lunedì, maggio 11, 2020

Rudy Marra: in apnea, tra "Morfina" e "Ridi Rudy che se non ridi ti rodi"


di Fabio Antonelli

Rodolfo Giovanni Marra, noto come Rudy Marra, originario di Galatina, è stato sin dai suoi esordi discografici nel lontano 1986 con “Telefonami/Prima o poi me la paghi”, un cantautore originale e fuori dagli schemi. In quasi trentacinque anni di attività artistica ha all’attivo cinque album, forse pochi, ma mai banali, in cui sicuramente non ha mai voluto rifare sé stesso e nel quale non mai avuto paura di dire la propria su tutto e tutti. Tra questi album poi, delle opere letterarie altrettanto interessanti. Proprio in questi giorni di forzata clausura mi è balzato poi all’occhio un suo post intitolato “Salvate il soldato musica!”. Da qui il desiderio di scambiare quattro chiacchiere con lui.



Direi di partire, come d’accordo, da questa situazione anomala, da questa infinita quarantena impostaci dalle istituzioni. Tra gli artisti c'è chi ha deciso di reagire con dirette Facebook, live virtuali, chi con aperitivi e cantate dai balconi e chi, invece, non ha più voluto cantare o, perché addolorato, o per protesta, ritenendosi dimenticato da questo stato. In mezzo ai due estremi una lunga serie di sfaccettature. Tu come ti poni, quale è stata la tua reazione?

Crocodile rock, sarebbe il pezzo giusto per questa situazione. Insopportabili i piagnistei degli artisti dimenticati dalle Istituzioni. Fino a ieri dove eravate? Qui mi riferisco soprattutto a quelli che contano, agli "Dei del microfono", insomma quelli che riempiono teatri, palasport, Stadi. La loro potenza mediatica e "contrattuale" li avrebbe dovuti portare già da tempo a fare brutto muso ai politicanti di turno per richiedere garanzie, assistenza, albo professionale, previdenza e quant'altro! E invece, il più delle volte, di riffa o di raffa, con i governanti e i loro derivati (gruppi economici, banche, giornali, tv, radio, multinazionali discografiche...) i suddetti Dei microfonati avevano di che spartire e quindi silenziosamente accondiscendenti. Gli altri, i canterini dei club, delle date sottocosto, dei ricattati da "quanta gente mi porti?" possono fare poco, anzi niente per essere onesti, se non far finta di avere uno spirito di corporazione mai esistito e così approfittare della situazione per avere il pretesto di mostrarsi e farsi sentire in qualche performance video musicale, nella maggior parte dei casi di scarsa qualità e gusto. Il silenzio è impossibile, è una finta presa di posizione alternativa, se tu non suoni ci sarà qualcun altro disposto a farlo, senza contare tutti i canali dove la musica non puoi fermarla. Per quel che riguarda i balconi è un discorso ancora più ampio, si toccano situazioni sociali e addirittura antropologiche, come il fare gruppo per paura di essere soli, associarsi per solo interesse davanti alla fiera malefica, alla bestia feroce... Va da sé che tutto ciò non ha nulla a che fare con la musica, una situazione spinta dai media e probabilmente da chi ha interesse a tenere compatta la popolazione in un momento di disgregazione, letale per chi gestisce il potere, facendo leva sui sentimenti e in particolare la paura! A me personalmente fanno cagare (se si può dire se no trova tu un sinonimo) tutti i "canti" di massa, che siano Volare, Bella ciao, Il cielo è sempre più blu oppure 'O sole mio ... Io non mi sono neanche posto il problema di che fare in questa situazione, ho sempre fatto quello che mi andava di fare, se ho voglia di suonare e cantare lo faccio, se mi va di stare in silenzio metto in mute, senza dover dar conto a nessuno. Potrei chiudere la risposta col verso di una mia canzone mai uscita su un disco ufficiale che però è parte di un bootleg live registrazione di un tour veramente underground del 2011 in cui cantavo "Si fa presto, si fa presto a farsi fottere!".



Direi che la tua conclusione non fa una piega. Hai citato un bootleg di un tour underground del 2011. So che ti sei sempre mosso per sentieri alternativi, spesso impervi, ma credo anche ricchi di soddisfazioni. Gli anni trascorsi dal tuo ultimo disco ufficiale "Sono un genio ma non lo dimostro" sono ormai tanti. È una strada che non vuoi più percorrere o, invece, qualcosa bolle in pentola?

Dopo l'uscita di Sono un genio ma non lo dimostro (Alabianca/Warner 2007) e un paio di anni di live per promuoverlo, la mia strada musicale ha preso una direzione inaspettata anche per me e, se vogliamo, in un certo senso incredibile. Ad un certo punto mi sono accorto che non ne potevo più della musica che mi circondava, la mia e quella degli altri del panorama italiano e spesso anche internazionale, non solo da un punto di vista tecnico musicale, ma anche proprio concettualmente. Sinceramente non sopportavo neanche tutto il contorno della musica nostrana, radio, giornalisti, musicologi, festival e premi d'autore, tradizione cantautorale vecchia, finto rock travestito da alternativa e tutta una serie di cose per me insopportabili, come paragoni, riferimenti costanti al testo poetico e meno poetico, accuse di non avere come altri una linea musicale ben individuabile, come dire che non facevo sempre la stessa canzone rigirata a mo’ di frittata, insomma, per auto citarmi, non ero mai stato "né pop, né rock, né jazz...". Cancellare tutto a parole è facile, in pratica è cosa complicata. Così sono partito da quello che mi pareva più naturale facendo musica, cioè sentire suoni diversi, magari utilizzare strumenti non usuali, non convenzionali. Deciso che la cornamusa era troppo difficile da imparare in breve tempo e che di elettroniche sofisticate capisco zero, mi sembrò più che naturale rivolgermi agli strumenti a corda che da sempre suono.  Una specie di tabula rasa della musica moderna mi ha portato a ricercare nel mondo primordiale, una indagine di suoni primitivi, in terre africane, in popolazioni non gravate da architetture armoniche e melodiche di cultura occidentale, ritmo e vibrazioni per stringere, suoni viscerali. Le corde di budello animale, le percussioni, il suono profondo di corni e di casse toraciche con emissioni basse baritonali, un mondo magico, psichedelico, rotolante "rock", l'origine di tutto alla fine, del blues e quindi di tutti i generi che poi si sono succeduti, tutto partiva da lì. Così smontai prima le due corde più sottili della mia chitarra, poi anche la terza corda (il sol) e cominciai a suonare come un misto di chitarra e basso.... Vado più in fretta che posso; cominciai a creare, grazie ad un amico liutaio, uno strumento elettrico a 3 corde che chiamai bassarra (ora sono arrivato ad un basso a due corde) con l'uso dello slide. Non solo il suono ora era diverso, ma cambiava proprio il concetto di fare musica, suonavo bi-corde, potevo accordare in maniera diversa per creare armonizzazioni e via dicendo. In questa maniera non aveva senso continuare a pensare alla canzone così come avevo fatto fino a quel momento, quando suoni ritmico, quasi percussivo, non puoi più permetterti di non esserlo anche con le parole, anzi con i suoni che emetti e non avere le corde sottili ti impedisce di fare melodia intesa come i soli, accenti vari e a tutto questo devi sopperire con la bocca e quindi anche con quello che dici. Lo so che forse non è di facile comprensione ai non addetti e forse è anche complicato da sentire la differenza, ma è un mondo totalmente diverso. Non me ne fregava più nulla delle parole, anzi le parole erano pesi superflui, ostacoli alla musica, questo non vuol dire che i concetti non erano forti come e più di prima, solo che cominciavo a superare il birignao retorico e stantio della canzone d'autore italiana. Da lì è stato tutto un crescendo fino a un episodio un po’ magico. Chiamai un amico e musicista che già aveva giocato con me, un trombonista, e gli spiegai che avevo voglia di mettere su una band con queste caratteristiche per fare un genere alternativo, con suoni ipnotici, cupi, ma ritmico, con vibrazioni ed energia, mi pareva che una chitarra a tre corde un trombone e una batteria fossero l'ideale. Da grande jazzista, ma anche da sperimentatore accettò volentieri e con un batterista cominciammo a provare e nacquero Rudy Marra & the M.o.b. (Member's of band) e fu lì che successe la magia. Un giorno Simone (Simone Pederzoli trombone ndr) durante alcune prove mi nominò una band che in qualche modo aveva un percorso simile a quello che stavamo facendo, si trattava dei Morphine, band cult americana degli anni '90, un alternative rock proprio da loro definito low rock. Io, sinceramente, non li conoscevo o forse avevo sentito qualcosa di passaggio, quindi andai a ricercare nella rete. Sconvolgimento totale, mi sembrava di vedere e sentire, in un certo senso, il mio sogno, i miei pensieri musicali, concretizzarsi, diventare reali, fattivi. Non conoscevo la storia del leader bassista (a due corde!) Mark Sandman e scoprire che era scomparso nel 1999 proprio in un tour in Italia mi prese ancora di più. In breve cercai il contatto dell'altro carismatico fondatore della band, il sax baritono Dana Colley e sarebbe troppo lungo raccontarlo ora, ma alla fine, nell'estate 2011, da Boston lui si unì a noi in Italia per una collaborazione musicale e direi spirituale che da quel momento mi ha preso totalmente. Lo so che è lunga la storia, ma non potevo spiegare altrimenti come poi, qualche anno dopo, siamo andati a finire in uno studio di registrazione di Roma, il Diapason, il cui sound engineer Simone Satta ha voluto diventare il produttore del progetto di Rudy Marra & the M.o.b. feat Dana Colley che dopo due anni e passa di registrazioni è pronto e caldo. Il problema è ora come, con chi, quando uscire, vista la situazione di decomposizione cadaverica della discografia italica. C'era una bozza di idea di uscita per il 1° maggio, ma come sai tutto è saltato per pandemia. Posso solo anticipare che si tratta di un concept album di 16 tracce dal titolo Morfina, un viaggio nel bisogno umano di trovare rimedi efficaci per i nostri dolori, fisici e dell’anima, senza correre il rischio di diventare dipendenti da qualcuno o qualcosa, insomma niente di stupefacente, pur essendo un disco assolutamente stupefacente! Musicalmente la vecchia strada musicale è per me superata, d'altronde se si vanno a sentire attentamente i miei dischi precedenti non era affatto una strada precisa, mi ha sempre annoiato rifare le stesse cose, con stessi schemi fissi, non amo neanche nella vita normale essere catalogato e schedato. Certo capisco, da tante dimostrazioni di affetto che ricevo, che quel mio passato è incancellabile, ed è giusto che sia così anche solo per i grandissimi musicisti che hanno lavorato e hanno collaborato con me nei miei lavori, per questo, oltre al nuovo disco, ho deciso di fare qualcosa per accontentare chi è ancorato al mio passato, però l'ho fatto scrivendo un recital dove ci saranno alcune di quelle vecchie canzoni, un attore sul palco e forse io farò da colonna sonora dal vivo. Anche in questo caso doveva concretizzarsi il tutto questa estate con qualche giro di prova, poi sappiamo il guaio successo... Aspettiamo fiduciosi... il titolo del recital? Ridi Rudy che se non ridi ti rodi che mi pare giusto per il momento.



Una storia fantastica direi, da farci un documentario, aspetterò fiducioso. Ma la tua attività letteraria, invece, rimarrà un episodio unico il tuo romanzo L'utente potrebbe avere il terminale spento? Perché credo che tu di cose da dire ne abbia parecchie, magari non gradite a tanti, ma sempre originali e contro mano, no?

Intanto ti/vi faccio sapere che i romanzi sono già 2, nel 2015 è uscito per Zona ed. "Le facce" un romanzo, meglio un racconto breve, che parla di incomunicabilità, con i suoi vari risvolti. In cassetto ho già pronto altro materiale letterario, ma, come per i dischi, anche nell'editoria finché non sei nel giro che conta è meglio aspettare il momento opportuno, per poterti almeno gestire da solo una promozione che sia un minimo degna, almeno farlo sapere ad una ristretta cerchia di amici, conoscenti, magari fare avere il libro  brevi manu a quelli che vengono a sentirti suonare, insomma non è un caso che anche tu non sapessi della mia seconda pubblicazione (suppongo sia ancora in vendita in rete). Aggiungo solo che il disco praticamente ultimato di cui ti ho accennato prima, "Morfina", ha molto a che vedere con le pagine scritte, non a caso il titolo ha vari riferimenti, un po’ gioca con la partecipazione di Dana Colley dei Morphine,  ovviamente il tema trattato, cioè, come ripeto, il tentativo vano di trovare rimedi istantanei al nostro mal di vivere, così come ci potrebbero illudere le droghe e, infine, anche, forse soprattutto, perché è un richiamo a Morfina, un racconto di Michail Bulgakov e, proprio come in quello, ogni canzone che compone l'album è presentata da un breve scritto, come fossero appunti giornalieri di un diario personale tenuto nell'arco di un anno intero, un anno in cui il protagonista lotta con il suo male, i suoi ricordi, la ricerca di una felicità risolutiva, un cadere e rialzarsi continuo, fino alla morte, al suo stesso funerale a cui partecipa serenamente come se tutto il percorso doloroso non fosse stato altro che paura di quell'evento finale, il paradosso base della nostra sofferenza umana, quello di nascere solo per morire. Però il diario racconta anche che la vita non è una linea retta, un punto A che arriva a un punto B finale, ma un cerchio che magicamente ricomincia, senza soluzione di continuità. Come vedi non so neanche io se ho fatto un disco di canzoni oppure un libro che suona.


Credo che non abbia alcuna importanza etichettare ciò che si produce, il voler poi incasellare un artista è, in fondo, il mal celato tentativo di toglierli libertà. In tutto questo lungo percorso che, proprio perché fuori da ogni logica di mercato e lontano anche dalla cosiddetta musica indipendente, sembrerebbe vederti isolato da tutto e da tutti, in realtà ci sono state collaborazioni musicali con altri artisti, penso a Tosca, a Cristiano De André, Giusy Ferreri, Paolo Belli. C'è qualcuno nel panorama italiano con cui vorresti, invece, collaborare all'interno di un tuo progetto discografico? Un po' come avvenuto con Dana Colley?

La risposta è semplicissima, Eugenio Finardi, il pezzo è già pronto, è il rifacimento, anzi uno stravolgimento di un suo classico, anche questo farebbe parte del nuovo progetto, il contatto c'è già positivamente stato, ma ovviamente finché non si concretizza discograficamente non posso coinvolgerlo più di tanto.

Mi piacerebbe concludere questa chiacchierata con uno sguardo al futuro, non tanto del mondo discografico che, forse è già morto e sepolto, però sentiti libero di dire la tua sul suo stato di salute, ma soprattutto su quello di Rudy Marra artista a tutto tondo. Mi sembra che di carne al fuoco ce ne sia parecchia, come vedi la tua fase 3?

Parto immediatamente dal fatto che ti ho fatto sapere di miei progetti discografici, letterari, teatrali quando ancora nulla è sicuro, magari nessuno sarà interessato a pubblicarli o a farli andare in scena, cosa che qualche anno fa non avrei mai fatto nemmeno sotto tortura, almeno fino a quando non fossi stato sicuro di date, uscite con tanto di firme e controfirme contrattuali, questo proprio perché è saltato tutto, ormai ci sono praticamente solo autoproduzioni svincolate da qualsiasi contatto con il mercato, perché il mercato non esiste più o, quanto meno, si è ridotto a gestione di "personaggi televisivi" che hanno scadenze annuali, quei pochi (o molti, a secondo dei punti di vista) che galleggiano nelle major, parlo dei partecipanti ai Talent, quelli che fanno Sanremo nell’anno in corso, vecchi leoni nelle riserve di programmi tv Rai e super big prima dell'ennesimo tour estivo nelle arene, Stadi etc. Poi c'è tutto un sottobosco di cosiddette etichette indipendenti che sfornano artisti a ripetizione, con lo stampino e con un nome strano,  replica della replica della replica dei De Gregori, De Andrè, Rino Gaetano (ovviamente, per dati di fatto, replica del peggio), fino al fenomeno rap / trap con le sue varie accezioni, un elenco di nomi inutili che vanno ad ingrossare il panorama già troppo saturo. Nulla contro nessuno di questi generi, né contro alcuno di questi artisti, ricordo sempre che quelli della mia generazione di tendenza rock “schifavano” a prescindere la “musica da discoteca”, poi negli anni ci siamo accorti che dentro quella marmellata c’erano anche cose fortissime, The Chic, Earth Wind & Fire, Kool & the Gang… il problema sta nella testa di questo sistema marcio, di quelli che sono a capo, direttori artistici, manager, impresari che per incapacità o per esigenze di semplice fatturato imposto hanno stravolto il mondo musica portandola da dimensione prettamente artistica a dimensione “ufficio di collocamento per lavori alternativi” e accordi economici con gruppi editoriali extra-musicali. La mia fase 3, come per tutti, dipende purtroppo da questa situazione anomala: gli spazi nella discografia sono ristretti, anzi stitici, risicati i modi per promuovere un progetto, relegati per lo più alla rete e a circuiti digitali che hanno imbastardito l’educazione musicale, si tratta per lo più di vendere immagine, video da cliccare, insomma tutto è delegato alla capacità mediatica, a essere parte attiva dei mass-media, che poi vuol dire essere massa, ossia carne tritata, poltiglia da consumare. Resterebbe il circuito live, naturalmente club, associazioni culturali, qualche illuminato gestore di eventi e festival, ma, anche qui, ancora prima del Covid-19, la situazione era già disastrata, sempre più legata alle esigenze degli oberati conduttori, incassi, vendite delle bibite e dei panini e, quindi, spesso diretta e guidata dalla precedente esposizione mediatica, il cane che si morde la coda insomma. Bisogna essere chiari, il modo di fruire della musica, un po’ per tutto quello appena detto, ma anche per altro, è cambiato radicalmente: di questi artisti che hanno milioni di click in rete i loro fan conoscono a memoria la canzone, conoscono bene il look, gli argomenti che tratta, e basta. Chi ha suonato la chitarra nel suo disco? E la batteria? Ma c’è una batteria vera in quel disco? E la chitarra che sembra una chitarra è una chitarra davvero? Ma c’è qualcuno che suona ancora un qualsiasi strumento in questi dischi? Una volta non era così, la musica non era solo una canzone da sentire, era una storia da vivere, si viveva anche quello che accadeva dietro il proscenio, il sudore del batterista sui tamburi, le evoluzioni del chitarrista, bassista, pianista, chi era il produttore, la casa discografica etc. E si conoscevano le vite dietro quel prodotto, il sangue, compreso i vizi e le droghe usate. L’mp3 e la digitalizzazione hanno omologato la musica, tutto suona uguale, più o meno, questa compressione audio serve ai grandi gruppi (Apple, Windows…) a mettere infinite quantità di materiale nei loro dispositivi lanciati sul mercato (pc, smartphone, ipod…), quantità non qualità! Le radio devono suonare musica che abbia bit e bassi adatti agli impianti di ricezione. La musica si dice è diventata più democratica, tutti possono fare in casa un disco, un video clip e sbatterlo in rete e sperare nella buona stella, nel colpo di fortuna e lavorare per costruirselo. Si sa, il potere al popolo, la demo crazia, è sempre stato un inganno organizzato da pochi, dai tempi delle Polis ateniesi, basterebbe leggere La Repubblica di Platone e arrivare alla Fattoria degli animali di Orwell.  Io non ho mai pensato di fare musica per lavoro, a dire il vero ho perso tante occasioni perché non mi è mai andato molto di essere costretto per forza ad andare in giro a cantare, ho sempre fatto dischi o libri e sono andato a promuoverli da solo quando avevo voglia di dire la mia, di dire ad altri come vedevo il mondo in quel preciso momento. Questo è quello che continuo a fare, se e quando usciranno per il pubblico i miei nuovi progetti sarà mia premura cercare di farlo sapere a più persone possibili, nonostante gli ostacoli mediatici suddetti e, come sempre, chi già mi segue mi ritroverà, qualcuno che non mi conosceva mi conoscerà e a chi non interesso continuerà a non sapere della mia esistenza, almeno per il momento, perché la musica, digitalizzazione o non digitalizzazione, incapacità dei discografici o meno, a volte è talmente magica che arriva da sola dove le pare. L’unica cosa che sinceramente mi auguro è la possibilità di tornare a suonare in giro insieme ad altri musicisti compagni d’avventura, perché col tempo mi è venuta voglia di salire sui palchi, grandi o piccoli che possano essere, davanti a tanta o poca gente non è un problema che mi assilla più di tanto. Come dal tema trattato nel mio ultimo lavoro ancora inedito, io non voglio dipendere e non m’interessa che altri dipendano da me.




giovedì, maggio 07, 2020

Setak: “Blusanza” Zitta Zitte spunta un grande disco


di Fabio Antonelli

Quasi un anno fa, di questi tempi, uscì un disco che mi colpì molto da subito, si trattava di “Blusanza” del chitarrista e cantautore abruzzese Nicola Pomponi, in arte Setak. Un titolo originale, un dialetto, quello abruzzese o meglio di Penne, poco utilizzato nell’ambito della canzone d’autore e undici tracce che per la qualità dei pezzi sarebbero potuti benissimo essere undici singoli. Un disco d’esordio di grande maturità. È passato ormai un anno, lo ascolto ancora con piacere e, grazie anche a questa quarantena, ho pensato bene di andare a disturbarlo per una chiacchierata.



Questa emergenza coronavirus, la conseguente quarantena impostaci, per molti è stata anche motivo di riflessione sulla propria vita, sulla propria attività. Tu, personalmente, sei reduce dal tuo primo disco Blusanza, se dovessi fare un primo bilancio di questo esordio discografico che conclusioni trarresti?

Si, devo ammettere che la quarantena è stata anche una preziosa occasione per riflettere. Riguardo al disco sono davvero felice di come sia stato accolto. Essendo un progetto con un percorso tutto suo, mi dispiace che si sia fermato tutto perché stavano succedendo cose importanti proprio in questo periodo. Non ci resta che prendere il buono da questa situazione (e di cose buone ce ne sono molte) ed avere molta pazienza.

Ecco, credo valga la pena di parlare un po' di questo tuo primo disco che appena ho avuto tra le mani mi ha colpito sia per il titolo quel Blusanza che è un neologismo che unisce il blues alla transumanza, sia per la copertina che ti ritrae trattenuto desiderato da mani il cui colore tradisce origini diverse. Mi piacerebbe che mi spiegassi queste scelte comunicative.

Sì, l’idea era quella di trovare un nome che riuscisse a riassumere il concetto del disco che è nato dall’esigenza di sintetizzare tutte le mie esperienze musicali e umane, il rapporto con la mia terra e con il mio dialetto, tutta la musica con cui sono venuto a contatto. Blusanza, ovvero blues e transumanza, sentimento e appartenenza, è una miscela di influenze musicali (il blues, imprescindibile per la mia formazione che ho mischiato ad altre realtà musicali di varie parti del mondo). Su tutto questo ho innestato il dialetto della mia terra adeguandolo espressivamente a una mia personale esigenza di intimismo. Per quanto riguarda la copertina c’è da dire innanzitutto che è stata un’esperienza fortissima. Volevo qualcosa che traducesse in un’immagine il concetto di esperienza. Ho immaginato a delle mani su di me che rappresentassero la storia, i luoghi, le esperienze della mia vita. Poi ci sono io con l’espressione di uno che accetta con serenità tutto questo. È stata scattata a Lione dal mio amico fotografo Jacopo Butticè il quale, dopo avergli comunicato l’idea, si è occupato di trovare persone di diverse etnie ed età. Io ovviamente non conoscevo queste persone e volevo che fossi toccato e anche infastidito. Dopo i primi momenti di timidezza e imbarazzo, mi hanno letteralmente torturato. Si era creata una situazione surreale, non potevamo comunicare verbalmente per via della lingua ma c’era un’energia bellissima, giornata memorabile.



Dire che per via della lingua non potevate comunicare e scegliere di usare il dialetto per il tuo primo disco potrebbero sembrare una contraddizione. Il dialetto in campo musicale è per te un ostacolo alla diffusione del proprio mondo musicale o, al contrario, un arricchimento, il creare un legame stretto, inscindibile, con le proprie radici?

Si è vero, ho scritto che non potevamo comunicare verbalmente ma ho anche scritto che si era creata un’energia bellissima, memorabile. Questo è esattamente quello che vorrei succedesse con la mia musica. Io credo che il dialetto, almeno nel mio caso, non sia un elemento determinante ma semplicemente un pezzo del puzzle. Nelle mie canzoni parlo al mondo, racconto di cose in cui potrebbero rivedersi tutte le persone di qualsiasi parte del mondo e come mezzo di espressione ho usato la mia lingua d’origine, l’abruzzese.

Ricordo bene che il disco è stato anticipato dal singolo Alé Alessa’ con un video bellissimo, direi surreale, in cui tu sei su un ascensore e ad ogni piano si aggiungono strani personaggi, ognuno reclama spazio, ma ad un certo punto da delle borse porta strumenti vengono estratti come per magia chitarre, banjo, tamburelli e la musica sembra mettere tutti d'accordo in un clima festoso. È un po' quel messaggio di cui si vuol fare portavoce il disco stesso?

Si, prima dell’uscita del disco sono stati pubblicati tre pezzi e Alé Alessa’, in effetti, è stato l’ultimo. In realtà non ho mai pensato a questo e non ho questa presunzione però se a qualcuno dovesse trasmettere questa sensazione, ben venga!



Magari per qualcuno lo è stato, come accade nel video. Anche durante questa lunga emergenza ho notato che la musica per tanti è stata di aiuto. Le dirette Facebook, il cantare sui balconi ne sono degli esempi eclatanti. Non dico che un disco possa salvare la vita, ma un buon disco come il tuo può sicuramente renderla più piacevole. Se dovessi scegliere una canzone del disco cui non rinunciare per alcun motivo al mondo, quale sarebbe? E per quale motivo?

Cattiveria pura! ☺ Questo tipo di domande mi stendono, troppo difficile. Sarebbe come chiedere a un padre quale figlio salvare. Se mi chiedessero di salvare una canzone del disco in cambio della vita sceglierei molto probabilmente Dumane ha ‘ggià ‘rrivate. In quel pezzo c’è tutto.

Bellezza pura, in questa risposta c'è davvero tutto l'amore paterno per la propria creatura. Restiamo ancora al disco e precisamente al nuovo singolo appena pubblicato in questi giorni, ossia Pane e 'ccicorje, il cui tema è decisamente in tema con la separazione imposta in questa lunga quarantena. È nato con il contributo dei tuoi ammiratori se non sbaglio, mi racconti genesi del brano e del video appena realizzato?

Si rispondere non è stato facile perché questo non è uno di quei dischi in cui ci sono due singoli e il resto messo lì per riempire il vuoto. Ogni brano ha avuto una storia unica a cui ho dedicato tutto me stesso. Prima di parlare del nuovo disco (evento ovviamente rimandato) volevo porre l’attenzione su quei brani del disco che non hanno avuto la visibilità degli altri. Il primo è appunto Pane e ‘ccicorje (che casualmente tratta di un tema molto in sintonia col momento che stiamo vivendo) di cui avremmo dovuto girare il video proprio nei giorni dell’emergenza. A quel punto abbiamo chiesto aiuto ad amici, fan ed a tutti quelli a cui avrebbe fatto piacere partecipare. A mio avviso ne è uscito un lavoro davvero bello, mi sono emozionato la prima volta che l’ho visto.



Che sia proprio come dici tu, lo dimostra il fatto che nel gioco al massacro tu, sebbene a malincuore, abbia scelto di salvare la canzone che chiude il disco, segno che non si tratta di un riempitivo ma forse il brano che più ti rappresenta. Personalmente adoro Zitta zitte, sarà forse perché in quell'espressione sembra stare racchiuso un modo di pensare tipico degli abruzzesi, quel sottrarsi dai riflettori anche quando invece meriterebbero di essere illuminati dall'occhio di bue, un po' come quell’artista che ha scelto di chiamarsi Setak. Sarà forse il nuovo singolo?

Si, dici bene. Zitta zitte forse è il pezzo che più di tutti parla ai miei conterranei. Più che altro descrivo personaggi e situazioni molto frequenti nei contesti di paese. Un altro aspetto che hai colto sono i modi di dire come appunto “Zitta zitte” che caratterizzano il pezzo. Infatti quando uscì la canzone molte persone mi hanno chiesto a quali personaggi reali mi fossi ispirato e ovviamente questo rimarrà un segreto! Sicuramente sarà, se non il prossimo, uno dei pezzi su cui metteremo l’accento nei prossimi giorni. Riguardo al discorso sui riflettori devo ammettere che il progetto non aveva questo come obiettivo primario ma un’eventuale maggiore attenzione mediatica non la disdegnerei.

Per chiudere il discorso su Blusanza, ad inizio intervista hai detto di essere rimasto molto dispiaciuto che questa emergenza coronavirus abbia impedito lo svolgersi di alcuni eventi legati all'evoluzione del progetto, cosa stava bollendo in pentola?

Beh, oltre ai diversi concerti che non vedevo l’ora di fare in posti molto belli ci sarebbe stato l’evento più importante, ovvero l’uscita del secondo album.


Forse è prematuro parlarne, ma hai anche fatto cenno ad un nuovo disco, credo che guardare al futuro sia un'iniezione di fiducia per tutti. Mi dici qualcosa di più sul prossimo progetto?

La prima cosa che mi verrebbe da dire è un po’ quella che dicono tutti gli artisti prima dell’uscita di un loro lavoro. Sarà una bomba! Autoincensamenti a parte devo dire che sono davvero contento e non vedo l’ora di farlo uscire. Se dovessi trovare una diversità con il primo, questo è decisamente più estroverso e le tematiche hanno un valore ancora più universale. La cosa certa è che lo spirito è rimasto lo stesso del primo album.




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sabato, maggio 02, 2020

Rocco Rosignoli: “Canti Rossi”, perché il rosso è il colore dell’amore


di Fabio Antonelli

Il 20 aprile è uscito “Canti Rossi” il nuovo disco del cantautore e polistrumentista parmigiano Rocco Rosignoli, un disco che sin dalla copertina e dal titolo non lascia dubbi sulle tematiche e gli intenti dell’intero progetto che raccoglie ben quindici tracce, di cui l’undicesima è “Gappisti”, un inedito scritto per l’occasione dallo stesso Rosignoli. Il disco si dipana lungo un arco temporale di cento anni, con una varietà di arrangiamenti a dir poco sorprendente. Credo sia il caso non solo di ascoltarlo con attenzione, ma di addentrarcisi con il suo aiuto.



Proprio in questi tempi di paure, di incertezze sull'avvenire, sei uscito con un disco "Canti Rossi" che sin dalla copertina si schiera apertamente. Sono rossi i canti, è rossa la copertina, che nella sua semplicità, con quel sole nascente mi ha fatto tornare in mente quel sole posticcio che sorge nella scena finale di Palombella Rossa, ha ancora senso questo sole dell'avvenire?

Per cominciare, devo dire che tutta la mia attività di musicista è quella di un uomo apertamente schierato, e che non fa mistero di esserlo. I canti di questo disco sono rossi, oppure rossoneri: io sono comunista, ma ho una forte simpatia per i compagni libertari, che oltretutto possono vantare canti meravigliosi e che gli invidio molto. Addirittura alcuni canti sono patriottici, nonostante io sia un internazionalista! La tua domanda sul sole dell'avvenire è piuttosto complessa. In primis: il buon Nanni Moretti non ha mai avuto alcun ruolo effettivo nella mia personale formazione, salvo strapparmi qualche rara risata. In secundis: come lo vogliamo intendere, questo sole dell'avvenire? Come una destinazione necessaria verso la quale tutta la storia tende inequivocabilmente? Se è così, la mia risposta è un categorico no: se c'è una cosa che la storia può insegnarci, e in questo periodo è un insegnamento quanto mai attuale, è che la sua prevedibilità è minima. Le cose brutte accadono, e in genere sono diverse da quelle che ci aspettavamo.  Ma c'è un grosso ma: l'emergenza coronavirus ha posto sotto gli occhi di tutti una serie di contraddizioni intrinseche al sistema in cui viviamo, ha inasprito disparità sociali che vedono contrapposte una minoranza di ricchissimi e una maggioranza di poveri, la cui vita ha valore solo in rapporto al guadagno che essi possono arrecare ai primi. Dei poveri non ha importanza la salute: lo stop alle fabbriche è arrivato molto tardi, e ne ha riguardato di fatto una minima parte. Il diktat era: non fermare la produzione. Grazie agli operai, sappiamo bene che nella maggior parte dei luoghi di lavoro le regole di sicurezza non sono state applicate, se non in una fase estremamente avanzata del contagio. Inoltre, la decennale trasformazione degli ospedali in aziende volte al profitto ci ha messo davanti al tracollo di un sistema sanitario indebolito da decenni di tagli e privatizzazioni. E questo è costato molte vite. Insomma, siamo testimoni di tempi veramente bui. Il voler uscire da questa notte, verso un'alba in cui tutti gli uomini siano liberi e uguali, e in cui davvero il libero sviluppo di ciascuno coincida con il libero sviluppo di tutti e non con una lotta a chi si accaparra le briciole di Marchionne, è un'idea quanto mai adeguata ai mali tempi che corrono.



In che misura, canzoni come quelle che hai voluto inserire in questa raccolta, che come hai detto giustamente tu, spaziano su un fronte ampio, anche a livello temporale, credi che possano fare da cartina tornasole, da bussola in questi tempi, per non ricadere negli stessi errori? Per operare scelte consapevoli?

Il vantaggio che ci può offrire un approccio in canzone all'argomento delle lotte operaie, delle rivoluzioni mutilate, tradite, sequestrate, offre un vantaggio. La musica, a differenza di molte altre forme d'arte, non richiede conoscenze pregresse per emozionare: può essere fruita da chiunque. E chiunque può scoprire che i suoi sentimenti sono simili a quelli che negli ultimi duecento anni hanno spinto persone di ogni tipo a ribellarsi a un mondo ingiusto, cercando di renderlo migliore. Ricadere negli errori di sempre fa parte della natura umana, ma anche sbattersi per cambiare le cose quando le moltitudini si rendono conto che non funzionano più. La consapevolezza è spesso un lusso di pochi, e in genere quelli che la posseggono guidano scelte mirate al loro tornaconto. Le canzoni non possono risolvere questa realtà, ma di certo possono commuoverci, farci piangere, farci ridere, farci incazzare, e stimolare la nostra coscienza a capire che troppa roba non va. Poi capire cosa, e come risolverlo, è complesso. Richiede studio, discussione, azione.



Direi di non addentrarci troppo su questo fronte, altrimenti il cercare di capire come e cosa cambiare ci porterebbe lontano da quello che il punto di partenza, ossia questo bel disco, perché è un bel disco in cui hai necessariamente dovuto operare delle scelte, sia per quanto riguarda la selezione delle canzoni sia nella loro reinterpretazione. Quanto ti ha stimolato il rendere tue e allo stesso tempo fresche, attuali, canzoni così diverse per genesi e per inquadramento storico?

È stato il motore di tutta l'operazione. Prima della passione politica, a guidare le mie scelte è sempre stata la passione musicale. Qui non siamo solo davanti a una rassegna storica di canzoni politiche, ma davanti a dei veri e propri capolavori della canzone – a cui spero, a mio modo, di aver reso giustizia. Per dire: mi sono trovato a tradurre Bertolt Brecht e ad arrangiare Kurt Weill, e anche se so sia tradurre che arrangiare, qui avevo la consapevolezza di star maneggiando il materiale di due geni. Mi ha dato ansia, mi sono chiesto se non fosse il caso di dedicarmi ad altri canti... ma poi quella canzone era troppo importante per il mio percorso, e ho deciso di includerla. Ho fatto il massimo per render giustizia, e trovo che alla fine la mia rielaborazione del loro Epitaffio 1919 per Rosa Luxemburg sia efficace – rispettoso, ma personale. E poi ci sono le canzoni popolari, quelle che conoscono tutti come Bella Ciao, qui elaborata in chiave folk-rock minimale, e Fischia il vento; ma anche canti un po' meno noti, come Inno del Patriota di Cesare Bassani, partigiano Sam. Un partigiano ebreo, uno che rischiava doppio dunque, che combatté sui monti del nostro appennino e ci lasciò questo canto. Per me è stato emozionante scoprirlo, perché per lavoro mi sono interessato molto alla musica di matrice ebraica, e sono andato a scovare i canti partigiani dei ghetti. Scoprire che un partigiano ebreo aveva scritto un canto a un'ora di distanza da casa mia mi emozionò tantissimo. E poi canti della Guerra di Spagna, ma anche degli anni '60. Tra tutti questi splendidi brani ha trovato posto una mia canzone, Gappisti, dedicata ai partigiani che, in piccoli Gruppi d'Assalto Patriottico (GAP), agivano in città con modalità di guerriglia. Una tradizione poco cantata, in cui ho pensato di portare umilmente il mio contributo, raccontando una storia inventata, ma simile a tante che possono essere accadute in tutta Italia.



Credo che con questa tua risposta abbia reso l'idea di tutto l'amore, la passione e anche la responsabilità che c'è stata nell'affrontare un progetto così ambizioso che avrebbe anche potuto ricevere critiche da chi magari ha vissuto in prima persona le realtà di alcuni di questi canti. Il Patrocinio dell'ANPI credo sia una garanzia in tal senso. Quanto però credi che un disco come questo possa comunicare agli ascoltatori più giovani? Perché è un disco che indubbiamente ha un valore che va al di là dell'aspetto musicale, non pensi?

Mah, in generale gli ascoltatori più giovani non lo considerano nemmeno più, il formato disco. Sono nati e cresciuti in un'epoca che vede tutt'altre modalità di fruizione della musica. È un fenomeno che ha lati positivi e negativi, ma quello che è certo è che non ho mai pensato che l'ascoltatore di questo disco fosse un sedicenne. Però, chissà, magari capiterà che Spotify gli suggerisca la mia Bella ciao, perché lui l'ha ascoltata spesso nella versione de “La casa di carta”. E magari scopre che gli piace, anche questo modo diverso di interpretare quella stessa canzone. La mia esperienza nelle scuole mi ha mostrato a più riprese che gli adolescenti sono estremamente sensibili alla musica, anche a quella che non fa parte dei loro ascolti: quest'anno ho fatto qualche ora di storia in una scuola di formazione professionale, e i ragazzi della mia classe hanno pianto quando gli ho cantato Gorizia. E l'anno scorso, a una festa antifascista, un bravissimo rapper mio coetaneo, Dank, ha portato i suoi giovani “allievi”, una piccola crew molto talentuosa. Hanno fatto le loro belle esibizioni, poi ho cantato io. Alla fine del mio set Dank è venuto da me, e mi ha detto che uno dei ragazzi era andato da lui a dirgli: “Oh, ma il tipo con la chitarra spacca!” È forse il complimento più bello che abbia ricevuto, perché è arrivato da un ragazzo, appassionato a una realtà musicale talmente distante da quella in cui mi muovo io da renderla all'apparenza incompatibile. Gli adolescenti non sono gli automi imbottiti di droga e internet che certa stampa vuol farci credere, tutt'altro! Al netto di tutto questo, però, non credo che compreranno mai un mio disco. Il mio lavoro si rivolge a un pubblico un po' più grande, che più spesso parte dai venticinquenni, e arriva fino ai rari centenari. Il suo valore ha certamente un aspetto slegato dall'aspetto musicale, e credo che sia quello di essersi costruito da sé intorno a una comunità. Una comunità che mi ha sentito cantare decine di volte queste canzoni: alle manifestazioni, nei centri sociali, alle feste dell'ANPI, e che ogni volta mi chiedeva se avessi un disco che le conteneva. E fino a ieri non c'era. Non c'era testimonianza di questa parte così importante del mio lavoro, che ha costruito una rete di persone meravigliose, vicine e lontane, unite dalla volontà di mantenere accesa la miccia della memoria, e di non confondere il passato con le sue versioni che ci vengono propinate di quando in quando.




Se mi permetti vorrei farti un'ultima domanda, credo che queste canzoni siano belle anche in una versione solo voce e chitarra, però nel disco hai utilizzato archi, c'è il contributo del coro OltreCoro, la voce di Alice Avanzi, credi sarà possibile presentarlo in questa veste in qualche ricorrenza di particolare rilevanza? Sempre che si possa tornare all'attività live, che già questa sembra una chimera...

Grazie per questa domanda, che rende giustizia anche agli amici e compagni presenti in questo album! OltreCoro è il coro popolare che dirigo a Parma, ed è specializzato proprio in questo repertorio. È un coro polifonico, canta a quattro voci. Non è composto da professionisti, ma da compagni di varia estrazione, che ci tengono ad avere cura del patrimonio del canto popolare, di lotta, di lavoro. A volte provvedo io a scrivere nuove armonizzazioni per i canti che scegliamo, altre volte ci rifacciamo alla tradizione: alcuni di noi sono talmente appassionati da partecipare ai raduni internazionali di cori con un repertorio simile al nostro, che in giro per l'Europa sono tantissimi. Da loro impariamo spesso nuovi canti oppure nuovi arrangiamenti. È una realtà molto viva e molto solidale, oltre che divertente da frequentare! Purtroppo in questo momento neppure noi possiamo riunirci, ma abbiamo continuato a cantare, come tanti altri gruppi, filmandoci a casa, montando i filmati e mettendoli online. È un modo per continuare a esistere in questo periodo, nel quale il fulcro della nostra attività, ossia l'aggregazione, costituisce un pericolo per noi e per gli altri. Gli archi invece sono stati la scelta di accompagnamento che ho compiuto un paio d'anni fa, quando l'Istituto Ernesto De Martino ci coinvolse nella realizzazione di una compilation dedicata alla Guerra Civile di Spagna – intitolata “Spagna '36, un sogno che resiste”. Coinvolsi gli amici Salvatore Iaia al violoncello, ed Elena Contò alla viola. Al violino mi misi io. La canzone, La despedida, è chiaramente una canzone di tradizione colta, e con l'accompagnamento di un trio d'archi mi parve di darle una forma coerente con quello che era il mio modo di sentirla e interpretarla. Questa canzone è uscita allora in quel disco, e oggi è stata riedita nel mio Canti rossi, con l'amichevole placet dell'Istituto De Martino, che ringrazio di cuore. Alice Avanzi invece canta Alle donne, una mia personale traduzione di A las mujeres, sempre dal fantastico canzoniere della guerra di Spagna. Non ho voluto cantarla io, perché sentire una voce maschile che pronuncia quelle parole mi dava una sensazione sgradevole di paternalismo... e ho voluto affidarla ad Alice, che è la mia compagna. Con lei collaboro spesso, sia in studio che dal vivo. Alice ora è incinta, e lo era anche al momento dell'incisione. Quello che allora non sapevamo è che quella che aspetta è una bimba. E tutto assume un senso diverso, a riguardarlo con questa consapevolezza! Nessuno di noi sa quando la nostra attività di musicisti potrà riprendere. Una presentazione online c'è già stata, con la partecipazione di Brunella Manotti e di Aldo Montermini, i presidenti della sezione cittadina e provinciale dell'ANPI di Parma. Certo, avremmo tutti preferito poter fare una presentazione in grande stile nella Sala Riunioni della sede ANPI, e sono certo che, non appena sarà possibile, accadrà. E parteciperà anche OltreCoro, e tutti i compagni che hanno collaborato al disco. La musica è migliore, quando la si può fare insieme.

Foto di Cristiano Antonino.







martedì, aprile 28, 2020

Ivan Francesco Ballerini: giuro d’aver visto Cavallo Pazzo galoppare

di Fabio Antonelli


“Cavallo Pazzo”, il primo disco di Ivan Francesco Ballerini, cantautore toscano, mi è giunto tra le mani in maniera direi rocambolesca. Inviato da un amico comune a farmelo pervenire per un ascolto, sono poi riuscito a recuperare il disco dalla mia sede di lavoro dove me l’ero fatto recapitare dopo ben più di un mese per colpa dell’emergenza coronavirus. Perché vi dico questo? Perché sembrava un incontro nato sotto un cattivo auspicio, invece, la forzata clausura mi ha permesso poi di recuperare il tempo perduto, di ascoltarlo con attenzione, di apprezzarlo e di farne una lunga ma piacevolissima intervista.




Sai Ivan, credo che in periodi come questi, di grandi paure e soprattutto di incertezze sul nostro futuro, un disco come il tuo Cavallo Pazzo, non possa che fare bene all’anima. Per questo mi piacerebbe parlarne con te, a partire dalla confezione, un bel cartonato piacevole al tatto, virato seppia, che sa di lontano passato, ma anche di attualità, se solo ci soffermiamo alla foto che ti ritrae appoggiato ad una staccionata, mentre suoni una chitarra, Ray-Ban compresi. Com’è nata questa veste grafica e perché proprio questo titolo? Ha anche un qualcosa di autobiografico, vista la strada intrapresa, ormai non più ragazzino?

Di tante domande che mi siano state fatte circa Cavallo pazzo, questa è sicuramente la più interessante. Allora partiamo dalla confezione. La scelta di questo formato vintage, risponde perfettamente a me, che sono sempre stato fuori moda, sin da quando ero piccolo. Il mio modo di vestire è sempre quello, maglietta aderente nera e jeans.... non li cambio mai... solo per lavarli. Le foto, molto belle, sono di mia figlia Eleonora, che per qualche motivo che non so spiegare, è un’ottima fotografa. Al resto ci ha pensato Stefania Coccozza, della Radici Records. Quando mi fu proposta la copertina, con il virato seppia, mi sembrò una soluzione perfetta per un album che parlava di indiani, mi sembrava che già dalla copertina si entrasse in un mondo, fatto di polvere, di natura incontaminata, di cavalli... Riguardo al perché abbia deciso di scrivere un disco in età adulta rispondo: solo adesso ho avuto il tempo per potermi dedicare a scrivere canzoni, con la testa sgombra dai problemi del quotidiano, dei mutui, del lavoro. Inoltre è stata una sfida, una sfida che Ivan ha lanciato a Ivan, chiedendogli: "adesso vediamo cosa sai fare?". Una grande spinta è stata la ricerca di cose nuove, perché, come più volte ho detto, sono stanco di suonare canzoni che ho imparato quando avevo 13 anni.... tuttavia non voglio allontanarmi da quelli che sono i miei riferimenti: Fabrizio De André, Francesco De Gregori, sicuramente hanno lasciato in me una grande impronta... che voglio custodire, ovviamente cercando un mio stile. Trovo, anzi ne sono certo, che cantare canzoni di altri autori sia molto faticoso. In qualche modo ti devi adeguare al loro stile, cosa che invece non accade quando sei tu a scrivere le tue canzoni. Adesso compongo canzoni che mi cucio perfettamente addosso, canzoni in cui al primo posto pongo la parte letteraria, il messaggio, lasciando le musiche nelle mani di Alberto Checcacci, maestro e musicista, che mi sa capire esattamente dentro il cuore. Riguardo alla foto di copertina, l'abbiamo scattata dietro casa, ha un che di selvaggio, che mi sembrava perfetto per pubblicizzare il disco. L'ho scattata a giugno del 2019, pochi giorni dopo un intervento chirurgico alle corde vocali. Questo ha compromesso in parte il lavoro in quanto la voce è una parte determinante. Per ovviare a questo problema mi sono visto costretto, per chiudere i lavori, a riutilizzare registrazioni che avevo fatto prima dell'intervento, sicuramente non perfette. Ho ricantato esclusivamente quelle canzoni in cui avevo commesso grossolani errori di dizione... tutto con grande fatica. Ma alla fine, la perfezione non esiste, esiste ciò che tu metti in gioco... e forse questo è quello che più viene apprezzato in questo mio primo piccolo lavoro che porta il titolo di Cavallo Pazzo.


Hai giustamente parlato di polvere, di natura incontaminata, di cavalli, direi che copertina e titoli delle canzoni ci potano subito in un mondo ben chiaro e delineato però, come dici tu stesso nella contro copertina del disco, scrivi hai scritto di un mondo passato, di fine ‘800, per parlarne di un altro, ben più vicino a noi, tremendamente attuale, dove sembrano perpetuarsi gli stessi errori, è così?

È esattamente così. Chi è che ha detto: "il futuro ha un cuore antico". Per riuscire, in parte, a capire il futuro, dobbiamo intanto aver chiaro cosa è successo nel passato. Ma pochi hanno veramente chiaro questo concetto. In fondo gli errori che noi europei abbiamo fatto durante la conquista dei territori Americani, li stiamo rifacendo adesso in Africa e in tutte le parti del mondo dove vi sia da sfruttare qualcosa: non importa se si tratta di petrolio, di legname o.... di vite umane. Ecco, questo lo trovo orrendo. Io che vorrei un mondo fatto di arte, di amore... di bellezza. Per questo ho voluto cucire, tessere una unione tra gli accadimenti di fine 800 e quelli attuali, Siria compresa.




Hai detto di aver dato molta importanza ai testi delle canzoni e, in effetti, sono tutti molto poetici, però ci terrei a sottolineare in particolare modo Non piangetemi mai, la canzone che chiude il disco. Prima di tutto perché trovo sia una bellissima e toccante preghiera laica e poi perché, a differenza di certi dischi dove il pezzo finale ha quasi la parvenza di un pezzo minore, usato come fosse un riempitivo, qui si ha una delle vette più alte dell’intero disco. Non so se tu sia d’accordo…

Doveva essere una lettura. Volevo chiudere il disco leggendo una preghiera sulla morte, una preghiera navajo. Ma una sera, da queste bellissime parole, è nata Non piangetemi mai che vuole essere un messaggio di speranza... un messaggio che ci sprona a compiere cose buone. Il giorno seguente la registrazione, chiamai Alberto per sentire cosa pensasse lui del brano. Lui mi rispose dicendomi che era a correre e che ogni volta che arrivava questo brano gli veniva da piangere. In quel momento capii che era la giusta conclusione del disco. Oltre tutto "non piangetemi mai" è preceduta da Penne d'airone che a mio avviso è il pezzo più bello del disco...





E’ vero, sembra esserne la degna conseguenza di Penne d’airone dove già affronti il tema della morte con questi bei versi finali “Quando sarò andato, allora lasciami andare, / sono nei mille venti che soffiano leggeri, / sulle onde del mare, / nei cristalli bianchi di neve, nei campi di grano, / nelle calde giornate di pioggia, sono nella tua mano / perciò apriti alla vita … e vola, / ricordati la vita ... è una sola” dove emerge una sorta di passaggio del testimone… la vita come testimonianza di amore. O sbaglio?

Penso alla fine, resti solo quello... l'amore. Non esiste altro che conti veramente. Che sia l'amore verso la donna amata, verso un figlio, verso l'arte. L'amore è l'unica cosa che conta veramente. Io non ho fatto nulla in questa canzone. Ho solo ripreso il testo di una preghiera e, con le variazioni che la metrica musicale mi ha costretto a fare, ne ho fatto una canzone. In fondo cavallo pazzo è una storia: si parte dalla descrizione di cavallo pazzo, sprezzante del pericolo e della morte, per affrontare poi argomenti più profondi... l'amicizia, l'amore, la morte. L'amicizia che c'è stata tra Cavallo Pazzo, Toro Seduto, Coda Chiazzata... l'amore bellissimo e duraturo tra Nuvola Rossa e Gufo Grazioso... il sentimento di rispetto verso la natura e i propri simili e infine la partenza del nostro corpo dal mondo... cercando di lasciare ricordi buoni che possano alleviare il dolore. Su questi aspetti varrebbe la pena oggigiorno soffermarsi un attimo a riflettere.



Concordo, l’intero progetto è in fondo un grande affresco su un mondo ormai scomparso, ma che è ancora in grado di insegnarci molto, è a tutti gli effetti quello che un tempo si definiva concept album, segno che sei un musicista d’altri tempi, lontano dalla musica usa e getta. Il realizzare un disco a tema, utilizziamo questa forma italiana per non abusare di inglesismi, ti ha reso la realizzazione più ardua o, al contrario, ti ha facilitato?

Ho fatto esattamente quello che mi veniva spontaneo. Certo non alla moda. Per me musica vuol dire emozione, emozionarsi ed emozionare gli altri. Se io non mi emoziono, non posso emozionare chi ascolta. Qui sta la magia. Perché secondo me è di magia che stiamo parlando. Dettata da un timbro di voce? Da un testo particolarmente toccante? Dalla fusione di questi aspetti? Chissà... comunque ho scritto fedele a me stesso, al mio modo di vedere e interpretare il mondo. Certo in Cavallo Pazzo c'è molto della mia infanzia, della mia Maremma, dei miei amori giovanili e dei miei sogni. Non pensavo di fare un concept album, inizialmente pensavo di fare un album di canzoni miste. Poi quando mi sono trovato tra le mani, cinque, sei brani tutti inerenti gli Indiani d'America la strada mi è parsa chiara e segnata. Preghiera Navajo è stata anche inserita in una antologia di Mogol. Riguardo a scrivere una canzone: come prima cosa devo avere chiaro quello che voglio comunicare. Se è un argomento triste e malinconico, scrivo una musica triste e malinconica. Poi devo sviluppare un tema di italiano. Perché è questo infondo... una canzone è un tema inserito dentro un contesto musicale. Per fare un lavoro di qualità, bisogna prestarvi grande attenzione, senza però perdere troppo la spontaneità... un lavorone. Io adoro solo le canzoni tristi. Più sono tristi, più mi piacciono. Ma tristi, tristi.... che a confronto il duello tra Tancredi e Clorinda nella Gerusalemme liberata diventa allegro...






sabato, aprile 04, 2020

Max Manfredi: dalla scimmia all'elicriso


di Fabio Antonelli

A qualcuno che ha bazzicato, in questi giorni di forzata clausura, sulla pagina Facebook del cantautore genovese Max Manfredi non saranno certo sfuggiti tre video casalinghi di altrettanti brani inediti, segno che qualcosa bolle nel calderone creativo dell’artista. Magari i tempi non saranno brevi, a causa dell’emergenza attuale, ma sicuramente ci sarà un nuovo disco dopo l’apprezzatissimo “Dremong”. Come starà, però, vivendo questi giorni di quarantena, uno come Max, abituato a girare l’Italia utilizzando l’amato treno, quello che gli ha ispirato anche  la splendida canzone “Il treno per Kukuwok”?



Non sembra quasi vero che un refrain diffusissimo, prima che scoppiasse questa pandemia, fosse “come mi piacerebbe poter passare un po’ del mio tempo tranquillamente a casa mia” mentre ora, invece, sembra che tutti siano ossessionati da come vivere le giornate trascorse in casa, questo tempo di reclusione forzata. Mi ricordano tanto i protagonisti della tua Il morale delle truppe con quei versi finali “È sul fronte che la pace sembra una buona idea… / quando poi si torna a casa, si rimpiange la trincea”.  E’ così anche per te?

No. Ho scritto quei versi perché fiutavo la situazione. Una situazione, diciamo così, di disponibilità bellica in tempo di pace, però a discolpa di molti c'è da dire una cosa: non tutti possono passare un periodo di tranquillità senza essere assaliti da beghe burocratiche e problemi economici. Anzi, quasi nessuno. Quindi capisco il malumore e la confusione mentale che si esprime, come può, principalmente attraverso i "social", più di rado anche per strada, nella società. Io stesso, che sono molto pigro, comincio a essere stufo dell'inattività forzata e, soprattutto, delle restrizioni logistiche che non mi permettono di porre a mano a molti lavori cui sto dietro.

Uno di questi lavori credo sia il disco nuovo, poiché grazie a un paio di video casalinghi hai anticipato due inediti Elicriso (il cui titolo è già spiazzante rispetto al comune sentire) e la scanzonata Scimmia grigia, mentre con un altro bel video hai regalato ai tuoi estimatori la splendida Nostra Signora della Neve. Credi che il nuovo disco in qualche modo risentirà di questi strani giorni?

La risposta è di nuovo no. Anche se io sto lavorando a questo disco a Savona, quindi l'opera risente della mia impossibilità di spostamento. E' giocoforza che in questi giorni il lavoro sia di sedimentazione e non di sperimentazione diretta, ma soprattutto il disco, non per quanto riguarda la sua poesia ma come oggetto, risentirà della fine dell’industria discografica. Io e i miei amici dovremo quindi inventarci delle buone strategie per permettere agli interessati di comprarlo. Non è più come una volta, come ai tempi dei miei due primi dischi, in cui il successo o il mancato successo erano chiaramente ascrivibili a capacità, incapacità o poteri contrattuali altrui. Qui dovremo fare tutto da soli, o in... join venture con qualcuno. L'avventura è quindi a due facce: quella meravigliosa della creazione artistica e quella, spesso spiacente ma necessaria, della promozione e della vendita. Non parlo di distribuzione, quella è una chimera. Quindi, se - ad esempio - ai tempi di Luna persa la distribuzione c'era ed era abbastanza buona, oggi questo discorso non ha più senso, temo.

Un po' per tenere alto il morale delle truppe, scusa se prendo ancora in prestito i tuoi versi, un po' per mantenere i contatti durante questo periodo d’inattività forzata, tu, Federico Sirianni e i Lady Lazarus vi siete inventati una bella iniziativa, vero?

Credo di sì. Si chiama Quarantena Tour e, oltre ad essere una pagina aperta a post di quasi ogni tipo - anche se prevalentemente musicali - è anche un programma di video commentati in diretta da noi e dagli spettatori. Siamo noi che scegliamo artisti e video, e se loro son contenti, li mandiamo in streaming. In questo modo cerchiamo di garantire l'alta qualità delle proposte. La pagina di Quarantena Tour è su Facebook (https://www.facebook.com/groups/590881615102407/), chiunque può iscriversi e aggiungersi ai quasi 4200 che abbiamo avuto finora. Le puntate le facciamo ogni sabato sera alle 21.30. Si possono fare anche donazioni, metà delle quali va in beneficenza per l'ospedale di Sestri Levante.

Abbiamo parlato del tuo nuovo disco, del Quarantena Tour, non è che a stare chiusi in casa ci sia da fare più che in tempi normali? Ti resta libero del tempo per oziare? Ricordo che Carlo Muratori mi disse che senza oziare lui non sarebbe mai riuscito a scrivere le sue canzoni, insomma che l'ozio non è fare nulla ma lasciare liberi i pensieri. Tanti in questi giorni, non riescono a scrivere nulla di nuovo, forse perché la mente è assorbita dalle preoccupazioni, tu che ne pensi?

Non ho il problema di scrivere qualcosa di nuovo, se viene, viene. Ho tanta di quella materia pregressa! Le cose vecchie - o antiche - diventano nuove appena le riscrivi. Son capace a trasformare una canzone vecchia fino a renderla nuova e quasi irriconoscibile. Invece di lasciarmi copiare le frasi dagli altri, le autocopio. Intanto vado in esplorazione del mondo dei suoni... ma per farlo, a casa mia, adesso non sono attrezzato. Così resto in attesa. Le preoccupazioni (che purtroppo in questo periodo di forzata vacanza non mancano) possono fino a un certo punto ostacolare il dipanarsi dell'attività creativa, fosse anche un'attività silente. L'effetto Doppler fu scoperto dall'inventore durante una guerra in trincea. Quando Oscar Wilde si diceva stanchissimo dopo aver tolto e rimesso una virgola dal suo manoscritto in una giornata intera, non bluffava. Di più, io son convinto che i fenomeni creativi, spesso, vadano avanti a vuoto, da soli, come una ruota della preghiera o come dà luce una candela in una stanza buia senza nessuno. D'altra parte un amico che hai intervistato da poco, un po' sulla falsariga di Wilde, una sera mi disse: "Oggi ho rifiutato due lavori interinali... sono esausto". E non aveva torto. Tutto ciò che è burocrazia, mediocrità illiberale, obbligo o almeno proposta morale apparentemente irragionevole, continua a spandere i suoi miasmi anche in nostra temporanea assenza. Le mosche di Belzebù non finiscono di ronzarci attorno e distrarci. Ma a volte è proprio nella distrazione che si trova il lampo della necessità poetica.

Un'ultima domanda, proprio partendo dal concetto di distrazione. Spesso ho l'impressione, stando in casa, che, quantunque una giornata sia lunga senza poter uscire e incontrare persone, ci siano comunque tanti elementi di disturbo che alla fine facciano solo perdere tempo. Il curiosare su Facebook o su YouTube, può essere, in effetti, una delle cause, ma può anche essere occasione di piacevolissime scoperte, c'è in tal senso qualcuno che ti ha davvero stupito e con il quale, magari a emergenza finita, vorresti incontrare e magari collaborare artisticamente? Consideriamolo uno sguardo fiducioso al domani...

Qualcosa può interessarci, incuriosirci. Con Quarantena Tour, programmatori e spettatori hanno spesso buone sorprese. Purtroppo l'ultima collaborazione che mi piaceva, quella con Giorgio Li Calzi, è naufragata per vari motivi. Sono rimasto però con quattro o cinque canzoni scritte con lui, che trovo notevoli. Sarà mia cura ripensarle, rileggerle e orchestrarle. E poi c'è una collaborazione necessaria e continua, durante le registrazioni: quella con i "miei" musicisti di sempre e quella con i Lady Lazarus, che mi seguono passo passo nella realizzazione del disco. Direi che ce n'è d'avanzo.


giovedì, aprile 02, 2020

Marco Ongaro: le prigioni di un Casanova senza colpa


di Fabio Antonelli

E’ da poco passata la mezzanotte, sto quasi per spegnere il cellulare e per coricarmi quando, all’improvviso, come un flash, mi viene in mente l’amico Marco Ongaro. Chissà se sarà ancora sveglio, comincio a farmi delle domande su come starà vivendo queste giornate di forzata immobilità dentro le mura di casa, lui che è sempre in moto perpetuo, che si divide tra teatri e festival, tra la sua Verona e l’amata Parigi, tra le canzoni d’autore e i libretti d’opera. Mi faccio forza e gli mando un WhatsApp, chiedendogli se è ancora sveglio, se non lo disturbo, in cuor mio so che non mi manderebbe mai a quel paese e, allora, ne approfitto…




In questi giorni di forzata quarantena, se non tutti ma quasi, si sono fatti dispensatori di buoni consigli su come vivere questi giorni di clausura imposta, tu cosa non consiglieresti mai? O meglio cosa non faresti mai neppure sotto tortura?

Guardare la televisione. Non possiedo un apparecchio televisivo dal 2005 e mi reputo più felice della media umana già solo per questo. Naturalmente disposizioni e ordinanze trovano comunque modo di raggiungermi, e le subisco come tutti, ma al netto della retorica che le accompagna.

Tu sei uno che non ha mai avuto problemi di scrittura, tanto che un giorno mi confidasti che per te scrivere è come un bisogno fisiologico come l'andare in bagno ... In questi giorni ti è altrettanto naturale scrivere o la mente è troppo distratta da altri pensieri?

Scrivo principalmente su commissione, per il teatro o per l’editoria, come copywriter o come librettista. Seguo l’impulso di una richiesta. Qualcuno mi invita a un progetto e mi sento automaticamente, miracolosamente ispirato. Con la depressione economica indotta dal lockdown, soprattutto in ambito culturale e artistico, le commissioni pagate diminuiscono ma non il bisogno di interventi pensati per il futuro. Scrivo sì, quando me lo si chiede, ma anche suono. La costrizione al chiuso mi ha fatto riscoprire il piacere di suonare il pianoforte e cantare, ogni giorno, prevalentemente al mattino. Non mi viene da scrivere canzoni, però. Diciamo che la scrittura spontanea scarseggia, risente della cattività. Lo diceva Sartre che la libertà è condizione indispensabile per la scrittura. Pellico ha scritto in prigione e Gramsci pure, ma io non sono ancora abbastanza rassegnato a questi arresti domiciliari, è presto per farne oggetto creativo. Preferisco la reazione di un Casanova che dopo essere evaso dai Piombi, e solo allora, narra dell’incarcerazione e della fuga.

Mi hai detto di aver riscoperto il piacere di suonare il pianoforte e cantare, ma canti tue canzoni o canzoni di altri, quale è la colonna sonora di questi strani giorni?

Prevalentemente canzoni mie. Recuperate, con spazi di assolo swing da area Canzoni per adulti o Archivio Postumia, cioè quelle adatte al pianoforte. Per alcune persone care ne registro sul cellulare una al giorno e la invio via WhatsApp. Un modo di essere vicini in momenti in cui non ci è permesso. Ma ho anche tradotto Homburg dei Procol Harum e mi ritrovo a suonare per mio gusto A wither shade of pale nella versione originale, col suo incedere da Bach omogeneizzato. Una sorta di recupero delle melodie dell’infanzia, un riappropriarmene facendole mie, aggirandomi nei loro meandri conservati segreti e inaccessibili fino a poco tempo fa. È la tipica operazione che Benjamin definirebbe “del morente”, sebbene fisicamente non mi sia mai sentito più sano di adesso. Sono sano, ma i governi del mondo mi trattano come un malato, e questo non mi euforizza. È una situazione in cui si trovano più a loro agio gli ipocondriaci: finalmente la loro nazione li capisce.

Quindi riassumiamo un po', niente televisione, scrivi, suoni e canti, ma la lettura? Fa parte anch'essa di queste tue giornate da Casanova recluso senza alcuna colpa?

Come prima cosa, il dovere: ho letto La peste di Camus, pur prediligendo ancora Lo straniero. Ora sto rileggendo l’Eneide, dopo aver riletto Iliade e Odissea. Leggo sempre molto e preparo le lezioni di scrittura creativa e teatrale che tengo on line per la Scuola di teatro del Teatro Stabile di Verona. Il contatto on line per il teatro è un ossimoro, il mezzo televisivo vince infine sulla compresenza fisica teatrale. Che tristezza. Che Quaresima colossale. Mi sono ritirato da qualche chat di gruppo: non potendomene andare da casa ho scelto di andarmene almeno da lì. Baudelaire sosteneva fosse da includere nella Carta dei Diritti dell’Uomo il “diritto di andarsene”. L’ho onorato simbolicamente abbandonando qualche chat.

Non abbiamo parlato di cinema fino ad ora, ovvio che in questi giorni non si possa frequentare il cinema come luogo, ma la “settima arte” entra a far parte delle tue giornate da recluso?

Oh sì. Molti film in streaming, molti più di prima. Occasione di recuperare pellicole perse per problemi di distribuzione o di tempo. Quello è l’unico aspetto davvero vacanziero di questa reclusione, una scorpacciata di un paio di film al giorno nei fine settimana. Così i vari aspetti narrativi, intrattenimento o riflessione, i generi thriller o commedia o dramma si alternano insieme a ciò che ne rimane dopo averli consumati: emozioni volatili, stilemi ritriti, a volte autentica comunicazione artistica. In quest’ultimo caso si accende la gratitudine. Tra artefatto, artificio e arte le distanze restano incolmabili e il cinema, espressione collettiva e industriale dell’ingegno, è un’ottima cartina tornasole che svela le intenzioni, illuminandole o lasciandole appassire.

Il cinema è la chiave d'accesso all'ultima domanda, traggo spunto dal film El hoyo di Galder Gaztelu-Urrutia, ambientato in un edificio che si sviluppa sottoterra suddiviso in piani. La particolarità di questa prigione verticale è che al piano 0, situato in cima all’edificio, sono presenti dei cuochi con il compito di imbandire una larga tavola, la "piattaforma", con i piatti preferiti di tutte le persone imprigionate nei piani sottostanti. Ogni piano è numerato e due compagni ogni mese vengono spostati da un livello all’altro insieme, se entrambi sopravvissuti, in maniera casuale. La stanza presenta un lavandino con cui lavarsi, degli asciugamani per pulirsi, ma solo un gabinetto. La piattaforma scende verticalmente attraverso il "buco", una gigantesca apertura al centro di ogni piano. Non avendo cibo con sé, i prigionieri hanno la possibilità di mangiare, entro pochi minuti, gli avanzi di chi sta al piano superiore. Il protagonista del film è Goreng, uno dei volontari della sperimentazione che decide di entrare nell’edificio per smettere di fumare, del tutto incosciente della reale situazione, portando con sé il libro Don Chisciotte della Mancia, poiché ad ognuno dei presenti è concesso di portare con sé un solo oggetto. Ovviamente ad ogni coppia presente ad ogni livello sarà concesso di cibarsi degli avanzi di coloro che stanno ai livelli superiori ... ma lasciamo il film, che comunque offre molti spunti di riflessione, se tu avessi la possibilità di avere con te un solo oggetto, durante questo periodo di imposti arresti domiciliari, cosa sceglieresti, cosa riterresti irrinunciabile?

Per la molteplicità degli usi, senza dubbio un computer. Può fare da pianoforte, chitarra, giradischi, cinema e telefono, da scrittoio e carta e penna, da libro e specchio, da registratore e posta, da finestra, porta della percezione, forma inconsapevole di poesia, scrigno dei ricordi, magazzino delle idee. E si fottano J.J. Rousseau e il suo idiota “buon” selvaggio.