il tuo "Con certo jazz" lo comprerei ad occhi chiusi. Perché non ci sono i colori a distrarre l'occhio, perché la foto che ti ritrae trasmette energia, passionalità, intensità e, perché hai scelto un titolo molto significativo, un gioco di parole che è anche un manifesto programmatico? Devo cambiare occhiali o c'è del vero in queste mie impressioni? Poi mi piace quel "Live from the Heart of Europe", in questo momento in cui c'è tanto bisogno di un’Europa, di una Europa di cuore. Ho già detto troppo, lascio spazio a te.

Al di là della comune passione per la Fotografia, direi che hai assolutamente colto nel segno. Immaginare la copertina di un disco è, dal mio punto di vista, un processo fondamentale ... è la faccia che dai al tuo lavoro. Di più. La copertina di un disco dovrebbe, più semplicemente possibile, riassumerne l'anima. Ti confesso una cosa. Sai che le copertine dei miei dischi in studio sono molto particolari. Da anni, per vari motivi, pubblico solo concept album. Bene, molto spesso ancor prima di avere le canzoni che finiranno nell'album, io ho già visivamente chiara quella che ne sarà la copertina, e questo prima ancora di averla, o poterla realizzare fisicamente, solitamente in maniera, direi, empirica … Nel caso della copertina di 10, per esempio, abbiamo dato realmente fuoco all'omino di carta che legge il libro sacro ... Ovviamente, prima abbiamo dovuto costruire sia l'omino che il libro e la sua etichetta. Per quanto riguarda la copertina di Con Certo Jazz, nasce da uno scatto decisamente fortunato (di Jessica Panattoni, per l'ultimo tour in Russia N.d.R.), ed ho difeso subito la scelta di usare sia la fotografia sia la tipica grafica Blue Note degli anni 50/60, con quel suo non so che di sensazionalistico ... Unita all'energia, quasi futurista, dello scatto, si crea un insieme di grande effetto, che a mio avviso calza perfettamente la proposta musicale contenuta nell'album. Questo risulta ancora più evidente nella versione in vinile. E, si, hai ragione, se una bella copertina dovrebbe svelare l'anima di un’opera, il suo titolo dovrebbe esserne la voce, in qualche modo illuminare il senso dell'immagine scelta ... aggiungerei solo che, pur in chiave minimale, un buon titolo dovrebbe anche raccontarti qualcosa del carattere dell'artista, lasciandoti la voglia di conoscerlo di più. Con Certo Jazz, in questo senso, mi piace molto... cosi come il suo “sottotitolo”. Se pensi che si tratta di un Live concepito e registrato a Zurigo - in una Svizzera che non condivide il progetto politico Europeo - pur essendone il “cuore” geografico, capisci che si tratta chiaramente di un messaggio e, insieme, una professione di “fede”.


Fede. Ecco, forse ci vuole anche quella per affrontare un viaggio musicale come il tuo se, come dici all'interno della copertina del disco "Contaminare con certo jazz la mia musica, mi ha restituito la meraviglia di salire sul palco senza sapere cosa succederà". Quanto credi abbiano contribuito i musicisti di cui ti sei circondato a quello che, in fondo, può definirsi una splendida fotografia del tour che è seguito al tuo ultimo lavoro discografico 10, intorno al quale ruota tutto lo spettacolo dal vivo?

Tornando al parallelo metaforico del significato di copertina e titolo per un album, se il front man è per forza di cose faccia e voce narrante - così come energia, traino e denominatore comune - di quando succede su un palco, i musicisti ne sono il corpo. E se ci pensi, immaginare una band come un unicum, spiega i diversi livelli di energia che sa trasmettere così come la differenza, il salto di qualità (così come, a volte la disarmonia) che il cambiare anche un solo membro può apportare al risultato espressivo del gruppo. Non si tratta solo di tecnica naturalmente. Per come concepisco il live, si tratta soprattutto di generosità, e capacità di mettersi in gioco, di osare ... Questa capacità, insieme alla sensibilità necessaria a portare sul palco la propria vita, è in fondo ciò che distingue un artista da un mestierante.  Ed è la cosa che più mi fa apprezzare generi come il jazz, in cui nei suoi momenti alti, non senti differenza tra chi suona, e la voce del suo strumento. Quindi, la risposta alla tua domanda è, e sarà sempre: in maniera totalmente determinante. Ma, va ricordato e sottolineato, che nessuno fa un concerto da solo. Altrimenti si chiama “suonare davanti allo specchio”. Il pubblico, per me, è l'altra metà del cielo 😉 e il concerto si fa sempre in due: noi, la band, più (o contro) loro, l'audience. Il concerto perfetto, a qualsiasi livello, avrà sempre una grande band e un grande pubblico. Sempre.



Poi, ovviamente ci sono le tue canzoni, soprattutto, come si è detto, tratte dal tuo ultimo disco, 10, un concept incentrato sui 10 comandamenti, visti però in un'ottica personale e del tutto attuale. Ti ritieni soddisfatto dell'attenzione rivolta a questo progetto di grande profondità dalla critica italiana? Perché io ho avuto la sensazione che, almeno in Italia, non sia stato apprezzato come avrebbe meritato, ma forse è vero che nessuno è profeta in patria...

A partire dal presupposto che, se nessuno conosce il tuo lavoro, difficilmente potrà farsene un’idea, positiva o negativa che sia, credo di aver imparato a convivere con la convinzione che l'essere apprezzati o non apprezzati, purtroppo dipenda poco dal merito... 10 ha avuto un coro pressoché unanime di critiche fortemente positive, è finito tra i 50 dischi più belli dell'anno per il Tenco, e dalla sua pubblicazione in Germania (Set. 2016) è stato rappresentato per più di 100 concerti. Da noi la critica che ruota intorno al mondo della canzone di un certo tipo, è ormai costituita da giornalisti che fanno leva più sulla propria passione che sulla convinzione che sarà possibile scoprire un nuovo De André e, purtroppo, la possibilità di rompere il guscio che dalla critica porta al grande pubblico, essendo venute a mancare tutta una serie di possibilità mediatiche importanti (parlo di radio e programmi tv musicali), è stata relegata al web ... Ma è illusorio pensare che la rete dia una possibilità a tutti, perché non è così ... Basti pensare come TikTok o Instagram, solo per esempio, facilitino la creazione di video virali, premiando chi asseconda cliché predeterminati e praticamente oscurando chi non lo fa. Capisci che il problema di chi, oggi in attività, non fosse stato già famoso negli anni '90 è ormai quasi radicale, e legato alla portata della proposta musicale e alla velocità con la quale viene consumata, direi bruciata, e dimenticata dal mondo contemporaneo... Una volta arrivare in studio di registrazione e fare un disco era e presupponeva un percorso importante, oggi non è più così. Chi arriva, con grande esperienza, a pubblicare un buon album, si troverà sullo stesso piano del ragazzino che, pur senza una preparazione musicale di qualche tipo, registra un album XY, magari, scimmiottando rappers d'oltreoceano... Ma il ragazzo potrà contare, per esempio, su una grande popolarità scolastica e farà più click e visualizzazioni di chi, senza un buon ufficio stampa (che solitamente lavora a tempo), rischia di non arrivare neppure a far sapere che esiste ... È come se un buon fruttivendolo improvvisamente, sognando di fare l'architetto, siccome la tecnologia lo permette, decidesse, di costruire una casa o un monumento in piazza (o un ponte!) contando sulla sua grande popolarità in paese ... Togliendo possibilità, che so, a un potenziale Bernini in erba. Io credo che l'unione tra un innegabile impoverimento culturale e la presunta democrazia della rete, stia generando una grande aridità.

Quello che dici è verissimo. Però se il web mette sullo stesso piano il fruttivendolo che vuol fare l'architetto e il Bernini. Se Radio e TV trasmettono solo musica commerciale, se un certo giornalismo osanna chiunque abbia successo, se anche l'attività live è preclusa per l'emergenza Covid che via resta da percorrere ad un Consoli che ha un buonissimo album live da fare conoscere? Fare il fruttivendolo? Secondo me tu, prima, parlando della critica hai centrato il tema. Ormai è costituita da appassionati, da visionari, da nostalgici, per lo più quasi totalmente inascoltati al pari dei lavori di cui scrivono, anche perché oggi se scrivi più di dieci righe credo tu abbia perso il 95% di potenziali lettori. Esagero?

… Direi che allora qui ci siamo persi tutto. J Quando distribuivano il dono della sintesi sono arrivato tardi J

Venendo alla possibile via percorribile, se non si inseguono numeri da rockstar planetaria, credo che un mercato esista ed esisterà ancora e che la possibilità, insieme alla capacità, di proporre un live di buon livello, possano ancora fare la differenza. Mi riferisco all'idea che proporsi a un pubblico, al di là dei valori “culturali” che si pensa di esprimere, voglia dire abbracciare la convinzione di fare anche e soprattutto entertainment, escludendo categoricamente l'idea che il pubblico ti debba qualcosa, o che sia un’entità da “prendere in ostaggio”. Ma, e qui entriamo nel vero, grande tema, e cioè quello che veramente manca, perché quasi totalmente estinta: la figura del talent/manager. Quello in grado di costruire un percorso di crescita per i suoi artisti. Di essere realmente un valore aggiunto, cioè, determinante. I manager veri, e ne ho conosciuto qualcuno, erano fondamentalmente dei super appassionati che, armati di talento e di una cultura musicale pazzesca, si erano, nel tempo, costruiti una solida credibilità. Credibilità che veniva messa a disposizione del talento e della sua crescita. Oggi è talmente difficile proporre e far crescere un artista, che questa figura si è trasformata in una sorta di osservatore di quanto succede nel mondo del “preconfezionato”, cioè della musica in TV: i talent. Si, perché in questo modo il lavoro di far “conoscere” un artista, è (o almeno, sembra) già fatto.
Ma far crescere un artista è un altro discorso ... Il discorso è molto più lungo, e non ha senso in questa sede approfondire. Dico solo che l'impressione che ne ricavo è che non ci sia più nessuno o quasi, che abbia voglia di rimboccarsi le maniche e lavorare. Questo in generale, ma soprattutto nella musica italiana - nel cui panorama non esiste neanche uno straccio di piccola scena in grado di produrre numeri dignitosi, in grado di sostenere chi fa il proprio lavoro, cosi come di formare a un palco vero le nuove generazioni - chiude il circuito vizioso in cui ci troviamo a dibatterci, molto prima che a sognare di operare ...



Concedimi un’ultima domanda o meglio duplice domanda. Il concerto in streaming come quello che hai appena tenuto presso la sede della Imagina Production Studio, credi possa essere un buon mezzo per promuovere un disco come il tuo che, per sua natura, è strettamente legato all’attività live e, azzardo, visto che per un musicista una volta pubblicato un disco si chiude un ciclo, hai già in mente qualcosa di nuovo?

Insieme al costituire un’esperienza importante (era la prima volta che davo un concerto in diretta streaming), l'evento agli Imagina Prod Studios è stato un modo molto “intimo” di salutare gli amici e una parte delle persone che, soprattutto dall'estero, segue i miei live e il mio lavoro, spesso affrontando viaggi per niente scontati. Si è trattato di una sorta di “ringraziamento”, uno dei motivi per cui ho preferito non chiedere un ticket di accesso di qualunque genere. Il concerto è stato un successo dal punto di vista della partecipazione, nel giro di 24 ore è stato visto, tra chi era presente alla diretta e chi lo ha poi visto in differita, da oltre 1000 persone. Non me lo aspettavo. Ma più che fornire un supporto promozionale al disco appena uscito (la formazione e l'imprinting sono stati completamente diversi da Con Certo Jazz), ha dato un segnale forte dell'esistenza e della buona salute del “progetto” Fabrizio Consoli... Se vogliamo trovarci un solo, ma sostanziale, grande demerito è che ... non si è trattato di un vero concerto. Vedi, non so quanto il pubblico sia consapevole che, a mio avviso, innegabilmente, non esiste un concerto, grande o piccolo, magico, stupendo o “insipido” che possa senza un pubblico essere: grande, piccolo, magico e stupendo. O insipido ;-) Un eccellente esibizione può essere annientata da un pubblico mal disposto, o disattento, o semplicemente “freddino”. È una questione di energia, che viene a crearsi rimbalzando tra audience e artisti. Laddove questo equilibrio viene meno, per qualunque motivo, c'è un calo di tensione, la band rischia di deconcentrarsi, lasciando ad esempio il front man più solo ... e un concerto da soli in circostanze simili può diventare un peso enorme da tirare. Ecco, tutto questo, semplicemente, non c'era. È stato strano, come abitare una casa senza il piano di sotto, mi sentivo come un pesce in una bolla d'acqua... Ma, in definitiva, in un momento come questo, si è trattato, naturalmente, di un fare di necessità virtù, che è già di per sé stesso indice di vitalità e, per usare una parola molto utile oggi, resilienza. Pur intuendo il potenziale supporto che lo streaming potrebbe dare a un determinato tipo di grandi concerti, credo che, se il futuro della Live Music fosse questo, cambierei mestiere. Perché, se è vero che l'uscita di un disco chiude un ciclo, è nello stato naturale di quel che “dovrebbe essere”, che ne apre uno nuovo. Quello in cui le canzoni, diventano grandi, cominciano a camminare con le loro gambe, e, conoscendo amore o fallimento, diventano sempre qualcosa che non avresti mai detto. Questo, solo grazie a un palco vero.



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lunedì, maggio 11, 2020

Rudy Marra: in apnea, tra "Morfina" e "Ridi Rudy che se non ridi ti rodi"


di Fabio Antonelli

Rodolfo Giovanni Marra, noto come Rudy Marra, originario di Galatina, è stato sin dai suoi esordi discografici nel lontano 1986 con “Telefonami/Prima o poi me la paghi”, un cantautore originale e fuori dagli schemi. In quasi trentacinque anni di attività artistica ha all’attivo cinque album, forse pochi, ma mai banali, in cui sicuramente non ha mai voluto rifare sé stesso e nel quale non mai avuto paura di dire la propria su tutto e tutti. Tra questi album poi, delle opere letterarie altrettanto interessanti. Proprio in questi giorni di forzata clausura mi è balzato poi all’occhio un suo post intitolato “Salvate il soldato musica!”. Da qui il desiderio di scambiare quattro chiacchiere con lui.



Direi di partire, come d’accordo, da questa situazione anomala, da questa infinita quarantena impostaci dalle istituzioni. Tra gli artisti c'è chi ha deciso di reagire con dirette Facebook, live virtuali, chi con aperitivi e cantate dai balconi e chi, invece, non ha più voluto cantare o, perché addolorato, o per protesta, ritenendosi dimenticato da questo stato. In mezzo ai due estremi una lunga serie di sfaccettature. Tu come ti poni, quale è stata la tua reazione?

Crocodile rock, sarebbe il pezzo giusto per questa situazione. Insopportabili i piagnistei degli artisti dimenticati dalle Istituzioni. Fino a ieri dove eravate? Qui mi riferisco soprattutto a quelli che contano, agli "Dei del microfono", insomma quelli che riempiono teatri, palasport, Stadi. La loro potenza mediatica e "contrattuale" li avrebbe dovuti portare già da tempo a fare brutto muso ai politicanti di turno per richiedere garanzie, assistenza, albo professionale, previdenza e quant'altro! E invece, il più delle volte, di riffa o di raffa, con i governanti e i loro derivati (gruppi economici, banche, giornali, tv, radio, multinazionali discografiche...) i suddetti Dei microfonati avevano di che spartire e quindi silenziosamente accondiscendenti. Gli altri, i canterini dei club, delle date sottocosto, dei ricattati da "quanta gente mi porti?" possono fare poco, anzi niente per essere onesti, se non far finta di avere uno spirito di corporazione mai esistito e così approfittare della situazione per avere il pretesto di mostrarsi e farsi sentire in qualche performance video musicale, nella maggior parte dei casi di scarsa qualità e gusto. Il silenzio è impossibile, è una finta presa di posizione alternativa, se tu non suoni ci sarà qualcun altro disposto a farlo, senza contare tutti i canali dove la musica non puoi fermarla. Per quel che riguarda i balconi è un discorso ancora più ampio, si toccano situazioni sociali e addirittura antropologiche, come il fare gruppo per paura di essere soli, associarsi per solo interesse davanti alla fiera malefica, alla bestia feroce... Va da sé che tutto ciò non ha nulla a che fare con la musica, una situazione spinta dai media e probabilmente da chi ha interesse a tenere compatta la popolazione in un momento di disgregazione, letale per chi gestisce il potere, facendo leva sui sentimenti e in particolare la paura! A me personalmente fanno cagare (se si può dire se no trova tu un sinonimo) tutti i "canti" di massa, che siano Volare, Bella ciao, Il cielo è sempre più blu oppure 'O sole mio ... Io non mi sono neanche posto il problema di che fare in questa situazione, ho sempre fatto quello che mi andava di fare, se ho voglia di suonare e cantare lo faccio, se mi va di stare in silenzio metto in mute, senza dover dar conto a nessuno. Potrei chiudere la risposta col verso di una mia canzone mai uscita su un disco ufficiale che però è parte di un bootleg live registrazione di un tour veramente underground del 2011 in cui cantavo "Si fa presto, si fa presto a farsi fottere!".



Direi che la tua conclusione non fa una piega. Hai citato un bootleg di un tour underground del 2011. So che ti sei sempre mosso per sentieri alternativi, spesso impervi, ma credo anche ricchi di soddisfazioni. Gli anni trascorsi dal tuo ultimo disco ufficiale "Sono un genio ma non lo dimostro" sono ormai tanti. È una strada che non vuoi più percorrere o, invece, qualcosa bolle in pentola?

Dopo l'uscita di Sono un genio ma non lo dimostro (Alabianca/Warner 2007) e un paio di anni di live per promuoverlo, la mia strada musicale ha preso una direzione inaspettata anche per me e, se vogliamo, in un certo senso incredibile. Ad un certo punto mi sono accorto che non ne potevo più della musica che mi circondava, la mia e quella degli altri del panorama italiano e spesso anche internazionale, non solo da un punto di vista tecnico musicale, ma anche proprio concettualmente. Sinceramente non sopportavo neanche tutto il contorno della musica nostrana, radio, giornalisti, musicologi, festival e premi d'autore, tradizione cantautorale vecchia, finto rock travestito da alternativa e tutta una serie di cose per me insopportabili, come paragoni, riferimenti costanti al testo poetico e meno poetico, accuse di non avere come altri una linea musicale ben individuabile, come dire che non facevo sempre la stessa canzone rigirata a mo’ di frittata, insomma, per auto citarmi, non ero mai stato "né pop, né rock, né jazz...". Cancellare tutto a parole è facile, in pratica è cosa complicata. Così sono partito da quello che mi pareva più naturale facendo musica, cioè sentire suoni diversi, magari utilizzare strumenti non usuali, non convenzionali. Deciso che la cornamusa era troppo difficile da imparare in breve tempo e che di elettroniche sofisticate capisco zero, mi sembrò più che naturale rivolgermi agli strumenti a corda che da sempre suono.  Una specie di tabula rasa della musica moderna mi ha portato a ricercare nel mondo primordiale, una indagine di suoni primitivi, in terre africane, in popolazioni non gravate da architetture armoniche e melodiche di cultura occidentale, ritmo e vibrazioni per stringere, suoni viscerali. Le corde di budello animale, le percussioni, il suono profondo di corni e di casse toraciche con emissioni basse baritonali, un mondo magico, psichedelico, rotolante "rock", l'origine di tutto alla fine, del blues e quindi di tutti i generi che poi si sono succeduti, tutto partiva da lì. Così smontai prima le due corde più sottili della mia chitarra, poi anche la terza corda (il sol) e cominciai a suonare come un misto di chitarra e basso.... Vado più in fretta che posso; cominciai a creare, grazie ad un amico liutaio, uno strumento elettrico a 3 corde che chiamai bassarra (ora sono arrivato ad un basso a due corde) con l'uso dello slide. Non solo il suono ora era diverso, ma cambiava proprio il concetto di fare musica, suonavo bi-corde, potevo accordare in maniera diversa per creare armonizzazioni e via dicendo. In questa maniera non aveva senso continuare a pensare alla canzone così come avevo fatto fino a quel momento, quando suoni ritmico, quasi percussivo, non puoi più permetterti di non esserlo anche con le parole, anzi con i suoni che emetti e non avere le corde sottili ti impedisce di fare melodia intesa come i soli, accenti vari e a tutto questo devi sopperire con la bocca e quindi anche con quello che dici. Lo so che forse non è di facile comprensione ai non addetti e forse è anche complicato da sentire la differenza, ma è un mondo totalmente diverso. Non me ne fregava più nulla delle parole, anzi le parole erano pesi superflui, ostacoli alla musica, questo non vuol dire che i concetti non erano forti come e più di prima, solo che cominciavo a superare il birignao retorico e stantio della canzone d'autore italiana. Da lì è stato tutto un crescendo fino a un episodio un po’ magico. Chiamai un amico e musicista che già aveva giocato con me, un trombonista, e gli spiegai che avevo voglia di mettere su una band con queste caratteristiche per fare un genere alternativo, con suoni ipnotici, cupi, ma ritmico, con vibrazioni ed energia, mi pareva che una chitarra a tre corde un trombone e una batteria fossero l'ideale. Da grande jazzista, ma anche da sperimentatore accettò volentieri e con un batterista cominciammo a provare e nacquero Rudy Marra & the M.o.b. (Member's of band) e fu lì che successe la magia. Un giorno Simone (Simone Pederzoli trombone ndr) durante alcune prove mi nominò una band che in qualche modo aveva un percorso simile a quello che stavamo facendo, si trattava dei Morphine, band cult americana degli anni '90, un alternative rock proprio da loro definito low rock. Io, sinceramente, non li conoscevo o forse avevo sentito qualcosa di passaggio, quindi andai a ricercare nella rete. Sconvolgimento totale, mi sembrava di vedere e sentire, in un certo senso, il mio sogno, i miei pensieri musicali, concretizzarsi, diventare reali, fattivi. Non conoscevo la storia del leader bassista (a due corde!) Mark Sandman e scoprire che era scomparso nel 1999 proprio in un tour in Italia mi prese ancora di più. In breve cercai il contatto dell'altro carismatico fondatore della band, il sax baritono Dana Colley e sarebbe troppo lungo raccontarlo ora, ma alla fine, nell'estate 2011, da Boston lui si unì a noi in Italia per una collaborazione musicale e direi spirituale che da quel momento mi ha preso totalmente. Lo so che è lunga la storia, ma non potevo spiegare altrimenti come poi, qualche anno dopo, siamo andati a finire in uno studio di registrazione di Roma, il Diapason, il cui sound engineer Simone Satta ha voluto diventare il produttore del progetto di Rudy Marra & the M.o.b. feat Dana Colley che dopo due anni e passa di registrazioni è pronto e caldo. Il problema è ora come, con chi, quando uscire, vista la situazione di decomposizione cadaverica della discografia italica. C'era una bozza di idea di uscita per il 1° maggio, ma come sai tutto è saltato per pandemia. Posso solo anticipare che si tratta di un concept album di 16 tracce dal titolo Morfina, un viaggio nel bisogno umano di trovare rimedi efficaci per i nostri dolori, fisici e dell’anima, senza correre il rischio di diventare dipendenti da qualcuno o qualcosa, insomma niente di stupefacente, pur essendo un disco assolutamente stupefacente! Musicalmente la vecchia strada musicale è per me superata, d'altronde se si vanno a sentire attentamente i miei dischi precedenti non era affatto una strada precisa, mi ha sempre annoiato rifare le stesse cose, con stessi schemi fissi, non amo neanche nella vita normale essere catalogato e schedato. Certo capisco, da tante dimostrazioni di affetto che ricevo, che quel mio passato è incancellabile, ed è giusto che sia così anche solo per i grandissimi musicisti che hanno lavorato e hanno collaborato con me nei miei lavori, per questo, oltre al nuovo disco, ho deciso di fare qualcosa per accontentare chi è ancorato al mio passato, però l'ho fatto scrivendo un recital dove ci saranno alcune di quelle vecchie canzoni, un attore sul palco e forse io farò da colonna sonora dal vivo. Anche in questo caso doveva concretizzarsi il tutto questa estate con qualche giro di prova, poi sappiamo il guaio successo... Aspettiamo fiduciosi... il titolo del recital? Ridi Rudy che se non ridi ti rodi che mi pare giusto per il momento.



Una storia fantastica direi, da farci un documentario, aspetterò fiducioso. Ma la tua attività letteraria, invece, rimarrà un episodio unico il tuo romanzo L'utente potrebbe avere il terminale spento? Perché credo che tu di cose da dire ne abbia parecchie, magari non gradite a tanti, ma sempre originali e contro mano, no?

Intanto ti/vi faccio sapere che i romanzi sono già 2, nel 2015 è uscito per Zona ed. "Le facce" un romanzo, meglio un racconto breve, che parla di incomunicabilità, con i suoi vari risvolti. In cassetto ho già pronto altro materiale letterario, ma, come per i dischi, anche nell'editoria finché non sei nel giro che conta è meglio aspettare il momento opportuno, per poterti almeno gestire da solo una promozione che sia un minimo degna, almeno farlo sapere ad una ristretta cerchia di amici, conoscenti, magari fare avere il libro  brevi manu a quelli che vengono a sentirti suonare, insomma non è un caso che anche tu non sapessi della mia seconda pubblicazione (suppongo sia ancora in vendita in rete). Aggiungo solo che il disco praticamente ultimato di cui ti ho accennato prima, "Morfina", ha molto a che vedere con le pagine scritte, non a caso il titolo ha vari riferimenti, un po’ gioca con la partecipazione di Dana Colley dei Morphine,  ovviamente il tema trattato, cioè, come ripeto, il tentativo vano di trovare rimedi istantanei al nostro mal di vivere, così come ci potrebbero illudere le droghe e, infine, anche, forse soprattutto, perché è un richiamo a Morfina, un racconto di Michail Bulgakov e, proprio come in quello, ogni canzone che compone l'album è presentata da un breve scritto, come fossero appunti giornalieri di un diario personale tenuto nell'arco di un anno intero, un anno in cui il protagonista lotta con il suo male, i suoi ricordi, la ricerca di una felicità risolutiva, un cadere e rialzarsi continuo, fino alla morte, al suo stesso funerale a cui partecipa serenamente come se tutto il percorso doloroso non fosse stato altro che paura di quell'evento finale, il paradosso base della nostra sofferenza umana, quello di nascere solo per morire. Però il diario racconta anche che la vita non è una linea retta, un punto A che arriva a un punto B finale, ma un cerchio che magicamente ricomincia, senza soluzione di continuità. Come vedi non so neanche io se ho fatto un disco di canzoni oppure un libro che suona.


Credo che non abbia alcuna importanza etichettare ciò che si produce, il voler poi incasellare un artista è, in fondo, il mal celato tentativo di toglierli libertà. In tutto questo lungo percorso che, proprio perché fuori da ogni logica di mercato e lontano anche dalla cosiddetta musica indipendente, sembrerebbe vederti isolato da tutto e da tutti, in realtà ci sono state collaborazioni musicali con altri artisti, penso a Tosca, a Cristiano De André, Giusy Ferreri, Paolo Belli. C'è qualcuno nel panorama italiano con cui vorresti, invece, collaborare all'interno di un tuo progetto discografico? Un po' come avvenuto con Dana Colley?

La risposta è semplicissima, Eugenio Finardi, il pezzo è già pronto, è il rifacimento, anzi uno stravolgimento di un suo classico, anche questo farebbe parte del nuovo progetto, il contatto c'è già positivamente stato, ma ovviamente finché non si concretizza discograficamente non posso coinvolgerlo più di tanto.

Mi piacerebbe concludere questa chiacchierata con uno sguardo al futuro, non tanto del mondo discografico che, forse è già morto e sepolto, però sentiti libero di dire la tua sul suo stato di salute, ma soprattutto su quello di Rudy Marra artista a tutto tondo. Mi sembra che di carne al fuoco ce ne sia parecchia, come vedi la tua fase 3?

Parto immediatamente dal fatto che ti ho fatto sapere di miei progetti discografici, letterari, teatrali quando ancora nulla è sicuro, magari nessuno sarà interessato a pubblicarli o a farli andare in scena, cosa che qualche anno fa non avrei mai fatto nemmeno sotto tortura, almeno fino a quando non fossi stato sicuro di date, uscite con tanto di firme e controfirme contrattuali, questo proprio perché è saltato tutto, ormai ci sono praticamente solo autoproduzioni svincolate da qualsiasi contatto con il mercato, perché il mercato non esiste più o, quanto meno, si è ridotto a gestione di "personaggi televisivi" che hanno scadenze annuali, quei pochi (o molti, a secondo dei punti di vista) che galleggiano nelle major, parlo dei partecipanti ai Talent, quelli che fanno Sanremo nell’anno in corso, vecchi leoni nelle riserve di programmi tv Rai e super big prima dell'ennesimo tour estivo nelle arene, Stadi etc. Poi c'è tutto un sottobosco di cosiddette etichette indipendenti che sfornano artisti a ripetizione, con lo stampino e con un nome strano,  replica della replica della replica dei De Gregori, De Andrè, Rino Gaetano (ovviamente, per dati di fatto, replica del peggio), fino al fenomeno rap / trap con le sue varie accezioni, un elenco di nomi inutili che vanno ad ingrossare il panorama già troppo saturo. Nulla contro nessuno di questi generi, né contro alcuno di questi artisti, ricordo sempre che quelli della mia generazione di tendenza rock “schifavano” a prescindere la “musica da discoteca”, poi negli anni ci siamo accorti che dentro quella marmellata c’erano anche cose fortissime, The Chic, Earth Wind & Fire, Kool & the Gang… il problema sta nella testa di questo sistema marcio, di quelli che sono a capo, direttori artistici, manager, impresari che per incapacità o per esigenze di semplice fatturato imposto hanno stravolto il mondo musica portandola da dimensione prettamente artistica a dimensione “ufficio di collocamento per lavori alternativi” e accordi economici con gruppi editoriali extra-musicali. La mia fase 3, come per tutti, dipende purtroppo da questa situazione anomala: gli spazi nella discografia sono ristretti, anzi stitici, risicati i modi per promuovere un progetto, relegati per lo più alla rete e a circuiti digitali che hanno imbastardito l’educazione musicale, si tratta per lo più di vendere immagine, video da cliccare, insomma tutto è delegato alla capacità mediatica, a essere parte attiva dei mass-media, che poi vuol dire essere massa, ossia carne tritata, poltiglia da consumare. Resterebbe il circuito live, naturalmente club, associazioni culturali, qualche illuminato gestore di eventi e festival, ma, anche qui, ancora prima del Covid-19, la situazione era già disastrata, sempre più legata alle esigenze degli oberati conduttori, incassi, vendite delle bibite e dei panini e, quindi, spesso diretta e guidata dalla precedente esposizione mediatica, il cane che si morde la coda insomma. Bisogna essere chiari, il modo di fruire della musica, un po’ per tutto quello appena detto, ma anche per altro, è cambiato radicalmente: di questi artisti che hanno milioni di click in rete i loro fan conoscono a memoria la canzone, conoscono bene il look, gli argomenti che tratta, e basta. Chi ha suonato la chitarra nel suo disco? E la batteria? Ma c’è una batteria vera in quel disco? E la chitarra che sembra una chitarra è una chitarra davvero? Ma c’è qualcuno che suona ancora un qualsiasi strumento in questi dischi? Una volta non era così, la musica non era solo una canzone da sentire, era una storia da vivere, si viveva anche quello che accadeva dietro il proscenio, il sudore del batterista sui tamburi, le evoluzioni del chitarrista, bassista, pianista, chi era il produttore, la casa discografica etc. E si conoscevano le vite dietro quel prodotto, il sangue, compreso i vizi e le droghe usate. L’mp3 e la digitalizzazione hanno omologato la musica, tutto suona uguale, più o meno, questa compressione audio serve ai grandi gruppi (Apple, Windows…) a mettere infinite quantità di materiale nei loro dispositivi lanciati sul mercato (pc, smartphone, ipod…), quantità non qualità! Le radio devono suonare musica che abbia bit e bassi adatti agli impianti di ricezione. La musica si dice è diventata più democratica, tutti possono fare in casa un disco, un video clip e sbatterlo in rete e sperare nella buona stella, nel colpo di fortuna e lavorare per costruirselo. Si sa, il potere al popolo, la demo crazia, è sempre stato un inganno organizzato da pochi, dai tempi delle Polis ateniesi, basterebbe leggere La Repubblica di Platone e arrivare alla Fattoria degli animali di Orwell.  Io non ho mai pensato di fare musica per lavoro, a dire il vero ho perso tante occasioni perché non mi è mai andato molto di essere costretto per forza ad andare in giro a cantare, ho sempre fatto dischi o libri e sono andato a promuoverli da solo quando avevo voglia di dire la mia, di dire ad altri come vedevo il mondo in quel preciso momento. Questo è quello che continuo a fare, se e quando usciranno per il pubblico i miei nuovi progetti sarà mia premura cercare di farlo sapere a più persone possibili, nonostante gli ostacoli mediatici suddetti e, come sempre, chi già mi segue mi ritroverà, qualcuno che non mi conosceva mi conoscerà e a chi non interesso continuerà a non sapere della mia esistenza, almeno per il momento, perché la musica, digitalizzazione o non digitalizzazione, incapacità dei discografici o meno, a volte è talmente magica che arriva da sola dove le pare. L’unica cosa che sinceramente mi auguro è la possibilità di tornare a suonare in giro insieme ad altri musicisti compagni d’avventura, perché col tempo mi è venuta voglia di salire sui palchi, grandi o piccoli che possano essere, davanti a tanta o poca gente non è un problema che mi assilla più di tanto. Come dal tema trattato nel mio ultimo lavoro ancora inedito, io non voglio dipendere e non m’interessa che altri dipendano da me.