È il 2 novembre del 1975, Pier Paolo
Pasolini viene trovato morto all’idroscalo di Ostia da un passante, è stato
massacrato di botte e risulta essere stato più volte investito dalla sua stessa
auto, un’Alfa Romeo GT 2000. Da subito, a essere accusato è Pino Pelosi, un
ragazzo di vita di 17 anni, che confessa di aver ucciso Pasolini perché
quest’ultimo voleva avere con lui un rapporto sessuale non consensuale. Quel
momento segnerà la fine terrena di un grandissimo poeta, ma anche l’inizio di
un modo errato di approcciarsi alla sua figura, seguiranno biografie,
documentari, film, spesso concentrati sulla sua omosessualità, sul suo
preferire accompagnarsi a giovani ragazzi di vita, anziché sulla sua vasta
produzione letteraria, cinematografica e persino pittorica.
Cosa c’entra Pasolini con Serge
Gainsbourg? Apparentemente nulla, ma scrivere su un personaggio come Gainsbourg
avrebbe potuto portare allo stesso errore e credo ne sia ben conscio Marco
Ongaro se, in un capitolo di Un poeta può nasconderne un altro - Il senso
della parola di Serge Gainsbourg, scrive “Pare che la formazione sessuale
di Gainsbourg significhi molto per i suoi biografi, divisi tra femmine attratte
dal mito della Bestia che conquista la Bella e maschi invidiosi del Brutto che
attira le splendide che loro non hanno saputo attirare” e più avanti “Ma è la
sua grandiosa capacità di assimilare e trasformare, teorizzare e analizzare le
pratiche conseguenti in fatto di sesso e amore, temi fondamentali di qualunque
espressione artistica, a essere l’elemento principale del mito Gainsbourg”.
Boom! Centro! Ecco, quindi, su
cosa non puntare la lente d’ingrandimento, deve aver pensato Marco Ongaro nello
scrivere del mito Gainsbourg, comprendendo bene che non sta tanto nella capacità
amatoria la sua grandezza quanto, semmai, nel saper trasformare in oro, come un
novello Re Mida, “il sudore e le frizioni basilari che coinvolgono due esseri
esteticamente ben assortiti nel corso degli esercizi d’amore”, citando ancora
una volta l’autore del libro.
Com’è dunque il Gainsbourg di
Ongaro? Se ne intuisce grandiosità e originalità sin dall’introduzione, dove
emerge un poeta che non parte dalle idee ma dalle parole, è il cantante
francese a dire “Le parole veicolanti le idee, e non le idee veicolanti le
parole. Primordiale. Niente parole, niente idee”. Scrive però Ongaro in
proposito “Il calembour è sempre in agguato”, come quando Gainsbourg afferma “Fino
alla decomposizione, io comporrò”. Ma non solo l’amore per il calembour:
dall’immensa produzione di Gainsbourg emerge un utilizzo delle parole spesso
spiazzante, così spiazzante da essere a volte incompreso oppure compreso solo
in parte, soprattutto per chi non è di lingua madre francese. Nelle proprie
canzoni usa spesso il franglese, un ambiguo miscuglio delle lingue francese e
inglese in cui i significati si sommano ad arte, come ad esempio in Lemon
incest, in cuiuna tredicenne Charlotte Gainsbourg canta “incest de
citron” e il coro le replica “lemon incest (lemon zest)”, una sorta di
traduzione simultanea che disvela il senso francese in essa celato. Geniale,
come quando fingendo di voler omaggiare la celebre Le foglie morte di
Jaques Prevért, scrive la sua La chanson de Prevért, che in francese
suona effettivamente come “la canzone del prato verde”, con nuovi versi ispirati
perfino forse a quelli potenti del Giuseppe Ungaretti di Non gridate più,
con cui in realtà sembra voler dire “Finitela con queste Foglie morte, o
moriremo tutti di nostalgia”, quasi a voler interrompere la serie di rimandi
per cui un qualcosa nasconde sempre un richiamo a qualcosa d’altro. Persino
quando pare a corto d’idee, per cui attinge da versi altrui (c’è in tal senso
una complicità incredibile con Boris Vian), riesce sempre a trarne nuova linfa
o a scompaginare le carte.
Ma il mito Serge Gainsbourg, dall’inizio
del timido Lucien alla fine del borderline Gainsbarre, in questa biografia di
Ongaro è totalmente assente? Assolutamente no, è sempre lì sullo sfondo ma sono
le canzoni, o meglio il senso per la parola di Gainsbourg, ad attrarre
visceralmente Ongaro, che quasi come un biologo mette sotto la lente di
ingrandimento le gemme più nascoste e le analizza.
Ne esce una guida preziosissima anche
ai neofiti in fatto di Gainsbourg, come il sottoscritto, un vademecum capace di
far comprendere come mai questo mito assoluto sia sopravvissuto al passare del
tempo, illuminando come un faro anche coloro che sono venuti dopo di lui,
diventando a sua volta fonte di ispirazione non solo per i cantautori francesi,
ma anche per quelli d’oltralpe, perché in fondo un poeta ne nasconde sempre un
altro.
Detto questo, credo che nessun
altro in Italia, se non proprio Marco Ongaro, avrebbe potuto scrivere così bene
e così approfonditamente di un artista sconosciuto a molti miei coetanei (pronti
a riconoscerlo però ascoltando il capolavoro Je t'aime moi non plus, famosissimo brano utilizzato proditoriamente
per animare a tappeto i servizi telefonici erotici degli anni ’80) perché Marco
Ongaro, come Gainsbourg, ha sempre saputo spaziare da una forma d’arte a
un’altra - è autore di canzoni, scrittore di libretti d’opera, saggista,
biografo - facendo della tecnica di scrittura la sua arma migliore per cogliere
la poetica altrui e appropriarsene. Mi viene in mente, per esempio, la sua
canzone The lies que vou disiez, contenuta nell’album Certi sogni non
si avverano: in fondo non troviamo qui lo stesso franglese di cui spesso
fece sfoggio Gainsbourg?
Max Manfredi ha compiuto il 7
dicembre scorso 65 anni ed ha voluto farsi e fare un regalo a tutti i suoi
ammiratori, pubblicando un nuovo album di dodici inediti, dal titolo “Il Grido
della Fata” (Maremmano Records – IRD). Sono passati ben sette anni dal
precedente Dremong (Gutenberg Music), un lungo periodo durante il quale non è
certo rimasto con le mani in mano, ma ha alternato la realizzazione di opere
letterarie e teatrali ad una lunga tournée con il conterraneo Federico
Sirianni. Ma ecco, finalmente, dopo una lunga gestazione causata anche dalla
pandemia, l’uscita di un disco che, ne sono sicuro, lascerà il segno.
Direi, se sei d'accordo di
partire dalla copertina del tuo nuovo disco, una fotografia di Renzo Chiesa che
si pone direi in maniera enigmatica un po' come tutto il disco (ma di questo ne
parleremo più avanti), sta più a significare l'artista che scruta quasi di
nascosto il mondo che lo circonda o l'artista recluso prigioniero di sé stesso,
dei suoi fantasmi, dei suoi amori, delle sue fate o forse altro ancora? Poi c'è
il titolo Il Grido della Fata. Folgorante. Sembrerebbe quasi un sequel
della canzone Il regno delle fate. Ho già messo troppa carne al fuoco
... a te la parola.
Il nome dell'album proviene da
una poesia del poeta "simbolista" francese Gerard De Nerval. Il
componimento si chiama El desdichado e finisce evocando "i sospiri
della santa e le grida della fata”. La figura della fata però si è inscritta
direi capricciosamente nel mio immaginario da alcuni anni e quasi
impercettibilmente. Tu citi giustamente il mio Il regno delle fate, poi,
come le decalcomanie di una volta, la velina allegorica si è staccata e la fata
è comparsa in tutto il suo smalto e in piena autonomia. La foto di copertina fa
parte di una serie di scatti che mi ha dedicato il grande fotografo Renzo
Chiesa nel quartiere milanese della ex Varesina, da covo nebbioso che era, oggi
diventato un polo formale e informale di architetture e franchising. Dietro
alla vetrina di un edificio anonimo, tra fregi quadrati, il mio occhio sì
inoltra come quello di un "peeping Tom", o, perché no, di un
fotografo, verso l'osservatore, riproponendo l'eterna questione del "chi è
fuori?" e suggerendo un clima inquieto e conventuale insieme, una
mescolanza di clausura e curiosità, che impregna tutti i brani del disco, il
mio album più esplicitamente e francamente magico.
Ecco, hai citato un altro
aspetto che mi ha colpito. L'intero lavoro, pur non trattandosi di un concept
album, ha davvero come un fil rouge, un'atmosfera musicale particolare, che
definirei algida, che impregna un po' tutte le tracce e non solo musicalmente.
In più brani come già in passato, ritornano termini come freddo, gelo, inverno,
neve, il tutto sembra poi essere accentuato dall'utilizzo abbondante, quello sì
forse per la prima volta, dell'elettronica. Ritieni che la collaborazione con
Vibrisse Studio abbia avuto un ruolo fondamentale in tal senso?
Sì. Abbiamo scoperto insieme, io,
Marcello Stefanelli e Gabriele Santucci, una vera miniera di possibilità sonore
e musicali, e abbiamo raffinato ogni strumento, ogni plugin, convincendolo alle
nostre esigenze estetiche. È proprio come dici, un disco algido, cristallino,
pieno di vetrofoni e di invenzioni. Ad esempio, abbiamo campionato i suoni dei
pianeti forniti dalla Nasa e abbiamo fatto loro eseguire delle melodie
pilotandoli con l'autotune. Oppure abbiamo fatto suonare organi barocchi campionati
e cordiere di pianoforte. Ma non meno precisi sono gli strumenti reali che
abbiamo registrato, grazie alla collaborazione di musicisti straordinari.
Ecco, direi che è giunto il
momento di addentrarci tra i solchi del disco, che si apre con uno dei brani
più enigmatici ed allo stesso tempo affascinanti, si intitola Scimmia grigia
e vede già due importanti collaborazioni in carne ed ossa: una, non nuova,
che è quella di Ezio Zaccagnini alla batteria, l'altra di Bob Callero al basso.
C'è ritmo, c'è molta poesia, spesso misteriosa come quei versi finali
"Come l'immagine bionda e calda / che per un attimo mi abbaglia / dell'uccello
perso nella boscaglia / che va cercando l'alba". Chi è realmente questa
scimmia grigia, grigia come la materia del nostro cervello?
Hai ragione, è grigia come è
chiamata la materia del cervello. È il simbolo dell'inflazione comunicativa e
della solitudine paradossale che ne consegue. È anche la delega della nostra
coscienza separata. Ti spiego invece l'immagine finale. È tratta - uno fra i
pochissimi riferimenti letterari del disco - da una poesia del trovatore
medievale Guiraut de Bornelh, una "alba", dove l'amico sta di
sentinella davanti al luogo di incontro amoroso tra il suo compagno e la
nobildonna sua amante, per sorvegliare che non ritorni il "geloso",
cioè il marito di lei, magari coi suoi sgherri. E c'è la frase "Ho già
sentito cantare l'uccello che va cercando il giorno per la boscaglia".
Immagine pregnante che, oltre a ricordare l'atto sessuale che sta svolgendo
l'amico, configura una sinestesia vertiginosa che mischia tempo e luogo. Ed è
evocata da nient'altro che i suoni dei messaggi dei telefonini della Samsung,
che trasformano "il treno in una foresta incantata", scenario
favorito delle fiabe medioevali e rinascimentali. Anche qui si ammazza il tempo
come si può, il concetto stesso di tempo cronico e lineare viene sospeso tra il
prima e il dopo, niente ha fatto il suo tempo e il tempo lascia il tempo che
trova.
Fantastico. Ora vorrei
affrontare insieme le canzoni Sala da concerto e Polleria perché,
sebbene molto diverse fra loro, sono accomunate dal tema della solitudine. La
prima ha un titolo che farebbe presupporre una certa situazione, ma
l'ambientazione poi spiazza l'ascoltatore, c'è un grande senso di freddo e
trovo bellissimo, ancora una volta, il finale "l'inverno vuol dire girare
da soli / con le mani in tasca le strade del centro / a inzupparsi di luce che
il cielo è già spento / e sentire partire le navi e restarsene il vento".
La seconda, si basa su una melodia struggente, ha un testo molto conciso e mi
sembrerebbe ambientata in un passato lontano, che ferita poi al cuore quel
"Tutti gli amici volano via / Come polli allo spiedo di una
polleria". Temporalmente sono nate in periodi vicini? Lo scrivere canzoni,
come il loro ascolto, possono essere un buon viatico contro la solitudine?
È vero, sono canzoni
"con" la solitudine, non sulla o contro la solitudine. La solitudine
come compagnia. E, ci hai visto giusto, risalgono più o meno agli stessi anni.
E ti parlo della fine dei settanta e dell'inizio degli ottanta. Ma le canzoni
nascono quasi sempre in solitudine e poi vengono condivise. Mi pare un buon
inizio, da contrapporre alle solitudini condominiali. La condivisione di un
senso di solitudine può dare adito a bevute insieme, o addirittura ad amicizie
e amori. La solitudine sociale, invece, è incattivita dal rancore. Tutti i
brani del mio album, infine, ma forse quasi tutti i miei (quasi) parlano di
perdono. "Perdoni" venivano chiamate alcune porte delle chiese - l'ho
letto in un mio libro. Quindi ingressi, possibilità di entrare e uscire. Anche
a piccoli gruppi.
Salto, in questo zapping, ad
un'altra canzone dal testo molto stringato e dal titolo orientale Nasi
Goreng. Potrebbe sembrare il nome di una donna ma non lo è. Ogni parola
centellinata in questo brano, il cui testo è stato scritto con Sante Boldrini,
sembra avere un peso specifico immenso e quasi sempre più d'un significato.
Ancora una volta magnifico il finale, quella zeppa "Conto salato, conto
saldato". Direi che vi si respira aria densa di guerra e musicalmente è
fondamentale il contributo di Elisa Montaldo e i suoi strumenti cinesi (koto,
guzheng, flauto). Com'è nata questa canzone piena di suggestioni?
Nasi Goreng è nata da un
testo dell'autore ed epigrammista Sante Boldrini, su cui ho innestato un'altra
strofa. Abbiamo pensato all'estremo Oriente, ai conflitti indocinesi, alla
violenza e al sangue. Ho cercato di fotografare questi elementi che esplodono
nel corso di una "normale" cena durante un coprifuoco, come nel film
di un regista contemporaneo. I nasi a cui si fa riferimento ricordano però una
guerra "di tantissimi anni fa" e rappresentavano i trofei dei nemici
dei nipponici, che avevano sostituito in questo modo le più impegnative teste.
Ancora adesso c'è un monumento a Kyoto che custodisce questi nasi e viene
chiamato, non so per quale ragione, "tumulo delle orecchie". La
canzone è stata elaborata dai Lady Lazarus con l'aiuto di un tablet. Molti
strumenti esotici campionati sono poi stati sostituiti da quelli reali suonati
da Elisa Montaldo, che ne possiede una sfilza.
Malvina, invece, sì è
il nome di una donna, una donna che "suona l'arpa a suon di sguardi / per
i ragazzi della terza età", un'immagine splendida che mi ha riportato alla
mente un altro verso di una canzone tua di tanto tempo fa, mi riferisco a
"La sua donna stanotte ha un’altra pratica: suona l'armonium per i
sordomuti" presente in Natale fuoricorso. Se le due donne non sono
le stesse, è però forse lo stesso il periodo creativo? Resta per me una delle
canzoni più poetiche e delicate allo stesso tempo, in più vi è il contributo
musicale di Vincenzo Zitello e la sua arpa. Enigmatico ancora una volta il
finale, non si sa chi tra Malvina e il "mister" sia ad inciampare e
cadere, chi ad aiutare chi ad essere aiutato, viene quasi il dubbio che il
misterioso mister altro non sia che la propria coscienza. Ho bevuto anch'io
troppi calvados?
Il mister è il coach,
l'allenatore, il tutor, lo sparring partner, il demone, l'ombra, il consulente.
E sì, la coscienza. È legato all'io che racconta, tanto che si sorreggono e
cadono insieme. Malvina è molto più recente, almeno come invenzione,
della donna di San Giorgio in Natale fuoricorso, tuttavia si
assomigliano in quanto se quest'ultima suona per il circolo dei Sordomuti,
Malvina si esibisce con la sua arpa celtica per una classe di vecchietti in
visita in Bretagna. Che della Bretagna si tratti, si capisce da una quantità
notevole di indizi disseminati nel testo: dal suo nome gaelico ai Calvari, dai
menhir ai Calvados bevuti dalla ragazza. Si tratta di una scena, ma è la scena
di un addio, da cui fuggire e dove fare presto, senza indugiare e senza
prestarsi all'incantesimo, come Ulisse fa con le Sirene e con Circe, mantenendo
una specie di fatale autonomia. L'io narrante qui fugge con sé stesso o col suo
doppio e si sottrae così all'incanto che probabilmente lui stesso ha inventato,
non però al suo traballante destino. Fra l'altro questo "cadere" non
è solo una delle mie favorite metafore, ma una pratica accidentale cui sembro
essere alquanto legato, come ho sperimentato ancora un paio di giorni fa.
Tutto torna, si direbbe. Dalla
Bretagna spostiamoci alla Sardegna, o così almeno sembra essere ambientata la
dolcissima Elicriso. Non è un trattato di botanica, ma l'elemento per
trattare ancora una volta di solitudine e di nostalgia, questa volta dettata da
una forzata distanza, da un distacco che sembra d'altri tempi ma che ahimè è di
un'attualità lacerante. Vorrei che fossi tu a parlarne, io cito solo il verso
che chiude la canzone "Ho imparato a leggere nel libro, / pagine che sanno
un po' di fieno. / Metto dentro al libro l'elicriso. / Preferivo sul tuo
seno".
Si è più a casa nella propria
situazione reale o nella nostalgia? Se la nostalgia, termine coniato in età
relativamente moderna, implica un sentirsi a casa dove non si è più, se il
verbo "desiderare" ha a che fare con le stelle, la realtà vissuta ha
necessariamente a che fare con quella sognata. Ma entrambe hanno i loro
diritti. Così il mio emigrante abbandona tutto un mondo, e un amore, per un
universo differente (altri fiori e altri sguardi al davanzale) ma ritorna in
sogno, la notte, al suo antico promontorio. E un indizio, un segnale, che lo fa
tornare alla "Porta dell'argento"; che i geografi e i Sardi
riconosceranno come un monte, gli occultisti e i poeti come l'ingresso dei
sogni. E questo indizio è un fiore secco di elicriso.
Il fiore di elicriso mi per
permette di passare ad Apis, canzone meravigliosa per costruzione e
scrittura, mi sono annotato qualche verso "E adesso no che non so / riciclare
/ amori in folle e folle in amore! / A chi scende giù fino al miele / si sciolgono
scienza e parole", "e ho visto un'ombra all'albergo diurno, / Cleopatro
che scendeva le scale”. Desiderio e
illusione sembrano fondersi irrimediabilmente come in un crogiuolo o sbaglio?
Mi fai luce?
A buon diritto parli di
illusione, parola che, con la sua bella dieresi ronzante, utilizza Pascoli
proprio parlando del miele delle api. Tuttavia, qui non si tratta nemmeno di
illusione. È proprio il crogiolo di cui parli, che fonde insieme evoluzione e
involuzione. C'è una forza necessaria alla vita, al di là di scelte e
definizioni. Qui vengono detti solo frammenti di questa scienza d'amore.
Ricordi di vite precedenti, in tutti i sensi. Luoghi apparentemente vili:
diurni, cessi, cinema porno, autobus. Preziosi, però, proprio nella fragilità
del loro fuoco. E le candele che tremano nel coprifuoco sono insieme riscatto e
contraddizione.
In questo nuovo disco, ci sono
anche due canzoni d'amore o meglio, che riguardano l'amore in senso lato, forse
più l'assenza che la sua essenza, mi riferisco a Nostra Signora della Neve
e Rosso Rubino. La prima, come si evince dal titolo stesso è una sorta
di invocazione alla Madonna della neve, titolo risalente ai primi secoli della
Chiesa cattolica e legato alla nascita della basilica di Santa Maria Maggiore
in Roma, è ambientata in una generica campagna, sembrerebbe in una casa
sperduta tra incantesimi e spiriti "Se sono spiriti o è il legno / di
notte tu non puoi capirlo". La seconda sembra anch'essa abitata da spettri
e fantasmi, ma legati ad una bevuta colossale, ne emerge un protagonista
desideroso d'amore ma tremendamente solo "Un re senza amici che si guarda
nello specchio, / ma dalla cornice sta a beffarlo il suo giullare" e che
il bere di una notte, quasi non ci fosse un domani, lo porta a sognare una
donna, ma ormai c'è l'alba che s'avvicina "Brucia guglie e rovi
inciampando ad ogni tetto. / Ora dorme il sovrano ed il suo giullare lo
riscalda". Se la prima è lieve come il posarsi della neve su un paesaggio
sperduto, la seconda è musicalmente densa e mirabolante, mi sembra a tratti di
sentire echi e sonorità di Luna persa. Pur sobrio, ho forse sognato
anch'io?
Nostra Signora della Neve
è il nome di diversi santuari in Italia. Qui può essere il nome dato ad una
donna amata. Questa canzone è una specie di litania profana. È una canzone
d'amore, certo, amore rivolto a una donna e al suo paesaggio. Invece Rosso
Rubino è un brano egocentrico, dove però un vero "io" (e quindi
un vero centro) non esiste. Esiste, per il carnevalesco Re che si auto recita,
la funzione dell'ubriacarsi e del rimpianto. La prima è estesa fino al mondo
circostante, nella prosopopea "passo da ubriaco sta barcollando
l'alba". La prosopopea è una figura retorica che consiste nel
personificare un elemento naturale. L'alba, appunto, ma anche il crepuscolo,
anzi, il suo trascolorare: "l'indaco bigotto fuori sgrana i suoi
rosari". Questa figura retorica ci riporta a un pensiero animista, un
mondo mentale primitivo o infantile, abitato o propinquo a demoni e fantasmi.
Un comune bicchiere diventa "il bicchiere dello spettro" (forse usato
in precedenza come tavoletta ouija per qualche evocazione spiritica, ed adesso
destinato senza complimenti a più reali libagioni?). Non la casa del Re in
questione (o forse, per tornare alla poesia di Nerval, del "principe
d'Aquitania della Torre abolita") è diabolicamente invasa, ma il teatro
esterno. Sipario ne sono una finestra e, ancora, la neve. Lì fuori impera una
sarabanda di lussuria che precipita in un'oscenità di annunci pubblicitari,
fatti di cronaca e comunicati commerciali. Dentro le anime, oscuramente, la
nostalgia di un inferno caldo come un rifugio alpino, a sua volta carnevalesco,
alla Rabelais, se vuoi, dove "c'è la gara di rutti ed i diavoli versan da
bere". Ma tutto questo pandemonio si disperde con la neve, lasciando
l'ipotetico Re a pagare con la solitudine lo scotto di un amore tanto perduto
quanto esibito. Il bicchiere dello spettro, che specchiava il sorriso
dell'amata assente, è rotto per terra. L'assente non è morta, ma ha preferito
una vita tanto normale quanto assurda appare al giudizio di chi la ricorda e la
evoca. I canali di una cittadina del nord diventano incomprensibili alfabeti
braille, la donna è tanto cieca da sposarsi e avere dei figli, e non potrà
rispondere alle disperate e persino prosaiche proposte inventate dall'amante
("pescheremmo trote per farle con il timo e l'alloro"). Le due
canzoni, Nostra Signora della Neve e Rosso Rubino, hanno in
comune alcuni elementi, l'animismo medianico e il clima invernale. Ma nella
prima il desiderio si stempera nella contemplazione, mentre nella seconda si
teatralizza nella vanità fanfarona del monologo.
Si è parlato di amore, non
possiamo non parlare di un'altra canzone che ruota intorno agli amori o meglio
a chi quasi fosse un passatempo preferisce farli fallire, cioè di Guastamori.
Vorrei fossi tu a chiarire meglio chi è in realtà il protagonista di questa
canzone che sembra svilupparsi per flash discontinui. Personalmente sono
rimasto affascinato soprattutto dalla poetica riflessione finale "O forse
siamo noi che siamo / fotogrammi alla moviola: / la gente non ricorda gli
intervalli / ed è per questo che si sente sola".
Sembra una boutade, ma la mia
opinione è che il protagonista di questa canzone, o meglio, chi viene
raffigurato nei suoi graffiti, sia le nostre concezioni del tempo. Se la leggi
così, non è discontinua. Non voglio farla lunga a te e ai lettori. Il testo
originario nasce moltissimi anni fa. Ma subisce un'operazione, se ne toglie un
finale e se ne mette un altro. Proprio perché la frenetica attività erotica o
sentimentale del personaggio altro non è che tentare di precedere il tempo,
inseguirlo, cavalcarlo. Mi è capitato di leggere una frase del filosofo moderno
Walter Benjamin, secondo la quale il distruttore non ha bisogno dell'attività
distruttiva, ma semplicemente di passare attraverso le rovine. È lo sguardo che
scorge rovine in tutte le cose. Uno sguardo che travalica il tempo. Anche la
visione dell'innamorato sospende e trascende il tempo. Ma il dongiovanni lo
abita freneticamente, lo fa suo. Solo che la chiave del suo agire è prendere,
abbandonare ed essere abbandonato, prendere di nuovo. Assomiglia tantissimo al
gioco infantile del nascondersi e riapparire, del lasciare un oggetto caro per
riprenderlo. E infine al gioco di prestigio: fare sparire qualcosa per farla
ricomparire. Ma è un gioco cruento, come dimostra Michel Caine in un film sugli
illusionisti. Il canarino che riappare non è lo stesso. Ma la nostra pretesa di
identità non è altro che una dinamica filmica. È il vuoto tra i fotogrammi che
permette l'illusione del moto. È questo vuoto che feconda l'individuazione. Per
dirla grossolanamente, le conquiste del Guastamori sono come carte da gioco,
l'importante è quel gesto nascosto, quel vuoto, quella distrazione che permette
l'azione del prestigiatore, e la sua truffa. Il vuoto impercettibile fra i
fotogrammi. Il delitto del Guastamori è quello di attraversare un mondo di
potenziali rovine considerando le persone come i vuoti da cui passa, e non come
altre individuazioni.
Restano da affrontare due
canzoni e ne rispetterei la sequenza originale, via libera quindi a Canzone
del Finale. L'ho adorata sin dal primo ascolto, in tempo di lockdown, eseguita
da te solo voce e chitarra. Qui si arricchisce di strumentazioni ed uno
splendido arrangiamento, ma resta intatta la prima sensazione visiva di essermi
tuffato per un attimo dentro una sorta di Shining, questo sogno-realtà
mi ha ricordato l'episodio in cui Jack si sposta nella sala da ballo
dell'hotel, dove ha un surreale incontro con un barista degli anni Venti di
nome Lloyd. Magnifica poi la visione iniziale "E nella festa
dell'apparenza, / con le sue luci straniere e invitanti / io non capivo la
differenza / tra gli invitati e i mendicanti". Com'è nato questo piccolo
gioiello?
È nato proprio dalla frase che tu
hai riportato, che ha fatto da lievito madre a tutta la canzone, unendosi però
a un altro ingrediente: le parole dell'apertura, "Entrai dunque nella
villa senza essere invitato, dopo aver legato a un palo l'ombra che mi aveva
accompagnato". Questi versi aprivano una mia canzone di adolescente,
chiamata proprio La villa dei fantasmi.Era scritta sulle suggestioni delle letture di Edgar Allan Poe, mio
autore amato fin dall'infanzia. E forse, dati i tempi, voleva dare fiato ad una
allegoria politica. In questa canzone sì può vedere un fenomeno di abduction,
sospensione del tempo, rapimento. La leggenda della casa incantata di notte che
poi si rivela diroccata e disabitata di giorno, è frequente nei racconti di
fate e di fantasmi. Anche in questa canzone su parla del tempo e della sua
abolizione. Non mi sono riferito a Shining, film che credo di aver visto
almeno una dozzina di volte. Ma anche la villa di cui canto "pareva
invasa". Qui si presenta una cornice di ulivi, gli stessi che compariranno
in Il Grido della Fata.
Ecco mi hai dato il gancio per
parlare, finalmente, della canzone che dà il titolo all'intero album Il Grido
della Fata, che nella track-list credo tu abbia lasciato in fondo al disco
perché ha un finale che è un coup de théâtre geniale, ma non anticipo nulla.
Cito solo l'incipit altrettanto straordinario "Bruca l'erba dei tetti il
sole al tramonto / Brucia dentro camini di pietre uguali" ed alcuni tuoi
topos che sembrano qui ricomparire tutti come d'incanto: le cattedrali, i
gatti, il vino, il cadere... il resto lo lascio dire a te. È comunque il degno
finale di un album grondante densa e struggente poesia.
Sì, le immagini dominanti
ritornano. Solo che qui finalmente l'identificazione implode. Se è questo il coup
de théâtre di cui parli, non lo sveleremo qui! Anche in questo caso strofe
nuove sì sono innestate a quelle di una vecchia canzone, e lo stesso è successo
alla musica. Rispondevo alla lettera di un caro amico, che ne ha colto molti
punti, specialmente la poetica vivissima dei suoni elettronici. Una canzone,
dicevo, è un organismo vivente. Ma anche un'intenzione. E la sua intenzione,
una volta che è c'è stata "composta" (ma non in una bara come un
cadavere) è di essere ascoltata ed ascoltarsi ancora. La canzone è la fata. Se
agli uomini è difficile decifrare il silenzio delle Sirene, alle Sirene non va
giù la refrattarietà degli uomini al loro canto. L'amore delle fate è
formidabile.
Credo che, chi ci ha seguito
fin qui, in questo viaggio tra le tracce del tuo nuovo lavoro, vorrà ora sapere
come e dove trovarlo? So che, attualmente, oltre che sulle piattaforme
digitali, è stato pubblicato sotto forma di CD ma è in previsione anche la
pubblicazione in altri formati, è così?
Adesso si trova o si può ordinare
in formato CD, per chi ancora ama l'oggetto fisico. Lo si può richiedere ai
negozianti di dischi, quelli irriducibili che non hanno chiuso bottega, o alle
Feltrinelli, specificando la produzione, Maremmano Records, e la distribuzione,
IRD. I negozi di dischi non devono chiudere. Sono come i bar, e può succedere in
effetti che offrano da bere. Il vinile è in preparazione. Ma c'è un'altra
sorpresa: prestissimo sarà disponibile lo "scrigno" no plastica, un
rivoluzionario formato inventato da Vibrisse Studio che permette un ascolto ad
alta fedeltà, ma anche animazione di immagini, ipertesti, possibilità
interattiva, nuove pubblicazioni, addirittura nuove orchestrazioni, richieste.
Sarà come avere un filo diretto con Max e i suoi collaboratori. Molti l'hanno
già scelto e prenotato. Sarà anche in vendita ai concerti.
25 novembre 2011, è la “Giornata
contro la violenza sulle donne”, navigando dentro Facebook mi imbatto in un
post della cantautrice salernitana Alfina Scorza in cui scrive “stamane mi ha
contattato una ragazza che studia al CPM di Milano, sta elaborando una tesi
sulle difficoltà che incontrano le donne autrici e compositrici ad emergere nel
mondo musicale... avrei tante cose da raccontare...”, colgo allora subito
l’occasione per contattarla e farmi raccontare… Leggete, ne vale la pena.
Live in Lurago d'Erba (CO)
Partiamo dal fatto
incontrovertibile che oggi è la “Giornata contro la violenza sulle donne”.
Credi che la sua istituzione sia un buon punto di partenza o, in fondo, una
concentrazione di vuota retorica e pure a scadenza?
Credo che il fatto che se ne
parli di più sia comunque un dato positivo che aiuti a sensibilizzare le
persone e soprattutto le generazioni nuove...ci sono faccende che prima non si
argomentavano proprio perché ritenute situazioni "normali", come la
violenza psicologica che gran parte delle nostre nonne e madri hanno subito da
parte dei propri uomini...poi nel campo del lavoro gli argomenti sono vasti,
prima era normale che una donna guadagnasse meno di uomo, oggi questa cosa si
combatte...nel campo musicale invece è più comune che le donne siano relegate
al ruolo di interpreti soprattutto se hai un'immagine avvenente...oddio se
penso a Mina sicuramente è tanta roba, purtroppo però ci sono ancora molti
pregiudizi da parte degli uomini quando scrivi, componi o suoni uno strumento,
se ti vedono in un certo modo musicalmente è difficile far loro cambiare idea,
devi lottare di più, la cosa buffa che mi è capitata è che mi hanno più volte
fatto i complimenti per come interpretavo un mio brano secondo loro bello ma
dando per scontato che non l'avessi scritto io...ma comunque starei ore a
parlare...si lotta , fino a quando ad un certo punto non ce la si fa più e ti
parte in testa la frase "ok tu pensi questo di me? Ma chi se ne frega, io
vado avanti!"
Alfina Scorza
Mi sembri molto in linea con
quanto pubblicato oggi, ad esempio, da Susanna Parigi "Parlerò finché avrò
voce: un Paese dove muore uccisa più di una donna al giorno non può dirsi Paese
civile. Qualcosa non va. Lo capiamo si che qualcosa non va? Quindi abbiate
pazienza se parlerò di questo più e più volte..." e devo dire che tu, del
ruolo della donna madre – figlia - moglie - lavoratrice – amante, ne hai
parlato direi ampiamente e con profondità nel tuo ultimo lavoro discografico “Le lettere
di Jo” o sbaglio? Non ti sembra che ne emerga una donna quotidianamente sotto
giudizio?
Assolutamente sì,in generale la problematica riguarda le donne
di tutte il mondo ma ci sono alcuni posti e in questo caso il sud Italia dove
le abitudini quotidiane che sembrano normali sono in realtà fuorvianti, ci sono
pochissime donne realizzate nel proprio lavoro, molte hanno rinunciato alla
propria carriera perché si fa fatica a barcamenarsi tra lavoro (soprattutto
quelli di grande responsabilità) e la maternità, ancora oggi in casa, la
maggior parte dei mariti non fa assolutamente nulla, non c'è collaborazione tra
uomo e donna...la responsabilità della cura della casa e dei propri figli
ricade tutta su di lei...non faccio di tutta l'erba un fascio ma ho visto e
vedo ancora cose di questo tipo e purtroppo non sono scelte libere ma veri e
propri obblighi... in "Le lettere di Jo" racconto in parte me stessa ma anche
storie di donne che ho conosciuto, le loro frustrazioni, ingabbiate in
relazioni che le annientavano, della difficoltà sul lavoro, delle loro
fragilità e della scelta più comoda di sposare il buon partito perché venivano
da situazione familiari fortemente disagiate economicamente dove l'amore quello
vero va a farsi fottere, dove la libertà va a farsi fottere... di violenze
fisiche se ne parla tutti i giorni e c'è chi è stato ed è capace di parlarne
meglio di me di questo argomento così grave, io ho preferito viaggiare
nell'introspezione di quello che è la libertà di una donna, dell'impossibilità
o difficoltà di essere sé stessa ancora oggi.
Cover di Le Lettere di Jo
Essere sé stessa. Facendo un
bilancio della tua vita, quanto ti è riuscito di essere veramente te stessa?
Quanta fatica ti è costata la scelta di essere cantautrice, proprio in un
momento dove persino la vita dei tuoi colleghi maschi non è delle più rosee?
Non mi è costato nulla se penso a
cosa avrei potuto essere ascoltando gli altri... può darsi stia sbagliando
tutto della mia vita ma l'ho creata con la padronanza delle mie scelte e se
penso a questo, vivo tranquilla nel mio essere una persona inquieta e sempre
alla ricerca di qualcosa, lo so, è paradossale ma questa sono io. La fatica c'è
ma quale lavoro non la richiede? Se è fatto con passione però cambia tutto e
spero di potermi permettere di fare questo tutta la vita... il mio percorso non
è dei più semplici come i miei colleghi maschi, la donna ha più muri da
abbattere ma entrambi bazzichiamo in un mondo musicale che vive un periodo
delicato ma lo è già da un po', da quando i dischi non si vendono più, certo i
social aiutano ma vuoi mettere che prima si viveva vendendo la propria musica e
con i live? Spero che il vento cambi ma spero anche che la musica d'autore non
si erga troppo sul piedistallo perché questo porta all'isolamento artistico,
spero che chi scriva non perda mai il contatto con la gente, con ciò che lo
circonda , con la realtà che vive, i musicisti pretendono un ascolto più
attento ma anche noi dobbiamo ascoltare gli altri e spero che il mio modo di
approcciarmi alla musica mi porti a farmi sentire da una fetta sempre più larga
di pubblico, spero che dicano di me "ho sentito parlare molto di questa
cantante, andiamo ad un suo concerto perché ha delle cose da dire".
Alfina Scorza
Tra i muri da abbattere per una
donna a volte ci sono però proprio quelli eretti da altre donne, se non proprio
muri, incomprensioni, in proposito vorrei tanto mi parlassi di una canzone del
tuo ultimo album che più di tutte le altre è autobiografica, mi riferisco a “Lettera”.
Credo sia importante.
L' invidia è un brutto male
quando è distruttiva, ma questo sentimento è anche dell'uomo, solo che secondo
me è più bravo a nasconderlo... i muri tra donne si ergono quando non si riesce
ad accettare la propria realtà e vorresti che tutte fossero nella tua stessa
condizione, a questo punto prima di non cadere in un baratro e toccare il fondo
sono necessarie delle doti che se ci applichiamo risultano assai vantaggiose,
quelle dell'intelligenza, del confronto costruttivo con le altre donne, della
complicità, di pensare a ciò che abbiamo di bello da dare e cercare quanto più
possibile di abbattere le nostre insicurezze... sicuramente di donne così
positive ne ho conosciuto davvero poche ma me le tengo strette. Tornando
all'album, "Lettera" è stata scritta in un momento delicato, quando
mio padre è venuto a mancare...gli equilibri tra me e mia madre si erano un po'
alterati e le incomprensioni acuite, in realtà avevamo entrambe bisogno di
elaborare il lutto... ne è venuto fuori un brano che parla di un rapporto
conflittuale madre-figlia, in cui in molte si sono riviste e il fatto che abbia
colpito nel profondo delle persone mi ha riempito di gioia... poi musicalmente
il brano è una piccola parentesi, mi allontano per un attimo dalle sonorità
etniche preferendo una melodia dolce, una melodia che sa della mia infanzia, il
tutto impreziosito dagli arrangiamenti di Pasquale Curcio... comunque la prima volta
che mia madre l'ha sentita mi ha detto: mi sono commossa però mica sono così
stronza come madre?!hihihihi!
Per concludere questa bella
chiacchierata vorrei tornare al punto di partenza, alla Giornata contro la
violenza sulle donne. Hai parlato di confronto e di complicità nei confronti di
altre donne. Ecco supponiamo che si voglia organizzare un disco per questa
occasione e ti si chieda di partecipare al progetto e di scegliere altre tre
colleghe da coinvolgere. Chi vorresti avere al tuo fianco in questo ipotetico
progetto e perché?
Bella domanda, ce ne sono diverse
che attirano la mia attenzione, sicuramente una delle mie preferite è Roberta
Giallo, istrionica e dotata di forte personalità, Flo, bravissima, lei mi è
vicina come mondo sonoro essendo campana come me anche se abbiamo vocalità
diverse, poi è una tosta e dice sempre la sua sulle problematiche legate
soprattutto alla donna con una grazia ed incisività da fare invidia ed Elisa
Rossi, una delle voci più interessanti che abbia mai sentito in vita mia e
dotata di una scrittura davvero singolare.
Diavoli Storti (REA –
Concerto Music 2021), è il nuovo album di Marcello Murru, cantautore sardo, ma
ormai dagli anni settanta stabilmente a Roma. Questo nuovo lavoro discografico,
è nato sulla spinta entusiastica della regista Francesca Comencini che l’ha
prima fortemente voluto nei panni di sé stesso nel film “Amori che non sanno
stare al mondo” e che ha realizzato il videoclip del brano “Diavoli Storti” che
dà il titolo all’intero progetto e di un grappolo di amici giornalisti,
fotografi, ecc. che ne ha finanziato la realizzazione. Ecco cosa mi ha
raccontato questo grandissimo poeta.
A ben dieci anni dal
precedente lavoro discografico "La mia vita galleggia su un petalo di
giglio", è appena uscito "Diavoli Storti". Sono solito partire
dalla copertina del disco perché è il biglietto da visita di un nuovo progetto.
La scelta, qui, cade su un primo piano parziale del tuo volto, in un duro
bianco e nero, mi pare di cogliere un volto comunque fiero malgrado le
difficoltà della vita. Accanto, su campo rosso, il titolo. Cosa è accaduto in
questi dieci anni? Perché questa scelta grafica, ma soprattutto come è nato
questo titolo così suggestivo?
Non guardare il mostro in faccia è un gioco a risultato zero, ecco il
motivo per cui questo scatto, dono di Stefano Babic, grandissimo fotografo e
amico da sempre, mi è sembrato oltre che molto bello anche utile per indirizzare
al mio percorso l’ascoltatore. Perché Diavoli Storti? Ogni esistenza ha una sua
colonna sonora, un titolo. Questo mi sembra il titolo adatto alla mia in questo
momento.
Il disco si apre proprio con
"Diavoli Storti", brano per il quale è stato realizzato uno splendido
videoclip, in bianco e nero, con la regia di Francesca Comencini che, ancor
prima della realizzazione dello stesso, ha voluto ritagliarti un cameo nel suo
film "Amori che non sanno stare al mondo", in cui canti un tuo
storico brano "Testaccio" nel mezzo di una festa. Estrapolo questi
versi "Piove sul mare / Su chi ha perduto tutto / Ma si accende di un
pallido sole / Per ricominciare" perché mi sembrano racchiudere l'intero
senso di questo disco o dico male?
Tutti ci troviamo a vivere questo tempo di minaccia e d’esilio, un tempo di
minaccia e d’esilio dove si spacciano facili messaggi di speranza, tante
certezze fasulle. A tutto questo penso che il dovere di chi scrive, sia quello
di contrapporre l’incertezza. Il mio occhio si è sempre posato sulle
marginalità con tutte le asperità, eppure in un mondo che diventa sempre più
incomprensibile, cerco di portare uno spiraglio di luce. È un album di segni,
di solitudini, di occasioni mancate, di perdite in un tempo di numeri.
È soprattutto un album denso
di versi poetici, quasi dei lampi che squarciano il cielo nero della notte,
versi che suonano come sentenze, una su tutte "la vita dà solo risposte
alla cazzo di cane / ognuno si lecca le proprie ferite" tratta dal secondo
brano "Non aver fretta di andartene". Quanto c'è di autobiografico in
questa visione della vita?
Non conosco fino in fondo la verità delle mie canzoni anche se, penso che
in qualche modo siano collegate alla mia vita.
Hai ragione, è sempre
difficile giungere alla verità delle cose, figuriamoci se si tratta del nostro
più profondo io. Soprattutto poi in questo ultimo anno, in cui siamo bombardati
da notizie contraddittorie e dove "Il mondo vedi / si è chiuso in gabbia /
stretto in cinture / gonfie di rabbia" come canti magnificamente tu in
"Sapere di solitudine". Non credi sia proprio la solitudine, in un
mondo apparentemente sempre più social, il vero male che ci tocca
quotidianamente combattere?
Ci troviamo a vivere un tempo che non avremmo mai voluto incontrare “e non
smette di piovere”, le nostre case sono diventate scatole troppo fragili per
contenere la nostra solitudine. Anche per me, che per natura sono un solitario,
si è rivelato molto duro e difficile, per dirla come Carrère “Vivere vite che
non sono la mia“.
Quanto mi sento all'unisono
con questa tua ultima considerazione, io che ormai da un anno esatto lavoro in Smart
Working, ma bisogna pur andare avanti. Nonostante tutto, nonostante nella
successiva “Vertigini” tu dica "so che l’amore / è la nostra speranza /ma
non smette di piovere" ed anche "so pure che gli ultimi / arriveranno
primi / ma non sapranno che farsene", versi che sembrano chiudere ogni
speranza ai tanti diavoli storti. È stata forse scritta in un momento
particolare della tua esistenza? Me ne parli?
Sono due versi molto amari, fino all’ultimo sono stato indeciso se
lasciarli o cambiarli, ma poi ha prevalso la necessità di lasciarli, anche
perché mi sono convinto che non fossero rappresentativi solo di un mio stato,
ma dello stato di molti... mi capita spesso di non essere un allievo fedele
della Speranza soprattutto in questi tempi.
Forse per questo la canzone
successiva "La chiave del buio" ha un incipit così tranchant "Il
mondo è orfano / se te ne vai". È l'inizio di una grande canzone, ma
sancisce anche la fine di un grande rapporto.Il testo si chiude con un verso "Nessuno appartiene a nessuno, /
amore mio", che dovrebbe essere sottoscritto da tutti, all'inizio di un
qualsiasi rapporto a due. Di grandissima attualità, dall'inizio dei tempi, non
credi?
Una canzone come “La chiave del buio” mi racconta meglio di quanto io
riesca.
Direi allora di proseguire
il nostro viaggio lungo le tracce del tuo nuovo lavoro. C'è un altro verso che
mi ha lasciato senza parole, per tua capacità di sintesi nell'osservare la
realtà odierna "Si vive in digitale / si muore in analogico".In "Digitale Analogico", il titolo
della canzone, dici anche "C'è solo una parte di me che accetto di
raccontare". Sono tutto orecchi...
Non ho mai parlato molto di me, ho voluto che fossero le mie canzoni a
farlo, anche perché le parole da sole sarebbero state dure e spietate
soprattutto con me stesso e io non posso permettermelo, per non compromettere
il mio stato di salute. È passato troppo tempo e l’uomo che sembrava
inespugnabile fisicamente ha ceduto il passo ad un uomo più riflessivo, che
continua a guardare lontano. “Si vive in digitale si muore in analogico” è un
modo di prendermi un po’ in giro anche se è così vero in fondo.
Guardare lontano, in fondo,
l'hai sempre fatto sin da bambino se, come canti in "Spingendosi più in
là", eri tu "il bambino che chiedeva a suo padre / se qualcuno
lavasse le nuvole / e perché nude attraversassero il cielo". Trovo
magnifica questa immagine. Ti manca tanto quella fase della tua esistenza?
No, non mi manca, anche se sin da bambino mi piaceva quando mia madre mi
portava a trovare i vecchi zii in montagna. Io mi sporgevo felice dal
finestrino del treno e sul mio diario descrivevo il panorama pieno di colori e
di visi bruciati dal sole.
Hai ragione, d’altronde non
possiamo che rassegnarci a vivere il nostro tempo, anche se un tempo in cui si
fatica a riconoscersi. In "Lungo un cammino di numeri" c'è, da una
parte tutta la drammatica attualità ben descritta dai versi "Ogni
abbandono / ritrova il suo passo / lungo un cammino di numeri / lungo un
cammino di numeri" che aprono e chiudono come fosse un cerchio il brano,
dall'altra l'ottusa incapacità di affrontare la fragilità umana,
l'ineluttabilità della morte "Sembra che ormai per morire / ti devi filmare
/ e se non sei fotogenico / ormai non si muore". Questa tragica pandemia
ci ha forse riportato con i piedi per terra, anche se tu, personalmente, forse
i piedi per terra, tuo malgrado, li hai sempre avuti. Non è così?
Mi stai chiedendo di spiegare quello che io non so spiegare... io non so
spiegare i versi delle mie canzoni. Loro si rivelano molto più brave ed
intelligenti di me. In fondo nella tua domanda c’è un’analisi del testo lucida
che quasi mi sento spiazzato. Qualsiasi suggerimento o spiegazione io tentassi
di dare alle parole di un verso è un po’ come volerle ingabbiare laddove io le
ho rese libere.
Hai ragione, scusami, ma è
più forte di me finire per analizzare i testi, soprattutto se stimolanti come i
tuoi. A proposito di libertà, l'ultima traccia si intitola proprio
"Liberos" e si chiude con i versi "danzamos liberos". La
definiresti più una metafora di questi nostri poveri giorni o una sorta di
umana preghiera?
Qui dentro c’è tutta una vita, proprio tutto, soprattutto quello che non mi
sono perso. C’è il ragazzo che faceva su e giù per le scale di casa e, appena
poteva, correva verso il piccolo molo di Arbatax a guardare il mare, a
riempirsi gli occhi di una terra magnifica, a tratti amara. C’è la Sardegna
degli anni ’60 ’70 con gli attentati, i rapimenti, i banditi, i Carabinieri,
che in fondo è anche un po’ la metafora di questi nostri tempi, tempi dal mio
punto di vista abbastanza bui. Però penso anche che sia, come tu dici, una
preghiera, aggiungerei amara, dove c’è il perdono per troppe vite da risorgere,
dove c’è il destino ineluttabile come dicevano i vecchi, i fallimenti, la paura
di non farcela in un mondo dove a giocare sono sempre gli stessi e dove, come
ho scritto, in un'altra canzone “gli ultimi arriveranno primi ma non sapranno che
farsene”. Eppure penso che in questo tempo buio, dove purtroppo troppi amici
sono andati via con un finale meno convincente di quello che potessimo
aspettarci, si accende ancora una luce e riparte una musica: “danzamos liberos”.
Fabrizio Consoli è senza dubbio un cantautore atipico.
Per chi non lo conoscesse, grave mancanza, inizia la sua carriera nella musica
degli anni ottanta come chitarrista al fianco di diversi artisti di primo piano
della scena musicale italiana, quali Eugenio Finardi, Alice, Cristiano De
André, Mauro Pagani, PFM e molti altri. Ad un certo punto (1993) pubblica un
album che porta il suo nome ed approda così nel 1995 a Sanremo con “Quando
saprai”. Non ha la fortuna sperata o forse sì, perché nel 2004 pubblica “18
piccoli anacronismi”, quello sì forse il suo vero esordio nella canzone
d’autore. Seguono due gran bei dischi “Musica per ballare” nel 2009 e “10” nel
2016. Tra questi un primo live “Live in Capetown” nel 2012 ed ora il secondo
live “Con Certo Jazz - Live from the Heart of Europe” (Vrec / Audioglobe
distribuzione), una splendida fotografia del tour seguito all’uscita di “10”,
il disco che è stato un viaggio laico all’interno dei dieci comandamenti.
Sempre in bilico tra Italia e Centro Europa, un po’ come Pippo Pollina, pur
vivendo in Italia, vale la pena sentire cosa ci racconta in merito a questa sua
ultima fatica discografica.
Sarà forse per la mia grande passione per la fotografia,
per ciò che sa trasmettere, ma un disco con una copertina come il tuo "Con
certo jazz" lo comprerei ad occhi chiusi. Perché non ci sono i colori a
distrarre l'occhio, perché la foto che ti ritrae trasmette energia,
passionalità, intensità e, perché hai scelto un titolo molto significativo, un
gioco di parole che è anche un manifesto programmatico? Devo cambiare occhiali
o c'è del vero in queste mie impressioni? Poi mi piace quel "Live from the
Heart of Europe", in questo momento in cui c'è tanto bisogno di un’Europa,
di una Europa di cuore. Ho già detto troppo, lascio spazio a te.
Al di là della comune passione per la
Fotografia, direi che hai assolutamente colto nel segno. Immaginare la
copertina di un disco è, dal mio punto di vista, un processo fondamentale ... è
la faccia che dai al tuo lavoro. Di più. La copertina di un disco dovrebbe, più
semplicemente possibile, riassumerne l'anima. Ti confesso una cosa. Sai che le
copertine dei miei dischi in studio sono molto particolari. Da anni, per vari
motivi, pubblico solo concept album. Bene, molto spesso ancor prima di avere le
canzoni che finiranno nell'album, io ho già visivamente chiara quella che ne
sarà la copertina, e questo prima ancora di averla, o poterla realizzare
fisicamente, solitamente in maniera, direi, empirica … Nel caso della copertina
di 10, per esempio, abbiamo dato
realmente fuoco all'omino di carta che legge il libro sacro ... Ovviamente,
prima abbiamo dovuto costruire sia l'omino che il libro e la sua etichetta. Per
quanto riguarda la copertina di Con Certo
Jazz, nasce da uno scatto decisamente fortunato (di Jessica Panattoni, per
l'ultimo tour in Russia N.d.R.), ed ho difeso subito la scelta di usare sia la
fotografia sia la tipica grafica Blue Note degli anni 50/60, con quel suo non
so che di sensazionalistico ... Unita all'energia, quasi futurista, dello
scatto, si crea un insieme di grande effetto, che a mio avviso calza
perfettamente la proposta musicale contenuta nell'album. Questo risulta ancora
più evidente nella versione in vinile. E, si, hai ragione, se una bella
copertina dovrebbe svelare l'anima di un’opera, il suo titolo dovrebbe esserne
la voce, in qualche modo illuminare il senso dell'immagine scelta ...
aggiungerei solo che, pur in chiave minimale, un buon titolo dovrebbe anche
raccontarti qualcosa del carattere dell'artista, lasciandoti la voglia di
conoscerlo di più. Con Certo Jazz, in
questo senso, mi piace molto... cosi come il suo “sottotitolo”. Se pensi che si
tratta di un Live concepito e registrato a Zurigo - in una Svizzera che non
condivide il progetto politico Europeo - pur essendone il “cuore” geografico,
capisci che si tratta chiaramente di un messaggio e, insieme, una professione
di “fede”.
Fede. Ecco, forse ci vuole
anche quella per affrontare un viaggio musicale come il tuo se, come dici
all'interno della copertina del disco "Contaminare con certo jazz la mia
musica, mi ha restituito la meraviglia di salire sul palco senza sapere cosa
succederà". Quanto credi abbiano contribuito i musicisti di cui ti sei
circondato a quello che, in fondo, può definirsi una splendida fotografia del
tour che è seguito al tuo ultimo lavoro discografico 10, intorno al quale ruota
tutto lo spettacolo dal vivo?
Tornando al parallelo metaforico del significato di
copertina e titolo per un album, se il front man è per forza di cose faccia e
voce narrante - così come energia, traino e denominatore comune - di quando
succede su un palco, i musicisti ne sono il corpo. E se ci pensi, immaginare
una band come un unicum, spiega i diversi livelli di energia che sa trasmettere
così come la differenza, il salto di qualità (così come, a volte la disarmonia)
che il cambiare anche un solo membro può apportare al risultato espressivo del
gruppo. Non si tratta solo di tecnica naturalmente. Per come concepisco il
live, si tratta soprattutto di generosità, e capacità di mettersi in gioco, di
osare ... Questa capacità, insieme alla sensibilità necessaria a portare sul
palco la propria vita, è in fondo ciò che distingue un artista da un
mestierante.Ed è la cosa che più mi fa
apprezzare generi come il jazz, in cui nei suoi momenti alti, non senti
differenza tra chi suona, e la voce del suo strumento. Quindi, la risposta alla
tua domanda è, e sarà sempre: in maniera totalmente determinante. Ma, va
ricordato e sottolineato, che nessuno fa un concerto da solo. Altrimenti si
chiama “suonare davanti allo specchio”. Il pubblico, per me, è l'altra metà del
cielo 😉 e il concerto si fa sempre in due: noi,
la band, più (o contro) loro, l'audience. Il concerto perfetto, a qualsiasi
livello, avrà sempre una grande band e un grande pubblico. Sempre.
Poi, ovviamente ci sono le tue canzoni, soprattutto, come
si è detto, tratte dal tuo ultimo disco, 10, un concept incentrato sui 10
comandamenti, visti però in un'ottica personale e del tutto attuale. Ti ritieni
soddisfatto dell'attenzione rivolta a questo progetto di grande profondità
dalla critica italiana? Perché io ho avuto la sensazione che, almeno in Italia,
non sia stato apprezzato come avrebbe meritato, ma forse è vero che nessuno è
profeta in patria...
A partire dal
presupposto che, se nessuno conosce il tuo lavoro, difficilmente potrà farsene
un’idea, positiva o negativa che sia, credo di aver imparato a convivere con la
convinzione che l'essere apprezzati o non apprezzati, purtroppo dipenda poco
dal merito... 10 ha avuto un coro pressoché unanime di critiche fortemente
positive, è finito tra i 50 dischi più belli dell'anno per il Tenco, e dalla
sua pubblicazione in Germania (Set. 2016) è stato rappresentato per più di 100
concerti. Da noi la critica che ruota intorno al mondo della canzone di un
certo tipo, è ormai costituita da giornalisti che fanno leva più sulla propria
passione che sulla convinzione che sarà possibile scoprire un nuovo De André e,
purtroppo, la possibilità di rompere il guscio che dalla critica porta al
grande pubblico, essendo venute a mancare tutta una serie di possibilità
mediatiche importanti (parlo di radio e programmi tv musicali), è stata
relegata al web ... Ma è illusorio pensare che la rete dia una possibilità a
tutti, perché non è così ... Basti pensare come TikTok o Instagram, solo per
esempio, facilitino la creazione di video virali, premiando chi asseconda
cliché predeterminati e praticamente oscurando chi non lo fa. Capisci che il
problema di chi, oggi in attività, non fosse stato già famoso negli anni '90 è
ormai quasi radicale, e legato alla portata della proposta musicale e alla
velocità con la quale viene consumata, direi bruciata, e dimenticata dal mondo
contemporaneo... Una volta arrivare in studio di registrazione e fare un disco
era e presupponeva un percorso importante, oggi non è più così. Chi arriva, con
grande esperienza, a pubblicare un buon album, si troverà sullo stesso piano
del ragazzino che, pur senza una preparazione musicale di qualche tipo, registra
un album XY, magari, scimmiottando rappers d'oltreoceano... Ma il ragazzo potrà
contare, per esempio, su una grande popolarità scolastica e farà più click e
visualizzazioni di chi, senza un buon ufficio stampa (che solitamente lavora a
tempo), rischia di non arrivare neppure a far sapere che esiste ... È come se
un buon fruttivendolo improvvisamente, sognando di fare l'architetto, siccome
la tecnologia lo permette, decidesse, di costruire una casa o un monumento in
piazza (o un ponte!) contando sulla sua grande popolarità in paese ...
Togliendo possibilità, che so, a un potenziale Bernini in erba. Io credo che
l'unione tra un innegabile impoverimento culturale e la presunta democrazia
della rete, stia generando una grande aridità.
Quello che dici è verissimo. Però se il web mette sullo
stesso piano il fruttivendolo che vuol fare l'architetto e il Bernini. Se Radio
e TV trasmettono solo musica commerciale, se un certo giornalismo osanna
chiunque abbia successo, se anche l'attività live è preclusa per l'emergenza
Covid che via resta da percorrere ad un Consoli che ha un buonissimo album live
da fare conoscere? Fare il fruttivendolo? Secondo me tu, prima, parlando della
critica hai centrato il tema. Ormai è costituita da appassionati, da visionari,
da nostalgici, per lo più quasi totalmente inascoltati al pari dei lavori di
cui scrivono, anche perché oggi se scrivi più di dieci righe credo tu abbia
perso il 95% di potenziali lettori. Esagero?
… Direi che allora
qui ci siamo persi tutto. J Quando distribuivano il dono della sintesi sono arrivato tardi J
Venendo alla
possibile via percorribile, se non si inseguono numeri da rockstar planetaria,
credo che un mercato esista ed esisterà ancora e che la possibilità, insieme
alla capacità, di proporre un live di buon livello, possano ancora fare
la differenza. Mi riferisco all'idea che proporsi a un pubblico, al di là dei
valori “culturali” che si pensa di esprimere, voglia dire abbracciare la
convinzione di fare anche e soprattutto entertainment, escludendo
categoricamente l'idea che il pubblico ti debba qualcosa, o che sia un’entità
da “prendere in ostaggio”. Ma, e qui entriamo nel vero, grande tema, e
cioè quello che veramente manca, perché quasi totalmente estinta: la figura del
talent/manager. Quello in grado di costruire un percorso di crescita per i suoi
artisti. Di essere realmente un valore aggiunto, cioè, determinante. I manager
veri, e ne ho conosciuto qualcuno, erano fondamentalmente dei super
appassionati che, armati di talento e di una cultura musicale pazzesca, si
erano, nel tempo, costruiti una solida credibilità. Credibilità che veniva
messa a disposizione del talento e della sua crescita. Oggi è
talmente difficile proporre e far crescere un artista, che questa figura si è
trasformata in una sorta di osservatore di quanto succede nel mondo del
“preconfezionato”, cioè della musica in TV: i talent. Si, perché in questo modo
il lavoro di far “conoscere” un artista, è (o almeno, sembra) già fatto.
Ma far crescere un artista è un altro discorso ... Il discorso è molto più
lungo, e non ha senso in questa sede approfondire. Dico solo che l'impressione
che ne ricavo è che non ci sia più nessuno o quasi, che abbia voglia di
rimboccarsi le maniche e lavorare. Questo in generale, ma soprattutto nella
musica italiana - nel cui panorama non esiste neanche uno straccio di piccola
scena in grado di produrre numeri dignitosi, in grado di sostenere chi fa il
proprio lavoro, cosi come di formare a un palco vero le nuove generazioni -
chiude il circuito vizioso in cui ci troviamo a dibatterci, molto prima che a sognare di operare ...
Concedimi un’ultima domanda o meglio duplice domanda. Il
concerto in streaming come quello che hai appena tenuto presso la sede della
Imagina Production Studio, credi possa essere un buon mezzo per promuovere un
disco come il tuo che, per sua natura, è strettamente legato all’attività live
e, azzardo, visto che per un musicista una volta pubblicato un disco si chiude
un ciclo, hai già in mente qualcosa di nuovo?
Insieme al
costituire un’esperienza importante (era la prima volta che davo un concerto in
diretta streaming), l'evento agli Imagina Prod Studios è stato un modo molto
“intimo” di salutare gli amici e una parte delle persone che, soprattutto
dall'estero, segue i miei live e il mio lavoro, spesso affrontando viaggi per
niente scontati. Si è trattato di una sorta di “ringraziamento”, uno dei motivi
per cui ho preferito non chiedere un ticket di accesso di qualunque genere. Il
concerto è stato un successo dal punto di vista della partecipazione, nel giro
di 24 ore è stato visto, tra chi era presente alla diretta e chi lo ha poi
visto in differita, da oltre 1000 persone. Non me lo aspettavo. Ma più che
fornire un supporto promozionale al disco appena uscito (la formazione e
l'imprinting sono stati completamente diversi da Con Certo Jazz), ha
dato un segnale forte dell'esistenza e della buona salute del “progetto”
Fabrizio Consoli... Se vogliamo trovarci un solo, ma sostanziale, grande
demerito è che ... non si è trattato di un vero concerto. Vedi, non so quanto il
pubblico sia consapevole che, a mio avviso, innegabilmente, non esiste un
concerto, grande o piccolo, magico, stupendo o “insipido” che possa senza un
pubblico essere: grande, piccolo, magico e stupendo. O insipido ;-) Un
eccellente esibizione può essere annientata da un pubblico mal disposto, o
disattento, o semplicemente “freddino”. È una questione di energia, che viene a
crearsi rimbalzando tra audience e artisti. Laddove questo equilibrio
viene meno, per qualunque motivo, c'è un calo di tensione, la band rischia di
deconcentrarsi, lasciando ad esempio il front man più solo ... e un concerto da
soli in circostanze simili può diventare un peso enorme da tirare. Ecco, tutto
questo, semplicemente, non c'era. È stato strano, come abitare una casa senza
il piano di sotto, mi sentivo come un pesce in una bolla d'acqua... Ma, in
definitiva, in un momento come questo, si è trattato, naturalmente, di un fare di necessità virtù, che è già di
per sé stesso indice di vitalità e, per usare una parola molto utile oggi, resilienza. Pur intuendo il
potenziale supporto che lo streaming potrebbe dare a un determinato tipo di
grandi concerti, credo che, se il futuro della Live Music fosse questo,
cambierei mestiere. Perché, se è vero che l'uscita di un disco chiude un ciclo,
è nello stato naturale di quel che “dovrebbe essere”, che ne apre uno nuovo.
Quello in cui le canzoni, diventano grandi, cominciano a camminare con le loro
gambe, e, conoscendo amore o fallimento, diventano sempre qualcosa che non
avresti mai detto. Questo, solo grazie a un palco vero.
A due anni dalla pubblicazione dell’album Il fantasma baciatore
(D’autore - Azzurramusic) e a un anno dall’uscita del singolo “fuori programma”
Hotel
Bella Italia, che nel tradurre il classico degli Eagles (Hotel
California) ne rilegge in chiaro la smaccata attualità nazionale, Marco
Ongaro estrae dallo stesso disco l’estremo singolo Star Trek, video che vuol
dare l’addio al denso lavoro pubblicato nel 2018 per annunciare l’avvio dei
lavori per un nuovo album prodotto ancora da Gandalf Boschini, per D’autore - Azzurramusic.
Il 6 novembre è uscito il
video di Star Trek, ultima traccia,
quasi straniante, del tuo disco Il
fantasma baciatore uscito ormai due anni fa. Com'è nata l'idea di farne un
video e come è stata sviluppata?
Era necessario salutare un album denso come Il fantasma baciatore uscendone dal fondo, attraverso l’ultimo
brano, quello che si chiude in farmacia. Ed è da questa farmacia, nella quale
due anni più tardi siamo finiti tutti, che riprendo con l’idea di fare un nuovo
disco che ci aiuti a uscirne. La casualità profetica del momento creativo è un
patrimonio che si rivela utile a profezia avverata. La solitudine che trasuda
dal brano, l’elenco delle cose, l’inventario di ciò che rimane una volta a
casa, chiusi, senza socialità, è l’apertura di senso che solo ora comprendo si
sviluppava nell’apparente chiusura dell’album. Fare un video significa estrarre
un singolo. A questo punto la scelta era obbligata.
La canzone è nata da un testo del poeta Nicola
Saccomani, cui tu hai rimesso mano e che hai musicato, con una melodia struggente
che è un po' come un addio al resto del disco dichiaratamente rock, una melodia
e dei versi che esprimono un senso di alienazione. Quel lungo elenco di oggetti
quasi dimenticati... insomma un testo che si presta molto a una
rappresentazione visiva. Il video alterna immagini in interni a immagini in
ampi spazi aperti, dove è stato collocato geograficamente e perché proprio quei
luoghi?
Il testo l’avevamo scritto insieme, Saccomani e io, una dozzina di anni
prima. Al momento di raccogliere i brani dell’album me lo sono trovato davanti
in tutta l’imperfezione di allora. Così ho preso a limarlo mentre lo musicavo,
sistemavo versi, ne aggiungevo, spostavo la farmacia dall’inizio alla fine del
brano. Poi naturalmente l’ho fatto ascoltare a Nicola, che ha approvato. Il
video di Stefania Tramarin l’abbiamo girato tra Ferrara e il Delta del Po. Ci
serviva un ambiente che amplificasse la solitudine, un deserto con cattedrali
come i dintorni di Porto Tolle, e anche una città poetica come la dimora di
Ariosto.
Quell’equipaggio di Star Trek evocato alla
fine del brano, che prefigura un viaggio verso mondi sconosciuti, verso
l'ignoto, anche se solo attraverso la mente, anche se scritto molto prima che
prendesse piede questa maledetta pandemia, mi sembra però trasmettere
perfettamente quel senso di alienazione in cui ci siamo sentiti calati un po'
tutti quanti. Non credi?
Sì, in effetti l'equipaggio dell'Enterprise stavolta più che scoprire nuovi
mondi si occupa di alieni già noti, dietro al banco della farmacia c'è la ciurma
che ci guarda. Gli alieni siamo noi, attoniti, rifugiati in un luogo
apparentemente protettivo, in cerca di una cura insostenibile, una sorta di
ninna nanna ambientale che ci culli fino al sonno eterno. O ci riporti indietro
a quando ci credevamo invincibili.
In fondo questo Star Trek, proprio come la
nota serie di fantascienza, ha una funzione di traghettatore verso nuovi lidi,
hai detto di avere in mente un nuovo disco che ci aiuti anche ad uscire da
questa impasse. Come sarà questo disco? Musicalmente segnerà l'addio al mondo
del rock? Ma soprattutto riuscirà ad avere in sé quella forza taumaturgica cui
tutti ambiscono in questo periodo in cui tutti si sta un po' come d'autunno
sugli alberi le foglie?
L'atto creativo è taumaturgico prima di tutto per chi crea. L'energia che
si attiva è della frequenza più elevata e potente che esista. Certe mattine mi
sento fortunato perché, qualunque casino possa esserci intorno e dentro me, nel
momento in cui sono chiamato a creare tutto scorre più rapido e intenso, non
c'è spazio per depressioni o ansie. Avere un progetto come un nuovo disco
impegna qualche mese nelle sue varie fasi, una più appassionante dell'altra.
Certo, abbandoneremo l'impianto rock del Fantasma
baciatore per intraprendere nuove vie, come Gandalf Boschini mi sta
suggerendo da tempo. E per questo gli lascerò stavolta la mano più libera di
intervenire su suoni, arrangiamenti e concezione generale delle canzoni scelte.
Sarà taumaturgico anche per il produttore esecutivo, immagino. Che poi sia taumaturgico
pure per chi lo ascolta, beh, la speranza non costa molto.
Un'ultima domanda, visto che del nuovo disco,
giustamente, hai rivelato poco o nulla. Vorrei tornare su Star Trek,
sulla tua collaborazione con Nicola Saccomani. Curiosando in rete, ho trovato
davvero poco di lui, ma ho visto che la sua recente scomparsa è stata
accompagnata sul suo profilo Facebook da grandissimo affetto. Come è stato il
tuo rapporto con lui? Cosa ti ha lasciato?
Nicola era frontman, insieme a Giuliana Bergamaschi e Luca Zevio, dei Ratatuia,
mi par di ricordare, un gruppo che ha vinto l'Arezzo Wave anni fa. Un
cantautore oltre che un poeta, un uomo ironico, spiritoso, distaccato e
partecipe. Tormentato come lo sono i poeti. Nell'autunno del 2005 ci siamo
avvicinati a lavorare su dei testi per non so quale suo progetto che non ha più
preso piede. Avrebbe musicato lui il tutto, cosa mai più avvenuta, così come i
testi sono rimasti fogli con versi sparsi, un po' ricomposti l'uno sull'altro,
un po' sul suo quaderno un po' sul mio. Poi ci siamo persi di vista fino a che,
in un momento di sua riemersione, nel 2018, ha scritto e presentato un libro di
poesie, Scritti urbani. Sono andato al suo recital e gli ho detto
della canzone, che l'avevo rimaneggiata ed era diventata Star Trek, ha approvato il titolo e il lavoro. Poi siamo rimasti in
contatto per chat, saltuariamente, gli ho fatto avere il disco, mi ha scritto
le sue emozioni, positive sebbene la sua concezione musicale e poetica fosse
diversa dalla mia. Gli ho mandato il video Hotel Bella Italia e
mi ha scritto belle parole anche su quello. Ma le parole più belle sono quelle
delle sue poesie, come il distico riportato nel biglietto di ricordo al suo
funerale, nell'ottobre del 2019, una poesia che ritrae perfettamente il tono
dei suoi versi, la fulmineità della sua visione creativa, l'ironia tenera, al
confine dello struggimento ma sempre distaccata: Tra un milione di
virgolette / voglio dirti che ti amo.