martedì, marzo 15, 2016

E improvvisamente … ecco Giua portarci una ventata di buona musica

di Fabio Antonelli

Giua


Maria Pierantoni Giua, in arte semplicemente Giua, è una cantautrice ligure nata si può dire con la chitarra in mano, perché ancora bambina è avviata dai suoi genitori alla musica e ben presto diverrà allieva del chitarrista Armando Corsi e dell'insegnante di canto Anna Sini. Dopo aver vinto alcuni importanti premi musicali tra cui Sanremo Lab, Castrocaro, Lunezia e due album all’attivo (Giua 2007 e TrE 2012), si propone ora al pubblico con “E improvvisamente” (uscito il 26 gennaio 2016), un progetto musicale nato da una collaborazione con Stefano Cabrera, violoncellista e arrangiatore degli Gnu Quartet.

E improvvisamente, a voler giocare con il titolo del tuo nuovo progetto discografico, si potrebbe dire che è arrivato questo tuo terzo disco, dopo quello d’esordio "Giua" e "TrE", scritto in coppia con il grande Armando Corsi. La copertina del disco ti coglie con il viso fotografato di profilo, da cui emerge comunque un bel sorriso. E' un sorriso che nasce dalla soddisfazione di aver realizzato, con "E improvvisamente", tutto quello che ti eri prefissata?

E' il sorriso di chi guarda con gusto e fiducia alle tante cose che mi sono capitate in questi anni, belle, difficili, inaspettate e al futuro, con speranza e voglia di costruire. “E improvvisamente” è una frase da completare, sapendo cogliere per la propria vita il lato positivo di quello che accade, anche quando non siamo pronti o non sarebbe quello che vorremmo.

"E improvvisamente" è anche il titolo della canzone che ha anticipato l'uscita del disco, in cui canti insieme a Zibba, una delle voci più calde e affascinanti che ci siano in Italia. Com’è nata questa canzone? È stata da subito pensata per questo magnifico duetto?

Conosco Zibba da tempo e la sua voce mi ha sempre emozionata, portata lontano. Quando ho scritto questa canzone, ho subito pensato a lui, a quello che avrebbe aggiunto, alla forza che gli avrebbe dato e Zibba mi ha fatto davvero un regalo dicendomi di sì!

Zibba, però, non è l'unico ospite del disco. In "Scivola sud", il cui testo è una poesia di Pier Mario Giovannone, troviamo un'altra splendida voce a giocare con te, quella di Pilar. E’ un vero piacere sentirvi evocare questa calda atmosfera, cui contribuisce anche l'inconfondibile chitarra di Armando Corsi. Anche quella con Pilar è una collaborazione partita da lontano? Ci sono altre voci femminili o maschili con cui in futuro vorresti magari collaborare?

Anche la collaborazione con Pilar nasce da un'amicizia e dal fatto che la sua voce, il suo lirismo, la sua sensualità e la sua ironia, mi sembravano perfette per questa poesia in musica rotolante di Sud, miraggi e Ruchè. Sono molto fortunata ad avere amici così! Una voce femminile che da sempre amo è di Ornella Vanoni, di un disco in particolare, 'Argilla' prodotto da Beppe Quirici e Paolo Fresu, ho sempre sognato di poter cantare con lei. Una voce maschile, invece, è quella di Caetano Veloso, una voce che definirei 'oltre', oltre il tempo oltre il sesso oltre la parola; una voce strumento, suono, una voce che mi piace tantissimo. Si può sognare, desiderare, giusto?

Assolutamente si, anzi credo che sia giusto il desiderio di vedere nel futuro realizzati i propri desideri, a muovere ad esempio le donne protagoniste di "Da lontano" e anche coloro di cui parli in "Tutti vanno via dall'Italia". Due canzoni musicalmente diversissime fra loro ma forse con un comune destino?

Un destino molto diverso in realtà. "Tutti vanno via dall'Italia" parla della così detta "fuga dei cervelli" e di una riflessione che ho fatto e sto facendo sull'opportunità di rimanere in Italia e costruire nuove possibilità per un presente e futuro migliore per tutti. E' anche un invito a unire in questo senso le forze (non è semplice sintetizzare su un argomento così complesso...). "Da lontano” è una canzone che nasce dopo aver conosciuto alcune donne che speravano che venire in Italia fosse l'occasione che cercavano e così non è stato. E' una canzone sulla speranza e sull'amarezza ed è anche una preghiera, affinché certi destini trovino protezione, giustizia, aiuto.

Con destino comune, in realtà, intendevo la risoluzione forzata di abbandonare la propria patria, ma hai fatto bene a sottolineare i diversi intenti delle due canzoni. In questo tuo nuovo progetto c'è, però spazio anche per l'ironia, mi riferisco ad esempio a "Disamore infinito / #taggo voluto bene", canzone che prende il via con toni melodrammatici a descrivere la fine di un amore, per poi ... ma lascio raccontare a te.

...per poi arrivare a scoprire che non ci si può più lasciare come un tempo, perché qualcuno ha inventato i social e quindi non è più così facile tagliare i ponti con l'altro, perdersi di vista, dimenticarsi ... È una canzone ironica nata dalla lettura di un articolo di giornale in cui si parlava appunto di come l'avvento di Facebook, Twitter, ecc., abbia modificato i rapporti tra le persone, le modalità, i tempi. Forse però bisognerebbe riappropriarsi di una realtà un po' meno virtuale.

Lo credo anch'io, la vita reale è un'altra, quella magari anche difficile da affrontare, in cui ci sono padri che "ti mettono nomi / per tutta la vita / ti mettono i piedi / ti fanno la strada / e ti tolgono nomi / per tutta la vita / ti tagliano l'aria", come canti in "L''albero di manghi", una di quelle canzoni in cui gli arrangiamenti di Stefano Cabrera più ti hanno allontanata dai suoni latini cui eri abituata, ma è un bel sentire. Perché hai voluto aprire il disco proprio con questa canzone e com’è stato collaborare con Stefano?

Potrei definire 'L'albero di manghi' una specie di manifesto, del mio modo di scrivere, pensare, vivere e desiderare che una canzone, sia ponte tra me e qualcun altro. Mi sembrava un bel modo di cominciare, anche per la veste sonora che con Stefano abbiamo scelto di dargli e che, come tu stesso dici, prende una strada diversa dal mio disco precedente. Lavorare con Stefano è stato bello, arricchente, facile, mi ha permesso di trovare cose inaspettate, di imparare ed essere libera di cercare cose nuove, mi ha permesso di realizzare idee che avevo e non ero in grado di sviluppare da sola. Sono davvero felice di quello che è venuto fuori da questa collaborazione!

Giua


Un'altra canzone che a me piace molto è "Fragole e vento", l'ultima però di cui vorrei parlare anche per lasciare a chi legge la curiosità di cercare e conoscere il resto del disco. E’ una canzone dove la musica emerge come assoluta protagonista della tua vita, riporto solo un'immagine "la musica aggiunge lo zucchero e il sale". Quanto è importante per te la musica e, oggi come oggi, credi sia ancora possibile vivere di musica?

La musica mi accompagna da sempre. C'è anche quando non suono, canto o scrivo, perché è un modo di pensare, di vivere. Trasformarla poi in un lavoro ha fatto sì che fosse tutto più complesso, ma anche più bello e ogni giorno è buono per crescere, inventare cose nuove e nuovi modi di realizzarle. In generale viviamo un momento in cui è un lusso avere un lavoro, figuriamoci fare la musicista, ma con tenacia, passione e tante idee ci si può ancora riuscire. Lo spero e lo auguro a me e a tutte le persone che fanno questo da sempre.

Ho visto che il tuo disco è entrato, a buon diritto, tra i dischi consigliati nel sito della trasmissione televisiva “Che tempo che fa”, una bella notizia sicuramente non credi? Immagino poi che stia anche allestendo un tour di presentazione, hai già qualche data da segnalare? Concluderei cosi, se dovessi pubblicizzare il tuo progetto discografico che parole useresti?

Sono molto felice di questa segnalazione, è una bella soddisfazione. Certo, sarei ancora più felice se Fazio m’invitasse a cantare una canzone dal vivo nel suo programma, chissà, magari prima o poi! Con Egea stiamo ancora definendo le date del nuovo tour, per cui non posso darvi anticipazioni, ma le vedrete presto sul mio sito www.giua.it e sui social (prima data 17 marzo Teatro dell’Archivolto - Genova). Se dovessi pubblicizzare il mio progetto discografico, direi 'e improvvisamente, un disco e un concerto che ha voglia di andare lontano con chi ha voglia di andare lontano e di avvicinarsi alle cose che sembrano piccole per scoprire che sono molto di più di quello che potevamo immaginare'.

Copertina CD "e improvvisamente"


Sito ufficiale di Giua: http://www.giua.it/
Pagina personale di Giua su Facebook: http://www.facebook.com/maria.giua/
Canale di Giua su Youtube: http://www.youtube.com/user/mariagiua



sabato, marzo 05, 2016

Quando la poesia incontra la musica, a volte, è magia!



di Fabio Antonelli

Patrizia Cirulli - Foto di Ottavio Tonti

Patrizia Cirulli, cantautrice milanese dotata di una voce tanto particolare quanto affascinante, ha appena dato vita a un nuovo progetto discografico dal titolo “Mille Baci”. Un disco particolare, in cui sono grandi nomi della poesia italiana e internazionale a firmare i testi delle canzoni, nel senso che alcune poesie accuratamente scelte da Patrizia, sono diventate vere e proprie canzoni, il tutto con la collaborazione di grandi musicisti e la produzione artistica curata da Lele Battista.

La copertina del disco è una splendida fotografia che ti riprende mentre sei letteralmente baciata dal sole e, seppure a occhi chiusi, sorridente. A me piace molto questa immagine, perché credo rifletta pienamente il contenuto del disco? Sei d'accordo? Racconta poi la scelta del titolo "Mille baci".

È vero, è un'immagine che emana una sorta di "calore", è stata fatta a Milano al tramonto e si, riflette un po' il contenuto del disco. "Mille baci" si riferisce al famoso testo di Catullo, che è presente nel disco in forma canzone. Ho voluto poi chiamare così anche il disco perché i testi dei brani del disco sono poesie di grandi poeti e le loro parole sono come carezze, come baci che ci donano.

Il disco, come hai accennato tu, è un disco diverso, almeno nella genesi, nel senso che sei partita dai testi, tutte poesie più o meno note ma di poeti molto conosciuti, che tu hai musicato e quindi cantato. Com'è nata questa idea e com’è stata questa esperienza?

È nata nel 2010, dopo aver vinto il Premio Lunezia per aver musicato "Forse il cuore" di Salvatore Quasimodo, la mia prima poesia in musica. È successo qualcosa di molto bello, non me lo aspettavo. Solitamente, come cantautrice, partivo sempre dalla composizione della musica per poi arrivare al testo. Qui succede il contrario, si parte dal testo e si arriva alla musica, ma il testo ha già dentro di sé una musicalità. Mi sono appassionata molto a questa nuova modalità (che fra l'altro ho scoperto essere molto naturale per me) e così sono andata avanti scegliendo testi di altri poeti.

Nell'ascoltare la prima volta il tuo disco ho come avuto l'impressione che questi testi poetici, in molti casi a me sconosciuti, fossero stati da sempre delle canzoni, nati con quelle musiche e con quelle sonorità. C’è un desiderio di cantare, di liberare la voce, di lasciar suonare questi testi che è incredibile, è un'impressione che condividi?

Assolutamente si!!! La sensazione è proprio quella. Infatti, per me ormai sono "canzoni".  La mia intenzione è stata proprio questa, trasformare testi poetici in canzoni. Pensa che alcuni testi ho iniziato a canticchiarli così, in modo naturale, la musica prendeva forma in modo spontaneo. Infatti, non sento una “divisione” fra il testo e la musica, si fondono l'uno nell'altra. E' molto bello quello che dici “... ho come l'impressione che fossero stati da sempre delle canzoni”. E' proprio così, la sensazione è quella.  Non ho scelto testi molto famosi, solo un paio sono molto conosciuti. Sono canzoni a tutti gli effetti, si canticchiano, possono piacere o meno, e il valore aggiunto è che gli "autori" dei testi sono grandi poeti.

Nell'affrontare i testi di poeti stranieri come Oscar Wilde, Federico Garcia Lorca, Charles Baudelaire, Frida Kahlo e Fernando Pessoa hai, secondo me giustamente, optato per l'utilizzo del testo in lingua originale. E’ stato molto difficile affrontare questi testi?

Ho voluto cantarli in lingua originale per rispetto verso l'opera e gli autori. Il senso autentico delle parole scritte dell'autore si trova lì. Mi sono avvicinata con rispetto e curiosità. Mi sono fatta aiutare per la pronuncia da persone madrelingua, su alcune cose ho fatto più fatica rispetto ad altre. Alcune forme di pronuncia non sono molto semplici, ma alla fine è andata bene. Alla fine del disco, ho comunque aggiunto i brani con i testi di Oscar Wilde e Frida Kahlo cantati in italiano.

Ecco, hai citato Frida Kahlo, credo tu abbia fatto molto bene ad aggiungere come bonus track la canzone "Poema para Diego Rivera" cantata in italiano, perché questa poesia che tu hai musicato è per me una delle più belle e toccanti tra le canzoni di questo disco. L’uso dell’italiano, questa versione, aiuta ad apprezzarne maggiormente la bellezza. Perché però Frida Kahlo è perché questo poema?

Anche qui sono d'accordo con te. È uno dei testi più belli e toccanti. Frida Kahlo è nel mio cuore da sempre. Non avrei mai immaginato di poter musicare un suo scritto. Poi per una serie di circostanze, sono andata a rivedere dei libri che avevo in casa da tempo e ho ritrovato questo testo. È nata subito la canzone. Il testo è dedicato a Diego Rivera, suo marito, e parla del grande amore che aveva per lui. Non solo, fa un elenco di tutto ciò che Diego era per lei e di quanto Diego facesse parte di lei. Conoscendo la sua storia e la loro storia, ho pianto molto mentre musicavo il testo. E ho pianto mentre la riascoltavo ... a volte anche mentre la cantavo. Ho ritenuto opportuno per questo mettere anche la versione in italiano.

Allora mi consolo, non sono l'unico a piangere ascoltando una canzone che tocchi le corde dell'anima ... A proposito di corde, in questo brano, come anche in "Deseo", "Primavera" e "Mille baci" troviamo alla chitarra Massimo Germini. La sua, però, non è l'unica collaborazione musicale di rilievo vero?

È vero, hanno suonato tanti grandi musicisti. Andrea Di Cesare, Tony Canto, Luigi Schiavone, Fausto Mesolella, Davide Ferrario. In "Mille baci" canta con me Giancarlo Cattaneo, speaker di Radio Capital e grande anima poetica, che apre anche il disco con due frasi di Oscar Wilde e recita nella traccia n.6 il testo in italiano di Baudelaire, prima del brano cantato da me in francese. In "Deseo", invece, canta con me l'attore spagnolo Sergio Muniz.

Patrizia Cirulli - Foto di Renzo Chiesa

A "Deseo", poesia di Federico Garcia Lorca, hai regalato una veste musicale molto latina e, come hai appena detto, hai duettato con Sergio Muniz, com'è nata questa collaborazione da cui è nato anche un bel video?

L'arrangiamento del brano è stato curato da Lele Battista, così come il resto del disco. Sentivo la necessità di avere una voce maschile nel brano “Deseo”, volevo la voce di un attore ed essendo il brano in lingua spagnola, pensavo quindi a un attore spagnolo. Parlando con un amico di questa mia intenzione, ci sono venuti in mente dei nomi e Sergio era il più indicato, in quanto è un grande appassionato di musica, suona e canta. L'ho contattato, gli è piaciuto molto il brano e l'idea della poesia in musica e così è nata questa collaborazione. Abbiamo poi girato il relativo video con la regia di Lorenzo Vignolo ed è stato un momento molto bello ... c'era "poesia" nell'aria ... e il mare della Liguria ha creato una bellissima cornice.

Facciamo un salto spazio-temporale. Nel disco, tra le varie chicche letterarie da te raccolte, trova spazio anche un testo di Eduardo De Filippo. E’ stata una scoperta casuale o era un frammento che già conoscevi prima di realizzare questo disco? Rispetto alla citata "Deseo", si cambia totalmente luogo, lingua e registro musicale, è indubbiamente un disco dai molteplici volti?

Si, è un disco che contiene molti mondi musicali. Questo rispecchia comunque il mio essere, mi piace comporre in questo modo, ogni brano ha una sua storia e un suo colore. Il testo di Eduardo non lo conoscevo, ho fatto una ricerca perché volevo cantare anche un suo testo, ma ne cercavo uno in italiano.  Alla fine è successo qualcosa di magico che mi ha portato a "Quanno parlo cu te" e una sera, un venerdì sera, lo ricordo ancora con emozione perché davvero è successo qualcosa di magico per me, è nata la canzone.  È stato poi per me un grande onore e una gioia immensa avere il permesso, l'approvazione e i complimenti da parte di Luca De Filippo per il brano realizzato.

Pur presentando sonorità molto varie, credo che il disco sia in fondo "trasportabile" durante i lives anche in una versione snella, voce chitarra o poco più, mantenendo comunque la propria integrità, non credi? Hai in allestimento un tour?

Si, è così! I brani sono assolutamente fruibili in versione acustica, anche voce e chitarra, che è poi il modo in cui nascono, al di là degli arrangiamenti realizzati in studio.  Stiamo organizzando serate e concerti, da fine marzo si comincia.

Un'ultima curiosità. Visto che il disco è in termini musicali molto generoso, ben 16 tracce e 2 bonus tracks, c'è un brano cui più di tutti sei affezionata?

Più di uno!!! Frida Kahlo ed Eduardo come ti dicevo. Ma anche "Stringiti a me" di D'Annunzio.

Hai introdotto il nome di D'annunzio, ma allora direi che possiamo citare anche Trilussa, Umberto Saba, Alda Merini. In questo tuo nuovo progetto c'è un ricco mondo poetico-musicale, in attesa di essere ascoltato dagli amanti della musica di qualità. Credo che la tua voce particolare, quanto affascinante, meriti di essere ascoltata.

Grazie! In effetti li avrei citati tutti i poeti, amo ogni brano del disco e tutti questi poeti straordinari.

Copertina cd "Mille baci"
 Video canzone “Deseo”




Video canzone “Mille baci”: http://youtu.be/jmimRHOm5E0

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mercoledì, febbraio 24, 2016

Eugenio Bennato, contrabbandiere di canzoni capaci di abbattere le frontiere

di Fabio Antonelli

Eugenio Bennato

Il 29 gennaio 2016, prodotta da Taranta Power / iCompany e distribuita da iWORLD, è uscita “Canzoni di Contrabbando, la prima antologia di Eugenio Bennato, un artista che si è sempre riferito a un linguaggio stilistico e a un circuito alternativo rispetto ai modelli della musica leggera. Il disco raccoglie 13 brani che vanno da "Brigante se more" fino all'ultima composizione del musicista napoletano che s’intitola "Mon père et ma mère", unico inedito della raccolta.

Direi, se sei d’accordo, di partire dalla copertina del disco, semplicemente nera, con solo il titolo “Canzoni di Contrabbando” e l’autore “Eugenio Bennato”. Nulla che, dal punto di vista di puro marketing, possa fare da specchietto per le allodole, da forte richiamo. Perché hai voluto dare questo titolo alla tua prima antologia?

Perché quest’antologia è un percorso sui vari steps della mia carriera. Nonostante raccolga brani scritti in anni molto lontani fra loro, c’è un elemento comune a queste canzoni, si sono mosse vivendo in una dimensione completamente diversa da quella ufficiale. Faccio un esempio, se “Brigante se more”, che è del 1980, è diventato un inno cantato da milioni di ragazzi, tutto questo è avvenuto al di fuori dell’ambito discografico, dei canali convenzionali.

Tramite una sorta di passaparola?

Si, è stato come un passaparola, un percorso parallelo, alternativo, di contrabbando e, questo, vale anche per altre canzoni come ad esempio “Che mediterraneo sia” o “Sponda sud”. Tutti questi brani, che comunque hanno avuto nel tempo un riscontro forte a livello di visualizzazioni su web e di popolarità, si sono mossi su percorsi alternativi, proprio come quelli dei contrabbandieri.

Quest’antologia, nasce solo dal desiderio di fare il punto della situazione sulla tua lunga carriera artistica o per accogliere l’inedito “Mon père et ma mère”?

L’inedito, fa parte di una serie di canzoni che sto scrivendo e che usciranno fra un po’, nel frattempo, però è nata l’esigenza di quest’antologia, sia per dare unità a un percorso musicale che è disperso in vari album distribuiti negli anni e magari di difficile reperibilità, sia per dare una risposta, soprattutto all’estero, a chi mi chiedeva e ancora mi chiede una raccolta dei miei principali successi. Ecco allora che l’editore mi ha proposto di remixare alcuni brani del passato o addirittura risuonarli e ricantarli, dando loro una veste più unificata, anche se poi, a dire il vero, appartengono già a uno stile che è sempre mio e inconfondibile. L’inedito “Mon père et ma mère”, invece, l’ho scritto qualche mese fa e si riferisce all’attualità, anzi a un’attualità sempre più pressante, il tema è quello dell’immigrazione dagli altri sud del mondo.

Com’è nata questa canzone?

E’ nata, come sempre, da un incontro che si fa per strada, on the road. Io ho avuto il privilegio di una carriera fatta di tante tournée internazionali e, in una di queste ultime, in Africa, alla fine del concerto si è avvicinato un ragazzo che mi ha detto due versi molto intriganti “Mon père et ma mère / se sont connus dans la galère“. Questa rima dice “mio padre e mia madre si sono conosciuti in una galera”, che poi non è vero o meglio, in francese, “dans la galère” significa più in generale in una situazione estrema e non proprio precisamente in galera, però l’immagine l’ho trovata molto forte, anche perché la storia di quel ragazzo è quella di un ragazzo come tanti, che dal Camerun è partito ed ha attraversato avventurosamente il Sahara, per arrivare in vista del Mediterraneo, il limite più invalicabile per loro.

E’ quindi da questo fortuito incontro, che è nato questo bellissimo brano?

Da questo e dal clima musicale che io vivo in prima persona quando andiamo in giro per il mondo a fare concerti, perché sono sempre concerti che non hanno un rapporto di divismo tra chi suona e chi ascolta, c’è semmai uno scambio e il riconoscimento, soprattutto nell’africa nera, delle affinità dei ritmi del nostro sud con i loro ritmi.

Che è un po’ il discorso che hai portato avanti anche in “Che Mediterraneo sia”, cui si aggiunge una mescolanza di lingue e dialetti.

Si, lì c’è la koinè mediterranea, che porta le nostre filastrocche popolari a confronto con le grandi sonorità arabe, un filone che in qualche modo ho inaugurato io in Italia e che ora, vedo, è seguito da molti. Il rap arabo, ad esempio, che allora era abbastanza sconosciuto, è stato come veicolato da “Che il Mediterraneo sia”.

Possiamo perciò dire che la musica è uno strumento per avvicinare culture diverse? Un po’ come il sedersi a tavola e condividere le proprie usanze?

Si, io penso che la musica sia il veicolo più forte di dialogo, l’ho proprio vissuto in prima persona. Nella mia formazione, soprattutto negli ultimi anni, c’è stata sempre una grande apertura. Ad esempio, anche quando feci Sanremo nel 2008, cantando “Grande Sud”, portai sul palco dell’Ariston una voce araba come quella del marocchino Mohammed Ezzaime El Alaoui, così come anche quelle di Zaina Chabane dal Mozambico e di Esha Mbotizafi dal Madagascar, delle testimonianze di altre latitudini dentro un ritmo di Taranta. Credo che la musica possa davvero veicolare il dialogo tra popoli, anche quando questo è impedito da frontiere o da conflitti.

Hai prima accennato a un discorso di voci. In quest’antologia troviamo quella, inconfondibile, di Petra Montecorvino, che duetta con te in “Brigante se more”.

Beh, la sua è senza dubbio la voce più nera, più black del nostro sud, in lei c’è un’intensità espressiva che appartiene a Napoli, ma soprattutto a quelle situazioni, a volte davvero spiazzanti di Napoli, che si ritrovano nella sua cultura sommersa.

Sempre restando alle voci femminili che compaiono nel disco, c’è anche quella di tua figlia Eugenia, presente in “Mon père et ma mère”.

Si, mia figlia Eugenia, che tra l’altro vive in Marocco, frequentando una scuola in cui vive in prima persona questa multiculturalità, lei europea la sua compagna di banco araba. Eugenia, quando ha sentito questo brano, ha voluto subito partecipare e l’ha fatto in maniera molto spontanea, fanciullesca, non da prima della classe ma da ex scugnizza napoletana che si trova a vivere in un paese di cultura diversa.

Eugenio Bennato


Ascoltando i vari brani che compongono quest’antologia, la parola che torna più frequentemente è sicuramente sud. Soprattutto in due canzoni, “Il sorriso di Michela” e “Ninco Nanco”, hai voluto affrontare di petto un tema a te caro, la questione meridionale.

La mia scelta è sempre stata quella della scoperta. Inizialmente una scoperta di tipo musicale con la Nuova Compagnia di Canto Popolare prima, con Musicanova poi, lo scoprire l’esistenza di un linguaggio popolare che apparteneva al sud d’Italia, presente anche al nord devo dire, ma certamente più appariscente in regioni come la Puglia, nei paesi vesuviani o in Salento. Questo linguaggio, ha poi preso vigore nel movimento Taranta Power, il cui successo è sotto gli occhi di tutti tranne che dei media televisivi che continuano a battere altre strade. Nelle feste, nei Festival, la World Music è sempre presente, com’è presente questo sud che è il nostro sud. Questa curiosità, che negli anni mi ha spinto a conoscere dei grandi maestri che mi erano totalmente sconosciuti, va di pari passo con la scoperta di una storia, quella della questione meridionale, che ha avuto un contraccolpo forte proprio nella musica, riscoprendo personaggi che hanno combattuto, che sono stati completamente annullati dalla storiografia. Michela de Cesare e Ninco Nanco (Giuseppe Nicola Summa), sono solo due esempi. Devo dire però, che già il fatto che nel paese di Michelina de Cesare, che è un paese dell’alto Casertano (Mignano Monte Lungo), il Sindaco stia ora preparando una statua per questa brigantessa, è segno di una coscienza nuova, diversa rispetto alla retorica risorgimentale. Il Risorgimento è stato uno scontro frontale tra culture in cui, come sempre, vince il più forte che poi, inevitabilmente, finisce per annullare il linguaggio del più debole. I Briganti erano personaggi che sono stati demonizzati per 150 anni, però avevano qualcosa da dire ed io cerco di raccontarlo in queste ballate sulla questione meridionale.

Questione meridionale che non si vuole però contrapporre a una questione “settentrionale”, com’è invece posta da qualche personaggio più o meno discutibile del nostro panorama politico o sbaglio?

Si, si, ci tengo a precisare che, ovviamente, noi siamo fieri di quell’abbattimento di frontiere che è stata l’unità d’Italia e sicuramente le smanie secessionistiche le lasciamo ad altri. E’ invece importante riscoprire, come diceva Pier Paolo Pasolini, l’Italia dei reietti, perché le differenze da regione a regione sono la vera forza della nostra cultura, della nostra poesia, della nostra storia, soprattutto in un’epoca di globalizzazione che tende a far perdere le proprie identità. Già Taranta Power, che è un movimento artistico, culturale, fatto soprattutto di giovani, è una risposta alla globalizzazione, all’appiattimento di tutto il pianeta su linguaggi imposti dalle multinazionali. Un suono di chitarra battente, una voce ruvida di una regione del sud o del nord, è la risposta a questa tendenza all’appiattimento su modelli unici, il cosiddetto pensiero unico.

Una delle canzoni del disco, che già mi piaceva molto nella versione originale apparsa su disco del 2005, è “Lucia e la luna”. Si tratta in realtà di un canto tradizionale?

“Lucia e la luna” è una canzone la cui melodia è, in effetti, un canto tradizionale di Monte Sant’Angelo che aveva però un testo banale, addirittura di contenuto religioso, che aveva anche un prosieguo che andava a distogliere dall’armonia semplice della strofa. Ho quindi scritto un nuovo testo e l’ho voluto dedicare a questa città, a un Gargano in cui ci sono ormai migliaia di giovani che si sono riappropriati delle loro tradizioni, il che rende questi personaggi, attraverso la World Music, internazionali. La canzone, racconta di Lucia che ritorna al suo paese e della luna che dice al mondo intero che questa ragazza ha tre ricchezze, la prima è il nome, così particolare e in qualche modo ormai anticonvenzionale, la seconda è il possedere la tecnica della Taranta e la terza, come in tutti i canti popolari, rimane un po’ ambigua, però io la identifico nella propria cultura, nella propria identità. Ecco perché ho dedicato il brano all’identità di questo Gargano, paragonabile a una ragazza che oggi esiste e, ne esistono a migliaia, che riscopre le sue tre ricchezze.

A inizio intervista, hai accennato al fatto che l’inedito “Mon père et ma mère“ farà parte di un tuo nuovo lavoro discografico, mi puoi già raccontare qualcosa?

Guarda, c’è sempre, almeno per me, un mistero nelle nuove cose che vado a scrivere, perché seguo sempre un qualcosa d’istintivo che ha poco di pianificabile, di razionale. Sono storie che riguardano la realtà di oggi, la mia realtà di oggi, gli incontri, il riscontro con un pubblico che è molto cosciente. Ho già pronti cinque o sei brani, diciamo che siamo a buon punto, però preferirei parlarne quando usciranno, concentrando piuttosto l’attenzione sul presente, il tour che seguirà l’uscita di quest’antologia, per questo invito chi ama la mia musica a tenere sott’occhio le date dei concerti.

Cover antologia "Canzoni di Contrabbando"


Tour “Canzoni di contrabbando”

04.03.16 | NAPOLI - Città della Scienza
05.03.16 | LATINA - Monte San Biagio
12.03.16 | SEGRATE (MI) - Rassegna "Benvenuti al Sud"
27.04.16 | PERUGIA - Bad King 






giovedì, ottobre 29, 2015

Premio Tenco 2015 - "Fra la via Aurelia e il West", un’edizione quasi perfetta


di Fabio Antonelli

Sabato 24 ottobre, all’Ariston di Sanremo, s’è conclusa la 39sima edizione del Premio Tenco, che ha segnato il ritorno alla tradizione nel senso che, dopo alcune edizioni in cui, per problemi sostanzialmente economici la rassegna s’era svolta in forma ridotta nel vicino Casinò, si è tornati alla classica formula delle tre serate all’Ariston. Tre serate in cui sono stati consegnati sia i Premi Tenco, quelli assegnati “insindacabilmente” dal Club, come ci ha tenuto ancora una volta a sottolineare lo storico presentatore Antonio Silva, sia le Targhe Tenco, quelle votate da una giuria di circa 230 giornalisti, la più vasta e rappresentativa in Italia in campo musicale.

L’edizione 2015, intitolata “Fra la via Aurelia e il West” è stata dedicata Francesco Guccini, uno dei maestri indiscussi della canzone d’autore italiana che, instancabile, malgrado i suoi settantacinque anni e la non trascurabile mole, ha presenziato a tutte le serate, non trascurando né la mitica Infermeria del Tenco, luogo di scambi culturali e bevute all’insegna dell’amicizia, né quei dopo Tenco svoltisi nel privè del Casinò di Sanremo e in cui gli artisti sono stati chiamati a improvvisare delle jam session.

Francesco Guccini - Foto di Manuel Garibaldi


Quest’anno, ogni artista che è stato invitato al Tenco dal Club, è stato “obbligato” a presentare un proprio omaggio al Maestro e, in proposito, Francesco Guccini quando è salito sul palco alla fine dell’ultima serata per salutare e ringraziare il numerosissimo pubblico, ha ironicamente detto "Queste tre giornate sono state faticosissime. Bravi tutti! Le canzoni mi sono piaciute, sembrava quasi che le avessi scritte io” aggiungendo poi "Io ringrazio tutti, però vorrei dire: sono ancora vivo!".

Veniamo però alle serate, non voglio certo raccontare nel dettaglio tutto quanto accaduto serata per serata, altrimenti non basterebbe certo un articolo, vorrei invece soffermarmi da una parte sugli episodi più emozionanti e toccanti e dall’altra su quelli meno riusciti, le note stonate, poche, di quella che è stata forse la più bella delle edizioni dell’ultimo decennio.

Partiamo dalla prima serata, in cui ci sono state parecchie consegne: la Targa Tenco per la miglior canzone a “Il senso delle cose” a Cristina Donà e Saverio Lanza, la Targa Tenco Opera prima a La Scapigliatura, il duo cremonese dei fratelli Nicolò e Jacopo Bodini, per il disco omonimo; il Premio Tenco all'Operatore Culturale a Guido De Maria, vignettista e cartoonist fra i più apprezzati in Italia e grande amico di Francesco dai tempi (1967-68) della collaborazione nell'ambito del Carosello per gli slogan dell'Amarena Fabbri.

In questa prima serata, apertasi eccezionalmente non con la classica “Lontano lontano” di Luigi Tenco bensì con “Auschwitz” di Guccini, cantata da Vittorio De Scalzi accompagnato per l’occasione da Mauro Pagani e Edmondo Romano, una piacevolissima sorpresa, almeno per il sottoscritto che a dire il vero l’ha sempre un po’ trascurata, è stata l’esibizione di Cristina Donà. E’ stata direi perfetta, sia nell’esecuzione di “Stelle” di Guccini, sia dei propri pezzi, anche quando li ha cantati nell’inusuale contesto, almeno per lei, di soli pianoforte e voce. Tutti brani molto belli, compreso quello che le ha fatto vincere la Targa (ex - equo con il duo Bersani-Pacifico con "Le storie che non conosci”).

Cristina Donà - Foto di Manuel Garibaldi


Devo ammettere che il Premio Tenco, anche in passato, è sempre servito a farmi conoscere artisti pregevolissimi e anche questa volta non s’è smentito.

Un altro artista che ha asciato il segno è stato John De Leo, ex voce dei Quintorigo, qui in veste solista che dotato di una voce straordinariamente duttile e virtuosa, accompagnato da musicisti di grande spessore, ha proposto una personalissima “Il pensionato” di Guccini e alcuni suoi pezzi frutto di un’appassionata e lunga ricerca musicale. Da applausi a scena aperta.

John De Leo - Foto di Manuel Garibaldi


Il momento topico della prima serata è stato sicuramente la presenza di Roberto Vecchioni. Il Professore ha omaggiato il Maestro con una splendida versione di “Bisanzio”, brano in cui il cantautore modenese nel 1981 anticipava il non senso di un mondo dove Oriente e Occidente non si capiscono più. Eseguita da Vecchioni come fosse stata tratta da un libro di poesie, con la musica a fare solo da sottofondo musicale alla lettura del testo ha fatto si che le singole parole, una dietro l’altra, sembrassero uscire da quell’immaginario libro per dare vita a magnifiche immagini. Spettacolare, così come l’esecuzione di alcuni propri cavalli di battaglia, tra cui non poteva mancare in conclusione la sua “Luci a San Siro”.

Roberto Vecchioni - Foto di Manuel Garibaldi


Si parlava prima di note dolenti, beh direi che il duo La Scapigliatura, malgrado fossero freschi di Targa Tenco Opera prima non mi ha certo entusiasmato, con la loro aria da intellettuali barbuti e scapigliati. E’ vero che, come cantavano i Nomadi “chi vi credete che noi siam per i capelli che portiam”, non bisognerebbe mai giudicare dall’aspetto però il loro modo di porsi sia in conferenza stampa sia sul palco, il loro citazionismo, l’aria un po’ snob delle canzoni e l’essersi, di fatto, limitati a cantare e suonare le loro chitarre su delle basi preregistrate, non ha certo deposto a loro favore.

Peggio di loro però è stata l’esibizione di Appino, che s’è presentato sul palco con aria da rock star, ma non è mai riuscito a conquistarsi il pubblico presente, complici ballate dai buoni contenuti ma dall’andamento stanco. A sua parziale discolpa, bisogna ammettere che ha avuto la sfortuna di scontrarsi con un macigno gucciniano come “Eskimo”, da cui ne è uscita una versione tesa, veloce come un treno in corsa, ma assai piatta. Da dimenticare. Anzi già dimenticata.

Direi di passare alla seconda serata, visto che il resto è stato tutto molto apprezzabile, seconda serata che ha visto l’apertura da parte dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo, diretta per lì occasione da Vince Tempera, uno dei musicisti che più ha suonato con Guccini. L’Orchestra ha eseguito tre brani di Guccini tra cui una “Radici” che, grazie alla bravura della cantante ospite Vanessa Tagliabue Yorke, si può azzardare sia stata quasi meglio dell’originale apparsa su disco nel lontano 1972. Il pubblico, più numeroso che nella prima serata, se n’è accorto e ha riservato alla Yorke, a fine esibizione, una lunghissima standing ovation.

Altro artista accolto benissimo e direi meritatamente dal pubblico, è stato il livornese Bobo Rondelli, che ha reso omaggio il Maestro con “L’avvelenata” e che con un equilibrio perfetto tra ironia, leggerezza, profondità di pensiero, ha poi proposto alcuni pezzi dal suo nuovo disco “Carnevali” tra cui “Nara F.“, eseguita pianoforte e voce, dedicata alla madre venuta a mancare non molto tempo fa, con il pubblico in rigoroso silenzio e visibilmente commosso. Bravo, spendendo pochissime parole ha saputo incantare il pubblico.

Bobo Rondelli - Foto di Manuel Garibaldi


La seconda serata ha davvero sfornato ottime prove, compresa la comparsata del comico Leonardo Pieraccioni, grandissimo fan di Guccini, venuto per omaggiare il maestro. Ha eseguito alcuni suoi brevissimi ma affatto stupidi pezzi, per poi tributargli una bella e sentita interpretazione di “Venezia”. Certo c’è voluto un po’ prima che si mettesse a cantare quelle canzoni di poche pretese, come più volte detto dello stesso consapevole autore, ma lo scandalo delle “strisciate” sanremesi, gli ha offerto più di un fianco per parecchie frecciate velenose.

Ci sono state anche le interessanti esibizioni di due bei premi, il Premio Tenco per il migliore artista, assegnato quest’anno alla cantante inglese Jacqui McShee, voce dei Pentangle, un gruppo folk rock inglese con influenze jazz e il Premio “I suoni della canzone” assegnato ad Armando Corsi, uno dei più bravi chitarristi d’autore di sempre, dal passato pieno di prestigiose collaborazioni.

Armando Corsi - Foto di Manuel Garibaldi


La serata s’è poi conclusa con il set di Carmen Consoli che, chitarra elettrica alla mano, ha subito omaggiato Guccini con “Il vecchio e il bambino” con il proprio sempre personalissimo modo di cantare. Ha poi attaccato il distorsore e ha iniziato a cantare tre suoi pezzi “Geisha”, “Lo zio” e “AAA cercasi”, tutti all’insegna della difesa della donna costantemente abusata e sottomessa dall’uomo, in questo coadiuvata da un duo basso e batteria tutto femminile. E’ apparsa dura, violenta come un pugno nello stomaco, ma incredibilmente affascinante.

Carmen Consoli - Foto di Manuel Garibaldi


A deludere, invece, credo sia stata proprio l’esibizione di Mauro Ermanno Giovanardi, premiato con la Targa Tenco più prestigiosa, quella assegnata per il miglior album in assoluto dell’anno. Nulla si può dire in merito alla sua voce, una delle più belle e accattivanti dell’intero panorama italiano, capace come quella di Tognazzi di trasformare anche la ricetta di un risotto in un componimento poetico, però personalmente nutro un po’ di dubbi, per altro non fugati dalla sua esibizione al Tenco, sullo spessore artistico dell’ultima sua fatica discografica “Il mio stile”. Un’opera discutibile proprio per lo stile con cui è stata creata, troppo patinata, perfetta, quasi asettica; è certamente il suo stile ma probabilmente non il mio. Discutibile direi anche il suo omaggio a Guccini con “Dio è morto”, non contesto tanto l’originale mix con “Je t’aime … moi non plus”, anche se non ne capisco il nesso logico, ma lo stile degli arrangiamenti che hanno quasi trasformato la canzone di Guccini in una canzone da night. Mah …

Eccoci giunti all’ultima serata, quella che ha visto l’Ariston gremito come ai vecchi tempi.
Se dovessi parlare delle note stonate, avrei già finito qui, poiché è stata una serata pressoché perfetta, con alcuni punti davvero alti, come ad esempio l’apertura affidata ai Têtes de Bois, vincitori della Targa Tenco interpreti di canzoni non proprie con l'album “Extra” in omaggio a Léo Ferré. Esibizione suggestiva la loro, sia quando hanno tributato a Guccini la “Canzone delle domande consuete”, sia quando hanno affrontato il repertorio di Ferrè, canzoni di forte impatto, pieni di simboli, ondivaghe, a tratti debordanti che però il leader del gruppo, Andrea Satta, ha saputo far sue e tenere sotto controllo.

Andrea Satta - Foto di Manuel Garibaldi


Canzoni forti, sanguigne, legate alla propria terra, eppure altrettanto universali perché hanno come temi lo sfruttamento, le sofferenze, lo strapotere dei ricchi, la corruzione, sono quelle cantate da Cesare Basile, cantautore catanese e vincitore della Targa Tenco per il dialetto, con “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più”, da cui sono state tratte le canzoni eseguite in compagnia dei propri musicisti di sempre. Una garanzia la sua presenza.

Cesare Basile - Foto di Manuel Garibaldi


Come non parlare poi della travolgente esibizione del canadese Bocephus King, che ha prima incantato il pubblico con una magnifica versione in lingua inglese di “Autogrill” di Guccini, così bella da far sembrare la canzone essere nata in quella lingua e che l’autogrill descritto in essa non fosse più quello della nostra pianura padana bensì quello dell'immensa pianura americana. Segno che una canzone, quando è scritta in maniera superba, può funzionare anche oltre confine senza problemi. Poi, dopo l’omaggio a Guccini, Bocephus è tornato ai propri pezzi e con la propria band ha surriscaldato l’Ariston, tanto che a fine esibizione è stato acclamato dal pubblico a tal punto, che il conduttore Silva ha dovuto concedere, cosa rara nella storia del Tenco, un bis. Un vero animale da palcoscenico, così come ha poi scherzosamente sottolineato anche il “tappabuchi “ Paolo Migone (esilarante in tutte e tre le serate) che entrato canticchiando la melodia del brano appena cantato da Bocephus ha detto di lui, scherzando, “quello è una bestia, mettetelo in una gabbia e rispeditelo in Canada”.

Bocephus King - Foto di Manuel Garibaldi


Salire sul palco, dopo un’esibizione così, chitarra e voce sola e portarsi il pubblico dalla propria parte credo sia un’impresa non da tutti, eppure Giovanni Truppi (Premio IMAIE 2015), uscito sul palco quasi nudo (in canottiera a dire il vero) accompagnato dalla propria chitarra elettrica è riuscito nell’intento. Dopo una bella versione di “Gli amici”, il suo bell’omaggio a Guccini, i suoi brani a tratti intimisti, a tratti surreali, a tratti sfrenati, uniti a una tecnica impressionante sia a livello strumentale sia vocale hanno fatto il resto. Da annotarsi.

Questi gli apici di una serata che si è conclusa con una rappresentativa dei musicisti storici di Guccini che hanno tributato al maestro alcuni suoi classici, poi lo stesso Guccini è salito sul palco per ringraziare e salutare.

Francesco Guccini - Foto di Manuel Garibaldi


Non vi poteva essere conclusione più degna.


venerdì, ottobre 02, 2015

Intervista a Flavio Oreglio intorno alla rassegna “Musici, poeti e giullari”

di Fabio Antonelli

Castello Malaspina - Brallo di Pregola (PV)


Sabato 3 ottobre, presso il Circolo dei Poeti Catartici che ha sede nel Castello Malaspina in frazione Pregola di Brallo di Pregola (Pavia), che detto così sembra di doversi infilare in culo ai lupi per arrivarci, avrà inizio la rassegna “Musici, poeti e giullari”, ossia una serie di Cene d’Autore (food & entertainment) che vede la tua Direzione Artistica. Cominciamo dalla location, termine che va tanto di moda, perché in questo luogo particolare e per altro di grande fascino?

Perché a Pregola, nel 1980 io ho fatto la mia prima serata proponendo le mie canzoni … in occasione del Trentennale ho deciso di costituire una sorta di “rifugio” catartico per ricordare le mie radici nel luogo dove il seme è stato piantato. Il nome giusto per questo rifugio non è stato difficile da trovare, è nato così il circolo dei poeti catartici che si propone come “cabaret d’altura”…

Flavio Oreglio


Il titolo che hai voluto dare alla rassegna, se non dico male, sembra quasi volersi riallacciare ad un mondo passato, quello rinascimentale in cui musici, poeti e giullari erano nelle mani di generosi mecenati che però riconoscevano il loro valore. Oggi, purtroppo, non è più così, però forse qualcosa ancora si riesce a fare. Questo tuo progetto va in tal senso?

Musici poeti e giullari, anche se nella terminologia sembra richiamare il medioevo (cosa che potrebbe anche avere un senso) in realtà si riallaccia alle componenti fondamentali storiche del cabaret nato alla fine dell’ottocento, il quale raggruppava un gruppo di poeti d’avanguardia che sperimentarono nuove forme di scrittura poetica (tramontava il romanticismo e nascevano realismo e simbolismo) l’interazione tra musica e poesia (albori della moderna canzone d’autore) non disdegnando il linguaggio satirico-umoristico. Mi riferisco al gruppo di poeti denominati “Les Hydropathes” e guidati dal giornalista Emile Goudeau, ad Aristide Bruant e alla sua “chanson canaille” (che cantava il lato oscuro della Belle Epoque) e a uno stuolo di disegnatori e scrittori satirici che fecero vivere la rivista “Le Chat Noir”, collegata all’omonimo locale (Chat Noir) fondato dal pittore Rodolphe Salis nel 1881.

Leonardo Manera - Primo ospite della rassegna


La rassegna si aprirà con Leonardo Manera, un ospite molto noto anche al grande pubblico anche grazie alle sue innumerevoli partecipazioni televisive, perché hai voluto affidare proprio a lui l’onere di rompere il ghiaccio?

Leonardo è un grande artista e un amico. A me piace sconvolgergli la vita con queste proposte, lui che è persona gentile e sensibile non mi dice mai di no soprattutto perché sa che in caso contrario lo picchio. Scherzo ovviamente … l’ho già picchiato … La verità è che Leonardo ha una straordinaria dimensione poetica che non sempre traspare dalle sue apparizioni televisive ma che io voglio assolutamente sul palco che mi sono proposto di dirigere.

Tra i vari personaggi che settimanalmente calcheranno la scena, vedo nomi a te molto familiari come Alberto Patrucco o Flavio Pirini, entrambi, come te, eternamente oscillanti tra la veste di comico e quella di musicista, ma anche veri e propri musicisti come il milanese Folco Orselli o poeti come Vincenzo Costantino “Cinaski”, come ti sei mosso nello scegliere gli ospiti?

La scelta degli ospiti rispetta la dimensione del cabaret che ti ho esposto poco fa. Il vero cabaret non è quello televisivo (quello è varietà, avanspettacolo, animazione da villaggio … arti nobili che però col cabaret non hanno niente a che fare). Io voglio riproporre lo spirito originario del cabaret e quello spirito vive nell’anima di tutte le persone che ho contattato.

L'interno del Castello Malaspina


Di questa rassegna sei, come detto, il Direttore Artistico, ma sfogliando il programma vedo che ti sei tenuto una serata da protagonista, ci dobbiamo aspettare qualche novità?

Ho a disposizione uno spazio e lo uso sia per proporre artisti che ritengo in linea col mio pensiero artistico sia per tenere un contatto diretto con il pubblico in particolari occasioni. L’inaugurazione del circolo avvenuta quest’estate è stata un tripudio di affetto, il 15 ottobre uscirà per Salani il libro “Catartico!” (antologia e inediti) e quale luogo migliore potrei trovare per presentarlo? Per il resto io sarò presente di tanto in tanto per seguire da vicino l’andamento del progetto.

Il ciclo di incontri si concluderà il 4 dicembre  con Walter Leonardi e direi che si chiude davvero alla grande. Che aspettative hai da questa rassegna, considerando anche il fatto che in Italia la sensibilità verso quella forma d’arte che era il cabaret , inteso come divertimento in grado però di far pensare, è stata letteralmente sedata da anni di imbarbarimento culturale?

Le mie aspettative? Spero di portare il pubblico a conoscenza della grande varietà di linguaggi intelligenti che sono in circolazione e che la televisione non tiene quasi mai in considerazione … è la mia battaglia di sempre, condensata nel progetto “Musicomedians” (www.musicomedians.it) sul quale lavoro da quindici anni. Sai com’è … si combatte …

Direi di chiudere, se sei d’accordo, fornendo ai lettori i riferimenti della Rassegna e, da parte mia, con un bel in bocca al lupo.

La rassegna “Musici Poeti e Giullari” è un ciclo di 10 appuntamenti, si parte sabato 3 ottobre e poi si procede tutti i venerdì fino al 4 dicembre. Si terrà al “Circolo dei Poeti Catartici”, presso il Castello Malaspina a Pregola (Brallo di Pregola – PV). Per maggiori informazioni si veda il sito www.poeticatartici.it e/o la pagina Facebook del Castello Malaspina (www.facebook.com/Castello-Malaspina-1438386723113867/). Ci vediamo sui monti, nell’ultimo comune dell’appendice sud ovest della Lombardia … terra di confine e di grandi promesse. Grazie per l’augurio … contraccambio katartikamente.

ll Direttore Artistico


Programma rassegna “Musici Poeti e Giullari”

03.10.15 Serata inaugurale - Incontro con LEONARDO MANERA
09.10.15 ALBERTO PATRUCCO in “Vedo buio”
16.10.15 VINCENZO COSTANTINO “CINASKI” in “Nato per lasciar perdere”
23.10.15 FOLCO ORSELLI in “Storie e canzoni blues da MilanoBabilonia”
30.10.15 FLAVIO OREGLIO in occasione del suo “Trentennale on stage” presenta il libro antologia “Catartico!” (Salani – 2015)
06.11.15 GIORGIO MACELLARI in “Tra jazz e musica d’autore” - Special guest: Riccardo Bianchi
13.11.15 FLAVIO PIRINI in “Circa intorno quasi teatro canzone”
20.11.15 STEFANO COVRI in “Milano canta e spara”
27.11.15 Serata magica - Incontro con RAUL CREMONA
04.12.15 WALTER LEONARDI in “Recital”