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mercoledì, marzo 21, 2018

Le canzoni del signor Dario Fo secondo Giangilberto Monti


di Fabio Antonelli

Lo scrittore e chansonnier milanese Giangilberto Monti, ha voluto rendere omaggio a Dario Fo, uno dei suoi maestri d’arte scenica con un disco “Le canzoni del signor Dario Fo” (2018 Fort Alamo/Warner Music Italia) che racchiude sedici titoli dalla vastissima produzione musicale dello scomparso artista. Per l’occasione ha voluto ricreare quell’atmosfera jazz elegante e divertita da cui era partita la coppia Fo-Jannacci, coinvolgendo nel progetto un protagonista di quelle composizioni, il clarinettista e arrangiatore Paolo Tomelleri, coadiuvato da grandi musicisti quali Sergio Farina alla chitarra, Tony Arco alla batteria, Marco Mistrangelo al contrabbasso e Fabrizio Bernasconi alle tastiere.

Cover CD "Le canzoni del signor Dario Fo"


Parliamo del tuo nuovo disco “Le canzoni del signor Dario Fo”, la cui copertina non ti vede assolutamente protagonista, in cui campeggia, invece, un Dario Fo molto sorridente con il tuo nome in alto, accostato a quello di Paolo Tomelleri.

La copertina è una scelta doverosa perché c’è un rifermento talmente alto che non si può immaginare che io possa essere superiore al maestro scenico che è stato Dario Fo, quella è una bellissima foto di Guido Harari gentilmente concessami ed è la stessa che compare nel libro “E sempre allegri bisogna stare” uscito a gennaio dell’anno scorso (2017 - ed. Giunti)

Si, perché in realtà il progetto Dario Fo è ben più ampio, non comprende solo il disco…

In effetti è un lavoro un po’ più complesso, sono partito con il libro, poi c’è il disco, poi ci sarà ad aprile la produzione del radiodramma con la RSI, dove io userò le stesse canzoni però il racconto sarà ovviamente molto più vario e vasto con la presenza di vari personaggi, il tutto si chiuderà poi con lo spettacolo di narrazione musicale che andrà in scena a metà maggio al nuovo Teatro del Buratto di Milano, in realtà Teatro Bruno Munari. La scelta, invece, di indicare in copertina anche il nome di Paolo Tomelleri è proprio un omaggio alla sua storia artistica, al fatto che lui è la memoria storica di quelle canzoni, di come sono nate. La mia arte è stata quella di riuscire a non riproporre cover, perché soprattutto il repertorio con Jannacci è inarrivabile e non puoi pensare di fare delle cover, l’originale è sicuramente meglio (ride), allora l’arte è proprio il non riproporre pari pari le canzoni ma il reinventarle, studiare un arrangiamento nuovo, anche un modo di interpretare, farne la fotocopia non avrebbe avuto alcun senso.

Nella scelta della scaletta sei andato a pescare da un repertorio molto vario e vasto, vista le numerose collaborazione di Dario negli anni.

Esatto, sono tantissime le canzoni. Se prendiamo anche solo le più conosciute e depositate in SIAE, sono circa 160, però lui ne ha scritte molte di più, si arriva a 250, perché ci sono anche le canzoni che compaiono nei copioni teatrali, lui ha sempre lavorato con la musica negli spettacoli. Io feci una prima cernita di 40 canzoni quando misi in scena con Laura Fedele, jazzista molto brava che mi accompagnava al pianoforte, il mio primo recital di canzoni di Dario Fo, era il 1999. Per questo disco, invece, che è dichiaratamente in chiave jazz elegante e divertito, ne ho prese 16.

E’ stata una scelta dura quindi…

Sì, perché teoricamente uno potrebbe fare 10 dischi (ride). Ho cercato quindi di scegliere quelle che a mio giudizio sono le più rappresentative, quindi c’è sicuramente il filone più popolare e discografico, quello di Jannacci, c’è poi il filone di canzoni scritte con Fiorenzo Carpi, più legato al teatro più melodico, poi c’è il filone più barricadero che comprende le canzoni scritte con Paolo Ciarchi. C’è poi la diatriba sulla vera genesi della canzone “Ho visto un re” che, gran parte dei personaggi dell’epoca attribuiscono a Fo e a Paolo Ciarchi, anche se è depositata solo con il nome di Dario Fo, perché allora Paolo non era iscritto alla SIAE. In realtà, quella sarebbe una canzone di Fo e di Ciarchi, ma lì si apre tutto un mondo e questa è una cosa che io racconto molto bene nel libro, nel radiodramma e anche nello spettacolo, ovviamente nel disco tutto questo si perde e rientra nel naturale lavoro che ho fatto con Paolo Tomelleri, nel cercare di rivestire in modo omogeneo le canzoni che ho scelto.

So che il disco sarà presentato venerdì 23 marzo a Milano…

In realtà questa serata è un omaggio al mondo musicale di Dario Fo e riprende pari pari la serata che ho fatto alla fine di ottobre 2017 alla RSI, dove c’era una conduzione che legava un po’ le canzoni, che partendo dal libro raccontava un po’ questi passaggi, non è quini ancora lo spettacolo vero e proprio, è una via di mezzo tra lo spettacolo e il concerto. Però è fatto in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e questo mi ha fatto molto piacere, perché la Palazzina Liberty è intitolata a Dario Fo e Franca Rame ma è la prima volta che vi fanno un qualcosa legato proprio al mondo di Dario Fo perché, fino ad oggi, essendo sede di un’associazione che si chiama Milano Classica, lo spazio è stato utilizzato solo per concerti di musica classica, un mondo però che non c’entra assolutamente nulla (ride) con Dario Fo. L’evento proprio perché sostenuto dall’Assessorato alla Cultura sarà ad ingresso libero, aperto alla cittadinanza, non sarà un business e questo mi fa molto piacere, fa parte del mio desiderio di fare cultura attraverso la musica, è la mia “mission” (ride), come direbbero oggi.

Giangilberto Monti


A proposito di fare cultura, tu credi che le canzoni di Dario Fo e comunque il mondo in esse rappresentato, possano ancora insegnare qualcosa ai giovani di oggi o è ormai sono un qualcosa relegato al passato?

No, no, secondo me non è archeologia, al di là della bellezza della scrittura, sono ancora molto attuali, il mondo che vi è descritto è un mondo che può ancora trasmettere dei valori divertiti importanti, di impegno civile ma anche di ironia, di capacità di lettura del sociale. Certo il jazz non è un rap, non è una musica che potrebbe andare oggi nelle radio, però non è neanche escluso perché i francesi, ad esempio, sostengono che è una musica di classe, è una musica elegante, però quel mondo è un mondo profondo, anche il linguaggio è un linguaggio interessante e alto, sono le nostre radici la nostra cultura, poi è ovvio che ogni generazione ha il proprio modo di esprimersi, ma Dario era avanti vent’anni quando scriveva queste canzoni, almeno questa è la mia opinione.

Hai citato i francesi, tornando alla copertina del disco, quel titolo scritto anche in francese stringe l’occhiolino alla Francia?

Si, perché il nostro obiettivo è quello di portarlo all’estero, l’abbiamo fatto con la Svizzera e vogliamo farlo anche con la Francia, l’uso del francese è quindi un modo di allargare il campo, avrei voluto farlo in tre lingue però il francese mi sembrava fosse una scelta divertita. Non dimentichiamoci comunque, che la Warner è una multinazionale, per cui, potrebbe distribuirlo in Italia ma potrebbe farlo anche in altri paesi. Vediamo intanto come va in Italia … nel caso il prodotto è già pronto anche per il mercato estero. Attenzione poi, il digitale in questo aiuta, è vero che esiste il cd fisico, però il digitale può veramente girare il mondo sena limiti, la stessa cosa ad esempio m’è capitata quando ho lavorato sul repertorio delle canzoni francesi, i miei adattamenti in italiano di Boris Vian, Serge Gainsbourg, ecc. hanno avuto successo anche all’estero.

Vero, hai appena chiuso il ciclo con il disco dedicato a Renaud.

Si, anche con Renaud che tendo sempre a dimenticarmi … ma perché agli italiani non piace Renaud, non gliene frega niente di Reanud ed è un peccato, perché è uno degli ultimi maledetti e poi è veramente simpatico, il suo è un mondo di periferia e io sono un ex ragazzo di periferia.

Lo ami perché in fondo ti somiglia?

Beh, si, io vengo da lì, sono un ex ragazzaccio (ride)

Giangilberto Monti - Foto di Daniele Poli


Tornando al disco omaggio a Dario Fo, nel restringere la scelta a questi sedici titoli, qual è il brano cui ti sei più affezionato?

A me piace molto “Hanno ammazzato il Mario” perché è una storiaccia di malavita, sembra un film in bianco e nero di Rossellini, ricorda quel mondo lì, quella Milano, un’Italia che si ricostruisce, certo è una malavita antica, che non c’entra niente con quella di oggi, una malavita ancora con dei valori se così si può dire, con degli oneri e degli onori, non so come dire … però è un mondo che mi ha colpito. Poi certo c’è “Ho visto un re”, per la quale ho ripreso l’arrangiamento realizzato con Elio e le Storie Tese, quella canzone l’avevo già cantata con Elio in un mio disco di qualche anno fa che si chiama “Comicanti.it” (2009 – ed. Carosello Records) riportandolo però in ambito jazz, come vedi sperimento ancora … Poi a me piace molto “Stringimi forte i polsi” che è un lento, uno slow, sembra “Strangers in the night” (ride), è un evergreen un classico, ho fatto finta di fare Frank Sinatra da piccolo però comunque è venuta carina, ci sta … Ma c’è anche il dialetto, attenzione, io uso il dialetto milanese …

Per fortuna, rischia quasi l’estinzione …

Eh no, non si può, io ho abitato sessant’anni a Milano non è che sia poco (ride) Il dialetto è importante, pensa che Dario mi diceva sempre che il dialetto aiuta anche a recitare, ti aiuta tantissimo, tant’è vero che il suo grammelot è un insieme di dialetti che davvero aiuta moltissimo.

C’è, invece, una canzone che più di altre hai faticato a rendere tua?

La canzone più difficile in assoluto è “Prete Liprando e il giudizio di Dio”, è stato un disastro, prima di tutto il trovare un modo di farla che fosse originale, è stato per me come prendere una laurea, perché avevo si dietro dei musicisti doc, cinque jazzisti bravissimi, ma avevo sempre in testa il ricordo di Jannacci. Mi sembra alla fine di essere riuscito a fare un buon lavoro, però non sono io che posso dirlo, sarà la gente che ascolta, gli appassionati, il pubblico a dirlo. Comunque ho faticato davvero tantissimo con quella canzone, ho fatto diventar matti sia i musicisti sia il fonico.

A proposito di gente che ascolta, vorrei chiudere chiedendoti come presenteresti questo tuo nuovo progetto musicale ad un potenziale ascoltatore che magari neppure ti conosce, perché dovrebbe ascoltare questo disco?

Beh, perché sono storie belle, che fanno bene al cuore, è un modo di ascoltare la musica un po’ all’antica, c’è una grande attenzione al suono, una musica alta, rappresenta le nostre radici, è come leggere un classico, è un po’ come se ti piacessero i gialli e leggessi Agatha Christie piuttosto che Sherlock Holmes, come quando leggi “Guerra e Pace” o leggi Dostoevskij o l’Odissea. Direi che ascoltare le canzoni di Fo ci aiuta in qualche modo a capire meglio ciò che ascoltiamo oggi, tenendo presente che Dario Fo è stato un artista che non ha mai smesso di cavalcare l’attualità fino all’ultimo, l’ascolto delle sue canzoni è un’educazione, questo almeno per me.

Speriamo lo sia per tutti.



lunedì, maggio 29, 2017

Le onde emozionali del Mare Nero non si fermano mai …

di Fabio Antonelli

Il 6 giugno 2017 esce “Mare Nero”, il terzo disco d’autore di Alessio Lega, in realtà negli anni autore di ben otto dischi tra traduzioni, rifacimenti, live, dunque non certo artista di primo pelo. Questo nuovo disco lo si potrebbe definire a tutti gli effetti un disco di “avanzi” nel senso di canzoni non entrate, per vari motivi, nei precedenti due dischi. Detto così potrebbe quasi sembrare un disco minore ma non lo è affatto, perché si tratta di una raccolta di brani di grande spessore in cui la storia è sempre presente, anche quando fa a pugni con la propria coscienza. Avercene di artisti come Alessio! Il disco sarà presentato ufficialmente a La Scighera di Milano il 9 giugno.

Copertina "Mare Nero"


Di un disco, a colpirmi per primo, è solitamente l'aspetto esteriore, ossia la copertina, l'abito di cui è rivestito, allora ti chiedo subito com'è nata questa copertina apparentemente semplice ma, credo, fortemente simbolica, in cui il tuo nome e il titolo sembrano quasi non starci e in cui una molteplicità di lettere addensate verso il basso si diradano verso l'alto, quasi fossero pesci che faticano ad uscire dal mare in cui sono rinchiuse ... ho detto solo castronerie?

Direi che la tua lettura è non solo legittima, ma per certi versi centrata. Ti racconto non tanto la mia versione, quanto la storia di com'è nata. Di solito quando comincio a pensare a un mio disco la copertina è una delle prime cose che mi viene in mente, ma in questo caso essendo questo di gran lunga il disco più vario che ho fatto, faticavo ad averne un'immagine che potesse racchiudere tutto. Avevamo pensato a un "giudizio universale" medievale (vista l'abbondanza nelle canzoni di angeli e demoni), ma era triste ridurre un affresco nato per le grandi dimensioni a quelle del CD. Quando non ho idee mi lascio ispirare dai manifesti francesi del "Maggio 68", così ne ho trovato uno che si chiamava "Le Mur" che somigliava a ciò che volevamo ... dal muro delle parole siamo arrivati al nostro mare delle lettere. Un'onda, un cavallone che confonde le lettere in un mare di amore e libertà.

Manifesto "Le Mur"


Amore e libertà ... Eri partito da "Resistenza e Amore", diciamo che, fortunatamente, non hai perso l'abitudine di cantare la vita, la storia, l'amore, i sentimenti, i combattenti, i perdenti, spesso in modo ironico senza mai aver paura di attacchi e critiche, un po' come nell'ultima traccia del nuovo disco "Petizione per l'adozione dei figli alle coppie omosessuali", vogliamo per una volta partire dal fondo? Ho già detto troppo, ti lascio la parola.

"Petizione" è una canzone che viene da lontano: un tempo sentendo un dibattito a Radio Popolare (quindi una radio caratterizzata a sinistra) venni sorpreso dal fatto che molti ascoltatori, pur approvando le unioni civili, erano inorriditi dal pensiero di bambini che crescessero in un ambiente familiare non-eterosessuale. Questo mi sorprese molto, trovo tristissimo che la paura della diversità sia più forte della capacità di autocritica per un sistema - quello delle nostre famiglie - che non ha certo prodotto solo serenità e salute mentale. Però mi sembra che la canzone sia una canzone gioiosa, giocosa, vitale ... forse questa è la vera provocazione: parlare di un tema simile col sorriso.

Hai ragione, il tono della canzone è assolutamente gioioso, un po' come quello di "Angelica matta", il brano che apre il disco con quel titolo che appare già come un ossimoro ... Chi è Angelica matta "luce imprevista che sorge dal niente / di niente addensata, però intraprendente"? Il clima di questa canzone è divertito, in netto contrasto con la seconda traccia "Canzone del povero diavolo", che sembrerebbe essere il rovescio di una stessa medaglia. Sono state scritte nello stesso periodo? Come sono nate?

Sono state scritte proprio assieme e parlano assolutamente della stessa personalissima esperienza. "Angelica matta" è un ritratto, il "Povero diavolo" un autoritratto. Se leggessimo solo il testo della prima la troveremmo molto meno scanzonata, così come la seconda, senza il suo suono "infernale", sarebbe molto auto-ironica ("ti offro tutto per quasi niente / poi ti sputtano, ti canto alla gente"). Miracoli ed equilibri della musica ...

Alessio Lega - Foto di Rosalba Amorelli


E' vero, per questo una canzone non può essere scomposta. Spesso la musica è fondamentale e, anzi, anche i soli arrangiamenti possono cambiare totalmente o quasi una canzone, anche solo renderla più dolce e struggente, sto pensando alla nuova versione della dolcissima "Zolletta", da te dedicata a Enzo Baldoni, il giornalista free-lance ucciso dagli estremisti islamici in Iraq nel 2004, ancora più commovente se fosse possibile ...

"Zolletta" è una canzone che mi è molto cara, non solo per la storia specifica cui sono legato da molti fili: ero un lettore di fumetti e conoscevo il lavoro di Enzo Baldoni come grafico, come reporter e scrittore. Però credo anche che Enzo Baldoni sia un "uomo del secolo" cioè uno che rappresenta appieno il nostro sbigottimento di fronte alla contrapposta violenza dei poteri: sbigottimento attivo, partecipe ... innamorato, mi verrebbe da dire. L'oblio in certi casi è il nemico più pericoloso, non dimenticare Enzo Baldoni vuol dire non dimenticare un uomo giusto e soprattutto aver rispetto di se stessi. Poi credo anche che la canzone sia ironica e sentimentale quel tanto da valere la diffusione.

Devo ammettere che più d'una volta il tuo studiare la storia con una passione e una dedizione certosina, mi ha permesso di conoscere personaggi, artisti, uomini del popolo a me ignoti. In tal senso sono per me due grandi scoperte le due canzoni di altri che hai voluto qui inserire, mi riferisco a "Hanno ammazzato il Mario in bicicletta", una vecchissima canzone (1958) frutto dell'accoppiata Dario Fo e Fiorenzo Carpi e una recentissima (2014) canzone di Paolo Pietrangeli intitolata "Fiore di Gaza". Cosa ti ha colpito di queste due canzoni? Come le hai fatte tue musicalmente parlando?

Una parte importante del mio lavoro è quello di scavo e riproposizione del repertorio storico della canzone italiana. Questo scavo ha dato origine a due fortunati spettacoli multipli: "Cento anni di canzone d'autore" e "Vinili", quasi 300 canzoni entrate nel mio repertorio in tre anni. È la mia risposta al fenomeno delle "cover", l'approfondimento della Storia musicale. "Hanno ammazzato il Mario in bicicletta" è diventato un mio pallino perché è una canzone geniale, irriverente, perfetta drammaturgicamente e sta all'origine della Canzone d'Autore (è del 1958). Purtroppo è anche diventata un omaggio postumo al genio di Fo, ma questo non era previsto quando l'abbiamo registrata. Pietrangeli è il mio primo maestro divenuto amico, e le sue canzoni più recenti (come questa "Fiore di Gaza") sono forse ancor più belle di quelle storiche.

Hai parlato di lavoro di scavo e riproposizione del patrimonio storico della canzone italiana ma  accanto a ciò, c'è anche sempre un tuo preziosissimo lavoro di recupero della storia in sé, della realtà storica, anche quella che s'è cercato di celare ai più, come ad esempio il massacro di centinaia di vecchi donne e bambini avvenuto ad opera degli italiani in una grotta del massiccio dell’Amba Aradam col terribile gas all’iprite e che tu hai messo in canzone per contrasto in forma gioiosa ed ironica in "Ambaradan" o come l'olocausto zingaro cui nella balcanica "Porrajmos" cerchi di restituire visibilità e dignità. In entrambi i casi noi italiani non ne usciamo proprio bene, vero?

Beh... credo che uno dei compiti degli artisti sia quello di mettere il dito nella piaga della rimozione, di provare a divertire facendo riflettere. Il giudizio sugli italiani in quanto popolo, nazione, politica lo lascio agli storici. Io posso solo dire che, per quanto ho potuto documentarmi, il motto "italiani brava gente" è solo una favola.

Mi trovi d'accordo su entrambi i temi, anzi direi che i tuoi compiti d'artista sono da promozione a pieni voti. Però anche in questo disco un po' di spazio per la sfera più personale ed intima lo si trova comunque in "Non sarai più sola", in cui canti dell'epilogo del tuo matrimonio … è già una delle mie preferite, sarà forse che sono sempre stato un sentimentale. L'ho poi ascoltata su Youtube nella versione in cui era nata (https://youtu.be/gXOpFqiYLtk), era ben più triste, forse il tempo ha addolcito tutto ed eccola allora nella veste attuale, è così?

Il matrimonio in quanto "contratto sociale" ha un epilogo, ma i rapporti sono in continua evoluzione, e così oggi il rapporto con Patrizia, la mia ex-moglie (anche gli anarchici hanno un cuore!) sono non solo sereni, ma di vera e propria amicizia... anzi ci diamo reciprocamente consigli sentimentali. Però le canzoni - se sono buone canzoni - vivono di vita propria e si evolvono per percorsi imprevedibili anche dall'autore. La trasformazione di "Non sarai più sola" da dolente melodia "alla Vecchioni" (tipo "Mi manchi") a marcetta alla Beatles, è una felice intuizione di Francesca Baccolini, bassista e co-produttrice artistica del disco, e secondo me riequilibra il pathos del racconto con la forza dell'accompagnamento.

Alessio Lega - Foto di Gianluca Riva


Credo che la direzione artistica di Francesca Baccolini, unita a quella dell'amico di sempre Rocco Marchi, siano elementi fondamentali nell'ascolto del disco. Ovvio che poi c’è tutta la grazia della tua scrittura poetica e allora anche una canzone come "Maddalena di Valsusa", nata evidentemente con il fine di parlare della questione No Tav, si trasforma in una struggente ballata d'amore, con versi come questi "Che di amarti ci si accusa / nostra madre e nostra sposa / quei vigliacchi dei signori / Maddalena di Valsusa". Una delle tue canzoni più toccanti, di quelle capaci di far palpitare anche i cuori più freddi, io l'ho percepita così, sbaglio?

Ho frequentato tanto la Val di Susa, vi ho tenuto decine di concerti in supporto al movimento No Tav, di cui sono un fiero sostenitore. Mi sono innamorato di quella zona, ma soprattutto del rapporto di identità fra i valsusini e la loro terra. E così è nata questa sorta di serenata, di canzone d'amore, per una terra a rischio, bella e resistente. Ma è esattamente quello che volevo dire: la storia della Valle di Susa è una storia d'amore.

L'amore per la terra, spesso, si interseca nelle tue canzoni con quello per le persone che l'hanno vissuta o la vivono. In questo disco ci sono due canzoni che parlano della tua città nativa Lecce ("Santa Croce di Lecce") e di quella adottiva Milano ("Stazione Centrale"). Nella prima lo fai partendo da un fatto storico per altro quasi sconosciuto a tutti (ammirabile il tuo costante lavoro di ricerca storica), la seconda partendo da un luogo quasi di alienazione come la Stazione Centrale così come tutte le stazioni di Milano, una città in cui ancora fatichi a riconoscerti "Ma noi che questo posto, si sa, non ci appartiene / nascosti come l'acqua si scorre nelle vene / Milano ci è nemica come la nostra vita / Carica di speranze nell'aria intirizzita". Ho voluto accostare queste due canzoni per chiederti se, in fondo, ti senta più cittadino del mondo o alieno ad ogni luogo....

La canzone sui tre leccesi uccisi il 25 settembre del '45 - vicenda completamente dimenticata dalla mia città - è una delle canzoni che mi è costato più tempo scrivere, benché la melodia sia "presa in prestito da un canto sindacale irlandese". Ci tenevo a mantenere l'equilibrio fra la bellezza dei monumenti del barocco leccese e il sudore e il sangue di cui sono impastate le nostre città. "Stazione Centrale" è nata invece in pochi minuti, scritta per uno spettacolo teatrale che in realtà era un inno d'amore per Milano ... un amore difficile se vuoi, ma senz'altro un amore, come testimonia "La scoperta di Milano" (canzone del mio disco precedente "Mala Testa"): io adoro Milano, perciò ci litigo spesso!

Direi che il disco l'abbiamo solcato in lungo e in largo quasi fosse un mare … a proposito di mare, ci resta da parlare di "Mare Nero", una tua canzone vecchissima, che hai scelto per dare il titolo al disco, secondo me la si può già considerare un nuovo classico della canone anarchica e non mi meraviglierei di vederla cantata da altri fra qualche anno, un po' come accade per le canzoni di Brel, Ferré, ecc. Non credi?

"Mare Nero" è un brano che mi trascino dietro da quasi vent'anni nei concerti, sempre molto gradito dal pubblico, ma ogni volta che ho provato a inciderlo mi sembrava di non trovare il "tono" giusto ... dal vivo prendeva un tono a metà fra il cabaret e l'inno di piazza, ma in studio s'impantanava. Finalmente, in questo disco così eclettico, ha trovato una sua possibile anima. Resta forse l'episodio più stravagante rispetto alla scrittura degli altri brani ... e così gli abbiamo dato il ruolo di far da titolo al disco.

Se sei d'accordo, vorrei chiudere l'intervista approfittando del fatto che oggi è il 25 aprile e che tra poco sarà il Primo Maggio, due date molto importanti che però ormai per molti si sono ridotte solo a due occasioni per scampagnate e gite fuori porta. Che ne pensi? Non credi che musica come la tua abbia un ruolo fondamentale per non dimenticare mai e per guardare sempre i fatti della storia con occhio critico?


Ci sono dei generi musicali - come l'hip hop - o forme di teatro (cosiddetto) di narrazione, o ancora inchieste letterarie che hanno preso in mano il compito di riflettere sul rapporto fra la Storia e le storie. Io però credo che la canzone d'autore sia una delle forme più adatte a questo compito, perché tiene assieme il personale e il collettivo, facendo un discorso politico su un piano emotivo.