venerdì, febbraio 23, 2018

“Al Capolinea”, in un docu-film si ricorda il passato perché ci possa essere un futuro

di Fabio Antonelli

Giovedì 1 marzo, al Cinema Astra di Como, seguito da un concerto in pieno stile New Orleans dei Bayou Moonshiners, sarà proiettato “Al Capolinea - Quando a Milano c'era il jazz” un docu-film della regista comasca Marianna Cattaneo, realizzato attraverso spezzoni d'epoca ed interviste dei protagonisti che raccontano la storia del Capolinea, il mitico locale Jazz sui Navigli a Milano, originatosi dalla scommessa di Giorgio Vanni e alcuni musicisti di fondare un luogo dove divertirsi a suonare per conto proprio. L’ho subito contattata per saperne qualcosa di più …



All'anagrafe risulti Marianna Cattaneo e fino a qui ci siamo, mi dici però qualcosa di te, come ti descriveresti?

Bella domanda! Sono una persona estremamente curiosa, soprattutto quando si tratta di tutto ciò che mi piace e mi fa stare bene, come la musica, il cinema, la fotografia, lo yoga ... mi piace osservare le persone e ascoltare i loro racconti...

La musica, soprattutto il jazz, forse da questa tua passione è nata l'idea di realizzare un documentario sul mitico locale milanese Capolinea? Raccontami come è nato il tutto, i primi passi...

Certamente è stata la passione per il Jazz che mi ha spinto a realizzare un film su quello che tutti definiscono il Tempio del Jazz Italiano, il Capolinea. E’ stato il mio primo lavoro come regista, avendo studiato alla Scuola Civica di Cinema a Milano. L’idea di pensare a un documentario sui musicisti legati al Jazz mi è stata suggerita dal mio caro amico Alfredo Ferrario, clarinettista di Appiano Gentile, allievo di Paolo Tomelleri. Ho cominciato il lavoro di ricerca incontrando il sassofonista Michele Bozza e in ogni discorso usciva il nome del Capolinea. Così, anziché seguire un percorso attraverso alcuni protagonisti del Jazz, ho rivolto l’attenzione al luogo che li vedeva tutti riuniti, il Capolinea. Nel frattempo partecipo a un bando della Scuola di Cinema che richiedeva la presentazione di un soggetto interessante. Il premio consisteva nell’avere a disposizione l’attrezzatura per realizzare il film. Vinco il bando e comincio il lavoro. Ho incontrato alcuni musicisti per farmi raccontare quello che succedeva ogni giorno al Capolinea e, ascoltando le loro storie, ho compreso che era diventato per me un dovere catturare questi racconti, per fare in modo che non andassero perduti. Per tutti i contatti sono stata aiutata da Alfredo Ferrario che conosceva bene i colleghi che hanno partecipato a questa epoca d’oro.

Per realizzare il documentario, oltre alle testimonianze dei protagonisti di questa grande storia, hai per caso raccolto materiale o filmati del passato?

Si, il documentario contiene alcuni spezzoni d’epoca, riprese di concerti e soprattutto foto; il Capolinea è stato attivo dal 1968 al 1999, anni non troppo lontani dai nostri ma estremamente diversi nella tendenza a riprendere e / o fotografare tutto quel che succedeva ... il materiale a disposizione era davvero poco, ho cercato di recuperare il possibile.

Giorgio Vanni e Dizzi Gillespie


Se volessimo sintetizzare in poche parole questo tuo progetto lo definiresti più un'operazione nostalgica alla ricerca di un mondo perduto o un invito ad approcciarsi, a ricreare questo humus musicale magari sotto nuove forme?

Forse più la prima, anche se tra gli obiettivi di questo mio progetto, oltre raccogliere la storia di questo fantastico posto non nascondo ci sia anche quello di portare a riflettere gestori di locali, musicisti e pubblico appassionato che tutto è ancora possibile, tanto però dipende dalla capacità di questi tre elementi di sapere interagire tra loro.

Il documentario, oltre che essere presentato al Cinema Astra di Como giovedì 1 marzo, sarà poi presentato anche in qualche festival e distribuito su supporto fisico? Chiedo di un eventuale DVD soprattutto per i "feticisti" musicofili ...


In realtà il documentario ha già partecipato ad alcuni festival come Summer Night Jazz festival e Ah-Um jazz Festival di Milano, Jazz Cat Club di Ascona, Bollate Jazz Meeting, Imola jazz Club, Faenza Jazz e, prossimamente, parteciperà all’Otranto Jazz Festival, diciamo quindi che non è rimasto fermo in un cassetto. In merito ad una sua distribuzione fisica però, è operazione molto difficile ed onerosa, non so se andrà mai in porto, chissà …



sabato, febbraio 10, 2018

Il Festival maschilista e i “Folli voli” di Grazia Di Michele


di Fabio Antonelli

"Il ranuncolo indossato dai cantanti di Sanremo è solo una foglia di fico che serve a nascondere il maschilismo evidente nella scelta delle canzoni. Non solo c’è una drammatica assenza di donne tra le interpreti in gara, ma neppure a livello autoriale è stato rispettato il contributo delle donne, che si ritrovano a cantare brani scritti da uomini, a farsi interpreti di sentimenti filtrati da una sensibilità maschile. Non solo fiori, la prossima volta, ma opere di bene".

Grazia Di Michele


Partirei subito, se s ei d’accordo, dalla tua critica rivolta alla direzione artistica del Festival di Sanremo, in cui sottolinei con forza l’assenza quasi assoluta di interpreti femminili o, qualora presenti, in ogni caso con pezzi scritti da colleghi uomini …

Beh, sai sono una cantautrice da una vita e ho scritto tantissime canzoni, con alcune di queste sono stata anche al Festival di Sanremo, però parliamo di canzoni, come ad esempio “Io e mio padre” (1990) la primissima che ho scritto che, credo, solo una donna possa descrivere così il rapporto tra una figlia e suo padre, un uomo ha ovviamente un altro tipo di rapporto. Se io scrivessi una canzone su mia madre, su mio figlio o sul mio modo di vivere la condizione femminile nel mondo, questa sarebbe conseguenza del mio essere donna o di aver  vissuto in prima persona negli anni ’70 il movimento femminista. Ritengo che nel mondo della musica cantautorale italiana, le donne  ci sono,ma faticano ad uscire fuori. Quando in questi giorni ho visto il Festival di Sanremo, dove tutti hanno messo un fiore per sensibilizzare tutti sul tema della violenza che le donne subiscono ogni giorno, poi mi sono detta “E’ giustissimo però perché in questo Festival alla fine non sono presenti testi scritti da donne e così poche interpreti? Non è certo una questione di quote perché le trovo in sé assurde".

Sì, lo sono in ambito politico, figuriamoci in ambito musicale …

Infatti, è però questione di riconoscere una realtà. Ad esempio trovo anche strano che in questo Festival sia totalmente assente il rap, assenza che puoi giustificare con il gusto personale, soggettivo, ma resta il fatto che noto delle stranezze … Sai poi perché ho notato l’assenza di storie femminili? Perché io con le donne ci parlo, parlo con loro quando vado a fare le master class, lì incontro cantautrici emergenti o affermate, ma questa realtà assai diffusa emerge. Mi sarei quindi aspettata una maggiore attenzione verso l’universo femminile, non so tu cosa ne pensi …

Sono d’accordo, perché credo non sia possibile che l’unico spazio in cui si possa sentire la canzone d’autore femminile sia quasi solo il Premio Bianca d’Aponte.

Sì certo,  metti per assurdo che fossi stata io il direttore artistico di questo Festival di Sanremo, credi che il Festival sarebbe stato così? Tu hai citato il Premio Bianca d’Aponte, certo è ottimo ma tante donne hanno provato ad entrare anche  nella vetrina sanremese,  sia quelle affermate che quelle meno, c’è un bel gruppo di cantautrici valide, dove sono?

Al Festival eri appena stata nel 2015 …

Sì, con Platinette, però anche quella operazione è nata per una  mia attenzione  nei confronti della discriminazione sessuale, Plati è un amico e ho cercato di stabilire con lui un  dialogo sulla sua condizione e ne è nata una canzone. Altre donne raccontano il loro modo di relazionarsi con la vita, con gli uomini, con l’amore, con i problemi, ed hanno una loro cifra poetica.

Assolutamente, penso ad esempio a Susanna Parigi, Patrizia Laquidara, due nomi che mi vengono in mente in questo istante …

Certamente, ma anche di più giovani e meno conosciute, è pieno di artiste valide. Cito Cristina Donà così come Erica Mou, ma sono davvero tantissime, in questo Festival sarebbe bastato mettere un Pooh in meno e chissà … (ride)

Cover CD "Folli voli"


Assolutamente si. Anche nel tuo nuovo disco “Folli voli”, d'altronde, in cui tra l’altro abbandoni il tuo ruolo classico di cantautrice per assumere quello di interprete, attingi a piene mani dal mondo musicale femminile e, direi, trasversalmente, visto che ascoltarlo è un po’ come girare per il mondo alla ricerca di vere e proprie perle musicali.

Beh, ho voluto fare questo esperimento, anche se poi in realtà non è che abbia mai smesso di scrivere, solo che questa volta ho avuto voglia di giocare un po’ con la possibilità di interpretare brani scritti da altri che, però, parlassero di cose di cui avrei potuto parlare anche io, del mio rapporto con la musica, del modo di vivere l’amore.

E’ un po’ come se fossero sempre state dentro di te?

Sì, sì, anche perché alcune canzoni le conoscevo da tantissimo tempo come, ad esempio, “Uri” un brano di Noa che ho ascoltato ed amato tantissimo. Quindi, quando poi si è trattato di scegliere i brani, su alcuni sono andata a colpo sicuro, in maniera affettiva, come  nel caso di “Uri”, così come anche per il brano di Damien Rice (“The Blower’s Daughter” diventato “Non so guardare che te”) che ho ascoltato fino all’esasperazione. Non sono “cover”,  ma  adattamenti in italiano di brani che in qualche modo sono entrati nella mia vita, perché quando si parla di “cover” in realtà si sbaglia  perché la cover è riproporre una canzone così com’è…

Ah, lo so bene, sono stato cazziato su questo punto da Marco Ongaro (cantautore veronese) quando ho definito “cover” una sua traduzione di “Hallelujah” di Leonard Cohen e, ci ha tenuto molto a precisare che una cover è una cover, mentre una traduzione comporta un lavoro molto più complesso.

Assolutamente sì, i brani sono stati tradotti in italiano cercando di mantenere integro sia il significato sia il suono, il che non è facilissimo. Ti faccio l’esempio di “Falling Slowly” che è diventato “Folli voli”, che come vedi suona allo stesso modo pur avendo un significato letterale diverso, però racconta quello che effettivamente dice la canzone nella sua versione originale. Il disco, è nato per gioco, un pezzo dietro l’altro e, quando mi sono accorta che ne avevo fatti dieci, mi sono detta “Ecco, abbiamo pronto il cd”. Il disco è una parentesi molto leggera tra quanto fatto fino ad oggi e quanto sto, invece, scrivendo ora. E’ stato anche molto interessante da realizzare, perché entrare nel mondo degli altri a volte ti fa conoscere delle cose di te stesso, che non sai. Questo disco, come dicevi bene, è un viaggio e un viaggio arricchisce sempre…

Sai però, devo dirti che, ascoltando il disco, quello che sto dicendo non è un aspetto negativo ma è un pregio, è un po’ come se ci fosse un filo conduttore che lega tutti i brani, sarà forse il tuo modo di porgere le canzoni che le rende quasi tue, quasi fossero state scritte da te, certamente un modo di essere assolutamente riconoscibile.

Beh, forse è dovuto anche alla mia voce che è quella che è e, in qualche modo, lega tutto, anche se io non credo mai che la voce sia solo un fatto timbrico. In effetti, il fatto che tu dica che sembrano quasi essere state scritte da me è vero. Prendi, l’ultima canzone del disco ad esempio, “Come la musica” che è stata scritta da Bungaro ed è l’unico pezzo inedito presente nel disco, serviva un brano che fosse scritto italiano perché questo viaggio immaginario ad un certo punto doveva come riportarmi a casa e, ti giuro che quando l’ho sentito per la prima volta sono rimasta fulminata, perché avrei potuto partorirlo io tranquillamente, come se Bungaro mi avesse letto nel pensiero.

In questo disco, inoltre, duetti con alcuni degli autori dei brani.

Sì, c’è il brano greco “Anemos” (“Anime”) che è cantato con Kaiti Garbi, una cantante  molto popolare in Grecia e, in questo caso, l’abbiamo cantata in trio, insieme a Maurizio Lauzi, figlio di Bruno. Poi c’è “Embarcacao”, un brano della polacca Kayah che ha secondo me una voce strepitosa e che in italiano è diventato “Vele al vento” e, per finire, c’è “Folli voli” il brano che dà il titolo al disco, cantato con Ivan Segreto, un cantautore di origini siciliane che io adoro, bravissimo, originale, particolare. In questo caso l’ho chiamato, non conoscendolo, dicendogli che avevo una canzone che era la traduzione di “Falling Slowly”, canzone cantata da Glen Hansard e Markéta Irglovà, ci siamo dati appuntamento e, senza mai esserci visti prima, l’abbiamo cantata insieme alla velocità della luce. Ora stiamo preparando una presentazione alla Feltrinelli di Roma, cui seguiranno altre date presso varie sedi della Feltrinelli. Saremo, ad esempio, il 16 febbraio a Verona  , il 2 marzo a Milano.

Ivan Segreto con Grazia Di Michele


Queste presentazioni come saranno, visto che il disco presenta sonorità particolari e dato che, credo, sarà impossibile ripresentare dal vivo i duetti in esso presenti.

Sarà presentato così, come spesso nascono i brani, cioè al pianoforte o alla chitarra, comunque in forma acustica, saranno eseguiti cinque o sei brani, quelli più adatti, perché difficilmente sarà possibile eseguirli tutti. In ogni caso credo che una canzone, se bella, anche la più energica, la più ricca di arrangiamenti, possa alla fine essere ricondotta  in una forma più semplice, senza perdere il proprio valore, penso ad esempio ad “Anemos”, anche se la fai in versione voce e chitarra sta in piedi comunque.

Tornando un attimo al discorso fatto sui testi, per le traduzioni hai fatto tu il lavoro o ti sei affidata a qualcuno?

Mi sono affidata ad Alberto Zeppieri, per un motivo molto semplice, le lingue da tradurre erano troppe. Alberto ha dovuto tradurre dall’israeliano al capoverdiano al brasiliano, ecc. Lui è proprio esperto in questo, non è solo un traduttore letterario ma è un musicista, quindi riesce a fare benissimo questa operazione che è molto complessa.

Lasciando questo disco che, come detto, ti vede protagonista come interprete, hai in cantiere qualcosa di nuovo a livello di scrittura?

Sì, non ti dico che è pronto ma quasi, un cd scritto a quattro mani con mia sorella Joanna, che si chiama “Ritratti” ed è un disco che parla di storie femminili

Tanto per cambiare …

(ride) No, ma queste sono dei ritratti molto particolari. Abbiamo cominciato a lavorarci quasi in contemporanea con “Folli voli” e sono stata per un po’ di tempo come su due binari, poi “Folli voli” ha preso la sua strada e a questo altro disco continuo a lavoraci finché non sarà pronto.

Vorrei farti una domanda che un po’ una provocazione, visto che s’è parlato così tanto di mondo musicale femminile, se dovessi invece farti scrivere un brano da un cantautore uomo da chi vorresti fartelo scrivere?

Che domandona che mi hai fatto … Accidenti, beh, se fosse italiano, mi piacerebbe fosse Paolo Conte.

Ah, punti in alto ….

(ride) Beh, mi hai fatto tu la domanda, io l’adoro, perché trovo che sia uno che, sia che scriva in maniera ironica sia che non scriva in maniera ironica, abbia comunque una  poesia sottile, delle immagini straordinarie, mi piace moltissimo.

Se, invece, dovessimo allargare il discorso oltre confine?

Beh, andando all’estero mi piacerebbe un brasiliano, Chico Buarque de Hollanda, tu sai che anche lì i cantautori sono poeti.

Ma lì trovi molto poetici più per i testi o per le sonorità?

Per tutte due gli aspetti, mi piace molto la musica brasiliana, poi Chico racconta la vita con una sensibilità unica.

Quindi, restando all’Italia, potresti duettare con Joe Barbieri?

Yess (ride). Ma io ne ho fatti davvero tanti di duetti, con Eugenio Finardi, Cristiano De Andrè, Massimo Ranieri, Tosca, Rossana Casale, Platinette, Randy Crawford e tanti altri. A me piace molto condividere con gli altri l’esperienza della musica, essendo anche musico terapeuta.

Visto che siamo nella settimana del Festival di Sanremo, al di là del discorso fatto sulle presenze o, peggio, non presenze femminili, come ti è sembrato il Festival quest’anno?

Mi sembra che ci siano poche canzoni belle, però ci sono. Mi piace molto la canzone di Ron o meglio di Dalla cantata da Ron, mi piace la canzone di Barbarossa, quella di Bungaro e Pacifico cantata con la Vanoni. Mi piace quella dei Decibel che non piace a nessuno e non so perché …secondo me è scritta e cantata bene.

Forse il fatto di averla dedicata ad un’artista così importante e famoso ha fatto si che la gente pensasse che l’ha fatto per trarne vantaggio, un po’ come è avvenuto con Mirkoeilcane, con la sua canzone sui migranti … non può essere?

Guarda, l’ho pensato, poi però c’è il pop di Metal-Moro in cui cantano un brano sul terrorismo, quindi se fosse vero ciò che dici, che viene punita la strumentalizzazione, credo allora sarebbe grave strumentalizzare anche il terrorismo in una canzone, cosa su cui non concordo assolutamente. In fondo il brano dei Decibel è molto spirituale, intelligente e originale  Non sopporto i brani inutili invece, e ce ne sono…

Dei Volo, che mi dici? Mi pare di aver letto da qualche parte una tua esternazione …

Guarda, hanno fatto questo omaggio a Sergio Endrigo, sembrava una marcia funebre. Non si può fare una romanza di una canzone di Endrigo, non puoi fare un tributo ad uno dei massimi esponenti della canzone d’autore e, invece che entrare tu nel suo mondo, di rispettarne la semplicità la classicità, lo trascini a tutti i costi nel tuo … Poi l’hanno rallentata tanto che quasi mi sono addormentata, non ho parole.




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lunedì, febbraio 05, 2018

Sanremo d’Autore, perché Sanremo non è solo Sanremo

di Fabio Antonelli

Nel 2016, Patrizia Cirulli sorprese pubblico e critica con “Mille baci” (Incipit Records), un disco in cui musicò e interpreto poesie di grandissimi poeti dimostrando grandissima sensibilità. Ora dà alle stampe un nuovissimo progetto “Sanremo d’Autore” (Egea Music – 2018) in cui reinterpreta dodici canzoni di altrettanti artisti sanremesi, arrivati ultimi, penultimi o comunque esclusi dalla giuria alle serate finali, in una sorta di rivincita morale.

Cover "Sanremo d'Autore" - Foto di Renzo Chiesa


Dopo un bell'album che ti ha vista musicare e cantare poeti, sei tornata con un nuovo disco ancora nel ruolo d'interprete. La copertina ti ritrae sorridente uscire su un palco teatrale, accanto, scritto elegantemente a mano, il tuo nome e cognome e il titolo del progetto "Sanremo d'Autore". Titolo e copertina come sono nati? Il progetto com'è nato?

Parlando con un amico discografico era saltata fuori l'idea di pensare ad un disco di cover. Successivamente, parlando di questo con Francesco Paracchini, è nata l'idea di concentrarsi su brani sanremesi non premiati dalle giurie, anzi arrivati ultimi, penultimi o non ammessi alla serata finale. Belle canzoni che sono comunque arrivate al cuore degli ascoltatori e che hanno avuto il loro riconoscimento nel tempo. Il titolo mi è venuto in mente partendo appunto dalla parola "Sanremo" che è il filo conduttore. "D'Autore", in quanto tutti i brani sono firmati da grandi autori (ad esempio, nel brano dei Tazenda "Pitzinnos in sa gherra" compare anche Fabrizio De André). Un modo per dare valore anche agli autori che spesso non vengono nemmeno citati. Per quanto riguarda la copertina, ne avevo parlato con un amico e collaboratore, Ottavio Tonti, che mi ha suggerito l'idea del teatro e delle scritte a mano sulla copertina. Ne ho quindi parlato con Renzo Chiesa a cui è venuta l'idea di scattare la foto con il sipario del Teatro Carcano a Milano. Un'immagine allegra e gioiosa, una sorta di sintesi fra il palco di un teatro (che rimanda a Sanremo) e la "rivincita" delle canzoni in questione.

Curiosamente e, direi anche coraggiosamente, il disco si apre con una versione molto particolare di "Vita spericolata" di Vasco Rossi in cui tu non compari ma lasci la scena al maestro Vince Tempera che la esegue al pianoforte. Un inizio suggestivo e direi spiazzante, quasi a mettere in guardia l'ascoltatore che non si tratta del solito disco di semplici rifacimenti ... O sbaglio?

In effetti è così, non è un semplice disco di cover. C'è un filo conduttore e un significato preciso che lega le canzoni. "Vita spericolata" è una delle canzoni simbolo dei non valorizzati a Sanremo, non poteva mancare. Ho pensato anche di cantarla, l'ho provata. Poi la notte mi ha portato consiglio e ho avuto l'idea di non cantarla e di iniziare il disco così. Il tema portante del brano è bellissimo. Quando mi è arrivato il disco a casa e ho iniziato l'ascolto mi sono venuti i brividi. Una canzone storica.

Patrizia Cirulli - Foto di Valeria Bissacco


Vince Tempera, però, non è l'unico musicista con cui hai collaborato nella realizzazione del disco. La terza traccia, ad esempio, che è "Il tuo amore", canzone di Bruno Lauzi che nel lontanissimo 1965 a Sanremo fu totalmente ignorata ed esclusa persino dalla finale, vede un magnifico Sergio Cammariere duettare con te, mettendo a disposizione voce, pianoforte e curandone anche gli arrangiamenti. Com'è nata l'idea di coinvolgerlo nel progetto? Volevi forse un'atmosfera jazz? Come è avvenuta la collaborazione?

Sergio Cammariere è un artista che amo molto e, in effetti, l'idea della sua presenza con le sue atmosfere jazz era quello cui avevo pensato. Gli arrangiamenti sono stati curati da Sergio e suonano nel brano i suoi storici musicisti, Amedeo Ariano e Luca Bulgarelli. Sergio ha fatto un lavoro meraviglioso e le nostre voci si alternano e si sfiorano come a creare un'onda.

Visto che abbiamo affrontato da subito il discorso collaborazioni parlerei di Mario Venuti e la sua "Un altro posto al mondo", scritta con Kaballà e da lui presentata a Sanremo nel 2016, insieme al suo gruppo Arancia Sonora. Com'è stata cantarla con l'autore stesso? E' stato come ridare il giusto valore a una canzone, per certi versi, così poco sanremese?

Si tratta di una canzone bellissima a mio avviso, molto evocativa, capace di portarti altrove. Un brano che ho sempre amato. Ingiusto non averlo ammesso alla serata finale. Ho sempre avuto grande stima per Venuti e per Kaballà che, come hai ricordato tu, è l'autore del brano insieme a Mario. È stato un dono poter interpretare il brano insieme al suo autore, Mario è stato generoso.

Patrizia Cirulli - Foto di Ottavio Tonti


Uno dei pregi maggiori di questo tuo progetto, credo sia stato quello di far riscoprire all'ascoltatore alcune canzoni che davvero erano state ignorate o scartate dalla giuria sanremese, magari ricevendo solo il premio della critica, penso ad esempio a "Colpevole" cantata da un Arigliano già ottantunenne nel 2005. Personalmente trovo meravigliosa la tua versione voce e chitarra e, ancora una volta, emerge il tuo amore verso il jazz o sbaglio?

Non sbagli, è così!! È un amore che esiste ... Quando ho deciso di realizzare questo disco, uno dei brani che volevo assolutamente fare era proprio "Colpevole". Un brano che mi è sempre piaciuto tantissimo, la canto con il sorriso. Ricordo con emozione e divertimento l'esibizione di Arigliano al Festival. Mi piace molto l'atmosfera e l'ambientazione del brano originale e sono molto contenta della nuova veste sonora che vede Massimo Germini alla chitarra, con arrangiamento di Lele Battista.

Senza per forza passare in rassegna tutte le canzoni, che sono davvero una più bella dell'altra nelle tue versioni, ci sono però due canzoni "Rosanna" di Nino Buonocore e "Lei verrà" di Pino Mango che, per la particolarità delle voci dei due cantanti tu, con la tua voce scura e calda, hai saputo valorizzare con straordinaria bravura, tanto da farmele quasi preferire alle versioni originali. Affrontarle è stata per te quasi una sfida? Un voler dimostrare di potercela fare anche nei confronti di voci così lontane dalla tua? Se si, direi che ci sei pienamente riuscita ...

Intanto grazie Fabio per le tue parole e le tue impressioni!!! Per quando riguarda "Rosanna", mi sono trovata subito a mio agio nel cantarla e mi è piaciuto tantissimo!! Poi Joe Damiani ha realizzato un arrangiamento molto fresco e delicato. Per quanto riguarda "Lei verrà", avevo delle resistenze inizialmente e avevo anche pensato di non farla in quanto la vocalità di Pino è particolarissima e questo brano viene colorato dalla sua voce in modo unico. In un secondo momento, ho provato a rapportami a questo brano in modo semplice e diretto e ho provato a farlo a modo mio. È diventata, ovviamente, una cosa molto diversa. Sono molto contenta per la realizzazione di entrambi i brani.

Patrizia Cirulli - Foto di Valeria Bissacco


So che in questi giorni di Festival, avrai modo di presentare il disco proprio a Sanremo, per la precisione nella sede del Club Tenco, spero seguiranno altre occasioni live ... con che formazione porterai in giro il disco? A proposito di Club Tenco, il tuo disco non credi faccia da trait d'union tra questi due mondi spesso distanti fra loro, che aiuti in un certo senso il dialogo e l'abbattimento di certi confini?

Si, mercoledì 7 febbraio ci sarà una presentazione del disco nella sede del Club Tenco e sarò a Sanremo tutta la settimana per altre presentazioni. Il disco lo presentiamo in acustico, chitarra e voce. Questo disco credo che possa essere motivo di unione fra i due mondi, sono d'accordo con te. Il brano dei Tazenda, "Pitzinnos in sa gherra", porta la firma anche di Fabrizio De André, ad esempio. Poi ci sono brani di Lauzi, Tenco insieme ad altri autori considerati più "pop" (che non è una brutta parola!). La bellezza è bellezza e riesce ad andare oltre ogni confine e pregiudizio.

Concordo molto con questa tua ultima affermazione. Vorrei chiudere, se fossi d'accordo, con una domanda proiettata verso il futuro. Dopo questo progetto, che ti vede ancora una volta in veste di interprete, hai definitivamente abbandonato la via del cantautorato puro o queste barriere in realtà non esistono e quindi, chissà?

In realtà, nel disco precedente, "Mille baci", ho composto tutte le musiche, oltre ad interpretare tutti i brani. Mi sono aperta anche ad altro, non ho l'esigenza di fare per forza solo cose scritte interamente da me. Mi sono divertita moltissimo con questo ultimo disco e non escludo di fare altro come interprete. Mi piace fare ciò che mi appassiona. Il prossimo disco potrebbe essere composto da brani scritti da me e mi piacerebbe molto (ho brani nel cassetto che attendono...), anche se fra i miei progetti c'è anche un'altra idea che vorrei realizzare in veste di compositrice.

Quest'ultima mia domanda era, in effetti, una provocazione, perché in realtà so benissimo che tu non hai mai abbandonato l'attività creativa in senso stretto, per fortuna nostra. Solo una curiosità, per congedarci, hai già in programma qualche data dal vivo oltre alla settimana sanremese?


Grazie Fabio!! Il 24 marzo alla Casa delle Arti - Spazio Alda Merini, a Milano, altre date in via di definizione ... Ora affrontiamo la settimana sanremese!!!



venerdì, febbraio 02, 2018

Illegacy, prezioso neologismo sospeso tra musica e cinema

di Fabio Antonelli

Sono passati ben sei anni dal disco “Tra il tempo e la distanza” (2011 – Alfa Music) con cui la giovane pianista e compositrice di formazione classica Roberta Di Mario, esordì nel mondo della canzone d’autore. Ad ottobre del 2017 è tornata sulle scene con un nuovissimo progetto dal titolo “Illegacy” (2017 – Warner Music), dieci brani strumentali da lei composti e dal forte impatto cinematografico.

Cover di "Illegacy"


La copertina di un disco è sempre, secondo me, il biglietto da visita con cui l'artista presenta un proprio lavoro. Sono rimasto subito incuriosito dalla foto che ti ritrae in abito lungo, ripresa dal basso, tra grossi massi di pietra sovrapposti e con una scultura, un viso spezzato in due, su un piedistallo. Dov'è stata scatta? Ho letto nel libretto essere opera di Matteo Zamboni cui dedichi anche il disco in "amorevole memoria", mi parli di come è nata e del vostro rapporto?

Grazie Fabio! La cover di questo album è davvero potente ed è stata scattata nell’anfiteatro dell’Anima di Cervere (Cuneo), in occasione del mio opening act a Dario Vergassola e in occasione del videoclip “Indefinitely”. Matteo Zamboni è il fotografo che ha scattato questa foto magica ed è mancato lo scorso agosto a seguito di un incidente stradale. Aveva 21 anni e tantissimo talento.  Questo disco e questa copertina ha tatuato per sempre Matteo!

Senza dubbio, ma potente, evocativo e, allo stesso tempo, creativo, lo è anche il titolo "Illegacy". La mia, purtroppo, scarsa dimestichezza con l'inglese mi ha condotto a ricercarne il significato ma, sorprendentemente, il vocabolo in realtà non esiste, ho quindi pensato tu abbia voluto riunire due altri vocaboli, ossia “illegal” e “legacy”, dico una fesseria? Quindi una certa illegalità nella natura della tua musica e un senso di ereditarietà dal tuo passato, immagino, ipotesi azzardate?

Roberta Di Mario 


Giustissimo! “Illegacy” è l’unione di “Illegal”, inteso come musica illegale, cioè musica che mi ha rubato il cuore nel momento in cui l’ho scritta e ogni volta che metto le mani al piano per suonarla e “Legacy” inteso come eredità, radici, ovvero il mio viaggio di ritorno verso casa, le mie radici, il pianoforte. È da lì che arrivo.

Parli di musica che ti ha rubato il cuore ma è soprattutto musica che ruba il cuore all'ascoltatore o, almeno, al sottoscritto, a partire dalla prima traccia "Illegal song", una sorta di grimaldello per aprire un varco nell'interlocutore, non credi?

Se anche un solo ascoltatore prova lo stesso turbamento che mi ha attraversato quando ho scritto “Illegacy”, allora, comunque vada, ho vinto. Amo molto “Illegal Song” e mi è sembrato il giusto preludio a tutto il resto!

Io ti ho conosciuta attraverso il tuo primo lavoro discografico "Tra il tempo e la distanza", un disco che mi aveva ben colpito da subito e in cui eri anche autrice di parte dei testi. Cosa ha voluto dire per te non avere più questo onere della parola? Forse una maggiore libertà espressiva?

Avevo voglia di ritornare alle mie radici e lasciare parlare soltanto la musica in modo ancora più potente ed evocativo. Senz’altro il limite della lingua incasella un po’ la creatività! Lasciando spazio solo alla musica si abbattono tutti i confini e si aprono infiniti scenari!

Roberta Di Mario


Il concetto di ritorno alle tue radici lo hai espresso anche nel libretto del disco quando dici "Se la felicità non è una meta da raggiungere, ma una casa a cui tornare, se felicità è tornare e non andare, allora “Illegacy” è un po' di questa felicità". Ad opera compiuta quanto ti senti felice? Questo sentimento di felicità è un po’ quello che sembra emergere dal brano "Epilogue" che chiude l'intero lavoro, in cui sembri essere al sicuro dentro casa tua, la pioggia fuori e lo sguardo aperto verso il fuori, verso il futuro?

Mi sento completamente a casa, centrata, sicura, quasi in pace. Scrivo quasi perché c’è sempre un margine di tensione ed irrequietezza che mi rende verso il nuovo, verso altro, ma quando hai le radici ben piantate allontanarsi e, a volte perdersi, è catartico e di grande crescita!

Mi dici come nascono i titoli dei tuoi brani strumentali? Nasce prima la musica o, viceversa, è dal tema scelto che trai ispirazione per la musica? "Duende", dal punto di vista letterario, è il titolo che più mi affascina, me ne parli?

Non c’è una regola né per la nascita di un brano né per i titoli. Le mani scorrono, chiudo gli occhi e qualcosa arriva. A volte parto da un immagine che un titolo può dare, a volte davvero da pura ispirazione. “Duende” è tra i brani che amo di più, per potenza, per magia, per emozione. Si ispira ai ritmi bulgari di Bela Bartok dal punto di vista musicale, ma il “Duende” è parola e significato rubato all’universo spagnolo e, soprattutto, all’universo artistico. È qualcosa che non si spiega a parole, un’energia, una forza che arriva dal profondo e che ti rende e rende la performance artistica speciale. Puoi avere stile, ma se non hai il “Duende” non fai la differenza …

Per promuovere il progetto e i singoli brani del tuo nuovo disco, hai scelto di far nascere da questi dieci brani altrettanti videoclip, è una scelta che vuol anche sottolineare un’intrinseca cinematograficità delle tue creazioni musicali?

Si, “Illegacy” è un progetto non solo musicale, ma visual, 10 songs accompagnate da 10 videoclips (7 già in rete) per proiettare l’ascoltatore in un mondo di bianco nero e colore tipicamente cinematografico! Sembra che la mia musica evochi immagini, così lo abbiamo concretizzato nel concept dei videoclip.

Il tuo futuro? Forse è presto per pensarci ma credi sarà ancora all'insegna della sola musica o ci sarà anche un ritorno alla parola?

Il mio futuro spero sia ricco di concerti e di soundtrack per il buon cinema italiano e non. Mai dire mai per la parola che ritorna in musica. Per ora l’ho chiusa in un cassetto, ma il cassetto resta socchiuso.





lunedì, novembre 20, 2017

Il senno del pop? Il senno è quello di Mirco Menna …

di Fabio Antonelli

Mirco Menna è un altro di quei cantautori, forse cantautore è nel suo caso termine riduttivo, viste anche le sue esperienze in altri campi dell’arte, che non si può non intervistare e con grande curiosità all’uscita di un nuovo lavoro discografico composto da otto canzoni inedite e due bonus track. Il titolo del disco è “Il senno del pop” e, conoscendolo da un po’ di anni, credo voglia essere una sorta di depistamento, però sentiamo direttamente da lui che ha da raccontarci …

Copertina disco "Il senno del pop"


Il 3 novembre 2017, è uscito il tuo nuovo disco, sono rimasto colpito, ancor prima dell'ascolto, sia dalla copertina, il tuo volto per metà dipinto in stile Andy Warhol per metà foto in bianco e nero, sia dal titolo "Il senno del pop". Una doppia provocazione, una doppia anima?

No, provocazione non credo… tutt’al più pubblicità ingannevole. Sai quando nelle confezioni c’è scritto “l’immagine ha solo scopo di presentare il prodotto”, ecco, qui nemmeno questo. Uno vede la copertina un po’ Roy Lichtenstein, un po’ fumetto Marvel e si aspetta magari qualcosa di più… psichedelico. Però appunto, l’altra metà della faccia è proprio la mia, al naturale, senza trucco, per nulla pop-art. Il punto sta lì, in che cosa si intenda per “pop”. Personalmente ne ho un concetto piuttosto allargato, in passato ci sono state cose che si possono senz’altro definire “pop” molto diverse tra loro.

A proposito di concetto allargato, si può dire che anche a livello di contenuto il disco sia un crogiolo di elementi molto diversi fra loro, siamo lontani anni luce dai concept album, anzi forse è più simile ad un album di fotografie, di istantanee che rappresentano momenti diversi della tua vita e delle tue esperienze, è così?

E’ così, e ogni fotografia ha i suoi speciali colori, la sua luce, il diverso momento dello scatto, il suo soggetto, indipendente da quello a fianco.

Visto che, come hai anche sottolineato tu, i brani non hanno legami tra loro, se sei d'accordo, partirei da "Così passiamo", il brano scelto come singolo e video di lancio. In questa canzone che parla della precarietà dell'esistenza stessa, dell'essere di passaggio in questo mondo, non sei solo a cantare, con te la jazz singer Silvia Donati e sullo sfondo un mondo che va letteralmente in frantumi. Com'è nata l'dea del duetto e quanto credi sia importante fermarsi a riflettere in un mondo che invece corre corre e in cui tutti sembriamo onnipotenti?

Riflettere e speculare sono due parole delle mie brame... scusa, mi è scappato un giochetto di parole... sugli specchi, sul considerare l’essere fatalmente specchio della vita attorno a sé. Ma a parte le battute incomprensibili, sì, credo sia importante sempre, sia obbligatorio ragionare attorno all’esistenza. Infatti, nel mio piccolo, ci ho fatto su qualche canzone, tipo questa. Quanto a Silvia Donati, sono un suo fan da anni e anni, oltre a pregiarmi di esserle amico. Ha avuto un ruolo notevole durante la registrazione di questo lavoro, c’era sempre, diceva sempre la sua. Non so se ricordi un bellissimo gruppo femminile, tra i ‘90 e i duemila, le Silhouette. Ecco, c’era lei al canto e Camilla Missio, che ritroviamo anche qui, al basso. Stiamo parlando di due gigantesse eh, così belle e minute come sono...

Mirco Menna


Già che ci siamo allora parliamo di una altro meraviglioso duetto che è possibile ascoltare in questo tuo nuovo lavoro, forse avrai già intuito, sto facendo riferimento a "Prima che sia troppo tardi". La voce che duetta con te è una di quelle che scalda e "ruba spazio", permettimi la battuta, si tratta di Zibba, com'è nata questa ardita collaborazione? Hai scritto questa canzone che guarda al futuro, se non con l'ottimismo di Tonino Guerra almeno con qualche aspettativa, pensando già a lui o l'idea della condivisione è nata in seguito?

È nata in seguito, per via della reciproca simpatia e stima… e questo è chiaro almeno per il fatto che è un confronto tra maschi assolutamente perdente, per me... cantare dopo Zibba, con quella voce che ha, è da autolesionisti. Ma mi piace auto lesionarmi per simpatia e stima.

Parliamo ancora di collaborazioni importanti, come quella di Gianni Coscia che con la sua fisarmonica "pennella" magicamente la canzone "Sole nascente". Non ho usato a caso il verbo pennellare visto che il brano trae spunto da un famoso dipinto ma lascio a te l'onere di parlarne ...

Ho conosciuto il maestro Gianni Coscia (che se lo chiami "maestro" si secca) ad Alessandria, nel benemerito e amato circolo L’Isola Ritrovata, poi ci siamo visti più volte. Una notte gli ho parlato di questo brano, glielo ho fatto sentire in diretta, con la chitarra, a un tavolo. È stato per me un onore, diciamo pure la parola, che abbia accettato di suonarlo con me. E che lo abbia poi suonato così come lo ha suonato, da commuoversi. “Il sole nascente” è il titolo di un’opera del pittore Giuseppe Pellizza da Volpedo, quello de “Il quarto stato”. E io sapevo che, oltre a essergli vicino per motivi di territorio, il maestro Gianni Coscia è vicino al Pellizza anche a causa delle idee che lo ispirarono.

In questo album di “fotografie”, una di quelle che amo di più, per la mia natura malinconica e triste è “Ora che vai via”, canzone che ci parla del mesto momento dell’addio definitivo quando si vorrebbe “guardare avanti quando avanti non c’è trovarsi ad invidiare il cielo a chi ce l’ha”. Per la delicatezza con cui è stata scritta e musicata potrebbe essere una canzone degli Avion Travel, davvero emozionante, in che momento è nata e come?

È figlia precisamente di un lungo momento, impossibile da evitare, di profondo sconforto. Credo che molte canzoni cosiddette “tristi” siano adatte a consolare la tristezza, per una specie di misterioso effetto omeopatico. Per quel che riguarda gli Avion Travel, beh, ti ringrazio molto del complimento.

“Vento maggiolino che fa gli occhi a calamaro / dallo scrigno del mattino schiude l’innocenza al divenire / e mostra già la fine a chi sta per partire” sono alcuni splendidi versi della canzone “Portati da un fulmine”, apripista del disco, bella, ariosa, che vien voglia di accompagnare nel canto, c’è tanta tenerezza in questa canzone dell’uomo maturo che guarda i giovani che ancora hanno molto da crescere e sperimentare. Quanto c’è di autobiografico in questa canzone? 

C’è il punto di vista. Sono appunto un tizio di una certa età, l’essere ragazzo è qualcosa che riguarda la mia memoria. Oppure, al presente, mi riguardano quelli che sono ragazzi oggi, in quella difficile età, potente e confusa… mi riguardano per affetto, posso condividere la loro giovinezza, ma soltanto attraverso gli occhi della memoria.

Mirco Menna


C'è un'altra canzone che amo particolarmente, parlo di "Arriverai", a partire da quella lunga introduzione, quasi volessi indugiare ancora un po' prima di sviluppare il tema della canzone che mi sembra essere quello di un amore forse più sognato che mai vissuto? E' così?
Sì, è una canzone d'amore vagheggiato, si rivolge a qualcuno che non esiste se non nell'idea. Bisogna avere molto fallito, per vagheggiare un amore con cura, serve tempo. Indugiare prima di arrivare al punto, poi, è uno dei miei schemi preferiti.

Ci resta da affrontare due tracce, una è "Il descaffalatore" un pezzo scritto su un personaggio creato per lo spettacolo teatrale “Spreco” di Andrea Segrè e Massimo Cirri, disegnato da Altan, l’altra è la title-track "Il senno del pop", mi parli brevemente di entrambe le canzoni? Soprattutto della canzone che dà il titolo al disco, una canzone che sembra davvero voler confondere i confini tra canzone d'autore e pop, a partire dal titolo.

"Il descaffalatore" è un funzionario del regime consumista. Ne "Il senno del pop" chi parla è un soggetto potenzialmente funzionale al regime "coverista", diciamo così. Troppo breve?

No, assolutamente, meglio lasciare all’ascoltatore il gusto di scoprire di più, piuttosto vorrei mi dicessi qualcosa su una delle due bonus-track (l’altra è “Da qui a domani”, versione in quartetto e dal vivo di un brano precedentemente inciso e pubblicato nel disco con la Banda di Avola), mi riferisco a “Chiedo scusa se parlo di Maria”, un sentito omaggio a Giorgio Gaber, non certo una semplice cover, come mai hai scelto proprio questa sua recente canzone?

Intanto perché è meravigliosa, e poi perché l'avevo già scelta a suo tempo: è il rimissaggio di una versione già uscita con Il Mucchio Selvaggio tanti anni fa. Giorgio Gaber è una persona, un artista del quale si sente molto la mancanza. Non c'è nessuno, nel mondo del pop (perché a mio parere era assolutamente "pop") che faccia qualcosa di vagamente simile. Nella qualità certo, ma anche nei numeri, nel pubblico. Oggi non è più nemmeno concepibile.

Se sei d'accordo lascerei il nuovo disco e il tuo ruolo di cantautore, per affrontare un’altra delle tue molteplici vesti, quella di attore, che ti ha visto trai gli indiscussi protagonisti del recente spettacolo teatrale scritto da Max Manfredi, come hai vissuto l'esperienza di lavorare per Max e accanto a lui?

Oh, come sanno quelli che mi conoscono, io sono un ammiratore di Max Manfredi, ero suo fan ancor prima di cominciare a esserne collega. E quindi quando mi ha proposto di collaborare nel suo Faustus, è stata per me una bella soddisfazione, mi ci sono messo con grande gusto e impegno. Max è stato paziente con me, mi ha fatto sbagliare con calma ma alla fine siamo stati tutti contenti, direi.

Gaia Sommariva e Mirco Menna nello spettacolo teatrale Faustus di Max Manfredi


Forse non te l'ho mai raccontato, ma io ho scoperto il tuo mondo musicale attraverso un mio conterraneo, un certo Davide Bernasconi, in arte Davide Van De Sfroos, che un po' di anni fa dalle colonne di un suo blog consigliò ai suoi lettori di ascoltare un disco intitolato "Nebbia di idee" di un cantautore Mirco Menna che, a suo dire, di nebbia nella testa non ne aveva proprio, anzi ... Se tu, invece, volessi invitare i nostri lettori ad un nuovo ascolto, chi suggeriresti?

Sì, ricordo bene questo episodio di Davide, mi colse di sorpresa, una bella sorpresa. Gli sono grato.
Rispetto ai nuovi ascolti, la domanda è difficile… nel senso che ci sono molti bravi giovani musicisti, cantanti, autori, davvero molti: basterebbe guardare ai vari festival e premi dedicati a questo genere di artisti emergenti per rendersene conto. Ma non voglio sottrarmi alla domanda, sebbene dirò nomi che non sono più tanto "nuovi"... al volo: Emanuele Colandrea, Giovanni Truppi, Roberta Giallo, Diego Esposito… molto diversi tra loro, molto bravi secondo me.

Vorrei chiudere così, chiedendoti cosa diresti, se fossi un negoziante di dischi (ma ne esistono ancora?) ad un potenziale acquirente del tuo disco che, colpito dalla curiosa ed originale copertina del tuo “Il senno del pop” ti chiedesse "Ma che genere di disco è questo “Il senno del pop”? Chi è questo Mirco Menna?”.


"Il senno del pop" è un bel disco e Mirco Menna uno che se lo dice da solo, ma non ha torto.


Guarda qui il video del singolo in radio “Così passiamo” feat. Silvia Donati: 



Guarda qui il video di “Portati da un fulmine”:
























venerdì, luglio 07, 2017

“L’Ora di Mezzo” uno splendido disco in bilico tra la luce e l’ombra

di Fabio Antonelli

In questi giorni è uscito “L’Ora di mezzo” (Filibusta Records/Ed. Curci), il terzo disco (nel 2008 esordì con “Vermiglio” (CD-Album, Ed. Curci/ UNIVERSO, cui segui nel 2011 “Lo Specchio” CD-Album, Ed. Curci/ EDEL) della cantautrice leccese Francesca Romana Perrotta. Un disco che mi ha piacevolmente colpito sin dal primo ascolto per la sorprendente musicalità delle canzoni, sospese tra sonorità decisamente rock, atmosfere più cantautorali ma vi si trova anche un certo pop d’autore anni ’80. Poi, dagli ascolti successivi, è pian piano emersa la profondità dei testi e allora non ho resistito all’idea di saperne di più.

Copertina CD "L'Ora di Mezzo"


E' appena uscito il tuo terzo disco di inediti, s’intitola "L'Ora di Mezzo" e subito sono rimasto attratto visivamente dalla copertina, che ti ritrae seduta con in mano un libro, la cui copertina rappresenta la locandina pubblicitaria di "Tempus Fugit", un antico liquore china di origine svizzera. Il tempo, il suo trascorrere, è fortemente presente sia nel titolo del tuo nuovo lavoro sia nell'accuratissima foto di copertina, mi spieghi entrambe le scelte?

Acutissima osservazione, la tua. Ho scelto quella rivista di proposito, infatti. Il mio rapporto col tempo è presente ovunque, perché sono grata al trascorrere delle cose, al loro cambiare, alle trasformazioni. Questa cosa mi dà la certezza che ci saranno sempre cose nuove all'orizzonte. Inoltre, è uno stimolo a non lasciar passare le giornate sprecando i momenti preziosi in cui ho occasione di sorridere e di ricevere sorrisi.

Il disco è stato anticipato dal singolo "Le cose non accadono per caso", un brano di grande impatto, caratterizzato da una notevole cantabilità, mi ricorda un po' il miglior pop d'autore degli anni '80, com'è nato questo pezzo? Sei d'accordo però se dico che, in questo tuo nuovo lavoro, non è l'unico pezzo che vien voglia di cantare sin dal primo ascolto?

Concordo, cantabile, immediato e un po' vintage. Anche la seconda traccia, “Il grido” (con cui ho vinto il Premio Miglior Testo al Festival Musicultura nel 2016), ha queste caratteristiche. Poi ci sono brani più tipici, da cantautrice, altri con venature più rock ... Un album vario.

Si, ti do ragione anche sul vintage ... Il disco si apre con un altro gran bel pezzo "Occhi di cera", a me ha colpito subito quel verso "Ridono di me mentre lenta cado giù", me ne parli?

L'ho scritto tempo fa ... avevo smantellato tutto. Mandato via musicisti. Chiuso con un produttore fasullo, insomma, facevo forti potature e ad un certo punto ho pensato di aver chiuso con la musica ... "Occhi di cera" ha quindi un'atmosfera malinconica, ma credo che allo stesso tempo sia stata catartica per me. Ecco perché è la prima traccia!

Per fortuna che non hai chiuso con la musica, altrimenti non saremmo qui a parlare di questo tuo nuovo interessantissimo capitolo. La seconda traccia "Il grido" che, come hai già detto, ti ha fruttato un bel riconoscimento, tratta un tema di grande attualità anzi potrei dire di eterna attualità, purtroppo, vero?

Si. La canzone è, come dicevo, fresca, cantabile, un bel rock pop. Il testo in realtà tratta il tema della violenza psicologica, sottile, subdola, che spesso si subisce tra le pareti domestiche.



Che a volte è peggiore della violenza fisica, perché forse meno avvertita da chi la subisce e perciò più subdola, come hai sottolineato. Ascoltando tutto il disco, si avverte un attento e approfondito lavoro di scavo psicologico nell'universo femminile, ancora una volta hai voluto dar voce a donne del passato, Medea in “Medea”, Elena di Troia in "Il sorriso di Elena", Penelope in "Sul filo", Lucida Mansi (una contessa assassina) in "La torre delle ore", Maria Antonietta in “Maria Antonietta”. Da dove nasce questa tua forte passione per le donne che, in un modo o nell'altro, hanno lasciato una traccia viva nella storia?

Nasce da mia madre, ex accesa femminista degli anni '70. Poi si è ammorbidita nel tempo, ma a me ha insegnato la dignità femminile, il rispetto per se stesse, la lotta per i propri diritti. Certo, io non sono come le femministe di quei tempi, anzi ... Spesso mi arrabbio perché è evidente che noi siamo le prime carnefici di noi stesse.

Questa tua ultima affermazione la trovo molto condivisibile e, ahimè, lo dico con grande dispiacere. Il tuo far parlare figure femminili che hanno lasciato tracce importanti nella storia dell'umanità può essere, però, considerato un espediente per parlare anche di te, del tuo modo di sentirti donna, magari non in maniera esplicita e in forma diretta come avverrebbe in forma autobiografica?

Si. Credo di avere molto in comune con queste figure. Un misto tra decisa femminilità e una forza da amazzone ... In bilico tra la luce e l'ombra.

Francesca Romana Perrotta dal vivo - Arena Sferisterio di Macerata


A proposito di luce ed ombra, nel retro del bel libretto che accompagna il disco, c'è un tuo consiglio all'ascoltatore: "Da ascoltare preferibilmente dopo il tramonto". Sarà che il primo ascolto l'ho effettuato proprio di sera, poco prima del farsi avanti delle tenebre, ma ho trovato il disco meraviglioso, hai forse fatto qualche incantesimo?

Si ... Perché “L'Ora di Mezzo” è proprio quella: un attimo prima della sera ...

Tra le tracce del disco ve n'è una in cui per la prima volta credo, se non ricordo male, duetti con una voce maschile, la voce per altro molto bella e calda di Gianluca De Rubertis, per altro presente nel disco anche in veste di pianista in "Il sorriso di Elena". Parlami della canzone e di come è nata l'idea di cantarla con lui.

La canzone l'ho scritta e composta per me ed è molto autobiografica ... A disco quasi ultimato, ero a Milano a cena con amici vari tra cui Gianluca (con cui sono amica da anni, siamo entrambi leccesi) e, parlando di “Io sono l'egoista” ho pensato che lui poteva essere perfetto per un duetto in quella canzone. Lui è molto simile a me: uno sceso dalla luna, che però conosce la strada per gli inferi.

Che fosse tra le più autobiografiche ed intimiste l'ho pensato da subito ma c'è un'altra canzone, secondo me, molto profonda ed anche inquietante per certi versi, mi riferisco a "La stanza di dentro", soprattutto a quei versi conclusivi "Ora, senza le tue armi, muori e sei soltanto come cibo per i vermi, solo cibo per i vermi, solo cibo per i vermi ...”.

Si, è inquietante anche per me. Non è una canzone facile né da cantare né da scrivere. Non è autobiografica. È una canzone rivolta a due persone distinte e diversissime. Una mia amica che non c' è più e un uomo che conosco a fondo. Ho cercato di guardarli dentro per capire cosa spinge alcune persone ad agire in certi modi che io non capisco. Ho immaginato che dentro abbiano questa parte, questa stanza gelida, terribilmente incolore.



Credo che ascoltando si avverta davvero tutta questa inquietudine mentre, invece, "Il ballo dei fantasmi” la canzone che chiude l'album, a dispetto del titolo, non lo è per niente, anzi sembra essere quasi una sommessa preghiera, un’invocazione "Notte di luna danza sul mondo alza le vesti bianche d'argento scendi nelle stanze illumina il pianto di chi non sa sognar". Sbaglio?

Ah, si ... è un dolce abbandonarsi alla notte, per i suoi aspetti più incantati e sognanti. Una buonanotte e sogni d' oro per tutti ... anche per me.

Lo trovo un bellissimo modo di salutare chi ha avuto il piacere di seguirti lungo le tracce del disco e questa intervista ma, invece, a chi ancora non ti conoscesse cosa diresti come chiosa a questa nostra chiacchierata?


A chi non mi conosce? Alla fine dei miei concerti spesso mi sento dire che la mia musica dovrebbero conoscerla tutti ed io rispondo: tutti chi? E mi dicono: tutti gli italiani! Non lo so ... Io posso solo dire che “L'Ora di Mezzo” è un album scritto con molta verità ...