lunedì, marzo 24, 2014

Finardi torna a fare Finardi in un disco davvero fibrillante



di Fabio Antonelli

Negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere un Finardi dalle molteplici sfaccettature, sempre curioso di provare e sperimentare situazioni diverse. L’abbiamo così visto affrontare il blues in “Anima blues”, il fado in un album d’indubbio fascino come “Il silenzio e lo spirito”, le liriche del poeta russo Vladimir Vysotsky in “Il cantante al microfono”. Ora è tornato sulle scene con “Fibrillante”, un nuovo album di sue canzoni inedite, scritte in italiano. Ecco cosa ci racconta in proposito.



Sono passati un po’ di anni dal tuo ultimo disco d’inediti che, se non erro, è “Accadueo”.

Si, diciamo d’inediti in italiano, perché “Anima blues” in realtà era un disco di canzoni inedite, sebbene in inglese e di altro genere.

Esatto. Diciamo però che, dopo quella parentesi blues, il disco "Il silenzio e lo spirito" dedicato al fado e “Il cantante al microfono” che ti vedeva in veste d’interprete di canzoni del poeta russo Vladimir Vysotsky, disco che ti è valso anche una Targa Tenco, sei tornato a realizzare un disco di canzoni tue e scritte in italiano. Come mai questo ritorno, anche come sonorità, alle origini?

E' venuto naturale, a un certo punto sono cominciate a nascere le canzoni, ho sentito l’esigenza di commentare questo periodo storico terribile che stiamo attraversando, poi la scelta delle sonorità in parte era già insita nelle canzoni, in parte è dovuta al fatto che i due produttori, cioè Max Casacci chitarrista e produttore dei Subsonica e Giovanni “Giuvazza” Maggiore il mio chitarrista, hanno deciso che sarei tornato a fare Finardi, volevano sentire Finardi come lo avevano in mente loro, il Finardi degli inizi, quelli della Cramps.

Un Finardi che in questo disco mette in pieno la sua faccia, sin dalla copertina che ritrae il tuo volto in un’immagine un po’ caleidoscopica.

Si, è una faccia che sta esplodendo, ma direi che è così. Un’immagine che ha creato lo Studio Convertino & Designers e che, secondo me, è molto adatta a sottolineare i contenuti di questo disco.

Detto della copertina, passiamo al titolo del disco “Fibrillante”, che poi è anche il titolo della canzone forse più personale della track-list, no?

Si, fibrillante, è una condizione medica, è una condizione cardiaca ed io, l’anno scorso, ho sofferto di fibrillazione atriale. Fibrillante, però, è anche una delle parole più usate per descrivere questo momento storico, in ogni telegiornale si sente sempre che qualcuno è in fibrillazione, la politica, la Russia, l’Ucraina, la UE, è una condizione generalizzata. Tornando alla sfera personale è successo che un giorno, recandomi dal cardiologo per un controllo, ho visto la mia cartella clinica e sulla copertina di cartone c’era scritto “Eugenio Finardi Fibrillante” e mi sono subito detto, questo è il titolo del disco.

Sei riuscito quindi a trovare ispirazione da un episodio negativo della tua vita.

Si, perché poi, per fortuna, dalla situazione di fibrillazione atriale si esce con una semplice scossa elettrica, non ti devono né tagliare né operare, devono applicare solo questa piccola procedura non invasiva, per cui ti addormenti che sei malato e ti svegli che sei guarito, una cosa molto bella.

Foto Chiara Mirelli
Beh, è forse più facile guarire da una situazione di fibrillazione atriale che non guarire il nostro paese, come si evince anche dalle tracce del disco.

Questo di sicuro. Temo che per il paese e in generale per il mondo, in questo momento storico ci voglia una cura ben più potente.

In proposito si può dire che “Fibrillante” è un disco che guarda molto alla situazione politica attuale o, meglio, al sociale.

Si, più che politico direi appunto che è un disco sociale, che guarda, che fotografa attraverso alcune storie, alcune istantanee una realtà che, purtroppo, è di molte persone in questo triste momento storico.

In questi giorni ho ascoltato più volte il disco e penso che il brano forse più emblematico, in questo senso, sia “Cadere sognare”, uno dei pezzi più belli in assoluto.

Si, una canzone che anche dal vivo rende tantissimo, ci sono delle ovazioni quando la faccio …

E che ha un tema attualissimo …

Purtroppo si, il tema dei licenziamenti e della perdita del lavoro senza colpa, perché il protagonista della canzone non è licenziato perché non sa lavorare ma perché la finanza ha deciso che il suo lavoro non conta più.

In questo pezzo usi parole molto forti contro questo concetto di economia.

Si, purtroppo stiamo subendo questa subdola ideologia liberista che è poi la perversione dell’ideale liberale che, invece, è un ideale alto, che ci ha dato la libertà, la libertà di stampa, la democrazia, la modernità. Invece il liberismo ci sta togliendo tutto questo, in nome dell’idolatria del profitto, del denaro.

Anche se credo che “Cadere sognare” non sia una canzone totalmente pessimista.

Beh, insomma … è vero che, inizialmente, io avevo messo un finale molto più duro, direi quasi violento, poi mi hanno suggerito di ammorbidirlo un po’ …

Si forse ho colto proprio questo cercare di ammorbidire quella che è in fondo una tragedia.

Si, anche se in fondo si parla sempre di questo mettersi in riva al fiume ad aspettare che passi il cadavere del proprio nemico, in una situazione non esattamente morbida.

E’ comunque un Finardi molto combattivo quello che esce da questo disco, basta ascoltare in tal senso il brano “Come Savonarola”, no?

Io penso che in questo momento si debba smettere di subire e si debba, invece, reagire in maniera anche molto forte a quello che stiamo vivendo.

Accanto a questi temi sociali c’è, però, sempre una tua particolare attenzione verso l’universo femminile, sto pensando a due canzoni bellissime come “Lei s’illumina” e “Le donne piangono in macchina”.

Si, anche se io ne aggiungerei una terza che è “Fortefragile”. Diciamo che la speranza o, meglio, la consolazione per l’uomo resta sempre la famiglia e le donne sembrano, con il passare del tempo, diventare sempre più forti e più sicure. E' un po' come se con il crescere dell’età si passasse un po’ il testimone, prima sono gli uomini a essere il pilastro intorno al quale ruota la famiglia poi, a un certo punto, il testimone passa alle donne e gli uomini, che in questo periodo oltre alla perdita del lavoro stanno subendo anche una perdita di senso, di dignità, si devono appoggiare alle donne, che diventano l’ancora di salvezza di tutta la famiglia.

Hai citato appunto, oltre alle due canzoni che dicevo, “Fortefragile”, per la quale hai voluto coniare un neologismo, unendo questi due aggettivi normalmente in antitesi.

Si, in realtà non sono ossimori, non sono l’uno il contrario dell’altro, il vetro per esempio è sia forte sia fragile, la pietra è sia forte sia fragile se colpita nel punto giusto ed io credo che gli uomini siano proprio così, rispetto alle donne che sono più duttili, più elastiche. Gli uomini sono forti, ma se colpiti nel punto giusto cadono in mille pezzi e il fortefragile nasce dalla consapevolezza che, io senza mia moglie sarei finito, mentre lei, senza di me, probabilmente se la caverebbe benisissimo.

Un’altra storia di grandissima attualità cantata nel disco è “La storia di Franco”, com’è nata questa canzone? Si base su una storia reale?

Beh, fotografa una storia ahimè fin troppo comune, ma è nata proprio da un incontro reale fuori dal ristorante cinese dove ogni giovedì pranzo con Elettra, mia figlia maggiore. Un giorno uscendo da lì, ho incontrato un uomo che chiedeva l’elemosina, era seduto per terra e, quando gli sono passato vicino, mi ha chiamato “Eugenio Eugenio, non ti ricordi?”. L’ho guardato bene e così ho riconosciuto un uomo che, negli anni ’80, lavorava in una casa discografica, faceva le promozioni, era uno di quelli che portava in giro gli artisti stranieri quando venivano in Italia a far televisione e a promuovere il loro disco. Gli ho chiesto come stava, cosa fosse successo e lui mi ha raccontato che era stato lasciato dalla moglie, che da quel momento la sua vita si era disintegrata, che aveva poi perso il lavoro, ma la cosa che più mi ha colpito è stata quando mi ha detto “Sai non vedo più mia figlia da cinque anni”. Questa cosa mi ha toccato profondamente. Chiaramente la storia che canto non è la sua storia, ma quell’episodio è stato il punto di partenza per creare la storia di un padre che si trova a dover spiare da lontano propria figlia.

“Moderato” invece è invece un’accusa rivolta a chi, soprattutto politicamente, non prende mai una posizione?

No, la prendono anche una posizione, ma quelli che si definiscono moderati sono in realtà la rovina dei nostri tempi, incarnano un peccato capitale come l’accidia, sono quelli che avrebbero potuto fare, ma non hanno fatto e poi, in realtà, sono degli estremisti liberisti. Monti si definisce un moderato, Berlusconi stesso si definisce un moderato, ma non hanno fatto proprio nulla di moderato, anzi hanno portato alla rovina tantissime persone. Io poi, in generale, detesto la moderazione, la trovo la virtù dei vecchi. Io sono costretto, adesso, avendo avuto questa fibrillazione atriale, a essere moderato, posso bere solo un caffè al giorno, devo mangiare poco, bere poco, fare tutto poco …

E’ quasi una negazione del vivere?

Si, personalmente provo un forte disprezzo verso la moderazione. Gli artisti non sono mai moderati, nessun grande artista è mai stato un moderato. Non era moderato Mozart, non era moderato Caravaggio, né Picasso, né Bernstein, né Stravinsky, né Jimi Hendrix, tanto per citarne alcuni, nessuno di loro è mai stato moderato.

Si può dire che la moderazione vada di pari passo con la mediocrità?

Si, si può dire che è la virtù dei mediocri.

Per chiudere questo micro tour tra le tracce del disco, ci restano due brani, proprio quelli che aprono e chiudono questo nuovo lavoro. Partiamo dall’apripista “Aspettando”, un pezzo che ancora una volta sembra voler rilevare come, in una fase di eterna attesa che qualcosa possa realmente cambiare, siano sempre gli affetti a noi più cari le sole ancore di salvezza.

Si, ma è soprattutto il voler rimarcare questo senso di attesa tanto presente oggi. In realtà stiamo sempre aspettando che cambi qualcosa ma non cambia mai nulla. “Me ne vado”, invece, la canzone che chiude il disco è un omaggio alla Cramps, alla storica etichetta che pubblicò i miei primi album, l’etichetta degli Area, di Camerini, di Claudio Rocchi, di tanti personaggi, la prima vera etichetta alternativa italiana, che aveva una sua sonorità, un suo modo di dire le cose. “Me ne vado” è quasi una micro conferenza in musica, che racchiude i temi del disco e da finalmente una spiegazione del perché è successo tutto quello che io canto nelle canzoni del disco.

Mi ricordo che, in un’intervista rilasciatami in occasione del disco “Il cantante al microfono”, mi dicesti di essere molto soddisfatto di quel disco anche per il fatto di esserti finalmente sentito libero dall’onere di dover scrivere dei testi, com’è stato allora tornare a scrivere e soprattutto a scrivere in italiano, è stato un qualcosa di difficoltoso o il tutto è avvenuto, invece, quasi di getto?

Guarda, devo dire che il disco è nato abbastanza in fretta, i testi sono stati scritti nell’arco di un paio di mesi con l’aiuto anche di qualche amico come Gigi Giancursi e Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione, che mi hanno dato una mano in due pezzi, Max Casacci stesso. Devo però dire che la maggior parte del disco è farina del mio sacco. Era semplicemente arrivato il momento giusto. Dischi come “Anima blues”, quelli sul fado e su Vysotsky, mi hanno aiutato a liberarmi del fardello Finardi, dandomi il gusto di tornare a Finardi quando era il momento giusto.

Ti senti soddisfatto del Finardi scrittore, di essere tornato alla scrittura in italiano e con un disco così attuale?

Mah, si mi sento molto soddisfatto di questo disco, sono veramente molto contento.

Per altro è stato accolto molto bene dalla critica.

Certo. Posso dire, con soddisfazione, che ha avuto delle recensioni veramente stupende.

Sta avendo successo anche da un punto di vista live?

Molto, credo che i concerti fatti fino ad ora siano stati tutti molto belli, vissuti con molto entusiasmo, concerti rock molto vivaci.

L’invito che rivolgo a tutti, quindi, è quello di non perdere l’occasione di ascoltarlo dal vivo. Le date del tour le trovate tutte sul suo sito ufficiale.



Sito ufficiale di Eugenio Finardi: http://www.eugeniofinardi.it/
Il canale Youtube di Eugenio Finardi: http://www.youtube.com/user/eugeniofinardi

giovedì, marzo 20, 2014

NOIR & SONG Incontro con Rocco Rosignoli

di Fabio Antonelli

Il protagonista di questa nuova puntata della rubrica NOIR&SONG è il giovane cantautore parmense, Rocco Rosignoli, classe 1982.

Chitarrista e polistrumentista (mandolino, bouzouki) impegnato in diversi progetti, dalla canzone popolare, alla musica folk, alla canzone d'autore di propria produzione (testi e musiche). 

Nel 2008 è stato finalista al concorso MusicaControCorrente, semifinalista al concorso Botteghe d'Autore e terzo classificato al concorso I have a dream - una canzone per la pace. Nel 2010 ha composto ed eseguito la colonna sonora originale del film documentario A passo d'uomo, di Sara Bonomini e Maria Teresa Improta. È stato vincitore del LetterarioMusiContest 2010.

Nel 2011 pubblica “Uomini e bestie - una sinfonia dell'orrore”, un concept album dedicato all'immaginario horror da lui scritto, arrangiato e prodotto. Nello stesso anno si esibisce come solista ai Faber Days udinesi, organizzati dallo storico Folk Club Buttrio; alla rassegna D.O.P. organizzata dalla Biblioteca Civica di Parma; alla rassegna Sotto il cielo di Parma sul prestigioso palco allestito nel cortile del palazzo della Pilotta.

Nel 2012 collabora in qualità di chitarrista con Lee Colbert, cantante della Moni Ovadia Stage Orkestra, dapprima curando la parte musicale dello spettacolo Rosa rossa senza spine, dedicato a Rosa Luxemburg, e poi sviluppando un repertorio live vasto e vario che va dalla folksong americana, alla canzone sudamericana, alle songs di Brecht e Weill.

Lo stesso anno nasce la Rigoletto Records, associazione culturale volta alla salvaguardia e alla divulgazione della canzone d'autore. Rocco ne è fondatore insieme ad altri musicisti e cantautori parmigiani.

Durante il 2012, grazie a Rigoletto Records, nasce “Ascolti l'Autore”, iniziativa in partnership con la Biblioteca Civica di Parma. I cantautori della Rigoletto Records organizzano lezioni-concerto sui grandi cantautori. Rocco Rosignoli cura le lezioni su Leonard Cohen, Francesco Guccini e Jacques Brel.

Il 28 giugno 2013 Rocco Rosignoli presenta il suo terzo cd “Testuggini” al Mulino di Torrechiara (PR), locale storico e punto di riferimento per gli amanti della canzone d'autore. Successivamente parte per un tour promozionale estivo che, oltre che in Emilia, lo vedrà impegnato in Veneto e in Lombardia, dove tra l'altro si dà al busking per le strade di Milano.

Nel 2011 hai dato alla luce "Uomini e bestie", un disco o meglio un concept album che è un viaggio all'interno del genere horror. Quella congiunzione “e” presente nel titolo vuol forse unire questi due gruppi o non sempre uomini e bestie sono davvero distinguibili?

Nella testa ci riecheggiano sempre alcune parole chiave. Credo che il titolo mi sia stato suggerito da Steinbeck, ho un vivido ricordo d'infanzia del trailer di un film tratto dal suo "Uomini e topi". E come alcuni uomini per Steinbeck facevano una vita misera, paragonabile a quella dei roditori, così io trovo che alcuni uomini sappiano essere bestiali più delle bestie stesse. Ma alla fine, la congiunzione "e" rimanda anche alle storie che racconto nell'album: dalla Bestia del Gevaudan al dottor Frankenstein, racconto sia l'una che l'altra categoria - che come tutte le categorie, sono fallaci.

Già, il disco sembra sposare la tesi che non sempre è facile dirimere ciò che è bene da ciò che è comunemente considerato male, esemplare in tal senso il brano “Frankenstein conversazione fra Victor e la creatura” in cui i ruoli sembrano scambiarsi di posto. No?

Assolutamente. La chiave di lettura che scelgo (e non sono il primo a farlo) è quella di un rapporto padre-figlio tra lo scienziato pazzo e la sua creatura. Un rapporto da cui la creatura esce devastata, allontanata dalla freddezza del padre, che dopo averla messa al mondo rifiuta di darle la sua autorizzazione a vivere. Chi è l'uomo, chi è il mostro, in questo caso? Sembrerebbero la stessa persona. Ma allora, cos'è la creatura? Uomo o bestia? Non lo sappiamo, e nemmeno lei lo sa. E questo non le fa bene...

La stessa cosa accade in fondo nella canzone “La strega”, la più antica tra tutte, mi pare di capire, in cui il soggetto è tra i più classici della storia umana. Oggi magari ci fa sorridere pensare all’idea che una donna potesse essere considerata una strega e per questo finire al rogo, però nei secoli bui del medioevo tantissimi “femminicidi” sono stati considerati dall’uomo opere di bene, tanto che il brano si chiude con questi versi “pensavi che il diavolo dava la vita e che invece per mano di un uomo saresti poi morta”. Quella che in apparenza poteva essere una storia legata al passato, sembra invece ripetersi all’infinito, sbaglio?

Non sbagli. Oltretutto, quello che oggi è definito "femminicidio" è l'ultima propaggine di una cultura che ai nostri occhi risulta (si spera) terrificante. Quante canzoni popolari sono piene di riferimenti a stupri, che trattano in modo gioioso... qualche esempio? "Veniva giù dai monti tutta spettinata, me l'hanno rovinata, la chitarrina"... O ancora, "La Gigiassa nel canale a gambe all'aria, le erano addosso in sette o otto..." (questa è in dialetto parmigiano, non so se ne esistano varianti nel resto d'Italia). E c'è anche "Il cacciator nel bosco", in cui allo stupro si rimedia con un matrimonio finale, che riappacifica l'animo della violata, e che fino a un tempo spaventosamente recente (anni '60, il caso Franca Viola fu la prima donna a rifiutarlo) era ancora un'usanza. Se il canto popolare è espressione dell'anima di un popolo, lo è nel bene come nel male. Insomma, se questo era l'inconscio narrativo cui facevano riferimento i nostri antenati, disgusta ma non sorprende la violenza che ancora è perpetrata ai danni delle donne. "La strega" di cui canto ha veramente sposato il diavolo, o almeno lei lo crede. Ma la pena che patisce è certamente più grande di qualsiasi sua colpa, e a infliggergliela non è il diavolo, che ne avrebbe pur sempre il compito, ma gli uomini stessi.

Ascoltando con attenzione i testi delle tue canzoni, ci si accorge subito della tua estrema familiarità con la letteratura e in più passaggi si coglie anche il prezioso lavoro di ricerca svolto, mi riferisco ad esempio ai brani “Il corvo” e “Il mio funerale”, il primo una poesia di Edgar Allan Poe, qui nella traduzione del poeta Ernesto Ragazzoni, il secondo una poesia dello stesso Ragazzoni. Come hai conosciuto l’opera di questo poeta e perché hai voluto musicare proprio questa sua poesia?

Ragazzoni è un poeta vissuto tra otto e novecento, che di solito è schedato come l'ultimo dei poeti scapigliati. Lombardo, vizioso, coltissimo, fu in qualche modo riscoperto da Vittorio Gassman, che recitò spesso sue poesie in pubblico. A me l'ha fatto scoprire l'amico poeta Andrea Peracchi, con cui ho collaborato a lungo. La poesia "il mio funerale" capitava a fagiolo per affrontare in maniera scanzonata quello che è l'orrore supremo, ossia la morte. "Il corvo" invece è un classico della letteratura horror (ma anche della letteratura tout court), e la traduzione di Ragazzoni, che non è letterale, rispetta la metrica dell'originale, dunque si prestava particolarmente a essere musicata. Il poemetto è lunghissimo, e non l'ho musicato integralmente; nel disco è diviso in due parti, che hanno la stessa melodia ma un arrangiamento completamente diverso; la parte prima è swing, la seconda invece l'ho suonata con oud arabo e bouzouki, suoni un po' esotici che rendono il pezzo abbastanza straniante.

Un’ultima domanda forse un po’ provocatoria, frugando nel tuo subconscio, in questo tuo disco dedicato all’immaginario horror, c’è un personaggio che più di altri magari anche solo lontanamente, ti somigli? Ti senti in qualche modo membro di questo immaginario?

Probabilmente il personaggio cui somiglio di più è proprio la creatura di Frankenstein. Tant'è che, anche se giudico il brano uno di quelli che ho arrangiato meglio, è forse quello che ascolto con maggior fatica... ma ci sono cose di me in ogni personaggio: forse in particolare ne "L'Uomo Lupo", che in uno scorcio di vita notturna descrive molto bene quello che era il mio universo esistenziale qualche anno fa (la canzone è del 2008, credo). Pur non concedendomi agli eccessi ogni sera, uscivo molto di notte, e (beata gioventù) mi rimanevano le forze per lavorare tutti i giorni. Non andavo mai a ballare, non mi diverte; ci si trovava a casa di amici, musicisti e non, a parlare fino a notte fonda. Andavo a letto sempre tardi, e pur non accoppando nessuno la mia vita notturna mi faceva sentire simile a un licantropo... che il giorno dopo smetteva i panni del nottambulo e andava a far lezione in classe! Sono stati anni divertenti, e molto formativi. E ovviamente, oggi mi mancano: anche se sono ancora giovane, non lo sono più così tanto. A volte si parla di gioventù spensierata. Io non credo di essere mai stato spensierato, quello che mi manca a pochi anni di distanza sono le energie cui potevo dar fondo allora!

Sito ufficiale di Rocco Rosignoli: http://www.roccorosignoli.altervista.org

venerdì, marzo 14, 2014

Andrea Celeste, dal jazz al cantare la “sua” amata Genova.

di Fabio Antonelli

Andrea Celeste, toscana d’origine, ma ormai genovese d’adozione da sette anni, dopo aver debuttato nel 2008 in ambito jazz con “My Reflection”, un album che ha riscosso ampi consensi della critica, tanto da essere paragonata ad Anita Baker, Diana Krall e Eva Cassidy, seguito da “Enter Eyes” (209) in duo con il pianista Andrea Pozza e “Something Amazing” (2012), ha voluto omaggiare Genova con il disco “Se stasera sono qui”, che la vede interprete di canzoni note e meno note di alcuni tra i più importanti protagonisti della “scuola genovese”.



Andrea, tu musicalmente vieni da un trascorso, seppur breve di grande soddisfazione ma legato al mondo del jazz, in veste anche di compositrice. Come mai ti sei voluta avvicinare alla canzone d'autore in veste d’interprete, per la prima volta cantando in italiano?

E' nato tutto da un viaggio che ho fatto a NY nel 2012. Sono stata lì un mese, ho cantato, ascoltato tante cose e ho capito che a me mancava esprimermi nella mia lingua madre. Soprattutto ho rivalutato il mio retaggio culturale, il mio essere italiana e ho deciso di tornare a cantare per la mia gente. Tornata da NY, ho ricevuto a grande sorpresa il Premio Via Del Campo e l'ho preso un po' come un segno visto che non avevo ancora pubblicato album in italiano. Ho deciso di partire studiando la canzone dei cantautori genovesi perché ritengo che questo gruppo di artisti abbia donato moltissimo alla musica italiana, sia in quantità sia in qualità. Essendo ormai genovese da sette anni, mi sembrava giusto così. Da lì il passo per uno spettacolo dedicato ai cantautori, è stato breve e dopo il tour dell'estate scorsa, il disco.

Come mai hai voluto intitolare il disco proprio con il brano "Se stasera sono qui" di Luigi Tenco, che qui condividi con la voce calda e scura di Zibba? Sembra quasi che ti sentissi dentro che quello era un duetto con chi di lì a poco avrebbe trionfato nella sezione giovani a Sanremo? Scherzi a parte, immagino sia stata una scelta ragionata?

Ahahha!
In verità ho pensato alla frase "se stasera sono qui" come a una sorta di frase di presentazione... Se stasera sono qui è perché ... Ho qualcosa da raccontare, da cantare, da condividere... E poi adoro Luigi Tenco.
Ho chiamato Zibba perché avevo avuto l'idea di riarrangiare il brano in chiave jazz manouche e sentivo la bellissima voce calda di Zibba fin dall'inizio. Ho fatto una scelta puramente artistica e sono felice del risultato.

Lo immaginavo, la stessa copertina, che ti immortala con quell'aria fresca e sbarazzina, sembra voler dire proprio, eccomi qua a cantare canzoni non mie, in parte note, ma rivestire di nuova vitalità, piene di fragrante bellezza.

Grazie, sono felice che il messaggio sia così chiaro e pulito.



Tornando proprio alla canzone che da il titolo al disco, giustamente hai detto della scelta di riarrangiare il brano in chiave jazz manouche, quanto credi ci si possa spingere nel rimaneggiare una canzone non propria senza rischiare magari di "tradirla"?

Io credo che chi si prende la briga di ripresentare il brano di un altro artista sia "obbligato" a farne una propria lettura. Personalmente non amo sentire "cover", ovvero brani semplicemente risuonati e cantati esattamente come l'originale, ma preferisco sempre "sentire una nuova visione" dello stesso messaggio, qualcosa che lo rinnovi o lo complichi o lo renda anche diverso, perché no? Altrimenti mi ascolto l'originale. Questo è l'approccio che cerco di mantenere come interprete.

Mi trovi pienamente d'accordo e tra i brani presenti nel disco, forse uno dei più belli in questa chiave di lettura è la swingheggiante versione di "La ballata dell'amore cieco", non sei d'accordo?

Grazie Fabio. Trovo che il testo di quella canzone sia di una bellezza crudele e profonda, è stata una grande sfida cantarlo.

C'è un brano che più di tutti ti ha lasciato pienamente soddisfatta e appagata, magari proprio per come sei riuscita a creare qualcosa di nuovo da un brano non nuovo?

Devo dire che uno dei brani di cui sono più soddisfatta è "Sera sul mare". Per prima cosa credo che il testo, una poesia del grande poeta genovese Riccardo Mannerini e riadattato in alcuni punti con grande arte e altrettanta poesia da Marco Ongaro, sia straordinario. Credo che tutti dinanzi alla potenza del mare ci sentiamo così ... Il brano è stato musicato da Vittorio De Scalzi e fa parte dell'album "Gli Occhi Del Mondo". Ti dico solo che la versione originale è talmente perfetta e ben suonata che mi sono chiesta mille volte "ma perché ho deciso di cantare proprio questo brano!?!?!". Poi sono arrivata ai ferri corti con me stessa e ho detto "ok, adesso ti siedi al piano e trovi un'idea!". La potenza del testo e la perfezione della melodia hanno fatto si che decidessi di suonarla io stessa spogliandola totalmente dal portamento ritmico e armonico dell'originale e lasciando che i tasti del piano e la voce semplicemente riportassero le cose allo stato "nudo e crudo". Ne sono molto orgogliosa, ci tenevo a cantare un testo di Riccardo Mannerini e volevo che fosse diverso da tutto quello che avevamo fatto fino ad allora.

A proposito di Vittorio De Scalzi, c'è anche un suo brano inedito che hai avuto la fortuna di cantare qui, com'è andata la questione? Come hai avuto “Mentre cadiamo giù”?

Chiesi a Vittorio di scrivere un brano per me perché due anni fa volevo provare Sanremo. Dopo due giorni venne in studio e aveva scritto questa bellezza dal titolo "Mentre cadiamo giù". Che dire, Sanremo non l'abbiamo sicuramente vinto, ma il brano resta una perla rara e dimostrare la grande maestria di chi ha fatto la storia della musica italiana, quella bella. Ho deciso poi di inserirlo in "Se stasera sono qui" per rendere omaggio a un artista che non ha mai smesso di evolversi e che è stato così generoso da regalarmi un così bel brano e addirittura venirlo a cantare con me in studio. La vita è piena di sorprese, non bisogna arrendersi mai...

Vittorio De Scalzi è, in effetti, il secondo ospite di questo disco, mi permetto ora di chiederti una cosa, nel caso ci fosse un seguito a questo disco, un nuovo omaggio alla canzone d'autore genovese, l'ipotesi di cantare un brano di un artista colto e raffinato come Max Manfredi la vedresti operazione possibile?

Certamente! Abbiamo parlato tempo fa di una collaborazione, ma poi non realizzammo niente. Max è un artista davvero unico, sarebbe bello collaborare.

Ma una Andrea Celeste in veste di cantautrice?

Sulla carta sarei già una cantautrice, anche se in Inglese. Diciamo che sto lavorando a un disco in Italiano, scrivendo in collaborazione con Karen Ciaccia e altri bravissimi artisti genovesi.

Bella notizia, godiamoci intanto questa stupenda interprete, stai portando in giro il disco in questo periodo? Dove è possibile vederti dal vivo?

Per adesso abbiamo in programma uno showcase al Fim - Fiera Internazionale della Musica a Maggio e stiamo lavorando per il tour estivo sperando di poter portare in tante piazze questa musica.

Te lo auguro di cuore, perché c'è tanto bisogno di musica di qualità.

Grazie per la definizione, ne sono lusingata.



Sito ufficiale di Andrea Celeste: http://www.andreaceleste.it/
Andrea Celeste su Facebbok: http://www.facebook.com/andreacelestemusic
Canale Youtube di Andrea Celeste: http://www.youtube.com/user/andreacelestemusic

venerdì, febbraio 28, 2014

Recensione CD "L'appartenenza" di Pippo Pollina

Pippo Pollina è reduce da un 2013 straordinario.

Nel maggio scorso ha festeggiato i suoi cinquant’anni di vita con tre straordinari concerti sold out nella “sua” Zurigo, ai quali hanno partecipato ospiti del calibro di Franco Battiato, Inti-Illimani, Linard Bardill, Konstantin Wecker, Martin Kälberer, Werner Schmidbauer, Giorgio Conte tanto per citarne alcuni.

In agosto ha poi concluso nella splendida cornice dell’Arena di Verona davanti a più di diecimila persone, la lunga e fortunatissima tournée legata al disco Süden, scritto a sei mani con Martin Kälberer e Werner Schmidbauer.

Poi una breve pausa, giusto il tempo per scrivere finalmente un album tutto in italiano o quasi. E’ stata una scrittura di getto ma in realtà pensiamo che questo disco lo meditasse e sedimentasse in cuor suo da tanto, perché L’appartenenza, così s’intitola il nuovo lavoro, è un vero e proprio concept album, segno evidente di una sorta di bilancio della propria esistenza, in cui il fil rouge che unisce le tredici tracce è proprio il concetto di appartenenza, intesa come tutte quelle cose e quei valori ritenuti importanti per la propria vita, cui si è legati, cui è legato il proprio nome e la propria firma, non tanto a livello artistico quanto a livello umano.

La canzone che più di tutte spiega il punto di partenza di quest’album è proprio la traccia omonima, una vera e propria dichiarazione d’intenti e di solide aderenze ai propri ideali, anche se ogni scelta di campo porta inevitabilmente a farsi domande sul proprio passato “Ci sarà nel silenzio / oscurità per vedere quello che non sono stato / quello che non ho compreso tutto l'amore atteso / tutto l'amore”, ma soprattutto sull’incerto futuro “Ma dove vai tempo che mi illudi? Cosa fai tempo che ...?”.

Non è, però l’unica canzone a parlarci chiaramente di appartenenza, basta ascoltare Cantautori. Pippo da sempre, con le proprie canzoni, è voluto entrare a far parte di chi scrive canzoni solo quando abbia davvero qualcosa da comunicare e che considera le canzoni veicoli privilegiati attraverso il quale far correre le idee. Eccolo allora cantare “Siamo tutti orfani di Lucio e di Fabrizio / non perché difetti a noi l'arguzia né il coraggio / ma é solo una questione di cuore e di paesaggio / di idee che mai diventano scorta d'equipaggio. / Siamo tutti orfani di Giorgio e di Gabriella / di Piero e di Luigi che riposan su una stella / parenti stretti di Enzo Sergio e di Gaetano /compagni di bevute di alcool e metano”. Se tutto questo non è senso di appartenenza.

Ancora, sempre a proposito di appartenenza, c’è una delle canzoni più intense e dolenti del disco Laddove crescevano i melograni, in cui Pippo spiega le ragioni profonde che l’hanno portato a lasciare l’Italia nel 1985. E’ canzone di dolci ricordi “lo sguardo ingenuo delle ragazze stava cambiando poco a poco / e le osservavo senza capire il gioco suadente del sorriso / che ricamavano su quella bocca alito dolce di fiordaliso” frammisti ad altri dolorosi “Crollavano tutti come birilli attori prima dell'abbandono / lo stato in cravatta al funerale e un attimo prima a firmare il condono” fino all’unica scelta possibile “E mi dicevo corri ragazzo prima che il germe della vergogna / possa vincere il tuo disprezzo possa ubriacarti come una spugna / e mi dicevo corri fai in fretta prima che uccidano la fantasia / con una scatola usa e getta con un controllo di polizia” non senza rimpianti però “Laddove crescevano i melograni ci torno ogni tanto di nascosto / a piangere l'uomo che non sono stato ad assaporare l'odore del mosto”.

Sempre in tema autobiografico, sebbene musicalmente molto diversa, tesa e vibrante di rock, è Sono chi sei sono chissà, in cui Pippo ripercorre, attraverso una serie d’immagini, la propria esistenza. Una canzone quindi fatta di bilanci, in cui l’immagine più bella potrebbe essere proprio questa “Sono la solitudine di una notte deserta l'inquietudine incompresa della libertà”, perché spesso scegliere di agire coerentemente per la libertà, porta a essere soli e incompresi.

C’è però forse una canzone, Da terra a terra, che più di tutte riesce a spiegare quale profonda amarezza possa scaturire dal vedere crollare davanti ai propri occhi certe impavide utopie “Io si c'avevo creduto a un mondo dove si uniscon le mani / da terra a terra queste mani nel sacro fuoco degli altipiani / in mezzo ai grattacieli alle fabbriche delle illusioni / fra le pagine dei vangeli fra le lacrime delle passioni” e in quei tristi momenti non resta forse che aggrapparsi alle persone che ci amano e ci vivono accanto “Tutto sarà tenerezza, laddove la giustizia è tenerezza / e il tuo sorriso è un lieve pensiero il peregrinare lento d'un veliero”.

Anche Risveglio, giocata su toni delicati e sognanti, vuol valorizzare l’importanza di chi condivide con noi gli stessi ideali “E sarò il tuo fiore nel giardino / la tua sofferenza la tua fatica / e del tuo sollievo la voce amica / che ti parlerà ...” in una dimensione quasi onirica “Tutto sarà il sogno mai sognato / e sarà preghiera sul sagrato / e tutto sarà il viaggio mai finito / vicino a te ... accanto a te ...”. Con lui la voce e la lingua tedesca del bavarese Schmidbauer.

Nel disco c’è spazio anche per l’amore, quell’amore viscerale per la propria terra natia “Ti vogghiu beni puru ca semu luntani / puru ca nun ti ricordi li me occhi lu me nnomi” che mai verrà meno “Ti pirdunu terra mia nun t`abbandunu / ca lu coru t'apparteni ora e sempri” e che, cantato nei solchi della tradizione in Ti vogghiu beni, segna il ritorno di Pippo alla propria lingua natia, impegnato in un toccante duetto con Etta Scollo, una delle voci più significative della Sicilia.

La Sicilia è sempre stata ben presente in Pippo e a un eroe di quella terra, don Pino Puglisi, ucciso da Cosa Nostra il giorno del suo 56º compleanno, per il suo costante impegno evangelico e sociale, è dedicata l’accorata ma delicata, E se ognuno fa qualcosa, in cui risuona, quasi come un’eco, una domanda “Ma chi è lei? / Ce lo dica Don Pino che di eroi ci nutriamo / per riempire quel vuoto, quel niente che siamo”.

Se la Sicilia, com’è ovvio che fosse, è molto presente in un disco che parla di appartenenza, nella track-list troviamo però anche Helvetia una canzone di stampo folk dedicata da Pippo alla Svizzera, la terra che l’ha accolto, cui canta questi bei versi quasi fossero rivolti alla propria amata “Tu mi hai guardato e mi hai capito/ senza parola proferire / e mi hai abbracciato con un dito / e mi hai baciato all'imbrunire. / E mi hai sfamato con un candito / mi hai regalato dieci lire. / E quando tutto precipitava /mi hai sussurrato non andar via / il mondo è grande ma la tua casa / ti aspetta ed ha già nostalgia / delle canzoni delle parole / delle tue malinconie / che fendono queste nebbie al sole / che oscurano le bugie”. Una Svizzera ben lontana dai tanti cliché che l’accompagnano e da quel essere spesso paese odiato senza alcun valido motivo.

Tra i valori più importanti, i legami più forti, non potevano certo mancare quelli con le persone con cui è vissuto, ecco allora due canzoni molto poetiche.

La prima, Anniventi, è dedicata al figlio tenendo però sempre ben presente un valore irrinunciabile come la libertà “Qualunque sarà la via / qualunque la tua compagnia / qualunque la tua idea. / Vai vai vai ...”. Un invito a guardare avanti sempre e comunque.

La seconda, Adesso che, dedicata invece alla madre e che si chiude con questi dolcissimi versi “E se ti sorprendo incerta lo sguardo lontano / ti seguirò senza farmi vedere … / Ti stringo lieve dammi la tua mano”.

Qualcuno, leggendo la track-list ci dirà: ma Mare mare mare? Ve ne siete forse dimenticati? No, assolutamente. E’ la canzone che, di fatto, apre il disco dopo la strumentale Preludio e in maniera spensierata, anche molto ironica, ironia resa ancora più percepibile dalla partecipazione di Giorgio Conte. In questo brano è espresso, in pochi versi, l’immenso desiderio di vivere una giornata al mare da parte di un uomo come Pippo che, nativo di Palermo, si è trovato catapultato a vivere per tanti anni in un paese come la Svizzera, in cui il mare non si vede neppure guardando con il binocolo. “Mare mare mare datemi una giornata al mare / sarò un idiota un superficiale un personaggio demenziale” così recita l’accattivante ritornello e sono sicuro che, se Pippo e Giorgio questa canzone l’avessero cantata a Sanremo, una volta tanto Festival della Canzone Italiana e Premio Tenco (per altro entrambi sempre freddi nei confronti di Pippo) avrebbero trovato il trait d’union.

Un grande disco, arrangiato e suonato magistralmente, se qualcuno ancora non l’avesse intuito.




















Artista: Pippo Pollina
Titolo album: L’appartenenza
Etichetta: Jazzhaus Records
Distributore: Artist First

Produzione artistica: Pippo PollinaMartin Kälberer
Anno di uscita: 2014

Durata totale: 48:34

Elenco tracce:                                   
01. Preludio
02. Mare mare mare
03. Cantautori
04. Laddove crescevano i melograni
05. Sono chi sei sono chissà
06. Anniventi
07. Da terra a terra
08. Helvetia
09. Ti vogghiu beni
10. L’appartenenza
11. E se ognuno fa qualcosa
12. Risveglio
13. Adesso che

Brani migliori:
Da terra a terra
Laddove crescevano i melograni
Mare mare mare

Musicisti e Ospiti:
Pippo Pollina: voce, chitarre acustiche, chitarre classiche, piano acustico
Martin Kälberer: voce, programming, piano acustico, tastiere, percussioni, fisarmonica
Walter Keiser: batteria
Roberto Petroli: sassofoni, clarinetto, EWI
Stefania Verità: violoncello
Jean Pierre Von Dach: chitarre elettriche, chitarre acustiche

Giorgio Conte: voce (2)
Etta Scollo: voce (9)
Werner Schmidbauer: voce (12)

Link:

venerdì, gennaio 24, 2014

Cara! Una meteora di rara luminosità



Intervista a Patrizia Laquidara
di Fabio Antonelli

Ai fans di Patrizia Laquidara, agli internauti più incalliti, ai rabdomanti sempre in cerca di musica di qualità non sarà certo sfuggita l’apparizione sul sito dell’artista, nel mese di novembre dell’anno appena concluso, di “Cara!”, un’autoproduzione indipendente in edizione limitata prodotta dall'Associazione culturale Luna Nordestina e messa in vendita solo online e solo per un mese. Una meteora di rara luminosità. Ecco, per chi se la fosse persa, un’intervista con l’autrice di questo prezioso disco.   



Com’è nata l’idea di realizzare “Cara!”, un disco che ti vede per la prima volta in veste d’interprete e non di cantautrice?

Devo anzitutto premettere che io amo interpretare nella stessa misura in cui amo scrivere. A volte, anzi, l'essere solo interprete mi dà la sensazione di poter vivere il mio canto con maggior libertà. Cantare cose che io non ho scritto, storie che non conosco, che non so come sono nate, mi dà la possibilità di inventare mondi sempre diversi. Scrivere è un lavoro creativo, ma cantare è inventare. Se canto ciò che è stato scritto da qualcuno che non sono io, quella storia è un territorio completamente inesplorato, è come addentrarsi in un sentiero sconosciuto che non sai mai dove ti porta.
Di là di questo, ho tutta l'intenzione di scrivere ancora e molto. Quest’album, “Cara!”, è stato una specie di felice parentesi, quasi un appunto durante un periodo che mi vede invece concentrata sulla scrittura del mio prossimo album, che vorrei uscisse quest'anno. Ho sempre avuto tempi lunghi di gestazione. Sono molto meticolosa e critica con me stessa. “Cara!” invece è arrivato più facilmente, per questo parlo di parentesi felice. Mi sono seduta ad ascoltare e ho ripreso in mano cose che avevo già registrato in passato e che volevo far riascoltare e poi ho aggiunto brani nuovi, reduce anche dalla mia terza tournée in Brasile, che mi ha dato nuovi spunti, nuove conoscenze. Io, che come ho detto amo interpretare, ho trovato in Brasile un bacino immenso di perle preziose.  Ne è uscito così un disco piuttosto eterogeneo e “sui generis” dove la ricerca di un suono unico che accompagni tutto il disco non è una prerogativa. S’incontra invece una voce che si muove, che cambia nel tempo e che è cambiata dal tempo, che muta in base agli spazi e a dove risuona. Alcune cose sono state registrate in casa, altre in un eremo, altre in studio, altre ancora nelle stanze di una villa. E' soprattutto un lavoro autoprodotto che ho reso acquistabile solo per un mese sul mio sito ufficiale. Una sorta di regalo per le persone che mi seguono e che spesso negli anni mi chiedevano di poter ascoltare dei classici brasiliani da me interpretati. Tutto questo per far capire che “Cara!” è un progetto particolare e non il nuovo disco ufficiale con il quale presentarmi al pubblico dopo “Il canto dell’Anguana”.

In proposito, se però qualcuno leggendo questa intervista fosse interessato all’acquisto di “Cara!”, non può più farlo perché il disco era acquistabile solo fino alla fine di novembre? O si faranno delle eccezioni?

Si faranno delle eccezioni, perché la gente continua a richiedere il disco, perché è stato venduto bene ed è stato richiesto anche all’estero. Sono arrivate richieste dal Giappone, dalla Francia dal Brasile stesso ...  quindi ho deciso di venderlo ai miei concerti e di venderlo allo stesso prezzo con cui è stato venduto online nel mio sito. Questo perché una parte dei proventi sarà devoluta a un orfanotrofio che si chiama Copame e che ho visitato quest'anno durante il mio tour in Brasile e piu' precisamente a Santa Cruz do Sud. Con Giancarlo Bianchetti, che mi ha accompagnato durante tutta la tournée, abbiamo suonato all'interno dell'orfanatrofio ed è stata un’esperienza meravigliosa cantare di fronte a quei bambini che ci ascoltavano rapiti, assetati di musica, assetati di altro ... L'orfanotrofio ospita 42 bambini tra gli 0 e i 12 anni. E' un'esigenza forte per me mantenere un contatto con questa istituzione, con questi bambini, che mi permette anche in qualche modo di ricambiare, nel mio piccolo, il tanto che ho ricevuto da questo paese e da quest’ultimo viaggio.

Questa tua passione per la musica brasiliana nasce dalla lunga esperienza del triplice tour in Brasile o era una passione che avevi già dentro e, anzi, il tour in Brasile ne è stata la logica conseguenza?

(ride) No, sicuramente è la seconda che hai detto, il tour è stato una conseguenza. Infatti, come ti dicevo, le prime canzoni le ho registrate nel 2000 ...

Partono da lontano dunque.

Si, assolutamente. E’ anche vero che sono stata in Brasile per la prima volta nel ’91, ma quello è stato un viaggio che non aveva niente a che fare con la musica e anzi neppure conoscevo la musica brasiliana. E’ stata un'esperienza molto particolare, molto dura anche e in alcuni momenti drammatica, infatti, durante quel viaggio, ho visto gente morire, gente portata in prigione, ho visitato le favelas più povere del nordest ed era il periodo degli squadroni della morte. Durante la mia permanenza una notte uccisero diversi bambini nelle strade di Recife, sono stata vicina a chi lottava per la riforma agraria e ho visto i lavoratori della canna da zucchero dentro le piantagioni che lavoravano dalla mattina alla sera, senza alcun diritto, veri e propri schiavi. Sono poi tornata in questi luoghi, ma molto più avanti e già io ero cambiata, più pronta a vedere tutto ciò. Quel primo viaggio, invece, fu molto duro per me, molto penoso, anche se lo ricordo ora come un'esperienza preziosa e formativa per me, per la mia vita, per la mia visione del mondo. Dopo quel viaggio, al ritorno in Italia ho messo per molti anni da parte il ricordo di ciò che avevo visto e vissuto, tutto ciò che era così inconciliabile con la vita che vivevo ... che erano così penoso da ricordare.  Grazie alla musica poi mi sono riavvicinata a quel paese lontano, feroce e pieno di bellezza, espressa con la musica che fa e che dona al mondo. Mi sono così nuovamente riavvicinata a quel primo viaggio, che ormai avevo metabolizzato e a quel paese. In seguito il Brasile è sempre stato nei miei interessi e ci sono tornata spesso, portata soprattutto dalla musica fino alla mia ultima tournèe di quest'anno, durata un mese e mezzo, lunga seimila chilometri.



Tornando al disco, oltre a bellissimi brani pescati dalla migliore tradizione, troviamo splendide illustrazioni, dei veri e propri ritratti di te.

Si, le illustrazioni sono state realizzate da Miriam Pertegato, le ho chiesto di disegnare per me lasciandole però la massima libertà. Sapevo che lei avrebbe fatto un lavoro cosi bello. E poi ho chiesto a Giuli Barbieri, un'altra cara amica, di occuparsi della grafica. Cosi com’è successo per “Il canto dell'Anguana”, ci tengo ad avere l'ultima parola su ciò che poi uscirà, su ciò che mi rappresenterà. Seguo i miei lavori in toto perché la copertina, la grafica, come le foto, i colori, sono per me un prolungamento di ciò che si trova all'interno, della musica. Sapevo che con queste due amiche donne non avrei avuto nessun problema e che mi ero affidata a buone mani, a chi con me è capace di risuonare.

Una volta tanto non sei fotografata, ma ritratta attraverso dei disegni.

Volevo un lavoro più “poetico”, più evanescente e sapevo che potevo ottenerlo affidandomi ai disegni di Miriam, che potevo ottenerlo “rimandando” alla mia immagine invece che fotografarla. Tutto questo rispecchia anche l'idea di un disco “trasversale” rispetto ai miei lavori precedenti. Inoltre mi piace mettere insieme più forze, lavorare a un progetto comune dove c'e' spazio anche per la creatività altrui, com’è stato per questo lavoro e anche per "Il canto dell'Anguana". Questa volta però è' stato più facile ottenere il risultato, forse perché siamo donne, forse perché c'è una sensibilità comune, forse perché anch’io sapevo di potermi fidare della competenza e dell'arte di queste due donne. Alla fine la grafica mi ha ringraziato dicendomi che avevo svolto molto bene il mio ruolo di “direttore d'orchestra”. Ecco posso dire di essere soddisfatta, i disegni poi mi piacciono molto.

Anche a me, perché direi che s’inseriscono perfettamente in un libretto decisamente minimalista.

Si, hai ragione. E’ molto minimalista. L'ho voluto cosi. Infatti, non ho inserito nemmeno i testi, sebbene un testo, che ho cantato in italiano sia stato tradotto da me. Ho invece inserito alcune mie poesie che, chiamarle poesie, io che per la poesia ho un rispetto assoluto, mi sento sempre in imbarazzo. Li chiamo quindi testi poetici. Un testo che nasceva già in portoghese due anni fa e altri brevi appunti che si sposavano bene con ciò che volevo comunicare con la voce. Ho sempre un po’ di ritrosia nel far leggere le cose che scrivo se non sono dentro a una musica ma questa volta sono stata dolcemente spinta dalla mia grafica che, lette alcune mie cose, mi ha spronato a pubblicarle. D'altronde scrivo molto, racconti, fiabe, appunti, testi poetici e più volte mi è stato chiesto di pubblicarli. Credo che un giorno lo farò, dato che ho scritto sempre, ricordo il mio primo diario all'età di 8 anni. Ho almeno dieci scatoloni pieni di fogli, quaderni, diari su cui ho appuntato storie, impressioni, sogni, testi.



Di solito chiedo subito il perché di un certo titolo dato a un disco, non l’ho fatto fino ad ora, rimedio subito, perché “Cara”?

Lo spiego nel libretto.

Lo so lo so (rido), vorrei però lo spiegassi a chi ci legge.

Hai ragione. Beh, innanzitutto “cara” è una parola presente sia nella lingua italiana sia in quella brasiliana, anche se con significati totalmente diversi. In quest’ultimo tour, ho cantato anche in comunità che avevano una discendenza italiana, con figli e nipoti d’immigrati italiani. Spesso le persone che incontravo in questi posti mi facevano leggere le lettere dei primi immigrati e queste iniziavano tutte con “cara”: “cara moglie, cara fidanzata”, ecc. . Cara inoltre, come mi è cara la musica brasiliana, fonte di tanta gioia e conforto per me. Ma, soprattutto, “cara” in brasiliano significa “faccia” e in questo disco mi sono esposta soprattutto con la voce e la mia voce è la mia faccia, la mia identità. Ecco dunque perché “Cara!”.

Si può dire che quasi ti sei messa più a nudo qui, in veste d’interprete, che non nei tuoi dischi precedenti dove eri anche autrice dei testi?

Beh, in un certo senso si, quelle di “Cara!” sono tutte canzoni meravigliose che lasciano il segno. Alcune, essendo dei classici, sono anche molto difficili da interpretare perché hai alle spalle grandissime interpretazioni. Mi sono ritrovata spesso con la voce messa a nudo, accompagnata da una sola chitarra, da un pianoforte e un violoncello, da un'orchestra dove ho cantato in presa diretta, non potendomi permettere correzioni. E’ chiaro che la voce è così molto più “scoperta”.

Si, è proprio quello che intendevo dire. A tratti è quasi come se camminassi sospesa su un filo, soprattutto in quei passaggi più difficili, quando magari ti avventuri con la sola voce.

Si, anche se comunque penso che, in alcuni episodi, la voce venga fuori con una potenza che non ho usato nei miei dischi come “Funambola” o come “Indirizzo portoghese”.

Indubbiamente, potenza mista a fascino ed eleganza.

Grazie. Devo dire però che sono stata ottimamente accompagnata: con me nel disco compaiono musicisti come Paolo Birro, Giancarlo Bianchetti, Marumo Sasaki, solo per citarne alcuni ...

Ci sono date previste in cui presenterai questo disco?

No, nel senso che adesso sto già facendo delle date e anzi sto partendo con un tour prevalentemente teatrale che giungerà fino a quasi fine febbraio. Da marzo in poi si aprirà una nuova stagione, con delle novità. In questi concerti sicuramente inserirò qualcosa in più di brasiliano, per ricordare che esiste “Cara!” e per dare un filo logico a quello che sto facendo, però non saranno mai concerti che parlano solo del disco.

Tornando per un attimo alle tracce del disco, vuoi forse aggiungere qualche altra considerazione?

Questo è un disco in cui mi sono esposta tanto, è come un excursus. La prima registrazione è fatta nel 2000, l’ultima nell’ottobre del 2003. Si sente una voce che nel tempo è cambiata moltissimo. Quest’aspetto è per me interessante, perché contiene anche imperfezioni, contiene anche cose che possono risultare non sempre piacevoli. Per esempio, ho scelto alcuni pezzi, tra quelli cantati 10 anni fa, in cui ho messo in primo piano l’orchestrazione e non la voce, perché la voce era ancora immatura per interpretare certe cose. Però ho voluto ugualmente inserirle, perché si capisse come una voce, nel tempo, possa cambiare. Da questo punto di vista mi sono sentita molto scoperta, E’ stato dunque un modo per tornare in contatto con me, con la mia voce, un guardarmi allo specchio. C’è poi anche questa caratteristica del disco, di essere stato registrato in tempi e luoghi diversi. Qualcosa è stato registrato in uno studio di registrazione ma altre cose sono state registrate, come ho detto prima, in luoghi come una stanza della villa Sesso Schiavo a Sandrigo, la Chiesa dell'Eremo di Santa Maria di Isola Vicentina. Quasi tutti luoghi che non sono prefissati alla registrazione e quindi devo ringraziare la disponibilità delle persone che mi hanno concesso questi spazi. Oltre a ringraziare il chitarrista con cui collaboro, Giancarlo Bianchetti che ha fatto alcune riprese audio in maniera ottimale e che ha anche mixato alcuni brani, oltre ad aver suonato magistralmente, grazie anche al suo profondo amore per la musica brasiliana.



Scusa se riprendo un concetto già espresso, mi pare di aver capito che questo disco è stato il tuo modo di allontanarti dalla musica brasiliana per intraprendere un percorso totalmente diverso, puoi già anticipare qualcosa di ciò che sarà il nuovo disco o è un po’ presto?

Si, fare questo disco è stato una specie di catarsi, dove in qualche modo mi sono “liberata” di tanto materiale sonoro, nel senso che l'ho cantato, l'ho messo in circolo, l'ho liberato da me e da questo mi sono anche in qualche modo “smarcata”. Parlare del lavoro prossimo invece è prematuro, anche se, ascoltando i provini per il nuovo album, mi rendo conto che lì di brasiliano non c'è più niente ed è anche per questo che ho voluto fare un disco di cover brasiliane, per non portarmi poi questo materiale nel prossimo lavoro. Preferisco però non anticipare nulla perché ho bisogno di rifletterci ancora, capire quali nuovi percorsi intraprendere e, questo, si vedrà soprattutto con gli arrangiamenti e con chi li farà. E' una scelta che voglio fare in maniera accurata.

La tempistica?

Beh, anche qui è difficile fare previsioni, mi ritengo molto fortunata perché spesso mi richiedono collaborazioni, nell'ambito teatrale soprattutto. La conseguenza è che spesso mi trovo ad avere poco tempo per me, per lavorare sulle mie cose. Ad aprile ci sarà poi un progetto molto interessante, dove mi esibirò con un’orchestra. Sarò accompagnata da venti elementi e sarà un’esperienza molto bella, ma dovrò lottare con le unghie per ritagliarmi spazi da dedicare alla scrittura del mio nuovo disco e riuscire a canalizzare le energie necessarie alla realizzazione dell’intero progetto, che nei prossimi mesi diventerà assolutamente prioritario, se davvero vorrò uscire con il nuovo disco entro la fine del 2014.

Sito ufficiale di Patrizia Laquidara: http://www.patrizialaquidara.it
Patrizia Laquidara su Facebook: http://www.facebook.com/patrizia.laquidara.ufficiale

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