Diavoli Storti (REA –
Concerto Music 2021), è il nuovo album di Marcello Murru, cantautore sardo, ma
ormai dagli anni settanta stabilmente a Roma. Questo nuovo lavoro discografico,
è nato sulla spinta entusiastica della regista Francesca Comencini che l’ha
prima fortemente voluto nei panni di sé stesso nel film “Amori che non sanno
stare al mondo” e che ha realizzato il videoclip del brano “Diavoli Storti” che
dà il titolo all’intero progetto e di un grappolo di amici giornalisti,
fotografi, ecc. che ne ha finanziato la realizzazione. Ecco cosa mi ha
raccontato questo grandissimo poeta.
A ben dieci anni dal
precedente lavoro discografico "La mia vita galleggia su un petalo di
giglio", è appena uscito "Diavoli Storti". Sono solito partire
dalla copertina del disco perché è il biglietto da visita di un nuovo progetto.
La scelta, qui, cade su un primo piano parziale del tuo volto, in un duro
bianco e nero, mi pare di cogliere un volto comunque fiero malgrado le
difficoltà della vita. Accanto, su campo rosso, il titolo. Cosa è accaduto in
questi dieci anni? Perché questa scelta grafica, ma soprattutto come è nato
questo titolo così suggestivo?
Non guardare il mostro in faccia è un gioco a risultato zero, ecco il
motivo per cui questo scatto, dono di Stefano Babic, grandissimo fotografo e
amico da sempre, mi è sembrato oltre che molto bello anche utile per indirizzare
al mio percorso l’ascoltatore. Perché Diavoli Storti? Ogni esistenza ha una sua
colonna sonora, un titolo. Questo mi sembra il titolo adatto alla mia in questo
momento.
Il disco si apre proprio con
"Diavoli Storti", brano per il quale è stato realizzato uno splendido
videoclip, in bianco e nero, con la regia di Francesca Comencini che, ancor
prima della realizzazione dello stesso, ha voluto ritagliarti un cameo nel suo
film "Amori che non sanno stare al mondo", in cui canti un tuo
storico brano "Testaccio" nel mezzo di una festa. Estrapolo questi
versi "Piove sul mare / Su chi ha perduto tutto / Ma si accende di un
pallido sole / Per ricominciare" perché mi sembrano racchiudere l'intero
senso di questo disco o dico male?
Tutti ci troviamo a vivere questo tempo di minaccia e d’esilio, un tempo di
minaccia e d’esilio dove si spacciano facili messaggi di speranza, tante
certezze fasulle. A tutto questo penso che il dovere di chi scrive, sia quello
di contrapporre l’incertezza. Il mio occhio si è sempre posato sulle
marginalità con tutte le asperità, eppure in un mondo che diventa sempre più
incomprensibile, cerco di portare uno spiraglio di luce. È un album di segni,
di solitudini, di occasioni mancate, di perdite in un tempo di numeri.
È soprattutto un album denso
di versi poetici, quasi dei lampi che squarciano il cielo nero della notte,
versi che suonano come sentenze, una su tutte "la vita dà solo risposte
alla cazzo di cane / ognuno si lecca le proprie ferite" tratta dal secondo
brano "Non aver fretta di andartene". Quanto c'è di autobiografico in
questa visione della vita?
Non conosco fino in fondo la verità delle mie canzoni anche se, penso che
in qualche modo siano collegate alla mia vita.
Hai ragione, è sempre
difficile giungere alla verità delle cose, figuriamoci se si tratta del nostro
più profondo io. Soprattutto poi in questo ultimo anno, in cui siamo bombardati
da notizie contraddittorie e dove "Il mondo vedi / si è chiuso in gabbia /
stretto in cinture / gonfie di rabbia" come canti magnificamente tu in
"Sapere di solitudine". Non credi sia proprio la solitudine, in un
mondo apparentemente sempre più social, il vero male che ci tocca
quotidianamente combattere?
Ci troviamo a vivere un tempo che non avremmo mai voluto incontrare “e non
smette di piovere”, le nostre case sono diventate scatole troppo fragili per
contenere la nostra solitudine. Anche per me, che per natura sono un solitario,
si è rivelato molto duro e difficile, per dirla come Carrère “Vivere vite che
non sono la mia“.
Quanto mi sento all'unisono
con questa tua ultima considerazione, io che ormai da un anno esatto lavoro in Smart
Working, ma bisogna pur andare avanti. Nonostante tutto, nonostante nella
successiva “Vertigini” tu dica "so che l’amore / è la nostra speranza /ma
non smette di piovere" ed anche "so pure che gli ultimi / arriveranno
primi / ma non sapranno che farsene", versi che sembrano chiudere ogni
speranza ai tanti diavoli storti. È stata forse scritta in un momento
particolare della tua esistenza? Me ne parli?
Sono due versi molto amari, fino all’ultimo sono stato indeciso se
lasciarli o cambiarli, ma poi ha prevalso la necessità di lasciarli, anche
perché mi sono convinto che non fossero rappresentativi solo di un mio stato,
ma dello stato di molti... mi capita spesso di non essere un allievo fedele
della Speranza soprattutto in questi tempi.
Forse per questo la canzone
successiva "La chiave del buio" ha un incipit così tranchant "Il
mondo è orfano / se te ne vai". È l'inizio di una grande canzone, ma
sancisce anche la fine di un grande rapporto.Il testo si chiude con un verso "Nessuno appartiene a nessuno, /
amore mio", che dovrebbe essere sottoscritto da tutti, all'inizio di un
qualsiasi rapporto a due. Di grandissima attualità, dall'inizio dei tempi, non
credi?
Una canzone come “La chiave del buio” mi racconta meglio di quanto io
riesca.
Direi allora di proseguire
il nostro viaggio lungo le tracce del tuo nuovo lavoro. C'è un altro verso che
mi ha lasciato senza parole, per tua capacità di sintesi nell'osservare la
realtà odierna "Si vive in digitale / si muore in analogico".In "Digitale Analogico", il titolo
della canzone, dici anche "C'è solo una parte di me che accetto di
raccontare". Sono tutto orecchi...
Non ho mai parlato molto di me, ho voluto che fossero le mie canzoni a
farlo, anche perché le parole da sole sarebbero state dure e spietate
soprattutto con me stesso e io non posso permettermelo, per non compromettere
il mio stato di salute. È passato troppo tempo e l’uomo che sembrava
inespugnabile fisicamente ha ceduto il passo ad un uomo più riflessivo, che
continua a guardare lontano. “Si vive in digitale si muore in analogico” è un
modo di prendermi un po’ in giro anche se è così vero in fondo.
Guardare lontano, in fondo,
l'hai sempre fatto sin da bambino se, come canti in "Spingendosi più in
là", eri tu "il bambino che chiedeva a suo padre / se qualcuno
lavasse le nuvole / e perché nude attraversassero il cielo". Trovo
magnifica questa immagine. Ti manca tanto quella fase della tua esistenza?
No, non mi manca, anche se sin da bambino mi piaceva quando mia madre mi
portava a trovare i vecchi zii in montagna. Io mi sporgevo felice dal
finestrino del treno e sul mio diario descrivevo il panorama pieno di colori e
di visi bruciati dal sole.
Hai ragione, d’altronde non
possiamo che rassegnarci a vivere il nostro tempo, anche se un tempo in cui si
fatica a riconoscersi. In "Lungo un cammino di numeri" c'è, da una
parte tutta la drammatica attualità ben descritta dai versi "Ogni
abbandono / ritrova il suo passo / lungo un cammino di numeri / lungo un
cammino di numeri" che aprono e chiudono come fosse un cerchio il brano,
dall'altra l'ottusa incapacità di affrontare la fragilità umana,
l'ineluttabilità della morte "Sembra che ormai per morire / ti devi filmare
/ e se non sei fotogenico / ormai non si muore". Questa tragica pandemia
ci ha forse riportato con i piedi per terra, anche se tu, personalmente, forse
i piedi per terra, tuo malgrado, li hai sempre avuti. Non è così?
Mi stai chiedendo di spiegare quello che io non so spiegare... io non so
spiegare i versi delle mie canzoni. Loro si rivelano molto più brave ed
intelligenti di me. In fondo nella tua domanda c’è un’analisi del testo lucida
che quasi mi sento spiazzato. Qualsiasi suggerimento o spiegazione io tentassi
di dare alle parole di un verso è un po’ come volerle ingabbiare laddove io le
ho rese libere.
Hai ragione, scusami, ma è
più forte di me finire per analizzare i testi, soprattutto se stimolanti come i
tuoi. A proposito di libertà, l'ultima traccia si intitola proprio
"Liberos" e si chiude con i versi "danzamos liberos". La
definiresti più una metafora di questi nostri poveri giorni o una sorta di
umana preghiera?
Qui dentro c’è tutta una vita, proprio tutto, soprattutto quello che non mi
sono perso. C’è il ragazzo che faceva su e giù per le scale di casa e, appena
poteva, correva verso il piccolo molo di Arbatax a guardare il mare, a
riempirsi gli occhi di una terra magnifica, a tratti amara. C’è la Sardegna
degli anni ’60 ’70 con gli attentati, i rapimenti, i banditi, i Carabinieri,
che in fondo è anche un po’ la metafora di questi nostri tempi, tempi dal mio
punto di vista abbastanza bui. Però penso anche che sia, come tu dici, una
preghiera, aggiungerei amara, dove c’è il perdono per troppe vite da risorgere,
dove c’è il destino ineluttabile come dicevano i vecchi, i fallimenti, la paura
di non farcela in un mondo dove a giocare sono sempre gli stessi e dove, come
ho scritto, in un'altra canzone “gli ultimi arriveranno primi ma non sapranno che
farsene”. Eppure penso che in questo tempo buio, dove purtroppo troppi amici
sono andati via con un finale meno convincente di quello che potessimo
aspettarci, si accende ancora una luce e riparte una musica: “danzamos liberos”.
Fabrizio Consoli è senza dubbio un cantautore atipico.
Per chi non lo conoscesse, grave mancanza, inizia la sua carriera nella musica
degli anni ottanta come chitarrista al fianco di diversi artisti di primo piano
della scena musicale italiana, quali Eugenio Finardi, Alice, Cristiano De
André, Mauro Pagani, PFM e molti altri. Ad un certo punto (1993) pubblica un
album che porta il suo nome ed approda così nel 1995 a Sanremo con “Quando
saprai”. Non ha la fortuna sperata o forse sì, perché nel 2004 pubblica “18
piccoli anacronismi”, quello sì forse il suo vero esordio nella canzone
d’autore. Seguono due gran bei dischi “Musica per ballare” nel 2009 e “10” nel
2016. Tra questi un primo live “Live in Capetown” nel 2012 ed ora il secondo
live “Con Certo Jazz - Live from the Heart of Europe” (Vrec / Audioglobe
distribuzione), una splendida fotografia del tour seguito all’uscita di “10”,
il disco che è stato un viaggio laico all’interno dei dieci comandamenti.
Sempre in bilico tra Italia e Centro Europa, un po’ come Pippo Pollina, pur
vivendo in Italia, vale la pena sentire cosa ci racconta in merito a questa sua
ultima fatica discografica.
Sarà forse per la mia grande passione per la fotografia,
per ciò che sa trasmettere, ma un disco con una copertina come il tuo "Con
certo jazz" lo comprerei ad occhi chiusi. Perché non ci sono i colori a
distrarre l'occhio, perché la foto che ti ritrae trasmette energia,
passionalità, intensità e, perché hai scelto un titolo molto significativo, un
gioco di parole che è anche un manifesto programmatico? Devo cambiare occhiali
o c'è del vero in queste mie impressioni? Poi mi piace quel "Live from the
Heart of Europe", in questo momento in cui c'è tanto bisogno di un’Europa,
di una Europa di cuore. Ho già detto troppo, lascio spazio a te.
Al di là della comune passione per la
Fotografia, direi che hai assolutamente colto nel segno. Immaginare la
copertina di un disco è, dal mio punto di vista, un processo fondamentale ... è
la faccia che dai al tuo lavoro. Di più. La copertina di un disco dovrebbe, più
semplicemente possibile, riassumerne l'anima. Ti confesso una cosa. Sai che le
copertine dei miei dischi in studio sono molto particolari. Da anni, per vari
motivi, pubblico solo concept album. Bene, molto spesso ancor prima di avere le
canzoni che finiranno nell'album, io ho già visivamente chiara quella che ne
sarà la copertina, e questo prima ancora di averla, o poterla realizzare
fisicamente, solitamente in maniera, direi, empirica … Nel caso della copertina
di 10, per esempio, abbiamo dato
realmente fuoco all'omino di carta che legge il libro sacro ... Ovviamente,
prima abbiamo dovuto costruire sia l'omino che il libro e la sua etichetta. Per
quanto riguarda la copertina di Con Certo
Jazz, nasce da uno scatto decisamente fortunato (di Jessica Panattoni, per
l'ultimo tour in Russia N.d.R.), ed ho difeso subito la scelta di usare sia la
fotografia sia la tipica grafica Blue Note degli anni 50/60, con quel suo non
so che di sensazionalistico ... Unita all'energia, quasi futurista, dello
scatto, si crea un insieme di grande effetto, che a mio avviso calza
perfettamente la proposta musicale contenuta nell'album. Questo risulta ancora
più evidente nella versione in vinile. E, si, hai ragione, se una bella
copertina dovrebbe svelare l'anima di un’opera, il suo titolo dovrebbe esserne
la voce, in qualche modo illuminare il senso dell'immagine scelta ...
aggiungerei solo che, pur in chiave minimale, un buon titolo dovrebbe anche
raccontarti qualcosa del carattere dell'artista, lasciandoti la voglia di
conoscerlo di più. Con Certo Jazz, in
questo senso, mi piace molto... cosi come il suo “sottotitolo”. Se pensi che si
tratta di un Live concepito e registrato a Zurigo - in una Svizzera che non
condivide il progetto politico Europeo - pur essendone il “cuore” geografico,
capisci che si tratta chiaramente di un messaggio e, insieme, una professione
di “fede”.
Fede. Ecco, forse ci vuole
anche quella per affrontare un viaggio musicale come il tuo se, come dici
all'interno della copertina del disco "Contaminare con certo jazz la mia
musica, mi ha restituito la meraviglia di salire sul palco senza sapere cosa
succederà". Quanto credi abbiano contribuito i musicisti di cui ti sei
circondato a quello che, in fondo, può definirsi una splendida fotografia del
tour che è seguito al tuo ultimo lavoro discografico 10, intorno al quale ruota
tutto lo spettacolo dal vivo?
Tornando al parallelo metaforico del significato di
copertina e titolo per un album, se il front man è per forza di cose faccia e
voce narrante - così come energia, traino e denominatore comune - di quando
succede su un palco, i musicisti ne sono il corpo. E se ci pensi, immaginare
una band come un unicum, spiega i diversi livelli di energia che sa trasmettere
così come la differenza, il salto di qualità (così come, a volte la disarmonia)
che il cambiare anche un solo membro può apportare al risultato espressivo del
gruppo. Non si tratta solo di tecnica naturalmente. Per come concepisco il
live, si tratta soprattutto di generosità, e capacità di mettersi in gioco, di
osare ... Questa capacità, insieme alla sensibilità necessaria a portare sul
palco la propria vita, è in fondo ciò che distingue un artista da un
mestierante.Ed è la cosa che più mi fa
apprezzare generi come il jazz, in cui nei suoi momenti alti, non senti
differenza tra chi suona, e la voce del suo strumento. Quindi, la risposta alla
tua domanda è, e sarà sempre: in maniera totalmente determinante. Ma, va
ricordato e sottolineato, che nessuno fa un concerto da solo. Altrimenti si
chiama “suonare davanti allo specchio”. Il pubblico, per me, è l'altra metà del
cielo 😉 e il concerto si fa sempre in due: noi,
la band, più (o contro) loro, l'audience. Il concerto perfetto, a qualsiasi
livello, avrà sempre una grande band e un grande pubblico. Sempre.
Poi, ovviamente ci sono le tue canzoni, soprattutto, come
si è detto, tratte dal tuo ultimo disco, 10, un concept incentrato sui 10
comandamenti, visti però in un'ottica personale e del tutto attuale. Ti ritieni
soddisfatto dell'attenzione rivolta a questo progetto di grande profondità
dalla critica italiana? Perché io ho avuto la sensazione che, almeno in Italia,
non sia stato apprezzato come avrebbe meritato, ma forse è vero che nessuno è
profeta in patria...
A partire dal
presupposto che, se nessuno conosce il tuo lavoro, difficilmente potrà farsene
un’idea, positiva o negativa che sia, credo di aver imparato a convivere con la
convinzione che l'essere apprezzati o non apprezzati, purtroppo dipenda poco
dal merito... 10 ha avuto un coro pressoché unanime di critiche fortemente
positive, è finito tra i 50 dischi più belli dell'anno per il Tenco, e dalla
sua pubblicazione in Germania (Set. 2016) è stato rappresentato per più di 100
concerti. Da noi la critica che ruota intorno al mondo della canzone di un
certo tipo, è ormai costituita da giornalisti che fanno leva più sulla propria
passione che sulla convinzione che sarà possibile scoprire un nuovo De André e,
purtroppo, la possibilità di rompere il guscio che dalla critica porta al
grande pubblico, essendo venute a mancare tutta una serie di possibilità
mediatiche importanti (parlo di radio e programmi tv musicali), è stata
relegata al web ... Ma è illusorio pensare che la rete dia una possibilità a
tutti, perché non è così ... Basti pensare come TikTok o Instagram, solo per
esempio, facilitino la creazione di video virali, premiando chi asseconda
cliché predeterminati e praticamente oscurando chi non lo fa. Capisci che il
problema di chi, oggi in attività, non fosse stato già famoso negli anni '90 è
ormai quasi radicale, e legato alla portata della proposta musicale e alla
velocità con la quale viene consumata, direi bruciata, e dimenticata dal mondo
contemporaneo... Una volta arrivare in studio di registrazione e fare un disco
era e presupponeva un percorso importante, oggi non è più così. Chi arriva, con
grande esperienza, a pubblicare un buon album, si troverà sullo stesso piano
del ragazzino che, pur senza una preparazione musicale di qualche tipo, registra
un album XY, magari, scimmiottando rappers d'oltreoceano... Ma il ragazzo potrà
contare, per esempio, su una grande popolarità scolastica e farà più click e
visualizzazioni di chi, senza un buon ufficio stampa (che solitamente lavora a
tempo), rischia di non arrivare neppure a far sapere che esiste ... È come se
un buon fruttivendolo improvvisamente, sognando di fare l'architetto, siccome
la tecnologia lo permette, decidesse, di costruire una casa o un monumento in
piazza (o un ponte!) contando sulla sua grande popolarità in paese ...
Togliendo possibilità, che so, a un potenziale Bernini in erba. Io credo che
l'unione tra un innegabile impoverimento culturale e la presunta democrazia
della rete, stia generando una grande aridità.
Quello che dici è verissimo. Però se il web mette sullo
stesso piano il fruttivendolo che vuol fare l'architetto e il Bernini. Se Radio
e TV trasmettono solo musica commerciale, se un certo giornalismo osanna
chiunque abbia successo, se anche l'attività live è preclusa per l'emergenza
Covid che via resta da percorrere ad un Consoli che ha un buonissimo album live
da fare conoscere? Fare il fruttivendolo? Secondo me tu, prima, parlando della
critica hai centrato il tema. Ormai è costituita da appassionati, da visionari,
da nostalgici, per lo più quasi totalmente inascoltati al pari dei lavori di
cui scrivono, anche perché oggi se scrivi più di dieci righe credo tu abbia
perso il 95% di potenziali lettori. Esagero?
… Direi che allora
qui ci siamo persi tutto. J Quando distribuivano il dono della sintesi sono arrivato tardi J
Venendo alla
possibile via percorribile, se non si inseguono numeri da rockstar planetaria,
credo che un mercato esista ed esisterà ancora e che la possibilità, insieme
alla capacità, di proporre un live di buon livello, possano ancora fare
la differenza. Mi riferisco all'idea che proporsi a un pubblico, al di là dei
valori “culturali” che si pensa di esprimere, voglia dire abbracciare la
convinzione di fare anche e soprattutto entertainment, escludendo
categoricamente l'idea che il pubblico ti debba qualcosa, o che sia un’entità
da “prendere in ostaggio”. Ma, e qui entriamo nel vero, grande tema, e
cioè quello che veramente manca, perché quasi totalmente estinta: la figura del
talent/manager. Quello in grado di costruire un percorso di crescita per i suoi
artisti. Di essere realmente un valore aggiunto, cioè, determinante. I manager
veri, e ne ho conosciuto qualcuno, erano fondamentalmente dei super
appassionati che, armati di talento e di una cultura musicale pazzesca, si
erano, nel tempo, costruiti una solida credibilità. Credibilità che veniva
messa a disposizione del talento e della sua crescita. Oggi è
talmente difficile proporre e far crescere un artista, che questa figura si è
trasformata in una sorta di osservatore di quanto succede nel mondo del
“preconfezionato”, cioè della musica in TV: i talent. Si, perché in questo modo
il lavoro di far “conoscere” un artista, è (o almeno, sembra) già fatto.
Ma far crescere un artista è un altro discorso ... Il discorso è molto più
lungo, e non ha senso in questa sede approfondire. Dico solo che l'impressione
che ne ricavo è che non ci sia più nessuno o quasi, che abbia voglia di
rimboccarsi le maniche e lavorare. Questo in generale, ma soprattutto nella
musica italiana - nel cui panorama non esiste neanche uno straccio di piccola
scena in grado di produrre numeri dignitosi, in grado di sostenere chi fa il
proprio lavoro, cosi come di formare a un palco vero le nuove generazioni -
chiude il circuito vizioso in cui ci troviamo a dibatterci, molto prima che a sognare di operare ...
Concedimi un’ultima domanda o meglio duplice domanda. Il
concerto in streaming come quello che hai appena tenuto presso la sede della
Imagina Production Studio, credi possa essere un buon mezzo per promuovere un
disco come il tuo che, per sua natura, è strettamente legato all’attività live
e, azzardo, visto che per un musicista una volta pubblicato un disco si chiude
un ciclo, hai già in mente qualcosa di nuovo?
Insieme al
costituire un’esperienza importante (era la prima volta che davo un concerto in
diretta streaming), l'evento agli Imagina Prod Studios è stato un modo molto
“intimo” di salutare gli amici e una parte delle persone che, soprattutto
dall'estero, segue i miei live e il mio lavoro, spesso affrontando viaggi per
niente scontati. Si è trattato di una sorta di “ringraziamento”, uno dei motivi
per cui ho preferito non chiedere un ticket di accesso di qualunque genere. Il
concerto è stato un successo dal punto di vista della partecipazione, nel giro
di 24 ore è stato visto, tra chi era presente alla diretta e chi lo ha poi
visto in differita, da oltre 1000 persone. Non me lo aspettavo. Ma più che
fornire un supporto promozionale al disco appena uscito (la formazione e
l'imprinting sono stati completamente diversi da Con Certo Jazz), ha
dato un segnale forte dell'esistenza e della buona salute del “progetto”
Fabrizio Consoli... Se vogliamo trovarci un solo, ma sostanziale, grande
demerito è che ... non si è trattato di un vero concerto. Vedi, non so quanto il
pubblico sia consapevole che, a mio avviso, innegabilmente, non esiste un
concerto, grande o piccolo, magico, stupendo o “insipido” che possa senza un
pubblico essere: grande, piccolo, magico e stupendo. O insipido ;-) Un
eccellente esibizione può essere annientata da un pubblico mal disposto, o
disattento, o semplicemente “freddino”. È una questione di energia, che viene a
crearsi rimbalzando tra audience e artisti. Laddove questo equilibrio
viene meno, per qualunque motivo, c'è un calo di tensione, la band rischia di
deconcentrarsi, lasciando ad esempio il front man più solo ... e un concerto da
soli in circostanze simili può diventare un peso enorme da tirare. Ecco, tutto
questo, semplicemente, non c'era. È stato strano, come abitare una casa senza
il piano di sotto, mi sentivo come un pesce in una bolla d'acqua... Ma, in
definitiva, in un momento come questo, si è trattato, naturalmente, di un fare di necessità virtù, che è già di
per sé stesso indice di vitalità e, per usare una parola molto utile oggi, resilienza. Pur intuendo il
potenziale supporto che lo streaming potrebbe dare a un determinato tipo di
grandi concerti, credo che, se il futuro della Live Music fosse questo,
cambierei mestiere. Perché, se è vero che l'uscita di un disco chiude un ciclo,
è nello stato naturale di quel che “dovrebbe essere”, che ne apre uno nuovo.
Quello in cui le canzoni, diventano grandi, cominciano a camminare con le loro
gambe, e, conoscendo amore o fallimento, diventano sempre qualcosa che non
avresti mai detto. Questo, solo grazie a un palco vero.
A due anni dalla pubblicazione dell’album Il fantasma baciatore
(D’autore - Azzurramusic) e a un anno dall’uscita del singolo “fuori programma”
Hotel
Bella Italia, che nel tradurre il classico degli Eagles (Hotel
California) ne rilegge in chiaro la smaccata attualità nazionale, Marco
Ongaro estrae dallo stesso disco l’estremo singolo Star Trek, video che vuol
dare l’addio al denso lavoro pubblicato nel 2018 per annunciare l’avvio dei
lavori per un nuovo album prodotto ancora da Gandalf Boschini, per D’autore - Azzurramusic.
Il 6 novembre è uscito il
video di Star Trek, ultima traccia,
quasi straniante, del tuo disco Il
fantasma baciatore uscito ormai due anni fa. Com'è nata l'idea di farne un
video e come è stata sviluppata?
Era necessario salutare un album denso come Il fantasma baciatore uscendone dal fondo, attraverso l’ultimo
brano, quello che si chiude in farmacia. Ed è da questa farmacia, nella quale
due anni più tardi siamo finiti tutti, che riprendo con l’idea di fare un nuovo
disco che ci aiuti a uscirne. La casualità profetica del momento creativo è un
patrimonio che si rivela utile a profezia avverata. La solitudine che trasuda
dal brano, l’elenco delle cose, l’inventario di ciò che rimane una volta a
casa, chiusi, senza socialità, è l’apertura di senso che solo ora comprendo si
sviluppava nell’apparente chiusura dell’album. Fare un video significa estrarre
un singolo. A questo punto la scelta era obbligata.
La canzone è nata da un testo del poeta Nicola
Saccomani, cui tu hai rimesso mano e che hai musicato, con una melodia struggente
che è un po' come un addio al resto del disco dichiaratamente rock, una melodia
e dei versi che esprimono un senso di alienazione. Quel lungo elenco di oggetti
quasi dimenticati... insomma un testo che si presta molto a una
rappresentazione visiva. Il video alterna immagini in interni a immagini in
ampi spazi aperti, dove è stato collocato geograficamente e perché proprio quei
luoghi?
Il testo l’avevamo scritto insieme, Saccomani e io, una dozzina di anni
prima. Al momento di raccogliere i brani dell’album me lo sono trovato davanti
in tutta l’imperfezione di allora. Così ho preso a limarlo mentre lo musicavo,
sistemavo versi, ne aggiungevo, spostavo la farmacia dall’inizio alla fine del
brano. Poi naturalmente l’ho fatto ascoltare a Nicola, che ha approvato. Il
video di Stefania Tramarin l’abbiamo girato tra Ferrara e il Delta del Po. Ci
serviva un ambiente che amplificasse la solitudine, un deserto con cattedrali
come i dintorni di Porto Tolle, e anche una città poetica come la dimora di
Ariosto.
Quell’equipaggio di Star Trek evocato alla
fine del brano, che prefigura un viaggio verso mondi sconosciuti, verso
l'ignoto, anche se solo attraverso la mente, anche se scritto molto prima che
prendesse piede questa maledetta pandemia, mi sembra però trasmettere
perfettamente quel senso di alienazione in cui ci siamo sentiti calati un po'
tutti quanti. Non credi?
Sì, in effetti l'equipaggio dell'Enterprise stavolta più che scoprire nuovi
mondi si occupa di alieni già noti, dietro al banco della farmacia c'è la ciurma
che ci guarda. Gli alieni siamo noi, attoniti, rifugiati in un luogo
apparentemente protettivo, in cerca di una cura insostenibile, una sorta di
ninna nanna ambientale che ci culli fino al sonno eterno. O ci riporti indietro
a quando ci credevamo invincibili.
In fondo questo Star Trek, proprio come la
nota serie di fantascienza, ha una funzione di traghettatore verso nuovi lidi,
hai detto di avere in mente un nuovo disco che ci aiuti anche ad uscire da
questa impasse. Come sarà questo disco? Musicalmente segnerà l'addio al mondo
del rock? Ma soprattutto riuscirà ad avere in sé quella forza taumaturgica cui
tutti ambiscono in questo periodo in cui tutti si sta un po' come d'autunno
sugli alberi le foglie?
L'atto creativo è taumaturgico prima di tutto per chi crea. L'energia che
si attiva è della frequenza più elevata e potente che esista. Certe mattine mi
sento fortunato perché, qualunque casino possa esserci intorno e dentro me, nel
momento in cui sono chiamato a creare tutto scorre più rapido e intenso, non
c'è spazio per depressioni o ansie. Avere un progetto come un nuovo disco
impegna qualche mese nelle sue varie fasi, una più appassionante dell'altra.
Certo, abbandoneremo l'impianto rock del Fantasma
baciatore per intraprendere nuove vie, come Gandalf Boschini mi sta
suggerendo da tempo. E per questo gli lascerò stavolta la mano più libera di
intervenire su suoni, arrangiamenti e concezione generale delle canzoni scelte.
Sarà taumaturgico anche per il produttore esecutivo, immagino. Che poi sia taumaturgico
pure per chi lo ascolta, beh, la speranza non costa molto.
Un'ultima domanda, visto che del nuovo disco,
giustamente, hai rivelato poco o nulla. Vorrei tornare su Star Trek,
sulla tua collaborazione con Nicola Saccomani. Curiosando in rete, ho trovato
davvero poco di lui, ma ho visto che la sua recente scomparsa è stata
accompagnata sul suo profilo Facebook da grandissimo affetto. Come è stato il
tuo rapporto con lui? Cosa ti ha lasciato?
Nicola era frontman, insieme a Giuliana Bergamaschi e Luca Zevio, dei Ratatuia,
mi par di ricordare, un gruppo che ha vinto l'Arezzo Wave anni fa. Un
cantautore oltre che un poeta, un uomo ironico, spiritoso, distaccato e
partecipe. Tormentato come lo sono i poeti. Nell'autunno del 2005 ci siamo
avvicinati a lavorare su dei testi per non so quale suo progetto che non ha più
preso piede. Avrebbe musicato lui il tutto, cosa mai più avvenuta, così come i
testi sono rimasti fogli con versi sparsi, un po' ricomposti l'uno sull'altro,
un po' sul suo quaderno un po' sul mio. Poi ci siamo persi di vista fino a che,
in un momento di sua riemersione, nel 2018, ha scritto e presentato un libro di
poesie, Scritti urbani. Sono andato al suo recital e gli ho detto
della canzone, che l'avevo rimaneggiata ed era diventata Star Trek, ha approvato il titolo e il lavoro. Poi siamo rimasti in
contatto per chat, saltuariamente, gli ho fatto avere il disco, mi ha scritto
le sue emozioni, positive sebbene la sua concezione musicale e poetica fosse
diversa dalla mia. Gli ho mandato il video Hotel Bella Italia e
mi ha scritto belle parole anche su quello. Ma le parole più belle sono quelle
delle sue poesie, come il distico riportato nel biglietto di ricordo al suo
funerale, nell'ottobre del 2019, una poesia che ritrae perfettamente il tono
dei suoi versi, la fulmineità della sua visione creativa, l'ironia tenera, al
confine dello struggimento ma sempre distaccata: Tra un milione di
virgolette / voglio dirti che ti amo.
In una di queste sere di
quarantena trascorse sul web, mi è capitato di imbattermi in un breve ma
folgorante live Facebook di Francesca Romana Perrotta, tenuto dalla cantautrice
salentina per "ECO DI DONNA Evolution", la prima Rassegna di Musica
d'Autrice made in Rimini, con la Direzione Artistica di Chiara Raggi. Sono
rimasto colpito sia da un inedito che, seppure eseguito in maniera casalinga
alla tastiera, credo abbia notevoli chance una volta vestito ed arrangiato, sia
per la sua interpretazione accorata “Bella ciao” a chiusura della diretta. Per
questo ho voluto contattarla e scambiare qualche chiacchiera su questo strano
periodo che ci accomuna tutti.
Durante questa lunga
quarantena, di cui sembra sempre più difficile vederne la fine, tra i vari
addetti al mondo della alla musica ci sono state reazioni molto differenti, c'è
chi non se l'è sentita di cantare e suonare perché afflitto da questa tragedia,
chi da subito ha reagito organizzando live attraverso i social, chi per scelta
non ha voluto fare nulla attraverso i social in attesa di tempi migliori, tu
come hai reagito? Come hai vissuto questo primo periodo di forzata clausura?
All'inizio della quarantena ero quasi felice di poter stare a casa. Ho
pensato che avrei finalmente potuto scrivere in pace, senza farlo nei ritagli
di tempo. Poi il silenzio mi è entrato dentro e non avevo note, non avevo
parole... per un mese e più. Dopodiché sono arrivate delle proposte di suonare
in diretta, dei piccoli live su Facebook, per i fans. Mi son sentita un po' in
imbarazzo... strano per me suonare senza i miei musicisti!!! Una volta
iniziato, però, ho visto che mi stavano ascoltando un sacco di persone,
emozionate e felici di potermi riascoltare.Per me è stato puro ossigeno... Mi sono rigenerata. Da quel primo live
ho ripreso a scrivere, ne ho fatto un altro e ho capito che non mi sento di
fermarmi. Farò musica, comunque, in qualche modo.
È proprio grazie all'ultimo
tuo live sul profilo Facebook di Eco di donna, che ho avuto modo di ascoltare
un tuo inedito, eseguito da te alla tastiera, un pezzo molto intenso, di quelli
che ti entrano dentro sin dal primo ascolto. Quando e come è nato?
L' idea di questo brano, dal titolo Dentro
un bar, è nata l'estate scorsa... tra letture su mare, marinai, il mio
mondo salentino e persone profondamente legate al mare... un bar, all'incrocio
di due oceani.Che gente può
frequentarlo un luogo così?... cosa sta accadendo una notte, durante una
tempesta... in questo bar dall' aria felliniana? Sta accadendo qualcosa di
speciale: c' è un uomo, seduto al bancone che beve rum e tequila.È lì da tempo immemore, immerso in una
dimensione spaziotemporale indefinita... Lui aspetta. Aspetta il momento in cui
Lei tornerà, e quel momento è arrivato. Lui lo sa, ma resta immobile, non si
volta indietro, anche se sa che Lei sta entrando in quel preciso istante... Lei
sta entrando, lo vede. Anche Lei sa che Lui è assolutamente consapevole della
sua presenza.Lei respira profondamente,
sa che nel momento in cui Lui si girerà, non potrà evitare ciò che deve
accadere, da sempre.Sa che cadrà ancora
una volta tra le sue braccia... CHI SONO QUESTI DUE PERSONAGGI? Pensate ad una
Penelope odierna...un Ulisse contemporaneo... si aspettano da sempre...ma
questa volta Lei va direttamente da Lui, a cercarlo nel suo mondo. Una Penelope
non più immobile, quindi. E questa volta è Lui che immobile in quel bar, la
aspetta da tempo immemore... sapendo che prima o poi Lei arriverà.
Hai citato Penelope e,
spesso, nelle tue canzoni ti sei ispirata a personaggi femminili del passato,
penso a Salomè e al bellissimo video che
hai realizzato, ma anche a Giovanna la
pazza. Ma non solo femminili, penso a "Paolo" che adoro, ispirata
al V Canto dell’Inferno di Dante, anche se Paolo,
in fondo, parla di Francesca... Non credo sia uno sfuggire il presente, ma
piuttosto il leggerlo attraverso le esperienze del passato. È così?
Sì, uso storie passate, di donne principalmente, per spiegare che purtroppo
alcune dinamiche che ruotano attorno alla vita delle donne, sono sempre le
stesse. Nonostante l'evoluzione, le leggi, le rivoluzioni ed i diritti
ottenuti... Nel quotidiano, ci sono storie che si ripetono.Nei secoli dei secoli... in giro per il
mondo. Sì, Paolo parla di Francesca
da Rimini.Anzi. Nel brano è proprio
Francesca che parla a lui...in una preghiera disperata dall'Inferno dantesco.
E sempre al centro di tutto
c'è ancora la donna di Il grido, il
brano che ti ha permesso nel 2016 di vincere il premio "Migliore
testo" al Musicultura, anche qui una storia che purtroppo si ripete...
Sì, ne Il Grido la storia si
ripete, questa volta in modo più sottile, intangibilema non per questo meno doloroso... e non ho
remore nel dire che si tratta, purtroppo, di una storia autobiografica. Questo
a dimostrazione che tutte le donne, anche chi come me lotta da sempre per
difendere la dignità ed il rispetto del mio sesso, possono ritrovarsi in
situazioni di sofferenza.
Questa tua affermazione mi
offre lo spunto per chiederti come hai vissuto, come donna, questa lunga
quarantena. Te lo chiedo perché ho come l'impressione che anche in questa
occasione a soffrirne maggiormente siano comunque le donne, sia durante la
prima fase, sia durante la seconda, dove per chi è tornata a lavorare si è trovata
sulle proprie spalle tutta la famiglia, con un vuoto delle istituzioni. O è una
mia impressione?
Io sono mamma e insegnante... quindi impegnata a 360 gradi durante la
pandemia.Difficile badare ai compiti e
alla didattica online sia mia sia di una bambina delle elementari!! Spiegare
ogni giorno che non si può uscire, né vedere gli amici, né andare a danza, etc.
Un equilibrio precario ogni giorno tra apparecchi tecnologici e il bisogno di
aria, movimento, decompressione... e poi la musica, l'assenza dai palchi, la
lontananza dai miei musicisti, le sale prove vuote... Molto sulle mie spalle, tanto...
a volte troppo. Ma inevitabile.Una
presa di coscienza e di responsabilità che faranno di questa nuova generazione
forse qualcosa di meglio della nostra. Questi bambini stanno vivendo
un'esperienza difficilissima che li forgerà, li abituerà al sacrificio e credo
che questo sia un elemento necessario per diventare dei bravi adulti.Forse a noi questo è mancato ed è per questa
ragione che siamo un po' più fragili.Tutto ciò per dire che sto pensando anche ad un risvolto positivo di
questa situazione anomala e opprimente.
Tra i risvolti positivi di
questa strana situazione c'è forse anche qualcosa che riguardi il tuo futuro
dal punto di vista musicale? Nuovi progetti o nuove ispirazioni?
Sto pensando al mio nuovo album da tempo... sembra che questa volta abbia
idee più varie... e in questo periodo di "fermo" ho capito che è
giusto fare solo ciò che mi sento. Se sarà un album meno omogeneo non me ne
preoccupo, sarà vario... e sicuramente sincerovero. La lunga quarantena mi ha fatto capire che conta solo ciò che è
vero.
Trovo molto condivisibile
quest'ultima tua riflessione, vorrei chiudere con questa domanda: alla luce di
questa dura esperienza che ha coinvolto tutti, c'è qualcosa nel tuo passato che
vorresti cancellare? Ma soprattutto c'è nel tuo futuro qualcuno che ammiri
particolarmente e con cui vorresti magari collaborare?
Cancellerei molte cose, soprattutto le situazioni troppo difficili e
dolorose in cui mi sono infilata senza che ne valesse la pena, infierendo alla
fine, su me stessa. Nel mio futuro vorrei solo scrivere belle canzoni sia sola
che ben accompagnata. Ultimamente ho collaborato con Simone Cristicchi nella
reinterpretazione di Ritornerai di
Lauzi. Ecco... lui sarebbe un bel compagno artistico.
Rodolfo Giovanni Marra, noto
come Rudy Marra, originario di Galatina, è stato sin dai suoi esordi
discografici nel lontano 1986 con “Telefonami/Prima o poi me la paghi”, un
cantautore originale e fuori dagli schemi. In quasi trentacinque anni di
attività artistica ha all’attivo cinque album, forse pochi, ma mai banali, in
cui sicuramente non ha mai voluto rifare sé stesso e nel quale non mai avuto
paura di dire la propria su tutto e tutti. Tra questi album poi, delle opere
letterarie altrettanto interessanti. Proprio in questi giorni di forzata
clausura mi è balzato poi all’occhio un suo post intitolato “Salvate il soldato
musica!”. Da qui il desiderio di scambiare quattro chiacchiere con lui.
Direi di partire, come
d’accordo, da questa situazione anomala, da questa infinita quarantena
impostaci dalle istituzioni. Tra gli artisti c'è chi ha deciso di reagire con
dirette Facebook, live virtuali, chi con aperitivi e cantate dai balconi e chi,
invece, non ha più voluto cantare o, perché addolorato, o per protesta,
ritenendosi dimenticato da questo stato. In mezzo ai due estremi una lunga
serie di sfaccettature. Tu come ti poni, quale è stata la tua reazione?
Crocodile rock, sarebbe il pezzo giusto per questa
situazione. Insopportabili i piagnistei degli artisti dimenticati dalle
Istituzioni. Fino a ieri dove eravate? Qui mi riferisco soprattutto a quelli
che contano, agli "Dei del microfono", insomma quelli che riempiono
teatri, palasport, Stadi. La loro potenza mediatica e "contrattuale"
li avrebbe dovuti portare già da tempo a fare brutto muso ai politicanti di
turno per richiedere garanzie, assistenza, albo professionale, previdenza e
quant'altro! E invece, il più delle volte, di riffa o di raffa, con i
governanti e i loro derivati (gruppi economici, banche, giornali, tv, radio,
multinazionali discografiche...) i suddetti Dei microfonati avevano di che
spartire e quindi silenziosamente accondiscendenti. Gli altri, i canterini dei
club, delle date sottocosto, dei ricattati da "quanta gente mi
porti?" possono fare poco, anzi niente per essere onesti, se non far finta
di avere uno spirito di corporazione mai esistito e così approfittare della
situazione per avere il pretesto di mostrarsi e farsi sentire in qualche
performance video musicale, nella maggior parte dei casi di scarsa qualità e
gusto. Il silenzio è impossibile, è una finta presa di posizione alternativa,
se tu non suoni ci sarà qualcun altro disposto a farlo, senza contare tutti i
canali dove la musica non puoi fermarla. Per quel che riguarda i balconi è un
discorso ancora più ampio, si toccano situazioni sociali e addirittura
antropologiche, come il fare gruppo per paura di essere soli, associarsi per
solo interesse davanti alla fiera malefica, alla bestia feroce... Va da sé che
tutto ciò non ha nulla a che fare con la musica, una situazione spinta dai
media e probabilmente da chi ha interesse a tenere compatta la popolazione in
un momento di disgregazione, letale per chi gestisce il potere, facendo leva
sui sentimenti e in particolare la paura! A me personalmente fanno cagare (se
si può dire se no trova tu un sinonimo) tutti i "canti" di massa, che
siano Volare, Bella ciao, Il cielo è sempre
più blu oppure 'O sole mio ... Io
non mi sono neanche posto il problema di che fare in questa situazione, ho
sempre fatto quello che mi andava di fare, se ho voglia di suonare e cantare lo
faccio, se mi va di stare in silenzio metto in mute, senza dover dar conto a
nessuno. Potrei chiudere la risposta col verso di una mia canzone mai uscita su
un disco ufficiale che però è parte di un bootleg live registrazione di un tour
veramente underground del 2011 in cui cantavo "Si fa presto, si fa presto
a farsi fottere!".
Direi che la tua conclusione
non fa una piega. Hai citato un bootleg di un tour underground del 2011. So che
ti sei sempre mosso per sentieri alternativi, spesso impervi, ma credo anche
ricchi di soddisfazioni. Gli anni trascorsi dal tuo ultimo disco ufficiale
"Sono un genio ma non lo dimostro" sono ormai tanti. È una strada che
non vuoi più percorrere o, invece, qualcosa bolle in pentola?
Dopo l'uscita di Sono un genio ma non
lo dimostro (Alabianca/Warner 2007) e un paio di anni di live per
promuoverlo, la mia strada musicale ha preso una direzione inaspettata anche
per me e, se vogliamo, in un certo senso incredibile. Ad un certo punto mi sono
accorto che non ne potevo più della musica che mi circondava, la mia e quella
degli altri del panorama italiano e spesso anche internazionale, non solo da un
punto di vista tecnico musicale, ma anche proprio concettualmente. Sinceramente
non sopportavo neanche tutto il contorno della musica nostrana, radio,
giornalisti, musicologi, festival e premi d'autore, tradizione cantautorale
vecchia, finto rock travestito da alternativa e tutta una serie di cose per me
insopportabili, come paragoni, riferimenti costanti al testo poetico e meno
poetico, accuse di non avere come altri una linea musicale ben individuabile,
come dire che non facevo sempre la stessa canzone rigirata a mo’ di frittata,
insomma, per auto citarmi, non ero mai stato "né pop, né rock, né
jazz...". Cancellare tutto a parole è facile, in pratica è cosa
complicata. Così sono partito da quello che mi pareva più naturale facendo
musica, cioè sentire suoni diversi, magari utilizzare strumenti non usuali, non
convenzionali. Deciso che la cornamusa era troppo difficile da imparare in
breve tempo e che di elettroniche sofisticate capisco zero, mi sembrò più che
naturale rivolgermi agli strumenti a corda che da sempre suono.Una specie di tabula rasa della musica
moderna mi ha portato a ricercare nel mondo primordiale, una indagine di suoni
primitivi, in terre africane, in popolazioni non gravate da architetture armoniche
e melodiche di cultura occidentale, ritmo e vibrazioni per stringere, suoni
viscerali. Le corde di budello animale, le percussioni, il suono profondo di
corni e di casse toraciche con emissioni basse baritonali, un mondo magico,
psichedelico, rotolante "rock", l'origine di tutto alla fine, del
blues e quindi di tutti i generi che poi si sono succeduti, tutto partiva da
lì. Così smontai prima le due corde più sottili della mia chitarra, poi anche
la terza corda (il sol) e cominciai a suonare come un misto di chitarra e
basso.... Vado più in fretta che posso; cominciai a creare, grazie ad un amico
liutaio, uno strumento elettrico a 3 corde che chiamai bassarra (ora sono
arrivato ad un basso a due corde) con l'uso dello slide. Non solo il suono ora
era diverso, ma cambiava proprio il concetto di fare musica, suonavo bi-corde,
potevo accordare in maniera diversa per creare armonizzazioni e via dicendo. In
questa maniera non aveva senso continuare a pensare alla canzone così come
avevo fatto fino a quel momento, quando suoni ritmico, quasi percussivo, non
puoi più permetterti di non esserlo anche con le parole, anzi con i suoni che
emetti e non avere le corde sottili ti impedisce di fare melodia intesa come i
soli, accenti vari e a tutto questo devi sopperire con la bocca e quindi anche
con quello che dici. Lo so che forse non è di facile comprensione ai non
addetti e forse è anche complicato da sentire la differenza, ma è un mondo
totalmente diverso. Non me ne fregava più nulla delle parole, anzi le parole
erano pesi superflui, ostacoli alla musica, questo non vuol dire che i concetti
non erano forti come e più di prima, solo che cominciavo a superare il birignao
retorico e stantio della canzone d'autore italiana. Da lì è stato tutto un crescendo
fino a un episodio un po’ magico. Chiamai un amico e musicista che già aveva
giocato con me, un trombonista, e gli spiegai che avevo voglia di mettere su
una band con queste caratteristiche per fare un genere alternativo, con suoni
ipnotici, cupi, ma ritmico, con vibrazioni ed energia, mi pareva che una
chitarra a tre corde un trombone e una batteria fossero l'ideale. Da grande
jazzista, ma anche da sperimentatore accettò volentieri e con un batterista
cominciammo a provare e nacquero Rudy Marra & the M.o.b. (Member's of band)
e fu lì che successe la magia. Un giorno Simone (Simone Pederzoli trombone ndr)
durante alcune prove mi nominò una band che in qualche modo aveva un percorso
simile a quello che stavamo facendo, si trattava dei Morphine, band cult
americana degli anni '90, un alternative rock proprio da loro definito low
rock. Io, sinceramente, non li conoscevo o forse avevo sentito qualcosa di
passaggio, quindi andai a ricercare nella rete. Sconvolgimento totale, mi
sembrava di vedere e sentire, in un certo senso, il mio sogno, i miei pensieri
musicali, concretizzarsi, diventare reali, fattivi. Non conoscevo la storia del
leader bassista (a due corde!) Mark Sandman e scoprire che era scomparso nel
1999 proprio in un tour in Italia mi prese ancora di più. In breve cercai il
contatto dell'altro carismatico fondatore della band, il sax baritono Dana
Colley e sarebbe troppo lungo raccontarlo ora, ma alla fine, nell'estate 2011,
da Boston lui si unì a noi in Italia per una collaborazione musicale e direi
spirituale che da quel momento mi ha preso totalmente. Lo so che è lunga la
storia, ma non potevo spiegare altrimenti come poi, qualche anno dopo, siamo
andati a finire in uno studio di registrazione di Roma, il Diapason, il cui
sound engineer Simone Satta ha voluto diventare il produttore del progetto di
Rudy Marra & the M.o.b. feat Dana Colley che dopo due anni e passa di
registrazioni è pronto e caldo. Il problema è ora come, con chi, quando uscire,
vista la situazione di decomposizione cadaverica della discografia italica.
C'era una bozza di idea di uscita per il 1° maggio, ma come sai tutto è saltato
per pandemia. Posso solo anticipare che si tratta di un concept album di 16
tracce dal titolo Morfina, un viaggio
nel bisogno umano di trovare rimedi efficaci per i nostri dolori, fisici e
dell’anima, senza correre il rischio di diventare dipendenti da qualcuno o
qualcosa, insomma niente di stupefacente, pur essendo un disco assolutamente
stupefacente! Musicalmente la vecchia strada musicale è per me superata,
d'altronde se si vanno a sentire attentamente i miei dischi precedenti non era
affatto una strada precisa, mi ha sempre annoiato rifare le stesse cose, con
stessi schemi fissi, non amo neanche nella vita normale essere catalogato e
schedato. Certo capisco, da tante dimostrazioni di affetto che ricevo, che quel
mio passato è incancellabile, ed è giusto che sia così anche solo per i
grandissimi musicisti che hanno lavorato e hanno collaborato con me nei miei lavori,
per questo, oltre al nuovo disco, ho deciso di fare qualcosa per accontentare
chi è ancorato al mio passato, però l'ho fatto scrivendo un recital dove ci
saranno alcune di quelle vecchie canzoni, un attore sul palco e forse io farò
da colonna sonora dal vivo. Anche in questo caso doveva concretizzarsi il tutto
questa estate con qualche giro di prova, poi sappiamo il guaio successo...
Aspettiamo fiduciosi... il titolo del recital? Ridi Rudy che se non ridi ti rodi che mi pare giusto per il
momento.
Una storia fantastica direi,
da farci un documentario, aspetterò fiducioso. Ma la tua attività letteraria,
invece, rimarrà un episodio unico il tuo romanzo L'utente potrebbe avere il terminale spento? Perché credo che tu di
cose da dire ne abbia parecchie, magari non gradite a tanti, ma sempre
originali e contro mano, no?
Intanto ti/vi faccio sapere che i romanzi sono già 2, nel 2015 è uscito per
Zona ed. "Le facce" un romanzo, meglio un racconto breve, che parla
di incomunicabilità, con i suoi vari risvolti. In cassetto ho già pronto altro
materiale letterario, ma, come per i dischi, anche nell'editoria finché non sei
nel giro che conta è meglio aspettare il momento opportuno, per poterti almeno
gestire da solo una promozione che sia un minimo degna, almeno farlo sapere ad
una ristretta cerchia di amici, conoscenti, magari fare avere il librobrevi manu a quelli che vengono a sentirti
suonare, insomma non è un caso che anche tu non sapessi della mia seconda
pubblicazione (suppongo sia ancora in vendita in rete). Aggiungo solo che il
disco praticamente ultimato di cui ti ho accennato prima, "Morfina",
ha molto a che vedere con le pagine scritte, non a caso il titolo ha vari
riferimenti, un po’ gioca con la partecipazione di Dana Colley dei
Morphine,ovviamente il tema trattato,
cioè, come ripeto, il tentativo vano di trovare rimedi istantanei al nostro mal
di vivere, così come ci potrebbero illudere le droghe e, infine, anche, forse
soprattutto, perché è un richiamo a Morfina,
un racconto di Michail Bulgakov e, proprio come in quello, ogni canzone che
compone l'album è presentata da un breve scritto, come fossero appunti
giornalieri di un diario personale tenuto nell'arco di un anno intero, un anno
in cui il protagonista lotta con il suo male, i suoi ricordi, la ricerca di una
felicità risolutiva, un cadere e rialzarsi continuo, fino alla morte, al suo
stesso funerale a cui partecipa serenamente come se tutto il percorso doloroso
non fosse stato altro che paura di quell'evento finale, il paradosso base della
nostra sofferenza umana, quello di nascere solo per morire. Però il diario
racconta anche che la vita non è una linea retta, un punto A che arriva a un
punto B finale, ma un cerchio che magicamente ricomincia, senza soluzione di
continuità. Come vedi non so neanche io se ho fatto un disco di canzoni oppure
un libro che suona.
Credo che non abbia alcuna
importanza etichettare ciò che si produce, il voler poi incasellare un artista
è, in fondo, il mal celato tentativo di toglierli libertà. In tutto questo lungo
percorso che, proprio perché fuori da ogni logica di mercato e lontano anche
dalla cosiddetta musica indipendente, sembrerebbe vederti isolato da tutto e da
tutti, in realtà ci sono state collaborazioni musicali con altri artisti, penso
a Tosca, a Cristiano De André, Giusy Ferreri, Paolo Belli. C'è qualcuno nel
panorama italiano con cui vorresti, invece, collaborare all'interno di un tuo
progetto discografico? Un po' come avvenuto con Dana Colley?
La risposta è semplicissima, Eugenio Finardi, il pezzo è già pronto, è il
rifacimento, anzi uno stravolgimento di un suo classico, anche questo farebbe
parte del nuovo progetto, il contatto c'è già positivamente stato, ma
ovviamente finché non si concretizza discograficamente non posso coinvolgerlo
più di tanto.
Mi piacerebbe concludere questa
chiacchierata con uno sguardo al futuro, non tanto del mondo discografico che,
forse è già morto e sepolto, però sentiti libero di dire la tua sul suo stato
di salute, ma soprattutto su quello di Rudy Marra artista a tutto tondo. Mi
sembra che di carne al fuoco ce ne sia parecchia, come vedi la tua fase 3?
Parto immediatamente dal fatto che ti ho fatto sapere di miei progetti
discografici, letterari, teatrali quando ancora nulla è sicuro, magari nessuno
sarà interessato a pubblicarli o a farli andare in scena, cosa che qualche anno
fa non avrei mai fatto nemmeno sotto tortura, almeno fino a quando non fossi
stato sicuro di date, uscite con tanto di firme e controfirme contrattuali,
questo proprio perché è saltato tutto, ormai ci sono praticamente solo
autoproduzioni svincolate da qualsiasi contatto con il mercato, perché il
mercato non esiste più o, quanto meno, si è ridotto a gestione di
"personaggi televisivi" che hanno scadenze annuali, quei pochi (o
molti, a secondo dei punti di vista) che galleggiano nelle major, parlo dei
partecipanti ai Talent, quelli che fanno Sanremo nell’anno in corso, vecchi
leoni nelle riserve di programmi tv Rai e super big prima dell'ennesimo tour
estivo nelle arene, Stadi etc. Poi c'è tutto un sottobosco di cosiddette etichette
indipendenti che sfornano artisti a ripetizione, con lo stampino e con un nome
strano,replica della replica della
replica dei De Gregori, De Andrè, Rino Gaetano (ovviamente, per dati di fatto,
replica del peggio), fino al fenomeno rap / trap con le sue varie accezioni, un
elenco di nomi inutili che vanno ad ingrossare il panorama già troppo saturo.
Nulla contro nessuno di questi generi, né contro alcuno di questi artisti,
ricordo sempre che quelli della mia generazione di tendenza rock “schifavano” a
prescindere la “musica da discoteca”, poi negli anni ci siamo accorti che
dentro quella marmellata c’erano anche cose fortissime, The Chic, Earth Wind
& Fire, Kool & the Gang… il problema sta nella testa di questo sistema
marcio, di quelli che sono a capo, direttori artistici, manager, impresari che
per incapacità o per esigenze di semplice fatturato imposto hanno stravolto il
mondo musica portandola da dimensione prettamente artistica a dimensione
“ufficio di collocamento per lavori alternativi” e accordi economici con gruppi
editoriali extra-musicali. La mia fase 3, come per tutti, dipende purtroppo da
questa situazione anomala: gli spazi nella discografia sono ristretti, anzi
stitici, risicati i modi per promuovere un progetto, relegati per lo più alla
rete e a circuiti digitali che hanno imbastardito l’educazione musicale, si
tratta per lo più di vendere immagine, video da cliccare, insomma tutto è
delegato alla capacità mediatica, a essere parte attiva dei mass-media, che poi
vuol dire essere massa, ossia carne tritata, poltiglia da consumare. Resterebbe
il circuito live, naturalmente club, associazioni culturali, qualche illuminato
gestore di eventi e festival, ma, anche qui, ancora prima del Covid-19, la
situazione era già disastrata, sempre più legata alle esigenze degli oberati
conduttori, incassi, vendite delle bibite e dei panini e, quindi, spesso
diretta e guidata dalla precedente esposizione mediatica, il cane che si morde
la coda insomma. Bisogna essere chiari, il modo di fruire della musica, un po’
per tutto quello appena detto, ma anche per altro, è cambiato radicalmente: di
questi artisti che hanno milioni di click in rete i loro fan conoscono a
memoria la canzone, conoscono bene il look, gli argomenti che tratta, e basta.
Chi ha suonato la chitarra nel suo disco? E la batteria? Ma c’è una batteria
vera in quel disco? E la chitarra che sembra una chitarra è una chitarra
davvero? Ma c’è qualcuno che suona ancora un qualsiasi strumento in questi
dischi? Una volta non era così, la musica non era solo una canzone da sentire,
era una storia da vivere, si viveva anche quello che accadeva dietro il
proscenio, il sudore del batterista sui tamburi, le evoluzioni del chitarrista,
bassista, pianista, chi era il produttore, la casa discografica etc. E si conoscevano
le vite dietro quel prodotto, il sangue, compreso i vizi e le droghe usate.
L’mp3 e la digitalizzazione hanno omologato la musica, tutto suona uguale, più
o meno, questa compressione audio serve ai grandi gruppi (Apple, Windows…) a
mettere infinite quantità di materiale nei loro dispositivi lanciati sul
mercato (pc, smartphone, ipod…), quantità non qualità! Le radio devono suonare
musica che abbia bit e bassi adatti agli impianti di ricezione. La musica si
dice è diventata più democratica, tutti possono fare in casa un disco, un video
clip e sbatterlo in rete e sperare nella buona stella, nel colpo di fortuna e
lavorare per costruirselo. Si sa, il potere al popolo, la demo crazia, è sempre
stato un inganno organizzato da pochi, dai tempi delle Polis ateniesi,
basterebbe leggere La Repubblica di
Platone e arrivare alla Fattoria degli
animali di Orwell.Io non ho mai
pensato di fare musica per lavoro, a dire il vero ho perso tante occasioni
perché non mi è mai andato molto di essere costretto per forza ad andare in
giro a cantare, ho sempre fatto dischi o libri e sono andato a promuoverli da
solo quando avevo voglia di dire la mia, di dire ad altri come vedevo il mondo
in quel preciso momento. Questo è quello che continuo a fare, se e quando
usciranno per il pubblico i miei nuovi progetti sarà mia premura cercare di
farlo sapere a più persone possibili, nonostante gli ostacoli mediatici
suddetti e, come sempre, chi già mi segue mi ritroverà, qualcuno che non mi
conosceva mi conoscerà e a chi non interesso continuerà a non sapere della mia
esistenza, almeno per il momento, perché la musica, digitalizzazione o non
digitalizzazione, incapacità dei discografici o meno, a volte è talmente magica
che arriva da sola dove le pare. L’unica cosa che sinceramente mi auguro è la
possibilità di tornare a suonare in giro insieme ad altri musicisti compagni
d’avventura, perché col tempo mi è venuta voglia di salire sui palchi, grandi o
piccoli che possano essere, davanti a tanta o poca gente non è un problema che
mi assilla più di tanto. Come dal tema trattato nel mio ultimo lavoro ancora
inedito, io non voglio dipendere e non m’interessa che altri dipendano da me.
Quasi un anno fa, di questi tempi, uscì un disco che mi colpì molto da
subito, si trattava di “Blusanza” del chitarrista e cantautore abruzzese Nicola
Pomponi, in arte Setak. Un titolo originale, un dialetto, quello abruzzese o
meglio di Penne, poco utilizzato nell’ambito della canzone d’autore e undici
tracce che per la qualità dei pezzi sarebbero potuti benissimo essere undici
singoli. Un disco d’esordio di grande maturità. È passato ormai un anno, lo
ascolto ancora con piacere e, grazie anche a questa quarantena, ho pensato bene
di andare a disturbarlo per una chiacchierata.
Questa emergenza coronavirus, la conseguente quarantena impostaci, per
molti è stata anche motivo di riflessione sulla propria vita, sulla propria
attività. Tu, personalmente, sei reduce dal tuo primo disco Blusanza, se
dovessi fare un primo bilancio di questo esordio discografico che conclusioni
trarresti?
Si, devo ammettere che la quarantena è stata anche una preziosa
occasione per riflettere. Riguardo al disco sono davvero felice di come sia
stato accolto. Essendo un progetto con un percorso tutto suo, mi dispiace che
si sia fermato tutto perché stavano succedendo cose importanti proprio in
questo periodo. Non ci resta che prendere il buono da questa situazione (e di
cose buone ce ne sono molte) ed avere molta pazienza.
Ecco, credo valga la pena di parlare un po' di questo tuo primo disco
che appena ho avuto tra le mani mi ha colpito sia per il titolo quel Blusanza
che è un neologismo che unisce il blues alla transumanza, sia per la copertina
che ti ritrae trattenuto desiderato da mani il cui colore tradisce origini
diverse. Mi piacerebbe che mi spiegassi queste scelte comunicative.
Sì, l’idea era quella di trovare un nome che riuscisse a riassumere il
concetto del disco che è nato dall’esigenza di sintetizzare tutte le mie
esperienze musicali e umane, il rapporto con la mia terra e con il mio
dialetto, tutta la musica con cui sono venuto a contatto. Blusanza, ovvero
blues e transumanza, sentimento e appartenenza, è una miscela di influenze
musicali (il blues, imprescindibile per la mia formazione che ho mischiato ad
altre realtà musicali di varie parti del mondo). Su tutto questo ho innestato
il dialetto della mia terra adeguandolo espressivamente a una mia personale
esigenza di intimismo. Per quanto riguarda la copertina c’è da dire
innanzitutto che è stata un’esperienza fortissima. Volevo qualcosa che
traducesse in un’immagine il concetto di esperienza. Ho immaginato a delle mani
su di me che rappresentassero la storia, i luoghi, le esperienze della mia
vita. Poi ci sono io con l’espressione di uno che accetta con serenità tutto
questo. È stata scattata a Lione dal mio amico fotografo Jacopo Butticè il
quale, dopo avergli comunicato l’idea, si è occupato di trovare persone di
diverse etnie ed età. Io ovviamente non conoscevo queste persone e volevo che
fossi toccato e anche infastidito. Dopo i primi momenti di timidezza e
imbarazzo, mi hanno letteralmente torturato. Si era creata una situazione
surreale, non potevamo comunicare verbalmente per via della lingua ma c’era
un’energia bellissima, giornata memorabile.
Dire che per via della lingua non potevate comunicare e scegliere di
usare il dialetto per il tuo primo disco potrebbero sembrare una
contraddizione. Il dialetto in campo musicale è per te un ostacolo alla
diffusione del proprio mondo musicale o, al contrario, un arricchimento, il
creare un legame stretto, inscindibile, con le proprie radici?
Si è vero, ho scritto che non potevamo comunicare verbalmente ma ho
anche scritto che si era creata un’energia bellissima, memorabile. Questo è
esattamente quello che vorrei succedesse con la mia musica. Io credo che il
dialetto, almeno nel mio caso, non sia un elemento determinante ma
semplicemente un pezzo del puzzle. Nelle mie canzoni parlo al mondo, racconto
di cose in cui potrebbero rivedersi tutte le persone di qualsiasi parte del
mondo e come mezzo di espressione ho usato la mia lingua d’origine,
l’abruzzese.
Ricordo bene che il disco è stato anticipato dal singolo Alé Alessa’
con un video bellissimo, direi surreale, in cui tu sei su un ascensore e ad
ogni piano si aggiungono strani personaggi, ognuno reclama spazio, ma ad un
certo punto da delle borse porta strumenti vengono estratti come per magia
chitarre, banjo, tamburelli e la musica sembra mettere tutti d'accordo in un
clima festoso. È un po' quel messaggio di cui si vuol fare portavoce il disco
stesso?
Si, prima dell’uscita del disco sono stati pubblicati tre pezzi e Alé
Alessa’, in effetti, è stato l’ultimo. In realtà non ho mai pensato a
questo e non ho questa presunzione però se a qualcuno dovesse trasmettere
questa sensazione, ben venga!
Magari per qualcuno lo è stato, come accade nel video. Anche durante
questa lunga emergenza ho notato che la musica per tanti è stata di aiuto. Le
dirette Facebook, il cantare sui balconi ne sono degli esempi eclatanti. Non
dico che un disco possa salvare la vita, ma un buon disco come il tuo può
sicuramente renderla più piacevole. Se dovessi scegliere una canzone del disco
cui non rinunciare per alcun motivo al mondo, quale sarebbe? E per quale
motivo?
Cattiveria pura! ☺ Questo tipo
di domande mi stendono, troppo difficile. Sarebbe come chiedere a un padre
quale figlio salvare. Se mi chiedessero di salvare una canzone del disco in
cambio della vita sceglierei molto probabilmente Dumane ha ‘ggià ‘rrivate.
In quel pezzo c’è tutto.
Bellezza pura, in questa risposta c'è davvero tutto l'amore paterno per
la propria creatura. Restiamo ancora al disco e precisamente al nuovo singolo
appena pubblicato in questi giorni, ossia Pane e 'ccicorje, il cui tema
è decisamente in tema con la separazione imposta in questa lunga quarantena. È
nato con il contributo dei tuoi ammiratori se non sbaglio, mi racconti genesi
del brano e del video appena realizzato?
Si rispondere non è stato facile perché questo non è uno di quei dischi
in cui ci sono due singoli e il resto messo lì per riempire il vuoto. Ogni
brano ha avuto una storia unica a cui ho dedicato tutto me stesso. Prima di
parlare del nuovo disco (evento ovviamente rimandato) volevo porre l’attenzione
su quei brani del disco che non hanno avuto la visibilità degli altri. Il primo
è appunto Pane e ‘ccicorje (che casualmente tratta di un tema molto in
sintonia col momento che stiamo vivendo) di cui avremmo dovuto girare il video
proprio nei giorni dell’emergenza. A quel punto abbiamo chiesto aiuto ad amici,
fan ed a tutti quelli a cui avrebbe fatto piacere partecipare. A mio avviso ne
è uscito un lavoro davvero bello, mi sono emozionato la prima volta che l’ho
visto.
Che sia proprio come dici tu, lo dimostra il fatto che nel gioco al
massacro tu, sebbene a malincuore, abbia scelto di salvare la canzone che
chiude il disco, segno che non si tratta di un riempitivo ma forse il brano che
più ti rappresenta. Personalmente adoro Zitta zitte, sarà forse perché
in quell'espressione sembra stare racchiuso un modo di pensare tipico degli
abruzzesi, quel sottrarsi dai riflettori anche quando invece meriterebbero di
essere illuminati dall'occhio di bue, un po' come quell’artista che ha scelto
di chiamarsi Setak. Sarà forse il nuovo singolo?
Si, dici bene. Zitta zitte forse è il pezzo che più di tutti
parla ai miei conterranei. Più che altro descrivo personaggi e situazioni molto
frequenti nei contesti di paese. Un altro aspetto che hai colto sono i modi di
dire come appunto “Zitta zitte” che caratterizzano il pezzo. Infatti quando
uscì la canzone molte persone mi hanno chiesto a quali personaggi reali mi fossi
ispirato e ovviamente questo rimarrà un segreto! Sicuramente sarà, se non il
prossimo, uno dei pezzi su cui metteremo l’accento nei prossimi giorni.
Riguardo al discorso sui riflettori devo ammettere che il progetto non aveva
questo come obiettivo primario ma un’eventuale maggiore attenzione mediatica
non la disdegnerei.
Per chiudere il discorso su Blusanza, ad inizio intervista hai
detto di essere rimasto molto dispiaciuto che questa emergenza coronavirus
abbia impedito lo svolgersi di alcuni eventi legati all'evoluzione del
progetto, cosa stava bollendo in pentola?
Beh, oltre ai diversi concerti che non vedevo l’ora di fare in posti
molto belli ci sarebbe stato l’evento più importante, ovvero l’uscita del
secondo album.
Forse è prematuro parlarne, ma hai anche fatto cenno ad un nuovo disco,
credo che guardare al futuro sia un'iniezione di fiducia per tutti. Mi dici
qualcosa di più sul prossimo progetto?
La prima cosa che mi verrebbe da dire è un po’ quella che dicono tutti
gli artisti prima dell’uscita di un loro lavoro. Sarà una bomba!
Autoincensamenti a parte devo dire che sono davvero contento e non vedo l’ora
di farlo uscire. Se dovessi trovare una diversità con il primo, questo è
decisamente più estroverso e le tematiche hanno un valore ancora più
universale. La cosa certa è che lo spirito è rimasto lo stesso del primo album.