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venerdì, febbraio 02, 2024

Michele Gazich Federico Sirianni – Domani si vive e si muore (inediti di Michele L. Straniero), due diversissimi artisti al servizio di un prezioso lavoro di recupero

     di Fabio Antonelli

Sul finire del 2003 è uscito il booklet+cd “Domani si vive e si muore - Inediti di Michele L. Straniero” (Nota – 2023), un disco scritto a quattro mani da Michele Gazich e Federico Sirianni, che hanno lavorato sapientemente su dei testi inediti di Michele Luciano Straniero ritrovati dal nipote Giovanni Straniero, da cui è partito l’intero progetto e che ha fatto da regia in questo complesso lavoro di recupero. Il risultato è un disco che ha permesso di portare alla luce brani attuali, vividi, urgenti, perché, come scrisse Straniero, domani si vive e si muore.


    Nome?

M.G. – Michele

F.S. - Federico

Cognome?

M.G. – Gazich

F.S. - Sirianni

Nato a?

M.G. - Brescia

F.S. - Genova

Anno di nascita?

M.G. - 1969

F.S. - 1968

Vivi a?

M.G. - Venezia

F.S. - Torino

Professione?

M.G. - Scrittore di canzoni

F.S. - Scrittore di canzoni

Come è cominciato il tuo rapporto con la musica?

M.G. - Mio padre mi ha insegnato a leggere le note ancor prima delle lettere. Credeva che io fossi Mozart. Si sbagliava.

F.S. - Da bambino, a casa con mia madre cantante.

Qual è stato il tuo primo contatto con la musica di Michele Luciano Straniero?

M.G. - A fine anni Novanta vivevo a Torino e conobbi Giovanni, il nipote di Michele Straniero, frequentando il FolkClub fondato dal suo illustre zio e da Franco Lucà. In breve, Giovanni ed io diventammo amici: bevevamo vino e suonavamo insieme. Grazie a lui ho conosciuto le canzoni di Michele Straniero.

F.S. - Più che con la musica di Straniero, col mondo dei Cantacronache: a Genova, conoscendo e frequentando in gioventù Andrea Liberovici, figlio di Margot e Sergio Liberovici.

Gazich e Sirianni - Foto Flavio Dal Molin

    Com’è nata l’idea di realizzare un disco di inediti di Michele Luciano Straniero?

M.G. - Giovanni da decenni mi aveva proposto gli inediti dello zio da musicare. Per qualche motivo, riteneva che io fossi la persona giusta. Da solo, tuttavia, non avevo coraggio di farlo; ero intimorito. Lavorando a quattro mani con Federico, mi sono sbloccato.

F.S. - Da un’idea di Giovanni Straniero, nipote di Michele. Ha ritrovato degli scritti inediti dello zio e ha proposto a Michele Gazich e al sottoscritto di trasformarli in canzoni.

Ritieni sia stato più difficile o emozionante scegliere le poesie inedite da musicare e adattare in forma di canzone?

M.G. - Incredibilmente emozionante. Una volta che mi sono sbloccato, tutto è stato naturale, spontaneo. Non difficile, ma molto, molto emozionante. Michele Straniero è la fonte della canzone d’autore in lingua italiana. E bere l’acqua alla fonte, che è più limpida e pulita, è stato rigenerante!

F.S. - Entrambe le cose in egual misura.

Con quale criterio sono stati scelti gli otto inediti di Straniero?

M.G. - Si sono scelti da soli. Michele Straniero voleva far conoscere a noi (e attraverso di noi a chi ci avrebbe ascoltato) un’altra faccia di sé: più intima e personale. Le canzoni indicano sempre una via. Noi siamo stati strumento.

F.S. - A sensazioni personali, qualcuno l’ho scelto io, qualche altro Michele, trovando gli scritti che ci colpivano maggiormente e che avessero le caratteristiche per essere adattate alla forma canzone.

Com’è stato scelto il titolo del disco Domani si vive e si muore, che trasmette un senso di urgenza, di concretezza, di mancanza di tempo da perdere?

M.G. - Permettimi due parole in più su questo punto, che sento importante. Federico ed io siamo stati immediatamente rapiti dal verso conclusivo di uno tra i testi che Michele Straniero ci ha lasciato: "Domani si vive e si muore", appunto. Abbiamo dapprima pensato che potesse diventare il titolo di quel componimento e infine anche di tutto il disco, perché ne definisce il contenuto: personale, esistenzialista, di riflessione sul male di vivere e morire. Noi umani un domani vivremo e un altro domani moriremo: è una delle poche certezze che abbiamo a disposizione. Il fatto, poi, che Straniero scriva "Domani si vive e si muore" e non "Domani si vive o si muore" propone anche un'altra idea, una molto amara, e cioè che ad alcuni di noi possa capitare di vivere e morire contemporaneamente, sperimentando una sorta di "morte in vita". Il che ci conduce ad altri due versi meravigliosi e terribili scritti da Straniero, in un testo intitolato emblematicamente Lettera ai genitori: "La mia vita oggi è finita / La vostra è mai cominciata?" Al di là di ciò, il titolo per me ha sempre riecheggiato un verso di Pasolini, dalla raccolta giovanile Poesie a Casarsa (1942): "Oggi è domenica, domani si muore", verso che viene ripreso - alla lettera - da Giovanni Lindo Ferretti nella canzone conclusiva (Irata) di uno degli album più importanti nella storia della canzone e del pensiero in Italia: Linea Gotica dei C.S.I. (1996). Quella canzone e quei versi erano per me un ascolto quasi quotidiano in quegli anni. Allora vivevo a Torino, la città dove ancora viveva e scriveva Michele Straniero e già da anni frequentavo lo storico FolkClub, da lui fondato con il musicologo Franco Lucà. Questo titolo provoca dunque in me un cortocircuito di memorie che mi riporta alla mia gioventù, alla musica che allora ascoltavo, a una Torino, oggi scomparsa, in cui vivevano e operavano intellettuali come Michele Straniero.

F.S. - È una frase presente in una delle poesie che abbiamo musicato, ci sembrava molto significativa e capace di descrivere in sei parole il mondo e la poetica di Michele Straniero.

Al FolkClub - Federico Sirianni ripassa, Michele Gazich riordina le carte

Come consideri la collaborazione con il tuo collega musicista in questo lavoro?

M.G. - Una delle cose più belle che mi siano avvenute lo scorso anno.

F.S. - È stata un’esperienza molto positiva e arricchente che, credo e spero, proseguirà in altri progetti artistici.

Credo che musicare dei testi nati per un altro scopo non sia stata un’operazione facile, ti sei mai sentito in difficoltà tale da pensare di rinunciare?

M.G. - Ho rinunciato per vent’anni. Poi ho deciso o, meglio, ho sentito che era giunta l’ora di superare la mia debolezza, che era giunta l’ora di provarci. Spero di aver fatto bene.

F. S. - Non è stato facile perché misurarsi con un personaggio di tale rilevanza nel mondo letterario e musicale è molto rischioso, ma non c’è mai stato un momento in cui abbiamo pensato di non portare avanti il progetto.

Quanto l’essere in due a lavorare sugli inediti è stato un aiuto, quanto una ulteriore difficoltà?

M.G. - Decisamente un aiuto.

F.S. - Per quel che mi riguarda ho goduto solo dei lati positivi di questo lavoro a quattro mani.

Il disco inizia e finisce con due brani appositamente scritti da voi in omaggio a Michele L. Straniero. Il brano che apre il disco, Ho incontrato Michele Straniero, racconta un immaginario incontro tra te e Michele L. Straniero nella sua Torino, mentre il brano che lo chiude Danzacronaca, è una sorta di macabra danza in cui insieme a Michele L. Straniero sono citati tanti altri musicisti che hanno lasciato un segno indelebile nella canzone d’autore. Com’è stato scrivere questi due brani musicali a quattro mani? È un’esperienza che ripeteresti?

M.G - Un’esperienza che ha arricchito il mio percorso artistico e umano. La stiamo già ripetendo…

F.S. - Sentivamo la necessità di due “canzoni-cornice” in cui incontrare virtualmente Michele Straniero raccontando qualcosa di lui. Scrivere insieme a Gazich è stato molto naturale e sereno, ci siamo trovati d’accordo sostanzialmente su tutto.

Tra questi due brani, come si è detto sopra, otto inediti. Quale tra questi ami di più e perché?

M.G - Il corridoio del Nautilus. Perché? Perché è il Blues se hai vissuto a Torino e non nel Mississippi. Abbiamo tentato di scrivere una musica all’altezza del testo: claustrofobica, iterativa, dolorosa, incollocabile.

F.S. - Mi sono affezionato a tutte le canzoni del disco, mi commuove l’intervento di Giovanna Marini in Da un cielo umano.

In questo intenso lavoro discografico hanno preso parte ben dodici ospiti, come sono stati scelti? Qualcuno più di altri ti ha colpito in particolar modo?

M.G. - Tutti (o quasi) avevano conosciuto Michele L. Straniero. Due sono miei amici cari: Gualtiero Bertelli e Moni Ovadia, con i quali collaboro stabilmente. Entrambi in qualche modo sono stati scoperti da Straniero. Gualtiero mi ha raccontato che, quando Straniero lo sentì cantare la prima volta, chiamò Nanni Ricordi e disse: “Ho incontrato un uomo che quando canta urla come un pazzo e suona la fisarmonica come una clava”. Gualtiero la ritiene ancora la miglior definizione della sua arte.

F.S. - Approfitto per ringraziarli tutti per la partecipazione entusiasta. Ho detto di Giovanna Marini e ho da sempre un debole per Moni Ovadia.

Credo che insieme abbiate fatto un lavoro di recupero straordinario, un’opera come questa a quale pubblico è destinata?

M.G. - “Un disco per tutti e per nessuno”, parafrasando il sottotitolo di un libro fortunato... Penso che sia la riscoperta importante di una fonte maggiore della canzone d’autore in lingua italiana. Sono davvero fiero di aver fatto questo disco con Federico e Giovanni!

F.S. I tempi ci dicono che parrebbe destinata a un pubblico di nicchia e non più giovane ma, secondo me, se le nuove generazioni ascoltassero queste parole ci si ritroverebbero profondamente.

Michele Gazich e Federico Sirianni

Non ritieni che il frutto di un’operazione culturale di questo genere potrebbe essere portata nelle scuole? Come sarebbe accolta dai giovani secondo te?

M.G. - Sarebbe certamente accolta bene. Avverrà. Stimo i giovani. Quelli che temo sono i vecchi.

F.S. - Sarebbe molto bello portare Michele Straniero nelle scuole e, come detto prima, credo sarebbe apprezzato davvero.

A conclusione di un lavoro così complesso, cosa ti ha lasciato Michele Luciano Straniero?

M.G. - Il sogno di un’Italia libera.

F.S. - La voglia di rimettermi a scrivere dopo un lungo periodo di inattività creativa.

Sito ufficiale di Michele Gazich

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lunedì, maggio 29, 2017

Le onde emozionali del Mare Nero non si fermano mai …

di Fabio Antonelli

Il 6 giugno 2017 esce “Mare Nero”, il terzo disco d’autore di Alessio Lega, in realtà negli anni autore di ben otto dischi tra traduzioni, rifacimenti, live, dunque non certo artista di primo pelo. Questo nuovo disco lo si potrebbe definire a tutti gli effetti un disco di “avanzi” nel senso di canzoni non entrate, per vari motivi, nei precedenti due dischi. Detto così potrebbe quasi sembrare un disco minore ma non lo è affatto, perché si tratta di una raccolta di brani di grande spessore in cui la storia è sempre presente, anche quando fa a pugni con la propria coscienza. Avercene di artisti come Alessio! Il disco sarà presentato ufficialmente a La Scighera di Milano il 9 giugno.

Copertina "Mare Nero"


Di un disco, a colpirmi per primo, è solitamente l'aspetto esteriore, ossia la copertina, l'abito di cui è rivestito, allora ti chiedo subito com'è nata questa copertina apparentemente semplice ma, credo, fortemente simbolica, in cui il tuo nome e il titolo sembrano quasi non starci e in cui una molteplicità di lettere addensate verso il basso si diradano verso l'alto, quasi fossero pesci che faticano ad uscire dal mare in cui sono rinchiuse ... ho detto solo castronerie?

Direi che la tua lettura è non solo legittima, ma per certi versi centrata. Ti racconto non tanto la mia versione, quanto la storia di com'è nata. Di solito quando comincio a pensare a un mio disco la copertina è una delle prime cose che mi viene in mente, ma in questo caso essendo questo di gran lunga il disco più vario che ho fatto, faticavo ad averne un'immagine che potesse racchiudere tutto. Avevamo pensato a un "giudizio universale" medievale (vista l'abbondanza nelle canzoni di angeli e demoni), ma era triste ridurre un affresco nato per le grandi dimensioni a quelle del CD. Quando non ho idee mi lascio ispirare dai manifesti francesi del "Maggio 68", così ne ho trovato uno che si chiamava "Le Mur" che somigliava a ciò che volevamo ... dal muro delle parole siamo arrivati al nostro mare delle lettere. Un'onda, un cavallone che confonde le lettere in un mare di amore e libertà.

Manifesto "Le Mur"


Amore e libertà ... Eri partito da "Resistenza e Amore", diciamo che, fortunatamente, non hai perso l'abitudine di cantare la vita, la storia, l'amore, i sentimenti, i combattenti, i perdenti, spesso in modo ironico senza mai aver paura di attacchi e critiche, un po' come nell'ultima traccia del nuovo disco "Petizione per l'adozione dei figli alle coppie omosessuali", vogliamo per una volta partire dal fondo? Ho già detto troppo, ti lascio la parola.

"Petizione" è una canzone che viene da lontano: un tempo sentendo un dibattito a Radio Popolare (quindi una radio caratterizzata a sinistra) venni sorpreso dal fatto che molti ascoltatori, pur approvando le unioni civili, erano inorriditi dal pensiero di bambini che crescessero in un ambiente familiare non-eterosessuale. Questo mi sorprese molto, trovo tristissimo che la paura della diversità sia più forte della capacità di autocritica per un sistema - quello delle nostre famiglie - che non ha certo prodotto solo serenità e salute mentale. Però mi sembra che la canzone sia una canzone gioiosa, giocosa, vitale ... forse questa è la vera provocazione: parlare di un tema simile col sorriso.

Hai ragione, il tono della canzone è assolutamente gioioso, un po' come quello di "Angelica matta", il brano che apre il disco con quel titolo che appare già come un ossimoro ... Chi è Angelica matta "luce imprevista che sorge dal niente / di niente addensata, però intraprendente"? Il clima di questa canzone è divertito, in netto contrasto con la seconda traccia "Canzone del povero diavolo", che sembrerebbe essere il rovescio di una stessa medaglia. Sono state scritte nello stesso periodo? Come sono nate?

Sono state scritte proprio assieme e parlano assolutamente della stessa personalissima esperienza. "Angelica matta" è un ritratto, il "Povero diavolo" un autoritratto. Se leggessimo solo il testo della prima la troveremmo molto meno scanzonata, così come la seconda, senza il suo suono "infernale", sarebbe molto auto-ironica ("ti offro tutto per quasi niente / poi ti sputtano, ti canto alla gente"). Miracoli ed equilibri della musica ...

Alessio Lega - Foto di Rosalba Amorelli


E' vero, per questo una canzone non può essere scomposta. Spesso la musica è fondamentale e, anzi, anche i soli arrangiamenti possono cambiare totalmente o quasi una canzone, anche solo renderla più dolce e struggente, sto pensando alla nuova versione della dolcissima "Zolletta", da te dedicata a Enzo Baldoni, il giornalista free-lance ucciso dagli estremisti islamici in Iraq nel 2004, ancora più commovente se fosse possibile ...

"Zolletta" è una canzone che mi è molto cara, non solo per la storia specifica cui sono legato da molti fili: ero un lettore di fumetti e conoscevo il lavoro di Enzo Baldoni come grafico, come reporter e scrittore. Però credo anche che Enzo Baldoni sia un "uomo del secolo" cioè uno che rappresenta appieno il nostro sbigottimento di fronte alla contrapposta violenza dei poteri: sbigottimento attivo, partecipe ... innamorato, mi verrebbe da dire. L'oblio in certi casi è il nemico più pericoloso, non dimenticare Enzo Baldoni vuol dire non dimenticare un uomo giusto e soprattutto aver rispetto di se stessi. Poi credo anche che la canzone sia ironica e sentimentale quel tanto da valere la diffusione.

Devo ammettere che più d'una volta il tuo studiare la storia con una passione e una dedizione certosina, mi ha permesso di conoscere personaggi, artisti, uomini del popolo a me ignoti. In tal senso sono per me due grandi scoperte le due canzoni di altri che hai voluto qui inserire, mi riferisco a "Hanno ammazzato il Mario in bicicletta", una vecchissima canzone (1958) frutto dell'accoppiata Dario Fo e Fiorenzo Carpi e una recentissima (2014) canzone di Paolo Pietrangeli intitolata "Fiore di Gaza". Cosa ti ha colpito di queste due canzoni? Come le hai fatte tue musicalmente parlando?

Una parte importante del mio lavoro è quello di scavo e riproposizione del repertorio storico della canzone italiana. Questo scavo ha dato origine a due fortunati spettacoli multipli: "Cento anni di canzone d'autore" e "Vinili", quasi 300 canzoni entrate nel mio repertorio in tre anni. È la mia risposta al fenomeno delle "cover", l'approfondimento della Storia musicale. "Hanno ammazzato il Mario in bicicletta" è diventato un mio pallino perché è una canzone geniale, irriverente, perfetta drammaturgicamente e sta all'origine della Canzone d'Autore (è del 1958). Purtroppo è anche diventata un omaggio postumo al genio di Fo, ma questo non era previsto quando l'abbiamo registrata. Pietrangeli è il mio primo maestro divenuto amico, e le sue canzoni più recenti (come questa "Fiore di Gaza") sono forse ancor più belle di quelle storiche.

Hai parlato di lavoro di scavo e riproposizione del patrimonio storico della canzone italiana ma  accanto a ciò, c'è anche sempre un tuo preziosissimo lavoro di recupero della storia in sé, della realtà storica, anche quella che s'è cercato di celare ai più, come ad esempio il massacro di centinaia di vecchi donne e bambini avvenuto ad opera degli italiani in una grotta del massiccio dell’Amba Aradam col terribile gas all’iprite e che tu hai messo in canzone per contrasto in forma gioiosa ed ironica in "Ambaradan" o come l'olocausto zingaro cui nella balcanica "Porrajmos" cerchi di restituire visibilità e dignità. In entrambi i casi noi italiani non ne usciamo proprio bene, vero?

Beh... credo che uno dei compiti degli artisti sia quello di mettere il dito nella piaga della rimozione, di provare a divertire facendo riflettere. Il giudizio sugli italiani in quanto popolo, nazione, politica lo lascio agli storici. Io posso solo dire che, per quanto ho potuto documentarmi, il motto "italiani brava gente" è solo una favola.

Mi trovi d'accordo su entrambi i temi, anzi direi che i tuoi compiti d'artista sono da promozione a pieni voti. Però anche in questo disco un po' di spazio per la sfera più personale ed intima lo si trova comunque in "Non sarai più sola", in cui canti dell'epilogo del tuo matrimonio … è già una delle mie preferite, sarà forse che sono sempre stato un sentimentale. L'ho poi ascoltata su Youtube nella versione in cui era nata (https://youtu.be/gXOpFqiYLtk), era ben più triste, forse il tempo ha addolcito tutto ed eccola allora nella veste attuale, è così?

Il matrimonio in quanto "contratto sociale" ha un epilogo, ma i rapporti sono in continua evoluzione, e così oggi il rapporto con Patrizia, la mia ex-moglie (anche gli anarchici hanno un cuore!) sono non solo sereni, ma di vera e propria amicizia... anzi ci diamo reciprocamente consigli sentimentali. Però le canzoni - se sono buone canzoni - vivono di vita propria e si evolvono per percorsi imprevedibili anche dall'autore. La trasformazione di "Non sarai più sola" da dolente melodia "alla Vecchioni" (tipo "Mi manchi") a marcetta alla Beatles, è una felice intuizione di Francesca Baccolini, bassista e co-produttrice artistica del disco, e secondo me riequilibra il pathos del racconto con la forza dell'accompagnamento.

Alessio Lega - Foto di Gianluca Riva


Credo che la direzione artistica di Francesca Baccolini, unita a quella dell'amico di sempre Rocco Marchi, siano elementi fondamentali nell'ascolto del disco. Ovvio che poi c’è tutta la grazia della tua scrittura poetica e allora anche una canzone come "Maddalena di Valsusa", nata evidentemente con il fine di parlare della questione No Tav, si trasforma in una struggente ballata d'amore, con versi come questi "Che di amarti ci si accusa / nostra madre e nostra sposa / quei vigliacchi dei signori / Maddalena di Valsusa". Una delle tue canzoni più toccanti, di quelle capaci di far palpitare anche i cuori più freddi, io l'ho percepita così, sbaglio?

Ho frequentato tanto la Val di Susa, vi ho tenuto decine di concerti in supporto al movimento No Tav, di cui sono un fiero sostenitore. Mi sono innamorato di quella zona, ma soprattutto del rapporto di identità fra i valsusini e la loro terra. E così è nata questa sorta di serenata, di canzone d'amore, per una terra a rischio, bella e resistente. Ma è esattamente quello che volevo dire: la storia della Valle di Susa è una storia d'amore.

L'amore per la terra, spesso, si interseca nelle tue canzoni con quello per le persone che l'hanno vissuta o la vivono. In questo disco ci sono due canzoni che parlano della tua città nativa Lecce ("Santa Croce di Lecce") e di quella adottiva Milano ("Stazione Centrale"). Nella prima lo fai partendo da un fatto storico per altro quasi sconosciuto a tutti (ammirabile il tuo costante lavoro di ricerca storica), la seconda partendo da un luogo quasi di alienazione come la Stazione Centrale così come tutte le stazioni di Milano, una città in cui ancora fatichi a riconoscerti "Ma noi che questo posto, si sa, non ci appartiene / nascosti come l'acqua si scorre nelle vene / Milano ci è nemica come la nostra vita / Carica di speranze nell'aria intirizzita". Ho voluto accostare queste due canzoni per chiederti se, in fondo, ti senta più cittadino del mondo o alieno ad ogni luogo....

La canzone sui tre leccesi uccisi il 25 settembre del '45 - vicenda completamente dimenticata dalla mia città - è una delle canzoni che mi è costato più tempo scrivere, benché la melodia sia "presa in prestito da un canto sindacale irlandese". Ci tenevo a mantenere l'equilibrio fra la bellezza dei monumenti del barocco leccese e il sudore e il sangue di cui sono impastate le nostre città. "Stazione Centrale" è nata invece in pochi minuti, scritta per uno spettacolo teatrale che in realtà era un inno d'amore per Milano ... un amore difficile se vuoi, ma senz'altro un amore, come testimonia "La scoperta di Milano" (canzone del mio disco precedente "Mala Testa"): io adoro Milano, perciò ci litigo spesso!

Direi che il disco l'abbiamo solcato in lungo e in largo quasi fosse un mare … a proposito di mare, ci resta da parlare di "Mare Nero", una tua canzone vecchissima, che hai scelto per dare il titolo al disco, secondo me la si può già considerare un nuovo classico della canone anarchica e non mi meraviglierei di vederla cantata da altri fra qualche anno, un po' come accade per le canzoni di Brel, Ferré, ecc. Non credi?

"Mare Nero" è un brano che mi trascino dietro da quasi vent'anni nei concerti, sempre molto gradito dal pubblico, ma ogni volta che ho provato a inciderlo mi sembrava di non trovare il "tono" giusto ... dal vivo prendeva un tono a metà fra il cabaret e l'inno di piazza, ma in studio s'impantanava. Finalmente, in questo disco così eclettico, ha trovato una sua possibile anima. Resta forse l'episodio più stravagante rispetto alla scrittura degli altri brani ... e così gli abbiamo dato il ruolo di far da titolo al disco.

Se sei d'accordo, vorrei chiudere l'intervista approfittando del fatto che oggi è il 25 aprile e che tra poco sarà il Primo Maggio, due date molto importanti che però ormai per molti si sono ridotte solo a due occasioni per scampagnate e gite fuori porta. Che ne pensi? Non credi che musica come la tua abbia un ruolo fondamentale per non dimenticare mai e per guardare sempre i fatti della storia con occhio critico?


Ci sono dei generi musicali - come l'hip hop - o forme di teatro (cosiddetto) di narrazione, o ancora inchieste letterarie che hanno preso in mano il compito di riflettere sul rapporto fra la Storia e le storie. Io però credo che la canzone d'autore sia una delle forme più adatte a questo compito, perché tiene assieme il personale e il collettivo, facendo un discorso politico su un piano emotivo.



lunedì, giugno 23, 2014

Intervista a Riccardo Tesi

Senza musica mi annoio mortalmente
di Fabio Antonelli

Riccardo Tesi, l’artefice della riscoperta dell'organetto diatonico in Italia e Banditaliana, una delle formazioni più acclamate e longeve del panorama world music internazionale, sono tornate di nuovo insieme con il disco “MAGGIO” (uscito il 19 maggio per Visage-Materiali Sonori), dopo il grande successo ottenuto nel 2011 con “Madreperla”.

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Sono solito partire dalla copertina del disco …

Bella idea.

Com’è nata l’idea di quelle rose e poi il titolo, come mai questo vostro ritorno con “Maggio”

“Maggio” è un titolo per noi, ci sono diverse ragioni per cui l’abbiamo chiamato “Maggio”. Stavamo cercando il titolo del disco e ci siamo accorti che nel disco c’è un brano della tradizione toscana che si chiama “Maggio del crinale”, ci sono due valzer che si chiamano “Primo maggio” e “Secondo maggio”, che maggio è anche il mese in cui è nata mia figlia, ma è anche il mese in cui sarebbe uscito il disco, il cantar maggio, poi, è un rituale molto importante della cultura tradizionale toscana e il primo disco di Banditaliana (“Banditaliana” – 1998), si apriva con un brano che s’intitolava proprio “Maggio”, che ci ha portato molta fortuna.

Non poteva quindi che essere così …

Già e poi l’idea della copertina e delle rose, c’è Lucia Baldini che è una delle nostre fotografe preferite che ci ha regalato questa foto bellissima, secondo me, simbolo del mese di maggio e così è stata confezionata questa copertina da Marcello Bucci che è il nostro grafico e chi cura la grafica di tutti i nostri dischi e così è nata questa immagine di maggio.

Un’immagine invitante per un disco che è piacevolissimo da ascoltare, dal quale emerge sia il vostro grandissimo amore per la musica sia il piacere del suonarla insieme.

Si, mi fa piacere che tu riconosca questo. Devo dire che molti dei nostri fans che l’hanno ascoltato, lo considerano uno dei nostri migliori dischi. Da parte nostra è difficile dirlo, perché li facciamo tutti con grande amore e dedizione, diciamo però che siamo molto soddisfatti del risultato finale, del mix e del suono globale dell’album, di come sono venute le registrazioni e le esecuzioni. Siamo contenti anche delle composizioni, speriamo che anche questo sia un disco che ci porti bene.

E’ un disco che è in parte musicale e in parte costituito da canzoni il cui testo è stato scritto da Maurizio Geri, lo dico perché Banditaliana nacque come gruppo strumentale, se non ricordo male.

Si, all’inizio si, poi piano piano, abbiamo scoperto di avere un grande cantante all’interno del gruppo, perché Maurizio si è veramente affermato come un cantante importante e, da allora, il nostro repertorio è naturalmente diventato per metà cantato e per metà strumentale. Siamo in realtà tutti strumentisti, in più Maurizio è anche cantante, siamo tutti appassionati di canzone d’autore e quindi cerchiamo di scrivere e cantare le nostre canzoni. Questo è il nostro repertorio, poi ogni tanto su questo s’innestano brani tradizionali che arrangiamo alla nostra maniera o escursioni in altri mondi. Nel caso specifico di questo disco ci sono due pagine famose di liscio, ovviamente rilette alla nostra maniera, perché il liscio è un’altra di quelle musiche che non disdegniamo.

Una “Rosamunda” così però non si era ancora sentita …

No, abbiamo deciso di registrare questo grande classico perché c’era questa versione che avevamo realizzato con Fanfara Tirana, questa prestigiosissima brass band che arrivava da una collaborazione con i Transglobal Underground e che l’anno scorso ha fatto con noi uno spettacolo che si chiamava “A est del liscio” per Ravenna Festival, è stata un’esperienza divertentissima. Abbiamo riletto il liscio in chiave un po’ balcanica, Banaditaliana e Fanfara Tirana insieme e volevamo portare un ricordo di questa esperienza con questo piccolo cameo, che Fanfara Tirana ci ha regalato venendo a suonare nel nostro album.

Abbiamo però altre due brani di liscio nel disco, “Primo maggio” e “Secondo maggio”, qui uniti in unica traccia.

Si, infatti, io adoro questi due valzer perché hanno melodie meravigliose e sono due valzer del pre-liscio. Arrivano dalla montagna dell’Appennino bolognese, lì il liscio è arrivato ma, per molto tempo, s’è fuso con la musica tradizionale, quindi un liscio antico con una grande attenzione per le melodie. Ne abbiamo fatta una versione che, a un certo punto, si apre anche all’improvvisazione perché avevamo ospite questo straordinario pianista ventiduenne, Alessandro Lanzoni, che quest’anno ha vinto il referendum come miglior nuovo talento del jazz italiano ed è veramente un grandissimo musicista, che si è trovato a suo agio nella musica di Banditaliana, rimanendo se stesso, ma rispettando anche il nostro pensiero musicale.

Le collaborazioni in questo disco sono tante. Pescando nella musica più legata alla tradizione, c’è il brano “Taranta Samurai” dove vediamo all’opera Mauro Durante.

Si, Mauro Durante è il leader del Canzoniere Greganico Salentino, collaboratore anche di Ludovico Einaudi, è un giovane musicista ma con le idee molto chiare. E’ figlio d’arte, suo padre Daniele è stato il fondatore del Canzoniere Greganico Salentino, uno dei padri della musica salentina. Il figlio ha saputo raccoglierne l’eredità e portarla avanti. E’ stato naturale rivolgersi a lui per colorare un po’ di sud questa mia composizione che è ispirata al ritmo della taranta, anche se poi parte in mille altre digressioni.

Possiamo dire che è un disco che staziona nell’area mediterranea, con il baricentro spostato verso sud?

Si, si, anche se diciamo che, quando ci chiedono che musica facciamo, è sempre un po’ difficile dare una risposta, perché quando componiamo, escono davvero tutte le nostre passioni musicali.

Beh, però questo è anche il vostro miglior pregio, perché anche quando proponete brani della tradizione, la vostra originale cifra stilistica emerge sempre.

Si, noi abbiamo un po’ questo modo di colorare tutto quello che suoniamo alla Banditaliana, per cui ogni brano alla fine sembra essere un brano di Banditaliana. Questo deriva dal fatto che passiamo molto tempo a provare, il momento delle prove è per noi il momento in cui, collettivamente, lavoriamo sui brani e alla fine è il gruppo intero a dar forma ai brani, tanto che sembrano usciti tutti dalla penna di Banditaliana anche quando magari si tratta di tradizionali o di riletture di altre musiche. Tornando alla tua domanda, è vero che nella nostra musica, se c’è un denominatore comune, è il mediterraneo, il mediterraneo inteso come bacino culturale, musicale, ma anche proprio come modo di sentire, di mangiare, di pensare. E’ vero quando dici che quest’album s’ispira molto ai ritmi del sud dell’Italia, perché quella è una musica che amo molto. Però non solo, perché c’è anche un omaggio al maggio toscano, al liscio. Diciamo che s’ispira molto all’Italia.

Tornando al baricentro spostato a sud, penso anche a “Maresca Moresca”, che è un altro bellissimo brano.

Si, anche questo è un brano che è ispirato a un ritmo del sud dell’Italia, al ritmo della danza delle spade, alla moresca, anche se poi in realtà si tratta di una composizione originale, anche se vi si ritrovano i ritmi molto complessi tipici di quella composizione. E’ un pezzo che da molto tempo cercavamo di registrare, ma non trovavamo mai la soluzione musicale soddisfacente, mentre questa volta l’abbiamo incisa ed è un po’ come la risoluzione di un rebus. A volte magari ci si mette un anno di studio, ma alla fine si trova il bandolo della matassa.



Fino ad ora abbiamo parlato soprattutto degli aspetti musicali, non sono però assolutamente da sottovalutare i testi, mi viene in mente ad esempio un brano come “L’arca e la paura”.

“L’arca e la paura” credo sia uno dei testi più belli che abbia mai scritto Maurizio Geri. Questa canzone sull’emigrazione ha delle immagini molto commoventi, molto poetiche. Appena ho letto il testo, ho detto a Maurizio: “Guarda hai scritto una gran cosa”. Non è facile scrivere di certi argomenti senza essere retorici o scontati. Credo che Maurizio abbia un modo di scrivere molto originale e personale e, oggi, è già molto, perché tutto sembra già essere stato scritto.

Questo brano non è, però l’unico che ponga al centro dell’attenzione il fenomeno dell’emigrazione, c’è anche “Merica”.

Si, quello è un brano tradizionale, che abbiamo arrangiato alla nostra maniera. L’emigrazione è un tema che ci tocca molto perché anche noi siamo in qualche modo emigranti di lusso, perché viaggiamo molto e poi, nei nostri viaggi, veniamo spesso in contatto con gli emigranti italiani. Sono famiglie che hanno lasciato l’Italia in momenti in cui non c’era lavoro, in cui tutto era molto difficile, lasciando la propria casa, i propri amici, sono state partenze devastanti, anche se poi qualcuno magari è arrivato ad avere una vita migliore, a fare fortuna in alcuni casi. Sono però persone che rimangono sempre con questa nostalgia, questa vena di malinconia interiore che è un qualcosa che ci tocca. Ci piace parlarne, anche perché secondo noi dobbiamo ricordarci della nostra emigrazione per essere un pochino più tolleranti nei confronti di chi arriva adesso, fuggendo da una condizione di vita terribile.

Immagino che, all’uscita di questo disco, seguirà un tour che toccherà non solo l’Italia ma anche l’estero, perché mi sembra davvero un disco di largo respiro, non certo circoscritto ai confini italici.

Baditaliana è un gruppo che, in ventisei anni, s’è costruita una solida reputazione internazionale, ha suonato in tutti i più grandi Festival di World Music europei, ma anche in Canada, Australia, Giappone. Quest’anno torneremo in Canada, un paese dal quale manchiamo da cinque sei anni. Abbiamo suonato lì in passato a un Festival meraviglioso come quello di Quebec, ma anche a Toronto, Ottawa. Quest’anno andremo a Vancouver, dove si tiene un altro Festival stupendo dove io ho suonato, non con Banditaliana, parecchi anni fa. Faremo una tournèe in quella zona, sarà l’occasione di rivedere un po’ di amici ma anche di suonare in questi grossi Festival del nord dell’America, che danno la possibilità di far ascoltare Banditaliana a un pubblico molto vasto.

Io so che tu sei un musicista che non sta mai fermo …

Agitato (ride)

Che ama collaborare con altri artisti. Basti pensare alla tua collaborazione con Fabrizio De Andrè in “Anime salve”, a quella lunghissima con Ivano Fossati, ma anche a collaborazioni sporadiche con artisti emergenti, mi viene in mente quella con il giovane cantautore fiorentino Massimiliano Larocca.

Si, Massimiliano è un carissimo amico.

Sei anche uno che scrive tanto, hai già in mente un progetto futuro?

(ride) Ne ho appena fatto uno, però non discografico, subito dopo questo disco. Ho curato gli arrangiamenti e la direzione musicale di questa rilettura dello spettacolo storico “Bella Ciao”, che cinquanta anni fa decretò l’inizio del folk revival. Per festeggiarne il cinquantennale, mi hanno chiamato a occuparmi della direzione musicale. Per me è stato un grande onore. Ha debuttato l’11 giugno a Milano, con un cast d’eccezione che comprende Alessio Lega, tre voci femminili pazzesche come Lucilla Galeazzi, Ginevra Di Marco e Elena Ledda, con Gigi Biolcati …

Un grande cast senza ombra di dubbio …

Si, un grande cast. E’ stato un trionfo. Un’operazione non facilissima, perché quando vai a mettere le mani su un’opera così importante come “Bella Ciao”, che è conosciuta in tutto il mondo, non sai mai quanto devi innovare e quanto devi essere fedele. L’abbiamo fatta nel modo più sincero possibile e il pubblico ha molto apprezzato, siamo felici.

Ho detto bene nell’affermare che non sei mai fermo ...

Si, hai detto bene, non sono mai fermo (ride). In effetti, sto già pensando a nuove cose, ritengo di essere privilegiato nel fare un lavoro che amo e sto bene quando faccio musica. Senza musica mi annoio mortalmente. Mi sento sempre coinvolto, ho sempre bisogno di imparare, di trovare nuova musica per sorprendermi ed emozionarmi. Suonare mi fa star bene, l’occuparmi di musica è la mia terapia.




domenica, agosto 18, 2013

Intervista a Giorgia Del Mese


di Fabio Antonelli

Giorgia del Mese, a due anni dalla pubblicazione del suo primo disco ”Sto Bene” (Pains record 2011) sta per uscire con un nuovo disco “Di cosa parliamo” (RadiciMusic 16 settembre 2013). Ho avuto la possibilità di ascoltare in anteprima questo suo nuovo progetto che vede la collaborazione di artisti ormai protagonisti indiscussi della scena indipendente italiana come Paolo Benvegnù, Alessio Lega, Alberto Mariotti (King of the Opera) e Fausto Mesolella. Subito affascinato da queste nuove sonorità e dalla forza dei testi, ho voluto subito intervistare la giovane cantautrice. Ecco cosa mi ha raccontato.

Giorgia Del Mese - Foto di Ilaria Costanzo


Se sei d'accordo, dopo un paio di domande sul progetto e sul suo package, vorrei affrontare il disco attraverso dei frammenti di brano che ti riporterò, quelli che più mi hanno colpito, per cercare di entrare in profondità in questo tuo nuovo progetto. Ci stai?

Ok.

La prima domanda riguarda le motivazioni che ti hanno spinto a realizzare questo secondo disco intitolato "Di cosa parliamo" che sai, per certi versi mi ricorda "A muso duro" ma con molta più disillusione e soprattutto una grande amarezza di fondo.

Più che altro una presa di distanza da un’etica di sinistra sempre più connivente e fintamente indignata, che tutto riesce attraverso la complicità con la sedicente altra parte a mantenere le cose esattamente come sono, la seconda motivazione è la ricerca di una coerenza tra ciò che si afferma e ciò che si vive realmente, una critica a un paese abbastanza ruffiano e chiacchierone.

Perché proprio questo titolo e perché una copertina così piena di contrasto tra rosso e nero, simbolica quanto ermetica?

“Di cosa parliamo” è un invito a essere seri, non noiosi ovviamente, ma intransigenti e rigorosi. L a "lotta nei salotti", il "tanto per parlare”, la lamentela borghese e fine a se stessa ... quella la trovo molto molto noiosa, allora “Di cosa parliamo” è anche la ricerca di un dialogo autentico ... senza perdere tempo. La copertina richiama, oltre alla critica a volte feroce a volte più ironica e morbida, un richiamo di cambiamento e di rivolta che è il papavero rosso.

Passando ora ai brani, il disco si apre con “Stanchi”, questi i versi scelti “Ambizioni in miniatura / Sogni ridimensionati / Deviazioni / Per progetti tollerati / Gioca ancora gioca pure / Prova ancora e disgustati / Tu distinguiti e poi insegnami / La lotta nei salotti”.

E’ una mia critica a tutti i piccoli movimenti non solo italiani ma anche europei, che hanno contestato il sistema, ma non hanno mai pensato a una vera alternativa ... senza una teoria, senza profondità.

In “La mia nuova casa” canti ”Ma non ho mai vissuto / Su una colonia sul mare / Non viaggio come Concato / Solo per cogliere un fiore / Ci basta poco, ci hanno fregato / Non c’è conflitto, ci basta poco”.

“La mia nuova casa” è una canzone autocritica. In passato ho avvertito, da parte mia, una sudditanza o comunque un’inadeguatezza e una mancanza di libertà a confrontarmi, soprattutto nell'ambito musicale o con gli addetti ai lavori, ho avuto una forte ansia da prestazione che mi ha danneggiato, poi con la maturità ... e ho detto, ma chi se ne frega ... e ho riacquistato in autenticità.

Non voleva quindi essere un attacco a Concato (rido)

No. Concato mi è simpatico ... è solo che non capisco in quale cartone animato viva ...

Lasciamo i cartoni animati, pardon Concato, al suo posto e rituffiamoci in "Alla rovescia", questi i versi scelti “E’ tutto alla rovescia / Però la vita è bellissima / E poi dico sul serio / Mica faccio politica / E sto solo aspettando / Mica do il perdono / Perché qualcuno ha davvero / Quel cielo per cazzo di stanza / E non è letterario”.

E’ una fotografia cruda ed essenziale di quello che penso sia una mentalità molto accreditata. Sembra, in questo momento, che sia vero tutto e il contrario di tutto, che abbiano tutti ragione, che il conflitto, anche quello sociale sia una forma datata e incivile di convivenza ma, in tutto questo, che è una modalità politica che va dall'alto al basso, esistono sempre le aspirazioni, le lotte e speranze di vita migliore per la maggioranza delle persone.

“Libera le strade libere senza delibere / E’ bianco, nero, prete chi può fare male / libera le strade libere senza delibere / Libera è l’idea che non esiste confine” questi i versi che ho colto in "Meglio di te".

Quando ho presentato questo brano alla semifinale di Sanremo Giovani, il presidente della giuria mi chiese "Ma lei in questo brano ce l’ha con la Lega?" ed io gli risposi "Io ce l’ho con la Lega a prescindere da questo brano” e, in finale, non ci sono mai andata, meglio cosi.

Lasciamo Sanremo, ma non la Lega o meglio il Lega, con Alessio Lega hai duettato in “Agosto”, uno dei brani più belli in assoluto. Ne riporto questi versi ” Ridi amore / Ha i muscoli il dolore /Ringhia /Ma si arrende presto / Che è tutto falso / Tranne questo abbraccio / Vedi la vita ha fretta / Di una croce / E un’altra udienza / E’ tolta / E pallidi ridiamo / Di una legge in voga / E Abbronzatissima”, cosa mi racconti di questa canzone?

E’ un brano cui sono molto affezionata, nato d'istinto in un momento personale molto triste, in cui si fa fatica a mantenere l'equilibrio, ma anche in questo ho avvertito una lacerazione che lasciava aperta la porta della guarigione, ho sempre avuto un ottimismo malinconico. Inoltre, come ricordavi, il brano è impreziosito dalla presenza di Alessio Lega e Fausto Mesolella, presenze di cui vado molto orgogliosa.

“Di cosa parliamo” è il brano che dà il titolo al disco, è forse il più immediato di tutti, almeno a livello musicale. A livello di testi, mi hanno colpito questi versi “Come sembriamo contro / Pur essendo obbedienti / Come sembriamo cortesi / Pur essendo distanti / Come sembriamo offesi / Pur essendo conniventi / Come siamo decenti”, mi parli di questo pezzo?

Questo è il brano che risente moltissimo delle scelte del produttore artistico Andrea Franchi che ha reso questo brano dilatato, elettronico ed efficace. Ho cercato, in questo testo, di esprimere la mia in sofferenza verso le parole i discorsi, il pensiero dichiarato che non si traduce in azione, ciò che fa la differenza tra una persona e una persona per bene.

In “Spengo”, mi pare di cogliere un’aspra critica al modo attuale di far televisione e non solo quella, ecco i versi scelti “E’ la sparizione del reale / L’arte del prestigiatore / Non mi dirà mai cosa dire / Ma l’argomento da trattare / E’ la sparizione del reale / La voce sorda del potere / Non mi dirà mai dove andare / Ma la strada che conviene”, non so se sono i più significativi ma mi hanno colpito molto.

“Spengo” era presente già in “La leva cantautorale degli anni Zero”. Qui, è stata completamente riarrangiata e ripensata. Non è una critica, basta guardare per caso ... anche se evitabile come esperienza … l'agenda setting del tg delle reti commerciali e, sembra quasi una replica.

In “Il bene” parti così “L’allegria non è una cosa seria / E la gente seria / Non vive così”, è lo scollamento tra mondo reale e mondo della politica?

Si proprio così e poi è una mia personale intolleranza verso la beneficenza come forma di aiuto, l'elemosina data da chi ha di più per sentirsi buono, un concetto di espiazione cattolica molto diverso dalla solidarietà sociale.

In “Vabbè”, invece,  c’è una certa autocritica o sbaglio? Ascoltando questi versi “Spera, prova, spara / Almeno un’opinione / Il mondo lo conosco / Ed è migliore di me / Che rido per finta / Che spero per poco / E presumo il perché” mi pare di evincere soprattutto questo guardarsi dentro. Sbaglio?

Si, questo non è un disco politico, ma politico-esistenziale, nella misura in cui la politica organizza le nostre esistenze e, spesso, crea delle depressioni, rende disarmati e infantili, facendoci delegare tutto ed è quello che racconto con una profonda ammissione di colpa, perché è successo anche a me ovviamente.

Siamo così giunti all’ultimo brano “Imprescindibili”, più intimista degli altri, musicalmente staccato dal resto de disco, un’ottima chiusura in cui ti trovi a cantare questi versi “Perché sei il padre e il figlio / Il partito e l’orgasmo / La grazia e l’inganno / Di avere afferrato il senso / L’esaltazione e l’impegno /Di aver detto per sempre / Ma per sempre è un bastardo” in compagnia di Paolo Benvegnù. Parlaci di questa esperienza con Paolo e di com’è nato questo bel brano.

Anche questa collaborazione con Paolo Benvegnù mi ha reso felicissima, ci siamo incontrati al premio Tenco 2011 e abbiamo deciso, dopo poco, di avviare una collaborazione che si è concretizzata in questo brano, l'unico che racconta l'amore inteso come relazione, un sentimento fatto di fatica e costruzione, a volte anche di noia, ma condividere la vita non è sempre facile. Io spesso sto antipatica a me stessa, figuriamoci a chi vive con me.

Un’ultima domanda. Se un possibile acquirente di dischi, incuriosito dalla copertina del disco dovesse rivolgersi al venditore chiedendo che genere di disco è, questi come dovrebbe rispondergli?

Il disco esce per RadiciMusic ed è distribuito da Egea, non vorrei dimenticare inoltre la collaborazione assolutamente dedita data a questo disco da Alberto Mariotti (King Of The Opera) è un disco con un’anatomia dark e abbigliamenti che vanno dalla new ave all’elettronica, dal rock anni 90’ al cantautorato …



Sito ufficiale di Giorgia Del Mese: www.giorgiadelmese.it
Giorgia Del Mese su Facebook: www.facebook.com/giorgia.delmese

venerdì, aprile 05, 2013

Recensione CD "Mala Testa" di Alessio Lega

“Vogliamo canzoni più amare / della melassa per radio / che mente parlando di cuore / un miele di male e di jodio / canzoni al cloruro di sodio / miniere stillanti salgemma / di amanti sfondanti l’armadio / ribelli a ogni stratagemma”. 

Così la voce di Paolo Pietrangeli (ospite nel disco) ci canta in Canzoni da amare, una sorta di manifesto programmatico di questo nuovo disco del cantautore salentino Alessio Lega (ma ormai residente a Milano da molti anni), quindi di canzoni al cloruro di sodio si tratta, come il sale indispensabili a che il cibo non sia sciapo, ma di cui non abbondare per non avere problemi di cuore. Già, perché ad ascoltare questo disco le emozioni che si provano sono di quelle forti. C’è tutta la rabbia che scaturisce nell’ascoltare La piazza, la loggia, la gru, canzone-racconto capace di riunire liricamente ‘morti’ (le otto vittime dell’attentato di piazza della Loggia nel 1974) e ‘vivi’ (i sei lavoratori immigrati arrampicatisi per protesta su una gru nel 2010 sempre a Brescia), la commozione di Rosa Bianca, bellissima canzone d’amore per Sophie Scholl, propagandista del gruppo antinazista ‘Rosa Bianca’, arrestata e ghigliottinata il 22 febbraio del 1943 nel cortile della prigione di Monaco. Rabbia dicevamo, ma anche quell’angoscia che scaturisce dalla paura di amare in Icaro o la dolcezza che troviamo nel brano I baci, quei baci profondi capaci di farci dire del faticoso quotidiano vivere “quando mi arriva un bacio in bocca/ mi pare quasi che valga la pena” fino ad un’insolita e sudamericana Difendi l’allegria, nata da una traduzione molto libera di una poesia dell’uruguaiano Mario Benedetti, un inno che aspira a difendere a denti stretti l’allegria fino all’ironico verso finale “difendi l’allegria dai comici” in cui Paolo Ciarchi, secondo ospite del disco, dà libero sfogo alla sua rumorosa creatività.

Sono passati nove anni da Resistenza e amore, disco d’esordio che nel 2004 fruttò ad Alessio la Targa Tenco Opera Prima e dopo altri cinque dischi ecco il nuovo lavoro, frutto di una lunga gestazione. Riunisce tredici canzoni di Alessio, una di Ascanio Celestini intitolata Monte Calvario e quattro frammenti secondo uno schema che prevede, quasi fosse un’opera di musica contemporanea, un’ouverture rappresentata da Frizullo e tre parti: tornare a bomba cioè il tornare su temi cari con nuove canzoni, romanzo di formazione ovvero le canzoni del proprio vissuto, le storie cantate ossia la canzone di narrazione, quella che più manca nel panorama cantautorale italiano e che qui, possiamo ben dire, raggiunge i massimi livelli. Diciamo che, sin dal primo ascolto, si avverte molto la presenza del geniale polistrumentista Rocco Marchi che ha co-firmato con Alessio i pezzi, lasciando trasparire un’attenzione maniacale al particolare, al dettaglio, sia nei testi sia negli arrangiamenti, mentre copertina e progetto grafico sono stati affidati a Matteo Fenoglio. Il risultato finale è un oggetto prezioso, da gustare in ogni suo elemento, da custodire con amore anche se un limite (forse l’unico) possiamo imputarlo alla “gestione” del libretto: un’enorme tovaglia di carta, bello per le illustrazioni e gli appunti presenti, quanto fragile nelle operazioni di ripiegamento… Arriverà una nuova Targa Tenco? Chissà, sono molti i fattori in gioco comprese le poco amate (ma inevitabili) operazioni di marketing. E se pensiamo che questo disco s’intitola Mala Testa, perché dedicato a Enrico Malatesta, scrittore e anarchico caro ad Alessio, come lui un inguaribile “mala testa”, ma che non contiene nessuna canzone che s’intitoli Malatesta….capite bene che Alessio e il suo mondo con il marketing hanno poco a che fare. O meglio, una canzone con questo titolo in realtà esiste, ma è stata scritta a registrazioni concluse … La ghost-track quindi non c’è, non andate a cercarla, farà parte della versione a tiratura limitata in vinile (con meno tracce però rispetto al cd), di prossima uscita, ma questa è già un’altra storia. 



















Artista: Alessio Lega
Titolo album: Mala Testa
Etichetta: Obst und Gemüse
Distributore: Audioglobe

Produzione artistica: Rocco Marchi
Anno di uscita2013
Durata totale60:36

Elenco tracce:
Ouverture
01. Frizullo
Parte prima – tornare a bomba
02. Canzoni da amare
03. Addio morettin
04. Risaie
05. Monte Calvario
06. Spartaco
Parte seconda – romanzo di formazione
07. La scoperta di Milano
08. Icaro
09. Dormi, dormi …
10. I baci
11. Insulina
Parte terza – le storie cantate
12. Matteotti
13. Rosa Bianca
14. Corso Regina Coeli
15. Isabella di Morra
16. Difendi l’allegria
17. Esecuzione produttiva
18. La piazza, la loggia, la gru

Brani migliori:
Risaie
I baci
Rosa bianca

Musicisti e Ospiti:
Alessio Lega: voce
Rocco Marchi: pianoforte, eko tiger, pianet, synth
Andrea Faccioli: chitarre, banjo, autoharp
Francesca Baccolini: contrabbasso
Andrea Belfi: batteria, percussioni, fischi

Paolo Pietrangeli: voce (2)
Paolo Ciarchi: voci, percussioni, trombazzi, armonica a bocca (2, 6, 7, 15, 16)

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