Mezzanota è il
titolo del nuovo progetto della giovane cantautrice Chiara Jerì che, per l’occasione, si fa accompagnare in questo
percorso musicale dal chitarrista Andrea
Barsali.
Il contributo di Andrea, però, va ben al di là del semplice
accompagnamento musicale con la sua fedele chitarra classica (per altro sempre curatissimo),
poiché oltre che essere autore degli arrangiamenti, è anche coproduttore del
disco con Chiara, tanto che il disco è firmato da entrambi.
Quale invece il ruolo di Chiera Jerì in questo disco che è stato
definito dai due “l’istante in cui l’Intenzione diventa Musica” dove, notate
bene, intenzione e musica sono scritte con la maiuscola?
Beh, lei qui presta la sua potente e profondissima voce ad
alcuni tra i più bei pezzi della canzone d’autore italiana come La
donna cannone di Francesco De
Gregori, Canzone secondadi Pippo
Pollina, Fino all’ultimo minuto di Piero
Ciampi nonché l’inedita Amore mio hai ragione di Maurizio Tollo, già collaboratore di
Chiara nel suo disco d’esordio, ma è soprattutto quando si mette a scrivere i testi
a uscire a pieno la sua cifra stilistica.
Prendiamo ad esempio Notturno delle parole fuori posto,
che si pone non a caso al centro della tracklist. Il brano, ispirato da questi versi
“la raganella disidratata sul vetro inaridì / evaporò / bevve il sangue verde /
il falco gira, e gli attribuiscono infamie, e arriva l’acqua, come sempre in
ritardo” di Fabrizio De Andrè, ha fruttato
a Chiara la vittoria nel 2009 al concorso musicale “Un notturno per Faber”
organizzato a Genova dalla Fondazione De André e MySpace Italia, segno che
anche come autrice di testi è artista capace di lasciare il segno.
Non è però l’unico esempio di buona scrittura presente in
questo disco, provate ad ascoltare Innesco e sparo, ispirata a un
avvenimento realmente accaduto, l’esecuzione fredda, lenta e atroce di Giannino Losardo, avvenuta nel lontano 1980
e che all’epoca dei fatti, era sindaco di Cetraro, una delle tante pagine buie
della Calabria ma in fondo simile ad altre tante brutte storie della nostra
povera Italia, proprio come quella raccontata in Malincuore, forse la canzone più bella in assoluto del suo primo
disco Mobile Identità e quiinserita come ghost track a fine disco.
Musicalmente parlando, invece, i due si compensano alla
perfezione in questo progetto, quanto Andrea con la sua chitarra sa inerpicarsi
con i suoi arpeggi fino a raggiungere vette quasi inesplorate così Chiara sa
inabissarsi con la propria voce fino a toccare profondità inaccessibili ad altre
signore della canzone italiana.
Sentieri e suggestioni che magicamente però diventano univoci quando
arrivano al cuore di chi ascolta. Un concetto semplice che il titolo
dell’album spiega bene. Chiara e Andrea ci mettono Mezzanota, l’altra metà è dentro ognuno di noi. Fategli ascoltare questo disco e s’incontreranno…
Dal laboratorio artigianale dei sempre più apprezzati Sulutumana, è
appena uscito un nuovo disco dall’ambizioso titolo “Non c’è limite la meglio”.
Che qualcosa di nuovo bollisse in pentola, si era intuito da un po’, che però
si trattasse sostanzialmente di una raccolta con un inedito (Lunedi mattina), forse
non ce lo saremmo aspettato? Delusi? Dopo averlo ascoltato assolutamente no,
anzi potremmo dire che sembra voler ribaltare quel concetto di Tancrediana
memoria “bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla”. Ecco cosa ci hanno
raccontato in proposito.
Dopo due album di canzoni per bambini come “La storia cominciò” e il
recentissimo “Io non so leggere” del 2012, a ormai cinque anni dall’uscita
dell’ultimo bel disco d’inediti “Arimo” del 2008, non nascondiamo che ci
saremmo aspettati un disco di canzoni inedite anziché una raccolta come questo
“Non c’è limite la meglio” eppure non siamo assolutamente delusi, anzi. Come
mai questa scelta?
Tutto nasce da un confronto
schietto e approfondito con il nostro attuale produttore Piero Cassano. Lui ha
insistito affinché si arrivasse a realizzare una raccolta di brani del nostro
repertorio storico, perché convinto che i SULUTUMANA non abbiano ancora
raccolto quello che meritano, ossia un apprezzamento di pubblico su larga
scala. Siamo stati ovviamente lusingati da quest’affermazione e per questo
abbiamo deciso che, nonostante ci siano tanti brani nuovi che premono e fremono
per uscire dal nostro studio di registrazione, questo poteva essere il passo
giusto per iniziare una nuova e prestigiosa collaborazione e per far conoscere a
un pubblico più vasto la nostra musica. L’ambizione di questo progetto è quindi
quella di fare in modo che la cerchia dei nostri estimatori possa allargarsi
oltre i confini del territorio in cui già da tempo siamo conosciuti e
apprezzati. Si aggiunga inoltre che riteniamo che i brani di “Non c’è limite al
meglio” brillino di una nuova luce rispetto alle incisioni precedenti, grazie
anche all’apporto sapiente ed esperto proprio di Piero Cassano e Fabio
Perversi, che sono stati molto bravi nel dare risalto alle nostre canzoni,
senza per questo minimamente snaturare la nostra cifra stilistica.
Questa raccolta si apre con l’unico inedito presente, intitolato “Lunedì
mattina” e che vede autore del testo la voce del gruppo Gianbattista Galli. Com’è
nato questo brano che si colloca a buon diritto tra i migliori di sempre?
Stavamo lavorando a testi e musiche
nuove nella nostra sala prove, era un periodo in cui ci si vedeva sempre con la
band il lunedì mattina. Questo appuntamento fisso è diventato il titolo di una
canzone. Si tratta di una visione intima e piena di speranza sul futuro che
diventa presente, radiografia di uno stato d’animo in un momento di dolce
solitudine e di riflessione. Immagine reale e visionarie s’intrecciano nello
spazio temporale che va dal risveglio all’incontro col mondo, una volta chiusa
e lasciata alle spalle la porta di casa. In particolare ci è sembrato bello
dare un po’ di dolcezza a un momento della settimana che in genere è piuttosto
indigesto da affrontare.
Di questo disco a colpire è soprattutto l’atmosfera nuova che avete
saputo donare a pezzi ormai stranoti ai vostri ammiratori, saranno forse i
nuovi arrangiamenti ma le canzoni, così eseguite, sembrano da sempre presenti
nell’immaginario bagaglio personale anche di chi le ascoltasse per la prima
volta ma allo stesso tempo totalmente nuove. Non c’è davvero limite al meglio?
È stata una condizione
imprescindibile. Dopo aver accettato di fare un disco che riproponesse brani
già incisi, volevamo che le canzoni rappresentassero fedelmente l’attuale
momento musicale della band. Dovevano pertanto apparire fresche e sorprendenti,
al punto da poterle ritenere “nuove” a tutti gli effetti. Ci succede
costantemente, quando suoniamo dal vivo brani anche datati, di cucire gli
arrangiamenti in modo che il suonarli possa rivelare anche a noi, e non solo in
chi ascolta, elementi di novità e di sorpresa. Lo facciamo per migliorarci e
per scongiurare la noia.
Realizzare la tracklist di una raccolta penso sia operazione tra le più
ardue, c’è una canzone o magari più d’una, del vostro passato che, a registrazioni
concluse, avreste comunque voluto inserire?
No. Nel realizzare una raccolta
crediamo sia più importante il carattere d’insieme che non il peso specifico
del singolo brano. Bisogna valutare l’opera nella totalità per ottenere un
risultato omogeneo e ben strutturato.
Speriamo di esserci riusciti.
Nel vostro sito ufficiale si legge che i Sulutumana -Nascono nel 1998 quando Gian Battista Galli
(voce, fisarmonica) Francesco Andreotti (pianoforte, tastiere) e Nadir Giori
(contrabbasso) decidono di costruire un percorso artistico “in proprio” –
in realtà la vostra genesi parte da ben più lontano, quel 1987 in cui
Gianbattista Galli e Michele Bosisio (uscito dal gruppo nel gennaio 2007)
fondarono un duo poi diventato nel tempo un quintetto costituito dagli attuali
componenti Gianbattista Galli, Francesco Andreotti, Nadir Giori più Angelo
Galli e Andrea Aloisi. La copertina del nuovo disco però vi ritrae in tre,
intorno ad un divano, dobbiamo supporre un‘ulteriore evoluzione della
formazione?
Sin dalla prima canzone da noi
composta, il nucleo “creativo” dei SULU è costituito da Giamba, Cecco e Nadir.
E le prime canzoni risalgono proprio al 1998. Per questa ragione abbiamo
ritenuto di “sfrondare” la nostra genesi, escludendo il periodo precedente in
cui eravamo sostanzialmente una band di cover e in cui la maggior parte di noi
ancora non aveva fatto della musica una scelta professionale e di vita. È una
questione di sintesi che agevola l’approccio di chi ancora non ci conosce, e
che in ogni caso non rinnega certo il passato remoto.
Nonostante questi cambi di formazione non c’è stato mai alcun segno d’involuzione
artistica, anzi possiamo ben dire che il sogno “su l’utumana” (sull’ottomana)
prosegue imperterrito puntando sempre più in alto. Qual è il segreto allora,
l’alchimia perfetta di queste canzoni, capaci di raccogliere sempre nuovi
sostenitori?
Il segreto, se c’è, non lo
conosciamo. Siamo però convinti che scrivere canzoni in tre anziché da soli
determini un valore aggiunto indiscutibile al risultato finale. C’è una
preselezione dei rispettivi provini che deve passare al vaglio di ciascuno di
noi e che è molto esigente, c’è un confronto continuo che è di stimolo costante
per migliorarsi, infine c’è una manipolazione reciproca del materiale che fa sì
che il “prodotto finito” risulti più ricco e, di conseguenza, più bello (si
spera!).
Supponiamo che nei prossimi mesi continuerete con i lives di
presentazione del disco, magari intercalati con spettacoli per bambini, un
universo musicale parallelo ma altrettanto prezioso di cui magari parleremo in
altra occasione, cosa intravedete però nella sfera di cristallo dei Sulutumana?
Dice il saggio: “Fammi indovino e
ti farò ricco!”. Il nostro desiderio è di affermarci come band su un territorio
il più vasto possibile. Siamo convinti che la nostra musica non abbia confini e
possa mettere casa dovunque, in Italia ma anche all’estero, ad esempio in
Francia. Siamo convinti che non sia una musica di nicchia per pochi intenditori
o per palati fini, al contrario, pensiamo che sia fruibile da chiunque abbia
orecchie e cuore da aprire all’ascolto e all’emozione. In concreto stiamo già
lavorando all’uscita dell’album d’inediti, prevista entro la primavera 2014.
Nel frattempo è partito il tour di “Non c’è limite al meglio” che ci vedrà
impegnati fino a Ottobre. Abbiamo anche ripreso il vagabondaggio artistico con
Andrea Vitali, con lo spettacolo “Canti e Racconti 2013”. E poi, come dicevi, i
bambini. Che noi chiamiamo SULUTUmini, Il cd “Oggi non so leggere” è uscito
solo sei mesi fa e sta avendo un bel successo, presto saremo in scena con
l’omonimo spettacolo, insieme col regista, attore e drammaturgo Giuseppe Adduci
(Teatrogruppo Popolare di Como). Per il momento potrebbe bastare così, poi si
vedrà.
Nell’ottobre del 2012 è uscito il primo disco del poeta Vincenzo
Costantino “Cinaski”, s’intitola “SMOKE parole senza filtro” ed è decisamente
una piacevole anomalia nel panorama musicale italiano, visto che si tratta di
un disco di poesie musicate o di canzoni recitate, autoprodotto con la
complicità di Gibilterra e la produzione artistica di Francesco Arcuri.
Incuriosito, ho ascoltato una prima volta il disco, l’ho lasciato sedimentare
un po’, l’ho poi ripreso in mano più volte, affascinato, quasi ammaliato e, alla
fine, ho voluto approfondire la questione con l’autore.
Io trovo assurdo il catalogare i dischi per generi, il cercare di
attribuire un’etichetta ad un’opera, ma se proprio dovessi farlo, come definiresti
questo tuo progetto “SMOKE parole senza filtro”?
Un disco pieno di affetti
speciali, dove copulano poesia e musica senza supponenza con genuina emozione.
Un genere raro.
Voglio essere un po’ provocatorio, la prima poesia “Il terzo uomo” si chiude così “Tira fuori un
taccuino / riprende a passeggiare / come se non avesse un cazzo da fare / e
scrive / questa poesia”, allora aveva ragione il cantautore siracusano Carlo
Muratori che una sera, durante la pausa di un suo concerto, mi disse che, per
scrivere canzoni poetiche, aveva bisogno di oziare.
Hai ascoltato o letto male, la
poesia dice come se non avesse un cazzo da fare, quello che secondo un
luogo comune sembra “non fare un cazzo” è invece un momento di ricerca e di
osservazione, l’osservazione della vita non è ozio e richiede tempo da
dedicarle e non da perdere. Non ci si maschera dietro l’ozio, chi lo pratica
per scelta lo sa e non cerca alibi.
Così facendo, sono già entrato a gamba tesa nel vivo del progetto,
vorrei però fare un passo indietro, per complimentarmi con te per l’incredibile
squadra di musicisti di cui ti sei circondato nel vestire di musica le tue
poesie, si va da Francesco Arcuri a Simone Cristicchi, passando per Raffaele
Kohler, Stefano “Edda” Ranpoldi, Alessandro Stefana, Michele di Toro fino a
Vinicio Capossela e Folco Orselli. Che ruolo ha secondo te la musica in questo progetto?
E’ il vestito ideale, la complice
perfetta, partner sensuale. Musica e poesia sono figlie della stessa madre,
l’emozione per la vita.
Il disco è ricchissimo di versi da annotarsi, proverò a citarne
qualcuno a me più caro, come ad esempio i conclusivi “E per un attimo / Solo
per un attimo / Vorrei tornare indietro” di “Be bop”, sbaglio se dico che in
essi è racchiusa la nostalgia di tutto ciò che ormai è inevitabilmente passato,
irrecuperabile?
La nostalgia cede il passo al
rimpianto e diventa nobile quando guardando indietro trovi momenti che hai
vissuto e quindi grazie al ricordo riesci a recuperare ma non a rivivere e ti
illuminano il presente, cosa che il rimpianto non fa poiché guarda a momenti
non vissuti. Molto più dolce il pianto del rimpianto e la nostalgia è una forma
di pianto.
“Andare a dormire / mentre la città si sveglia. / Le valige sono piene
di sogni / i treni pieni di rassegnazione” così scrivi in “E’ bellissimo”. Vivere
la vita al contrario di come la vivono gli altri può essere una soluzione?
Non è vivere al contrario del
vivere comune che diventa soluzione ma vivere secondo coscienza e cognizione di
causa è la soluzione alla propria realizzazione, non ci sono regole, scegli di
vivere come vuoi pagandone il prezzo e sarai vivo, per amare la vita bisogna
tradire le aspettative.
Da trascrivere integralmente sarebbe “Il bar” perché in essa trovo sia
colta in pieno l’essenza del vivere, mi limito a riportare questi versi “La
vita va corretta, va corretta / E’ così difficile berla liscia”, vuoi dirmi
qualcosa su questo testo?
Molti, travisando, pensano che
sia un inno alla bevuta. In realtà è la poesia più triste che abbia mai scritto
è la celebrazione della sconfitta, del vivere senza pose esistenziali, il Bar
come momento sociale e non come circo. Si guarda sempre quello che c’è dentro
al bicchiere e mai quello che c’è dietro.
In “Il re del bar”, invece, canti per davvero e ti giuro che è un piacere
sentirti cantare, il pezzo sembra quasi il seguito musicale e più ampio della precedente poesia,
adorabile quel “guarda che luna, guarda che mare / guarda me”, sicuramente un
triangolo amoroso ma anche un chiaro riferimento a Buscaglione?
E’ esattamente il seguito della
poesia che irride alla posa della finta ebbrezza, all’ebbrezza competitiva alla
gara a chi è più coglione a quelli che sanno tutto sulla vita e la morte di
Buscaglione ma non sanno perché recitava quella parte, è come se quei versi li cantasse
lui. E’ lui il re del Bar, suo malgrado.
Meravigliosa “In anticipo” con quei suoni di città che fanno da
sottofondo e quei magnifici versi
“Arriverai in ritardo / Ma il ritardo sarà sempre un anticipo / di
libertà”, pensiero profondo e geniale al tempo stesso, soprattutto in un mondo
che sembra correre senza una meta precisa.
Il tempo di fare le cose, di
vivere secondo i propri ritmi non perdendo neanche un momento del percorso è la
cosa più preziosa che si possa avere e bisogna coltivarla lentamente.
Anche “L’eroe” è un crogiuolo di amare verità, come l’ultima serie di
versi “vorrei fare un atto di coraggio / ma … sono ancora vivo”, a volte è
davvero più difficile scegliere di continuare a vivere nonostante tutte le
avversità che gettare la spugna. C’è un qualcosa di autobiografico in questa
poesia, a parte “e forse farò l’amore cinque volte al giorno / e finalmente in
due”?
C’è molto di autobiografico in
tutto quello che scrivo, non so inventare la vita, e l’eroismo post mortem è la
sconfitta maggiore. L’eroismo della sopravvivenza è senza gloria ed è delega di
un assenza totale di tutela. Io vedo eroi ogni giorno e mi rattristo quando
vedo celebrare l’assenza di uno stato vile in cerca di eroi.
Io adoro i finali, sia delle canzoni sia delle poesie, forse perché
proprio lì vado a cercarne la chiave di
lettura e in “Le cento città” penso di non sbagliare a fare così, visti i versi
“Solo chi ha paura della libertà ha il coraggio di inseguirla”, allora vuol
dire che gli intrepidi eroi non hanno capito un cazzo del coraggio?
Il coraggio senza la paura non
esiste, è incoscienza e per raggiungere la libertà ci vuole molta ma molta
coscienza.
Il senso intero di questo progetto mi sembra di coglierlo proprio in
“Niente è grande come le piccole cose”, in quel “Basterebbe guardarsi dentro /
e intristirsi per il continuo bisogno di eroi”, nella ricerca di una via di
fuga da una vita normata e regolata “E’ lecito domandarsi se ci sia vita su
Marte”. Sono andato fuori strada?
Non di molto, in sostanza con
questo disco ho voluto cantare e dare voce all’epica della quotidianità con
tutta la sua gloria nella normalità, ho cantato le piccole cose i momenti
insignificanti, senza le quali si perderebbe il senso della misura. E’ finita
l’epoca degli eccessi e degli spacconi. I veri clown hanno delle opinioni e si
sono sempre disegnati una lacrima sul viso, nascondendo la vera.
“Epitaffio” è un carniere pieno di chicche, di intuizioni e di
perdizioni, non ne riporto alcun verso perché non voglio bruciare la curiosità
del lettore/ascoltatore, ti chiedo solo com’è nata.
E’ nata specchiandomi nel
finestrino di un treno mentre vedevo la mia faccia che scorreva dietro paesaggi
di periferia, ferro poi alberi poi stazioni…ci siamo fatti domande io e la mia
faccia ed è nata questa poesia.
Salto volutamente “Terra” non perché non mi piaccia ma perché qui il
finale a sorpresa è fondamentale e parlandone ne rovinerei la sorpresa, ti
chiedo solo se nasce da un episodio di vita vissuta.
Vera al 99%, la percentuale di
invenzione è riservata alle marche di liquori.
In “Il poeta” torni al canto, per un tenerissimo omaggio a Bruno Lauzi,
perché hai voluto omaggiare proprio questo cantautore e perché proprio
attraverso questa magnifica e toccante canzone?
Ci sono canzoni e uomini che ti
lasciano il segno, Lauzi è uno di questi ma non è il solo, e spesso vengono
dimenticati o ricordati poco. Ho scelto questa canzone perché ho conosciuto
veramente un vecchio poeta che ha fatto
la stessa fine ma per motivi diversi, non è stato ucciso dall’ amore ma dalla
vita e dall’indifferenza e ho voluto cantarlo.
“Polvere di stelle” è una breve poesia dal quale trapela il tuo amore
per la notte “Mi manca la notte come io manco a lei”, da cosa nasce questa
predilezione per le ore notturne? E solo questione di polvere di stelle o c’è
altro?
Non è una scelta di sponda, ma
una predilezione per l’intimità e della mancanza di inerzia, amavo la notte e
la consideravo la parte migliore del giorno ma da quando è stata invasa dal
dilettantismo impolverato adesso il giorno è diventato la parte migliore della
notte. Quando toglieranno anche il giorno saremo morti senza accorgercene.
Il disco si chiude con “Le case” e si chiude con versi in bilico tra
speranza e disperazione “un giorno anche
la malinconia troverà pace / noi saremo tristi”, non ci sarà mai pace allora
per i nostri cuori?
La pace è malinconia, almeno per
me, e la malinconia è il preludio alla felicità ma non deve essere perenne.
Quando non saremo più in grado di provare malinconia, di commuoverci senza
sapere il motivo e non per immagini codificate allora non ci resterà che la
tristezza. Il cuore se non strizza l’occhio all’anima, questa sconosciuta
emerita, da solo vive per inerzia aspettando lo stop.
Voglio chiudere con una mia personale curiosità, legata al fatto di non
aver ancora assistito alla messa in scena di questo progetto. Come viene
realizzato lo spettacolo? Hai già in calendario date?
Ti / Vi invito a venire a
vederlo. Una cosa sola vi posso anticipare, non ci saranno effetti speciali ma
affetti quelli si, io ci metto l’anima voi il cuore e ci strizzeremo l’occhio.
Che i Sulutumana fossero bravi
penso che ormai nessuno ne dubitasse, che però fossero capaci di
dimostrare che non c’è davvero limite al meglio, forse non tutti
ci avrebbero messo la mano sul fuoco.
La via della raccolta di canzoni, si
sa, è sempre rischiosa e la possibilità di realizzare un disco che
non aggiunga nulla, artisticamente parlando, al proprio percorso
artistico è sempre alle porte. Le raccolte musicali, infatti, spesso
dettate da esigenze di mercato oppure da pressioni delle case
discografiche, si rivelano di solito dischi inutili, che ci sentiamo
caldamente di sconsigliare quasi a priori, senza neppure ascoltarli.
Fare la stessa cosa con questo disco
dei Sulutumana, sarebbe però stato un errore madornale, questo disco
fortunatamente lo abbiamo ascoltato, riascoltato e riascoltato
ancora, senza mai venirne a noia, anzi traendovi maggiore piacere a
ogni nuovo passaggio, quasi si nutrisse di nuova linfa con l’uso.
Quali i meriti allora? Beh, partiamo
dalla scelta delle canzoni inserite in questa raccolta che, a parte
Lunedì mattina, l’unico inedito presente, attingono dai
lavori precedenti, soprattutto dall’ultimo bel disco d’inediti
Arimo (2008) da cui provengono ben 8 tracce fino a
risalire a La danza (2001) da cui sono tratte
autentiche perle come La Danza, Mia cara Ines,
Carlina Rinascente e Il frigo.
Si potrebbe, forse, paragonare questa
raccolta a L’indispensabile di Vinicio Capossela,
almeno nel tentativo di fornire all’ascoltatore la possibilità di
girare con, a portata di mano, quanto è ritenuto davvero
indispensabile della produzione di un artista, ma sarebbe un paragone
ingiusto nei confronti di questo disco, i cui pregi sono ben maggiori
e non stanno certo nell’essere esaustivo, anzi in tal ottica questo
disco è sicuramente deficitario, nel senso che mancano secondo noi
alcune canzoni di grandissimo pregio come Piccola veliera
o Il volo di carta, tanto per citarne un paio di
assenze dal qui poco rappresentato Di segni e di sogni
(2003), di cui troviamo traccia solo grazie a L’ultima onda.
No, non è certamente questo il motivo
per cui possiamo ben gridare al piccolo miracolo.
A farci dire che questo disco non pone
davvero limiti al meglio, è semmai il modo magistrale in cui questi
14 brani sono stati riarrangiati dai Sulu, sotto lo sguardo attento
di Piero Cassano e Fabio Perversi che ne hanno curato
la produzione artistica, suonati con grazia infinita e, infine,
cantati con la consueta splendida e affascinate voce da Gianbattista
Galli così da trasformarsi in piccoli congegni a orologeria,
capaci di raggiungere il cuore dell’ascoltatore ed esplodervi
dentro in un tripudio di emozioni.
Se non ci credete, provate a sedervi su
un divano o “su l’utumana” come direbbero nel comasco, a
mettere il disco nel lettore (quasi si trattasse di mettere un vinile
su un grammofono) e lasciarvi coinvolgere dall’atmosfera senza
tempo di queste canzoni, è un po’ come se ci appartenessero da
sempre, provate e diteci se non vi pare di aver conosciuto anche voi
Carlina Rinascente o di esservi innamorati di Iole o aver giocato a
nascondino con loro, gridando a gran voce “liberi tutti”.
E’ vero, non trovate sperimentazioni,
non viene percorsa alcuna via nuova nella scrittura poetica, ma qui
la canzone d’autore è viva e splendente più che mai, vestita di
grazia ed eleganza come raramente capita di incontrare.
Artista: Sulutumana
Titolo album: Non c’è
limite al meglio
Etichetta: EuroTeam
Distributore: ArtistFirst
Produzione artistica: Piero
Cassano, Fabio Perversi
“Vogliamo canzoni più
amare / della melassa per radio / che mente parlando di cuore
/ un miele di male e di jodio
/ canzoni al cloruro di sodio / miniere stillanti
salgemma / di amanti sfondanti l’armadio / ribelli a ogni stratagemma”.
Così la voce di Paolo Pietrangeli
(ospite nel disco) ci canta in Canzoni da amare, una sorta di
manifesto programmatico di questo nuovo disco del cantautore salentino Alessio Lega (ma ormai residente a
Milano da molti anni), quindi di canzoni al cloruro di sodio si tratta, come il
sale indispensabili a che il cibo non sia sciapo, ma di cui non abbondare per
non avere problemi di cuore. Già, perché ad ascoltare questo discole emozioni che si provano sono di
quelle forti. C’è tutta la rabbia che scaturisce nell’ascoltare La
piazza, la loggia, la gru, canzone-racconto capace di riunire
liricamente ‘morti’ (le otto vittime dell’attentato di piazza della Loggia nel
1974) e ‘vivi’ (i sei lavoratori immigrati arrampicatisi per protesta su una
gru nel 2010 sempre a Brescia), la commozione di Rosa Bianca, bellissima
canzone d’amore per Sophie Scholl,
propagandista del gruppo antinazista ‘Rosa Bianca’, arrestata e ghigliottinata
il 22 febbraio del 1943 nel cortile della prigione di Monaco. Rabbia dicevamo,
ma anche quell’angoscia che scaturisce dalla paura di amare in Icaro
o la dolcezza che troviamo nel brano I baci, quei baci profondi capaci di
farci dire del faticoso quotidiano vivere “quando
mi arriva un bacio in bocca/
mi pare quasi che valga la pena” fino ad un’insolita e sudamericana Difendi
l’allegria, nata da una traduzione molto libera di una poesia
dell’uruguaiano Mario Benedetti, un
inno che aspira a difendere a denti stretti l’allegria fino all’ironico verso
finale “difendi l’allegria dai comici”
in cui Paolo Ciarchi, secondo ospite
del disco, dà libero sfogo alla sua rumorosa creatività.
Sono passati nove anni da Resistenza e amore, disco
d’esordio che nel 2004 fruttò ad Alessio la Targa Tenco Opera
Prima e dopo altri cinque dischi ecco il nuovo lavoro, frutto di una lunga
gestazione. Riunisce tredici canzoni di Alessio, una di Ascanio Celestini intitolata Monte Calvario e quattro frammenti
secondo uno schema che prevede, quasi fosse un’opera di musica contemporanea,
un’ouverture rappresentata da Frizullo e tre parti: tornare
a bomba cioè il tornare su temi cari con nuove canzoni, romanzo
di formazione ovvero le canzoni del proprio vissuto, le
storie cantate ossia la canzone di narrazione, quella che più manca nel
panorama cantautorale italiano e che qui, possiamo ben dire, raggiunge i
massimi livelli. Diciamo che, sin dal primo ascolto, si avverte molto la
presenza del geniale polistrumentista Rocco
Marchi che ha co-firmato con Alessio i pezzi, lasciando trasparire
un’attenzione maniacale al particolare, al dettaglio, sia nei testi sia negli
arrangiamenti, mentre copertina e progetto grafico sono stati affidati a Matteo Fenoglio. Il risultato finale è un
oggetto prezioso, da gustare in ogni suo elemento, da custodire con amore anche
se un limite (forse l’unico) possiamo imputarlo alla “gestione” del libretto:
un’enorme tovaglia di carta, bello per le illustrazioni e gli appunti presenti,
quanto fragile nelle operazioni di ripiegamento… Arriverà una nuova Targa
Tenco? Chissà, sono molti i fattori in gioco comprese le poco amate (ma
inevitabili) operazioni di marketing. E se pensiamo che questo disco s’intitola
Mala
Testa, perché dedicato a Enrico
Malatesta, scrittore e anarchico caro ad Alessio, come lui un inguaribile “mala
testa”, ma che non contiene nessuna canzone che s’intitoli Malatesta….capite bene
che Alessio e il suo mondo con il marketing hanno poco a che fare. O meglio,
una canzone con questo titolo in realtà esiste, ma è stata scritta a
registrazioni concluse … La ghost-track quindi non c’è, non andate a cercarla,
farà parte della versione a tiratura limitata in vinile (con meno tracce però
rispetto al cd), di prossima uscita, ma questa è già un’altra storia.
Così si apre, dopo una lunga
introduzione di chitarra acustica e una fase di transizione costituita da
ripetitive e ostinate percussioni intrecciate a ricami di violino, questo nuovo
album di Cesare Basile.
E’ chiaramente un’aperta
dichiarazione d’intenti cantata con voce tagliente e che non lascia spazio
all’immaginazione, s’intuisce da subito che sarà un viaggio tra lacrime e
sangue, tra amore e morte, tra padroni e sfruttati, ancora una volta saranno
proprio gli afflitti, i veri protagonisti di queste storie. Questi afflitti forse
non saranno beati come nel famoso discorso della montagna, ma ne usciranno a
testa alta, con lo sguardo fiero rivolto sempre verso la libertà.
Il disco, questa volta, non ha un
titolo evocativo ma s’intitola, per una volta, semplicemente “Cesare Basile”, ma non è certo una
scelta di ripiego o una mancanza di vena creativa ad aver portato l’artista
catanese a questa scelta, si tratta piuttosto il tentativo di rendere ancora
più tangibile la piena aderenza tra quanto è cantato e quanto è stato pensato
in fase di stesura da Cesare. E’ senza dubbio il “suo” disco per eccellenza, direi
il disco "siciliano" di Cesare Basile, non solo per il fatto di aver
utilizzato il suo dialetto per la maggior parte delle canzoni, ma perché queste
sue canzoni, anche quelle in italiano, sono pregne della sua Sicilia.
Cesare Basile è da un po’ che ha lasciato
Milano per seguire l’Arsenale, una
libera federazione di musicisti, di arti e di mestieri, che vede nel territorio
siciliano un luogo di rinascita febbrile di attività, di pensieri, di scambi
culturali tesi a rifuggire ogni tentazione di abbandonare questa terra arsa e impoverita
anche culturalmente, cercando invece di farla rinascere partendo proprio dalla
cultura intesa, una volta tanto, come risorsa e non come una voce di spesa.
E’ quindi tornato a Catania,
diventando protagonista con altri compagni di lotta, dell’occupazione e
riapertura di un cantiere che era in abbandono, con l’intento di riqualificare,
come luogo di produzione e formazione culturale, una parte dell’area dell’ex
Teatro Coppola.
Tutto ciò solo per cercare di
inquadrare quest’opera nel suo humus, perché direi che questo disco è come quei
vini di qualità che risentono al 100% del terroir da cui nascono.
Lo stile di Basile in questo
disco è sempre più scevro da contaminazioni e legami, direi anzi che ormai
segue le proprie orme infischiandosene altamente di mode e costumi.
Provate ad ascoltare “Parangelia”
e ve ne renderete immediatamente conto, la canzone è dedicata a Katerina Gogou, poetessa anarchica
greca morta suicida nel 1993 all’età di cinquantatre anni e protagonista nel
1980 del film “The order” (Parangelia) di Pavlos
Tassios in cui è ricostruita la vita di Nikos Koemtzis che nel febbraio del 1973 (appena uscito dal carcere
dopo aver scontato una pena per furto) si trovava in un locale a bere con il
fratello, quando quest'ultimo decise di farsi uno Zeibekiko (una danza dell’Asia
Minore che si balla in forma di assolo) come consuetudine, "ordinò"
la sua canzone preferita al gruppo di musicisti e si mise a ballare da solo in
mezzo al palco. Un tizio che sedeva a un altro tavolo all'improvviso si alzò e
(affronto!) cominciò a ballare insieme a lui, al che Nikos Koemtzis impazzì per
l'onta subita dal fratello e iniziò ad accoltellare gente: alla fine ne lascerà
a terra tre, più altri otto feriti. Le cose per il nostro eroe si misero subito
male, soprattutto quando venne fuori che quella era una comitiva di sbirri in
borghese, così Koemtzis fu condannato a un totale di tre esecuzioni e sette
ergastoli. Mi sono dilungato nel raccontare il contesto, perché rende
comprensibile la scelta di percussioni ossessive, chitarre distorte, la voce
roca e tagliente, versi affilati più della voce “Ora che il trucco / scorre piano / sul fondo del mio volto / con il
muco e il pianto / il sole dentro al brandy / dove non c'è il mare / guarda con
calma / le mie unghia / i miei capelli e gli anni / che son sporchi e lunghi /
e non m'importa un cazzo / anche se ho paura / ma io / io ballo ancora una
richiesta / io ho una richiesta da ballare”. Non vado oltre, ma penso di
essere riuscito a rendere l’idea dello spessore di questa canzone.
Non è però l’unica grande
canzone, pensate un po’ che la seconda traccia “Canzuni addinucchiata“, narra la storia di una donna costretta in
ginocchio per tutta la vita per lavorare, pregare, essere sfruttata e usata
sessualmente. Quando, in morte, viene messa nella bara, sarà persino diventata
incapace di starci distesa “Dintra o
tabbutu o scuru unn'aju abbentu / nunn'aju piaciri a stari stinnicchiata / è a
prima vota e ccu mill'ava diri / calatimi nta fossa addinucchiata”. Qui la musica
assomiglia a un blues di quelli che gli schiavi neri intonavano nei campi di
cotone, che però lentamente sembra crescere come un canto epico a testimoniare
un incontro con la morte a testa alta. Direi anche che la storia di sofferenza
di questa donna non è certo da meno di quegli schiavi, se poi è possibile “misurare”
la sofferenza.
“Nunzio e la libertà” è
un canto dolente che ci parla ancora una volta di lotta per la libertà e in cui
italiano e dialetto si alternano sapientemente e dove, forse, ancora una volta
è il dialetto ad avere un più forte stampo evocativo “Nun su' càusi li cammisi, / Li sbirrazzi tutti 'mpisi / Tutti 'mpisi
li sbirrazzi, / Li piccieri nun su tazzi. / 'E nutara cutiddati, / Li cutedda
nun su 'spati. / Nun su' spati li cutedda, / Lu panaru 'unn'è crivedda”.
Splendida, nel suo incedere lamentoso, è “Marilitta
carni”, una canzone che cerca di dare voce a quella carne bruciata dal
sole cocente e che non può neppure gridare il proprio dolore, sono proprio gli
immigrati di oggi provenienti dal nord dell'Africa che hanno sostituito i
lavoratori a giornata sfruttati da padroni e caporali, ma la storia non cambia
mai, così si chiude, infatti, il canto “Ah,
maliritta a carni / ca non ppo fari vuci / maliritta a carni”.
Le percussioni e le chitarre, fanno di “Minni Spartuti” un
canto quasi ipnotico, vi si racconta un’altra storia di amore, sottomissione e
morte che vede protagonista una donna del popolo, detta Minni Spartuti, che a
causa della bellezza e della perfetta divisione dei suoi seni è fatta uccidere
dal suo amante patrizio, per il quale la relazione era diventata ormai scomoda
e sconveniente. Questi gli ultimi mesti versi “Chianciti giuvini – e surdi e muti, / ora ch'è morta – Minni Spartuti”.
Ancora vagamente ipnotico inizialmente, ma poi più
asciutto e duro nel suo svolgersi, il brano successivo “L’orvu” ci racconta di
un cieco. Anticamente ai ciechi era affidato il racconto, il cuore delle parole,
ma il cieco di cui si racconta qui, non è un uomo nato cieco ma che s’è accecato
nel tentativo estremo di raggiungere il cuore delle parole “'N tempu mi fici orvu ppi cuntari / e a vuci ora è sbrizziata gnuni
gnuni / chiacchiri arricugghiemu e no paroli / ca di sti chiacchiri semu
patruni”.
“Caminanti” è una di quelle canzoni
meravigliose di cui bisognerebbe riportare tutto il testo, in cui una
delicatissima melodia, ordita da chitarra e pianoforte, è così bella e lucente da
rendersi indescrivibile a parole, allora proprio per solleticare la curiosità di
chi legge ne riporto solo l’incipit “Uno
a uno seguendosi / mai di troppo vicini / dall'asilo dei fili smagliati / per
le strade dei sani / come appunti smarriti / di altri capolavori / masticati
nell'afa d'Agosto”. Inizio notevole, no?
Non c’è tregua per l’ascoltatore, né per il suo cuore
trafitto dalle emozioni, come si fa a non lasciarsi trafiggere dal dolore di
cui è intrisa “Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer”, con quelle chitarre elettriche laceranti quanto quei
versi “Giudice giusto / il loro sangue / è andato fra la gente / lesto e
veloce / più del lampo / della scarica / più della mano che / firma la morte /
e si nasconde / nelle tue tasche / cercando le / chiavi di casa”. Ispirata
liberamente a “Old judge Thayer”, la
canzone in cui Woody
Guthrie si rivolge al giudice Webster Thayer che condannò alla sedia
elettrica Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, è senza dubbio uno
dei momenti più toccanti di questo disco.
E’ “Sotto i colpi di mezzi favori”
a chiudere il disco, ma non è certamente una di quelle canzoni messe lì a far
numero, anzi si inserisce perfettamente in quel continuo crescendo di valore
delle ultime tracce, ecco allora che versi come “A guardare dall'alto / non le vedi le schiene spezzate / sotto i colpi
di mezzi favori / i signori seduti al caffè / consumare il diritto di pochi / a
marchiare le carni / con un ferro di riconoscenza / e una stretta di mano”
restano scolpite nella mente, come quella domanda finale “non lo vedi
dall'alto”, che continua a interrogarci anche quando la musica scompare.
Perché quei versi non descrivono con estrema lucidità solo i mali della Sicilia
ma dell’intero nostro paese.
Che dire ancora?
Questo è uno di quei dischi che lasciano il segno,
Cesare Basile ha messo in campo, ancora una volta, tutto se stesso e qui forse
ancora più del solito, non a caso il disco s’intitola “Cesare Basile”, quasi ne
fosse la propria carta d’identità e continua a farlo alla sua maniera, restando
fortemente legato alle proprie origini, sempre accompagnato dai suoi amati
musicisti, senza mai guardare cosa fanno altri, quasi fosse un intrepido treno,
una locomotiva che corre “lanciata a
bomba contro l’ingiustizia!”, per usare le parole di un altro grande
cantautore.
Cesare Basile
Cesare Basile
Urtovox - 2013
Acquistabile nei migliori negozi di dischi o su web
Tracce
01. Introduzione e sfida
02. Parangelia
03. Canzuni addinucchiata
04. Nunzio e la libertà
05. Maliritta carni
06. Minni Spartuti
07. L’orvu
08. Caminanti
09. Lettera di Woody Guthrie al
giudice Thayer
10. Sotto i colpi di mezzi favori
Crediti
Cesare Basile:
voce, chitarra, banjo, ukulele
Massimo Ferrarotto:
percussioni
Luca Recchia:
basso
Rodrigo D'Erasmo:
violino
Enrico Gabrielli:
fiati
Andrea “Fish” Pesce:
pianoforte
Marcello Caudullo:
chitarra elettrica
Marco Iacampo:
voce
Testi e musiche di Cesare Basile
Tranne "Canzuni Addinucchiata" scritta con
Dina Basso
Registrato e missato a Zen Arcade - Catania da Guido
Andreani. Settembre 2012
Prodotto da Cesare Basile
Assistente di studio: Sebastiano D'Amico
Tecnico del suono: Guido Andreani
Masterizzato a Elettroformati - Milano da Alessandro
Gengi Di Guglielmo
Artwork e copertina
di Monica Saso “Orwell Comunicazione”