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mercoledì, dicembre 23, 2020

Fabrizio Consoli e la sua personalissima professione di fede

di Fabio Antonelli

Fabrizio Consoli è senza dubbio un cantautore atipico. Per chi non lo conoscesse, grave mancanza, inizia la sua carriera nella musica degli anni ottanta come chitarrista al fianco di diversi artisti di primo piano della scena musicale italiana, quali Eugenio Finardi, Alice, Cristiano De André, Mauro Pagani, PFM e molti altri. Ad un certo punto (1993) pubblica un album che porta il suo nome ed approda così nel 1995 a Sanremo con “Quando saprai”. Non ha la fortuna sperata o forse sì, perché nel 2004 pubblica “18 piccoli anacronismi”, quello sì forse il suo vero esordio nella canzone d’autore. Seguono due gran bei dischi “Musica per ballare” nel 2009 e “10” nel 2016. Tra questi un primo live “Live in Capetown” nel 2012 ed ora il secondo live “Con Certo Jazz - Live from the Heart of Europe” (Vrec / Audioglobe distribuzione), una splendida fotografia del tour seguito all’uscita di “10”, il disco che è stato un viaggio laico all’interno dei dieci comandamenti. Sempre in bilico tra Italia e Centro Europa, un po’ come Pippo Pollina, pur vivendo in Italia, vale la pena sentire cosa ci racconta in merito a questa sua ultima fatica discografica.



Sarà forse per la mia grande passione per la fotografia, per ciò che sa trasmettere, ma un disco con una copertina come il tuo "Con certo jazz" lo comprerei ad occhi chiusi. Perché non ci sono i colori a distrarre l'occhio, perché la foto che ti ritrae trasmette energia, passionalità, intensità e, perché hai scelto un titolo molto significativo, un gioco di parole che è anche un manifesto programmatico? Devo cambiare occhiali o c'è del vero in queste mie impressioni? Poi mi piace quel "Live from the Heart of Europe", in questo momento in cui c'è tanto bisogno di un’Europa, di una Europa di cuore. Ho già detto troppo, lascio spazio a te.

Al di là della comune passione per la Fotografia, direi che hai assolutamente colto nel segno. Immaginare la copertina di un disco è, dal mio punto di vista, un processo fondamentale ... è la faccia che dai al tuo lavoro. Di più. La copertina di un disco dovrebbe, più semplicemente possibile, riassumerne l'anima. Ti confesso una cosa. Sai che le copertine dei miei dischi in studio sono molto particolari. Da anni, per vari motivi, pubblico solo concept album. Bene, molto spesso ancor prima di avere le canzoni che finiranno nell'album, io ho già visivamente chiara quella che ne sarà la copertina, e questo prima ancora di averla, o poterla realizzare fisicamente, solitamente in maniera, direi, empirica … Nel caso della copertina di 10, per esempio, abbiamo dato realmente fuoco all'omino di carta che legge il libro sacro ... Ovviamente, prima abbiamo dovuto costruire sia l'omino che il libro e la sua etichetta. Per quanto riguarda la copertina di Con Certo Jazz, nasce da uno scatto decisamente fortunato (di Jessica Panattoni, per l'ultimo tour in Russia N.d.R.), ed ho difeso subito la scelta di usare sia la fotografia sia la tipica grafica Blue Note degli anni 50/60, con quel suo non so che di sensazionalistico ... Unita all'energia, quasi futurista, dello scatto, si crea un insieme di grande effetto, che a mio avviso calza perfettamente la proposta musicale contenuta nell'album. Questo risulta ancora più evidente nella versione in vinile. E, si, hai ragione, se una bella copertina dovrebbe svelare l'anima di un’opera, il suo titolo dovrebbe esserne la voce, in qualche modo illuminare il senso dell'immagine scelta ... aggiungerei solo che, pur in chiave minimale, un buon titolo dovrebbe anche raccontarti qualcosa del carattere dell'artista, lasciandoti la voglia di conoscerlo di più. Con Certo Jazz, in questo senso, mi piace molto... cosi come il suo “sottotitolo”. Se pensi che si tratta di un Live concepito e registrato a Zurigo - in una Svizzera che non condivide il progetto politico Europeo - pur essendone il “cuore” geografico, capisci che si tratta chiaramente di un messaggio e, insieme, una professione di “fede”.


Fede. Ecco, forse ci vuole anche quella per affrontare un viaggio musicale come il tuo se, come dici all'interno della copertina del disco "Contaminare con certo jazz la mia musica, mi ha restituito la meraviglia di salire sul palco senza sapere cosa succederà". Quanto credi abbiano contribuito i musicisti di cui ti sei circondato a quello che, in fondo, può definirsi una splendida fotografia del tour che è seguito al tuo ultimo lavoro discografico 10, intorno al quale ruota tutto lo spettacolo dal vivo?

Tornando al parallelo metaforico del significato di copertina e titolo per un album, se il front man è per forza di cose faccia e voce narrante - così come energia, traino e denominatore comune - di quando succede su un palco, i musicisti ne sono il corpo. E se ci pensi, immaginare una band come un unicum, spiega i diversi livelli di energia che sa trasmettere così come la differenza, il salto di qualità (così come, a volte la disarmonia) che il cambiare anche un solo membro può apportare al risultato espressivo del gruppo. Non si tratta solo di tecnica naturalmente. Per come concepisco il live, si tratta soprattutto di generosità, e capacità di mettersi in gioco, di osare ... Questa capacità, insieme alla sensibilità necessaria a portare sul palco la propria vita, è in fondo ciò che distingue un artista da un mestierante.  Ed è la cosa che più mi fa apprezzare generi come il jazz, in cui nei suoi momenti alti, non senti differenza tra chi suona, e la voce del suo strumento. Quindi, la risposta alla tua domanda è, e sarà sempre: in maniera totalmente determinante. Ma, va ricordato e sottolineato, che nessuno fa un concerto da solo. Altrimenti si chiama “suonare davanti allo specchio”. Il pubblico, per me, è l'altra metà del cielo 😉 e il concerto si fa sempre in due: noi, la band, più (o contro) loro, l'audience. Il concerto perfetto, a qualsiasi livello, avrà sempre una grande band e un grande pubblico. Sempre.



Poi, ovviamente ci sono le tue canzoni, soprattutto, come si è detto, tratte dal tuo ultimo disco, 10, un concept incentrato sui 10 comandamenti, visti però in un'ottica personale e del tutto attuale. Ti ritieni soddisfatto dell'attenzione rivolta a questo progetto di grande profondità dalla critica italiana? Perché io ho avuto la sensazione che, almeno in Italia, non sia stato apprezzato come avrebbe meritato, ma forse è vero che nessuno è profeta in patria...

A partire dal presupposto che, se nessuno conosce il tuo lavoro, difficilmente potrà farsene un’idea, positiva o negativa che sia, credo di aver imparato a convivere con la convinzione che l'essere apprezzati o non apprezzati, purtroppo dipenda poco dal merito... 10 ha avuto un coro pressoché unanime di critiche fortemente positive, è finito tra i 50 dischi più belli dell'anno per il Tenco, e dalla sua pubblicazione in Germania (Set. 2016) è stato rappresentato per più di 100 concerti. Da noi la critica che ruota intorno al mondo della canzone di un certo tipo, è ormai costituita da giornalisti che fanno leva più sulla propria passione che sulla convinzione che sarà possibile scoprire un nuovo De André e, purtroppo, la possibilità di rompere il guscio che dalla critica porta al grande pubblico, essendo venute a mancare tutta una serie di possibilità mediatiche importanti (parlo di radio e programmi tv musicali), è stata relegata al web ... Ma è illusorio pensare che la rete dia una possibilità a tutti, perché non è così ... Basti pensare come TikTok o Instagram, solo per esempio, facilitino la creazione di video virali, premiando chi asseconda cliché predeterminati e praticamente oscurando chi non lo fa. Capisci che il problema di chi, oggi in attività, non fosse stato già famoso negli anni '90 è ormai quasi radicale, e legato alla portata della proposta musicale e alla velocità con la quale viene consumata, direi bruciata, e dimenticata dal mondo contemporaneo... Una volta arrivare in studio di registrazione e fare un disco era e presupponeva un percorso importante, oggi non è più così. Chi arriva, con grande esperienza, a pubblicare un buon album, si troverà sullo stesso piano del ragazzino che, pur senza una preparazione musicale di qualche tipo, registra un album XY, magari, scimmiottando rappers d'oltreoceano... Ma il ragazzo potrà contare, per esempio, su una grande popolarità scolastica e farà più click e visualizzazioni di chi, senza un buon ufficio stampa (che solitamente lavora a tempo), rischia di non arrivare neppure a far sapere che esiste ... È come se un buon fruttivendolo improvvisamente, sognando di fare l'architetto, siccome la tecnologia lo permette, decidesse, di costruire una casa o un monumento in piazza (o un ponte!) contando sulla sua grande popolarità in paese ... Togliendo possibilità, che so, a un potenziale Bernini in erba. Io credo che l'unione tra un innegabile impoverimento culturale e la presunta democrazia della rete, stia generando una grande aridità.

Quello che dici è verissimo. Però se il web mette sullo stesso piano il fruttivendolo che vuol fare l'architetto e il Bernini. Se Radio e TV trasmettono solo musica commerciale, se un certo giornalismo osanna chiunque abbia successo, se anche l'attività live è preclusa per l'emergenza Covid che via resta da percorrere ad un Consoli che ha un buonissimo album live da fare conoscere? Fare il fruttivendolo? Secondo me tu, prima, parlando della critica hai centrato il tema. Ormai è costituita da appassionati, da visionari, da nostalgici, per lo più quasi totalmente inascoltati al pari dei lavori di cui scrivono, anche perché oggi se scrivi più di dieci righe credo tu abbia perso il 95% di potenziali lettori. Esagero?

… Direi che allora qui ci siamo persi tutto. J Quando distribuivano il dono della sintesi sono arrivato tardi J

Venendo alla possibile via percorribile, se non si inseguono numeri da rockstar planetaria, credo che un mercato esista ed esisterà ancora e che la possibilità, insieme alla capacità, di proporre un live di buon livello, possano ancora fare la differenza. Mi riferisco all'idea che proporsi a un pubblico, al di là dei valori “culturali” che si pensa di esprimere, voglia dire abbracciare la convinzione di fare anche e soprattutto entertainment, escludendo categoricamente l'idea che il pubblico ti debba qualcosa, o che sia un’entità da “prendere in ostaggio”. Ma, e qui entriamo nel vero, grande tema, e cioè quello che veramente manca, perché quasi totalmente estinta: la figura del talent/manager. Quello in grado di costruire un percorso di crescita per i suoi artisti. Di essere realmente un valore aggiunto, cioè, determinante. I manager veri, e ne ho conosciuto qualcuno, erano fondamentalmente dei super appassionati che, armati di talento e di una cultura musicale pazzesca, si erano, nel tempo, costruiti una solida credibilità. Credibilità che veniva messa a disposizione del talento e della sua crescita. Oggi è talmente difficile proporre e far crescere un artista, che questa figura si è trasformata in una sorta di osservatore di quanto succede nel mondo del “preconfezionato”, cioè della musica in TV: i talent. Si, perché in questo modo il lavoro di far “conoscere” un artista, è (o almeno, sembra) già fatto.
Ma far crescere un artista è un altro discorso ... Il discorso è molto più lungo, e non ha senso in questa sede approfondire. Dico solo che l'impressione che ne ricavo è che non ci sia più nessuno o quasi, che abbia voglia di rimboccarsi le maniche e lavorare. Questo in generale, ma soprattutto nella musica italiana - nel cui panorama non esiste neanche uno straccio di piccola scena in grado di produrre numeri dignitosi, in grado di sostenere chi fa il proprio lavoro, cosi come di formare a un palco vero le nuove generazioni - chiude il circuito vizioso in cui ci troviamo a dibatterci, molto prima che a sognare di operare ...



Concedimi un’ultima domanda o meglio duplice domanda. Il concerto in streaming come quello che hai appena tenuto presso la sede della Imagina Production Studio, credi possa essere un buon mezzo per promuovere un disco come il tuo che, per sua natura, è strettamente legato all’attività live e, azzardo, visto che per un musicista una volta pubblicato un disco si chiude un ciclo, hai già in mente qualcosa di nuovo?

Insieme al costituire un’esperienza importante (era la prima volta che davo un concerto in diretta streaming), l'evento agli Imagina Prod Studios è stato un modo molto “intimo” di salutare gli amici e una parte delle persone che, soprattutto dall'estero, segue i miei live e il mio lavoro, spesso affrontando viaggi per niente scontati. Si è trattato di una sorta di “ringraziamento”, uno dei motivi per cui ho preferito non chiedere un ticket di accesso di qualunque genere. Il concerto è stato un successo dal punto di vista della partecipazione, nel giro di 24 ore è stato visto, tra chi era presente alla diretta e chi lo ha poi visto in differita, da oltre 1000 persone. Non me lo aspettavo. Ma più che fornire un supporto promozionale al disco appena uscito (la formazione e l'imprinting sono stati completamente diversi da Con Certo Jazz), ha dato un segnale forte dell'esistenza e della buona salute del “progetto” Fabrizio Consoli... Se vogliamo trovarci un solo, ma sostanziale, grande demerito è che ... non si è trattato di un vero concerto. Vedi, non so quanto il pubblico sia consapevole che, a mio avviso, innegabilmente, non esiste un concerto, grande o piccolo, magico, stupendo o “insipido” che possa senza un pubblico essere: grande, piccolo, magico e stupendo. O insipido ;-) Un eccellente esibizione può essere annientata da un pubblico mal disposto, o disattento, o semplicemente “freddino”. È una questione di energia, che viene a crearsi rimbalzando tra audience e artisti. Laddove questo equilibrio viene meno, per qualunque motivo, c'è un calo di tensione, la band rischia di deconcentrarsi, lasciando ad esempio il front man più solo ... e un concerto da soli in circostanze simili può diventare un peso enorme da tirare. Ecco, tutto questo, semplicemente, non c'era. È stato strano, come abitare una casa senza il piano di sotto, mi sentivo come un pesce in una bolla d'acqua... Ma, in definitiva, in un momento come questo, si è trattato, naturalmente, di un fare di necessità virtù, che è già di per sé stesso indice di vitalità e, per usare una parola molto utile oggi, resilienza. Pur intuendo il potenziale supporto che lo streaming potrebbe dare a un determinato tipo di grandi concerti, credo che, se il futuro della Live Music fosse questo, cambierei mestiere. Perché, se è vero che l'uscita di un disco chiude un ciclo, è nello stato naturale di quel che “dovrebbe essere”, che ne apre uno nuovo. Quello in cui le canzoni, diventano grandi, cominciano a camminare con le loro gambe, e, conoscendo amore o fallimento, diventano sempre qualcosa che non avresti mai detto. Questo, solo grazie a un palco vero.



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domenica, settembre 04, 2016

10, il concept album dal titolo universale

di Fabio Antonelli

Cover CD "10"

Fabrizio Consoli è uno che bazzica gli ambienti musicali sin dagli anni ottanta quando fu session man al fianco di Eugenio Finardi, Alice, Cristiano De André, Mauro Pagani, PFM e molti altri. Dopo una fugace apparizione a Sanremo 1995, continuerà a scrivere e produrre diverse canzoni di successo per i Dirotta Su Cuba ed Eugenio Finardi). E’ del 2004 il suo secondo album “18 piccoli anacronismi” con cui vince il Premio Ciampi. Il terzo album è del 2009 con “Musica per ballare”, cui segue “Live in Capetown” (2012) ed una fervente attività concertistica soprattutto in Germania. Il 12 maggio del 2016 è uscito il nuovo atteso album, “10”. Sette anni sono quindi passati dal suo secondo album di inediti, ma sono stati anni spesi bene, il disco è di quelli che merita molta attenzione.

E' finalmente uscito ufficialmente, dopo una lunga gestazione seguita da un parto un po' travagliato, il tuo nuovo disco "10". Soprattutto i giovani potrebbero pensare si tratti di un disco incentrato sulla figura del top player in ambito calcistico. Non è propriamente così, anche se il disco è sicuramente un top player in ambito musicale per il suo valore. Spiega allora perché questo titolo così sintetico ma così pregno di significato.

Sono da tempo un convinto sostenitore, per molti motivi, del concept, come contenitore ideale per una raccolta di canzoni che aspiri a dire qualcosa in modo più o meno esplicito, tutti i miei ultimi tre album di inediti lo sono. In particolare, “10”, è una rilettura laica e contemporanea dei 10 comandamenti, ma naturalmente, la scelta del titolo non è stata così automatica. La natura del disco presupponeva calma nella scrittura, nella realizzazione, ma soprattutto nell'approccio ai comandamenti, e nei toni con cui cercavo risposte alla domanda che ha generato l'intero lavoro, e cioè: “Rispetto a queste regole che ritengo essere conquista e fondamento di civiltà piuttosto che dogma, cosa mi manca, oggi?”. Senz'altro, quindi, la strada più indicata non poteva essere il piglio del sermone o di chi ha capito tutto, ma il tono sommesso, semmai intimo e complice, proprio degli amanti, o di chi, tra sé e sé, cerca di capirci qualcosa, sussurrandosi risposte che non troverebbe ad alta voce. Così il primo titolo a cui ho pensato originariamente, è stato “Ten Whispers”, un po' perché speravo si rivolgesse a un mercato più internazionale, un po' perché la traduzione italiana è davvero brutta (dieci sussurri, brrr). Alla fine, e proprio per la velleità del disco di avere un titolo “buono per ogni evenienza”, dopo le prove del caso (Ten, Tzen, Dieci), ho capito che la strada migliore era anche la più semplice, quella che non necessitava traduzione alcuna: “10”.

A questo punto il titolo, direi perfetto, l'abbiamo archiviato, direi però che valga la pena spendere qualche parola per la copertina, quell'omino di carta scritta a mano, seduto a leggere un testo sacro da cui scaturiscono fiamme, non può lasciare indifferenti. Da chi è nata l'idea e come è stata sviluppata?

Mi ha sempre affascinato la comunicazione visiva delle grandi rock band del passato, fatta di elementi grafici molto marcati, a volte ridotti a un logo unico, riconoscibile al punto di sostituire il nome stesso della band, pensa alla lingua degli Stones o all'astronave dei Boston, solo per esempio. Così ho sempre cercato un segno grafico fortemente connotativo, capace di diventare icona del mio lavoro. Quando ho realizzato che siamo tutti molto simili all'omino di carta, fragili, accartocciati dalla vita, e pieni di parole, sentimenti ed emozioni, espresse o meno, ho capito di aver trovato l'elemento giusto. Così, l'omino di carta, negli anni, è diventato il leitmotiv della comunicazione del progetto, dai concerti agli strumenti che uso. Al punto che molto spesso le copertine e il loro "concept" nascono prima della musica, direi prima del titolo stesso dell’album. Così è stato per "Musica per Ballare", in cui l'omino si ascoltava il cuore con uno stetoscopio fatto con fil di ferro, scotch e una borchia da jeans, e a maggior ragione, per 10, in cui le fiamme generate dal libro sacro distruggono completamente l'omino di carta. Quando l'idea della cover di "10" mi ha colpito, sono stato quasi sopraffatto dalla forza evocativa dello scatto. Ho capito subito che l'estrema attualità della copertina di "10" ne fa un icona del nostro tempo, ma la sua contemporaneità non cancella il fatto che si tratti di un immagine senza età, perché da sempre l'uso improprio e strumentale di qualunque religione, ha finito per seminare distruzione, morte e sofferenza. Tecnicamente, l'omino è sempre reale, un pupazzetto tridimensionale, non c'è nulla di costruito al computer. Nel caso di '10', gli abbiamo realmente dato fuoco. Ho cercato un libro antico piccolo abbastanza, ho fatto incidere l'etichetta da un amica restauratrice, poi io e Max Soldati (che ha fatto gli scatti) abbiamo fatte un po' di prove, di luce, di posizione, e lo abbiamo acceso ... stando attenti a non mandare lo studio un fiamme!!  L'idea di base, essendo molto legata al contenuto del lavoro musicale, è sempre mia. Ma non appena l'idea è abbastanza a fuoco, di solito chiamo l'amico e artista Fabrizio Falchetto, che definirei un "Pittoscultore" (e che è il vero "Papà" dell'Omino), e gli chiedo di realizzarne uno sulla base delle mie indicazioni e necessità.  Da questo punto di vista, le copertine dei miei album sono dei veri e propri lavori d'arte concettuale e di artigianato empirico. Il risultato è che spesso le persone non ricordano me, ma l'omino. Bum. Centro.




Artigianale e geniale direi, poi è sempre meglio che le persone ricordino l'omino che non ricordino del tutto. Passando ora al contenuto vero e proprio, scorrendo le tracce, la prima cosa che balza all'occhio è che le canzoni non seguono l'ordine classico dei comandamenti, la scelta è stata dettata da motivazioni musicali?

Si, sono d'accordo, e il fatto che siano immagini "pensate per far pensare", le rende, nel senso bello del termine, "anacronistiche"... in fondo ciò che importa è bucare la scorza dell'indifferenza dettata dalla valanga di informazioni che riceviamo quotidianamente. Venendo alla sequenza dei brani, assolutamente si ... non ho mai dimenticato per un istante che si tratta di un lavoro musicale, e che alla fine per me è importante che la sua musicalità arrivi anche a chi magari, al momento, non vuole fermarsi ad approfondire i testi. Così scegliere l'ordine dei brani è stato davvero un lavoro importante, e nulla è stato lasciato al caso, neanche la distanza tra un brano e l'altro.

Ecco, allora vedo di stravolgere un po' questo lavoro certosino e ti chiedo subito di uno dei brani che più mi hanno colpito da subito per limpida bellezza, una bellezza direi assoluta. Si tratta di "Sirena" in cui affronti il comandamento "Non desiderare la donna d'altri". Credo che qui tu abbia raggiunta un livello di scrittura invidiabile, cito "Non chieder perché resto qui / A spettinare la spiaggia / A far cadere i tramonti uno ad uno / Come farfalle ubriache, come gocce di pioggia, / A tener chiuso un immenso futuro in valigia". Com'è nata?

Sirena è una canzone attorno alla quale ho girato per anni … succede, che la fortuna dell’intuizione, e la grande importanza del significato, fanno si che io affronti la scrittura con grande introspezione. La musica, o meglio l’armonia (gli accordi e il movimento che poi è stato ripreso dal pianoforte), esistevano già nel 2006, e facevano parte delle musiche dello spettacolo teatrale in cui recitavo con Max Pisu, “Autogrill”, come sottofondo al monologo finale “serio” di Max, e l’idea del testo è più o meno dello stesso periodo, sebbene io abbia chiuso la canzone solo un paio d’anni fa. Credo che uno dei motivi che hanno reso difficilissima - per me - la scrittura, è che non mai vissuto “Sirena” come una “canzone”, ma come un piccolo racconto “visivo”, nel senso che ho sempre immaginato fosse la traccia musicale di un cortometraggio.  E non vedo che altro può essere … Sirena è un vecchio ex pescatore, così chiamato perché racconta a tutti (allo sfinimento) che in gioventù ha salvato una sirena dalla rete. Innamoratosi perdutamente, ha passato il resto della sua esistenza fissando il mare e l'orizzonte, nel tentativo di rivederla, dimenticandosi di vivere, o se vogliamo scegliendo di non vivere altrimenti. Tollerato dagli avventori del bar in cui sopravvive, accudito dalla vecchia proprietaria del bar che lo lascia dormire nel retro, non si accorgerà mai che, proprio lei, un tempo giovane e bellissima, è la sirena di cui parla sempre, che ha abbandonato il suo elemento, il mare, la sua vita libera, per stare vicino a quest'uomo, reso cieco dall'idea che, in un altro tempo, si è fatto dell'amore.  Ecco, io credo che non esista uomo che non sia, in un modo o nell'altro, salvato, di più, redento, dall'amore della sua donna … ma, così, spesso restiamo innamorati dell’idea che ci siamo fatti dell’amore e della sua perfezione, in un altrove temporale che non visiteremo mai più, senza accorgerci che, come il canto di una sirena, non è in nessun modo reale, e che quest'idea poco o niente ha a che vedere con la natura stessa dell'amore … Proprio questo ha fatto sì che associassi “Sirena” al comandamento che citavi ... la riflessione su come, spesso, chi “desidera la donna d'altri”, non “riconosca” più la propria … La storia mi è apparsa da subito un metafora molto potente, e, seppure, in fondo, si tratti di un piccolo racconto minimale, la sua verità, ha spalancato le porte a una profondità che mi sorprende ad ogni ascolto. E che, credimi, tutt’ora fatico a comprendere appieno …



Dopo tanta profondità credo sia il caso di passare al brano che ha fatto da apri pista all'intero lavoro, mi riferisco a "La fidanzata" di cui è stato realizzato anche un bel video. Un brano trascinante, creato su ritmi latino-americani, però solo in apparenza spensierato perché qui in gioco vi è il futuro. Nel libretto, al titolo vi hai aggiunto una importante didascalia "Non permettere che le menzogne cambino la tua vita", credo sia davvero giunta l'ora che si torni tutti "a chiamare finalmente le cose con il loro nome e a non scordarlo più". Ormai siamo circondati da così tante false verità da far sempre più fatica a discernere il giusto, è così?

Per lunghi anni mi sono chiesto come fosse possibile che, più o meno velatamente, per i primi cinquanta anni di storia repubblicana, il potere in Italia fosse appannaggio dei soliti nomi, più o meno noti e, con mani pulite, ero anch'io con quanti speravano che la parola giustizia fosse tutt'altro che una parola, e che da lì potesse partire una sorta di nuovo “risorgimento civico”. A posteriori, capisco come invece avesse solo dato fiato alle trombe più forcaiole e, in fondo qualunquiste, del nostro paese. In realtà, ad oggi, nulla è cambiato … e poi, il capolavoro, Il “ventennio” Berlusconiano, che ha trasformato una democrazia imperfetta, in una videocrazia perfetta, in cui la verità è stata di chi ha urlato di più la propria e gli effetti sono ben lungi dall'essersi esauriti, anzi. Basta guardare un qualunque programma in cui ci sia un contendere. Con il passare del tempo, l'oggetto del dibattere ha perso sempre più consistenza e aderenza alla realtà, per trasformarsi in numeri, percentuali, cifre, che ognuno rivendica, ma che nessuno ha la minima idea di come verificare, né si prende la briga di contestare ... E la domanda è la stessa di allora. Com'è possibile? Il benessere e la televisione possono aver rincoglionito a questo punto un popolo che, dal Rinascimento alla Resistenza, solo per dire, ha dato al mondo così tanto? “La fidanzata” parla proprio di questo, è un grido di allarme, una sorta di “People have the Power” al contrario, che, attraverso la metafora forte della persona amata che non può più sentirci, perché inconsapevole, “in coma” (nel senso vaschiano del termine), racconta di come ancora, dopo vari “ventenni”, si finisca sempre per delegare il potere a chi la racconta meglio e ha i mezzi per farlo. Mentre il dibattere su debito pubblico e crescente, disuguaglianza sociale, su questo vivere al di sopra dei nostri mezzi depredando risorse naturali che dovevano essere dei nostri figli, è sempre e soltanto a margine, se non messo a tacere. E sono solo alcuni degli “effetti collaterali” di un mostruoso 'errore di sistema' che genera, e si nutre di, ignoranza.

E' davvero impressionante come in questo disco ci si possa sia lasciare irretire dall'accattivante musicalità delle canzoni e della tua voce calda e roca, sia voler cercare i significati più reconditi dei versi, insomma, se solo ti addentri un attimo tra le parole del disco ecco che emerge sempre una profondità d'animo e di pensiero sorprendente. Si potrebbe dire che qui non sono “solo canzonette” ma si fa cultura, però attenzione che "La cultura è una parola ambigua / Che non ha "niente a che vedere con" / E fra tutte le parole ambigue / E' quella che più riempie bocche vuote". Ho voluto citare scherzosamente i versi iniziali di "La cultura" (comandamento "Non uccidere"), ma in questo brano il discorso è tutt'altro che da ridere, anzi ...

Hai citato una delle tracce che più preferisco nel disco, sia perché musicalmente è quella che, al momento, rappresenta al meglio il mio mondo sonoro, sia perché racconta un altro aspetto secondo me drammatico della decadenza in atto a più livelli nel nostro paese. Non ha senso riprendere qui la polemica su quanto poco valorizziamo la nostra vera ricchezza, che già da solo vale l'accostamento al comandamento (non si uccide più soltanto con la spada, ma anche, e in questa parte del mondo direi soprattutto, con l'indifferenza). Porrei l'attenzione sull'uso strumentale della parola, che ho sentito spesso venir (ab)usata da personaggi il cui solo ed evidente scopo era gonfiarsi le tasche, mentre d'altra parte mi imbatto quotidianamente nello svilimento di chi, spesso con grandi sacrifici, cerca di immettere contenuti nella trama del tessuto sociale in cui vive, rinnovando, conservando, proponendo, facendo insomma 'cultura vera' nella mancanza assoluta di attenzione da parte di istituzioni, che spesso hanno nella loro stessa ragione sociale la parola stessa 'cultura'. Per non parlare del fatto che la cultura 'buona' genera sempre futuro, e persino 'controculture' costruttive, mentre esiste, e sta mettendo radici profonde, anche una cultura 'cattiva', che genera deserti, inaridimento sociale e mafie.

Il tema del futuro è molto presente tra le tracce del disco. In "Maria" canzone dedicata al comandamento "Onora il padre e la madre" ribalti il senso originale del comandamento, perché se si desidera "Un mondo nuovo, immacolato / Una parabola possibile / E un tempo in cui non sia peccato essere giovani" per i propri figli occorre che come genitori si cerchi di cambiare il mondo attuale "Un mondo in cui gli uomini uccidono per Dio / Dio che nemmeno gliel'ha chiesto". Canzone ricchissima di spunti, se ne potrebbe parlare per ore, a partire dallo stacco netto che ad un certo punto si avverte tra musica acustica ed elettronica, quasi una frattura generazionale ...

Si, hai afferrato esattamente il senso del cambio totale di piano sonoro... È una canzone estremamente emozionale, una delle due in cui mia moglie, al primo ascolto, è scoppiata in lacrime, l'altra è Sirena. 'Maria' è di una sincerità, per certi versi, crudele, totalmente spoglia di tutti i luoghi comuni che possiamo trovare nelle canzoni dedicate ai figli, ma, al tempo stesso, dalla quale traspira un amore totale. In 'Maria' ho cercato di non farmi nessun tipo di sconto, affrontando le mie paure di padre, compresa quella del fallimento, personale, laddove non generazionale, nel capire che rischiamo di lasciare ai nostri figli, insieme a un mondo più tecnologicamente evoluto, per certi versi più magico, anche un mondo emotivamente più arido e 'asettico', forse, e senz'altro più sporco e spaventoso, a mio avviso decisamente peggiore di quello che abbiamo trovato. Mi sembra sia, oggi più che mai prima, fondamentale insegnare fin dalla scuola primaria, insieme al rispetto di chi è venuto prima di noi, quello per chi verrà dopo.




Scusa il gioco di parole, ma credo ci sia un altro brano, mi riferisco a "Credo", in cui da subito, visto che poi è stato scelto per aprire e chiudere il disco, metti a nudo i tuoi sentimenti, basti pensare a versi come "Credo al coraggio e alla paura / E se c'è un suono che davvero lascia il segno / Non è il rumore dell'offesa, ma il silenzio di un amico". Il riferimento è al comandamento "Non nominare il nome di Dio invano", ma il discorso si fa al tempo stesso personale ed universale "Credo al bugiardo nello specchio / Che ogni sorriso sia geniale / perché non ce n'è uno uguale / Credo che in abito da sera o nuda / La verità sia vera". Il libretto riporta questa didascalia "Dio è in ogni cosa, così non importa quale nome gli dai, abbi fede, sempre", beh credo che Dio si sia infilato anche tra i versi di questa magnifica canzone.

Non conosco un altro modo di fare una canzone che contenga una qualche verità, se non quella di partire dal proprio sentire e in questo '10' non fa distinzione, per forza di cose tutte le canzoni del disco nascono da convinzioni e bisogni personali, soprattutto dalla necessità di razionalizzare le esperienze che mi costringono a prendere posizione rispetto alle 'grandi domande' della vita. Ma il mio lavoro tende sempre alla condivisione, alla speranza, cioè che la mia piccola verità arrivi a essere riconosciuta da altre piccole verità. In particolare per le due tracce a cui ti riferisci, il colore, direi 'l'umore' diversissimo (ferma e spavalda la prima, intima, riflessiva, quasi 'indifesa' quella in chiusura), è stato fortemente voluto, al punto che, mentre i testi sono nati nello stesso momento, le musiche sono arrivate a sei mesi di distanza. Il 'reprise' è nato di getto, sulla Milano-Genova, una mattina, mentre guidavo verso lo studio ... Nell'economia del disco, è chiaramente un momento topico, una specie di 'manifesto' dell'intero lavoro ... Una dichiarazione di fede laica, a sottolineare quanto io creda importante e necessaria l'esistenza di una spiritualità, seppure diversa, e con mille distinguo personali. E allo stesso tempo, la sua crescente mancanza, nel tipo di civiltà che si va delineando. Si, credo sia definitivamente importante avere fede, qualunque essa sia. Per il resto, in fondo, se riconosciamo noi stessi come una piccola azione della 'S.P.A ' divina, dobbiamo accettare il fatto che, in qualche modo, Dio si infili un po’ in tutta la musica, e in tutte le canzoni ... 😉

Se sei d'accordo vorrei abbandonare le tracce del disco nel loro dettaglio, perché credo che quanto detto sin qui sia già un ottimo biglietto da visita per un disco di grande profondità ma di altrettanto grande fruibilità. Parliamo piuttosto di una bella notizia, freschissima, il tuo disco è finito tra i 50 album votabili dai giurati del Premio Tenco, per l'assegnazione della Targa Tenco Migliore album in assoluto del 2016. Te l'aspettavi? Tu che in fondo sei sempre stato più conosciuto all'estero che in Italia, tanto che il tuo disco, se non sbaglio, è di prossima uscita in Germania con una grande etichetta. Che mi racconti in merito?

No, direi che non me lo aspettavo, assolutamente. Mi sembra una bella notizia, mi ha fatto molto piacere ... Spero che questo significhi che il disco avrà la possibilità di essere ascoltato (direi "scoperto") da più persone .... Tra l'altro, come ricordavi, ‘10’, dopo l'uscita italiana di maggio, per iCompany, il 23 settembre p.v. uscirà anche in Germania, Austria e Svizzera, per l'etichetta tedesca CHAOS, che è poi una delle etichette dei leggendari Studi Bauer di Ludwigsburg, pensa che sono quelli che hanno registrato il Köln Concert di Keith Jarrett. Entrare negli studi è come farsi un giro nella storia, per intenderci. Entrandovi, una delle prime foto, fra le molte appese ai muri del corridoio, ritrae Miles Davis, che era solito registrare da loro. Essere nel loro catalogo, sentire la stima dell'etichetta, è per me uno stimolo enorme nel cercare di lavorare sempre più seriamente. Tra l'altro è la prima volta che un mio lavoro viene pubblicato in un altro paese, e visto che da Ottobre inizierò un tour partendo proprio dalla Germania, è davvero una grande occasione per provare a salire un piccolo gradino ... Senza fretta, per carità. 



Permettimi un'ultima domanda, tornando a ‘10’, vedo alcune canzoni sono firmate Fabrizio Consoli e Gigi Rivetti, quanto ritieni importante questo vostro sodalizio? Tra le firme di ‘L’innocenza di Giuda”, compare anche Max Manfredi, com'è nata questa collaborazione? Non credi poi che in Italia sarebbe più utile per tutti una maggiore collaborazione fra musicisti, quasi fosse un antidoto alla sempre maggiore disaffezione verso la canzone d'autore?

Gigi Rivetti è una figura fondamentale, non solo nella realizzazione di 10, ma nell'intero "progetto" Fabrizio Consoli. Più di un braccio destro, quasi un alter ego pianistico, da quasi 15 anni tutte le fasi creative, con la sola esclusione dei testi, lo vedono presente. Abbiamo girato palchi di tutti i tipi, per mezza Europa, suoniamo praticamente a memoria, ed è per me davvero una presenza rassicurante. E' un pianista estremamente "intelligente", con una grande cultura musicale- spesso direttamente complementare alla mia, e nel tempo abbiamo ricercato e sviluppato insieme un linguaggio pianistico estremamente personale, in grado di caratterizzare la mia musica. Solo per farti capire, è molto facile aggiungere di getto qualche accordo jazz a una canzone, altrimenti molto cantautorale, magari per variarne o per "raffinarne" la scrittura armonica... ma nel 99 per cento dei casi l'ambientazione che ne risulta è quasi pianobaristica, d'altri tempi, in definitiva, tutt'altro che raffinata. Per arrangiare il piano di "Camera Con Vista" (era in Musica per Ballare, del 2009), ci abbiamo messo quasi un anno. Poi abbiamo trovato la chiave per un fraseggio che fosse insieme classico e   estremamente contemporaneo, insomma, mai scontato. E ora (ed è il caso dei pianoforti di 10), coi dovuti distinguo, rimaneggiamenti e sviluppi successivi, praticamente le parti che registriamo di getto nei provini, sono quelle che rimangono fino alla fine dei missaggi. Permettimi di citare gli altri personaggi che hanno formato il suono del disco, Silvio Centamore, che suona un insieme molto particolare di percussioni e batterie, acustiche ed elettroniche, Lele Garro, che ha suonato i contrabbassi, Fabio Buonarota, autore di quasi tutte le trombe del disco, insieme a Marco Milani, nostro storico trombettista. Un altro grande musicista e amico, che ha suonato con noi spesso lo scorso anno, è Daniele Moretto. Una presenza importante, come giustamente ricordavi, è Max Manfredi... Alla fine del disco, dopo anni di lavoro, mi sono accorto che non avevo più tempo ed energie per chiudere l'ultimo testo, "L'Innocenza di Giuda"... inoltre mi ero pericolosamente affezionato al suono di un testo che per oltre metà non andava bene. Considero Max un caro amico, e lo stimo tantissimo, come autore e come performer, e gli ho letteralmente chiesto aiuto. Abbiamo lavorato a chiudere il testo via Skype, è stato molto divertente direi. Poi, al di là di questo caso particolare, se me lo chiedi, non è di facile affrontare, a mio avviso, Il tema delle collaborazioni, soprattutto per sommi capi...Troppe gli elementi di disturbo, a partire da un economia inesistente, per arrivare, attraverso un percorso a ostacoli, alle diverse personalità ed ego più o meno ingombranti degli artisti... Personalmente, anche se in un ormai lontano passato ha dato risultati commercialmente rilevanti, non credo e non mi interessano le operazioni discografiche infarcite di ospiti più o meno di grido, almeno nella fascia di mercato in cui opero, e nella canzone in generale ... Anzi, tranne rare eccezioni (per esempio i live), le trovo di disturbo nella comprensione della personalità dell'artista e della canzone. Soprattutto se non particolarmente conosciuto. L'unico ospite in 10, ma si tratta di un "cameo" pensato, scritto e ritagliato esattamente per lui, è Tonino Carotone, nella "suite" iniziale, il Credo di apertura. Altra cosa, a mio avviso, e ne sento un grande bisogno, sarebbe il consociativismo, l'associazione, ma non per soli artisti. Vedi, per un artista, e per il suo lavoro, la sfida più grande è far sapere che esiste, e "conquistarsi" un pubblico. Ed è talmente grande la sfida, da rendere inutile la gran parte della nostra produzione musicale, e da far arenare persino progetti di grande potenziale, anche economico. L'associarsi, autoproducendosi, ma con il supporto, anche morale e strutturale, di una famiglia di colleghi, appassionati e quant'altro, potrebbe più facilmente aiutare l'artista, se non altro a sentirsi meno solo. Molti amici, colleghi, hanno iniziato a fare concerti insieme, ma la creazione di un circuito nazionale, la nascita di una "piccola scena", che in Germania permette a piccoli talenti di far crescere il proprio progetto mantenendo un alto standard, è ancora lontana. Ci avevo provato qualche anno fa, con un progetto che si chiamava "Slow Music", rifacendomi all'esperienza di valorizzazione della qualità di Slow Food, ma con scarsi risultati. Chissà che non vengano tempi più "Slow", anche per la musica.