Nei giorni scorsi, curiosando
nel mare di musica rappresentato dal web, faccio una visitina al sito ufficiale
di Claudia Pastorino, docente a contratto all'Università degli Studi di Genova
di Laboratorio di Linguaggi della Canzone, vocologa artistica, insegnante di
Canto e di Cantoterapia, nonché apprezzata cantautrice, suo ultimo album
pubblicato Claudia (Ed. Sugar 2015) e mi imbatto nel seguente comunicato.
“Nel 1990 ho cominciato la
professione concertistica, come cantante di pianobar e come cantautrice.Ripercorrendo la mia trentennale attività di
cantautrice, ho spesso raccontato le difficoltà dei primi anni, causate dalla
mia timidezza paralizzante di allora, ma soprattutto dall’ambiente cantautorale
maschile e maschilista dei primi anni Novanta. Ma, come dicevo anche nel mio
libro La Cura del Canto, nessuna forza contraria può spegnere una voce che
vuole esprimersi cantando. E così sono stati trent’anni intensi, impegnativi,
viaggianti, profondamente emozionanti, in cui ho avuto la gioia di collaborare
con grandi Musicisti sia nell’ambito Popular che nell’ambito Classico. Nel
2020, a distanza di trent’anni da quegli inizi, ho sentito il bisogno di
concludere le mie attività concertistiche e di dedicarmi al 100% alla didattica
del Canto e della Cantoterapia. E, come scrive Barraqué - Quando ho smesso di
cantare il mio canto è cominciato davvero -"
Scorrendo il tuo sito
(www.claudiapastorino.it), alla ricerca di qualche data live da cogliere al
volo o magari semplicemente pubblicizzare, mi sono imbattuto in questa tua
lettera, in realtà pubblica nel 2020 (quindi immagino in pieno lockdown) in cui
annunciavi di voler concludere l'attività concertistica, dopo trent'anni
intensi e ricchi di collaborazioni, per dedicarti in maniera esclusiva alla
didattica del Canto e della Cantoterapia? È proprio così? Vuol dire che non
avremo più modo di ammirarti in nuove esibizioni live?
Sì, dopo trent'anni mi è proprio
venuta meno la voglia di fare i concerti e così ho smesso. Ora in realtà canto come
prima e più di prima, perché insegno Canto, Cantoterapia, Linguaggi della
Canzone tutto il giorno e tutti i giorni della settimana e il canto è più
libero e più divertito di prima, insieme ad allievi e studenti.
Il non voler più fare concerti
implica anche il non scrivere e pubblicare più nuove canzoni?
Adesso sono molto concentrata
nella scrittura dei libri: uno La Cura del Canto (Ed. Gribaudo 2021) l’ho
pubblicato l'anno scorso e, il prossimo, dovrebbe uscire a fine anno o inizio
anno prossimo. Però non si sa mai... se mi tornasse l'ispirazione di scrivere
canzoni, le pubblicherei "artigianali" direttamente online…
Nell tua decisione finale, questo
final cut, ha influito anche la pandemia in corso o la chiave di lettura è più
da ricercarsi negli amari versi della tua Trent'anni: “E in questi panni
ti faccio un po’ pena / coi miei trent'anni e la testa piena / di illusioni /
che non ha senso star lì a soffrire / tanto a nessuno interessa sentire /
queste canzoni"?
Un misto di entrambe le cose.
Cantare, oltre a essere stata una professione bellissima, ha significato di
più, è stata nello stesso tempo anche una terapia. E sono estremamente grata a
chi lo ha reso possibile, venendo a un concerto o a decine di concerti. A
presto ritrovarci sulle strade del Canto e della Cantoterapia.
A tre anni di distanza da “Il
fantasma baciatore”, il cantautore, scrittore e poeta veronese Marco Ongaro ha
dato alle stampe, preceduto dal videoclip “Solitari” e dal singolo “A ritroso”,
un nuovo album intitolato proprio “Solitari” (Vrec/Andromedarelix), fortemente
voluto e supportato dal produttore Gandalf Boschini e suonato dalla band
prog-rock dei Logos e altri musicisti di valore. Ne è uscito un disco di grande
impatto sonoro, accolto dalla critica con entusiasmo e, credo, destinato a
diventare un classico, soprattutto per le tematiche affrontate e per come sono
state affrontate. Ma chi meglio dell’autore può permetterci di addentrarci nel
suo mondo poetico?
Come sempre vorrei partire dalla copertina del tuo nuovo
lavoro discografico Solitari, perché così come per un prezioso profumo
il packaging costituisce il biglietto da visita dell'essenza stessa, così la
copertina di un disco ben riuscita dovrebbe attrarre e al contempo suggerire il
contenuto dell'intero album. Tratta dalle riprese del videoclip del brano
omonimo che ne ha anticipato l'uscita, la fotografia dai colori desaturati
molto vintage ti ritrae davanti a una Jaguar degli anni '80 con sullo sfondo l'amica
Jesusleny Gomes, ormai non nuova alle collaborazioni video, con il figlio,
entrambi di fianco a una datata Volvo 242. Copertina e titolo suggeriscono
l'idea di un disco dalle sonorità vintage e un duplice significato, preziosità
dei diamanti solitari ma anche solitari che infinite possibilità della vita
possono far incontrare... Non ho capito nulla?
Direi che l'interpretazione è azzeccata.
Entrambi i significati scaturiscono dall'immagine scattata durante la
lavorazione del video con l'intenzione di coordinare il tutto ben chiara dal
principio nella mente del produttore Gandalf Boschini. C'è sempre un margine di
casualità e spirito dell'occasione a intervenire nel risultato finale, giacché
l'amica Jesusleny Gomes ha fornito il contatto con l'ACI di Venezia per
l'utilizzo delle auto in questione, contribuendo di fatto all'atmosfera
generale desiderata dal regista Luca Sammartin, che è pure l'arrangiatore del
disco. Un team ben affiatato tra programmazione e spontanea creatività. Non
giurerei poi tanto sul vintage in merito alle sonorità dell'album, talvolta
immerse in un clima anni 70 grazie all'apporto della prog-rock band dei Logos,
certo, o con vaghi sprazzi anni 80, ma in generale ben in linea con timbri e
groove delle produzioni di questo primo ventennio Duemila. Di vintage ci sono
in verità soprattutto io, che scollino qui dal Novecento nell'imperterrita
insistenza di restare vivo oltre la durata assegnata alla stagione dei
cantautori, con l'impudenza di scrivere e proporre ancora brani inediti, senza
mai riciclare un'esperienza dal vivo. Solitario anch'io, non fosse per la nuova
linfa di giovani come Gandalf e Luca e gli altri, giovani o altrettanto
ostinati, che si sono uniti nell'impresa. Tutti solitari in fondo, nella
realizzazione di un disco in epoca pandemica, con registrazioni separate -
alcuni partecipanti come Adam Clarke alla cornamusa, Giacomo Cazzaro al sax e
Barbara Lorenzato ai cori mai li vidi né probabilmente li incontrerò - tra
autocertificazioni e studi d'incisione sanificati e risanificati in giro per il
Veneto, ma solitari che si riconoscono nella loro preziosa rarità. Guardando la
copertina, più che un'impressione vintage in merito al tempo scorgo una idea di
spazio circospetto, di separazione virtuosa nella coscienza di un'autonomia
conquistata a fatica. Il tutto shakerato ma non mescolato a un mood nostalgico
sul modo di vivere più che su quello di suonare. Torneremo a incontrarci o
resteremo online? E l'incontro sarà fortuito o scelto su una piattaforma
professional-sentimentale? Il tappeto verde su cui stiamo con le auto d'epoca
in copertina è reale o virtuale? Jesus e suo figlio sono creature del Metaverso
o persone in carne e ossa? In tal senso, il terzo video girato con lei, in cui
non accadono cose massimaliste come nei precedenti, esalta il miracolo di
essere semplicemente vivi e ritrovarsi su una strada di asfalto vero, per caso,
bere vino di un rosso concreto e preferire alla meraviglia di un innamoramento
programmato una più appagante comune conoscenza con lo scambio finale di un
libro. La rarità cantata nel brano che dà il titolo all'album è paradossalmente
l'assenza di eroismo virtuale, la speranza di tornare a una normalità troppo a
lungo stravolta dalla ricerca di effetti speciali. Ma questo mi viene da
rispondere oggi, sono pronto a offrirne domani una nuova interpretazione.
In attesa allora di una nuova altrettanto vera
interpretazione, vorrei dare uno sguardo d'insieme al disco che si apre, oserei
dire magnificamente per sonorità e atmosfera, con A ritroso per
concludersi ancora con una ripresa in acustico, con lunga coda strumentale, dello
stesso brano (così come probabilmente è stato concepito) in una sorta di
viaggio, appunto, a ritroso. Il tuo recente saggio su Serge Gainsbourg mi ha
insegnato che un poeta può nasconderne un altro e devo dirti che questa
circolarità del disco mi ha riportato alla mente, in un gioco di rimandi, un
film proprio di quegli anni di Theo Angelopoulos. Circolarità a parte, ciò che
mi sembra trasparire nell'ascolto ripetuto è una compattezza quasi granitica
del disco nella sua interezza, non è un concept album ma sembra quasi esserlo,
è solo una suggestione?
Perché non citare allora Prima della pioggia
di Milčo Mančevski o Pulp Fiction di Quentin Tarantino? La circolarità
del tempo è l'essenza della "catena delle nascite e delle morti" di
concezione buddista nonché platonica, si inserisce nelle età vichiane ed è
patrimonio dell'umanità senza scomodare pure il decadentismo dandy di Joris
Karl Huysmans che nel 1884 ha dedicato un romanzo intitolato A ritroso all'opportunità
di revisione della propria esistenza risalendo verso un'origine mai conclusiva.
Credo che l'imposizione di Gandalf Boschini nell'esigere un album non
concettuale si sia rivoltata contro di lui senza che lo volessimo, creando
l'ironia di una raccolta di singoli incorniciati da una canzone con ripresa
come si usava ai tempi d'oro del prog, vedi King Crimson, tale da far risaltare
i solitari come fossero parte di una parure incapace di far loro perdere la
sostanza solitaria della rarità. L'effetto è straniante e curioso. Non è un
concept album però ne suggerisce l'idea, tanto che poi si va in cerca del
concetto che dovrebbe riunirne i brani e si seguono filoni privi di compiuta
linearità. Potremmo chiamarla una "poesia della confezione", quanto a
complessiva irriducibilità interpretativa: non si arriva mai a una decifrazione
definitiva ma si continua a scovarne indizi. A ritroso ne è in effetti
il contenitore ideale.
Hai ragione, avrei anche potuto citare allora Il cerchio
di Jafar Panahi, ma il mio virare verso la Grecia trova il suo perché nel
disco, impregnato direi di una certa ellenicità, se ben due canzoni Una
signora per bene ad Atene e Parcheggiare a Delfi, non solo sono
collocate geograficamente in Grecia, ma respirano nei versi aria di classicità,
di mitologia, di filosofia. Sembrano già esse stesse dei classici, storia e
presente si mescolano, aneliti divini si alternano ad umane miserie. Vorrei
però la tua chiave di lettura, almeno quella di oggi...
Beh, la prima è il divertimento. Nei testi
scritti nei luoghi narrati, cioè Atene e Delfi, con passaggio obbligato a Tebe,
mi è piaciuto registrare la commistione tra passato e presente, così ben
testimoniata dalla lingua greca moderna, tanto dissimile da quella antica da
sembrare che sia un'altra senza però esserlo fino in fondo. L'esercizio
all'oblio dei Greci sta tra l'ammirevole e il disdicevole, è senz'altro un
espediente necessario alla prosecuzione dell'esistenza nel fluire delle ere. Lo
shock culturale di ascoltare parole che riportano a etimologie di termini
italiani in un continuo rifrangersi di metamorfosi tra il classico e il
contemporaneo è occasione troppo ghiotta, straniante ed emotivamente densa. Graffiare
a Tebe la macchina noleggiata e sistemare la faccenda assicurativa con 100 euro
in franchigia ad Atene sembra, pur vissuto nella realtà, uno scherzo che
ripropone nella ordinarietà veniale del quotidiano la creazione dell'Areopago
per giudicare i crimini del matricida Oreste cantata in età classica. E
scoprirsi a pregare Apollo per trovare un parcheggio nella scoscesa Delfi non è
meno scioccante e ironico. La classicità aggredisce la mente nell'esatto
momento in cui l'irrisorietà moderna la sgrava di consapevolezze che un tempo
pesavano su ogni gesto in luoghi tanto roridi di trascendenza. Come gli
Italiani abituati al Portico di Ottavia possono mangiarsi un panino nel ghetto
senza rammentare nulla delle stratificazioni del tempo in un'area così antica,
così i Greci sembrano non accorgersi che in ogni angolo della loro terra
l'Olimpo continua a manifestarsi con prodigi ridimensionati costantemente
dall'inaridimento occidentale dell’invisibilità immanente. Ma dal latino
all'italiano il passo è molto più evidente che dal greco antico a quello
moderno. Noi abbiamo cambiato le parole, loro i significati. La nostra “metafora”
per loro è un “autobus”. Gli Olimpi sono morti soprattutto nella mente dei
Greci, Gesù ha sostituito suo padre Zeus, come Egli temeva, ma io continuo a
ringraziarlo quando su un'isola delle Cicladi trovo sollievo dal solleone
grazie a una nuvoletta pluvia che in Italia farebbe invece pensare a Fantozzi.
Se le cose sono superficiali quando le guardi in superficie, è bello cogliere
la profondità dimenticata di un luogo sacro come la Grecia.
Vorrei continuare in questa sorta di gioco,
abbinare una canzone a un'altra apparentemente senza nulla in comune, mi
riferisco a L'atteso e Rimasta qui, sembrano anzi nei titoli
presupporre due situazioni diametralmente opposte, in realtà mi sembrano
giocare sulle relazioni temporali tra l'istante vissuto, quel che potrebbe
divenire e ciò che è stato. Mi aiuti a far luce?
Innanzi tutto sono la seconda e la penultima
canzone del disco, come posizione hanno un'analogia che dovrebbe finire lì. L'atteso
è una figura imprendibile che non arriva mai ma continua a essere
aspettato, comincia come un eroe e poi non si sa neanche se sia morto, il che
senz'altro lo escluderebbe dal novero dei martiri, nonché delle persone
attendibili oltre la loro esistenza terrena. Così atteso da sembrare quasi
L'appeso dei Tarocchi, che in effetti imperversano in Rimasta qui, con
la Madonna protopapessa che si stempera nel Matto in una festa di Arcani
Maggiori di cui l'Eremita, simbolo della Vergine, scompare nel miracolo mistico
dell'assunzione in Cielo mentre la comune mortale uscita dal mazzo come
l'Amante, forse, o come qualunque altra carta, rimane in grembo, priva di
destinazione trascendente. Si trovano collegamenti con qualunque cosa,
l'analogia non scarseggia, e come pretesto per parlarne lo stratagemma
funziona. Parliamo comunque di presunte individuazioni: L'atteso è
inesorabilmente assente, Rimasta qui è presente ben oltre le
aspettative, con ostinazione, anche quando in teoria non dovrebbe esserlo più.
La prima è una forma di assenza molto presente nel pensiero, pensiero slanciato
nel futuro per l'attesa, la seconda è una presenza che si protende nel tempo
del ricordo, un pensiero rivolto all'indietro. Hai ragione sono speculari,
diametralmente opposte. Entrambe ballate, rese musicalmente al massimo della
loro ritmicità.
C'è una canzone, Ricominciando, che credo non a caso
sia stata collocata a metà del disco tra le due A ritroso. Si ruota
ancora intorno al concetto di tempo, o meglio alla ciclicità del tempo, al continuo
ricominciare per cui "ogni incontro ha il suo motivo". È proprio
così?
Il titolo già lo dice. Ricominciare indica un
nuovo inizio, dunque c'è stata una fine, ragion per cui si ha occasione di
iniziare nuovamente. Ma la fine dell'inizio e l'inizio della fine si confondono
sempre, finché la faccenda non sarà davvero conclusa. In mezzo abbiamo il
dubbio tra la reale cesura e quella percepita, un po' come per la calura estiva
mista a umidità. Davvero è finito o è un'illusione? Davvero comincia o è un inganno?
In una realtà in cui l'immagine conta più della sostanza, si può comprare una
fontana per vendere un miraggio, senza dissetare nessuno. Si possono fare foto
mirate a una sala spettacoli e fingere che fosse zeppa quando non c'era
nessuno, si può guardare il mare e vedere solo ciò che di bello si immagina
all'orizzonte. Niente morte per acqua, niente morte per fuoco, infine niente
morte. Tutto riparte. Cosa è finito e cosa comincia? "L'inizio è sempre al
buio" vuol dire questo: non è detto che non ci si stia aggirando ancora
nella fine non consumata e chissà se si arriverà mai a vedere interamente chi
si è incontrato. Ci sostiene il caso, con il suo carico di fatalità, a definire
se la fine offerta in aperitivo non è che il preludio a un primo piatto o a un
dessert. Insomma il vortice è tutto lì, nella terra di nessuno della madre di
tutte le metafore, il tempo. Gira la carta un'altra volta e torna l'Appeso,
l'Eremita, l'Amante o forse La Torre. La divinazione in fondo non è che una
specie di bussola per aggirarsi in questa zona incerta, nella quale indugiare
non è poi spiacevole. Una svolta è la fine di un modello e l'inizio di un
altro, ma lascia i suoi rimasugli, frattali ripetuti dentro e fuori l'immagine.
Ho molto amato come l'arrangiamento di Luca Sammartin ha stravolto la versione
"iniziale", animando con batteria elettronica l'andamento da
lenta ballata sottolineata dal pianoforte di Erik Boschini. La chitarra di
David Cremoni ha inacidito il tutto dando l'impressione che un qualcosa di
stabilito infine esista.
Anche in questo disco hai dato spazio a due belle
traduzioni, una è La canzone di Prévert di Serge Gainsbourg che è legata
a giro stretto al saggio da te appena dedicatogli in coincidenza con i
trent'anni dalla sua morte, l'altra è Homburg dei Procol Harum che forse
per la prima volta offre la possibilità di essere compresa nella sua pienezza.
Entrambe sono reinterpretate in nuove vesti, la prima diventa un country folk
la seconda un rock prog di ampio respiro. Entrambe direi mettono le minigonne e
ringiovaniscono non di poco. Ti trovi concorde con questa mia visione?
Non so se le minigonne, ma l'arrangiamento sì le
ha un po' ringiovanite anche se per me il fascino delle loro versioni originali
rimane immenso. Alla canzone di Gainsbourg ho dedicato un capitolo intero del
mio libro su di lui, la traduzione al confronto è un giochino, un gesto di
affetto ammirato per un personaggio che mi è diventato molto familiare dopo
aver passato insieme mesi di studio e interpretazione. Scrivere un saggio biografico
ermeneutico su un creatore è un modo di assumerne la forma, addentrandosi nei
meandri della sua mente e delle sue emozioni. Cantarlo, a quel punto, è come un
momento di relax, un disimpegno in cui ti permetti di impersonarlo dopo averne
dissezionato l'intimità estetica. La canzone di Prévert è un capolavoro
di metacanzone, una esegesi in versi che merita di essere divulgata come lo
meritano i brani dei Procol Harum, in cui il poeta Keith Reid ha dato il meglio
di sé. Si tratta di due autori di origine ebraica, latori di una profondità non
sempre così spontanea nei gentili. L'abitudine tradizionale a contrattare con
Dio e a ridiscutere le alleanze sovrannaturali evidentemente dona loro una
marcia in più nel manipolare il significato delle cose. Homburg è un
momento di apocalisse su atmosfera classicheggiante di cui valeva la pena
cercare di restituire il senso. Il declino e lo spaesamento di un ragazzo
incasinato assumono dimensioni universali con pochi versi ben assestati. Altro
che L'ora dell'amore.
Vorrei parlare ora di La paga, canzone che mi viene da
accostare a Ciascuno ha il proprio festival del tuo precedente disco,
magari non si vuole prendersi troppo sul serio, usando l'arma dell'ironia, ma
in fondo qualche sassolino dalla scarpa ogni tanto è giusto toglierselo, è
così?
Chi si schermisce dietro a "un iban
difettoso" per non pagare il giusto compenso merita una frecciata, ma
principalmente La paga è un canto di giubilo, in cui un riff alla Deep
Purple si apre poi nella festa dei soldi che arrivano in tutte le loro varie
forme, dal bonifico al versamento, con moneta e divisa che si contendono la
gioia finale del Signor Bonaventura. Il compenso sì, ma non solo, c'è anche la
moglie generosa che alimenta l'immaginario dell'artista in ambasce per le
mancate onoranze dei debitori. Se l'insegnante di scrittura creativa di Raymond
Carver, John Gardner, suggeriva come soluzione di "vivere alle spalle del
coniuge", chi sono io per sminuire una tale meravigliosa opportunità?
Anziché rantolare come Baudelaire all'inseguimento di un'elemosina
dall'esecutore finanziario del patrigno, è preferibile giocare a bridge
sperperando i beni coniugali come Barry Lindon. Viva Bel Ami e muoiano tutti i
Filistei.
Eccoci alla canzone che ho volutamente lasciato per ultima,
cioè Metaforicabionda che sembra quasi essere un seguito di Bionda.
Là la bionda in questione era la sigaretta come metafora della donna fatale,
qui è una bionda in carne e ossa, neppure bionda, solo tinta ma metaforicamente
bionda, di quel biondo che fa sbarellare gli uomini e forse anche le donne. Quella
che sembra cominciare come una canzone d'amore sembra poi incentrarsi sui segni
lasciati dal tempo "da troppe estati da troppi inverni" vissuti,
sembra quasi una vendetta servita fredda alla Kill Bill o è solo una mia
impressione?
Non c'è niente di freddo in questa canzone. È
abbastanza rovente la "scorrettezza politica" che la imbionda, tinta
a prima vista di una vaga misoginia. Naturalmente non si riferisce a una donna
quanto invece a un atteggiamento, un comportamento, una propensione
all'apparenza in un'epoca social in cui piattaforme di incontri consentono di
rimorchiare dopo aver valutato l'aspetto e l'intelligenza presunta delle
persone coinvolte. Così si cura il proprio charme in base a ciò che si è voluto
mostrare via internet. Foto in posizione ed età favorevoli, acconciatura fresca
di parrucchiera, sorriso che attutisce le rughe. Ma le rughe ci sono e i
capelli non sono più biondi da parecchio tempo, in alcuni casi non lo sono
stati mai. Il rimorchio da annunci sentimentali tipo "AAA cercasi" è
camuffato da simpatico scrolling delle immagini su piattaforme apposite, cui
seguono gli incontri non sempre all'altezza delle speranze. La bionda diventa
metafora di questa ricerca un tempo destinata solo a pochi incapaci di trovare
moglie o marito e ora di uso generale quale modo principe di conoscere
qualcuno. Al bar o al ristorante ci si trova dopo aver già ben vagliato le
credenziali e quel che sarà sarà. L'occasione favorisce l'occasionalità e il
make-up fotografico deve poi reggere alla prova in presenza. "Il problema
più importante per noi / è di avere una ragazza di sera", cantava
Celentano. Non è più questo, il problema ora è di incontrarne una vera.
Un'ultima domanda, rispettando
quella circolarità di cui si è parlato, tornando a ritroso al punto di
partenza, a Gandalf Boschini e ai Logos, quanto il non dover pensare agli
arrangiamenti dei pezzi e all'impostazione sonora ti ha permesso di cantare con
maggiore libertà, con risultati notevolissimi come anche le prime recensioni
ricevute hanno sottolineato?
Ringrazio per i giudizi favorevoli.
Libertà sì, nel senso di sgravio di responsabilità. La delimitazione del campo
creativo, restringendo i confini alla costruzione di musica e testi senza
badare alla veste e alle scelte stilistiche finali, corrisponde infine a una
maggiore concentrazione sulla propria area di talento. Lasciarsi guidare è un
po' delegare, un'abilità di per sé. La capacità di cedere parte del controllo,
indispensabile all'orgasmo in amore, alla crescita imprenditoriale, all'aumento
del tempo libero, è il risultato di un progresso che permette una più armoniosa
attività in team. La voce stessa risulta maggiormente immersa nella musica, c'è
meno ego, è parte di un felice sforzo comune che attribuisce al
"solitario" una valenza tutt'altro che solipsistica. La demarcazione
del proprio spazio contribuisce a una migliore visione d'insieme. Una lezione
di maturità, meglio tardi che mai.
Dopo ben sette anni di
silenzio musicale, risale infatti al 2014 il suo ultimo album Malaspina
(Hydra/Ukulati), il cantautore pavese Oliviero Malaspina a fine 2021 ha
pubblicato uno splendido singolo dall’eloquente titolo “Il bisogno più
profondo” (Tilt Music Production / SottileVerticale Music) accompagnato da un
videoclip che intelligentemente sottolinea ogni singola parola di un testo
meraviglioso. Quale occasione migliore per sentire cosa bolle in pentola…
Circa tre mesi fa hai
pubblicato il singolo Il bisogno più profondo che sin dal primo ascolto
mi ha segnato, scusa il gioco di parole, profondamente. Com'è nato questo
splendido brano dopo tanto tuo silenzio musicale?
Caro Fabio, intanto i sette anni
non sono stati una scelta ma sono stato gravemente malato nel 2015 e 2016, con
quattro interventi e riabilitazioni. Musicalmente in questo periodo ho
collaborato con diversi artisti, ultimi Phil Mer e Andrea Pavoni per Canzoni
in verticale, in uscita. Mi sono poi dedicato alla narrativa, pubblicando La
prossima volta saremo felici (Galata Ed. 2017) e Drammaturgia degli
invissuti (Fallone Ed. 2019), scritto con Giuseppe Cristaldi, libro
adottato dalla facoltà di Psicologia dall' Università Salesiana di Torino. Il
bisogno più profondo nasce dall'esigenza di una catarsi interiore, piccoli
flash per raccontare di vita morte e amori. Ho cercato un suono controcorrente
alle esigenze del mercato e dell'editoria italiani, infatti, la mia casa
discografica è la TILT Corporate London e la distribuzione Sony Music Usa.
Presto uscirà un altro singolo e a settembre l'album.
Il silenzio era ovviamente
riferito al tuo discorso musicale inteso in prima persona e la notizia di un
tuo prossimo disco in uscita a settembre non può che farmi felice, così come credo
tutti coloro che amano la musica di qualità. Il disco ha già un titolo? Sempre
che si possa anticipare qualcosa ...
Non ancora. I titoli sono sempre
un casino per me.
So che molti preferiscono
sceglierlo per ultimo, in effetti, ma qualcosa in più si può saper del nuovo
disco? Non è certo notizia di tutti giorni un tuo disco.
Sarà un disco molto duro e scuro.
Tanti pianoforti concepiti cinematograficamente, in primo piano, campo lungo.
Archi, elettronica con suoni creati. Molti musicisti bravi.
Quindi il singolo sembrerebbe
uno dei pochi momenti di luce, un volere spiazzare l'ascoltatore?
No, è un corpus a parte.
Nel senso che non farà parte
del nuovo disco o che rappresenterà un unicum all'Interno del nuovo lavoro per
stile e scrittura?
Non credo farà parte dell’album
così come il singolo che uscirà a maggio. Oltre al discorso sonoro e del
momento vissuto, credo si debba essere corretti con chi ci segue e quindi
evitare doppioni. Se fai caso alla mia discografia, io non ho mai fatto uscire singoli.
Non ci avevo mai fatto caso. Allora
ti chiedo se per te ha ancora pienamente senso parlare di album in senso
generale, come raccolta di canzoni e come supporto fisico in un mondo musicale
sempre più virtuale, sempre più fluido...
Ha ancora più senso di prima. Le
piattaforme vanno bene ma io amo il supporto fisico con libretto come in ogni
mio lavoro. Non è musica al consumo, quindi ha un corollario importante sia in
cd e vinile, 100 vinili numerati non ristampabili.
Su questo aspetto non puoi che
trovarmi d'accordo, da feticista del disco, per me un album è fatto di musica, testi
crediti, fotografie disegni, di pagine da sfogliare e consumare. Ci sarà
qualche collaborazione in questo tuo nuovo lavoro? Tu che in passato hai
collaborato a tua volta sia con Fabrizio sia con Cristiano De André, ma non
solo...
No. Ci saranno tanti musicisti
eccelsi e qualche talento scoperto in questi anni. Niente duetti.
Personalmente trovo comunque
molto interessanti nell'ambito della canzone d'autore le collaborazioni, che
non vuol dire necessariamente cantar poi i brani in coppia ma magari scrivere a
quattro mani oppure progettare dei percorsi comuni. C'è qualche artista, al di
là di coloro con cui hai già collaborato, con cui ti piacerebbe confrontarti,
magari nel mondo musicale femminile che sembra quasi essere visto come un
universo separato?
Sto scrivendo alcune musiche con
Carlo Calegari. Un mostro di bravura. Non mi sono mai posto problemi di genere.
Amo alcune cantautrici ma tendo a fare tutto da solo. Sto scrivendo un album
per Fanya Di Croce, ci vedremo a fine aprile per confrontarci.
Le collaborazioni fanno sempre
bene alla buona musica e le sinergie non possono che apportare nuova linfa.
Ho anche avuto contatti con Mina
e Patty Pravo ma hanno trovato i testi, come dire, un po' troppo impegnativi e capisco
bene. Anche se speravo che fossero più libere, vista la caratura dei
personaggi.
Beh, forse è semplicemente più
facile puntare sul già noto al grande pubblico, sarebbe però stato interessante
vederne i risultati.
Sinceramente no. Vedo molte
lamentele ma molta pigrizia. Tipico di noi italiani. Lamentarsi e non fare
nulla. Io sono curioso quindi cerco di ascoltare tutto anche per imparare. Ho
ascoltato cose molto interessanti. Ma anche molte banalità.In più trovo che musicalmente e
editorialmente ci sia una sproporzione immane tra offerta e domanda. Viviamo un
momento di forte arretratezza culturale. Non stupiamoci se poi finisce tutto in
sceneggiate e gossip anziché una forma d'arte dalle radici greche.
Tutto ciò che affermi è vero,
la troppa offerta poi non fa che mescolare banalità a qualità e l'assuefazione
dell'ascoltatore al brutto fa il resto. C'è, invece, un messaggio che vorresti
lasciare alle onde del mare, chiuso dentro una bottiglia, magari a chi ancora
non ha avuto modo di conoscerti musicalmente?
Sopravviveremo. Come sempre
troveranno i nostri foglietti interessanti e da rivalutare. Al momento sono
contento e terrorizzato di essere studiato in Università e in alcuni licei.
Devo dire che i ragazzi hanno fatto elaborati molto profondi e questo è di buon
auspicio.
Se me lo concedi allora, le
parole da scrivere in quel biglietto, le rubo dal tuo nuovo singolo: “E un gran
silenzio urla / Nei perché / Mi manchi e sei con me”.
È il 2 novembre del 1975, Pier Paolo
Pasolini viene trovato morto all’idroscalo di Ostia da un passante, è stato
massacrato di botte e risulta essere stato più volte investito dalla sua stessa
auto, un’Alfa Romeo GT 2000. Da subito, a essere accusato è Pino Pelosi, un
ragazzo di vita di 17 anni, che confessa di aver ucciso Pasolini perché
quest’ultimo voleva avere con lui un rapporto sessuale non consensuale. Quel
momento segnerà la fine terrena di un grandissimo poeta, ma anche l’inizio di
un modo errato di approcciarsi alla sua figura, seguiranno biografie,
documentari, film, spesso concentrati sulla sua omosessualità, sul suo
preferire accompagnarsi a giovani ragazzi di vita, anziché sulla sua vasta
produzione letteraria, cinematografica e persino pittorica.
Cosa c’entra Pasolini con Serge
Gainsbourg? Apparentemente nulla, ma scrivere su un personaggio come Gainsbourg
avrebbe potuto portare allo stesso errore e credo ne sia ben conscio Marco
Ongaro se, in un capitolo di Un poeta può nasconderne un altro - Il senso
della parola di Serge Gainsbourg, scrive “Pare che la formazione sessuale
di Gainsbourg significhi molto per i suoi biografi, divisi tra femmine attratte
dal mito della Bestia che conquista la Bella e maschi invidiosi del Brutto che
attira le splendide che loro non hanno saputo attirare” e più avanti “Ma è la
sua grandiosa capacità di assimilare e trasformare, teorizzare e analizzare le
pratiche conseguenti in fatto di sesso e amore, temi fondamentali di qualunque
espressione artistica, a essere l’elemento principale del mito Gainsbourg”.
Boom! Centro! Ecco, quindi, su
cosa non puntare la lente d’ingrandimento, deve aver pensato Marco Ongaro nello
scrivere del mito Gainsbourg, comprendendo bene che non sta tanto nella capacità
amatoria la sua grandezza quanto, semmai, nel saper trasformare in oro, come un
novello Re Mida, “il sudore e le frizioni basilari che coinvolgono due esseri
esteticamente ben assortiti nel corso degli esercizi d’amore”, citando ancora
una volta l’autore del libro.
Com’è dunque il Gainsbourg di
Ongaro? Se ne intuisce grandiosità e originalità sin dall’introduzione, dove
emerge un poeta che non parte dalle idee ma dalle parole, è il cantante
francese a dire “Le parole veicolanti le idee, e non le idee veicolanti le
parole. Primordiale. Niente parole, niente idee”. Scrive però Ongaro in
proposito “Il calembour è sempre in agguato”, come quando Gainsbourg afferma “Fino
alla decomposizione, io comporrò”. Ma non solo l’amore per il calembour:
dall’immensa produzione di Gainsbourg emerge un utilizzo delle parole spesso
spiazzante, così spiazzante da essere a volte incompreso oppure compreso solo
in parte, soprattutto per chi non è di lingua madre francese. Nelle proprie
canzoni usa spesso il franglese, un ambiguo miscuglio delle lingue francese e
inglese in cui i significati si sommano ad arte, come ad esempio in Lemon
incest, in cuiuna tredicenne Charlotte Gainsbourg canta “incest de
citron” e il coro le replica “lemon incest (lemon zest)”, una sorta di
traduzione simultanea che disvela il senso francese in essa celato. Geniale,
come quando fingendo di voler omaggiare la celebre Le foglie morte di
Jaques Prevért, scrive la sua La chanson de Prevért, che in francese
suona effettivamente come “la canzone del prato verde”, con nuovi versi ispirati
perfino forse a quelli potenti del Giuseppe Ungaretti di Non gridate più,
con cui in realtà sembra voler dire “Finitela con queste Foglie morte, o
moriremo tutti di nostalgia”, quasi a voler interrompere la serie di rimandi
per cui un qualcosa nasconde sempre un richiamo a qualcosa d’altro. Persino
quando pare a corto d’idee, per cui attinge da versi altrui (c’è in tal senso
una complicità incredibile con Boris Vian), riesce sempre a trarne nuova linfa
o a scompaginare le carte.
Ma il mito Serge Gainsbourg, dall’inizio
del timido Lucien alla fine del borderline Gainsbarre, in questa biografia di
Ongaro è totalmente assente? Assolutamente no, è sempre lì sullo sfondo ma sono
le canzoni, o meglio il senso per la parola di Gainsbourg, ad attrarre
visceralmente Ongaro, che quasi come un biologo mette sotto la lente di
ingrandimento le gemme più nascoste e le analizza.
Ne esce una guida preziosissima anche
ai neofiti in fatto di Gainsbourg, come il sottoscritto, un vademecum capace di
far comprendere come mai questo mito assoluto sia sopravvissuto al passare del
tempo, illuminando come un faro anche coloro che sono venuti dopo di lui,
diventando a sua volta fonte di ispirazione non solo per i cantautori francesi,
ma anche per quelli d’oltralpe, perché in fondo un poeta ne nasconde sempre un
altro.
Detto questo, credo che nessun
altro in Italia, se non proprio Marco Ongaro, avrebbe potuto scrivere così bene
e così approfonditamente di un artista sconosciuto a molti miei coetanei (pronti
a riconoscerlo però ascoltando il capolavoro Je t'aime moi non plus, famosissimo brano utilizzato proditoriamente
per animare a tappeto i servizi telefonici erotici degli anni ’80) perché Marco
Ongaro, come Gainsbourg, ha sempre saputo spaziare da una forma d’arte a
un’altra - è autore di canzoni, scrittore di libretti d’opera, saggista,
biografo - facendo della tecnica di scrittura la sua arma migliore per cogliere
la poetica altrui e appropriarsene. Mi viene in mente, per esempio, la sua
canzone The lies que vou disiez, contenuta nell’album Certi sogni non
si avverano: in fondo non troviamo qui lo stesso franglese di cui spesso
fece sfoggio Gainsbourg?
Max Manfredi ha compiuto il 7
dicembre scorso 65 anni ed ha voluto farsi e fare un regalo a tutti i suoi
ammiratori, pubblicando un nuovo album di dodici inediti, dal titolo “Il Grido
della Fata” (Maremmano Records – IRD). Sono passati ben sette anni dal
precedente Dremong (Gutenberg Music), un lungo periodo durante il quale non è
certo rimasto con le mani in mano, ma ha alternato la realizzazione di opere
letterarie e teatrali ad una lunga tournée con il conterraneo Federico
Sirianni. Ma ecco, finalmente, dopo una lunga gestazione causata anche dalla
pandemia, l’uscita di un disco che, ne sono sicuro, lascerà il segno.
Direi, se sei d'accordo di
partire dalla copertina del tuo nuovo disco, una fotografia di Renzo Chiesa che
si pone direi in maniera enigmatica un po' come tutto il disco (ma di questo ne
parleremo più avanti), sta più a significare l'artista che scruta quasi di
nascosto il mondo che lo circonda o l'artista recluso prigioniero di sé stesso,
dei suoi fantasmi, dei suoi amori, delle sue fate o forse altro ancora? Poi c'è
il titolo Il Grido della Fata. Folgorante. Sembrerebbe quasi un sequel
della canzone Il regno delle fate. Ho già messo troppa carne al fuoco
... a te la parola.
Il nome dell'album proviene da
una poesia del poeta "simbolista" francese Gerard De Nerval. Il
componimento si chiama El desdichado e finisce evocando "i sospiri
della santa e le grida della fata”. La figura della fata però si è inscritta
direi capricciosamente nel mio immaginario da alcuni anni e quasi
impercettibilmente. Tu citi giustamente il mio Il regno delle fate, poi,
come le decalcomanie di una volta, la velina allegorica si è staccata e la fata
è comparsa in tutto il suo smalto e in piena autonomia. La foto di copertina fa
parte di una serie di scatti che mi ha dedicato il grande fotografo Renzo
Chiesa nel quartiere milanese della ex Varesina, da covo nebbioso che era, oggi
diventato un polo formale e informale di architetture e franchising. Dietro
alla vetrina di un edificio anonimo, tra fregi quadrati, il mio occhio sì
inoltra come quello di un "peeping Tom", o, perché no, di un
fotografo, verso l'osservatore, riproponendo l'eterna questione del "chi è
fuori?" e suggerendo un clima inquieto e conventuale insieme, una
mescolanza di clausura e curiosità, che impregna tutti i brani del disco, il
mio album più esplicitamente e francamente magico.
Ecco, hai citato un altro
aspetto che mi ha colpito. L'intero lavoro, pur non trattandosi di un concept
album, ha davvero come un fil rouge, un'atmosfera musicale particolare, che
definirei algida, che impregna un po' tutte le tracce e non solo musicalmente.
In più brani come già in passato, ritornano termini come freddo, gelo, inverno,
neve, il tutto sembra poi essere accentuato dall'utilizzo abbondante, quello sì
forse per la prima volta, dell'elettronica. Ritieni che la collaborazione con
Vibrisse Studio abbia avuto un ruolo fondamentale in tal senso?
Sì. Abbiamo scoperto insieme, io,
Marcello Stefanelli e Gabriele Santucci, una vera miniera di possibilità sonore
e musicali, e abbiamo raffinato ogni strumento, ogni plugin, convincendolo alle
nostre esigenze estetiche. È proprio come dici, un disco algido, cristallino,
pieno di vetrofoni e di invenzioni. Ad esempio, abbiamo campionato i suoni dei
pianeti forniti dalla Nasa e abbiamo fatto loro eseguire delle melodie
pilotandoli con l'autotune. Oppure abbiamo fatto suonare organi barocchi campionati
e cordiere di pianoforte. Ma non meno precisi sono gli strumenti reali che
abbiamo registrato, grazie alla collaborazione di musicisti straordinari.
Ecco, direi che è giunto il
momento di addentrarci tra i solchi del disco, che si apre con uno dei brani
più enigmatici ed allo stesso tempo affascinanti, si intitola Scimmia grigia
e vede già due importanti collaborazioni in carne ed ossa: una, non nuova,
che è quella di Ezio Zaccagnini alla batteria, l'altra di Bob Callero al basso.
C'è ritmo, c'è molta poesia, spesso misteriosa come quei versi finali
"Come l'immagine bionda e calda / che per un attimo mi abbaglia / dell'uccello
perso nella boscaglia / che va cercando l'alba". Chi è realmente questa
scimmia grigia, grigia come la materia del nostro cervello?
Hai ragione, è grigia come è
chiamata la materia del cervello. È il simbolo dell'inflazione comunicativa e
della solitudine paradossale che ne consegue. È anche la delega della nostra
coscienza separata. Ti spiego invece l'immagine finale. È tratta - uno fra i
pochissimi riferimenti letterari del disco - da una poesia del trovatore
medievale Guiraut de Bornelh, una "alba", dove l'amico sta di
sentinella davanti al luogo di incontro amoroso tra il suo compagno e la
nobildonna sua amante, per sorvegliare che non ritorni il "geloso",
cioè il marito di lei, magari coi suoi sgherri. E c'è la frase "Ho già
sentito cantare l'uccello che va cercando il giorno per la boscaglia".
Immagine pregnante che, oltre a ricordare l'atto sessuale che sta svolgendo
l'amico, configura una sinestesia vertiginosa che mischia tempo e luogo. Ed è
evocata da nient'altro che i suoni dei messaggi dei telefonini della Samsung,
che trasformano "il treno in una foresta incantata", scenario
favorito delle fiabe medioevali e rinascimentali. Anche qui si ammazza il tempo
come si può, il concetto stesso di tempo cronico e lineare viene sospeso tra il
prima e il dopo, niente ha fatto il suo tempo e il tempo lascia il tempo che
trova.
Fantastico. Ora vorrei
affrontare insieme le canzoni Sala da concerto e Polleria perché,
sebbene molto diverse fra loro, sono accomunate dal tema della solitudine. La
prima ha un titolo che farebbe presupporre una certa situazione, ma
l'ambientazione poi spiazza l'ascoltatore, c'è un grande senso di freddo e
trovo bellissimo, ancora una volta, il finale "l'inverno vuol dire girare
da soli / con le mani in tasca le strade del centro / a inzupparsi di luce che
il cielo è già spento / e sentire partire le navi e restarsene il vento".
La seconda, si basa su una melodia struggente, ha un testo molto conciso e mi
sembrerebbe ambientata in un passato lontano, che ferita poi al cuore quel
"Tutti gli amici volano via / Come polli allo spiedo di una
polleria". Temporalmente sono nate in periodi vicini? Lo scrivere canzoni,
come il loro ascolto, possono essere un buon viatico contro la solitudine?
È vero, sono canzoni
"con" la solitudine, non sulla o contro la solitudine. La solitudine
come compagnia. E, ci hai visto giusto, risalgono più o meno agli stessi anni.
E ti parlo della fine dei settanta e dell'inizio degli ottanta. Ma le canzoni
nascono quasi sempre in solitudine e poi vengono condivise. Mi pare un buon
inizio, da contrapporre alle solitudini condominiali. La condivisione di un
senso di solitudine può dare adito a bevute insieme, o addirittura ad amicizie
e amori. La solitudine sociale, invece, è incattivita dal rancore. Tutti i
brani del mio album, infine, ma forse quasi tutti i miei (quasi) parlano di
perdono. "Perdoni" venivano chiamate alcune porte delle chiese - l'ho
letto in un mio libro. Quindi ingressi, possibilità di entrare e uscire. Anche
a piccoli gruppi.
Salto, in questo zapping, ad
un'altra canzone dal testo molto stringato e dal titolo orientale Nasi
Goreng. Potrebbe sembrare il nome di una donna ma non lo è. Ogni parola
centellinata in questo brano, il cui testo è stato scritto con Sante Boldrini,
sembra avere un peso specifico immenso e quasi sempre più d'un significato.
Ancora una volta magnifico il finale, quella zeppa "Conto salato, conto
saldato". Direi che vi si respira aria densa di guerra e musicalmente è
fondamentale il contributo di Elisa Montaldo e i suoi strumenti cinesi (koto,
guzheng, flauto). Com'è nata questa canzone piena di suggestioni?
Nasi Goreng è nata da un
testo dell'autore ed epigrammista Sante Boldrini, su cui ho innestato un'altra
strofa. Abbiamo pensato all'estremo Oriente, ai conflitti indocinesi, alla
violenza e al sangue. Ho cercato di fotografare questi elementi che esplodono
nel corso di una "normale" cena durante un coprifuoco, come nel film
di un regista contemporaneo. I nasi a cui si fa riferimento ricordano però una
guerra "di tantissimi anni fa" e rappresentavano i trofei dei nemici
dei nipponici, che avevano sostituito in questo modo le più impegnative teste.
Ancora adesso c'è un monumento a Kyoto che custodisce questi nasi e viene
chiamato, non so per quale ragione, "tumulo delle orecchie". La
canzone è stata elaborata dai Lady Lazarus con l'aiuto di un tablet. Molti
strumenti esotici campionati sono poi stati sostituiti da quelli reali suonati
da Elisa Montaldo, che ne possiede una sfilza.
Malvina, invece, sì è
il nome di una donna, una donna che "suona l'arpa a suon di sguardi / per
i ragazzi della terza età", un'immagine splendida che mi ha riportato alla
mente un altro verso di una canzone tua di tanto tempo fa, mi riferisco a
"La sua donna stanotte ha un’altra pratica: suona l'armonium per i
sordomuti" presente in Natale fuoricorso. Se le due donne non sono
le stesse, è però forse lo stesso il periodo creativo? Resta per me una delle
canzoni più poetiche e delicate allo stesso tempo, in più vi è il contributo
musicale di Vincenzo Zitello e la sua arpa. Enigmatico ancora una volta il
finale, non si sa chi tra Malvina e il "mister" sia ad inciampare e
cadere, chi ad aiutare chi ad essere aiutato, viene quasi il dubbio che il
misterioso mister altro non sia che la propria coscienza. Ho bevuto anch'io
troppi calvados?
Il mister è il coach,
l'allenatore, il tutor, lo sparring partner, il demone, l'ombra, il consulente.
E sì, la coscienza. È legato all'io che racconta, tanto che si sorreggono e
cadono insieme. Malvina è molto più recente, almeno come invenzione,
della donna di San Giorgio in Natale fuoricorso, tuttavia si
assomigliano in quanto se quest'ultima suona per il circolo dei Sordomuti,
Malvina si esibisce con la sua arpa celtica per una classe di vecchietti in
visita in Bretagna. Che della Bretagna si tratti, si capisce da una quantità
notevole di indizi disseminati nel testo: dal suo nome gaelico ai Calvari, dai
menhir ai Calvados bevuti dalla ragazza. Si tratta di una scena, ma è la scena
di un addio, da cui fuggire e dove fare presto, senza indugiare e senza
prestarsi all'incantesimo, come Ulisse fa con le Sirene e con Circe, mantenendo
una specie di fatale autonomia. L'io narrante qui fugge con sé stesso o col suo
doppio e si sottrae così all'incanto che probabilmente lui stesso ha inventato,
non però al suo traballante destino. Fra l'altro questo "cadere" non
è solo una delle mie favorite metafore, ma una pratica accidentale cui sembro
essere alquanto legato, come ho sperimentato ancora un paio di giorni fa.
Tutto torna, si direbbe. Dalla
Bretagna spostiamoci alla Sardegna, o così almeno sembra essere ambientata la
dolcissima Elicriso. Non è un trattato di botanica, ma l'elemento per
trattare ancora una volta di solitudine e di nostalgia, questa volta dettata da
una forzata distanza, da un distacco che sembra d'altri tempi ma che ahimè è di
un'attualità lacerante. Vorrei che fossi tu a parlarne, io cito solo il verso
che chiude la canzone "Ho imparato a leggere nel libro, / pagine che sanno
un po' di fieno. / Metto dentro al libro l'elicriso. / Preferivo sul tuo
seno".
Si è più a casa nella propria
situazione reale o nella nostalgia? Se la nostalgia, termine coniato in età
relativamente moderna, implica un sentirsi a casa dove non si è più, se il
verbo "desiderare" ha a che fare con le stelle, la realtà vissuta ha
necessariamente a che fare con quella sognata. Ma entrambe hanno i loro
diritti. Così il mio emigrante abbandona tutto un mondo, e un amore, per un
universo differente (altri fiori e altri sguardi al davanzale) ma ritorna in
sogno, la notte, al suo antico promontorio. E un indizio, un segnale, che lo fa
tornare alla "Porta dell'argento"; che i geografi e i Sardi
riconosceranno come un monte, gli occultisti e i poeti come l'ingresso dei
sogni. E questo indizio è un fiore secco di elicriso.
Il fiore di elicriso mi per
permette di passare ad Apis, canzone meravigliosa per costruzione e
scrittura, mi sono annotato qualche verso "E adesso no che non so / riciclare
/ amori in folle e folle in amore! / A chi scende giù fino al miele / si sciolgono
scienza e parole", "e ho visto un'ombra all'albergo diurno, / Cleopatro
che scendeva le scale”. Desiderio e
illusione sembrano fondersi irrimediabilmente come in un crogiuolo o sbaglio?
Mi fai luce?
A buon diritto parli di
illusione, parola che, con la sua bella dieresi ronzante, utilizza Pascoli
proprio parlando del miele delle api. Tuttavia, qui non si tratta nemmeno di
illusione. È proprio il crogiolo di cui parli, che fonde insieme evoluzione e
involuzione. C'è una forza necessaria alla vita, al di là di scelte e
definizioni. Qui vengono detti solo frammenti di questa scienza d'amore.
Ricordi di vite precedenti, in tutti i sensi. Luoghi apparentemente vili:
diurni, cessi, cinema porno, autobus. Preziosi, però, proprio nella fragilità
del loro fuoco. E le candele che tremano nel coprifuoco sono insieme riscatto e
contraddizione.
In questo nuovo disco, ci sono
anche due canzoni d'amore o meglio, che riguardano l'amore in senso lato, forse
più l'assenza che la sua essenza, mi riferisco a Nostra Signora della Neve
e Rosso Rubino. La prima, come si evince dal titolo stesso è una sorta
di invocazione alla Madonna della neve, titolo risalente ai primi secoli della
Chiesa cattolica e legato alla nascita della basilica di Santa Maria Maggiore
in Roma, è ambientata in una generica campagna, sembrerebbe in una casa
sperduta tra incantesimi e spiriti "Se sono spiriti o è il legno / di
notte tu non puoi capirlo". La seconda sembra anch'essa abitata da spettri
e fantasmi, ma legati ad una bevuta colossale, ne emerge un protagonista
desideroso d'amore ma tremendamente solo "Un re senza amici che si guarda
nello specchio, / ma dalla cornice sta a beffarlo il suo giullare" e che
il bere di una notte, quasi non ci fosse un domani, lo porta a sognare una
donna, ma ormai c'è l'alba che s'avvicina "Brucia guglie e rovi
inciampando ad ogni tetto. / Ora dorme il sovrano ed il suo giullare lo
riscalda". Se la prima è lieve come il posarsi della neve su un paesaggio
sperduto, la seconda è musicalmente densa e mirabolante, mi sembra a tratti di
sentire echi e sonorità di Luna persa. Pur sobrio, ho forse sognato
anch'io?
Nostra Signora della Neve
è il nome di diversi santuari in Italia. Qui può essere il nome dato ad una
donna amata. Questa canzone è una specie di litania profana. È una canzone
d'amore, certo, amore rivolto a una donna e al suo paesaggio. Invece Rosso
Rubino è un brano egocentrico, dove però un vero "io" (e quindi
un vero centro) non esiste. Esiste, per il carnevalesco Re che si auto recita,
la funzione dell'ubriacarsi e del rimpianto. La prima è estesa fino al mondo
circostante, nella prosopopea "passo da ubriaco sta barcollando
l'alba". La prosopopea è una figura retorica che consiste nel
personificare un elemento naturale. L'alba, appunto, ma anche il crepuscolo,
anzi, il suo trascolorare: "l'indaco bigotto fuori sgrana i suoi
rosari". Questa figura retorica ci riporta a un pensiero animista, un
mondo mentale primitivo o infantile, abitato o propinquo a demoni e fantasmi.
Un comune bicchiere diventa "il bicchiere dello spettro" (forse usato
in precedenza come tavoletta ouija per qualche evocazione spiritica, ed adesso
destinato senza complimenti a più reali libagioni?). Non la casa del Re in
questione (o forse, per tornare alla poesia di Nerval, del "principe
d'Aquitania della Torre abolita") è diabolicamente invasa, ma il teatro
esterno. Sipario ne sono una finestra e, ancora, la neve. Lì fuori impera una
sarabanda di lussuria che precipita in un'oscenità di annunci pubblicitari,
fatti di cronaca e comunicati commerciali. Dentro le anime, oscuramente, la
nostalgia di un inferno caldo come un rifugio alpino, a sua volta carnevalesco,
alla Rabelais, se vuoi, dove "c'è la gara di rutti ed i diavoli versan da
bere". Ma tutto questo pandemonio si disperde con la neve, lasciando
l'ipotetico Re a pagare con la solitudine lo scotto di un amore tanto perduto
quanto esibito. Il bicchiere dello spettro, che specchiava il sorriso
dell'amata assente, è rotto per terra. L'assente non è morta, ma ha preferito
una vita tanto normale quanto assurda appare al giudizio di chi la ricorda e la
evoca. I canali di una cittadina del nord diventano incomprensibili alfabeti
braille, la donna è tanto cieca da sposarsi e avere dei figli, e non potrà
rispondere alle disperate e persino prosaiche proposte inventate dall'amante
("pescheremmo trote per farle con il timo e l'alloro"). Le due
canzoni, Nostra Signora della Neve e Rosso Rubino, hanno in
comune alcuni elementi, l'animismo medianico e il clima invernale. Ma nella
prima il desiderio si stempera nella contemplazione, mentre nella seconda si
teatralizza nella vanità fanfarona del monologo.
Si è parlato di amore, non
possiamo non parlare di un'altra canzone che ruota intorno agli amori o meglio
a chi quasi fosse un passatempo preferisce farli fallire, cioè di Guastamori.
Vorrei fossi tu a chiarire meglio chi è in realtà il protagonista di questa
canzone che sembra svilupparsi per flash discontinui. Personalmente sono
rimasto affascinato soprattutto dalla poetica riflessione finale "O forse
siamo noi che siamo / fotogrammi alla moviola: / la gente non ricorda gli
intervalli / ed è per questo che si sente sola".
Sembra una boutade, ma la mia
opinione è che il protagonista di questa canzone, o meglio, chi viene
raffigurato nei suoi graffiti, sia le nostre concezioni del tempo. Se la leggi
così, non è discontinua. Non voglio farla lunga a te e ai lettori. Il testo
originario nasce moltissimi anni fa. Ma subisce un'operazione, se ne toglie un
finale e se ne mette un altro. Proprio perché la frenetica attività erotica o
sentimentale del personaggio altro non è che tentare di precedere il tempo,
inseguirlo, cavalcarlo. Mi è capitato di leggere una frase del filosofo moderno
Walter Benjamin, secondo la quale il distruttore non ha bisogno dell'attività
distruttiva, ma semplicemente di passare attraverso le rovine. È lo sguardo che
scorge rovine in tutte le cose. Uno sguardo che travalica il tempo. Anche la
visione dell'innamorato sospende e trascende il tempo. Ma il dongiovanni lo
abita freneticamente, lo fa suo. Solo che la chiave del suo agire è prendere,
abbandonare ed essere abbandonato, prendere di nuovo. Assomiglia tantissimo al
gioco infantile del nascondersi e riapparire, del lasciare un oggetto caro per
riprenderlo. E infine al gioco di prestigio: fare sparire qualcosa per farla
ricomparire. Ma è un gioco cruento, come dimostra Michel Caine in un film sugli
illusionisti. Il canarino che riappare non è lo stesso. Ma la nostra pretesa di
identità non è altro che una dinamica filmica. È il vuoto tra i fotogrammi che
permette l'illusione del moto. È questo vuoto che feconda l'individuazione. Per
dirla grossolanamente, le conquiste del Guastamori sono come carte da gioco,
l'importante è quel gesto nascosto, quel vuoto, quella distrazione che permette
l'azione del prestigiatore, e la sua truffa. Il vuoto impercettibile fra i
fotogrammi. Il delitto del Guastamori è quello di attraversare un mondo di
potenziali rovine considerando le persone come i vuoti da cui passa, e non come
altre individuazioni.
Restano da affrontare due
canzoni e ne rispetterei la sequenza originale, via libera quindi a Canzone
del Finale. L'ho adorata sin dal primo ascolto, in tempo di lockdown, eseguita
da te solo voce e chitarra. Qui si arricchisce di strumentazioni ed uno
splendido arrangiamento, ma resta intatta la prima sensazione visiva di essermi
tuffato per un attimo dentro una sorta di Shining, questo sogno-realtà
mi ha ricordato l'episodio in cui Jack si sposta nella sala da ballo
dell'hotel, dove ha un surreale incontro con un barista degli anni Venti di
nome Lloyd. Magnifica poi la visione iniziale "E nella festa
dell'apparenza, / con le sue luci straniere e invitanti / io non capivo la
differenza / tra gli invitati e i mendicanti". Com'è nato questo piccolo
gioiello?
È nato proprio dalla frase che tu
hai riportato, che ha fatto da lievito madre a tutta la canzone, unendosi però
a un altro ingrediente: le parole dell'apertura, "Entrai dunque nella
villa senza essere invitato, dopo aver legato a un palo l'ombra che mi aveva
accompagnato". Questi versi aprivano una mia canzone di adolescente,
chiamata proprio La villa dei fantasmi.Era scritta sulle suggestioni delle letture di Edgar Allan Poe, mio
autore amato fin dall'infanzia. E forse, dati i tempi, voleva dare fiato ad una
allegoria politica. In questa canzone sì può vedere un fenomeno di abduction,
sospensione del tempo, rapimento. La leggenda della casa incantata di notte che
poi si rivela diroccata e disabitata di giorno, è frequente nei racconti di
fate e di fantasmi. Anche in questa canzone su parla del tempo e della sua
abolizione. Non mi sono riferito a Shining, film che credo di aver visto
almeno una dozzina di volte. Ma anche la villa di cui canto "pareva
invasa". Qui si presenta una cornice di ulivi, gli stessi che compariranno
in Il Grido della Fata.
Ecco mi hai dato il gancio per
parlare, finalmente, della canzone che dà il titolo all'intero album Il Grido
della Fata, che nella track-list credo tu abbia lasciato in fondo al disco
perché ha un finale che è un coup de théâtre geniale, ma non anticipo nulla.
Cito solo l'incipit altrettanto straordinario "Bruca l'erba dei tetti il
sole al tramonto / Brucia dentro camini di pietre uguali" ed alcuni tuoi
topos che sembrano qui ricomparire tutti come d'incanto: le cattedrali, i
gatti, il vino, il cadere... il resto lo lascio dire a te. È comunque il degno
finale di un album grondante densa e struggente poesia.
Sì, le immagini dominanti
ritornano. Solo che qui finalmente l'identificazione implode. Se è questo il coup
de théâtre di cui parli, non lo sveleremo qui! Anche in questo caso strofe
nuove sì sono innestate a quelle di una vecchia canzone, e lo stesso è successo
alla musica. Rispondevo alla lettera di un caro amico, che ne ha colto molti
punti, specialmente la poetica vivissima dei suoni elettronici. Una canzone,
dicevo, è un organismo vivente. Ma anche un'intenzione. E la sua intenzione,
una volta che è c'è stata "composta" (ma non in una bara come un
cadavere) è di essere ascoltata ed ascoltarsi ancora. La canzone è la fata. Se
agli uomini è difficile decifrare il silenzio delle Sirene, alle Sirene non va
giù la refrattarietà degli uomini al loro canto. L'amore delle fate è
formidabile.
Credo che, chi ci ha seguito
fin qui, in questo viaggio tra le tracce del tuo nuovo lavoro, vorrà ora sapere
come e dove trovarlo? So che, attualmente, oltre che sulle piattaforme
digitali, è stato pubblicato sotto forma di CD ma è in previsione anche la
pubblicazione in altri formati, è così?
Adesso si trova o si può ordinare
in formato CD, per chi ancora ama l'oggetto fisico. Lo si può richiedere ai
negozianti di dischi, quelli irriducibili che non hanno chiuso bottega, o alle
Feltrinelli, specificando la produzione, Maremmano Records, e la distribuzione,
IRD. I negozi di dischi non devono chiudere. Sono come i bar, e può succedere in
effetti che offrano da bere. Il vinile è in preparazione. Ma c'è un'altra
sorpresa: prestissimo sarà disponibile lo "scrigno" no plastica, un
rivoluzionario formato inventato da Vibrisse Studio che permette un ascolto ad
alta fedeltà, ma anche animazione di immagini, ipertesti, possibilità
interattiva, nuove pubblicazioni, addirittura nuove orchestrazioni, richieste.
Sarà come avere un filo diretto con Max e i suoi collaboratori. Molti l'hanno
già scelto e prenotato. Sarà anche in vendita ai concerti.
25 novembre 2011, è la “Giornata
contro la violenza sulle donne”, navigando dentro Facebook mi imbatto in un
post della cantautrice salernitana Alfina Scorza in cui scrive “stamane mi ha
contattato una ragazza che studia al CPM di Milano, sta elaborando una tesi
sulle difficoltà che incontrano le donne autrici e compositrici ad emergere nel
mondo musicale... avrei tante cose da raccontare...”, colgo allora subito
l’occasione per contattarla e farmi raccontare… Leggete, ne vale la pena.
Live in Lurago d'Erba (CO)
Partiamo dal fatto
incontrovertibile che oggi è la “Giornata contro la violenza sulle donne”.
Credi che la sua istituzione sia un buon punto di partenza o, in fondo, una
concentrazione di vuota retorica e pure a scadenza?
Credo che il fatto che se ne
parli di più sia comunque un dato positivo che aiuti a sensibilizzare le
persone e soprattutto le generazioni nuove...ci sono faccende che prima non si
argomentavano proprio perché ritenute situazioni "normali", come la
violenza psicologica che gran parte delle nostre nonne e madri hanno subito da
parte dei propri uomini...poi nel campo del lavoro gli argomenti sono vasti,
prima era normale che una donna guadagnasse meno di uomo, oggi questa cosa si
combatte...nel campo musicale invece è più comune che le donne siano relegate
al ruolo di interpreti soprattutto se hai un'immagine avvenente...oddio se
penso a Mina sicuramente è tanta roba, purtroppo però ci sono ancora molti
pregiudizi da parte degli uomini quando scrivi, componi o suoni uno strumento,
se ti vedono in un certo modo musicalmente è difficile far loro cambiare idea,
devi lottare di più, la cosa buffa che mi è capitata è che mi hanno più volte
fatto i complimenti per come interpretavo un mio brano secondo loro bello ma
dando per scontato che non l'avessi scritto io...ma comunque starei ore a
parlare...si lotta , fino a quando ad un certo punto non ce la si fa più e ti
parte in testa la frase "ok tu pensi questo di me? Ma chi se ne frega, io
vado avanti!"
Alfina Scorza
Mi sembri molto in linea con
quanto pubblicato oggi, ad esempio, da Susanna Parigi "Parlerò finché avrò
voce: un Paese dove muore uccisa più di una donna al giorno non può dirsi Paese
civile. Qualcosa non va. Lo capiamo si che qualcosa non va? Quindi abbiate
pazienza se parlerò di questo più e più volte..." e devo dire che tu, del
ruolo della donna madre – figlia - moglie - lavoratrice – amante, ne hai
parlato direi ampiamente e con profondità nel tuo ultimo lavoro discografico “Le lettere
di Jo” o sbaglio? Non ti sembra che ne emerga una donna quotidianamente sotto
giudizio?
Assolutamente sì,in generale la problematica riguarda le donne
di tutte il mondo ma ci sono alcuni posti e in questo caso il sud Italia dove
le abitudini quotidiane che sembrano normali sono in realtà fuorvianti, ci sono
pochissime donne realizzate nel proprio lavoro, molte hanno rinunciato alla
propria carriera perché si fa fatica a barcamenarsi tra lavoro (soprattutto
quelli di grande responsabilità) e la maternità, ancora oggi in casa, la
maggior parte dei mariti non fa assolutamente nulla, non c'è collaborazione tra
uomo e donna...la responsabilità della cura della casa e dei propri figli
ricade tutta su di lei...non faccio di tutta l'erba un fascio ma ho visto e
vedo ancora cose di questo tipo e purtroppo non sono scelte libere ma veri e
propri obblighi... in "Le lettere di Jo" racconto in parte me stessa ma anche
storie di donne che ho conosciuto, le loro frustrazioni, ingabbiate in
relazioni che le annientavano, della difficoltà sul lavoro, delle loro
fragilità e della scelta più comoda di sposare il buon partito perché venivano
da situazione familiari fortemente disagiate economicamente dove l'amore quello
vero va a farsi fottere, dove la libertà va a farsi fottere... di violenze
fisiche se ne parla tutti i giorni e c'è chi è stato ed è capace di parlarne
meglio di me di questo argomento così grave, io ho preferito viaggiare
nell'introspezione di quello che è la libertà di una donna, dell'impossibilità
o difficoltà di essere sé stessa ancora oggi.
Cover di Le Lettere di Jo
Essere sé stessa. Facendo un
bilancio della tua vita, quanto ti è riuscito di essere veramente te stessa?
Quanta fatica ti è costata la scelta di essere cantautrice, proprio in un
momento dove persino la vita dei tuoi colleghi maschi non è delle più rosee?
Non mi è costato nulla se penso a
cosa avrei potuto essere ascoltando gli altri... può darsi stia sbagliando
tutto della mia vita ma l'ho creata con la padronanza delle mie scelte e se
penso a questo, vivo tranquilla nel mio essere una persona inquieta e sempre
alla ricerca di qualcosa, lo so, è paradossale ma questa sono io. La fatica c'è
ma quale lavoro non la richiede? Se è fatto con passione però cambia tutto e
spero di potermi permettere di fare questo tutta la vita... il mio percorso non
è dei più semplici come i miei colleghi maschi, la donna ha più muri da
abbattere ma entrambi bazzichiamo in un mondo musicale che vive un periodo
delicato ma lo è già da un po', da quando i dischi non si vendono più, certo i
social aiutano ma vuoi mettere che prima si viveva vendendo la propria musica e
con i live? Spero che il vento cambi ma spero anche che la musica d'autore non
si erga troppo sul piedistallo perché questo porta all'isolamento artistico,
spero che chi scriva non perda mai il contatto con la gente, con ciò che lo
circonda , con la realtà che vive, i musicisti pretendono un ascolto più
attento ma anche noi dobbiamo ascoltare gli altri e spero che il mio modo di
approcciarmi alla musica mi porti a farmi sentire da una fetta sempre più larga
di pubblico, spero che dicano di me "ho sentito parlare molto di questa
cantante, andiamo ad un suo concerto perché ha delle cose da dire".
Alfina Scorza
Tra i muri da abbattere per una
donna a volte ci sono però proprio quelli eretti da altre donne, se non proprio
muri, incomprensioni, in proposito vorrei tanto mi parlassi di una canzone del
tuo ultimo album che più di tutte le altre è autobiografica, mi riferisco a “Lettera”.
Credo sia importante.
L' invidia è un brutto male
quando è distruttiva, ma questo sentimento è anche dell'uomo, solo che secondo
me è più bravo a nasconderlo... i muri tra donne si ergono quando non si riesce
ad accettare la propria realtà e vorresti che tutte fossero nella tua stessa
condizione, a questo punto prima di non cadere in un baratro e toccare il fondo
sono necessarie delle doti che se ci applichiamo risultano assai vantaggiose,
quelle dell'intelligenza, del confronto costruttivo con le altre donne, della
complicità, di pensare a ciò che abbiamo di bello da dare e cercare quanto più
possibile di abbattere le nostre insicurezze... sicuramente di donne così
positive ne ho conosciuto davvero poche ma me le tengo strette. Tornando
all'album, "Lettera" è stata scritta in un momento delicato, quando
mio padre è venuto a mancare...gli equilibri tra me e mia madre si erano un po'
alterati e le incomprensioni acuite, in realtà avevamo entrambe bisogno di
elaborare il lutto... ne è venuto fuori un brano che parla di un rapporto
conflittuale madre-figlia, in cui in molte si sono riviste e il fatto che abbia
colpito nel profondo delle persone mi ha riempito di gioia... poi musicalmente
il brano è una piccola parentesi, mi allontano per un attimo dalle sonorità
etniche preferendo una melodia dolce, una melodia che sa della mia infanzia, il
tutto impreziosito dagli arrangiamenti di Pasquale Curcio... comunque la prima volta
che mia madre l'ha sentita mi ha detto: mi sono commossa però mica sono così
stronza come madre?!hihihihi!
Per concludere questa bella
chiacchierata vorrei tornare al punto di partenza, alla Giornata contro la
violenza sulle donne. Hai parlato di confronto e di complicità nei confronti di
altre donne. Ecco supponiamo che si voglia organizzare un disco per questa
occasione e ti si chieda di partecipare al progetto e di scegliere altre tre
colleghe da coinvolgere. Chi vorresti avere al tuo fianco in questo ipotetico
progetto e perché?
Bella domanda, ce ne sono diverse
che attirano la mia attenzione, sicuramente una delle mie preferite è Roberta
Giallo, istrionica e dotata di forte personalità, Flo, bravissima, lei mi è
vicina come mondo sonoro essendo campana come me anche se abbiamo vocalità
diverse, poi è una tosta e dice sempre la sua sulle problematiche legate
soprattutto alla donna con una grazia ed incisività da fare invidia ed Elisa
Rossi, una delle voci più interessanti che abbia mai sentito in vita mia e
dotata di una scrittura davvero singolare.