venerdì, gennaio 25, 2013

Intervista a Giangilberto Monti



di Fabio Antonelli

Lo chansonnier milanese Giangilberto Monti, grazie anche alla collaborazione del giornalista Enzo Gentile, nel suo nuovo progetto "comicanti.it" (libro+doppio cd) racconta la storia della nostra comicità musicale e dei suoi comicanti: dalle macchiette del café-chantant, ai primi del Novecento, fino ai personaggi più recenti usciti dalle pedane di Zelig. Sentiamo allora cosa ci racconta.



Se sei d’accordo, direi di cominciare dalle origini di questo progetto, com’è nato “comicanti.it”?

Il lavoro è iniziato cinque anni fa e la prima difficoltà, è stata quella di cercare di capire quali canzoni si dovessero usare, per cercare di raccontare la storia della comicità musicale. Inizialmente era solo un disco, uscito oramai quattro anni fa con la Carosello (2009), che raccoglieva canzoni che andavano da Ettore Petrolini a Dario Fo, quindi le canzoni più importanti di questo mondo. Erano canzoni molto conosciute, come “Tanto per cantare” di Petrolini, piuttosto che “L’Armando” di Jannacci o “E’ arrivata la bufera di Rascel …

All’inizio quindi, era solo un disco, giusto?

Esatto, uscito nel 2009. Abbiamo fatto un grande spettacolo a Milano, al Teatro Franco Parenti con tutti gli ospiti. E anche il disco è andato bene, ci sono stati poi altri spettacoli nei teatri, che hanno contribuito a raccontare un po’ la storia della canzone comica. Un paio di anni fa, sull’onda di quel successo, con i miei collaboratori ci siamo detti, proviamo un po’ a fare il salto definitivo, cioè arrivare a quei cantautori che hanno raccontato con ironia e sarcasmo gli anni ’70, ’80 e ’90, insomma, gli anni più recenti nella storia del nostro paese. In questo tentativo, abbiamo subito capito che il disco non era sufficiente come strumento. E’ vero che le canzoni sono sempre state eseguite sotto forma di duetti, per cui c’è stato un rapporto artistico tra me che arrangio, invento, scelgo le canzoni e l’artista mio collega, in questo caso i tanti comicanti di oggi che mi hanno aiutato nel presentare questo disco, però era evidente la necessità di spiegare meglio questo lavoro, questo mondo. E’ stata la voglia di avere più tempo a disposizione che ha portato a un’idea più letteraria. In questo cofanetto, infatti, è presente anche un libro, scritto con Enzo Gentile che è un giornalista musicale, che racconta più diffusamente la storia, i personaggi, i repertori. I comicanti, in realtà, sono tantissimi e tanti sono i filoni, stiamo parlando di un mondo che inizia da Napoli, ai primi del ‘900, per arrivare ai giorni nostri con Zelig, in mezzo ci sono infiniti filoni comici - umoristici, sarcastici e demenziali - che di fatto raccontano la storia del nostro paese.

L’ho letto proprio oggi, un po’ a spizzichi e bocconi, questo libro fresco di stampa e, l’ho trovato davvero esaustivo, in tal senso.

Mah, prima di tutto perché non l’ha fatto ancora nessuno. Tra l’altro forse non sai, ma ho appena pubblicato un libro sulla storia del cabaret (La vera storia del Cabaret, ed. Garzanti), che ho scritto con Flavio Oreglio, è uscito a fine ottobre, però il cabaret è un mondo molto vasto. La musica è anch’essa un mondo enorme, però la canzone comica è stata da sempre ritenuta un genere di serie B. In realtà molti dei personaggi di cui parliamo nel libro, mi vengono in mente Gaber o Jannacci, piuttosto che Elio e Le Storie Tese, sono entrati anche nelle alte classifiche, come pure Carosone o Buscaglione. Sono stati personaggi molto amati dal  grande pubblico e, non si possono, secondo me, considerare un sottogenere. Talvolta sono riusciti ad arrivare a vendite paragonabili alla cosìddetta musica pop utilizzando, al di là dei linguaggi, modi musicali diversi. Noi stessi abbiamo cercato di rendere più moderne queste canzoni, anche quelle più antiche, perché oggi ovviamente sono diversi sia gli strumenti sia le tecnologie. E comunque rimangono canzoni bellissime ancora oggi, molto attuali nei testi.

Si, in effetti, tra le canzoni ascoltate nel disco, in tema di modernizzazione mi viene in mente ad esempio “Il gorilla” …

(ride) “Il gorilla” è stato un divertimento puro, grazie ad Antonio Cornacchione. Ogni canzone ha una storia, dietro ogni canzone c’è un aneddoto, il dietro le quinte di questo mondo è davvero molto divertente. Cornacchione non sa cantare, questa è la realtà! Quando è uscito il primo disco, lui mi ha telefonato è mi ha detto “Mah, scusa Giangilberto, perché non mi hai chiamato?”, allora gli ho risposto “Antonio, perché non sai cantare! Ci sono tanti altri comici che non sanno cantare e non ho chiamato”, però lui insisteva “Ho capito, però è un peccato”. C’è poi da dire che il problema di questa canzone è che l’unica cosa veramente cantabile è il ritornello, a quel punto c’è venuta l’idea, ma non vorrei svelare subito il gioco, di parlarlo anziché cantarlo, Per cui io racconto la storia cantando le strofe e Antonio Cornacchione interpreta il ritornello a suo modo, quindi come un attore comico. V’inviterei ad ascoltarlo perché, secondo me, è vero che una parte dei puristi del genere si offenderà perché l’approccio è davvero molto diverso dall’originale, però, di fatto “Il gorilla” resta una grande canzone ironica e anche importante, perché è stato il primo esempio, per il nostro cantautorato, d’importazione dal mondo del cantautorato francese, in questo caso Georges Brassens. Era la prima volta in cui Fabrizio De Andrè traduceva un personaggio come Brassens, che in Italia era ancora poco conosciuto, stiamo parlando degli anni ’60, e in questo modo lo porta al grande pubblico.

Guardando le tracce presenti nel disco, mi fa piacere che si spazi al di là di quella che è tradizionalmente considerata la canzone comica, vi si trovano anche nomi come quello di Capossela, giusto per fare un nome.

Si, perché è proprio quella la diversità rispetto a un modo tradizionale di vedere questo genere. Penso al cantautorato che agli inizi degli anni ’70 diventa popolarissimo, a certi cantautori tipo Rino Gaetano o Sergio Caputo dichiaratamente ironici, ma anche a Vinicio Capossela che ha una sua surrealtà, il suo è un mondo di grande invenzione testuale, esattamente come fu per Renato Rascel quando uscì “E’ arrivata la bufera”, era davvero una rivoluzione per quegli anni. Quando Capossela pubblica le sue canzoni negli anni ’90, i suoi testi erano completamente diversi da quanto c’era in quel momento sul mercato, la gente non l’ha capito subito, il pubblico l’ha capito un po’ dopo e la particolarità di Capossela, non è solamente la bellezza della musica o la sua interpretazione originale, ma proprio l’utilizzo di testi con una grandissima ironia di fondo, però un’ironia alta, non c’è mai la battutaccia o la volgarità. Noi ci siamo fermati a Capossela, ma si poteva continuare, non so, ad esempio citando Checco Zalone, ma a quel punto saremmo arrivati all’autobiografia.

Si, è vero, se si vuole fare dello storicismo occorre lasciare sempre che passi del tempo.

Si, se ti avvicini troppo ai giorni nostri, quando non hai più la distanza, finisci per raccontare te stesso. Io potrei raccontare gli anni che ho vissuto allo Zelig dal 1986 al 1996 quasi tutte le sere, però è l’esperienza personale e non riesci nell’intento di raccontare la storia, tanto è vero che la mia storia coincide con quella dei comicanti di oggi, quelli che ho chiamato nel disco, è come se interpretassi che so Stefano Nosei o Flavio Oreglio, non è la stessa cosa. Ci vuole una distanza per capire ed è per questa ragione che nel libro scritto con Oreglio “La vera storia del Cabaret”, ci siamo arrestati, pressapoco, agli anni ’70, perché poi diventa difficile raccontare la vita vissuta, non sei più obiettivo, vedi solo le cose dal tuo punto di vista.

Torniamo al progetto comicanti.it, perché gli hai voluto dare proprio questo titolo?

Comicante è un neologismo, è una parola che ho inventato per descrivere quest’artista completo, che mischia la comicità con la musica, quindi comico e cantante. E’ il classico uovo di Colombo, così come cantautore è il cantante autore, però il comicante non é solamente un comico che canta o un cantante che fa il comico, è molto di più, è un incrocio tra lo chansonnier e un cantautore. In qualche modo racchiude in sé molti mestieri dell’arte perché il far ridere, che è operazione già di per sé molto difficile, è faccenda ancora più complicata se poi devi cantare. La canzonaccia o la canzonetta son capaci tutti di farla, però una bella canzone, accanto a un bel testo ironico, umoristico, accanto a un modo di porgere questo testo, necessita di una preparazione che non è di tutti, non tanto perché sia complicato, ma perché rappresenta un percorso artistico di ricerca. Il comicante, è quindi una figura abbastanza rara, se vogliamo dire così, ma proprio perché lo è, è bello riuscire a coglierne lo spessore. Nel passato ci sono stati grandi esempi ed io mi sono permesso solo di raccontarlo. Comunicanti.it è poi un gioco di parole, facciamo un po’ il verso al web. E .it fa riferimento alla comicità musicale italiana. Avrei anche potuto chiamarlo Comicanti.com ma sarebbe stato un po’ eccessivo (ride)

Restando in tema di degni rappresentati della canzone comica, proprio lunedì sera sulla Rai è andato in onda lo speciale su Giorgio Gaber, in occasione del decennale della sua scomparsa, l’hai visto?

No, ho letto però qualcosa sul web, ho letto tra l’altro un bell’articolo di Aldo Grasso che mi trova abbastanza d’accordo. Non vorrei sembrare né presuntuoso né polemico, però credo che l’artista, quando è in vita, dia il meglio di se stesso, questa forse è una banalità ma è così. Gli eredi non sempre rendono un grande servizio all’artista scomparso, soprattutto quando gli mettono in bocca tutto il possibile, come hanno fatto e stanno facendo con Gaber che, a mio parere, sembra una coperta un po’ corta che ognuno tira dalla sua parte secondo le esigenze di copione. Come dicevo prima, non vorrei sembrare troppo polemico, però tutto questo è molto fastidioso, per me almeno che ho conosciuto molto bene Giorgio e, ti dirò, l’ho conosciuto bene anche umanamente. Mi spiace, ad esempio, al di là dalla trasmissione che per carità può essere stata fatta bene o male, però si sa che la televisione ha proprio questo di bello e di brutto, di essere la televisione, quindi in qualche modo assorbe, distrugge e livella. Gaber è stato un artista che ha dato il suo meglio, proprio perché era molto libero di farlo. Era molto anarcoide nelle sue manifestazioni, in fondo vorrei dire che non aveva alcun bisogno che qualcuno lo raccontasse. Basterebbe ascoltarlo…

Perché poi il rischio è che ognuno finisca per mettergli addosso la propria bandiera.

Si, è un po’ come i settemila che scalava Messner senza ossigeno, è chiaro che poi ci arrivino anche tutti gli altri, solo che lui c’è arrivato per primo. E’ ovvio che le canzoni sono quelle e ognuno le legge, le interpreta come vuole, però quello che è fastidioso, ma veramente fastidioso, secondo me, e anche un po’ vergognoso, che ci siano degli artisti che non hanno mai avuto proprio nulla a che fare la storia di Gaber …

Che sono poi messi in cartellone, un po’ come specchietti per le allodole?

Più che altro sono chiamati a interpretare canzoni che magari hanno anche orecchiato ma … c’è un grandissimo contrasto! A me sentire Gigi D’Alessio che canta Gaber … a me vengono veramente … non so come dire …

Magari avrebbe certamente avuto più senso una tua presenza …

No, non so, questo no, non dico quello, … dico che non c’entra nulla ed è un peccato per Gaber, non per Gigi D’Alessio del quale diciamo che non m’importa nulla, lui in fondo fa il suo mestiere, io faccio il mio, siamo come dire il bianco e il nero di una situazione, però non c’entra davvero nulla …

Soprattutto non aiuta certo a capire chi è stato veramente Gaber.
Ed è anche secondo me vergognoso artisticamente, parere mio personale e, (ride) direi che con questo abbiamo concluso!



Sito ufficiale di Giangilberto Monti: www.giangilbertomonti.it


Sito del progetto “comicanti.it”: www.comicanti.it

martedì, gennaio 22, 2013

Recensione CD "Qualcosa che vale" di Patrizia Cirulli


Patrizia Cirulli: “Qualcosa che vale”
E già … qualcosa che vale
di Fabio Antonelli

E già … qualcosa che vale, non è solo l’anticipare il mio parere su questo “originale” disco, ma è anche un sintetizzare il percorso che ha portato Patrizia Cirulli a pubblicare quello che, a tutti gli effetti, può considerarsi il suo disco d’esordio e che, a discapito di quanto fatto fino a oggi, la vede qui impegnata nel ruolo d’interprete e non di cantautrice quale normalmente è.

Cercherò di essere più chiaro.

Chi è Patrizia Cirulli?

Che Patrizia è una cantautrice l’ho già detto prima, non starò, però, qui a elencare tutte le sue partecipazioni a Premi e Rassegne di canzone d’autore perché altrimenti non finiremmo più, cito solo due riconoscimenti che evidenziano la sua bravura e completezza in veste di autrice, la Targa Siae per il miglior testo al Premio “Bianca D'Aponte” nel 2009 e il Premio Lunezia 2010, nella sezione “musicare i poeti”, per aver musicato la poesia di Salvatore Quasimodo “Forse il cuore”.

Torniamo però al passaggio da “E già” a “Qualcosa che vale”.

Per comprendere come si sia arrivati a questo disco, occorre risalire a un dialogo intercorso tra Patrizia e Franco Zanetti, durante il quale quest’ultimo le chiese se per caso non aveva mai provato a cantare qualche canzone del disco “E già” di Lucio Battisti, perché secondo lui Patrizia aveva la voce e l’intenzione giusta per farlo.

Patrizia, quella stessa sera, tornata a casa, iniziò ad ascoltare questo disco di Battisti, cercando di capire cosa mai avesse spinto Franco a chiedere questa cosa proprio a lei.

Ecco però un po’ di storia, “E già” fu il disco della svolta di Lucio Battisti, quella avvenuta dopo la rottura del sodalizio artistico con Mogol, quando per la prima volta si trovò senza il suo paroliere di sempre e decise quindi di scrivere personalmente i testi, aiutato da Velezia, pseudonimo di Grazia Letizia Veronese, paroliera, compositrice e, a quel tempo, sua moglie.

Fu un disco di svolta in tutti i sensi, perché musicalmente, in quell’occasione, Lucio decise anche di abbandonare chitarre e archi, per realizzare un intero disco, fu forse il primo in Italia a farlo, pieno di suoni sintetici, dovuti anche alla presenza di Greg Walsh nella duplice veste di arrangiatore e produttore.

Il disco, forse anche a causa di una scarsa promozione, rimase ben lontano dal successo dei suoi tempi d’oro, tanto che, a parte forse i suoi fan più accaniti, la maggior parte degli appassionati di musica ne ignora l'esistenza, a differenza invece dei successivi, seppur difficili e criptici, dischi nati dalla collaborazione fino alla sua morte, con Pasquale Panella.

Questa, in estrema sintesi, la storia di “E già”, ma noi qui non stavamo forse parlando di “Qualcosa che vale”, il disco di Patrizia?

Beh, allora torniamo a quei primi ascolti personali di Patrizia, durante i quali decise di prendere in mano la chitarra e provare a cantare quelle canzoni, partendo proprio dal primo brano “Scrivi il tuo nome”.
Forse proprio il sentirsi cantare questi versi “scrivi il tuo nome su qualcosa che vale / mostra a te stesso che non sei un vegetale / e per provare che si può cambiare / sposta il confine di ciò che è normale”, deve essere stata la chiave di svolta, il grimaldello per entrare in sintonia con lo spirito di quel disco di Lucio, il prendere coscienza dell’importanza di realizzare se stessi attraverso ciò in cui veramente si crede, magari affrontando anche strade nuove, al di fuori di quelle considerate canoniche.

Questo, forse, era ciò che voleva comunicare Lucio con questo suo disco di transizione e che forse non è giunto come desiderato, nel cuore degli ascoltatori, probabilmente anche perché la svolta elettronica, l’abuso di sintetizzatori e tastiere, di suoni artificiali spiazzò un po’ tutti rendendo difficile la comprensione di quanto voleva invece che arrivasse attraverso testi, diretti e semplici ma vanificati appunto dalla sovrastruttura musicale che, a volte, cozzava anche con le sue caratteristiche vocali che, sono sincero, non me l’hanno mai fatto amare più di tanto, pur riconoscendone il genio e la smisurata creatività.

Patrizia però, è stata brava a comprendere che proprio nei testi si celava buona parte del valore di quel disco e che, se Zanetti aveva proposto proprio a lei di cantare quei brani, non era certo per le sue caratteristiche vocali così distanti da quelle di Lucio, ma per i temi trattati nel disco spesso intimisti ed esistenzialisti, lo stesso terreno caro a Patrizia in veste di autrice.

Decise allora di registrare in maniera casalinga, solo voce e chitarra, i brani del disco, con l’idea poi di farli ascoltare a un amico, un cultore di Lucio Battisti, un amico che risponde al nome di Francesco Paracchini, “uno che bazzica” con la musica da una vita (è il Direttore della rivista di Musica Italiana L’Isola che non c’era).

Fu amore a prima vista e anzi, tra i due, nacque l’idea, secondo me geniale, di far si che quei brani, incisi solo voce e chitarra, andassero a comporre questo disco che tutto è, fuorché un disco di cover nel senso attribuito ormai comunemente a questo termine, mantenendo lo stesso impianto musicale, cioè la voce calda e scura di Patrizia e la chitarra, come solo strumento musicale, direi quindi un vero e proprio azzardo, il voler realizzare un disco acustico, rileggendo un disco esclusivamente elettronico.

Ora si poneva però il “problema” di scegliere a quale chitarrista affidare le musiche e poi perché a un solo chitarrista? Se decidessimo di affidare le singole canzoni ad altrettanti bravi chitarristi, ognuno dei quali capace di dare il proprio prezioso contributo interpretativo, partendo dal proprio trascorso musicale?

Così immagino possa essere proseguito quel cammino, che ha portato alla scelta finale di impiegare quattordici chitarristi diversi, tra cui spiccano nomi noti anche al grande pubblico come quelli di Pacifico, Fausto Mesolella, Paolo Bonfanti, Mario Venuti tanto per citarne qualcuno senza voler fare torto agli altrettanto validi musicisti, ai quali affidare i dodici brani che compongono il disco.

Così, dopo quasi cinque anni di gestazione, dovuti in parte anche agli impegni dei singoli interpreti, ma penso anche alla mancanza di una vera e propria produzione (leggesi soldi), si è finalmente arrivati alla gestazione di questo disco che, senza voler esagerare, penso meriti più che un pensierino, in vista delle nomine per le Targhe Tenco 2013 “Sezione Interpreti” perché, lo so che non si dovrebbe mai dire ma forse questa volta, a livello interpretativo, la rilettura di Patrizia supera anche l’originale.

Nell’affermare ciò non mi riferisco soltanto ad un discorso di interpretazione vocale (anche se non nego che la tonalità della sua voce mi affascini più di quella che aveva Lucio) ma, soprattutto, alla scelta, altrettanto spiazzante come poteva esserlo stata allora quella di Lucio, di riscrivere un disco elettronico, pieno zeppo di strani suoni artificiali, in una nuova veste acustica, affidando per giunta le parti musicali solo a chitarre, seppur diverse fra loro per tecniche esecutive e sonorità.

In quest’azzardo, sono però i testi e le melodie delle canzoni di Lucio a uscirne vincenti, quasi rigenerate sotto una nuova luce.

Non ne siete convinti?

Provate ad ascoltarlo e, se poi non vi convince ancora, riascoltatelo … se, però dopo vi entrasse nel cuore non riuscendo più a liberarvene, non prendetevela con il sottoscritto.


















Patrizia Cirulli
Qualcosa che vale

FPPC - 2012

Acquistabile presso i migliori dischi di musica

Tracklist
01. Scrivi il tuo nome
02. Mistero
03. Windsurf Windsurf
04. Rilassati ed ascolta
05. Non sei più solo
06. Straniero
07. Registrazione
08. La tua felicità
09. Hi-Fi
10. Una montagna
11. Slow Motion
12. E già

Crediti
Patrizia Cirulli: voce
Pacifico: chitarra (1)
Luigi Schiavone: chitarra (2)
Andrea Zuppini: chitarra (3)
Massimo Germini: chitarra (3)
Giorgio Mastrocola: chitarra (4)
Fausto Mesolella: chitarra (5)
Walter Lupi: chitarra (6)
Giuseppe Scarpato: chitarra (7)
Fabrizio Consoli: chitarra (8)
Paolo Bonfanti: chitarra (9)
Carlo Marrale: chitarra (10)
Simone Chivilò: chitarra (10)
Carlo De Bei: chitarra (11)
Mario Venuti: chitarra (12)

Progetto di Franco Zanetti e Patrizia Cirulli

Produzione artistica di Francesco Paracchini

Foto di Patrizia Cirulli a cura di Franco Papetti, Mario Papetti e Carlo Di Giusto

Musiche di Lucio Battisti, testi di Velezia

Mixato da Raffaele “Raffa” Stefani presso FM Studio di Monza

Pre-produzione e registrazione voci: Lele Battista presso Le Ombre Studio

Progetto grafico: Joe Pivolo presso van Houten labs

Sito ufficiale di Patrizia Cirulli: www.patriziacirulli.com


Intervista a Giorgia del Mese

di Fabio Antonelli

Giorgia del Mese è una giovane cantautrice salernitana che ha già alle spalle una nutrita messe di premi ricevuti, nel 2006 il riconoscimento come miglior cantautrice al premio nazionale per cantautori “Scrivendo canzoni”, nel 2007 il premio “Personalità artistica” al concorso Nazionale per cantautori “Premio Poggio Bustone” e il “Premio della critica” al concorso nazionale per cantautrici “Premio Bianca D’Aponte”, nel 2009 il Premio Nazionale per cantautrici “Tra musica e parole”e il premio della Critica e il “Top One Communication” al “Premio Bianca d’Aponte”, nel 2010 il premio “Migliore interpretazione” al Premio Bindi. Il 2011 è l’anno del suo esordio discografico con “Sto bene”che le permette di ottenere l’invito ad aprire la serata conclusiva del Premio Tenco nello stesso anno. Ora, si sta apprestando a realizzare il suo secondo disco, sentite cosa ci racconta.



So che hai in cantiere il tuo secondo disco, cosa si devono aspettare coloro che già ti conoscono? Sarà sulla scia del primo o sarà qualcosa di diverso?

A un anno e mezzo dal primo disco “Sto bene”, il secondo è nato da un’esigenza di raccontare il mio punto di vista su una realtà che ho raccontato in modo duro, disilluso e quasi dark, una riflessione su un modo di essere e di concepirsi di sinistra che ci ha portato alla complicità e ad abnegare a principi fondamentali come la solidarietà sociale, l'antirazzismo, l'antimperialismo. Il disco è nel solco del primo, riprendendo nelle liriche l'ironia e il sarcasmo, ma il mondo musicale sarà molto nuovo, perché mi sono avvalsa e ho ricercato importanti collaborazioni della scena indie rock italiana.

A proposito di collaborazioni indie, vedo tra queste due nomi, due mondi direi fra loro molto diversi come Paolo Benvegnù e Alessio Lega, come mai hai scelto di collaborare con due personaggi così diversi fra loro ma allo stesso tempo pieni di personalità? Com'è stato il rapporto con una personalità altrettanto forte come la tua?

Sono artisti che ho avuto la fortuna di conoscere nella mia esperienza e ai quali ho chiesto di collaborare visto la stima reciproca, rappresentano effettivamente due polarità che mi appartengono in modo complementare, il cantautorato d’impegno importante quale quello di Alessio Lega e il rock esistenziale, intimista di Paolo Benvegnù, è stato un felice riassunto della mia canzone.

Tra le altre collaborazioni, non posso non menzionare Fausto Mesolella musicista capace, secondo me, di lasciare un segno prezioso e tangibile in ogni lavoro in cui presti la sua arte, penso sarà stato un piacere per te collaborare con lui.

E’ stato un grande regalo di cui sono immensamente onorata e non posso aggiungere altro perché tutti conoscono il valore artistico e umano di Fausto, un maestro che mi ha dato un omaggio.

Il disco ha già un titolo? Puoi anticiparci qualche cosa?

Il disco ha una novità, anche perché richiede un contributo per chi vuole partecipare tramite uno strumento di raccolta fondi, si tratta di comprare il disco in anticipo per realizzarlo esecutivamente, almeno in parte, la campagna di crowfounding è sul sito www.musicraiser.com e andrà avanti fino al 1 marzo. Il disco vedrà la produzione artistica di Andrea Franchi (Paolo Benvegnù, Marco Parente, Alessandro Fiori) e la collaborazione di Gianfilippo Boni. Il titolo lo stiamo valutando, lo definirò in un momento di maggiore allegria …

Magari un "Sto bene ... ma non troppo"? Se non è il titolo adatto per il tuo secondo disco, però forse sintetizza il tuo stato d'animo, anche perché a guardarsi intorno, c'è poco da star bene, che dici?

Si, credo che il titolo “Sto bene” come abbiamo già avuto modo di raccontarci era una provocazione ma credo che proprio ora, in questo momento storico, mantenere un basso profilo per le nostre vite sia un crimine, per cui probabilmente “Low profile” ... è un titolo, ti anticipo, possibile ...

Poiché sognare, ancora c’è permesso e per ora non è tassato, quale sogno nel cassetto tiene nascosto Giorgia Del Mese?

Coltivare un’inquietudine costruttiva, un umanesimo socialista.

Se il nuovo progetto ha la stessa originalità di questa tua risposta, penso che sia da consigliare sulla fiducia.

Grazie, a presto allora.



Sito ufficiale di Giorgia del Mese: www.giorgiadelmese.it
Giorgia del Mese su Facebook: www.facebook.com/giorgia.delmese

martedì, gennaio 15, 2013

Intervista a Patrizia Cirulli intorno a “Qualcosa che vale”

di Fabio Antonelli



Com’è nata l’idea di realizzare questo disco? Conoscevi già bene la produzione di Battisti per cui il discorso è nato da lì o c’è altro?

Beh, conosci forse qualcuno che non lo conosca? Sappiamo tutti chi è, poi è chiaro che può piacere o no, come tutte le cose, credo però che la sua genialità non possa essere messa in discussione, di là dei gusti. Il discorso di questo disco, in generale, è nato parlando con Franco Zanetti, ormai sono passati cinque anni da quell’incontro in cui è stato lui a dirmi “Perché non provi a cantare qualche brano di questo disco di Lucio”. Io, in realtà, non ci avevo mai pensato, però mi sono subito detta non penso che abbia scelto una persona a caso, come mai gli sono venuta in mente io, ci sarà un motivo. Poi, a casa, sono andata ad ascoltare quelle canzoni e qualcosa ho capito (ride), questa per lo meno è la mia opinione ma credo che sia anche la sua. Di là di tutti i discorsi su Battisti, su quello che può rappresentare questo disco, poi magari ne parliamo, c’è qualche canzone, magari non tutte, qualcuna ha qualcosa di pertinente con il mio mondo, con il mio modo di approcciarsi alle cose, perché se tu vai a vedere, ci sono argomenti trattati che vanno a scavare nella profondità, nell’interiorità dell’essere umano, per cui secondo me è questo l’aggancio che era scattato inconsapevolmente, forse, (ride) nella mente di Zanetti, quando me ne aveva parlato in quell’incontro. Con lui, però, se ne era solo parlato, tutto questo è avvenuto dopo, quando sono tornata a casa e sono andata a riascoltarmi il disco, perché se tu ascolti il disco originale è completamente elettronico, un po’ spiazzante, a volte non riesci neanche a cogliere quello che Battisti sta dicendo, quasi che avesse voluto un po’ mascherare quello che stava facendo e dicendo. Se tu invece prendi queste canzoni come ho fatto io e provi a cantarle, solo vice e chitarra, con il testo di fronte, a metterti in relazione …

Beh, in tal caso penso che emergano di più anche i testi.

Esatto, emergono di più i testi e senti che c’è un qualcosa che devi andare a scavare, di là dalla poetica e dell’estetica del testo per trovarvi il contenuto, questo ovviamente accade in alcune canzoni più che in altre come avviene in tutti i dischi. Questa cosa mi ha affascinato molto, così come l’idea di fare una cosa completamente opposta, rispetto al disco originale che era completamente elettronico, pensare invece una cosa acustica, questo mi ha ancora più affascinato e da lì in poi sono andata avanti da sola. Ho poi incontrato (ride), Francesco Paracchini il direttore dell’Isola che non c’era, cui ho portato dei provini eseguiti solo con la chitarra, registrati in casa, perché sapevo che lui amava il mondo di Battisti, in realtà anche lui rimase sorpreso perché come sai anche tu, questo disco non l’ha mai considerato nessuno.

In effetti, è forse il disco di Battisti meno conosciuto in assoluto.

Esatto, anche quando vedi i programmi in televisione, piuttosto che sentirne parlare in qualche evento, pare che per Battisti sia esistito solo, forse giustamente, il periodo d’oro di Mogol o quello criptico di Panella, visto come momento ultimo della sua fase di creatività, ma questo stadio lo saltano sempre (ride). Francesco ed io, condividendo quest’amore, abbiamo cominciato piano a pensare, sull’onda dell’entusiasmo, di voler creare qualcosa di bello e valido. Così è nato tutto, abbiamo cominciato a pensare, canzone per canzone, a chi avrebbe potuto suonarla, quindi abbiamo cominciato a pensare a un chitarrista per ogni canzone, abbiamo provato a farci venire in mente dei nomi, cercando di abbinare nomi a canzoni sull’onda di ciò che provavamo in quel momento. Abbiamo allora cominciato a contattarli, hanno accettato tutti subito, poi magari non sono riusciti tutti subito a realizzare la cosa, come ti ho detto, abbiamo impiegato cinque anni (ride) a mettere insieme tutti. Sai, ci sono nomi importanti, c’è Mario Venuti, c’è Pacifico, c’è Mesolella, Marrale, tanto per citarne qualcuno e ognuno aveva i suoi impegni, concerti, dischi, per cui hanno detto di si tutti, subito, ma poi magari per fornirti la canzone scelta ci hanno messo cinque mesi per la parte operativa, però credo che il bello sia che tutti abbaino reagito con entusiasmo all’idea.

Ognuno poi con il proprio stile e la propria personalità, per cui ne è venuto fuori un qualcosa di veramente bello da ascoltare.

Sono contento che ti sia piaciuto anche perché mi dicevi che non sei proprio battistiano, ma in fondo, forse, nemmeno io.

No, guarda, ci tengo a precisare il concetto, riconosco il genio e le capacità innovative di Battisti però, a essere sincero, lo conosco ancora poco e, soprattutto, non m’è proprio mai piaciuto a livello vocale. Invece il tuo disco, con quei brani cantati con un timbro vocale totalmente diverso, direi agli antipodi, m’è piaciuto subito.

Grazie, sono molto contenta di questo tuo entusiasmo.

Volevo chiederti però, a proposito dei vari brani contenuti nel disco, se sei d’accordo con me, nel fatto che la chiave di lettura di questo disco è proprio il brano di apertura, “Scrivi il tuo nome”.

Bravo, è vero.

In questo momento stavo leggendo nuovamente il passo di quella canzone, in cui dice “mostra a te stesso che non sei un vegetale / e per provare che si può cambiare / sposta il confine di ciò che è normale” ecco, secondo me, in quel passaggio è racchiuso l’intero significato di quel disco, il voler cambiare rispetto a quanto fatto fino a quel momento, il non rispettare più soltanto le logiche di mercato. Lucio in quel momento era così lanciato che, qualsiasi cosa avesse scritto restando nei solchi di quanto già fatto, avrebbe funzionato a meraviglia, qui invece decide di botto di tentare nuovi percorsi, basti pensare al solo fatto di aver realizzato questo disco utilizzando massicciamente suoni elettronici, cosa che non aveva mai fatto in precedenza.

Infatti, penso sia stato uno dei primi se non il primo a utilizzare questa elettronica in Italia per un intero lavoro discografico e se pensiamo che, ancor oggi, la maggior parte degli artisti più conosciuti, farebbe qualunque cosa pur di rimanere in cima alle vendite, al primo posto in classifica …

Comunque il discorso che facevo io, direi che si può comunque legare anche al disco che hai realizzato tu, perché nel tuo piccolo hai preso un disco che era totalmente elettronico e ne hai fatto un disco totalmente acustico o quasi, ne hai fatto un qualcosa di totalmente diverso ed è un puro azzardo, perché dell’immensa discografia di Battisti hai scelto in assoluto il suo lavoro meno conosciuto.

Si hai ragione, è vero. Infatti, qualcuno che mi conosce bene, me l’ha anche detto (ride), notando proprio quello che hai rilevato tu adesso e dicendomi, col sorriso sulle labbra, che Lucio quest’operazione se la poteva permettere sia dal punto di vista economico sia di popolarità, mentre io ho fatto la stessa operazione, senza però essere né ricca né famosa come lui (ride). Tanto è quello che tu senti dentro, che ti spinge a realizzare certe cose, almeno questo per quel che mi riguarda. Come hai detto tu, non è un’operazione commerciale, altrimenti una avrebbe scelto altre cose per mostrarsi, per andare su tutti i canali, in realtà è proprio il processo contrario, perché come avviene anche con le mie produzioni, non ho mai scritto canzoni per cercare di far presa sulle persone, sui discografici, non ho mai cercato la canzonetta un po’ ruffiana, è proprio il mio modo di pormi di fronte alle cose alla musica, alla vita in generale, il fare solo quello che mi piace e che è buono per me e, se poi (ride) piace anche agli altri, tanto meglio. Questo disco è nato allo stesso modo.

Questo progetto sta avendo un seguito live?

Si, abbiamo fatto questi due bei concerti di presentazione, uno a Milano alla Palazzina Liberty a novembre, l’altro alla fine di novembre a Roma all’Auditorium del Parco della Musica, nei quali hanno partecipato anche alcuni ospiti del disco e, adesso, stiamo programmando altri concerti che da febbraio – marzo, andranno in scena anche in altre città d’Italia.

Dal vivo da chi ti fai accompagnare, visto che il disco è stato realizzato con uno stuolo di chitarristi?

(ride) Il chitarrista che ha lavorato con me fino ad ora è stato Davide Ferrario, che purtroppo dal 19 di gennaio mi abbandonerà perché inizia la tournée con Franco Battiato, meglio per lui ovviamente, però dispiace più a noi, perché sarà impegnato parecchio e quindi non potrà garantire sempre la sua presenza, anche perché poi, appena terminerà con Battiato, comincerà con la Nannini, quindi … (ride)

Ti ha proprio lasciata fuori dalla sua agenda …

(ride) Già, orami è già prenotato. A parte gli scherzi, fino ad ora c’è stato lui più alcuni ospiti tra quelli presenti nel disco, probabilmente sarà poi Giorgio Mastrocola, che è il collaboratore di Lele Battista, di Battiato poi, quasi sicuramente ci sarà in alcune date Fausto Mesolella, che verrà in veste di ospite.

La risposta da parte della critica, invece, com’è stata fino a ora?

Guarda, direi che è stato accolto in modo positivo, soprattutto da quei gruppi di fan di Lucio Battisti, che ovviamente sono le persone più attente a questo genere di discorso musicale, commenti positivi sono venuti proprio anche da loro, alcuni all’inizio magari un po’ scettici perché sai che se vai a toccare il loro idolo (ride) ma il bello è che poi hanno molto apprezzato, perché comunque hanno visto che c’è stato un rispetto in questa mia interpretazione, si può dire che sia stata semplicemente una rilettura. Mentre da parte dei giornalisti finora sono arrivati solo commenti positivi, quindi direi che stia andando molto bene.

Tornando al titolo del disco, “Qualcosa che vale”, com’è nato?

Come ben sai, “Qualcosa che vale” è una frase scritta nella canzone che citavi prima, “Scrivi il tuo nome” e che, come dicevi tu giustamente, è un po’ il simbolo di tutto il disco. E’ stata la prima canzone che ho cantato a casa, con la chitarra ed è stata proprio quella la frase chi mi ha colpito più di tutte, perché è talmente importante, così bella. Prova a pensare al fatto di scrivere il tuo nome su qualcosa che vale, questo testo ti sta dicendo tremila cose che non hanno a che fare con la musica, hanno a che fare con la vita, c’è l’importanza di dare valore alle cose e a se stessi, quindi da lì m’è venuta questa idea e mi sono detta, perché non chiamare questo disco proprio “Qualcosa che vale”? E’ un po’ un simbolo, il portarsi dietro questo concetto sia dal punto esecutivo visto che ci sono ben quattordici chitarristi straordinari, che non si sono limitati a eseguire un brano ma hanno portato la loro personalità e creatività, sia delle canzoni scritte da Battisti e da sua moglie Grazia Letizia Veronese (nel disco accreditata come Velezia). Per me il valore di quel disco è insito nella creatività di aver scritto queste canzoni di cui mi sono innamorata, per cui perché non dare valore a tutto questo e chiamarlo “Qualcosa che vale” e così è stato.

Che in sintesi, aggiungo io, potrebbe essere anche il giudizio su questo progetto, un disco che vale la pena assolutamente di ascoltare.

Beh, ma allora tu … (ride), grazie.



Sito ufficiale di Patrizia Cirulli: www.patriziacirulli.com
Patrizia Cirulli su MySpace: www.myspace.com/patriziacirulli


Servizio del TG2 sull'evento di presentazione del disco "Qualcosa che vale", rivisitazione in acustico dell'album "E già" di Lucio Battisti del 1982





sabato, gennaio 12, 2013

Intervista a Remo Anzovino

di Fabio Antonelli

Copertina di Oliviero Toscani
Cominciamo dalla copertina del tuo nuovo lavoro discografico “Viaggiatore immobile”, un bellissimo scatto di Oliviero Toscani, com’è nata questa collaborazione e soprattutto ti senti pienamente rappresentato da questa sua creazione?

Assolutamente, altrimenti non l’avrei pubblicata (ride), l’incontro con lui è stato veramente magnifico, Oliviero ed io eravamo stati invitati ad una giornata dedicata alla fotografia e ai nuovi media, lui teneva un conferenza e io il concerto conclusivo, piano solo con la proiezione di alcune immagini fotografiche. Lui ha assistito al mio concerto, è rimasto entusiasta, ci siamo conosciuti, siamo diventati amici, ha avuto modo di sentire in anteprima il disco, ne è rimasto colpito e mi ha proposto di realizzare la copertina del disco che, sfruttando l’immagine del mio volto riflessa nel mantello del pianoforte, è proprio una bellissima traduzione del titolo, perché c’è sempre una parte di ognuno di noi che è impegnata in un altro viaggio, quello dei desideri, delle emozioni. La cosa più incredibile di quella foto, che per altro è esattamente com’è stata scattata, è che se tu osservi attentamente il riflesso del volto nel mantello del pianoforte, è leggermente diverso rispetto alla parte reale e penso fosse proprio quello che lui intendeva dire con quello scatto, il fatto che c’è sempre una parte di noi che mentre siamo impegnati a fare qualcosa è a sua volta impegnata a fare altro.

E’ bellissimo, come il titolo “Viaggiatore immobile”, che hai dato a questo tuo nuovo lavoro.

Viaggiatore immobile” è nato un pomeriggio in cui riflettevo su tante cose, prima di tutto sul fatto che vivo in una città, Pordenone, abbastanza lontana dai centri di produzione. Già nei dischi precedenti avevo parlato di luoghi che avevo visitato solo con la fantasia, penso a dischi come “Tabu” o “Igloo” molto legati appunto al viaggio della fantasia, poi in quel pomeriggio ho riflettuto sul fatto che suono uno strumento, il pianoforte a coda, che è il più intrasportabile degli strumenti, mentre una persona che suona il violino può pensare di andare a suonare sulle piramidi, io no … allora ho immaginato che questo lungo pianoforte a coda, fosse il personaggio di un romanzo, che con la sia valigia e il suo cappello potesse girare con la forza della fantasia i quattro angoli del mondo. Ho poi riflettuto sul fatto che spesso, durante i concerti o su Facebook, le persone mi dicono “Io con la tua musica faccio dei grandissimi viaggi con la fantasia” e che comunque, viviamo in un epoca che è tra le più emozionali che si ricordi. Tutte le persone oggi sono impegnate a ricercare fortemente i loro desideri e ho quindi pensato che con questo disco potessi scrivere la colonna sonora di quel altrove, quel territorio che ognuno di noi cerca. Perché siamo tutti viaggiatori immobili, perché qualunque cosa si stia facendo c’è sempre una parte di noi impegnata in un viaggio delle emozioni, quindi “Viaggiatore immobile” era un titolo policromo e soprattutto cangiante, perché il viaggiatore immobile è lo strumento che suono, sono io che stando fermo in una piccola città viaggio con la musica, ma sei anche tu che ascolti, siamo tutti noi che bene o male dobbiamo fare i conti con le nostre emozioni più segrete.

Sai chi mi ha fatto venire in mente questo titolo? Magari il mio è stato un pensiero fuorviante, ma mi ha fatto pensare a te come a un nuovo Salgari, cioè a colui che chiuso nella sua stanza riesce a viaggiare altrove, a descrivere luoghi misteriosi.

No no, non è assolutamente fuorviante, anzi ti ringrazio del parallelo e del complimento, perché così come nessuno meglio di Salgari ha descritto la giungla pur non avendola mai vista, così quando comunque nasci in una piccola città di provincia, puoi raggiungere determinati posti solo con la forza della fantasia, quindi il fascino del viaggio senza movimento tramite il pentagramma e i suoni, era una via assolutamente da percorrere e che, tra l’altro, mi ha fatto fare un viaggio molto particolare, perché generalmente, quando uno parte per un viaggio, pensa che incontrerà dei paesaggi, invece in questo viaggio della fantasia in cui il pianoforte, i suoi tasti non sono altro che la cartina di questo viaggio, mi sono imbattuto invece solo nell’essere umano, in un catalogo di imperfezioni, desideri, emozioni, così alla fine ho pensato che il viaggio più vero che la musica mi poteva permettere di realizzare era quello di parlare del mio tempo, che è quello poi che, secondo me, chi scrive musica dovrebbe sempre sforzarsi di fare. Ecco perché il disco ha degli elementi legati allo spasimo, alle emozioni, all’amore pop, al natural mind, a cose che hanno a che fare con l’essere umano.

Ecco, a proposito, tra i titoli che hai citato mi ha colpito molto “Amore op”, perché hai dato al brano questo titolo?

Beh, “Amore pop”, perché il pop è la musica che si ascolta tutti i giorni, quella che è trasmessa maggiormente in radio…

Quella più immediata, possiamo dire.

Si proprio, la musica pop è quella che ascolti tutti i giorni, che non devi magari andare in una sala da concerto per sentirla, nel disco c’è una dicotomia, un contrasto tra “Amore pop” e “Musica per due”, se ascolti i due brani ti raccontano il rovescio di una stessa medaglia. “Amore pop” è musica in forma epistolare, è una lettera che uno scrive ad una persona e nella quale si fa come un bilancio, è proprio dedicato all’amore di tutti i giorni, in cui magari ti mandi a quel paese, però è quell'amore vero, basato sul costruire delle cose, passando magari anche per momenti non felici, quindi è una musica di flashback, di ricordi, di speranza, di tenersi stretti perché si è necessari l’uno a l’altro. Il rovescio della medaglia di questo viaggiatore, è appunto “Musica per due”, in cui c’è l’arte del corteggiamento, è l’incontro, in una locanda immaginaria, di due persone che sono attratte l’una dall’altra e non riescono a fare altro che ballare sulla loro pulsione, sulla loro attrazione.

E “Specchio”, vuole forse essere l’incontro con se stesso?

No, se dovessi sintetizzare “Specchio”, direi che non è lo specchio in cui mi guardo, ma è lo specchio in cui ti guardo, in realtà quindi una carica fortissima di sensualità La musica descrive un’ora precisa della notte, una notte molto scura, però è anche la descrizione di un oggetto molto importante in una camera da letto, perché è quello che ti permette di proiettare le tue fantasie e a volte anche di illuderti di vederle. Quindi qui lo specchio è visto come mezzo attraverso il quale osservare un’altra persona.

Quindi in una veste decisamente più intrigante.

Si , se provi magari a riascoltare il brano sotto questa prospettiva …

E’ vero, adesso che ci ripenso, direi che hai ragione.

(ride) D’altra parte i miei titoli, a partire da quelli dei dischi, fino a quelli dei brani, non sono vincolanti. E' molto più importante il viaggio, la suggestione che ne ricevi ascoltando la musica, quindi se per te lo specchio è quello interiore, è quello interiore, il mio punto di vista è lasciare il più possibile chi ascolta libero di abbandonarsi alla fantasia, cercando quindi spiegare il meno possibile attraverso i titoli. Poi è chiaro che, se mi si chiede il mio punto di vista, allora spiego cosa mi ha ispirato quel brano, ma come dicevo non è vincolante, trovo sia secondario quanto pensassi in quel determinato momento, molto più importante è quello che provi tu, mentre ascolti la mia musica.

In questo disco c’è però un brano, quello che chiude il disco e che s'intitola “9 ottobre 1963 (Suite for Vajont)”, in cui il titolo ha davvero una sua importanza.

Beh, si perché quello è l’unico brano che non ha rapporto con la fantasia. In un disco, che è un evidente omaggio alla fantasia, si finisce con un omaggio vero, concreto, a una diga che è là e non è crollata, nonostante le sia caduta una montagna addosso, con questa musica che vorrebbe aiutare a non dimenticare mai, perché quella tragedia è un fatto storico accaduto nella mia città, a un’ora dal centro della mia città e perché condivido quello che Marco Paolini disse nel suo bellissimo spettacolo teatrale, cioè che i silenzi non andrebbero mai osservati, ma andrebbero cantati. In tanti anni, nessun compositore, nessun musicista, ha scritto una canzone, una musica importante, per quei quasi duemila contadini, con tanti bambini e tante donne, che persero la vita per una tragedia che considero, senza troppe virgolette, una “strage di stato”. In occasione del 50° anniversario, spero che questa dedica sia un contributo a non far dimenticare quella che considero considero la madre di tutte le tragedie in cui l’uomo non ha saputo o meglio non ha voluto leggere i segni chiari della fine. E’ stata la prima volta in assoluto che ho usato in un disco la mia voce, un coro che viene utilizzato in modo particolare quasi fosse uno strumento, ai coristi ho fatto dire Toc perché Toc è il nome del monte che arginava l’invaso, termine derivante dall'aggettivo patoc che nella lingua dei valligiani vuole dire fradicio, perché i valligiani sapevano che quello era un monte fradicio,marcio, in cui già c’era qualcosa che non andava. Se vai a vedere ad esempio su Youtube la vicenda legata a Tina Merlin, capisci perfettamente però cosa sia successo quella notte.

Si, ho letto quel libro, lì si comprendono molte cose.

E’ stata una musica molto importante da scrivere, è stata molto lunga la traduzione, ho capito che dovevo pubblicarla quando l’ho fatta ascoltare in anteprima ai sindaci coinvolti nella vicenda, per capire se loro si ritrovavano in quella musica. Quando mi è stato detto che sintetizzava perfettamente quello che loro avevano provato, allora ho capito che non solo era un mio desiderio ma era un dovere pubblicarla e l’ho voluta nel disco.

Penso che tu sia stato bravissimo nel rendere quei momenti, immediatamente successivi alla frana del monte nel bacino …

E’ una musica che si basa su un tema circolare, l’idea era prima di tutto quella di invertire i ruoli tra i due concetti di popolare e aristocratico, invertirli completamente, il tema popolare assegnarlo completamente allo strumento aristocratico per eccellenza che è il pianoforte, utilizzando invece il coro maschile, che nell’immaginario comune fa subito pensare al coro degli alpini come se fosse una grande e nobilissima orchestra sinfonica. Il tema principale è presentato dal pianoforte, suonato però in modo molto particolare, quasi fosse uno xilofono, perché l’idea era di far sentire questa musica come se la stesse suonando un bambino oggi, con lo sguardo di un ragazzino che non ha conosciuto il nonno o il bisnonno e non sa cos’è successo lì. La musica allora la interrompiamo ed introduciamo un elemento di presagio, come a dire “forse qui è successo un qualcosa” e poi c’è il momento della fuga del coro con il pianoforte, che vuole essere una soggettiva di chi si è visto cadere addosso una montagna in piena notte. Quei 25” sono appunto una soggettiva di quegli istanti, dopo il tema diventa commento lirico, perché l’acqua ha ricoperto tutto quanto e il coro diventa struggente ricordo di una disgrazia che si poteva evitare. Penso che. quando vai in quei luoghi, in particolare ad Erto e guardi la diga, c’è ancora adesso una staccionata piena di bandierine colorate e ognuna ricorda un bambino morto in quella tragedia.

Immagini che ancora oggi fanno un cero senso quindi.

Questi sono gli elementi che sono entrati a far parte di una musica dal forte sapore cinematografico, come se utilizzasse stilemi ed elementi molto colti legati alla musica contemporanea, però con alla base un tema facilissimo, elementare, un tema che se lo ascolti una volta subito te lo ricordi. Convivono tutti questi elementi, il colto il popolare il cinema, quest’ultimo inteso come una musicalità che riesce a rendere visibili determinate emozioni.

D’altronde tu hai dimostrato di aver sempre avuto un certo feeling con il cinema, so che hai musicato parecchi film muti.

Si, ho musicato parecchi film muti, ho dato le mie musiche anche al teatro e alla pubblicità, comunque il rapporto con il cinema muto è stato per me molto importante, un mondo dal quale poi mi sono staccato, perché ho avuto la fortuna di realizzare dischi e poter capire, piano piano, che la mia musica era indipendente, era dotata di un’armonia che poteva vivere in maniera indipendente dalla proiezione del film.

Comunque sei sempre stato dell’idea che non esiste un confine tra un genere musicale e un altro, così come non esiste un confine tra cinema e musica, per cui nelle tue musiche convivono sempre vari mondi.

Guarda, io ascolto tantissima musica, sono sempre stato profondamente attratto da quello che mi era molto diverso per stile e musicalità, penso che i generi musicali siano stati fatti saltare per aria da tempo e che comunque la contemporaneità sia il saper usare tutti i linguaggi e trovarne la sintesi, sono convinto che davvero, se Mozart oggi fosse vivo, non si limiterebbe a scrivere i quartetti persiani ma introdurrebbe magari un campionatore, utilizzerebbe cioè i suoni della modernità, perché anche nel mio disco, che è un disco acustico, se ascolti attentamente, senti dei rumori, delle dissonanze legate comunque al nostro tempo.

Si, mi viene in mente, in proposito, la presenza nel disco di un musicista particolare come Francesco Arcuri.

Beh, infatti (ride), questa è stata sicuramente una scelta molto precisa, fatta anche con il produttore del disco, quella di utilizzare musicisti che consideravamo all’altezza dell’idea, quella di fare un disco sostanzialmente di pianoforte, concettualmente un piano solo, con intorno tutti questi suoni particolari che gli dessero un’identità non convenzionale. Normalmente, quando pensi ad un disco di pianoforte, pensi ad un pianoforte da solo o ad un pianoforte con un po’ di elettronica, invece l’idea era di avere intorno al pianoforte dei suoni che non si fossero mai sentiti.

Penso che il risultato sperato sia stato pienamente raggiunto.

Beh, sicuramente non è stato un disco di grandissima svolta estetica, mi ha però consentito di lavorare per la prima volta con questo produttore eccezionale che è Taketo Gohara e con questo arrangiatore raffinatissimo che è Stefano Nanni, mi ha permesso di suonare al fianco di grandi musicisti, però mantenendo la mia cifra stilistica, la mia immediatezza, il gusto della melodia, ottenendo un risultato che mi soddisfa molto, perché i suoni sono molto contemporanei, al di là che è un disco che nasce da un’ispirazione molto vera.

Foto di Gianluca Moro

Sito ufficiale di Remo Anzovino: www.remoanzovino.it