mercoledì, dicembre 23, 2020

Fabrizio Consoli e la sua personalissima professione di fede

di Fabio Antonelli

Fabrizio Consoli è senza dubbio un cantautore atipico. Per chi non lo conoscesse, grave mancanza, inizia la sua carriera nella musica degli anni ottanta come chitarrista al fianco di diversi artisti di primo piano della scena musicale italiana, quali Eugenio Finardi, Alice, Cristiano De André, Mauro Pagani, PFM e molti altri. Ad un certo punto (1993) pubblica un album che porta il suo nome ed approda così nel 1995 a Sanremo con “Quando saprai”. Non ha la fortuna sperata o forse sì, perché nel 2004 pubblica “18 piccoli anacronismi”, quello sì forse il suo vero esordio nella canzone d’autore. Seguono due gran bei dischi “Musica per ballare” nel 2009 e “10” nel 2016. Tra questi un primo live “Live in Capetown” nel 2012 ed ora il secondo live “Con Certo Jazz - Live from the Heart of Europe” (Vrec / Audioglobe distribuzione), una splendida fotografia del tour seguito all’uscita di “10”, il disco che è stato un viaggio laico all’interno dei dieci comandamenti. Sempre in bilico tra Italia e Centro Europa, un po’ come Pippo Pollina, pur vivendo in Italia, vale la pena sentire cosa ci racconta in merito a questa sua ultima fatica discografica.



Sarà forse per la mia grande passione per la fotografia, per ciò che sa trasmettere, ma un disco con una copertina come il tuo "Con certo jazz" lo comprerei ad occhi chiusi. Perché non ci sono i colori a distrarre l'occhio, perché la foto che ti ritrae trasmette energia, passionalità, intensità e, perché hai scelto un titolo molto significativo, un gioco di parole che è anche un manifesto programmatico? Devo cambiare occhiali o c'è del vero in queste mie impressioni? Poi mi piace quel "Live from the Heart of Europe", in questo momento in cui c'è tanto bisogno di un’Europa, di una Europa di cuore. Ho già detto troppo, lascio spazio a te.

Al di là della comune passione per la Fotografia, direi che hai assolutamente colto nel segno. Immaginare la copertina di un disco è, dal mio punto di vista, un processo fondamentale ... è la faccia che dai al tuo lavoro. Di più. La copertina di un disco dovrebbe, più semplicemente possibile, riassumerne l'anima. Ti confesso una cosa. Sai che le copertine dei miei dischi in studio sono molto particolari. Da anni, per vari motivi, pubblico solo concept album. Bene, molto spesso ancor prima di avere le canzoni che finiranno nell'album, io ho già visivamente chiara quella che ne sarà la copertina, e questo prima ancora di averla, o poterla realizzare fisicamente, solitamente in maniera, direi, empirica … Nel caso della copertina di 10, per esempio, abbiamo dato realmente fuoco all'omino di carta che legge il libro sacro ... Ovviamente, prima abbiamo dovuto costruire sia l'omino che il libro e la sua etichetta. Per quanto riguarda la copertina di Con Certo Jazz, nasce da uno scatto decisamente fortunato (di Jessica Panattoni, per l'ultimo tour in Russia N.d.R.), ed ho difeso subito la scelta di usare sia la fotografia sia la tipica grafica Blue Note degli anni 50/60, con quel suo non so che di sensazionalistico ... Unita all'energia, quasi futurista, dello scatto, si crea un insieme di grande effetto, che a mio avviso calza perfettamente la proposta musicale contenuta nell'album. Questo risulta ancora più evidente nella versione in vinile. E, si, hai ragione, se una bella copertina dovrebbe svelare l'anima di un’opera, il suo titolo dovrebbe esserne la voce, in qualche modo illuminare il senso dell'immagine scelta ... aggiungerei solo che, pur in chiave minimale, un buon titolo dovrebbe anche raccontarti qualcosa del carattere dell'artista, lasciandoti la voglia di conoscerlo di più. Con Certo Jazz, in questo senso, mi piace molto... cosi come il suo “sottotitolo”. Se pensi che si tratta di un Live concepito e registrato a Zurigo - in una Svizzera che non condivide il progetto politico Europeo - pur essendone il “cuore” geografico, capisci che si tratta chiaramente di un messaggio e, insieme, una professione di “fede”.


Fede. Ecco, forse ci vuole anche quella per affrontare un viaggio musicale come il tuo se, come dici all'interno della copertina del disco "Contaminare con certo jazz la mia musica, mi ha restituito la meraviglia di salire sul palco senza sapere cosa succederà". Quanto credi abbiano contribuito i musicisti di cui ti sei circondato a quello che, in fondo, può definirsi una splendida fotografia del tour che è seguito al tuo ultimo lavoro discografico 10, intorno al quale ruota tutto lo spettacolo dal vivo?

Tornando al parallelo metaforico del significato di copertina e titolo per un album, se il front man è per forza di cose faccia e voce narrante - così come energia, traino e denominatore comune - di quando succede su un palco, i musicisti ne sono il corpo. E se ci pensi, immaginare una band come un unicum, spiega i diversi livelli di energia che sa trasmettere così come la differenza, il salto di qualità (così come, a volte la disarmonia) che il cambiare anche un solo membro può apportare al risultato espressivo del gruppo. Non si tratta solo di tecnica naturalmente. Per come concepisco il live, si tratta soprattutto di generosità, e capacità di mettersi in gioco, di osare ... Questa capacità, insieme alla sensibilità necessaria a portare sul palco la propria vita, è in fondo ciò che distingue un artista da un mestierante.  Ed è la cosa che più mi fa apprezzare generi come il jazz, in cui nei suoi momenti alti, non senti differenza tra chi suona, e la voce del suo strumento. Quindi, la risposta alla tua domanda è, e sarà sempre: in maniera totalmente determinante. Ma, va ricordato e sottolineato, che nessuno fa un concerto da solo. Altrimenti si chiama “suonare davanti allo specchio”. Il pubblico, per me, è l'altra metà del cielo 😉 e il concerto si fa sempre in due: noi, la band, più (o contro) loro, l'audience. Il concerto perfetto, a qualsiasi livello, avrà sempre una grande band e un grande pubblico. Sempre.



Poi, ovviamente ci sono le tue canzoni, soprattutto, come si è detto, tratte dal tuo ultimo disco, 10, un concept incentrato sui 10 comandamenti, visti però in un'ottica personale e del tutto attuale. Ti ritieni soddisfatto dell'attenzione rivolta a questo progetto di grande profondità dalla critica italiana? Perché io ho avuto la sensazione che, almeno in Italia, non sia stato apprezzato come avrebbe meritato, ma forse è vero che nessuno è profeta in patria...

A partire dal presupposto che, se nessuno conosce il tuo lavoro, difficilmente potrà farsene un’idea, positiva o negativa che sia, credo di aver imparato a convivere con la convinzione che l'essere apprezzati o non apprezzati, purtroppo dipenda poco dal merito... 10 ha avuto un coro pressoché unanime di critiche fortemente positive, è finito tra i 50 dischi più belli dell'anno per il Tenco, e dalla sua pubblicazione in Germania (Set. 2016) è stato rappresentato per più di 100 concerti. Da noi la critica che ruota intorno al mondo della canzone di un certo tipo, è ormai costituita da giornalisti che fanno leva più sulla propria passione che sulla convinzione che sarà possibile scoprire un nuovo De André e, purtroppo, la possibilità di rompere il guscio che dalla critica porta al grande pubblico, essendo venute a mancare tutta una serie di possibilità mediatiche importanti (parlo di radio e programmi tv musicali), è stata relegata al web ... Ma è illusorio pensare che la rete dia una possibilità a tutti, perché non è così ... Basti pensare come TikTok o Instagram, solo per esempio, facilitino la creazione di video virali, premiando chi asseconda cliché predeterminati e praticamente oscurando chi non lo fa. Capisci che il problema di chi, oggi in attività, non fosse stato già famoso negli anni '90 è ormai quasi radicale, e legato alla portata della proposta musicale e alla velocità con la quale viene consumata, direi bruciata, e dimenticata dal mondo contemporaneo... Una volta arrivare in studio di registrazione e fare un disco era e presupponeva un percorso importante, oggi non è più così. Chi arriva, con grande esperienza, a pubblicare un buon album, si troverà sullo stesso piano del ragazzino che, pur senza una preparazione musicale di qualche tipo, registra un album XY, magari, scimmiottando rappers d'oltreoceano... Ma il ragazzo potrà contare, per esempio, su una grande popolarità scolastica e farà più click e visualizzazioni di chi, senza un buon ufficio stampa (che solitamente lavora a tempo), rischia di non arrivare neppure a far sapere che esiste ... È come se un buon fruttivendolo improvvisamente, sognando di fare l'architetto, siccome la tecnologia lo permette, decidesse, di costruire una casa o un monumento in piazza (o un ponte!) contando sulla sua grande popolarità in paese ... Togliendo possibilità, che so, a un potenziale Bernini in erba. Io credo che l'unione tra un innegabile impoverimento culturale e la presunta democrazia della rete, stia generando una grande aridità.

Quello che dici è verissimo. Però se il web mette sullo stesso piano il fruttivendolo che vuol fare l'architetto e il Bernini. Se Radio e TV trasmettono solo musica commerciale, se un certo giornalismo osanna chiunque abbia successo, se anche l'attività live è preclusa per l'emergenza Covid che via resta da percorrere ad un Consoli che ha un buonissimo album live da fare conoscere? Fare il fruttivendolo? Secondo me tu, prima, parlando della critica hai centrato il tema. Ormai è costituita da appassionati, da visionari, da nostalgici, per lo più quasi totalmente inascoltati al pari dei lavori di cui scrivono, anche perché oggi se scrivi più di dieci righe credo tu abbia perso il 95% di potenziali lettori. Esagero?

… Direi che allora qui ci siamo persi tutto. J Quando distribuivano il dono della sintesi sono arrivato tardi J

Venendo alla possibile via percorribile, se non si inseguono numeri da rockstar planetaria, credo che un mercato esista ed esisterà ancora e che la possibilità, insieme alla capacità, di proporre un live di buon livello, possano ancora fare la differenza. Mi riferisco all'idea che proporsi a un pubblico, al di là dei valori “culturali” che si pensa di esprimere, voglia dire abbracciare la convinzione di fare anche e soprattutto entertainment, escludendo categoricamente l'idea che il pubblico ti debba qualcosa, o che sia un’entità da “prendere in ostaggio”. Ma, e qui entriamo nel vero, grande tema, e cioè quello che veramente manca, perché quasi totalmente estinta: la figura del talent/manager. Quello in grado di costruire un percorso di crescita per i suoi artisti. Di essere realmente un valore aggiunto, cioè, determinante. I manager veri, e ne ho conosciuto qualcuno, erano fondamentalmente dei super appassionati che, armati di talento e di una cultura musicale pazzesca, si erano, nel tempo, costruiti una solida credibilità. Credibilità che veniva messa a disposizione del talento e della sua crescita. Oggi è talmente difficile proporre e far crescere un artista, che questa figura si è trasformata in una sorta di osservatore di quanto succede nel mondo del “preconfezionato”, cioè della musica in TV: i talent. Si, perché in questo modo il lavoro di far “conoscere” un artista, è (o almeno, sembra) già fatto.
Ma far crescere un artista è un altro discorso ... Il discorso è molto più lungo, e non ha senso in questa sede approfondire. Dico solo che l'impressione che ne ricavo è che non ci sia più nessuno o quasi, che abbia voglia di rimboccarsi le maniche e lavorare. Questo in generale, ma soprattutto nella musica italiana - nel cui panorama non esiste neanche uno straccio di piccola scena in grado di produrre numeri dignitosi, in grado di sostenere chi fa il proprio lavoro, cosi come di formare a un palco vero le nuove generazioni - chiude il circuito vizioso in cui ci troviamo a dibatterci, molto prima che a sognare di operare ...



Concedimi un’ultima domanda o meglio duplice domanda. Il concerto in streaming come quello che hai appena tenuto presso la sede della Imagina Production Studio, credi possa essere un buon mezzo per promuovere un disco come il tuo che, per sua natura, è strettamente legato all’attività live e, azzardo, visto che per un musicista una volta pubblicato un disco si chiude un ciclo, hai già in mente qualcosa di nuovo?

Insieme al costituire un’esperienza importante (era la prima volta che davo un concerto in diretta streaming), l'evento agli Imagina Prod Studios è stato un modo molto “intimo” di salutare gli amici e una parte delle persone che, soprattutto dall'estero, segue i miei live e il mio lavoro, spesso affrontando viaggi per niente scontati. Si è trattato di una sorta di “ringraziamento”, uno dei motivi per cui ho preferito non chiedere un ticket di accesso di qualunque genere. Il concerto è stato un successo dal punto di vista della partecipazione, nel giro di 24 ore è stato visto, tra chi era presente alla diretta e chi lo ha poi visto in differita, da oltre 1000 persone. Non me lo aspettavo. Ma più che fornire un supporto promozionale al disco appena uscito (la formazione e l'imprinting sono stati completamente diversi da Con Certo Jazz), ha dato un segnale forte dell'esistenza e della buona salute del “progetto” Fabrizio Consoli... Se vogliamo trovarci un solo, ma sostanziale, grande demerito è che ... non si è trattato di un vero concerto. Vedi, non so quanto il pubblico sia consapevole che, a mio avviso, innegabilmente, non esiste un concerto, grande o piccolo, magico, stupendo o “insipido” che possa senza un pubblico essere: grande, piccolo, magico e stupendo. O insipido ;-) Un eccellente esibizione può essere annientata da un pubblico mal disposto, o disattento, o semplicemente “freddino”. È una questione di energia, che viene a crearsi rimbalzando tra audience e artisti. Laddove questo equilibrio viene meno, per qualunque motivo, c'è un calo di tensione, la band rischia di deconcentrarsi, lasciando ad esempio il front man più solo ... e un concerto da soli in circostanze simili può diventare un peso enorme da tirare. Ecco, tutto questo, semplicemente, non c'era. È stato strano, come abitare una casa senza il piano di sotto, mi sentivo come un pesce in una bolla d'acqua... Ma, in definitiva, in un momento come questo, si è trattato, naturalmente, di un fare di necessità virtù, che è già di per sé stesso indice di vitalità e, per usare una parola molto utile oggi, resilienza. Pur intuendo il potenziale supporto che lo streaming potrebbe dare a un determinato tipo di grandi concerti, credo che, se il futuro della Live Music fosse questo, cambierei mestiere. Perché, se è vero che l'uscita di un disco chiude un ciclo, è nello stato naturale di quel che “dovrebbe essere”, che ne apre uno nuovo. Quello in cui le canzoni, diventano grandi, cominciano a camminare con le loro gambe, e, conoscendo amore o fallimento, diventano sempre qualcosa che non avresti mai detto. Questo, solo grazie a un palco vero.



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