venerdì, aprile 22, 2016

Le crude ma sincere emozioni post-ideologiche di Giorgia del Mese

di Fabio Antonelli

Copertina CD "Nuove Emozioni Post-Ideologiche"


La cantautrice Giorgia del Mese, campana di origini, ma ormai toscana d’adozione, torna con il suo terzo lavoro discografico intitolato “Nuove Emozioni Post-Ideologiche“. Il nuovo progetto esce a cinque anni dal disco d’esordio ”Sto Bene” e a tre da ”Di Cosa Parliamo”, che vide la collaborazione importante di artisti come Paolo Benvegnù, Alessio Lega, Alberto Mariotti, Fausto Mesolella e fu prodotto e arrangiato da Andrea Franchi. Anche nel nuovo lavoro le collaborazioni importanti non mancano, così come l’apporto di Andrea Franchi, ma è soprattutto Giorgia, con la maturità dei suoi testi e l’energia delle sue musiche a tracciare una nuova via per la canzone d’autore, regalando nuove emozioni post-ideologiche.

Partirei, se sei d’accordo, dalla copertina del disco, quasi monocromatica, semplice, ma molto efficace nell'esprimere, il contenuto del disco che, forse ancor più dei due precedenti lavori, guarda la dura realtà circostante con lacerante lucidità ma che lassù, oltre quella fitta boscaglia di altissimi alberi, sembra lasciar intravedere una luce ... E' così?

Si è cosi, abbiamo scelto una prospettiva da cui guardare, ed è dal basso, in un contesto evocativo e quasi didascalico del tempo che viviamo: la foresta, per simboleggiare una contemporaneità complessa e insidiosa, ma la prospettiva guarda in alto, alla ricerca di una presa d'aria, di una boccata di freschezza che in questo disco si ricerca e afferma.

Musicalmente si può dire che ti sei mossa all'insegna della continuità, dentro sonorità rock ed elettroniche, mettendoti ancora una volta nelle mani di Andrea Franchi che, come per il precedente "Di cosa parliamo”, ha curato la produzione, gli arrangiamenti oltre che suonare questo progetto intitolato "Nuove emozioni post-ideologiche". Credi sia un sodalizio artistico destinato a durare, viste le soddisfazioni ricevute da entrambi? Chi ha scelto il titolo del disco, perfetta sintesi del contento dei tuoi testi?

Il produttore artistico è una figura importante nei miei lavori perché non ho mai considerato il cantautorato in modo classico o solo come narrazione, quindi il sound è identitario e su quello sperimentiamo, con Andrea Franchi, che anche in questo disco ha messo una firma importante. Era da molto tempo che stava pensando a una produzione francamente elettronica e post rock e così ne è venuto fuori un disco impetuoso e abbastanza inedito nel panorama indie-rock.

Il titolo?

Tutto mio!

Che si tratti di emozioni forti lo s'intuisce sin dalla prima traccia "Una nuova visione" in cui, dentro un abito rock assai tirato, canti "È tutto cosi post ideologico / Il male / Come usciremo da sta fine di merda / Come usciremo senza una sostanza / Come si esce da questo seicento". La fine delle ideologiche non ha portato davvero nulla di buono, è come fossimo dentro un nuovo seicento?

In realtà il Post -ideologico fa riferimento a una nuova ideologia in voga che ha sedotto anche molta sinistra: il qualunquismo populista e demagogico che promette di "Fare" senza un riferimento a una storia ideologica e politica col risultato di imborghesire e annacquare le coscienze di una classe che al massimo abdica a tutte le conquiste più importanti per aspirare al meno peggio ...



Si potrebbe quasi definire un'ideologia del nulla, ma tu non hai certo peli sulla lingua ad affrontare le tematiche con grande lucidità. Penso a un altro brano duro e teso come "Caro umanesimo". E' un crogiolo di versi taglienti come lame "Al casinò per giocare / A Berna a rubare / A Cuba a scopare / In Albania a costruire" o "Non ce ne frega niente / Dell’internazionale / Di questa gente / Caro umanesimo / Caro umanesimo / Siamo morti tutti / Democraticamente". Non c'è forse peggior male dell'ipocrisia?

“Caro umanesimo” è un brano che è venuto fuori e rimasto così ... è un urlo d’impotenza verso l’incapacità, anche di una sinistra antagonista o rivoluzionaria, di offrire accoglienza, solidarietà e salvare la vita a milioni di persone che scappano per vivere meglio e che, in questi giorni, sono anche caricate dalla polizia e mortificate, vendute dalle leggi degli stati. L'ipocrisia, in questi casi, si trasforma in razzismo democratico o in elemosina da elargire, mentre la soluzione per me è l'Apertura delle Frontiere.

Anche quando canti l'amore, però, non è mai né un amore banale né facile, non c'è mai un distacco dal reale e dal sociale, mi riferisco a "Bello trovarti", in cui per altro troviamo Andrea Mirò la prima ospite del tuo disco. Che cosa dire di versi come questi "Il sentimentalismo che ci ha fatto morire / sei tutto quello che volevo dire / quando mi dici che di classe si muore / e noi stiamo benissimo cazzo amore"?

L'amore è un’emozione che può essere raccontata in modo rigoroso e comunque non retorico, dipende da come vivi le tue relazioni e personalmente credo che la condivisione degli ideali e di un’etica sia la forma di amore più alta e serena.

Questa tua visione dell'amore, però, visto non solo come esperienza chiusa e privata, emerge anche in un'altra canzone d'amore "Soltanto tu", in cui è presente anche l'inconfondibile voce di Peppe Voltarelli. C'è quel duro contrasto tra "Tutto il dolore degli altri / Dentro i miei spazi / Dentro i miei pasti" e "Nei tuoi panni solo tu / Nei tuoi inciampi solo tu / Negli istanti che solleverai / Soltanto tu". Ti è stata ispirata da un'esperienza personale?

“Soltanto tu” è il brano più solipsistico e filosoficamente pessimista di tutto il disco, è un’amara presa d'atto che in alcuni momenti si è soli nell'affrontare le proprie fragilità e la condivisione non è di aiuto ... sono solo fatti tuoi. Per fortuna non sempre!  La voce di Voltarelli in questo brano è meravigliosa, potente, inquieta e profonda. Una bomba!

In questo disco, un po' come avevi fatto nel precedente, hai volto circondarti di vari amici musicisti. L'ultimo che vado a citare è Francesco Di Bella, anche se sarebbe dovuto essere il primo in realtà, perché l'album è stato anticipato dal bellissimo video di "Lacreme", in cui tu appunto duetti con lui nella revisione di questo storico brano dei 24 Grana. Com'è nata questa collaborazione e perché proprio con questo brano?

Gli artisti che hanno collaborato a questo disco sono musicisti importanti e di prestigio, ma sono soprattutto persone per bene, umanamente alte e questo per me fa la differenza. Con molta umiltà ed entusiasmo si sono messi in questo progetto senza risparmiarsi, gliene sono molto grata! Con Francesco Di Bella c’è un’amicizia profonda che va avanti da alcuni anni, grazie anche a Salerno: la città dove sono nata e dove lui vive attualmente. Sono stata una grande fan dei 24 Grana e quando ho potuto conoscere e avviare con Francesco la nostra amicizia, è stata una gioia poter proporre una cover di "Lacreme", a mio avviso una delle canzoni più belle e potenti scritte in napoletano.



In fondo, in questo disco c'è molto amore, anche se sempre difficoltoso da vivere. Personalmente amo molto "Fuoco tutto" da cui traggo questa immagine che mi ha colpito molto "Mentre scegli pietre per l’assalto / fuma un po’ più piano / cosi blocco quei tuoi occhi / dove prende fuoco tutto". Mi parli di questo bel brano?

“Fuoco tutto” è un brano che racconta un incontro avvenuto in un pomeriggio di agosto caldissimo, con un cielo cupo e gonfio, in cui ero a casa di Francesco Di Bella. Anch’io mi sentivo così cupa e gonfia, Francesco è riuscito a descrivermi, a parlare delle mie forze e delle mie fragilità come non avrei mai immaginato ... è esploso oltre ogni mia diga difensiva con la sua profondità. Un Pomeriggio di amicizia che ricorderò per sempre.

Direi di lasciare ai lettori il piacere di scoprire gli altri brani di questo emozionante disco. Vorrei, invece, chiudere l'intervista con una domanda più personale, legata un po' a quanto mi hai appena detto: quanto la musica, lo scrivere canzoni ti ha aiutato "ad avere gli occhi alti e fieri / e essere allegri lo stesso", come canti in "Tutto a posto"?

La musica, a volte,  salva la vita … altre volte può distruggerla ... a me è capitata la prima.




lunedì, aprile 18, 2016

Pilar sempre più magnifica interprete con “L’amore è dove vivo”

di Fabio Antonelli

Copertina CD "L'amore è dove vivo"

Il 30 ottobre scorso, è uscito “L’amore è dove vivo”, il nuovo album di Pilar, accompagnato anche dal video di “Eternamente” (musica di Bungaro, testo di Pilar e Pino Romanelli), girato da EmbrioNet per la regia di Stanislao Cantono di Ceva, in cui compare lo chef Massimiliano Mariola di Gambero Rosso Channel. “L’amore è dove vivo” è il suo terzo disco dopo l’esordio di “Femminile singolare” e il successivo “Sartoria italiana fuori catalogo”. In questi giorni, è uscito un nuovo video del brano “Il Colore delle Vene” incentrato sulla tematica delle Unioni Civili, di cui Elisabetta Cinà e Serenella Fiasconaro sono sia interpreti sia autrici e produttrici. Da qui è partita la mia intervista.

Vorrei partire, se sei d'accordo, dall'ultima novità discografica che ti riguarda, ossia l'uscita del nuovo video del brano "Il colore delle vene", tratto dal tuo nuovo disco "L'amore è dove vivo" e incentrato sulla tematica delle Unioni Civili. Com'è nata l'idea del video, che vorrei raccontassi brevemente per chi ci legge? Credi davvero che "se l'amore è amore oltrepassa le parole / se l'amore è amore attraversa le paure", come canti nello splendido brano?

Con Elisabetta Cinà ed Elisabetta Fiasconaro della Pathos Concerti, con la quale lavoro, abbiamo commentato pressoché tutti i giorni ciò che è accaduto e che accade in Italia intorno ai diritti civili e alla legge Cirinnà. Elisabetta e Serenella stanno insieme da sette anni, aspettano da sempre la possibilità di poter avere il riconoscimento legale del loro essere famiglia. E' arrivato dunque naturale l'idea di fare un video de “Il colore delle Vene”. L'amore insieme alla curiosità rappresenta il motore del mondo. Nessuno chiede il permesso di amare chicchessia. Due adulti consenzienti si amano e basta. Le parole non servono proprio perché il gesto amoroso è già oltre il ragionamento, l'amore governa con la modalità più efficace che esista: l'esempio.

Hai ragione nel dire che le parole a volte non servono. Se io guardo la copertina del tuo disco, vedo una donna innamorata, ma che soprattutto crede nell'amore e ha voglia di comunicarlo al mondo attraverso le proprie canzoni, è così?

Quella donna è innamorata della vita perché è centrata su di sé, non per egocentrismo ma per maturità, per consapevolezza. La grande conquista, infatti, è che essere spostati sempre sui bisogni dell'altro non è sintomo di generosità ma d’inutile sacrificio, perché se non si è felici con se stessi, non ci può essere un'espressione sana di amore. La musica per me è uno strumento per liberare questa espressione.

Per esprimerlo in questo in questo nuovo album hai collaborato con due grandi artisti, Pierre Ruiz che ne ha curata la produzione esecutiva oltre che scrivere il testo di "En confidence" e con Bungaro, cui si deve non solo la produzione artistica ma le musiche di quasi tutto il disco. Sei stata tu a scegliere loro o viceversa? Com’è nata l'idea di realizzare questo splendido disco?

Con Bungaro collaboriamo dal 2009 circa, abbiamo scritto insieme un disco che poi ho anche in parte prodotto ("Sartoria Italiana Fuori Catalogo"), c'era da un po’ nell'aria l'idea di immaginare un nuovo progetto facendomi vestire più i panni d’interprete che quelli di autrice e con la complicità di alcuni tra gli autori da me preferiti, tutti artisti incredibili. Da Pacifico, a Joe Barbieri, da Mauro Ermanno Giovanardi al genio di Sandro Luporini e poi ho firmato anch’io stessa alcuni brani. E' un progetto molto ambizioso che, insieme alla Esordisco di Pierre (Ruiz) si è potuto concretizzare. Ci siamo scelti a vicenda, abbiamo molti riferimenti comuni, artistici e umani. C'era questa possibilità ed è stata felicemente raccolta.

Pilar - Foto di Paolo Soriani - Napoli

Tra le canzoni scritte da te, voglio citare il brano "Autoctono italiano", che si potrebbe definire di-vino e in cui il testo elenca ben settantatre nomi di vitigni autoctoni italiani, sfruttandone nome assonanza e, permettimi di dirlo, una voce strepitosa. Pilar non solo brava cantautrice ma anche esperta di enologia, varrebbe la pena di organizzare una tournée per cantine, non credi? Come definiresti questa canzone?

Questa canzone è nata da una chiacchierata e poi da una scommessa, quella di scrivere una canzone celebrativa del vino che non fosse retorica e o già sentita, perché il rischio in casi del genere è altissimo e, invece, proprio perché è nata come un "divertissement" è esattamente questo l'effetto che produce: gioco, leggerezza, conoscenza. Il vino è nutrimento, è storia, radice. Un tour nelle cantine? Me lo auguro...!

"Forteresse" è una delle canzoni che amo di più, si cambia totalmente genere, ma questa tua interpretazione di una delle due sole canzoni presenti nel disco che non vedano la presenza di Bungaro (l'autore è Michel Fugain), ha intensità e sensualità da vendere. Da cosa è dettata la scelta di questo stupendo canto d'amore francese?

La scelta di Forteresse è stata dettata semplicemente dall'amore verso la lingua francese che mi accompagna da sempre, del resto cantare in diverse lingue, è una cosa per me naturale e che anche grazie agli studi classici e cameristici è diventata quasi irrinunciabile. Il brano di Michel (Fugain) mi ha colpito da subito, è semplice, diretto, intimo ed epico al tempo stesso. E l'arrangiamento che ne ha fatto Federico Ferrandina, devo dire, ne esalta perfettamente il sapore agrodolce.

Tra gli artisti che hanno scritto per te in questo disco, Joe Barbieri occupa un posto particolare nel mio cuore perché credo che abbia un modo di scrivere delicato, intimo e confidenziale unico, non so se tu sia d'accordo. C'è invece magari qualche altro artista, oltre a quelli che già l'hanno fatto, che desidereresti ti scrivesse una canzone?

Joe è un grande autore, quello che scrive può essere bisturi o piuma e considero "Di Pugno tuo", la canzone che ha scritto per me insieme a Bungaro, un piccolo miracolo. Per quanto riguarda altri desideri di collaborazione ... sarà banale, ma posso dire che questo disco ne ha già esauditi tre o quattro e per adesso mi prendo l'immenso piacere di far vivere queste canzoni, nonché di ricominciare io stessa a scriverne altre.

Pilar - Foto di Paolo Soriani

Da questo punto di vista non ti manca proprio nulla, una voce meravigliosa e una capacità di scrittura invidiabile. Basta ascoltare "Occhi coltelli" per rendersene conto, lì la sensualità e la duttilità della tua voce credo siano fondamentali. In che circostanze è nata questa bella canzone?

Avevo portato a Tony (Bungaro) una decina di testi, alla fine abbiamo scelto questo non solo per il vantaggio di una metrica già assemblata ma anche per la totale assenza di sconti, compromessi stilistici. Ci sto tutta dentro in questa canzone. Non è un caso se poi la musica che ha scritto Tony e l'arrangiamento di Antonio Fresa hanno due caratteristiche che amo molto: libertà e asimmetria (due concetti che spesso coincidono anche in ambito non musicale).

Allora non ho sbagliato a citare proprio questa canzone, ho pensato anch'io ti rappresentasse nella tua molteplicità. Di materiale per i concerti ormai ne hai a disposizione molto, come sta andando il tour? So che il 24 aprile, ad esempio, sarai a Milano nell’importante cornice del Blue Note?

Il 24 aprile saremo al Blue Note a Milano, il 29 a Ivrea, il 6 maggio a Caserta, il 12 a Torino e poi il 19 al Bravo Caffè. Ho una band eccezionale, faremo tanta bella musica.










lunedì, marzo 21, 2016

Folco Orselli, outsider da sempre, con “Outside is my side” lo è per scelta

di Fabio Antonelli


Folco Orselli
A distanza di quattro anni da “Generi di conforto” (Muso Records/Venus - 2011), Folco Orselli cantautore milanese che iniziò a calcare le scene musicali come componente del duo Caligola, partecipando a Sanremo Giovani nel lontano 1995, è appena tornato con un nuovo affascinante album dal titolo “Outside is my side”, il quinto della sua carriera, ormai sempre più consapevole di essere outsider, indipendente, estraneo, cane sciolto, ma per questo ancor più libero.

La copertina del tuo nuovo disco mostra una porta dischiusa e, sotto questa porta, il titolo "Outside is my side". Perché hai scelto questo disegno e questo titolo in inglese?

E’ una porta che si apre verso l’esterno ed è un invito all’”outsiding”, all’uscire dalle convenzioni, al proclamare la propria indipendenza intellettuale intesa come rifiuto al pecorame del pensiero unico ribassato; un invito al piacere che si prova nel sentirsi investiti della responsabilità di fare ognuno qualcosa per migliorare noi stessi e l’aia in cui viviamo; il rifiuto del modello imperante riaffermando la propria indipendenza, sapendo che dagli “insider” non possiamo aspettarci quasi nulla. Chi sono gli insider? Tutti quelli che hanno costruito e imposto lo sbilanciato ossimoro in cui viviamo, sbilanciato sul fattore negativo. Il titolo “Outside is my side” è anche un omaggio a Woody Guthrie e alla sua "This land is your land”, land intesa come terra fisica e mentale per me.

Il disco si apre con "Legato a un palo della luce", una canzone che musicalmente si stacca molto dalle sonorità del tuo precedente disco, quasi volessi spiazzare l’ascoltatore ...  in realtà la canzone si muove quasi su due piani, diversi e contrastanti fra loro un po' come il rapporto che ti unisce e ti divide dalla tua Milano, o sbaglio?

Il titolo esatto è "Legato a un palo della luce / Gattorotto ouverture" e, come suggerisce, è una commistione tra due cose. E’ un cortometraggio in musica. Avevo questi due pezzi nel cassetto da un po’ e, come succede nei cassetti, si sono mischiati, imbastarditi dal tempo e dalle altre cose abbandonate con loro in un luogo chiuso e piccolo. L’ho aperto e li ho raccolti smunti ma ancora vivi. Li ho portati a casa di Enzo Messina, il co-produttore artistico insieme a me del lavoro, il mio pard musicale. Li abbiamo massaggiati per bene per ridargli tonicità e forma. Certo, non mi aspettavo che qualche giorno dopo mi proponesse quest’arrangiamento in 7 della prima parte, ne avevo un’idea diversa. Mi ha spiazzato. Per circa … 40 secondi! Poi ho capito che aveva colto nel segno e aveva ridato “pellicola” al pezzo. Da li abbiamo proceduto alla “visione" della parte centrale che in realtà avrebbe dovuto avere lo stesso passo dell’inizio. Con la sua chitarra acustica nel suo studio, in cui abbiamo lavorato alla pre-produzione di tutto l’album, mi è venuto in mente di cambiare totalmente atmosfera e accordi e di portare il pezzo a un’atmosfera più “Floydiana”. Enzo ha raccolto immediatamente e con la sua faccia illuminata si è buttato a capofitto nell’arrangiamento del mood, è venuta fuori “Sbarra”, la sbarra che c’è tra i due titoli. “Gatto rotto” era già previsto che fosse il secondo pezzo unito al primo, non ci aspettavamo diventasse il terzo del primo, infatti, la canzone ha tre atmosfere completamente diverse. E’ una marcia semi-trionfale che porta al riscatto dopo l’analisi amara. La strada è nera ma i gatti sanno come vederci, ne usciranno vivi dormendo sereni in mattinata. Menzione speciale per Matteo Agosti, il sound engineer (o ingegnere del suono che è più nostro) che ha lottato come un leone su questo flusso prog, dandogli un’unità sonora davvero eccellente. Milano è madre, ma non mi da pace e non mi lava.

Il disco prosegue con "Una vecchia storia d'amore (di noi)". Si ritorna a sonorità più familiari e il brano sembra essere quasi il sequel di "L'amore ci sorprende" ma qui il verbo è al passato, "L'amore ci ha sorpresi in pieno con le sue illusioni", è quello stesso amore ma ormai finito? Splendido poi l'Hammond che la introduce e la conduce per mano ...

L’amore ci sorprende (cd “La spina”) è una canzone di attesa, la condizione in cui ci si trova tra una storia e un’altra, quando dopo esserti leccato le ferite ti senti pronto a infliggertene delle altre pur di vivere la fase dell’incanto."Una vecchia storia d’amore" può essere quello che era successo prima o quello che potrebbe succedere dopo. Dove va chi se ne va? E cosa lascia? Il pezzo non lo dice. Il prezzo è l’onestà di capire che mollare a volte è meglio che trattenere. Le cose rotte hanno un fascino solo se non si hanno semi in tasca da piantare nel futuro. E’ un blues. Abbiamo pensato a "Mad dog & Englishmen", è un omaggio al sound del primo Joe Cocker, al quale va tutta la mia riconoscenza e quella di Enzo che, su questi mood, ci sguazza d’Hammond e di piano come se fossero prolungamenti del sistema nervoso.

Folco Orselli
Si può dire che in questo disco prevalga l'ambientazione notturna? Quella in cui esce anche il lato più oscuro e incontrollabile del comportamento umano? Sto pensando a due canzoni come "Il lupo" e "Hooligan", mi parli di loro, della loro genesi?

Non so, sicuramente è il disco più dark che abbia fatto. Ci sono gli aspetti più intimi della mia vita e scavando ho scoperto di avere un’anima controversa e a tratti scura, nonostante mi senta una persona solare e positiva. Per quanto riguarda “Il lupo” ho scritto questo blues dopo aver letto dell’uccisione di alcune pecore fatta dai lupi in Garfagnana l’anno scorso. Si è alzato un coro di allevatori che chiedevano a gran voce di uccidere tutto il branco famelico e mi sono detto che, se un lupo non può più attaccare qualche pecora per fame, pena lo sterminio, forse dovremmo chiederci cosa stiamo distruggendo noi per “sete” di potere e quale punizione meriteremmo. Ho dato parola al lupo che racconta il suo punto di vista scimmiottando i peggiori lati umani, un lupo che vuole essere come un uomo e somma le negatività delle due nature, antropomorfico come pezzo. “Hooligan” è Il pezzo più violento del disco. Una di quelle notti che sembrano tre insieme (e ce ne sono state) in cui non saprai mai cosa è successo, nessuno avrà il coraggio di dirtelo e ti svegli con un maiale nella testa … parlante. Pare che una parrucchiera abbia finito tutti i tuoi soldi, la Bestia si sia rivelata, qualcuno voleva uccidere il tuo nome e tutto è un fischio insopportabile nelle orecchie. L’unica cosa che ti ricordi è un sudamericano sudato che ti raccoglieva e ti metteva su un taxi guidato da un tizio che somigliava a Predator.

Se "Holigan" è la canzone più dura di questo album, credo che "Piove" sia la più intimista e struggente, sostenuta splendidamente dal flicorno di Daniele Moretto. Sembra nascere da un vecchio disco che gira su un grammofono e poi, piano piano, si dispieghi lenta e sinuosa, com'è nata?

“Piove” è il pezzo forse più fragile del disco, una canzone cui sono particolarmente affezionato perché mi riporta a una crisi molto profonda vissuta qualche anno fa, in cui la solitudine mi stava per schiacciare e che ora, finalmente, riesco a pubblicare. Ho utilizzato degli schemi mentali per parlarne, immagini e suoni. La pioggia che apre era necessaria perché mi rimanda a ore buie e solitarie per strada, con lo sguardo perso in un vuoto che non mi dava sollievo, con un ombrello, gli ombrelli sono uno dei modi migliori per avvicinare il suono della pioggia. Poi c'è un uomo che scappa da se stesso ma, arrivato da qualche parte lontano da casa, ha bisogno di telefonare da una cabina per parlare con nessuno, in quella casa che ha lasciato, a una segreteria telefonica a cassetta, sapendo che la sua voce risuonerà in una stanza in cui è stato felice. Bellissimo il piano di Enzo, le spazzole di Diego Corradin, il contrabbasso di Piero Orsini e, naturalmente, la “voce” di Daniele Moretto, che fa da contraltare alla mia. Apre con un quartetto da camera … vuota.

Forse la solitudine e la disperazione di “Piove” sono le stesse del protagonista di "Quello che canta onliù", lo splendido omaggio che hai voluto fare a un milanese doc come Enzo Jannacci. Come la sua musica è entrata a far parte della tua vita? Credi che in qualche maniera abbia potuto influenzare il tuo modo di scrivere canzoni?

Quando ero ragazzino, mio padre mi portava la domenica a fare delle gite fuori Milano. Quelle domeniche che partono presto, passano pigre e sonnolenti, statiche; tra campagna stinta e osterie, pesca sportiva e zucchero filato. In macchina una musicassetta. Rossa. Fissa: “Ci vuole orecchio” di Enzo Jannacci. Il ritorno era il momento in cui l’assaporavo di più. Cotto e semi addormentato sul sedile dietro, vivevo come un film tutte quelle parole, meravigliose, vere e surreali nello stesso tempo. Non capivo, ero giovane … ma capivo. “Quello che canta onliù” era tutta la malinconia che percepivo esistesse, ma non potevo ancora tastare realmente. La solitudine di un commesso viaggiatore? Il tarlo roditore del senso di colpa? L’amore che crolla e tu che ti affanni a tamponare le falle con la sabbia? Amo non averla ancora capita. Jannacci è uno stregone. Mi ha insegnato l’arte della “visione” in senso psichedelico. I suoi testi sono cangianti, dipenda da come li guardi, come li ascolti, chi sei, chi sei stato. Purtroppo l’ho incontrato una volta sola al teatro Dal Verme per una beneficenza, stavo provando il pezzo che avrei cantato in serata “La ballata del Paolone”, che potrebbe essere una deriva di “El purtava i scarp del tennis”, se non fosse una storia vera; lui era seduto in quarta o quinta fila con un suo collaboratore, il teatro vuoto. Finita la mia prova, vedo che si alza, fa per andarsene, torna indietro e dice al suo collaboratore: ” Ma chi è quello li?”, indicando me e, senza aspettare risposta, se ne va. Fantastico.

Una canzone quasi magica, con quella sua delicatissima intro del pianoforte è "Artisti di strada", dove "ogni ragazza anche se non sarà bella avrà un fiore fatto apposta per lei". Quanto ti senti artista di strada con le tue canzoni?

Gli artisti di strada, insieme ai pittori, sono i miei eroi. Sin da piccolo sono attratto da qualunque forma d’arte per la strada: madonnari, mimi, giocolieri, cantastorie, musicisti. Mi hanno sempre dato un senso di protezione, come la se la strada ti garantisse la carezza materna perduta. Forse è un punto d’arrivo a differenza di quello che si pensa. C’è un carillon che aleggia su tutto il pezzo, è la “pura parte da non fare mai da parte”, come cantavo in una canzone di un po’ di tempo fa (“Paladino” – cd “La Spina”). L'arrangiamento di Enzo, qui, diventa davvero la cifra del racconto, volevo una cosa alla Prokof'ev tipo “Pierino e il lupo”, con tutti gli strumenti a descrivere la storia da protagonisti narranti e così è stato, grazie alla sua magnifica sensibilità.

Se sei d'accordo, vorrei abbandonare il disco, lasciando ai lettori il gusto di scoprire il resto, Chiuderei affrontando la dimensione live, quella che credo tu ami maggiormente. So che ti stai attualmente dividendo tra teatro e concerti, racconti cosa stai realizzando e cosa hai in mente per il futuro? Ci sarà anche un seguito di "Scuola milanese”?

Si, come sempre sono in tour continuo, mi divido tra quello che c’è da fare, suonando ovunque: teatri, club, case. Dove c’è un pubblico e dove mi pagano, io vado. Questi sono tempi in cui bisogna risaltare sui treni con la chitarra e andare in giro a raccontare storie. L’aspetto più interessante di questo crollo del mercato discografico è che ci ha costretto a rimetterci tutti (chi lo sa fare) sulla strada. Ho appena finito il tour teatrale con Gino e Michele per i loro quarant’anni di spettacolo per i quali ho composto le musiche e sono alla ricerca di date per me. Ho lanciato da qualche tempo il Facebooking tour (cioè se mi vuoi nel tuo locale, scrivimi e ci mettiamo d’accordo), che sta funzionando molto bene. Le agenzie non si rendono conto che devono fare un passo indietro e lavorare anche con artisti come me, che non fanno (per ora) il grande pubblico, ma che ovunque vanno buttano le basi per un ritorno. Così facendo mi sto creando un ottimo giro in tutta Italia. Per il futuro ho un po’ d’idee, starò a New Orleans per tre mesi a scrivere il mio prossimo disco tra febbraio e aprile del prossimo anno, voglio andare alla radice del sincretico blues di quelle parti, incontrare e suonare con musicisti del luogo e registrare lì, per catturare quel suono. Il disco credo che s’intitolerà “BLUES IN MI”, dove MI sta per la tonalità del blues più utilizzata, la sigla della targa di Milano, il suono del pronome ME in inglese, ma anche in dialetto milanese. La Scuola Milanese si sta rianimando, a breve metteremo a disposizione, tramite un canale Youtube, le 60 ore di girato che abbiamo realizzato durante le due stagioni alla Salumeria della Musica, montate per bene; poi da ottobre molto probabilmente ripartiremo con un progetto radiofonico.





martedì, marzo 15, 2016

E improvvisamente … ecco Giua portarci una ventata di buona musica

di Fabio Antonelli

Giua


Maria Pierantoni Giua, in arte semplicemente Giua, è una cantautrice ligure nata si può dire con la chitarra in mano, perché ancora bambina è avviata dai suoi genitori alla musica e ben presto diverrà allieva del chitarrista Armando Corsi e dell'insegnante di canto Anna Sini. Dopo aver vinto alcuni importanti premi musicali tra cui Sanremo Lab, Castrocaro, Lunezia e due album all’attivo (Giua 2007 e TrE 2012), si propone ora al pubblico con “E improvvisamente” (uscito il 26 gennaio 2016), un progetto musicale nato da una collaborazione con Stefano Cabrera, violoncellista e arrangiatore degli Gnu Quartet.

E improvvisamente, a voler giocare con il titolo del tuo nuovo progetto discografico, si potrebbe dire che è arrivato questo tuo terzo disco, dopo quello d’esordio "Giua" e "TrE", scritto in coppia con il grande Armando Corsi. La copertina del disco ti coglie con il viso fotografato di profilo, da cui emerge comunque un bel sorriso. E' un sorriso che nasce dalla soddisfazione di aver realizzato, con "E improvvisamente", tutto quello che ti eri prefissata?

E' il sorriso di chi guarda con gusto e fiducia alle tante cose che mi sono capitate in questi anni, belle, difficili, inaspettate e al futuro, con speranza e voglia di costruire. “E improvvisamente” è una frase da completare, sapendo cogliere per la propria vita il lato positivo di quello che accade, anche quando non siamo pronti o non sarebbe quello che vorremmo.

"E improvvisamente" è anche il titolo della canzone che ha anticipato l'uscita del disco, in cui canti insieme a Zibba, una delle voci più calde e affascinanti che ci siano in Italia. Com’è nata questa canzone? È stata da subito pensata per questo magnifico duetto?

Conosco Zibba da tempo e la sua voce mi ha sempre emozionata, portata lontano. Quando ho scritto questa canzone, ho subito pensato a lui, a quello che avrebbe aggiunto, alla forza che gli avrebbe dato e Zibba mi ha fatto davvero un regalo dicendomi di sì!

Zibba, però, non è l'unico ospite del disco. In "Scivola sud", il cui testo è una poesia di Pier Mario Giovannone, troviamo un'altra splendida voce a giocare con te, quella di Pilar. E’ un vero piacere sentirvi evocare questa calda atmosfera, cui contribuisce anche l'inconfondibile chitarra di Armando Corsi. Anche quella con Pilar è una collaborazione partita da lontano? Ci sono altre voci femminili o maschili con cui in futuro vorresti magari collaborare?

Anche la collaborazione con Pilar nasce da un'amicizia e dal fatto che la sua voce, il suo lirismo, la sua sensualità e la sua ironia, mi sembravano perfette per questa poesia in musica rotolante di Sud, miraggi e Ruchè. Sono molto fortunata ad avere amici così! Una voce femminile che da sempre amo è di Ornella Vanoni, di un disco in particolare, 'Argilla' prodotto da Beppe Quirici e Paolo Fresu, ho sempre sognato di poter cantare con lei. Una voce maschile, invece, è quella di Caetano Veloso, una voce che definirei 'oltre', oltre il tempo oltre il sesso oltre la parola; una voce strumento, suono, una voce che mi piace tantissimo. Si può sognare, desiderare, giusto?

Assolutamente si, anzi credo che sia giusto il desiderio di vedere nel futuro realizzati i propri desideri, a muovere ad esempio le donne protagoniste di "Da lontano" e anche coloro di cui parli in "Tutti vanno via dall'Italia". Due canzoni musicalmente diversissime fra loro ma forse con un comune destino?

Un destino molto diverso in realtà. "Tutti vanno via dall'Italia" parla della così detta "fuga dei cervelli" e di una riflessione che ho fatto e sto facendo sull'opportunità di rimanere in Italia e costruire nuove possibilità per un presente e futuro migliore per tutti. E' anche un invito a unire in questo senso le forze (non è semplice sintetizzare su un argomento così complesso...). "Da lontano” è una canzone che nasce dopo aver conosciuto alcune donne che speravano che venire in Italia fosse l'occasione che cercavano e così non è stato. E' una canzone sulla speranza e sull'amarezza ed è anche una preghiera, affinché certi destini trovino protezione, giustizia, aiuto.

Con destino comune, in realtà, intendevo la risoluzione forzata di abbandonare la propria patria, ma hai fatto bene a sottolineare i diversi intenti delle due canzoni. In questo tuo nuovo progetto c'è, però spazio anche per l'ironia, mi riferisco ad esempio a "Disamore infinito / #taggo voluto bene", canzone che prende il via con toni melodrammatici a descrivere la fine di un amore, per poi ... ma lascio raccontare a te.

...per poi arrivare a scoprire che non ci si può più lasciare come un tempo, perché qualcuno ha inventato i social e quindi non è più così facile tagliare i ponti con l'altro, perdersi di vista, dimenticarsi ... È una canzone ironica nata dalla lettura di un articolo di giornale in cui si parlava appunto di come l'avvento di Facebook, Twitter, ecc., abbia modificato i rapporti tra le persone, le modalità, i tempi. Forse però bisognerebbe riappropriarsi di una realtà un po' meno virtuale.

Lo credo anch'io, la vita reale è un'altra, quella magari anche difficile da affrontare, in cui ci sono padri che "ti mettono nomi / per tutta la vita / ti mettono i piedi / ti fanno la strada / e ti tolgono nomi / per tutta la vita / ti tagliano l'aria", come canti in "L''albero di manghi", una di quelle canzoni in cui gli arrangiamenti di Stefano Cabrera più ti hanno allontanata dai suoni latini cui eri abituata, ma è un bel sentire. Perché hai voluto aprire il disco proprio con questa canzone e com’è stato collaborare con Stefano?

Potrei definire 'L'albero di manghi' una specie di manifesto, del mio modo di scrivere, pensare, vivere e desiderare che una canzone, sia ponte tra me e qualcun altro. Mi sembrava un bel modo di cominciare, anche per la veste sonora che con Stefano abbiamo scelto di dargli e che, come tu stesso dici, prende una strada diversa dal mio disco precedente. Lavorare con Stefano è stato bello, arricchente, facile, mi ha permesso di trovare cose inaspettate, di imparare ed essere libera di cercare cose nuove, mi ha permesso di realizzare idee che avevo e non ero in grado di sviluppare da sola. Sono davvero felice di quello che è venuto fuori da questa collaborazione!

Giua


Un'altra canzone che a me piace molto è "Fragole e vento", l'ultima però di cui vorrei parlare anche per lasciare a chi legge la curiosità di cercare e conoscere il resto del disco. E’ una canzone dove la musica emerge come assoluta protagonista della tua vita, riporto solo un'immagine "la musica aggiunge lo zucchero e il sale". Quanto è importante per te la musica e, oggi come oggi, credi sia ancora possibile vivere di musica?

La musica mi accompagna da sempre. C'è anche quando non suono, canto o scrivo, perché è un modo di pensare, di vivere. Trasformarla poi in un lavoro ha fatto sì che fosse tutto più complesso, ma anche più bello e ogni giorno è buono per crescere, inventare cose nuove e nuovi modi di realizzarle. In generale viviamo un momento in cui è un lusso avere un lavoro, figuriamoci fare la musicista, ma con tenacia, passione e tante idee ci si può ancora riuscire. Lo spero e lo auguro a me e a tutte le persone che fanno questo da sempre.

Ho visto che il tuo disco è entrato, a buon diritto, tra i dischi consigliati nel sito della trasmissione televisiva “Che tempo che fa”, una bella notizia sicuramente non credi? Immagino poi che stia anche allestendo un tour di presentazione, hai già qualche data da segnalare? Concluderei cosi, se dovessi pubblicizzare il tuo progetto discografico che parole useresti?

Sono molto felice di questa segnalazione, è una bella soddisfazione. Certo, sarei ancora più felice se Fazio m’invitasse a cantare una canzone dal vivo nel suo programma, chissà, magari prima o poi! Con Egea stiamo ancora definendo le date del nuovo tour, per cui non posso darvi anticipazioni, ma le vedrete presto sul mio sito www.giua.it e sui social (prima data 17 marzo Teatro dell’Archivolto - Genova). Se dovessi pubblicizzare il mio progetto discografico, direi 'e improvvisamente, un disco e un concerto che ha voglia di andare lontano con chi ha voglia di andare lontano e di avvicinarsi alle cose che sembrano piccole per scoprire che sono molto di più di quello che potevamo immaginare'.

Copertina CD "e improvvisamente"


Sito ufficiale di Giua: http://www.giua.it/
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sabato, marzo 05, 2016

Quando la poesia incontra la musica, a volte, è magia!



di Fabio Antonelli

Patrizia Cirulli - Foto di Ottavio Tonti

Patrizia Cirulli, cantautrice milanese dotata di una voce tanto particolare quanto affascinante, ha appena dato vita a un nuovo progetto discografico dal titolo “Mille Baci”. Un disco particolare, in cui sono grandi nomi della poesia italiana e internazionale a firmare i testi delle canzoni, nel senso che alcune poesie accuratamente scelte da Patrizia, sono diventate vere e proprie canzoni, il tutto con la collaborazione di grandi musicisti e la produzione artistica curata da Lele Battista.

La copertina del disco è una splendida fotografia che ti riprende mentre sei letteralmente baciata dal sole e, seppure a occhi chiusi, sorridente. A me piace molto questa immagine, perché credo rifletta pienamente il contenuto del disco? Sei d'accordo? Racconta poi la scelta del titolo "Mille baci".

È vero, è un'immagine che emana una sorta di "calore", è stata fatta a Milano al tramonto e si, riflette un po' il contenuto del disco. "Mille baci" si riferisce al famoso testo di Catullo, che è presente nel disco in forma canzone. Ho voluto poi chiamare così anche il disco perché i testi dei brani del disco sono poesie di grandi poeti e le loro parole sono come carezze, come baci che ci donano.

Il disco, come hai accennato tu, è un disco diverso, almeno nella genesi, nel senso che sei partita dai testi, tutte poesie più o meno note ma di poeti molto conosciuti, che tu hai musicato e quindi cantato. Com'è nata questa idea e com’è stata questa esperienza?

È nata nel 2010, dopo aver vinto il Premio Lunezia per aver musicato "Forse il cuore" di Salvatore Quasimodo, la mia prima poesia in musica. È successo qualcosa di molto bello, non me lo aspettavo. Solitamente, come cantautrice, partivo sempre dalla composizione della musica per poi arrivare al testo. Qui succede il contrario, si parte dal testo e si arriva alla musica, ma il testo ha già dentro di sé una musicalità. Mi sono appassionata molto a questa nuova modalità (che fra l'altro ho scoperto essere molto naturale per me) e così sono andata avanti scegliendo testi di altri poeti.

Nell'ascoltare la prima volta il tuo disco ho come avuto l'impressione che questi testi poetici, in molti casi a me sconosciuti, fossero stati da sempre delle canzoni, nati con quelle musiche e con quelle sonorità. C’è un desiderio di cantare, di liberare la voce, di lasciar suonare questi testi che è incredibile, è un'impressione che condividi?

Assolutamente si!!! La sensazione è proprio quella. Infatti, per me ormai sono "canzoni".  La mia intenzione è stata proprio questa, trasformare testi poetici in canzoni. Pensa che alcuni testi ho iniziato a canticchiarli così, in modo naturale, la musica prendeva forma in modo spontaneo. Infatti, non sento una “divisione” fra il testo e la musica, si fondono l'uno nell'altra. E' molto bello quello che dici “... ho come l'impressione che fossero stati da sempre delle canzoni”. E' proprio così, la sensazione è quella.  Non ho scelto testi molto famosi, solo un paio sono molto conosciuti. Sono canzoni a tutti gli effetti, si canticchiano, possono piacere o meno, e il valore aggiunto è che gli "autori" dei testi sono grandi poeti.

Nell'affrontare i testi di poeti stranieri come Oscar Wilde, Federico Garcia Lorca, Charles Baudelaire, Frida Kahlo e Fernando Pessoa hai, secondo me giustamente, optato per l'utilizzo del testo in lingua originale. E’ stato molto difficile affrontare questi testi?

Ho voluto cantarli in lingua originale per rispetto verso l'opera e gli autori. Il senso autentico delle parole scritte dell'autore si trova lì. Mi sono avvicinata con rispetto e curiosità. Mi sono fatta aiutare per la pronuncia da persone madrelingua, su alcune cose ho fatto più fatica rispetto ad altre. Alcune forme di pronuncia non sono molto semplici, ma alla fine è andata bene. Alla fine del disco, ho comunque aggiunto i brani con i testi di Oscar Wilde e Frida Kahlo cantati in italiano.

Ecco, hai citato Frida Kahlo, credo tu abbia fatto molto bene ad aggiungere come bonus track la canzone "Poema para Diego Rivera" cantata in italiano, perché questa poesia che tu hai musicato è per me una delle più belle e toccanti tra le canzoni di questo disco. L’uso dell’italiano, questa versione, aiuta ad apprezzarne maggiormente la bellezza. Perché però Frida Kahlo è perché questo poema?

Anche qui sono d'accordo con te. È uno dei testi più belli e toccanti. Frida Kahlo è nel mio cuore da sempre. Non avrei mai immaginato di poter musicare un suo scritto. Poi per una serie di circostanze, sono andata a rivedere dei libri che avevo in casa da tempo e ho ritrovato questo testo. È nata subito la canzone. Il testo è dedicato a Diego Rivera, suo marito, e parla del grande amore che aveva per lui. Non solo, fa un elenco di tutto ciò che Diego era per lei e di quanto Diego facesse parte di lei. Conoscendo la sua storia e la loro storia, ho pianto molto mentre musicavo il testo. E ho pianto mentre la riascoltavo ... a volte anche mentre la cantavo. Ho ritenuto opportuno per questo mettere anche la versione in italiano.

Allora mi consolo, non sono l'unico a piangere ascoltando una canzone che tocchi le corde dell'anima ... A proposito di corde, in questo brano, come anche in "Deseo", "Primavera" e "Mille baci" troviamo alla chitarra Massimo Germini. La sua, però, non è l'unica collaborazione musicale di rilievo vero?

È vero, hanno suonato tanti grandi musicisti. Andrea Di Cesare, Tony Canto, Luigi Schiavone, Fausto Mesolella, Davide Ferrario. In "Mille baci" canta con me Giancarlo Cattaneo, speaker di Radio Capital e grande anima poetica, che apre anche il disco con due frasi di Oscar Wilde e recita nella traccia n.6 il testo in italiano di Baudelaire, prima del brano cantato da me in francese. In "Deseo", invece, canta con me l'attore spagnolo Sergio Muniz.

Patrizia Cirulli - Foto di Renzo Chiesa

A "Deseo", poesia di Federico Garcia Lorca, hai regalato una veste musicale molto latina e, come hai appena detto, hai duettato con Sergio Muniz, com'è nata questa collaborazione da cui è nato anche un bel video?

L'arrangiamento del brano è stato curato da Lele Battista, così come il resto del disco. Sentivo la necessità di avere una voce maschile nel brano “Deseo”, volevo la voce di un attore ed essendo il brano in lingua spagnola, pensavo quindi a un attore spagnolo. Parlando con un amico di questa mia intenzione, ci sono venuti in mente dei nomi e Sergio era il più indicato, in quanto è un grande appassionato di musica, suona e canta. L'ho contattato, gli è piaciuto molto il brano e l'idea della poesia in musica e così è nata questa collaborazione. Abbiamo poi girato il relativo video con la regia di Lorenzo Vignolo ed è stato un momento molto bello ... c'era "poesia" nell'aria ... e il mare della Liguria ha creato una bellissima cornice.

Facciamo un salto spazio-temporale. Nel disco, tra le varie chicche letterarie da te raccolte, trova spazio anche un testo di Eduardo De Filippo. E’ stata una scoperta casuale o era un frammento che già conoscevi prima di realizzare questo disco? Rispetto alla citata "Deseo", si cambia totalmente luogo, lingua e registro musicale, è indubbiamente un disco dai molteplici volti?

Si, è un disco che contiene molti mondi musicali. Questo rispecchia comunque il mio essere, mi piace comporre in questo modo, ogni brano ha una sua storia e un suo colore. Il testo di Eduardo non lo conoscevo, ho fatto una ricerca perché volevo cantare anche un suo testo, ma ne cercavo uno in italiano.  Alla fine è successo qualcosa di magico che mi ha portato a "Quanno parlo cu te" e una sera, un venerdì sera, lo ricordo ancora con emozione perché davvero è successo qualcosa di magico per me, è nata la canzone.  È stato poi per me un grande onore e una gioia immensa avere il permesso, l'approvazione e i complimenti da parte di Luca De Filippo per il brano realizzato.

Pur presentando sonorità molto varie, credo che il disco sia in fondo "trasportabile" durante i lives anche in una versione snella, voce chitarra o poco più, mantenendo comunque la propria integrità, non credi? Hai in allestimento un tour?

Si, è così! I brani sono assolutamente fruibili in versione acustica, anche voce e chitarra, che è poi il modo in cui nascono, al di là degli arrangiamenti realizzati in studio.  Stiamo organizzando serate e concerti, da fine marzo si comincia.

Un'ultima curiosità. Visto che il disco è in termini musicali molto generoso, ben 16 tracce e 2 bonus tracks, c'è un brano cui più di tutti sei affezionata?

Più di uno!!! Frida Kahlo ed Eduardo come ti dicevo. Ma anche "Stringiti a me" di D'Annunzio.

Hai introdotto il nome di D'annunzio, ma allora direi che possiamo citare anche Trilussa, Umberto Saba, Alda Merini. In questo tuo nuovo progetto c'è un ricco mondo poetico-musicale, in attesa di essere ascoltato dagli amanti della musica di qualità. Credo che la tua voce particolare, quanto affascinante, meriti di essere ascoltata.

Grazie! In effetti li avrei citati tutti i poeti, amo ogni brano del disco e tutti questi poeti straordinari.

Copertina cd "Mille baci"
 Video canzone “Deseo”




Video canzone “Mille baci”: http://youtu.be/jmimRHOm5E0

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mercoledì, febbraio 24, 2016

Eugenio Bennato, contrabbandiere di canzoni capaci di abbattere le frontiere

di Fabio Antonelli

Eugenio Bennato

Il 29 gennaio 2016, prodotta da Taranta Power / iCompany e distribuita da iWORLD, è uscita “Canzoni di Contrabbando, la prima antologia di Eugenio Bennato, un artista che si è sempre riferito a un linguaggio stilistico e a un circuito alternativo rispetto ai modelli della musica leggera. Il disco raccoglie 13 brani che vanno da "Brigante se more" fino all'ultima composizione del musicista napoletano che s’intitola "Mon père et ma mère", unico inedito della raccolta.

Direi, se sei d’accordo, di partire dalla copertina del disco, semplicemente nera, con solo il titolo “Canzoni di Contrabbando” e l’autore “Eugenio Bennato”. Nulla che, dal punto di vista di puro marketing, possa fare da specchietto per le allodole, da forte richiamo. Perché hai voluto dare questo titolo alla tua prima antologia?

Perché quest’antologia è un percorso sui vari steps della mia carriera. Nonostante raccolga brani scritti in anni molto lontani fra loro, c’è un elemento comune a queste canzoni, si sono mosse vivendo in una dimensione completamente diversa da quella ufficiale. Faccio un esempio, se “Brigante se more”, che è del 1980, è diventato un inno cantato da milioni di ragazzi, tutto questo è avvenuto al di fuori dell’ambito discografico, dei canali convenzionali.

Tramite una sorta di passaparola?

Si, è stato come un passaparola, un percorso parallelo, alternativo, di contrabbando e, questo, vale anche per altre canzoni come ad esempio “Che mediterraneo sia” o “Sponda sud”. Tutti questi brani, che comunque hanno avuto nel tempo un riscontro forte a livello di visualizzazioni su web e di popolarità, si sono mossi su percorsi alternativi, proprio come quelli dei contrabbandieri.

Quest’antologia, nasce solo dal desiderio di fare il punto della situazione sulla tua lunga carriera artistica o per accogliere l’inedito “Mon père et ma mère”?

L’inedito, fa parte di una serie di canzoni che sto scrivendo e che usciranno fra un po’, nel frattempo, però è nata l’esigenza di quest’antologia, sia per dare unità a un percorso musicale che è disperso in vari album distribuiti negli anni e magari di difficile reperibilità, sia per dare una risposta, soprattutto all’estero, a chi mi chiedeva e ancora mi chiede una raccolta dei miei principali successi. Ecco allora che l’editore mi ha proposto di remixare alcuni brani del passato o addirittura risuonarli e ricantarli, dando loro una veste più unificata, anche se poi, a dire il vero, appartengono già a uno stile che è sempre mio e inconfondibile. L’inedito “Mon père et ma mère”, invece, l’ho scritto qualche mese fa e si riferisce all’attualità, anzi a un’attualità sempre più pressante, il tema è quello dell’immigrazione dagli altri sud del mondo.

Com’è nata questa canzone?

E’ nata, come sempre, da un incontro che si fa per strada, on the road. Io ho avuto il privilegio di una carriera fatta di tante tournée internazionali e, in una di queste ultime, in Africa, alla fine del concerto si è avvicinato un ragazzo che mi ha detto due versi molto intriganti “Mon père et ma mère / se sont connus dans la galère“. Questa rima dice “mio padre e mia madre si sono conosciuti in una galera”, che poi non è vero o meglio, in francese, “dans la galère” significa più in generale in una situazione estrema e non proprio precisamente in galera, però l’immagine l’ho trovata molto forte, anche perché la storia di quel ragazzo è quella di un ragazzo come tanti, che dal Camerun è partito ed ha attraversato avventurosamente il Sahara, per arrivare in vista del Mediterraneo, il limite più invalicabile per loro.

E’ quindi da questo fortuito incontro, che è nato questo bellissimo brano?

Da questo e dal clima musicale che io vivo in prima persona quando andiamo in giro per il mondo a fare concerti, perché sono sempre concerti che non hanno un rapporto di divismo tra chi suona e chi ascolta, c’è semmai uno scambio e il riconoscimento, soprattutto nell’africa nera, delle affinità dei ritmi del nostro sud con i loro ritmi.

Che è un po’ il discorso che hai portato avanti anche in “Che Mediterraneo sia”, cui si aggiunge una mescolanza di lingue e dialetti.

Si, lì c’è la koinè mediterranea, che porta le nostre filastrocche popolari a confronto con le grandi sonorità arabe, un filone che in qualche modo ho inaugurato io in Italia e che ora, vedo, è seguito da molti. Il rap arabo, ad esempio, che allora era abbastanza sconosciuto, è stato come veicolato da “Che il Mediterraneo sia”.

Possiamo perciò dire che la musica è uno strumento per avvicinare culture diverse? Un po’ come il sedersi a tavola e condividere le proprie usanze?

Si, io penso che la musica sia il veicolo più forte di dialogo, l’ho proprio vissuto in prima persona. Nella mia formazione, soprattutto negli ultimi anni, c’è stata sempre una grande apertura. Ad esempio, anche quando feci Sanremo nel 2008, cantando “Grande Sud”, portai sul palco dell’Ariston una voce araba come quella del marocchino Mohammed Ezzaime El Alaoui, così come anche quelle di Zaina Chabane dal Mozambico e di Esha Mbotizafi dal Madagascar, delle testimonianze di altre latitudini dentro un ritmo di Taranta. Credo che la musica possa davvero veicolare il dialogo tra popoli, anche quando questo è impedito da frontiere o da conflitti.

Hai prima accennato a un discorso di voci. In quest’antologia troviamo quella, inconfondibile, di Petra Montecorvino, che duetta con te in “Brigante se more”.

Beh, la sua è senza dubbio la voce più nera, più black del nostro sud, in lei c’è un’intensità espressiva che appartiene a Napoli, ma soprattutto a quelle situazioni, a volte davvero spiazzanti di Napoli, che si ritrovano nella sua cultura sommersa.

Sempre restando alle voci femminili che compaiono nel disco, c’è anche quella di tua figlia Eugenia, presente in “Mon père et ma mère”.

Si, mia figlia Eugenia, che tra l’altro vive in Marocco, frequentando una scuola in cui vive in prima persona questa multiculturalità, lei europea la sua compagna di banco araba. Eugenia, quando ha sentito questo brano, ha voluto subito partecipare e l’ha fatto in maniera molto spontanea, fanciullesca, non da prima della classe ma da ex scugnizza napoletana che si trova a vivere in un paese di cultura diversa.

Eugenio Bennato


Ascoltando i vari brani che compongono quest’antologia, la parola che torna più frequentemente è sicuramente sud. Soprattutto in due canzoni, “Il sorriso di Michela” e “Ninco Nanco”, hai voluto affrontare di petto un tema a te caro, la questione meridionale.

La mia scelta è sempre stata quella della scoperta. Inizialmente una scoperta di tipo musicale con la Nuova Compagnia di Canto Popolare prima, con Musicanova poi, lo scoprire l’esistenza di un linguaggio popolare che apparteneva al sud d’Italia, presente anche al nord devo dire, ma certamente più appariscente in regioni come la Puglia, nei paesi vesuviani o in Salento. Questo linguaggio, ha poi preso vigore nel movimento Taranta Power, il cui successo è sotto gli occhi di tutti tranne che dei media televisivi che continuano a battere altre strade. Nelle feste, nei Festival, la World Music è sempre presente, com’è presente questo sud che è il nostro sud. Questa curiosità, che negli anni mi ha spinto a conoscere dei grandi maestri che mi erano totalmente sconosciuti, va di pari passo con la scoperta di una storia, quella della questione meridionale, che ha avuto un contraccolpo forte proprio nella musica, riscoprendo personaggi che hanno combattuto, che sono stati completamente annullati dalla storiografia. Michela de Cesare e Ninco Nanco (Giuseppe Nicola Summa), sono solo due esempi. Devo dire però, che già il fatto che nel paese di Michelina de Cesare, che è un paese dell’alto Casertano (Mignano Monte Lungo), il Sindaco stia ora preparando una statua per questa brigantessa, è segno di una coscienza nuova, diversa rispetto alla retorica risorgimentale. Il Risorgimento è stato uno scontro frontale tra culture in cui, come sempre, vince il più forte che poi, inevitabilmente, finisce per annullare il linguaggio del più debole. I Briganti erano personaggi che sono stati demonizzati per 150 anni, però avevano qualcosa da dire ed io cerco di raccontarlo in queste ballate sulla questione meridionale.

Questione meridionale che non si vuole però contrapporre a una questione “settentrionale”, com’è invece posta da qualche personaggio più o meno discutibile del nostro panorama politico o sbaglio?

Si, si, ci tengo a precisare che, ovviamente, noi siamo fieri di quell’abbattimento di frontiere che è stata l’unità d’Italia e sicuramente le smanie secessionistiche le lasciamo ad altri. E’ invece importante riscoprire, come diceva Pier Paolo Pasolini, l’Italia dei reietti, perché le differenze da regione a regione sono la vera forza della nostra cultura, della nostra poesia, della nostra storia, soprattutto in un’epoca di globalizzazione che tende a far perdere le proprie identità. Già Taranta Power, che è un movimento artistico, culturale, fatto soprattutto di giovani, è una risposta alla globalizzazione, all’appiattimento di tutto il pianeta su linguaggi imposti dalle multinazionali. Un suono di chitarra battente, una voce ruvida di una regione del sud o del nord, è la risposta a questa tendenza all’appiattimento su modelli unici, il cosiddetto pensiero unico.

Una delle canzoni del disco, che già mi piaceva molto nella versione originale apparsa su disco del 2005, è “Lucia e la luna”. Si tratta in realtà di un canto tradizionale?

“Lucia e la luna” è una canzone la cui melodia è, in effetti, un canto tradizionale di Monte Sant’Angelo che aveva però un testo banale, addirittura di contenuto religioso, che aveva anche un prosieguo che andava a distogliere dall’armonia semplice della strofa. Ho quindi scritto un nuovo testo e l’ho voluto dedicare a questa città, a un Gargano in cui ci sono ormai migliaia di giovani che si sono riappropriati delle loro tradizioni, il che rende questi personaggi, attraverso la World Music, internazionali. La canzone, racconta di Lucia che ritorna al suo paese e della luna che dice al mondo intero che questa ragazza ha tre ricchezze, la prima è il nome, così particolare e in qualche modo ormai anticonvenzionale, la seconda è il possedere la tecnica della Taranta e la terza, come in tutti i canti popolari, rimane un po’ ambigua, però io la identifico nella propria cultura, nella propria identità. Ecco perché ho dedicato il brano all’identità di questo Gargano, paragonabile a una ragazza che oggi esiste e, ne esistono a migliaia, che riscopre le sue tre ricchezze.

A inizio intervista, hai accennato al fatto che l’inedito “Mon père et ma mère“ farà parte di un tuo nuovo lavoro discografico, mi puoi già raccontare qualcosa?

Guarda, c’è sempre, almeno per me, un mistero nelle nuove cose che vado a scrivere, perché seguo sempre un qualcosa d’istintivo che ha poco di pianificabile, di razionale. Sono storie che riguardano la realtà di oggi, la mia realtà di oggi, gli incontri, il riscontro con un pubblico che è molto cosciente. Ho già pronti cinque o sei brani, diciamo che siamo a buon punto, però preferirei parlarne quando usciranno, concentrando piuttosto l’attenzione sul presente, il tour che seguirà l’uscita di quest’antologia, per questo invito chi ama la mia musica a tenere sott’occhio le date dei concerti.

Cover antologia "Canzoni di Contrabbando"


Tour “Canzoni di contrabbando”

04.03.16 | NAPOLI - Città della Scienza
05.03.16 | LATINA - Monte San Biagio
12.03.16 | SEGRATE (MI) - Rassegna "Benvenuti al Sud"
27.04.16 | PERUGIA - Bad King