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mercoledì, dicembre 11, 2013

Intervista a Folco Orselli

di Fabio Antonelli

Folco Orselli: mi voglio consumare di curiosità

Folco Orselli, dopo aver realizzato “Generi di conforto” uno dei più bei dischi del 2011, in questo freddo inverno milanese è fortemente impegnato su più fronti contemporaneamente. Con Claudio Sanfilippo e Carlo Fava sta realizzando presso la Salumeria della Musica alla rassegna “Scuola Milanese”, ma allo stesso tempo con gli Arm on Stage sta promuovendo il nuovo disco “Aldrin”. Ecco cosa mi ha raccontato.


Il 18 novembre scorso, alla Salumeria della Musica di Milano, ha debuttato Scuola Milanese, una rassegna in nove serate a cadenza quindicinale, so che sei tra gli ideatori di questo progetto. Spiega quando, come e perché è nata questa idea.

Scuola Milanese nasce da una domanda che Carlo Fava, cui è venuta questa meravigliosa idea, ci ha posto durante una delle svariate cene tra amici in cui io, Claudio Sanfilippo, Max Genchi, Gianluca Martinelli e altri ospiti piacevolmente gozzoviglianti, organizziamo periodicamente, domanda che così recita: “Milano, secondo voi, è diventato un luogo anemico e ostile, figlio di un glorioso passato che abbiamo lasciato alle spalle, patria di personalità culturali e artistiche che hanno permesso di appuntare al bavero della città, un tempo, l’accezione di capitale morale, o potrebbe tornare a essere territorio di riscossa civica e umana, dante abbrivio a una rinascita che faccia da traino alla nostra deturpata Italia?”. Dopo una domanda del genere abbiamo aperto una buona bottiglia di rosso e dopo aver abbondantemente … riflettuto, ci siamo chiesti se non fosse il caso di provare a creare un appuntamento fisso nel cuore della Milano che amiamo, nel club che ha ospitato tanti dei nostri lives (la Salumeria della musica), per cercare di dare risposta a questo difficile quesito. E’ nata così l’idea di mettere a disposizione le nostre personali ricerche in musica, le esperienze dei tanti ospiti che hanno aderito con entusiasmo a questa “sfida”, la curiosità della nostra gente e non solo, per capire chi siamo noi milanesi e cosa è diventata Milano, che resta, a nostro parere, allegoria di città aperta e metropolitana.


Purtroppo non sono riuscito a essere presente alla prima, so però che ogni serata presenta ospiti in qualche modo legati a Milano, chi ha fatto da apripista e com’è stata l’accoglienza del pubblico?

La prima serata dal titolo “Milano se me lo dicevi prima”, (la prossima sarà il 12 dicembre dal titolo “Milano città aperta”), è stata accolta in un modo talmente entusiastico da risultare inaspettato. Abbiamo capito che la domanda, di cui sopra, è una domanda alla quale tanti cercano di dare risposta. Un pubblico curioso ha ascoltato la testimonianza di Giangiacomo Schiavi (vice direttore del Corriere della Sera) che ci ha raccontato di un “viaggio” con un camper facente tappa in parecchie zone della nostra città, in cui lui ha pernottato, raccogliendo illuminanti testimonianze di residenti che hanno dipinto dal loro punto di vista, un punto di vista davvero reale, la situazione dei loro quartieri. Ci siamo sbellicati dalle risate ascoltando uno stralunato e divertentissimo ritratto milanese di Antonio Cornacchione che, nella sua “surrealità”, ha richiamato quel modo meneghino di fare comicità, quel passo visionario che ricorda i primi Cochi e Renato, Andreasi, il maestro Enzo Jannacci: insomma la risata intelligente che a me manca parecchio. Per finire abbiamo ospitato l’eleganza e la maestria di un grande giornalista, scrittore, uomo di cultura come Antonio Lubrano che, oltre ad averci omaggiato con un contributo video, nel quale ha annunciato ironicamente la nostra fuga dalle responsabilità di un così ambizioso progetto attraverso un video ad apertura dello show in cui lui annuncia “telegiornalisticamente” la notizia, ci ha raccontato la sua esperienza di napoletano a Milano ricordando il suo “trauma” all’arrivo, negli anni ‘60, ma anche la terra dei sogni che, in quel periodo, Milano rappresentava. Sarà ancora così?

La rassegna si chiama, come già detto, Scuola Milanese. Vuol porsi come contraltare della sempre più citata scuola genovese o vuol essere un invito a cominciare un nuovo percorso dalla scuola, non solo come luogo in cui apprendere, ma come luogo di discussione, di crescita personale?

Di scuole in Italia ce ne sono tante, non siamo certo noi a intestarci quella milanese, abbiamo semplicemente sentito il bisogno di riaffermarla. Milano, dal punto di vista scenico o palcoscenico, ha insegnato un certo modo ironico, anzi auto-ironico, di stare sul palco, un modo di raccontare la vita scevro dalle immagini retoriche e dalla poetica affettata: la vita, il condurla è il soggetto; l’artista e la sua curiosità e sensibilità il mezzo; la cognizione di causa e il disincanto ironico gli ingredienti. Noi abbiamo ereditato queste ricette dai maestri che sono tanti, ne cito due per riassunto: Giorgio Gaber e Enzo Jannacci. Due facce della stessa medaglia, due splendidi esempi di scuola milanese, e fa niente se in passato ci siamo sentiti figli di padri che non ci volevano riconoscere, noi portiamo avanti la loro lezione. La scuola è ancora aperta e noi sediamo tra la gente, come ci hanno insegnato a fare.


Non so come sia stato Folco come studente, so solo che come musicista sa il fatto suo, non è pigro e ama sperimentare, tentare vie alternative. Tutto questo per dire che, il 26 novembre, è uscito il secondo episodio della tua vena psichedelica, quella facente parte del progetto “Arm on Stage”. Come si è arrivati a “Aldrin”? Partiamo proprio dal titolo, perché Aldrin?

Aldrin, Buzz Aldrin, è sceso per secondo sul suolo lunare, subito dopo Armstrong. Collins, il terzo, volteggiava in attesa sull’Apollo 11, la prima missione della Nasa con sbarco lunare. Riesci a immaginarti le emozioni? Le loro emozioni? Pare che Armstrong fosse davvero un asso del pilotaggio, tanto che quando arrivarono vicini al luogo di atterraggio, si rese conto che la zona non era quella, anzi era proprio fuori zona e la crosta lunare presentava una morfologia impossibile per l’allunaggio. Aldrin raccontò che Neil Armstrong prese a pilotare manualmente lo sbarco dirottando il “Lem”, deviando da una morte certa, in un luogo più consono alla discesa. Puoi immaginare le loro emozioni durante questa manovra? Che cosa si saranno detti quando nel viaggio di ritorno stavano per riabbracciare la terra? Sappiamo che Aldrin, quando allunò e scese dal Lem, la prima cosa che disse fu: “That magnificent desolation …” che magnifica desolazione … Quando tornò sulla terra la polvere lunare tramutata in cocaina, lo perseguitò per anni. Il suo sogno, immaginiamo partito dall’infanzia, si era trasformato in un incubo. La mancanza di attenzioni, rivolte soprattutto ad Armstrong, demolì la sua psiche tramutandolo in un alcolizzato cocainomane incapace di reagire per parecchi anni. Quanto dovrebbe essere forte e solido un uomo che ha attraversato lo spazio in un’epoca, il 1969, in cui la tecnologia era si in grado di portarlo lassù, ma comunque pionieristica, ed era tornato vivo? E invece, il crollo. Il nostro disco parte da questa vicenda per analizzare gli anfratti oscuri umani, rischiarati dalla volontà di salvare la propria esistenza e riconsegnarla, acciaccata, ma integra, alla meraviglia della rinascita … alla vita. Aldrin uscì dalla depressione, scrisse un’autobiografia di grande successo e ora è un uomo felice.

In questo disco entrano in gioco due nuovi elementi, mi riferisco ai produttori artistici Paolo Benvegnù e Michele Pazzaglia (vedi Hermann), qual è stato il valore aggiunto, se c’è stato, secondo te?

Paolo è un uomo del futuro. Si percepisce dalle sue movenze da antico pioniere. Ha un modo molto rinascimentale di comportarsi e di parlare, ma il rinascimento visto dall’umanesimo: futuro. Con gli Scisma era più avanti di qualsiasi altra formazione a quei tempi in Italia, ma si sa, questo non è un paese per avanguardisti: futuro. Quando siamo arrivati in studio, perché è nel tratto finale che ha apportato la sua visione ed esperienza, avevamo lavorato moltissimo a questo disco con Stefano Piro, al quale rinnovo la mia grande stima artistica e amicale, fraterna soprattutto. Devo dire che non ho mai visto un uomo combattere così strenuamente a corpo a corpo con un brano. Sembrava una lotta epica. Alessandro Sicardi ed io avevamo raggiunto un grado di soddisfazione abbastanza avanzato sulla pre-produzione, ma lui, Stefano, aveva qualcosa ancora da cercare, non era soddisfatto al 100% e quindi passava le notti a stanare la canzone. E aveva ragione lui. Arrivammo in studio con ancora le ferite aperte. Paolo Benvegnù, che fino allora si era visto e sentito poco, ha ricucito con una grazia speciale i lembi delle nostre battaglie. Ha risolto in maniera magistrale tutti i nostri dubbi e ci ha messo nella migliore condizione per registrare dal vivo in studio “Aldrin”. Michele Pazzaglia è stato il druido. Le ricette che gli consegnavamo erano realizzate in modo spettacolare. I suoni del disco sono quanto di migliore io abbia mai raggiunto. Il merito è di Michele Pazzaglia, braccio destro di Paolo anche nei suoi meravigliosi dischi: che coppia cazzo!

Dai primi ascolti, mi pare di poter dire che il disco suoni più come opera corale, mi spiego meglio. Ci sono meno improvvisazioni e meno assoli, c’è sempre la tua voce stupenda, ma ci sono anche più cori e maggiore ricerca melodica. Come mai questo parziale cambio di rotta?

Arm on Stage è evoluzione. Fratellanza umano/musicale. Navicella per il futuro. Un pass per il mondo. Un obiettivo raggiunto. Un punto d’arrivo artistico a prescindere da quello che succederà. Anche questa volta, come per la precedente, ci siamo dati appuntamento nel luogo che aveva creato la magia di “Sunglasses under all stars”: il passo del Sassello. Mio nonno aveva comprato questa piccola casa di montagna, in mezzo ad una riserva di caccia e noi lì abbiamo trovato, anche la seconda volta, il luogo ideale per ritirarci e lasciarci andare al meraviglioso gioco dello scambio in musica, che non ha niente a che vedere con i night! Non so se ci sia stato qualcosa di diverso e, se c’è stato, è successo in una seconda fase. I pezzi li abbiamo lasciati decantare per un anno prima di rimetterci le mani e partire con la pre-produzione che ci avrebbe portato a un grosso lavoro di analisi. Si, siamo stati più analitici questa volta. Abbiamo pensato di più alla forma canzone abbandonando il flusso prog di “Sunglasses”. Tutto il lavoro è pervaso da una maturità e da una voglia di perfezione, la perfezione a modo nostro, che nel primo disco si sente meno. Quando si tira in ballo il cervello, bisogna stare moooolto attenti. E’ un cavallo-drago imbizzarrito che ti proietta le sue caleidoscopiche visioni e noi ne avevamo quattro da far sedere al tavolo!

Gli Arm on Stage, in questa loro seconda uscita discografica, registrano una fuoriuscita dal 
gruppo, non è più della partita uno dei fondatori del gruppo, Claudio Domestico. Ritieni che gli Arm on Stage siano una band in grado di funzionare indipendentemente dagli elementi che la compongono o esistono punti cardine indispensabili?

Claudio ha partecipato alla fase creativa dell’album, la parte del Sassello. Lungo il disco ci sono anche le sue tracce in scrittura. Claudio (Gnut) è un musicista di un’intelligenza sopraffina e la sua dipartita dalla band è stato un duro colpo per tutti. Le dinamiche energetiche di gruppo si sono alterate. La sua scelta però, è stata abbracciata con amore da tutti e a un certo punto i restanti si sono guardati negli occhi e hanno scelto di continuare. Avevamo la sensazione di avere per le mani delle ottime canzoni. Arm on Stage ha reagito. Riguardo al fatto se Arm on Stage sia una band in grado di procedere anche senza i suoi restanti fondatori non saprei dirti. Credo di no, ma non ne sono certo. Arm on stage è un luogo aperto alla fantasia e alla creatività e, come tutti i luoghi, è visitato da energie diverse. Penso sia più includente che escludente. Chi vivrà vedrà.

Credi che “Aldrin” riesca con la sua sonorità molto accattivante aprirsi un varco oltre confine?

In questo disco, come ho già detto sopra, siamo stati più attenti a tutto: alla forma canzone innanzitutto, ai testi e anche alle pronunce. Abbiamo da poco firmato con una casa distributrice che lavora dall’Italia all’estero: AMS/BTF. Vogliamo portare il disco fuori dai confini, vogliamo giocare il campionato del mondo. Qualcuno, finalmente, ci ha iscritti al torneo. Ora sta a noi non arrivare ultimi ma … non credo.

Un’ultima domanda, quasi una provocazione, ma il vero Folco è quello dalla voce roca delle storie strampalate degli esordi, quello funky di MilanoBabilonia, quello jazzato e poetico di “Generi di conforto”, quello british di “Aldrin” o ancora dobbiamo vederlo nascere?

Il vero Folco non so neppur io chi sia però ho scoperto che è un buon modo per non rompersi i coglioni da solo. Ho capito che l’involucro e la mente che ci hanno fornito serve a correre, non a stare seduti, io mi voglio consumare di curiosità e come ha detto qualcuno: voglio che la morte mi trovi vivo.

Folco Orselli su Facebook: www.facebook.com/folco.orselli


domenica, agosto 18, 2013

Intervista a Giorgia Del Mese


di Fabio Antonelli

Giorgia del Mese, a due anni dalla pubblicazione del suo primo disco ”Sto Bene” (Pains record 2011) sta per uscire con un nuovo disco “Di cosa parliamo” (RadiciMusic 16 settembre 2013). Ho avuto la possibilità di ascoltare in anteprima questo suo nuovo progetto che vede la collaborazione di artisti ormai protagonisti indiscussi della scena indipendente italiana come Paolo Benvegnù, Alessio Lega, Alberto Mariotti (King of the Opera) e Fausto Mesolella. Subito affascinato da queste nuove sonorità e dalla forza dei testi, ho voluto subito intervistare la giovane cantautrice. Ecco cosa mi ha raccontato.

Giorgia Del Mese - Foto di Ilaria Costanzo


Se sei d'accordo, dopo un paio di domande sul progetto e sul suo package, vorrei affrontare il disco attraverso dei frammenti di brano che ti riporterò, quelli che più mi hanno colpito, per cercare di entrare in profondità in questo tuo nuovo progetto. Ci stai?

Ok.

La prima domanda riguarda le motivazioni che ti hanno spinto a realizzare questo secondo disco intitolato "Di cosa parliamo" che sai, per certi versi mi ricorda "A muso duro" ma con molta più disillusione e soprattutto una grande amarezza di fondo.

Più che altro una presa di distanza da un’etica di sinistra sempre più connivente e fintamente indignata, che tutto riesce attraverso la complicità con la sedicente altra parte a mantenere le cose esattamente come sono, la seconda motivazione è la ricerca di una coerenza tra ciò che si afferma e ciò che si vive realmente, una critica a un paese abbastanza ruffiano e chiacchierone.

Perché proprio questo titolo e perché una copertina così piena di contrasto tra rosso e nero, simbolica quanto ermetica?

“Di cosa parliamo” è un invito a essere seri, non noiosi ovviamente, ma intransigenti e rigorosi. L a "lotta nei salotti", il "tanto per parlare”, la lamentela borghese e fine a se stessa ... quella la trovo molto molto noiosa, allora “Di cosa parliamo” è anche la ricerca di un dialogo autentico ... senza perdere tempo. La copertina richiama, oltre alla critica a volte feroce a volte più ironica e morbida, un richiamo di cambiamento e di rivolta che è il papavero rosso.

Passando ora ai brani, il disco si apre con “Stanchi”, questi i versi scelti “Ambizioni in miniatura / Sogni ridimensionati / Deviazioni / Per progetti tollerati / Gioca ancora gioca pure / Prova ancora e disgustati / Tu distinguiti e poi insegnami / La lotta nei salotti”.

E’ una mia critica a tutti i piccoli movimenti non solo italiani ma anche europei, che hanno contestato il sistema, ma non hanno mai pensato a una vera alternativa ... senza una teoria, senza profondità.

In “La mia nuova casa” canti ”Ma non ho mai vissuto / Su una colonia sul mare / Non viaggio come Concato / Solo per cogliere un fiore / Ci basta poco, ci hanno fregato / Non c’è conflitto, ci basta poco”.

“La mia nuova casa” è una canzone autocritica. In passato ho avvertito, da parte mia, una sudditanza o comunque un’inadeguatezza e una mancanza di libertà a confrontarmi, soprattutto nell'ambito musicale o con gli addetti ai lavori, ho avuto una forte ansia da prestazione che mi ha danneggiato, poi con la maturità ... e ho detto, ma chi se ne frega ... e ho riacquistato in autenticità.

Non voleva quindi essere un attacco a Concato (rido)

No. Concato mi è simpatico ... è solo che non capisco in quale cartone animato viva ...

Lasciamo i cartoni animati, pardon Concato, al suo posto e rituffiamoci in "Alla rovescia", questi i versi scelti “E’ tutto alla rovescia / Però la vita è bellissima / E poi dico sul serio / Mica faccio politica / E sto solo aspettando / Mica do il perdono / Perché qualcuno ha davvero / Quel cielo per cazzo di stanza / E non è letterario”.

E’ una fotografia cruda ed essenziale di quello che penso sia una mentalità molto accreditata. Sembra, in questo momento, che sia vero tutto e il contrario di tutto, che abbiano tutti ragione, che il conflitto, anche quello sociale sia una forma datata e incivile di convivenza ma, in tutto questo, che è una modalità politica che va dall'alto al basso, esistono sempre le aspirazioni, le lotte e speranze di vita migliore per la maggioranza delle persone.

“Libera le strade libere senza delibere / E’ bianco, nero, prete chi può fare male / libera le strade libere senza delibere / Libera è l’idea che non esiste confine” questi i versi che ho colto in "Meglio di te".

Quando ho presentato questo brano alla semifinale di Sanremo Giovani, il presidente della giuria mi chiese "Ma lei in questo brano ce l’ha con la Lega?" ed io gli risposi "Io ce l’ho con la Lega a prescindere da questo brano” e, in finale, non ci sono mai andata, meglio cosi.

Lasciamo Sanremo, ma non la Lega o meglio il Lega, con Alessio Lega hai duettato in “Agosto”, uno dei brani più belli in assoluto. Ne riporto questi versi ” Ridi amore / Ha i muscoli il dolore /Ringhia /Ma si arrende presto / Che è tutto falso / Tranne questo abbraccio / Vedi la vita ha fretta / Di una croce / E un’altra udienza / E’ tolta / E pallidi ridiamo / Di una legge in voga / E Abbronzatissima”, cosa mi racconti di questa canzone?

E’ un brano cui sono molto affezionata, nato d'istinto in un momento personale molto triste, in cui si fa fatica a mantenere l'equilibrio, ma anche in questo ho avvertito una lacerazione che lasciava aperta la porta della guarigione, ho sempre avuto un ottimismo malinconico. Inoltre, come ricordavi, il brano è impreziosito dalla presenza di Alessio Lega e Fausto Mesolella, presenze di cui vado molto orgogliosa.

“Di cosa parliamo” è il brano che dà il titolo al disco, è forse il più immediato di tutti, almeno a livello musicale. A livello di testi, mi hanno colpito questi versi “Come sembriamo contro / Pur essendo obbedienti / Come sembriamo cortesi / Pur essendo distanti / Come sembriamo offesi / Pur essendo conniventi / Come siamo decenti”, mi parli di questo pezzo?

Questo è il brano che risente moltissimo delle scelte del produttore artistico Andrea Franchi che ha reso questo brano dilatato, elettronico ed efficace. Ho cercato, in questo testo, di esprimere la mia in sofferenza verso le parole i discorsi, il pensiero dichiarato che non si traduce in azione, ciò che fa la differenza tra una persona e una persona per bene.

In “Spengo”, mi pare di cogliere un’aspra critica al modo attuale di far televisione e non solo quella, ecco i versi scelti “E’ la sparizione del reale / L’arte del prestigiatore / Non mi dirà mai cosa dire / Ma l’argomento da trattare / E’ la sparizione del reale / La voce sorda del potere / Non mi dirà mai dove andare / Ma la strada che conviene”, non so se sono i più significativi ma mi hanno colpito molto.

“Spengo” era presente già in “La leva cantautorale degli anni Zero”. Qui, è stata completamente riarrangiata e ripensata. Non è una critica, basta guardare per caso ... anche se evitabile come esperienza … l'agenda setting del tg delle reti commerciali e, sembra quasi una replica.

In “Il bene” parti così “L’allegria non è una cosa seria / E la gente seria / Non vive così”, è lo scollamento tra mondo reale e mondo della politica?

Si proprio così e poi è una mia personale intolleranza verso la beneficenza come forma di aiuto, l'elemosina data da chi ha di più per sentirsi buono, un concetto di espiazione cattolica molto diverso dalla solidarietà sociale.

In “Vabbè”, invece,  c’è una certa autocritica o sbaglio? Ascoltando questi versi “Spera, prova, spara / Almeno un’opinione / Il mondo lo conosco / Ed è migliore di me / Che rido per finta / Che spero per poco / E presumo il perché” mi pare di evincere soprattutto questo guardarsi dentro. Sbaglio?

Si, questo non è un disco politico, ma politico-esistenziale, nella misura in cui la politica organizza le nostre esistenze e, spesso, crea delle depressioni, rende disarmati e infantili, facendoci delegare tutto ed è quello che racconto con una profonda ammissione di colpa, perché è successo anche a me ovviamente.

Siamo così giunti all’ultimo brano “Imprescindibili”, più intimista degli altri, musicalmente staccato dal resto de disco, un’ottima chiusura in cui ti trovi a cantare questi versi “Perché sei il padre e il figlio / Il partito e l’orgasmo / La grazia e l’inganno / Di avere afferrato il senso / L’esaltazione e l’impegno /Di aver detto per sempre / Ma per sempre è un bastardo” in compagnia di Paolo Benvegnù. Parlaci di questa esperienza con Paolo e di com’è nato questo bel brano.

Anche questa collaborazione con Paolo Benvegnù mi ha reso felicissima, ci siamo incontrati al premio Tenco 2011 e abbiamo deciso, dopo poco, di avviare una collaborazione che si è concretizzata in questo brano, l'unico che racconta l'amore inteso come relazione, un sentimento fatto di fatica e costruzione, a volte anche di noia, ma condividere la vita non è sempre facile. Io spesso sto antipatica a me stessa, figuriamoci a chi vive con me.

Un’ultima domanda. Se un possibile acquirente di dischi, incuriosito dalla copertina del disco dovesse rivolgersi al venditore chiedendo che genere di disco è, questi come dovrebbe rispondergli?

Il disco esce per RadiciMusic ed è distribuito da Egea, non vorrei dimenticare inoltre la collaborazione assolutamente dedita data a questo disco da Alberto Mariotti (King Of The Opera) è un disco con un’anatomia dark e abbigliamenti che vanno dalla new ave all’elettronica, dal rock anni 90’ al cantautorato …



Sito ufficiale di Giorgia Del Mese: www.giorgiadelmese.it
Giorgia Del Mese su Facebook: www.facebook.com/giorgia.delmese

martedì, gennaio 22, 2013

Intervista a Giorgia del Mese

di Fabio Antonelli

Giorgia del Mese è una giovane cantautrice salernitana che ha già alle spalle una nutrita messe di premi ricevuti, nel 2006 il riconoscimento come miglior cantautrice al premio nazionale per cantautori “Scrivendo canzoni”, nel 2007 il premio “Personalità artistica” al concorso Nazionale per cantautori “Premio Poggio Bustone” e il “Premio della critica” al concorso nazionale per cantautrici “Premio Bianca D’Aponte”, nel 2009 il Premio Nazionale per cantautrici “Tra musica e parole”e il premio della Critica e il “Top One Communication” al “Premio Bianca d’Aponte”, nel 2010 il premio “Migliore interpretazione” al Premio Bindi. Il 2011 è l’anno del suo esordio discografico con “Sto bene”che le permette di ottenere l’invito ad aprire la serata conclusiva del Premio Tenco nello stesso anno. Ora, si sta apprestando a realizzare il suo secondo disco, sentite cosa ci racconta.



So che hai in cantiere il tuo secondo disco, cosa si devono aspettare coloro che già ti conoscono? Sarà sulla scia del primo o sarà qualcosa di diverso?

A un anno e mezzo dal primo disco “Sto bene”, il secondo è nato da un’esigenza di raccontare il mio punto di vista su una realtà che ho raccontato in modo duro, disilluso e quasi dark, una riflessione su un modo di essere e di concepirsi di sinistra che ci ha portato alla complicità e ad abnegare a principi fondamentali come la solidarietà sociale, l'antirazzismo, l'antimperialismo. Il disco è nel solco del primo, riprendendo nelle liriche l'ironia e il sarcasmo, ma il mondo musicale sarà molto nuovo, perché mi sono avvalsa e ho ricercato importanti collaborazioni della scena indie rock italiana.

A proposito di collaborazioni indie, vedo tra queste due nomi, due mondi direi fra loro molto diversi come Paolo Benvegnù e Alessio Lega, come mai hai scelto di collaborare con due personaggi così diversi fra loro ma allo stesso tempo pieni di personalità? Com'è stato il rapporto con una personalità altrettanto forte come la tua?

Sono artisti che ho avuto la fortuna di conoscere nella mia esperienza e ai quali ho chiesto di collaborare visto la stima reciproca, rappresentano effettivamente due polarità che mi appartengono in modo complementare, il cantautorato d’impegno importante quale quello di Alessio Lega e il rock esistenziale, intimista di Paolo Benvegnù, è stato un felice riassunto della mia canzone.

Tra le altre collaborazioni, non posso non menzionare Fausto Mesolella musicista capace, secondo me, di lasciare un segno prezioso e tangibile in ogni lavoro in cui presti la sua arte, penso sarà stato un piacere per te collaborare con lui.

E’ stato un grande regalo di cui sono immensamente onorata e non posso aggiungere altro perché tutti conoscono il valore artistico e umano di Fausto, un maestro che mi ha dato un omaggio.

Il disco ha già un titolo? Puoi anticiparci qualche cosa?

Il disco ha una novità, anche perché richiede un contributo per chi vuole partecipare tramite uno strumento di raccolta fondi, si tratta di comprare il disco in anticipo per realizzarlo esecutivamente, almeno in parte, la campagna di crowfounding è sul sito www.musicraiser.com e andrà avanti fino al 1 marzo. Il disco vedrà la produzione artistica di Andrea Franchi (Paolo Benvegnù, Marco Parente, Alessandro Fiori) e la collaborazione di Gianfilippo Boni. Il titolo lo stiamo valutando, lo definirò in un momento di maggiore allegria …

Magari un "Sto bene ... ma non troppo"? Se non è il titolo adatto per il tuo secondo disco, però forse sintetizza il tuo stato d'animo, anche perché a guardarsi intorno, c'è poco da star bene, che dici?

Si, credo che il titolo “Sto bene” come abbiamo già avuto modo di raccontarci era una provocazione ma credo che proprio ora, in questo momento storico, mantenere un basso profilo per le nostre vite sia un crimine, per cui probabilmente “Low profile” ... è un titolo, ti anticipo, possibile ...

Poiché sognare, ancora c’è permesso e per ora non è tassato, quale sogno nel cassetto tiene nascosto Giorgia Del Mese?

Coltivare un’inquietudine costruttiva, un umanesimo socialista.

Se il nuovo progetto ha la stessa originalità di questa tua risposta, penso che sia da consigliare sulla fiducia.

Grazie, a presto allora.



Sito ufficiale di Giorgia del Mese: www.giorgiadelmese.it
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