giovedì, marzo 03, 2022

Marco Ongaro - Un poeta può nasconderne un altro. Il senso per la parola di Serge Gainsbourg

di Fabio Antonelli


È il 2 novembre del 1975, Pier Paolo Pasolini viene trovato morto all’idroscalo di Ostia da un passante, è stato massacrato di botte e risulta essere stato più volte investito dalla sua stessa auto, un’Alfa Romeo GT 2000. Da subito, a essere accusato è Pino Pelosi, un ragazzo di vita di 17 anni, che confessa di aver ucciso Pasolini perché quest’ultimo voleva avere con lui un rapporto sessuale non consensuale. Quel momento segnerà la fine terrena di un grandissimo poeta, ma anche l’inizio di un modo errato di approcciarsi alla sua figura, seguiranno biografie, documentari, film, spesso concentrati sulla sua omosessualità, sul suo preferire accompagnarsi a giovani ragazzi di vita, anziché sulla sua vasta produzione letteraria, cinematografica e persino pittorica.

Cosa c’entra Pasolini con Serge Gainsbourg? Apparentemente nulla, ma scrivere su un personaggio come Gainsbourg avrebbe potuto portare allo stesso errore e credo ne sia ben conscio Marco Ongaro se, in un capitolo di Un poeta può nasconderne un altro - Il senso della parola di Serge Gainsbourg, scrive “Pare che la formazione sessuale di Gainsbourg significhi molto per i suoi biografi, divisi tra femmine attratte dal mito della Bestia che conquista la Bella e maschi invidiosi del Brutto che attira le splendide che loro non hanno saputo attirare” e più avanti “Ma è la sua grandiosa capacità di assimilare e trasformare, teorizzare e analizzare le pratiche conseguenti in fatto di sesso e amore, temi fondamentali di qualunque espressione artistica, a essere l’elemento principale del mito Gainsbourg”.

Boom! Centro! Ecco, quindi, su cosa non puntare la lente d’ingrandimento, deve aver pensato Marco Ongaro nello scrivere del mito Gainsbourg, comprendendo bene che non sta tanto nella capacità amatoria la sua grandezza quanto, semmai, nel saper trasformare in oro, come un novello Re Mida, “il sudore e le frizioni basilari che coinvolgono due esseri esteticamente ben assortiti nel corso degli esercizi d’amore”, citando ancora una volta l’autore del libro. 

Com’è dunque il Gainsbourg di Ongaro? Se ne intuisce grandiosità e originalità sin dall’introduzione, dove emerge un poeta che non parte dalle idee ma dalle parole, è il cantante francese a dire “Le parole veicolanti le idee, e non le idee veicolanti le parole. Primordiale. Niente parole, niente idee”. Scrive però Ongaro in proposito “Il calembour è sempre in agguato”, come quando Gainsbourg afferma “Fino alla decomposizione, io comporrò”. Ma non solo l’amore per il calembour: dall’immensa produzione di Gainsbourg emerge un utilizzo delle parole spesso spiazzante, così spiazzante da essere a volte incompreso oppure compreso solo in parte, soprattutto per chi non è di lingua madre francese. Nelle proprie canzoni usa spesso il franglese, un ambiguo miscuglio delle lingue francese e inglese in cui i significati si sommano ad arte, come ad esempio in Lemon incest, in cui una tredicenne Charlotte Gainsbourg canta “incest de citron” e il coro le replica “lemon incest (lemon zest)”, una sorta di traduzione simultanea che disvela il senso francese in essa celato. Geniale, come quando fingendo di voler omaggiare la celebre Le foglie morte di Jaques Prevért, scrive la sua La chanson de Prevért, che in francese suona effettivamente come “la canzone del prato verde”, con nuovi versi ispirati perfino forse a quelli potenti del Giuseppe Ungaretti di Non gridate più, con cui in realtà sembra voler dire “Finitela con queste Foglie morte, o moriremo tutti di nostalgia”, quasi a voler interrompere la serie di rimandi per cui un qualcosa nasconde sempre un richiamo a qualcosa d’altro. Persino quando pare a corto d’idee, per cui attinge da versi altrui (c’è in tal senso una complicità incredibile con Boris Vian), riesce sempre a trarne nuova linfa o a scompaginare le carte.

Ma il mito Serge Gainsbourg, dall’inizio del timido Lucien alla fine del borderline Gainsbarre, in questa biografia di Ongaro è totalmente assente? Assolutamente no, è sempre lì sullo sfondo ma sono le canzoni, o meglio il senso per la parola di Gainsbourg, ad attrarre visceralmente Ongaro, che quasi come un biologo mette sotto la lente di ingrandimento le gemme più nascoste e le analizza.

Ne esce una guida preziosissima anche ai neofiti in fatto di Gainsbourg, come il sottoscritto, un vademecum capace di far comprendere come mai questo mito assoluto sia sopravvissuto al passare del tempo, illuminando come un faro anche coloro che sono venuti dopo di lui, diventando a sua volta fonte di ispirazione non solo per i cantautori francesi, ma anche per quelli d’oltralpe, perché in fondo un poeta ne nasconde sempre un altro.

Detto questo, credo che nessun altro in Italia, se non proprio Marco Ongaro, avrebbe potuto scrivere così bene e così approfonditamente di un artista sconosciuto a molti miei coetanei (pronti a riconoscerlo però ascoltando il capolavoro Je t'aime moi non plus, famosissimo brano utilizzato proditoriamente per animare a tappeto i servizi telefonici erotici degli anni ’80) perché Marco Ongaro, come Gainsbourg, ha sempre saputo spaziare da una forma d’arte a un’altra - è autore di canzoni, scrittore di libretti d’opera, saggista, biografo - facendo della tecnica di scrittura la sua arma migliore per cogliere la poetica altrui e appropriarsene. Mi viene in mente, per esempio, la sua canzone The lies que vou disiez, contenuta nell’album Certi sogni non si avverano: in fondo non troviamo qui lo stesso franglese di cui spesso fece sfoggio Gainsbourg?

Un poeta può nasconderne un altro.


Autore: Marco Ongaro
Casa Editrice: Caissa Italia
Genere: Musica
Tipo libro: Saggio
Prezzo: € 19,50




martedì, dicembre 21, 2021

Max Manfredi - Il Grido della Fata, sospeso tra clausura e curiosità

 di Fabio Antonelli

Max Manfredi ha compiuto il 7 dicembre scorso 65 anni ed ha voluto farsi e fare un regalo a tutti i suoi ammiratori, pubblicando un nuovo album di dodici inediti, dal titolo “Il Grido della Fata” (Maremmano Records – IRD). Sono passati ben sette anni dal precedente Dremong (Gutenberg Music), un lungo periodo durante il quale non è certo rimasto con le mani in mano, ma ha alternato la realizzazione di opere letterarie e teatrali ad una lunga tournée con il conterraneo Federico Sirianni. Ma ecco, finalmente, dopo una lunga gestazione causata anche dalla pandemia, l’uscita di un disco che, ne sono sicuro, lascerà il segno.



Direi, se sei d'accordo di partire dalla copertina del tuo nuovo disco, una fotografia di Renzo Chiesa che si pone direi in maniera enigmatica un po' come tutto il disco (ma di questo ne parleremo più avanti), sta più a significare l'artista che scruta quasi di nascosto il mondo che lo circonda o l'artista recluso prigioniero di sé stesso, dei suoi fantasmi, dei suoi amori, delle sue fate o forse altro ancora? Poi c'è il titolo Il Grido della Fata. Folgorante. Sembrerebbe quasi un sequel della canzone Il regno delle fate. Ho già messo troppa carne al fuoco ... a te la parola.

Il nome dell'album proviene da una poesia del poeta "simbolista" francese Gerard De Nerval. Il componimento si chiama El desdichado e finisce evocando "i sospiri della santa e le grida della fata”. La figura della fata però si è inscritta direi capricciosamente nel mio immaginario da alcuni anni e quasi impercettibilmente. Tu citi giustamente il mio Il regno delle fate, poi, come le decalcomanie di una volta, la velina allegorica si è staccata e la fata è comparsa in tutto il suo smalto e in piena autonomia. La foto di copertina fa parte di una serie di scatti che mi ha dedicato il grande fotografo Renzo Chiesa nel quartiere milanese della ex Varesina, da covo nebbioso che era, oggi diventato un polo formale e informale di architetture e franchising. Dietro alla vetrina di un edificio anonimo, tra fregi quadrati, il mio occhio sì inoltra come quello di un "peeping Tom", o, perché no, di un fotografo, verso l'osservatore, riproponendo l'eterna questione del "chi è fuori?" e suggerendo un clima inquieto e conventuale insieme, una mescolanza di clausura e curiosità, che impregna tutti i brani del disco, il mio album più esplicitamente e francamente magico.

Ecco, hai citato un altro aspetto che mi ha colpito. L'intero lavoro, pur non trattandosi di un concept album, ha davvero come un fil rouge, un'atmosfera musicale particolare, che definirei algida, che impregna un po' tutte le tracce e non solo musicalmente. In più brani come già in passato, ritornano termini come freddo, gelo, inverno, neve, il tutto sembra poi essere accentuato dall'utilizzo abbondante, quello sì forse per la prima volta, dell'elettronica. Ritieni che la collaborazione con Vibrisse Studio abbia avuto un ruolo fondamentale in tal senso?

Sì. Abbiamo scoperto insieme, io, Marcello Stefanelli e Gabriele Santucci, una vera miniera di possibilità sonore e musicali, e abbiamo raffinato ogni strumento, ogni plugin, convincendolo alle nostre esigenze estetiche. È proprio come dici, un disco algido, cristallino, pieno di vetrofoni e di invenzioni. Ad esempio, abbiamo campionato i suoni dei pianeti forniti dalla Nasa e abbiamo fatto loro eseguire delle melodie pilotandoli con l'autotune. Oppure abbiamo fatto suonare organi barocchi campionati e cordiere di pianoforte. Ma non meno precisi sono gli strumenti reali che abbiamo registrato, grazie alla collaborazione di musicisti straordinari.

Ecco, direi che è giunto il momento di addentrarci tra i solchi del disco, che si apre con uno dei brani più enigmatici ed allo stesso tempo affascinanti, si intitola Scimmia grigia e vede già due importanti collaborazioni in carne ed ossa: una, non nuova, che è quella di Ezio Zaccagnini alla batteria, l'altra di Bob Callero al basso. C'è ritmo, c'è molta poesia, spesso misteriosa come quei versi finali "Come l'immagine bionda e calda / che per un attimo mi abbaglia / dell'uccello perso nella boscaglia / che va cercando l'alba". Chi è realmente questa scimmia grigia, grigia come la materia del nostro cervello?

Hai ragione, è grigia come è chiamata la materia del cervello. È il simbolo dell'inflazione comunicativa e della solitudine paradossale che ne consegue. È anche la delega della nostra coscienza separata. Ti spiego invece l'immagine finale. È tratta - uno fra i pochissimi riferimenti letterari del disco - da una poesia del trovatore medievale Guiraut de Bornelh, una "alba", dove l'amico sta di sentinella davanti al luogo di incontro amoroso tra il suo compagno e la nobildonna sua amante, per sorvegliare che non ritorni il "geloso", cioè il marito di lei, magari coi suoi sgherri. E c'è la frase "Ho già sentito cantare l'uccello che va cercando il giorno per la boscaglia". Immagine pregnante che, oltre a ricordare l'atto sessuale che sta svolgendo l'amico, configura una sinestesia vertiginosa che mischia tempo e luogo. Ed è evocata da nient'altro che i suoni dei messaggi dei telefonini della Samsung, che trasformano "il treno in una foresta incantata", scenario favorito delle fiabe medioevali e rinascimentali. Anche qui si ammazza il tempo come si può, il concetto stesso di tempo cronico e lineare viene sospeso tra il prima e il dopo, niente ha fatto il suo tempo e il tempo lascia il tempo che trova.



Fantastico. Ora vorrei affrontare insieme le canzoni Sala da concerto e Polleria perché, sebbene molto diverse fra loro, sono accomunate dal tema della solitudine. La prima ha un titolo che farebbe presupporre una certa situazione, ma l'ambientazione poi spiazza l'ascoltatore, c'è un grande senso di freddo e trovo bellissimo, ancora una volta, il finale "l'inverno vuol dire girare da soli / con le mani in tasca le strade del centro / a inzupparsi di luce che il cielo è già spento / e sentire partire le navi e restarsene il vento". La seconda, si basa su una melodia struggente, ha un testo molto conciso e mi sembrerebbe ambientata in un passato lontano, che ferita poi al cuore quel "Tutti gli amici volano via / Come polli allo spiedo di una polleria". Temporalmente sono nate in periodi vicini? Lo scrivere canzoni, come il loro ascolto, possono essere un buon viatico contro la solitudine?

È vero, sono canzoni "con" la solitudine, non sulla o contro la solitudine. La solitudine come compagnia. E, ci hai visto giusto, risalgono più o meno agli stessi anni. E ti parlo della fine dei settanta e dell'inizio degli ottanta. Ma le canzoni nascono quasi sempre in solitudine e poi vengono condivise. Mi pare un buon inizio, da contrapporre alle solitudini condominiali. La condivisione di un senso di solitudine può dare adito a bevute insieme, o addirittura ad amicizie e amori. La solitudine sociale, invece, è incattivita dal rancore. Tutti i brani del mio album, infine, ma forse quasi tutti i miei (quasi) parlano di perdono. "Perdoni" venivano chiamate alcune porte delle chiese - l'ho letto in un mio libro. Quindi ingressi, possibilità di entrare e uscire. Anche a piccoli gruppi.

Salto, in questo zapping, ad un'altra canzone dal testo molto stringato e dal titolo orientale Nasi Goreng. Potrebbe sembrare il nome di una donna ma non lo è. Ogni parola centellinata in questo brano, il cui testo è stato scritto con Sante Boldrini, sembra avere un peso specifico immenso e quasi sempre più d'un significato. Ancora una volta magnifico il finale, quella zeppa "Conto salato, conto saldato". Direi che vi si respira aria densa di guerra e musicalmente è fondamentale il contributo di Elisa Montaldo e i suoi strumenti cinesi (koto, guzheng, flauto). Com'è nata questa canzone piena di suggestioni?

Nasi Goreng è nata da un testo dell'autore ed epigrammista Sante Boldrini, su cui ho innestato un'altra strofa. Abbiamo pensato all'estremo Oriente, ai conflitti indocinesi, alla violenza e al sangue. Ho cercato di fotografare questi elementi che esplodono nel corso di una "normale" cena durante un coprifuoco, come nel film di un regista contemporaneo. I nasi a cui si fa riferimento ricordano però una guerra "di tantissimi anni fa" e rappresentavano i trofei dei nemici dei nipponici, che avevano sostituito in questo modo le più impegnative teste. Ancora adesso c'è un monumento a Kyoto che custodisce questi nasi e viene chiamato, non so per quale ragione, "tumulo delle orecchie". La canzone è stata elaborata dai Lady Lazarus con l'aiuto di un tablet. Molti strumenti esotici campionati sono poi stati sostituiti da quelli reali suonati da Elisa Montaldo, che ne possiede una sfilza.

Malvina, invece, sì è il nome di una donna, una donna che "suona l'arpa a suon di sguardi / per i ragazzi della terza età", un'immagine splendida che mi ha riportato alla mente un altro verso di una canzone tua di tanto tempo fa, mi riferisco a "La sua donna stanotte ha un’altra pratica: suona l'armonium per i sordomuti" presente in Natale fuoricorso. Se le due donne non sono le stesse, è però forse lo stesso il periodo creativo? Resta per me una delle canzoni più poetiche e delicate allo stesso tempo, in più vi è il contributo musicale di Vincenzo Zitello e la sua arpa. Enigmatico ancora una volta il finale, non si sa chi tra Malvina e il "mister" sia ad inciampare e cadere, chi ad aiutare chi ad essere aiutato, viene quasi il dubbio che il misterioso mister altro non sia che la propria coscienza. Ho bevuto anch'io troppi calvados?

Il mister è il coach, l'allenatore, il tutor, lo sparring partner, il demone, l'ombra, il consulente. E sì, la coscienza. È legato all'io che racconta, tanto che si sorreggono e cadono insieme. Malvina è molto più recente, almeno come invenzione, della donna di San Giorgio in Natale fuoricorso, tuttavia si assomigliano in quanto se quest'ultima suona per il circolo dei Sordomuti, Malvina si esibisce con la sua arpa celtica per una classe di vecchietti in visita in Bretagna. Che della Bretagna si tratti, si capisce da una quantità notevole di indizi disseminati nel testo: dal suo nome gaelico ai Calvari, dai menhir ai Calvados bevuti dalla ragazza. Si tratta di una scena, ma è la scena di un addio, da cui fuggire e dove fare presto, senza indugiare e senza prestarsi all'incantesimo, come Ulisse fa con le Sirene e con Circe, mantenendo una specie di fatale autonomia. L'io narrante qui fugge con sé stesso o col suo doppio e si sottrae così all'incanto che probabilmente lui stesso ha inventato, non però al suo traballante destino. Fra l'altro questo "cadere" non è solo una delle mie favorite metafore, ma una pratica accidentale cui sembro essere alquanto legato, come ho sperimentato ancora un paio di giorni fa.



Tutto torna, si direbbe. Dalla Bretagna spostiamoci alla Sardegna, o così almeno sembra essere ambientata la dolcissima Elicriso. Non è un trattato di botanica, ma l'elemento per trattare ancora una volta di solitudine e di nostalgia, questa volta dettata da una forzata distanza, da un distacco che sembra d'altri tempi ma che ahimè è di un'attualità lacerante. Vorrei che fossi tu a parlarne, io cito solo il verso che chiude la canzone "Ho imparato a leggere nel libro, / pagine che sanno un po' di fieno. / Metto dentro al libro l'elicriso. / Preferivo sul tuo seno".

Si è più a casa nella propria situazione reale o nella nostalgia? Se la nostalgia, termine coniato in età relativamente moderna, implica un sentirsi a casa dove non si è più, se il verbo "desiderare" ha a che fare con le stelle, la realtà vissuta ha necessariamente a che fare con quella sognata. Ma entrambe hanno i loro diritti. Così il mio emigrante abbandona tutto un mondo, e un amore, per un universo differente (altri fiori e altri sguardi al davanzale) ma ritorna in sogno, la notte, al suo antico promontorio. E un indizio, un segnale, che lo fa tornare alla "Porta dell'argento"; che i geografi e i Sardi riconosceranno come un monte, gli occultisti e i poeti come l'ingresso dei sogni. E questo indizio è un fiore secco di elicriso.

Il fiore di elicriso mi per permette di passare ad Apis, canzone meravigliosa per costruzione e scrittura, mi sono annotato qualche verso "E adesso no che non so / riciclare / amori in folle e folle in amore! / A chi scende giù fino al miele / si sciolgono scienza e parole", "e ho visto un'ombra all'albergo diurno, / Cleopatro che scendeva le scale”.  Desiderio e illusione sembrano fondersi irrimediabilmente come in un crogiuolo o sbaglio? Mi fai luce?

A buon diritto parli di illusione, parola che, con la sua bella dieresi ronzante, utilizza Pascoli proprio parlando del miele delle api. Tuttavia, qui non si tratta nemmeno di illusione. È proprio il crogiolo di cui parli, che fonde insieme evoluzione e involuzione. C'è una forza necessaria alla vita, al di là di scelte e definizioni. Qui vengono detti solo frammenti di questa scienza d'amore. Ricordi di vite precedenti, in tutti i sensi. Luoghi apparentemente vili: diurni, cessi, cinema porno, autobus. Preziosi, però, proprio nella fragilità del loro fuoco. E le candele che tremano nel coprifuoco sono insieme riscatto e contraddizione.

In questo nuovo disco, ci sono anche due canzoni d'amore o meglio, che riguardano l'amore in senso lato, forse più l'assenza che la sua essenza, mi riferisco a Nostra Signora della Neve e Rosso Rubino. La prima, come si evince dal titolo stesso è una sorta di invocazione alla Madonna della neve, titolo risalente ai primi secoli della Chiesa cattolica e legato alla nascita della basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, è ambientata in una generica campagna, sembrerebbe in una casa sperduta tra incantesimi e spiriti "Se sono spiriti o è il legno / di notte tu non puoi capirlo". La seconda sembra anch'essa abitata da spettri e fantasmi, ma legati ad una bevuta colossale, ne emerge un protagonista desideroso d'amore ma tremendamente solo "Un re senza amici che si guarda nello specchio, / ma dalla cornice sta a beffarlo il suo giullare" e che il bere di una notte, quasi non ci fosse un domani, lo porta a sognare una donna, ma ormai c'è l'alba che s'avvicina "Brucia guglie e rovi inciampando ad ogni tetto. / Ora dorme il sovrano ed il suo giullare lo riscalda". Se la prima è lieve come il posarsi della neve su un paesaggio sperduto, la seconda è musicalmente densa e mirabolante, mi sembra a tratti di sentire echi e sonorità di Luna persa. Pur sobrio, ho forse sognato anch'io?

Nostra Signora della Neve è il nome di diversi santuari in Italia. Qui può essere il nome dato ad una donna amata. Questa canzone è una specie di litania profana. È una canzone d'amore, certo, amore rivolto a una donna e al suo paesaggio. Invece Rosso Rubino è un brano egocentrico, dove però un vero "io" (e quindi un vero centro) non esiste. Esiste, per il carnevalesco Re che si auto recita, la funzione dell'ubriacarsi e del rimpianto. La prima è estesa fino al mondo circostante, nella prosopopea "passo da ubriaco sta barcollando l'alba". La prosopopea è una figura retorica che consiste nel personificare un elemento naturale. L'alba, appunto, ma anche il crepuscolo, anzi, il suo trascolorare: "l'indaco bigotto fuori sgrana i suoi rosari". Questa figura retorica ci riporta a un pensiero animista, un mondo mentale primitivo o infantile, abitato o propinquo a demoni e fantasmi. Un comune bicchiere diventa "il bicchiere dello spettro" (forse usato in precedenza come tavoletta ouija per qualche evocazione spiritica, ed adesso destinato senza complimenti a più reali libagioni?). Non la casa del Re in questione (o forse, per tornare alla poesia di Nerval, del "principe d'Aquitania della Torre abolita") è diabolicamente invasa, ma il teatro esterno. Sipario ne sono una finestra e, ancora, la neve. Lì fuori impera una sarabanda di lussuria che precipita in un'oscenità di annunci pubblicitari, fatti di cronaca e comunicati commerciali. Dentro le anime, oscuramente, la nostalgia di un inferno caldo come un rifugio alpino, a sua volta carnevalesco, alla Rabelais, se vuoi, dove "c'è la gara di rutti ed i diavoli versan da bere". Ma tutto questo pandemonio si disperde con la neve, lasciando l'ipotetico Re a pagare con la solitudine lo scotto di un amore tanto perduto quanto esibito. Il bicchiere dello spettro, che specchiava il sorriso dell'amata assente, è rotto per terra. L'assente non è morta, ma ha preferito una vita tanto normale quanto assurda appare al giudizio di chi la ricorda e la evoca. I canali di una cittadina del nord diventano incomprensibili alfabeti braille, la donna è tanto cieca da sposarsi e avere dei figli, e non potrà rispondere alle disperate e persino prosaiche proposte inventate dall'amante ("pescheremmo trote per farle con il timo e l'alloro"). Le due canzoni, Nostra Signora della Neve e Rosso Rubino, hanno in comune alcuni elementi, l'animismo medianico e il clima invernale. Ma nella prima il desiderio si stempera nella contemplazione, mentre nella seconda si teatralizza nella vanità fanfarona del monologo.



Si è parlato di amore, non possiamo non parlare di un'altra canzone che ruota intorno agli amori o meglio a chi quasi fosse un passatempo preferisce farli fallire, cioè di Guastamori. Vorrei fossi tu a chiarire meglio chi è in realtà il protagonista di questa canzone che sembra svilupparsi per flash discontinui. Personalmente sono rimasto affascinato soprattutto dalla poetica riflessione finale "O forse siamo noi che siamo / fotogrammi alla moviola: / la gente non ricorda gli intervalli / ed è per questo che si sente sola".

Sembra una boutade, ma la mia opinione è che il protagonista di questa canzone, o meglio, chi viene raffigurato nei suoi graffiti, sia le nostre concezioni del tempo. Se la leggi così, non è discontinua. Non voglio farla lunga a te e ai lettori. Il testo originario nasce moltissimi anni fa. Ma subisce un'operazione, se ne toglie un finale e se ne mette un altro. Proprio perché la frenetica attività erotica o sentimentale del personaggio altro non è che tentare di precedere il tempo, inseguirlo, cavalcarlo. Mi è capitato di leggere una frase del filosofo moderno Walter Benjamin, secondo la quale il distruttore non ha bisogno dell'attività distruttiva, ma semplicemente di passare attraverso le rovine. È lo sguardo che scorge rovine in tutte le cose. Uno sguardo che travalica il tempo. Anche la visione dell'innamorato sospende e trascende il tempo. Ma il dongiovanni lo abita freneticamente, lo fa suo. Solo che la chiave del suo agire è prendere, abbandonare ed essere abbandonato, prendere di nuovo. Assomiglia tantissimo al gioco infantile del nascondersi e riapparire, del lasciare un oggetto caro per riprenderlo. E infine al gioco di prestigio: fare sparire qualcosa per farla ricomparire. Ma è un gioco cruento, come dimostra Michel Caine in un film sugli illusionisti. Il canarino che riappare non è lo stesso. Ma la nostra pretesa di identità non è altro che una dinamica filmica. È il vuoto tra i fotogrammi che permette l'illusione del moto. È questo vuoto che feconda l'individuazione. Per dirla grossolanamente, le conquiste del Guastamori sono come carte da gioco, l'importante è quel gesto nascosto, quel vuoto, quella distrazione che permette l'azione del prestigiatore, e la sua truffa. Il vuoto impercettibile fra i fotogrammi. Il delitto del Guastamori è quello di attraversare un mondo di potenziali rovine considerando le persone come i vuoti da cui passa, e non come altre individuazioni.

Restano da affrontare due canzoni e ne rispetterei la sequenza originale, via libera quindi a Canzone del Finale. L'ho adorata sin dal primo ascolto, in tempo di lockdown, eseguita da te solo voce e chitarra. Qui si arricchisce di strumentazioni ed uno splendido arrangiamento, ma resta intatta la prima sensazione visiva di essermi tuffato per un attimo dentro una sorta di Shining, questo sogno-realtà mi ha ricordato l'episodio in cui Jack si sposta nella sala da ballo dell'hotel, dove ha un surreale incontro con un barista degli anni Venti di nome Lloyd. Magnifica poi la visione iniziale "E nella festa dell'apparenza, / con le sue luci straniere e invitanti / io non capivo la differenza / tra gli invitati e i mendicanti". Com'è nato questo piccolo gioiello?

È nato proprio dalla frase che tu hai riportato, che ha fatto da lievito madre a tutta la canzone, unendosi però a un altro ingrediente: le parole dell'apertura, "Entrai dunque nella villa senza essere invitato, dopo aver legato a un palo l'ombra che mi aveva accompagnato". Questi versi aprivano una mia canzone di adolescente, chiamata proprio La villa dei fantasmi.  Era scritta sulle suggestioni delle letture di Edgar Allan Poe, mio autore amato fin dall'infanzia. E forse, dati i tempi, voleva dare fiato ad una allegoria politica. In questa canzone sì può vedere un fenomeno di abduction, sospensione del tempo, rapimento. La leggenda della casa incantata di notte che poi si rivela diroccata e disabitata di giorno, è frequente nei racconti di fate e di fantasmi. Anche in questa canzone su parla del tempo e della sua abolizione. Non mi sono riferito a Shining, film che credo di aver visto almeno una dozzina di volte. Ma anche la villa di cui canto "pareva invasa". Qui si presenta una cornice di ulivi, gli stessi che compariranno in Il Grido della Fata.



Ecco mi hai dato il gancio per parlare, finalmente, della canzone che dà il titolo all'intero album Il Grido della Fata, che nella track-list credo tu abbia lasciato in fondo al disco perché ha un finale che è un coup de théâtre geniale, ma non anticipo nulla. Cito solo l'incipit altrettanto straordinario "Bruca l'erba dei tetti il sole al tramonto / Brucia dentro camini di pietre uguali" ed alcuni tuoi topos che sembrano qui ricomparire tutti come d'incanto: le cattedrali, i gatti, il vino, il cadere... il resto lo lascio dire a te. È comunque il degno finale di un album grondante densa e struggente poesia.

Sì, le immagini dominanti ritornano. Solo che qui finalmente l'identificazione implode. Se è questo il coup de théâtre di cui parli, non lo sveleremo qui! Anche in questo caso strofe nuove sì sono innestate a quelle di una vecchia canzone, e lo stesso è successo alla musica. Rispondevo alla lettera di un caro amico, che ne ha colto molti punti, specialmente la poetica vivissima dei suoni elettronici. Una canzone, dicevo, è un organismo vivente. Ma anche un'intenzione. E la sua intenzione, una volta che è c'è stata "composta" (ma non in una bara come un cadavere) è di essere ascoltata ed ascoltarsi ancora. La canzone è la fata. Se agli uomini è difficile decifrare il silenzio delle Sirene, alle Sirene non va giù la refrattarietà degli uomini al loro canto. L'amore delle fate è formidabile.

Credo che, chi ci ha seguito fin qui, in questo viaggio tra le tracce del tuo nuovo lavoro, vorrà ora sapere come e dove trovarlo? So che, attualmente, oltre che sulle piattaforme digitali, è stato pubblicato sotto forma di CD ma è in previsione anche la pubblicazione in altri formati, è così?

Adesso si trova o si può ordinare in formato CD, per chi ancora ama l'oggetto fisico. Lo si può richiedere ai negozianti di dischi, quelli irriducibili che non hanno chiuso bottega, o alle Feltrinelli, specificando la produzione, Maremmano Records, e la distribuzione, IRD. I negozi di dischi non devono chiudere. Sono come i bar, e può succedere in effetti che offrano da bere. Il vinile è in preparazione. Ma c'è un'altra sorpresa: prestissimo sarà disponibile lo "scrigno" no plastica, un rivoluzionario formato inventato da Vibrisse Studio che permette un ascolto ad alta fedeltà, ma anche animazione di immagini, ipertesti, possibilità interattiva, nuove pubblicazioni, addirittura nuove orchestrazioni, richieste. Sarà come avere un filo diretto con Max e i suoi collaboratori. Molti l'hanno già scelto e prenotato. Sarà anche in vendita ai concerti.


Sito ufficiale di Max Manfredi

venerdì, novembre 26, 2021

Alfina Scorza: di donne, muri e cantautrici oggi

 di Fabio Antonelli

25 novembre 2011, è la “Giornata contro la violenza sulle donne”, navigando dentro Facebook mi imbatto in un post della cantautrice salernitana Alfina Scorza in cui scrive “stamane mi ha contattato una ragazza che studia al CPM di Milano, sta elaborando una tesi sulle difficoltà che incontrano le donne autrici e compositrici ad emergere nel mondo musicale... avrei tante cose da raccontare...”, colgo allora subito l’occasione per contattarla e farmi raccontare… Leggete, ne vale la pena.

Live in Lurago d'Erba (CO)


Partiamo dal fatto incontrovertibile che oggi è la “Giornata contro la violenza sulle donne”. Credi che la sua istituzione sia un buon punto di partenza o, in fondo, una concentrazione di vuota retorica e pure a scadenza?

Credo che il fatto che se ne parli di più sia comunque un dato positivo che aiuti a sensibilizzare le persone e soprattutto le generazioni nuove...ci sono faccende che prima non si argomentavano proprio perché ritenute situazioni "normali", come la violenza psicologica che gran parte delle nostre nonne e madri hanno subito da parte dei propri uomini...poi nel campo del lavoro gli argomenti sono vasti, prima era normale che una donna guadagnasse meno di uomo, oggi questa cosa si combatte...nel campo musicale invece è più comune che le donne siano relegate al ruolo di interpreti soprattutto se hai un'immagine avvenente...oddio se penso a Mina sicuramente è tanta roba, purtroppo però ci sono ancora molti pregiudizi da parte degli uomini quando scrivi, componi o suoni uno strumento, se ti vedono in un certo modo musicalmente è difficile far loro cambiare idea, devi lottare di più, la cosa buffa che mi è capitata è che mi hanno più volte fatto i complimenti per come interpretavo un mio brano secondo loro bello ma dando per scontato che non l'avessi scritto io...ma comunque starei ore a parlare...si lotta , fino a quando ad un certo punto non ce la si fa più e ti parte in testa la frase "ok tu pensi questo di me? Ma chi se ne frega, io vado avanti!"

Alfina Scorza


Mi sembri molto in linea con quanto pubblicato oggi, ad esempio, da Susanna Parigi "Parlerò finché avrò voce: un Paese dove muore uccisa più di una donna al giorno non può dirsi Paese civile. Qualcosa non va. Lo capiamo si che qualcosa non va? Quindi abbiate pazienza se parlerò di questo più e più volte..." e devo dire che tu, del ruolo della donna madre – figlia - moglie - lavoratrice – amante, ne hai parlato direi ampiamente e con profondità nel tuo ultimo lavoro discografico “Le lettere di Jo” o sbaglio? Non ti sembra che ne emerga una donna quotidianamente sotto giudizio?

Assolutamente sì,  in generale la problematica riguarda le donne di tutte il mondo ma ci sono alcuni posti e in questo caso il sud Italia dove le abitudini quotidiane che sembrano normali sono in realtà fuorvianti, ci sono pochissime donne realizzate nel proprio lavoro, molte hanno rinunciato alla propria carriera perché si fa fatica a barcamenarsi tra lavoro (soprattutto quelli di grande responsabilità) e la maternità, ancora oggi in casa, la maggior parte dei mariti non fa assolutamente nulla, non c'è collaborazione tra uomo e donna...la responsabilità della cura della casa e dei propri figli ricade tutta su di lei...non faccio di tutta l'erba un fascio ma ho visto e vedo ancora cose di questo tipo e purtroppo non sono scelte libere ma veri e propri obblighi... in "Le lettere di Jo" racconto in parte me stessa ma anche storie di donne che ho conosciuto, le loro frustrazioni, ingabbiate in relazioni che le annientavano, della difficoltà sul lavoro, delle loro fragilità e della scelta più comoda di sposare il buon partito perché venivano da situazione familiari fortemente disagiate economicamente dove l'amore quello vero va a farsi fottere, dove la libertà va a farsi fottere... di violenze fisiche se ne parla tutti i giorni e c'è chi è stato ed è capace di parlarne meglio di me di questo argomento così grave, io ho preferito viaggiare nell'introspezione di quello che è la libertà di una donna, dell'impossibilità o difficoltà di essere sé stessa ancora oggi.

Cover di Le Lettere di Jo


Essere sé stessa. Facendo un bilancio della tua vita, quanto ti è riuscito di essere veramente te stessa? Quanta fatica ti è costata la scelta di essere cantautrice, proprio in un momento dove persino la vita dei tuoi colleghi maschi non è delle più rosee?

Non mi è costato nulla se penso a cosa avrei potuto essere ascoltando gli altri... può darsi stia sbagliando tutto della mia vita ma l'ho creata con la padronanza delle mie scelte e se penso a questo, vivo tranquilla nel mio essere una persona inquieta e sempre alla ricerca di qualcosa, lo so, è paradossale ma questa sono io. La fatica c'è ma quale lavoro non la richiede? Se è fatto con passione però cambia tutto e spero di potermi permettere di fare questo tutta la vita... il mio percorso non è dei più semplici come i miei colleghi maschi, la donna ha più muri da abbattere ma entrambi bazzichiamo in un mondo musicale che vive un periodo delicato ma lo è già da un po', da quando i dischi non si vendono più, certo i social aiutano ma vuoi mettere che prima si viveva vendendo la propria musica e con i live? Spero che il vento cambi ma spero anche che la musica d'autore non si erga troppo sul piedistallo perché questo porta all'isolamento artistico, spero che chi scriva non perda mai il contatto con la gente, con ciò che lo circonda , con la realtà che vive, i musicisti pretendono un ascolto più attento ma anche noi dobbiamo ascoltare gli altri e spero che il mio modo di approcciarmi alla musica mi porti a farmi sentire da una fetta sempre più larga di pubblico, spero che dicano di me "ho sentito parlare molto di questa cantante, andiamo ad un suo concerto perché ha delle cose da dire".

Alfina Scorza


Tra i muri da abbattere per una donna a volte ci sono però proprio quelli eretti da altre donne, se non proprio muri, incomprensioni, in proposito vorrei tanto mi parlassi di una canzone del tuo ultimo album che più di tutte le altre è autobiografica, mi riferisco a “Lettera”. Credo sia importante.

L' invidia è un brutto male quando è distruttiva, ma questo sentimento è anche dell'uomo, solo che secondo me è più bravo a nasconderlo... i muri tra donne si ergono quando non si riesce ad accettare la propria realtà e vorresti che tutte fossero nella tua stessa condizione, a questo punto prima di non cadere in un baratro e toccare il fondo sono necessarie delle doti che se ci applichiamo risultano assai vantaggiose, quelle dell'intelligenza, del confronto costruttivo con le altre donne, della complicità, di pensare a ciò che abbiamo di bello da dare e cercare quanto più possibile di abbattere le nostre insicurezze... sicuramente di donne così positive ne ho conosciuto davvero poche ma me le tengo strette. Tornando all'album, "Lettera" è stata scritta in un momento delicato, quando mio padre è venuto a mancare...gli equilibri tra me e mia madre si erano un po' alterati e le incomprensioni acuite, in realtà avevamo entrambe bisogno di elaborare il lutto... ne è venuto fuori un brano che parla di un rapporto conflittuale madre-figlia, in cui in molte si sono riviste e il fatto che abbia colpito nel profondo delle persone mi ha riempito di gioia... poi musicalmente il brano è una piccola parentesi, mi allontano per un attimo dalle sonorità etniche preferendo una melodia dolce, una melodia che sa della mia infanzia, il tutto impreziosito dagli arrangiamenti di Pasquale Curcio... comunque la prima volta che mia madre l'ha sentita mi ha detto: mi sono commossa però mica sono così stronza come madre?!hihihihi!

Per concludere questa bella chiacchierata vorrei tornare al punto di partenza, alla Giornata contro la violenza sulle donne. Hai parlato di confronto e di complicità nei confronti di altre donne. Ecco supponiamo che si voglia organizzare un disco per questa occasione e ti si chieda di partecipare al progetto e di scegliere altre tre colleghe da coinvolgere. Chi vorresti avere al tuo fianco in questo ipotetico progetto e perché?

Bella domanda, ce ne sono diverse che attirano la mia attenzione, sicuramente una delle mie preferite è Roberta Giallo, istrionica e dotata di forte personalità, Flo, bravissima, lei mi è vicina come mondo sonoro essendo campana come me anche se abbiamo vocalità diverse, poi è una tosta e dice sempre la sua sulle problematiche legate soprattutto alla donna con una grazia ed incisività da fare invidia ed Elisa Rossi, una delle voci più interessanti che abbia mai sentito in vita mia e dotata di una scrittura davvero singolare.



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martedì, marzo 16, 2021

Un silenzio lungo dieci anni, poi ecco “Diavoli Storti”, lampi di poesia in tempi bui.

di Fabio Antonelli

Diavoli Storti (REA – Concerto Music 2021), è il nuovo album di Marcello Murru, cantautore sardo, ma ormai dagli anni settanta stabilmente a Roma. Questo nuovo lavoro discografico, è nato sulla spinta entusiastica della regista Francesca Comencini che l’ha prima fortemente voluto nei panni di sé stesso nel film “Amori che non sanno stare al mondo” e che ha realizzato il videoclip del brano “Diavoli Storti” che dà il titolo all’intero progetto e di un grappolo di amici giornalisti, fotografi, ecc. che ne ha finanziato la realizzazione. Ecco cosa mi ha raccontato questo grandissimo poeta.  



A ben dieci anni dal precedente lavoro discografico "La mia vita galleggia su un petalo di giglio", è appena uscito "Diavoli Storti". Sono solito partire dalla copertina del disco perché è il biglietto da visita di un nuovo progetto. La scelta, qui, cade su un primo piano parziale del tuo volto, in un duro bianco e nero, mi pare di cogliere un volto comunque fiero malgrado le difficoltà della vita. Accanto, su campo rosso, il titolo. Cosa è accaduto in questi dieci anni? Perché questa scelta grafica, ma soprattutto come è nato questo titolo così suggestivo?

Non guardare il mostro in faccia è un gioco a risultato zero, ecco il motivo per cui questo scatto, dono di Stefano Babic, grandissimo fotografo e amico da sempre, mi è sembrato oltre che molto bello anche utile per indirizzare al mio percorso l’ascoltatore. Perché Diavoli Storti? Ogni esistenza ha una sua colonna sonora, un titolo. Questo mi sembra il titolo adatto alla mia in questo momento.

Il disco si apre proprio con "Diavoli Storti", brano per il quale è stato realizzato uno splendido videoclip, in bianco e nero, con la regia di Francesca Comencini che, ancor prima della realizzazione dello stesso, ha voluto ritagliarti un cameo nel suo film "Amori che non sanno stare al mondo", in cui canti un tuo storico brano "Testaccio" nel mezzo di una festa. Estrapolo questi versi "Piove sul mare / Su chi ha perduto tutto / Ma si accende di un pallido sole / Per ricominciare" perché mi sembrano racchiudere l'intero senso di questo disco o dico male?

Tutti ci troviamo a vivere questo tempo di minaccia e d’esilio, un tempo di minaccia e d’esilio dove si spacciano facili messaggi di speranza, tante certezze fasulle. A tutto questo penso che il dovere di chi scrive, sia quello di contrapporre l’incertezza. Il mio occhio si è sempre posato sulle marginalità con tutte le asperità, eppure in un mondo che diventa sempre più incomprensibile, cerco di portare uno spiraglio di luce. È un album di segni, di solitudini, di occasioni mancate, di perdite in un tempo di numeri.



È soprattutto un album denso di versi poetici, quasi dei lampi che squarciano il cielo nero della notte, versi che suonano come sentenze, una su tutte "la vita dà solo risposte alla cazzo di cane / ognuno si lecca le proprie ferite" tratta dal secondo brano "Non aver fretta di andartene". Quanto c'è di autobiografico in questa visione della vita?

Non conosco fino in fondo la verità delle mie canzoni anche se, penso che in qualche modo siano collegate alla mia vita.

Hai ragione, è sempre difficile giungere alla verità delle cose, figuriamoci se si tratta del nostro più profondo io. Soprattutto poi in questo ultimo anno, in cui siamo bombardati da notizie contraddittorie e dove "Il mondo vedi / si è chiuso in gabbia / stretto in cinture / gonfie di rabbia" come canti magnificamente tu in "Sapere di solitudine". Non credi sia proprio la solitudine, in un mondo apparentemente sempre più social, il vero male che ci tocca quotidianamente combattere?

Ci troviamo a vivere un tempo che non avremmo mai voluto incontrare “e non smette di piovere”, le nostre case sono diventate scatole troppo fragili per contenere la nostra solitudine. Anche per me, che per natura sono un solitario, si è rivelato molto duro e difficile, per dirla come Carrère “Vivere vite che non sono la mia“.

Quanto mi sento all'unisono con questa tua ultima considerazione, io che ormai da un anno esatto lavoro in Smart Working, ma bisogna pur andare avanti. Nonostante tutto, nonostante nella successiva “Vertigini” tu dica "so che l’amore / è la nostra speranza /ma non smette di piovere" ed anche "so pure che gli ultimi / arriveranno primi / ma non sapranno che farsene", versi che sembrano chiudere ogni speranza ai tanti diavoli storti. È stata forse scritta in un momento particolare della tua esistenza? Me ne parli?

Sono due versi molto amari, fino all’ultimo sono stato indeciso se lasciarli o cambiarli, ma poi ha prevalso la necessità di lasciarli, anche perché mi sono convinto che non fossero rappresentativi solo di un mio stato, ma dello stato di molti... mi capita spesso di non essere un allievo fedele della Speranza soprattutto in questi tempi.

Forse per questo la canzone successiva "La chiave del buio" ha un incipit così tranchant "Il mondo è orfano / se te ne vai". È l'inizio di una grande canzone, ma sancisce anche la fine di un grande rapporto.  Il testo si chiude con un verso "Nessuno appartiene a nessuno, / amore mio", che dovrebbe essere sottoscritto da tutti, all'inizio di un qualsiasi rapporto a due. Di grandissima attualità, dall'inizio dei tempi, non credi?

Una canzone come “La chiave del buio” mi racconta meglio di quanto io riesca.

Direi allora di proseguire il nostro viaggio lungo le tracce del tuo nuovo lavoro. C'è un altro verso che mi ha lasciato senza parole, per tua capacità di sintesi nell'osservare la realtà odierna "Si vive in digitale / si muore in analogico".  In "Digitale Analogico", il titolo della canzone, dici anche "C'è solo una parte di me che accetto di raccontare". Sono tutto orecchi...



Non ho mai parlato molto di me, ho voluto che fossero le mie canzoni a farlo, anche perché le parole da sole sarebbero state dure e spietate soprattutto con me stesso e io non posso permettermelo, per non compromettere il mio stato di salute. È passato troppo tempo e l’uomo che sembrava inespugnabile fisicamente ha ceduto il passo ad un uomo più riflessivo, che continua a guardare lontano. “Si vive in digitale si muore in analogico” è un modo di prendermi un po’ in giro anche se è così vero in fondo.

Guardare lontano, in fondo, l'hai sempre fatto sin da bambino se, come canti in "Spingendosi più in là", eri tu "il bambino che chiedeva a suo padre / se qualcuno lavasse le nuvole / e perché nude attraversassero il cielo". Trovo magnifica questa immagine. Ti manca tanto quella fase della tua esistenza?

No, non mi manca, anche se sin da bambino mi piaceva quando mia madre mi portava a trovare i vecchi zii in montagna. Io mi sporgevo felice dal finestrino del treno e sul mio diario descrivevo il panorama pieno di colori e di visi bruciati dal sole.

Hai ragione, d’altronde non possiamo che rassegnarci a vivere il nostro tempo, anche se un tempo in cui si fatica a riconoscersi. In "Lungo un cammino di numeri" c'è, da una parte tutta la drammatica attualità ben descritta dai versi "Ogni abbandono / ritrova il suo passo / lungo un cammino di numeri / lungo un cammino di numeri" che aprono e chiudono come fosse un cerchio il brano, dall'altra l'ottusa incapacità di affrontare la fragilità umana, l'ineluttabilità della morte "Sembra che ormai per morire / ti devi filmare / e se non sei fotogenico / ormai non si muore". Questa tragica pandemia ci ha forse riportato con i piedi per terra, anche se tu, personalmente, forse i piedi per terra, tuo malgrado, li hai sempre avuti. Non è così?

Mi stai chiedendo di spiegare quello che io non so spiegare... io non so spiegare i versi delle mie canzoni. Loro si rivelano molto più brave ed intelligenti di me. In fondo nella tua domanda c’è un’analisi del testo lucida che quasi mi sento spiazzato. Qualsiasi suggerimento o spiegazione io tentassi di dare alle parole di un verso è un po’ come volerle ingabbiare laddove io le ho rese libere.

Hai ragione, scusami, ma è più forte di me finire per analizzare i testi, soprattutto se stimolanti come i tuoi. A proposito di libertà, l'ultima traccia si intitola proprio "Liberos" e si chiude con i versi "danzamos liberos". La definiresti più una metafora di questi nostri poveri giorni o una sorta di umana preghiera?

Qui dentro c’è tutta una vita, proprio tutto, soprattutto quello che non mi sono perso. C’è il ragazzo che faceva su e giù per le scale di casa e, appena poteva, correva verso il piccolo molo di Arbatax a guardare il mare, a riempirsi gli occhi di una terra magnifica, a tratti amara. C’è la Sardegna degli anni ’60 ’70 con gli attentati, i rapimenti, i banditi, i Carabinieri, che in fondo è anche un po’ la metafora di questi nostri tempi, tempi dal mio punto di vista abbastanza bui. Però penso anche che sia, come tu dici, una preghiera, aggiungerei amara, dove c’è il perdono per troppe vite da risorgere, dove c’è il destino ineluttabile come dicevano i vecchi, i fallimenti, la paura di non farcela in un mondo dove a giocare sono sempre gli stessi e dove, come ho scritto, in un'altra canzone “gli ultimi arriveranno primi ma non sapranno che farsene”. Eppure penso che in questo tempo buio, dove purtroppo troppi amici sono andati via con un finale meno convincente di quello che potessimo aspettarci, si accende ancora una luce e riparte una musica: “danzamos liberos”.




mercoledì, dicembre 23, 2020

Fabrizio Consoli e la sua personalissima professione di fede

di Fabio Antonelli

Fabrizio Consoli è senza dubbio un cantautore atipico. Per chi non lo conoscesse, grave mancanza, inizia la sua carriera nella musica degli anni ottanta come chitarrista al fianco di diversi artisti di primo piano della scena musicale italiana, quali Eugenio Finardi, Alice, Cristiano De André, Mauro Pagani, PFM e molti altri. Ad un certo punto (1993) pubblica un album che porta il suo nome ed approda così nel 1995 a Sanremo con “Quando saprai”. Non ha la fortuna sperata o forse sì, perché nel 2004 pubblica “18 piccoli anacronismi”, quello sì forse il suo vero esordio nella canzone d’autore. Seguono due gran bei dischi “Musica per ballare” nel 2009 e “10” nel 2016. Tra questi un primo live “Live in Capetown” nel 2012 ed ora il secondo live “Con Certo Jazz - Live from the Heart of Europe” (Vrec / Audioglobe distribuzione), una splendida fotografia del tour seguito all’uscita di “10”, il disco che è stato un viaggio laico all’interno dei dieci comandamenti. Sempre in bilico tra Italia e Centro Europa, un po’ come Pippo Pollina, pur vivendo in Italia, vale la pena sentire cosa ci racconta in merito a questa sua ultima fatica discografica.



Sarà forse per la mia grande passione per la fotografia, per ciò che sa trasmettere, ma un disco con una copertina come il tuo "Con certo jazz" lo comprerei ad occhi chiusi. Perché non ci sono i colori a distrarre l'occhio, perché la foto che ti ritrae trasmette energia, passionalità, intensità e, perché hai scelto un titolo molto significativo, un gioco di parole che è anche un manifesto programmatico? Devo cambiare occhiali o c'è del vero in queste mie impressioni? Poi mi piace quel "Live from the Heart of Europe", in questo momento in cui c'è tanto bisogno di un’Europa, di una Europa di cuore. Ho già detto troppo, lascio spazio a te.

Al di là della comune passione per la Fotografia, direi che hai assolutamente colto nel segno. Immaginare la copertina di un disco è, dal mio punto di vista, un processo fondamentale ... è la faccia che dai al tuo lavoro. Di più. La copertina di un disco dovrebbe, più semplicemente possibile, riassumerne l'anima. Ti confesso una cosa. Sai che le copertine dei miei dischi in studio sono molto particolari. Da anni, per vari motivi, pubblico solo concept album. Bene, molto spesso ancor prima di avere le canzoni che finiranno nell'album, io ho già visivamente chiara quella che ne sarà la copertina, e questo prima ancora di averla, o poterla realizzare fisicamente, solitamente in maniera, direi, empirica … Nel caso della copertina di 10, per esempio, abbiamo dato realmente fuoco all'omino di carta che legge il libro sacro ... Ovviamente, prima abbiamo dovuto costruire sia l'omino che il libro e la sua etichetta. Per quanto riguarda la copertina di Con Certo Jazz, nasce da uno scatto decisamente fortunato (di Jessica Panattoni, per l'ultimo tour in Russia N.d.R.), ed ho difeso subito la scelta di usare sia la fotografia sia la tipica grafica Blue Note degli anni 50/60, con quel suo non so che di sensazionalistico ... Unita all'energia, quasi futurista, dello scatto, si crea un insieme di grande effetto, che a mio avviso calza perfettamente la proposta musicale contenuta nell'album. Questo risulta ancora più evidente nella versione in vinile. E, si, hai ragione, se una bella copertina dovrebbe svelare l'anima di un’opera, il suo titolo dovrebbe esserne la voce, in qualche modo illuminare il senso dell'immagine scelta ... aggiungerei solo che, pur in chiave minimale, un buon titolo dovrebbe anche raccontarti qualcosa del carattere dell'artista, lasciandoti la voglia di conoscerlo di più. Con Certo Jazz, in questo senso, mi piace molto... cosi come il suo “sottotitolo”. Se pensi che si tratta di un Live concepito e registrato a Zurigo - in una Svizzera che non condivide il progetto politico Europeo - pur essendone il “cuore” geografico, capisci che si tratta chiaramente di un messaggio e, insieme, una professione di “fede”.


Fede. Ecco, forse ci vuole anche quella per affrontare un viaggio musicale come il tuo se, come dici all'interno della copertina del disco "Contaminare con certo jazz la mia musica, mi ha restituito la meraviglia di salire sul palco senza sapere cosa succederà". Quanto credi abbiano contribuito i musicisti di cui ti sei circondato a quello che, in fondo, può definirsi una splendida fotografia del tour che è seguito al tuo ultimo lavoro discografico 10, intorno al quale ruota tutto lo spettacolo dal vivo?

Tornando al parallelo metaforico del significato di copertina e titolo per un album, se il front man è per forza di cose faccia e voce narrante - così come energia, traino e denominatore comune - di quando succede su un palco, i musicisti ne sono il corpo. E se ci pensi, immaginare una band come un unicum, spiega i diversi livelli di energia che sa trasmettere così come la differenza, il salto di qualità (così come, a volte la disarmonia) che il cambiare anche un solo membro può apportare al risultato espressivo del gruppo. Non si tratta solo di tecnica naturalmente. Per come concepisco il live, si tratta soprattutto di generosità, e capacità di mettersi in gioco, di osare ... Questa capacità, insieme alla sensibilità necessaria a portare sul palco la propria vita, è in fondo ciò che distingue un artista da un mestierante.  Ed è la cosa che più mi fa apprezzare generi come il jazz, in cui nei suoi momenti alti, non senti differenza tra chi suona, e la voce del suo strumento. Quindi, la risposta alla tua domanda è, e sarà sempre: in maniera totalmente determinante. Ma, va ricordato e sottolineato, che nessuno fa un concerto da solo. Altrimenti si chiama “suonare davanti allo specchio”. Il pubblico, per me, è l'altra metà del cielo 😉 e il concerto si fa sempre in due: noi, la band, più (o contro) loro, l'audience. Il concerto perfetto, a qualsiasi livello, avrà sempre una grande band e un grande pubblico. Sempre.



Poi, ovviamente ci sono le tue canzoni, soprattutto, come si è detto, tratte dal tuo ultimo disco, 10, un concept incentrato sui 10 comandamenti, visti però in un'ottica personale e del tutto attuale. Ti ritieni soddisfatto dell'attenzione rivolta a questo progetto di grande profondità dalla critica italiana? Perché io ho avuto la sensazione che, almeno in Italia, non sia stato apprezzato come avrebbe meritato, ma forse è vero che nessuno è profeta in patria...

A partire dal presupposto che, se nessuno conosce il tuo lavoro, difficilmente potrà farsene un’idea, positiva o negativa che sia, credo di aver imparato a convivere con la convinzione che l'essere apprezzati o non apprezzati, purtroppo dipenda poco dal merito... 10 ha avuto un coro pressoché unanime di critiche fortemente positive, è finito tra i 50 dischi più belli dell'anno per il Tenco, e dalla sua pubblicazione in Germania (Set. 2016) è stato rappresentato per più di 100 concerti. Da noi la critica che ruota intorno al mondo della canzone di un certo tipo, è ormai costituita da giornalisti che fanno leva più sulla propria passione che sulla convinzione che sarà possibile scoprire un nuovo De André e, purtroppo, la possibilità di rompere il guscio che dalla critica porta al grande pubblico, essendo venute a mancare tutta una serie di possibilità mediatiche importanti (parlo di radio e programmi tv musicali), è stata relegata al web ... Ma è illusorio pensare che la rete dia una possibilità a tutti, perché non è così ... Basti pensare come TikTok o Instagram, solo per esempio, facilitino la creazione di video virali, premiando chi asseconda cliché predeterminati e praticamente oscurando chi non lo fa. Capisci che il problema di chi, oggi in attività, non fosse stato già famoso negli anni '90 è ormai quasi radicale, e legato alla portata della proposta musicale e alla velocità con la quale viene consumata, direi bruciata, e dimenticata dal mondo contemporaneo... Una volta arrivare in studio di registrazione e fare un disco era e presupponeva un percorso importante, oggi non è più così. Chi arriva, con grande esperienza, a pubblicare un buon album, si troverà sullo stesso piano del ragazzino che, pur senza una preparazione musicale di qualche tipo, registra un album XY, magari, scimmiottando rappers d'oltreoceano... Ma il ragazzo potrà contare, per esempio, su una grande popolarità scolastica e farà più click e visualizzazioni di chi, senza un buon ufficio stampa (che solitamente lavora a tempo), rischia di non arrivare neppure a far sapere che esiste ... È come se un buon fruttivendolo improvvisamente, sognando di fare l'architetto, siccome la tecnologia lo permette, decidesse, di costruire una casa o un monumento in piazza (o un ponte!) contando sulla sua grande popolarità in paese ... Togliendo possibilità, che so, a un potenziale Bernini in erba. Io credo che l'unione tra un innegabile impoverimento culturale e la presunta democrazia della rete, stia generando una grande aridità.

Quello che dici è verissimo. Però se il web mette sullo stesso piano il fruttivendolo che vuol fare l'architetto e il Bernini. Se Radio e TV trasmettono solo musica commerciale, se un certo giornalismo osanna chiunque abbia successo, se anche l'attività live è preclusa per l'emergenza Covid che via resta da percorrere ad un Consoli che ha un buonissimo album live da fare conoscere? Fare il fruttivendolo? Secondo me tu, prima, parlando della critica hai centrato il tema. Ormai è costituita da appassionati, da visionari, da nostalgici, per lo più quasi totalmente inascoltati al pari dei lavori di cui scrivono, anche perché oggi se scrivi più di dieci righe credo tu abbia perso il 95% di potenziali lettori. Esagero?

… Direi che allora qui ci siamo persi tutto. J Quando distribuivano il dono della sintesi sono arrivato tardi J

Venendo alla possibile via percorribile, se non si inseguono numeri da rockstar planetaria, credo che un mercato esista ed esisterà ancora e che la possibilità, insieme alla capacità, di proporre un live di buon livello, possano ancora fare la differenza. Mi riferisco all'idea che proporsi a un pubblico, al di là dei valori “culturali” che si pensa di esprimere, voglia dire abbracciare la convinzione di fare anche e soprattutto entertainment, escludendo categoricamente l'idea che il pubblico ti debba qualcosa, o che sia un’entità da “prendere in ostaggio”. Ma, e qui entriamo nel vero, grande tema, e cioè quello che veramente manca, perché quasi totalmente estinta: la figura del talent/manager. Quello in grado di costruire un percorso di crescita per i suoi artisti. Di essere realmente un valore aggiunto, cioè, determinante. I manager veri, e ne ho conosciuto qualcuno, erano fondamentalmente dei super appassionati che, armati di talento e di una cultura musicale pazzesca, si erano, nel tempo, costruiti una solida credibilità. Credibilità che veniva messa a disposizione del talento e della sua crescita. Oggi è talmente difficile proporre e far crescere un artista, che questa figura si è trasformata in una sorta di osservatore di quanto succede nel mondo del “preconfezionato”, cioè della musica in TV: i talent. Si, perché in questo modo il lavoro di far “conoscere” un artista, è (o almeno, sembra) già fatto.
Ma far crescere un artista è un altro discorso ... Il discorso è molto più lungo, e non ha senso in questa sede approfondire. Dico solo che l'impressione che ne ricavo è che non ci sia più nessuno o quasi, che abbia voglia di rimboccarsi le maniche e lavorare. Questo in generale, ma soprattutto nella musica italiana - nel cui panorama non esiste neanche uno straccio di piccola scena in grado di produrre numeri dignitosi, in grado di sostenere chi fa il proprio lavoro, cosi come di formare a un palco vero le nuove generazioni - chiude il circuito vizioso in cui ci troviamo a dibatterci, molto prima che a sognare di operare ...



Concedimi un’ultima domanda o meglio duplice domanda. Il concerto in streaming come quello che hai appena tenuto presso la sede della Imagina Production Studio, credi possa essere un buon mezzo per promuovere un disco come il tuo che, per sua natura, è strettamente legato all’attività live e, azzardo, visto che per un musicista una volta pubblicato un disco si chiude un ciclo, hai già in mente qualcosa di nuovo?

Insieme al costituire un’esperienza importante (era la prima volta che davo un concerto in diretta streaming), l'evento agli Imagina Prod Studios è stato un modo molto “intimo” di salutare gli amici e una parte delle persone che, soprattutto dall'estero, segue i miei live e il mio lavoro, spesso affrontando viaggi per niente scontati. Si è trattato di una sorta di “ringraziamento”, uno dei motivi per cui ho preferito non chiedere un ticket di accesso di qualunque genere. Il concerto è stato un successo dal punto di vista della partecipazione, nel giro di 24 ore è stato visto, tra chi era presente alla diretta e chi lo ha poi visto in differita, da oltre 1000 persone. Non me lo aspettavo. Ma più che fornire un supporto promozionale al disco appena uscito (la formazione e l'imprinting sono stati completamente diversi da Con Certo Jazz), ha dato un segnale forte dell'esistenza e della buona salute del “progetto” Fabrizio Consoli... Se vogliamo trovarci un solo, ma sostanziale, grande demerito è che ... non si è trattato di un vero concerto. Vedi, non so quanto il pubblico sia consapevole che, a mio avviso, innegabilmente, non esiste un concerto, grande o piccolo, magico, stupendo o “insipido” che possa senza un pubblico essere: grande, piccolo, magico e stupendo. O insipido ;-) Un eccellente esibizione può essere annientata da un pubblico mal disposto, o disattento, o semplicemente “freddino”. È una questione di energia, che viene a crearsi rimbalzando tra audience e artisti. Laddove questo equilibrio viene meno, per qualunque motivo, c'è un calo di tensione, la band rischia di deconcentrarsi, lasciando ad esempio il front man più solo ... e un concerto da soli in circostanze simili può diventare un peso enorme da tirare. Ecco, tutto questo, semplicemente, non c'era. È stato strano, come abitare una casa senza il piano di sotto, mi sentivo come un pesce in una bolla d'acqua... Ma, in definitiva, in un momento come questo, si è trattato, naturalmente, di un fare di necessità virtù, che è già di per sé stesso indice di vitalità e, per usare una parola molto utile oggi, resilienza. Pur intuendo il potenziale supporto che lo streaming potrebbe dare a un determinato tipo di grandi concerti, credo che, se il futuro della Live Music fosse questo, cambierei mestiere. Perché, se è vero che l'uscita di un disco chiude un ciclo, è nello stato naturale di quel che “dovrebbe essere”, che ne apre uno nuovo. Quello in cui le canzoni, diventano grandi, cominciano a camminare con le loro gambe, e, conoscendo amore o fallimento, diventano sempre qualcosa che non avresti mai detto. Questo, solo grazie a un palco vero.



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venerdì, novembre 06, 2020

Marco Ongaro: Star Trek, un poetico viaggio nel presente per capire il futuro

 di Fabio Antonelli

A due anni dalla pubblicazione dell’album Il fantasma baciatore (D’autore - Azzurramusic) e a un anno dall’uscita del singolo “fuori programma” Hotel Bella Italia, che nel tradurre il classico degli Eagles (Hotel California) ne rilegge in chiaro la smaccata attualità nazionale, Marco Ongaro estrae dallo stesso disco l’estremo singolo Star Trek, video che vuol dare l’addio al denso lavoro pubblicato nel 2018 per annunciare l’avvio dei lavori per un nuovo album prodotto ancora da Gandalf Boschini, per D’autore - Azzurramusic.


Il 6 novembre è uscito il video di Star Trek, ultima traccia, quasi straniante, del tuo disco Il fantasma baciatore uscito ormai due anni fa. Com'è nata l'idea di farne un video e come è stata sviluppata?

Era necessario salutare un album denso come Il fantasma baciatore uscendone dal fondo, attraverso l’ultimo brano, quello che si chiude in farmacia. Ed è da questa farmacia, nella quale due anni più tardi siamo finiti tutti, che riprendo con l’idea di fare un nuovo disco che ci aiuti a uscirne. La casualità profetica del momento creativo è un patrimonio che si rivela utile a profezia avverata. La solitudine che trasuda dal brano, l’elenco delle cose, l’inventario di ciò che rimane una volta a casa, chiusi, senza socialità, è l’apertura di senso che solo ora comprendo si sviluppava nell’apparente chiusura dell’album. Fare un video significa estrarre un singolo. A questo punto la scelta era obbligata.

La canzone è nata da un testo del poeta Nicola Saccomani, cui tu hai rimesso mano e che hai musicato, con una melodia struggente che è un po' come un addio al resto del disco dichiaratamente rock, una melodia e dei versi che esprimono un senso di alienazione. Quel lungo elenco di oggetti quasi dimenticati... insomma un testo che si presta molto a una rappresentazione visiva. Il video alterna immagini in interni a immagini in ampi spazi aperti, dove è stato collocato geograficamente e perché proprio quei luoghi?

Il testo l’avevamo scritto insieme, Saccomani e io, una dozzina di anni prima. Al momento di raccogliere i brani dell’album me lo sono trovato davanti in tutta l’imperfezione di allora. Così ho preso a limarlo mentre lo musicavo, sistemavo versi, ne aggiungevo, spostavo la farmacia dall’inizio alla fine del brano. Poi naturalmente l’ho fatto ascoltare a Nicola, che ha approvato. Il video di Stefania Tramarin l’abbiamo girato tra Ferrara e il Delta del Po. Ci serviva un ambiente che amplificasse la solitudine, un deserto con cattedrali come i dintorni di Porto Tolle, e anche una città poetica come la dimora di Ariosto.


Quell’equipaggio di Star Trek evocato alla fine del brano, che prefigura un viaggio verso mondi sconosciuti, verso l'ignoto, anche se solo attraverso la mente, anche se scritto molto prima che prendesse piede questa maledetta pandemia, mi sembra però trasmettere perfettamente quel senso di alienazione in cui ci siamo sentiti calati un po' tutti quanti. Non credi?

Sì, in effetti l'equipaggio dell'Enterprise stavolta più che scoprire nuovi mondi si occupa di alieni già noti, dietro al banco della farmacia c'è la ciurma che ci guarda. Gli alieni siamo noi, attoniti, rifugiati in un luogo apparentemente protettivo, in cerca di una cura insostenibile, una sorta di ninna nanna ambientale che ci culli fino al sonno eterno. O ci riporti indietro a quando ci credevamo invincibili.

In fondo questo Star Trek, proprio come la nota serie di fantascienza, ha una funzione di traghettatore verso nuovi lidi, hai detto di avere in mente un nuovo disco che ci aiuti anche ad uscire da questa impasse. Come sarà questo disco? Musicalmente segnerà l'addio al mondo del rock? Ma soprattutto riuscirà ad avere in sé quella forza taumaturgica cui tutti ambiscono in questo periodo in cui tutti si sta un po' come d'autunno sugli alberi le foglie?

L'atto creativo è taumaturgico prima di tutto per chi crea. L'energia che si attiva è della frequenza più elevata e potente che esista. Certe mattine mi sento fortunato perché, qualunque casino possa esserci intorno e dentro me, nel momento in cui sono chiamato a creare tutto scorre più rapido e intenso, non c'è spazio per depressioni o ansie. Avere un progetto come un nuovo disco impegna qualche mese nelle sue varie fasi, una più appassionante dell'altra. Certo, abbandoneremo l'impianto rock del Fantasma baciatore per intraprendere nuove vie, come Gandalf Boschini mi sta suggerendo da tempo. E per questo gli lascerò stavolta la mano più libera di intervenire su suoni, arrangiamenti e concezione generale delle canzoni scelte. Sarà taumaturgico anche per il produttore esecutivo, immagino. Che poi sia taumaturgico pure per chi lo ascolta, beh, la speranza non costa molto.

Un'ultima domanda, visto che del nuovo disco, giustamente, hai rivelato poco o nulla. Vorrei tornare su Star Trek, sulla tua collaborazione con Nicola Saccomani. Curiosando in rete, ho trovato davvero poco di lui, ma ho visto che la sua recente scomparsa è stata accompagnata sul suo profilo Facebook da grandissimo affetto. Come è stato il tuo rapporto con lui? Cosa ti ha lasciato?

Nicola era frontman, insieme a Giuliana Bergamaschi e Luca Zevio, dei Ratatuia, mi par di ricordare, un gruppo che ha vinto l'Arezzo Wave anni fa. Un cantautore oltre che un poeta, un uomo ironico, spiritoso, distaccato e partecipe. Tormentato come lo sono i poeti. Nell'autunno del 2005 ci siamo avvicinati a lavorare su dei testi per non so quale suo progetto che non ha più preso piede. Avrebbe musicato lui il tutto, cosa mai più avvenuta, così come i testi sono rimasti fogli con versi sparsi, un po' ricomposti l'uno sull'altro, un po' sul suo quaderno un po' sul mio. Poi ci siamo persi di vista fino a che, in un momento di sua riemersione, nel 2018, ha scritto e presentato un libro di poesie, Scritti urbani. Sono andato al suo recital e gli ho detto della canzone, che l'avevo rimaneggiata ed era diventata Star Trek, ha approvato il titolo e il lavoro. Poi siamo rimasti in contatto per chat, saltuariamente, gli ho fatto avere il disco, mi ha scritto le sue emozioni, positive sebbene la sua concezione musicale e poetica fosse diversa dalla mia. Gli ho mandato il video Hotel Bella Italia e mi ha scritto belle parole anche su quello. Ma le parole più belle sono quelle delle sue poesie, come il distico riportato nel biglietto di ricordo al suo funerale, nell'ottobre del 2019, una poesia che ritrae perfettamente il tono dei suoi versi, la fulmineità della sua visione creativa, l'ironia tenera, al confine dello struggimento ma sempre distaccata: Tra un milione di virgolette / voglio dirti che ti amo.

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