mercoledì, maggio 17, 2023

Filippo Andreani: Detto tra noi, dobbiamo andare avanti ad ogni costo

di Fabio Antonelli

È di questi giorni l’uscita del nuovo album “Detto tra noi” (Ammonia Records -2023) di Filippo Andreani. Esattamente dopo cinque anni dal precedente “Il secondo tempo” (iCompany – 2018), dopo una lunga gestazione, vede quindi la luce questa sua ultima fatica, dieci tracce che oscillano tra presente e passato, che trasudano malinconia, che lasciano intravedere sprazzi di speranza, ma anche tanta disillusione. Un disco prezioso, da tenersi stretto, che testimonia la crescita esponenziale della poetica di questo artista.

Vorrei cominciare dalla splendida copertina del tuo nuovo disco Detto tra noi. Ti ritrae in veste di pugile sottacqua e si ispira chiaramente al celebre ritratto fatto da Flip Schulke a Cassius Clay. Un uomo pronto a lottare a mani nude contro le difficoltà della vita, ma con una difficoltà in più, non può respirare. Com'è nata l'idea di ispirarti a quel ritratto? Il titolo Detto tra noi mi dà l'idea di confidenzialità, il mettersi a nudo davanti all'ascoltatore? È davvero così?

Dalla prima volta che l’ho visto, quel ritratto di Ali mi è sembrato la metafora perfetta della vita di un artista: andare avanti ad ogni costo, perché quella è la tua natura. E non fa niente se non riesci a respirare, non fa niente se non c’è nemmeno il pubblico a sostenerti. Sei tu, con il tuo coraggio e con la tua paura. E con la tua testardaggine, soprattutto. Per questa ragione ho (faticosamente!) cercato di ripeterlo. Questa copertina mi piace da morire. I due colloquianti che compongono il “noi” del titolo siamo io e Filippo. Avevamo bisogno di dirci alcune cose, noi due. Ora abbiamo anche l’età per farlo. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro, io e lui. Abbiamo necessità di stare dalla stessa parte. Io sono quello razionale e pauroso, lui è quello pieno di fantasia e di coraggio. Siamo l’uomo e il bambino, siamo il padre ed il figlio. C’è stato un momento in cui mi sembrava che mi avesse lasciato ed in quel momento è nato il testo della prima canzone del disco: Dalla mia parte.


Eccomi offerto l'assist per buttarci a capofitto dentro il disco, a partire proprio da Dalla mia parte, la traccia che apre le danze, che ha in sé già immagini poetiche fuoriuscite dal passato, come "un pallone fatto di giornali e due giacche a vento messe lì da usare come pali..." e immagine nefaste sull'oggi, con uno sguardo disincantato sul futuro "Ora il porto si è riempito di pirati e pescecani e sono morto ogni volta che ho permesso a qualcuno di occuparsi del domani anche per me...". Si può dire che un po' tutto il disco oscilli continuamente tra ricordi, speranze e disillusioni?

Hai colto esattamente il senso del disco, che è pieno di quella malinconia che si prova a rivedersi in certe fotografie. Ho passato un momento un pochino buio, dove l'umore era sotto i piedi e mi mancava da impazzire quel Filippo sorridente e pronto alla battaglia. Per fortuna l'ho ritrovato. Per fortuna ho capito meglio chi sono, ad accettare i miei difetti fino ad innamoramene. Credo che la mia forza sia avere una somma di debolezze con le quali dover continuamente fare i conti. È un grande stimolo quello di voler fronteggiare sé stessi.


Hai parlato di fotografie e di ricordi, credo che 1977 nasca proprio dal guardarsi indietro "Come siamo cambiati! Dove ci siamo persi? Tra discorsi importanti e canzoni da grandi, quanto siamo diversi!". C'è nostalgia ma mai rassegnazione "Ho trovato i miei occhi: ce li avevi tu addosso! Per te morderò fino all'osso!". È una canzone d'amore puro, ma la lei oggetto del tuo amore è una lei un po' particolare, vero?

È la più grande maledetta e benedetta stronza che abbia conosciuto. Ci siamo messi insieme nel 1993. Avevo 16 anni e anche lei. Lei ce li ha ancora. Per lei ho fatto migliaia di chilometri, mi ha tolto il sonno, mi ha riempito di balle e di vizi. Dovrei odiarla, eppure ci sto ancora. Lei è la musica punk e 1977 sì, è una canzone d’amore per lei!

Saltiamo ad una altra data importante, Estate 90, sembra essere così lontana... "Olio e benzina insieme al due per cento" e "mangiacassette col volume alto". Un'altra canzone d'amore mi verrebbe da dire, se di lei dici "Non ho mai saputo molto di te, tranne il numero di denti che hai per averti vista ridere con me... non l'ho dimenticato mai”. Mi dici qualcosa d questa storia indelebile?

Si, questa è proprio una canzone d’amore. Lei era una ragazzina della quale mi ero innamorato. Poi sono finite le medie e non ci siamo mai più visti. Quell’estate, il fatto che l’avrei persa di vista era l’unica certezza che avevo. Non mi consolavano nemmeno i gol di Schillaci. Peraltro, vista la mia timidezza di allora, non avevo mai avuto il coraggio di dichiararmi e quindi non c’è mai stato proprio niente, nemmeno una passeggiata mano nella mano. Mi restava solo il ricordo del suo sorriso, che avevo studiato tanto da contarne i denti. È una storia ingenua e innocente. Mio malgrado!


Beata ingenuità. Vorrei lasciare per un attimo l'amore più o meno corrisposto, per parlare di due canzoni dedicate a personaggi del calcio ma canzoni, che, come al solito, hanno il calcio solo come sfondo. Mi riferisco a 11 metri dedicata ad Agostino Di Bartolomei, indimenticabile capitano della Roma e a Celeste, credo una delle più belle canzoni dedicate a Diego Armando Maradona. Perché proprio loro e perché con questa tua poetica capace di trasfigurare la realtà. Una canzone più bella dell'altra.

Grazie! Sono contento che ti piacciano. Quanto ad Ago, mi ha sempre impressionato molto il fatto che ha deciso di andarsene nel giorno esatto in cui, dieci anni prima, la sua Roma aveva perso ai rigori contro il Liverpool la finale del trofeo più importante. Oltre a questo, Di Bartolomei aveva una faccia diversa, un sorriso a metà, qualche ombra nello sguardo. Un personaggio che andava cantato ed una persona che andava ricordata. Rispetto a Diego (che io porto tatuato addosso con l’aureola e la scritta San Fútbol) ho una venerazione quasi religiosa. Per questo ho scritto una cosa che è quasi una invocazione, una preghiera. Perché Diego è il Dio del calcio.


Restiamo ancora in ambito calcistico, perché Sottopelle, il pezzo che chiude il tuo nuovo disco, è una dichiarazione d'amore, uno stile di vita, un DNA. "Sai che cosa c'è? C'è che niente mi fa più paura insieme a te, come se ovunque vada ti avessi accanto sulla strada!" e lei non è una donna ma...

Ma la tifoseria del CALCIO COMO 1907! Eh, cosa vuoi farci… è una vera malattia… Sono innamorato della mia sciarpa, folle per i miei colori, orgoglioso dei miei amici di stadio. Lo so, può sembrare qualcosa di ben poco poetico da fuori, ma in realtà “forse non lo sai ma pure questo è amore”!

C'è, invece, una canzone che non credo non possa non commuovere chi la ascolti, mi riferisco a Rivederti ancora dedicata a tuo padre, che inizia con questi versi "Guarda che stasera esco e ti vengo a cercare". A me mette i brividi, così come quel "Chissà se è vero che può capitare...". Non aggiungo altro, vorrei fossi tu a dire di più.

L’ho scritta in cinque minuti e ho pianto per un giorno, effettivamente! Ma avevo proprio il desiderio di mettere per iscritto alcune urgenze. Ho deciso di continuare ad avere l’illusione di poter rivedere mio papà, anzi proprio di coltivare questa illusione, di farla crescere. Sognare è gratis, intanto. E poi mi fa stare bene pensare che un giorno torneremo a litigare per come mi vesto o per il Milan. Vorrei tanto fargli vedere come sono diventato, presentargli le mie figlie, stappare una bottiglia. Poi potrebbe anche tornare via. Mi basterebbero dieci minuti.

Io credo che l'amicizia abbia per te un valore grandissimo, almeno è quello che ho pensato dopo aver ascoltato Compagni di banco, è vero?

Assolutamente si: gli amici sono tutto. Con i miei, siamo compagni di banco e lo saremo sempre. I miei amici sono la mia fortuna, al pari della mia famiglia. In qualche modo, del resto, ne sono parte.


Brividi è un bellissimo elenco di istanti, situazioni che ti hanno fatto venire i brividi, tra i tanti cito "Alfredo non parla da un'ora... E allora...". Personalmente aggiungerei "Come ascoltare una canzone di Filippo Andreani”. Come... Come è nata questa canzone?

È nata una sera, giocando con la chitarra. Ho cominciato a fare quei due accordi stoppati e a dirci sopra cose a caso. Poi, in qualche minuto, sono arrivate delle frasi di senso compiuto o meglio delle “fotografie” di attimi, di situazioni. E tutte mi davano i brividi. Così, ho iniziato ad elencare alcune cose che danno quella emozione. Alcuni sono brividi belli – come le “voce belle dei cantanti” – altri sono terribili – come “gli occhi di Ilaria e quanto sono seri quando guardano dritti negli occhi dei Carabinieri”. L’ho voluta lasciare così, anche in sede di registrazione, esattamente com’era nata, anche per ricordarmi per sempre delle emozioni che ho vissuto scrivendola.

Hai parlato di emozioni e devo dire che piena di amore e di emozioni è Niente da salvare. L'ho lasciata per ultima solo perché trovo sia una delle più belle ed intime canzoni che tu abbia mai scritto. Melodicamente meravigliosa, non ho voluto riportare alcun verso, perché se no avrei dovuto trascriverla tutta. Mi parli un po' di questo gioiello?

Racconto un amore adulto, ostinato ma annoiato. Una vita di coppia che viene tirata avanti, senza alcuna passione, tra litigi e silenzi. Una relazione in cui non c’è più niente da salvare. Ma anche un rapporto in cui, comunque, non c’è niente da buttare via. L’amore non si butta mai, nemmeno quando finisce. Ti ringrazio tanto per averla notata nel disco… anche a me piace tanto questa canzone… ho suonato quella melodia al pianoforte per almeno due anni e non riuscivo mai a farla diventare una vera strofa… poi, una sera, è arrivato tutto all’improvviso. Musica e testo. Mi mancavano solo poche parole e mi suona il telefono: è mio fratello, mi dice che gli sono scappati i cani. Io nemmeno mi preoccupo e anzi lo ringrazio… ecco le parole che cercavo! “Dimmi se l’amore può scappare come i cani, che poi magari finisce male, o se ritorna come dentro ai film americani”.


Il disco, lo avrai intuito anche dalle mie domande è un disco che emoziona, che oscilla tra ricordi e presente, fatto a volte di istantanee in presa diretta, a volte di trasfigurazioni poetiche. Nel Vangelo secondo Marco si legge "Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio o sotto il letto? O piuttosto per metterla sul lucerniere?". Può un disco così bello, essere scritto, musicato e cantato per non essere fatto conoscere? Come pensi di promuoverlo? Ci saranno date live?

Non sono mai stato bravo a vendermi e anche questa volta non farò un’eccezione: niente live, ad esempio! È una scelta sulla quale ho riflettuto molto (è chiaro che diventa davvero difficile promuoversi in questo modo) e che ho preso per due ragioni. La prima è che mi piacciono le cose fatte bene. Solo che non ho il tempo di costruire un concerto come vorrei, né di stare in tour. Ho un lavoro che mi toglie dieci ore al giorno, viaggio compreso, ed una famiglia che non posso abbandonare tutti i fine settimana. Né lo voglio fare. La seconda ragione è che per me ogni concerto è un esame di Diritto Privato (quando ero all’Università tutti temevano questa materia e quel professore): mi sento sempre che devo convincere qualcuno di (eventualmente) valere qualcosa; temo il giudizio della gente, ne ho proprio il terrore. I concerti mi creano ansia, non felicità, e non voglio più farmi questa violenza.

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venerdì, marzo 31, 2023

Rossella Seno: La figlia di Dio è tornata per raccogliere su di sé tutto il male del mondo

di Fabio Antonelli

Sembra quasi un miracolo, sono passati solo tre anni dal suo precedente album “Pura come una bestemmia (Azzurra Music - 2020), accolto dalla critica in maniera entusiastica che ecco Rossella Seno, veneziana ma da anni residente a Roma, pubblica un nuovo disco “La figlia di Dio”(Azzurra Music/ Disobedience Associazione Culturale – 2023), un concept-album per tutti coloro che in questa epoca di "rap", "trap" e musica "urban" non riescono a soddisfare la propria necessità di ascolto di buona musica d'autore, così come riportato nei siti online presso i quali è reperibile, in cui si è avvalsa di uno stuolo di prestigiosi collaboratori.


Sono solito cominciare dalla copertina di un disco, a maggior ragione lo vorrei fare per La figlia di Dio perché il titolo è già una provocazione, Caifa sono sicuro che si straccerebbe le vesti nel tempio. Com'è nato questo titolo?  È da esso che ha preso vita l'intero progetto? Poi direi che una riflessione la merita l'illustrazione, con Il tuo volto che guarda dall’alto, con compassione, i soggetti stessi del tuo disco, gli ultimi, i reietti. Mi ha ricordato, soprattutto per la scelta dei colori, la copertina del film di animazione Gesù - Un regno senza confini, ma ciò che più mi ha colpito, a livello contenutistico, è il fatto che mi sembra proprio la rappresentazione fedele del tuo modo di vivere la vita e di vedere il mondo che ti circonda. È davvero così?

La figlia di Dio è un brano di cui Sirianni mi parlò non appena vide la copertina di Pura come una bestemmia, il precedente album. In verità ad ispirarlo fu il film Dio esiste e vive a Bruxelles. Ti ricorderai EA, la sorella di Gesù, la vera salvatrice del mondo. E in effetti Federico sostiene che solo una donna può essersi fatta carico di tutto quella sofferenza. Per quanto riguarda i contenuti hai colto perfettamente il senso della copertina e dell'intero album, La figlia di Dio veglia sui più fragili, sugli oppressi, i disadattati, si fa carico di tutto il male del mondo e lo fa suo. E io lo sento tutto quel dolore, talvolta così fortemente da non riuscire neanche a respirare, paralizzata dall'impotenza. Non capisco come l'uomo possa causare così tanta sofferenza al suo stesso simile e distruggere l'ambiente in cui vive...


Beh, magari Dio non esiste e neppure i miracoli, ma i mezzi miracoli sì, se Federico Sirianni ti ha portata a realizzare un nuovo album dopo soli tre anni dal precedente Pura come una bestemmia. Ti ha donato la canzone che dà il titolo all'intero lavoro e che chiude il disco, ma ha anche tradotto due brani, La colomba (The dove) e Cantami (Sing me) di Allan Taylor. Cantami ha poi visto la partecipazione dello stesso Allan oltre ad essere confluita in un bellissimo video animato dai disegni di Roby il Pettirosso. Com'è ricaduta su questi due brani la tua scelta e come è nata la collaborazione con il cantautore inglese?

La vita non è una passeggiata e abbiamo bisogno di aggrapparci a qualcosa o a qualcuno, soprattutto nei momenti più difficili. Certo che se anche in natura vige la regola del più forte ci riesce difficile pensare ad un Dio buono e giusto. Ma chi non si rivolge a lui nella vita cercando conforto o speranza? O semplicemente per maledirlo... E i miracoli a volte accadono... Del mio incontro con Allan devo ringraziare un amico critico musicale, il quale affermò, in una delle nostre lunghe telefonate, quanto The dove, brano di Allan Taylor appunto, fosse nelle mie corde e come l'avrei cantato bene. E aveva ragione. Lo sentii immediatamente mio e cominciai a volare da subito tra le note di questa suggestiva canzone. Lo contattai, su Messenger, chiedendogli il permesso di interpretarla in italiano e di inciderla inserendola nell'album su cui stavo lavorando, allegandogli il link di Pura come una bestemmia. Mi rispose subito di sì. A quel punto affidai la traduzione a Federico Sirianni, l'autore che ritenevo più adatto, e anche una delle penne che più amo in assoluto, piacque molto anche ad Allan. Fu così che mi venne la sfrontatezza di chiedergli di scrivere un brano appositamente per me. Ci accordammo sulle tematiche da affrontare e dopo pochi giorni mi consegnò Sing me, altro capolavoro, la cui traduzione fu nuovamente affidata a Sirianni. Chiedere ad Allan di intervenire sul disco anche vocalmente è venuto naturale. Abbiamo altri progetti insieme, ma scaramanticamente preferisco non parlarne ancora. E pensa che non ci siamo mai conosciuti personalmente, il nostro è un rapporto "epistolare", solo che le mail hanno preso il posto delle lettere.


Se Allan Taylor rappresenta una novità tra le tue collaborazioni, ritroviamo però la firma, anzi la doppia firma di un tuo storico collaboratore come Pino Pavone, collaboratore storico anche di Piero Ciampi, guarda caso... Doppia firma perché per questo progetto ti ha donato due splendidi brani musicati da Massimo Germini, Candide delicatissima canzone sul tema della prostituzione con una gravidanza mai cercata, anzi subita e Prima che il gallo canti, la ricerca di un Dio spesso incomprensibile o mai vicino abbastanza. Com'è stata questa nuova collaborazione con Pino? 

Pino mi conosce come nessun altro. È il mio confidente, a lui rivelo tutte le mie miserie. Infatti, Prima che il gallo canti è una canzone indubbiamente biografica, la ricerca di un padre e non solo spirituale e la convinzione di aver sbagliato qualcosa. La vita d'artista, al di là delle gratificazioni, non è semplice, soprattutto per una personalità complessa come la mia. Pino ha scritto anche il testo dello spettacolo di cantateatro La figlia di Dio, recitato fuori campo da Riccardo Mei, che ha debuttato qui a Roma il 17 marzo.


Un'altra collaborazione preziosa credo sia stata quella di Michele Caccamo, sia in termini quantitativi che qualitativi. Lo si intuisce subito dall'incipit Nessuno è stato portato in cielo con la voce recitante di Alessio Boni, un misto tra preghiera e amara constatazione di come "per questi segni neri nessuno è stato portato in cielo". Passando per Don Gallo e i suoi millesimi, splendido ritratto di quel prete con "voce di lupo un sigaro acceso" che "aveva sempre deciso che su tutto l'amore conta", per approdare alle terribili Sono solo un suono e Un tempo immondo, terribili non perché brutte, ma perché feriscono il cuore, mettendo in evidenza la nostra impotenza di fronte a tanto dolore e tanto male. Sei d'accordo? Lo scrivere canzoni, nel tuo caso il cantarle, può essere medicina capace di lenire le ferite dell'anima? Te lo chiedo perché, ad esempio, ho sentito dire tante volte da Pippo Pollina come sia stata proprio la musica a salvargli la vita.

Questa domanda mi spiazza, perché non saprei cosa risponderti. La musica può lenire, ma questa che per me è più una missione che una professione a volte, più che una medicina, pare essere una maledizione. Metto in evidenza le situazioni che più mi stanno a cuore, ma questo non basta, né a me né agli altri. In fondo le mie mani sono troppo piccole per contenere tutto l'orrore e la mia voce flebile...

A proposito di missione mi vengono in mente i versi "E morì come tutti si muore / Come tutti cambiando colore / Non si può dire che sia servito a molto / Perché il male della terra non fu tolto" tratti da Si chiamava Gesù di Fabrizio De André, che hai inserito in questo tuo disco. Una canzone che sembra voler ribadire l'assoluta laicità di questo tuo progetto, non credi? Ti trovi allineata alla sua visione?

Un'opera laica ma allo stesso tempo religiosa. Non viene messa in discussione tanto l'esistenza di Dio, piuttosto il suo "operato". La figura del Cristo è fondamentale per la nostra religione, ne sono attratta, anzi, ho una vera e propria passione nei suoi confronti, un uomo rivoluzionario, magari seguissimo il suo insegnamento! Ma la sua morte, presunta o vera, pare non essere servita a niente... Nessun agnello ha tolto i peccati del mondo, nessun cuore redento.


È un'amara considerazione cui replicherei con le parole "Chi è senza peccato scagli la prima pietra", nel senso che non credo si possano attribuire a Dio le nostre colpe. In tal senso mi viene di citare questi versi "Perché voi possiate uscire / Perché io non possa entrare / Per qualche voto in più / Perché ho un altro colore / Di confine si muore / Di confine si muore / Di confine si muore" con quel "Di confine si muore" ripetuto tre volte, numero biblico, tratti da Requiem, un testo dell'antropologo Marco Aime che Massimo Germini ha musicato. Tema di massima attualità, ma direi anche tema eterno, a ribadire che il peggior nemico dell'uomo è l'uomo stesso, che ne pensi?

Ne sono assolutamente convinta. Che brutta roba quella dei confini. Non riusciamo a considerarci abitanti dello stesso unico pianeta. Ma è un atteggiamento insito nell'essere vivente, anche gli animali delineano il loro territorio.  Guarda quello che sta succedendo in Ucraina, una guerra incomprensibile che potrebbe trascinarci in un conflitto mondiale.

D'altronde credo che il male, quello sì, non abbia confini. Ho volutamente lasciato per ultimo Zohra, la canzone scritta da Matteo Passante su una schiava domestica pachistana di soli otto anni, schiava di una coppia sposata, Hassan Siddiqui e Umme Kulsoom che è stata torturata e uccisa per aver rilasciato erroneamente i pappagalli dei suoi padroni a Bahria Town, Rawalpindi, 1 giugno 2020. La canzone è piena di poesia, ma una crudele poesia, ho ancora impressi i duri versi conclusivi "Il reato commesso / è aver aperto la porta dell'uccello ingabbiato / Ma solo io lo capivo / Il profumo del cielo / Quando è primavera / Oggi ho messo le ali / E sono sopra quei cieli che il demonio ha creato/ Se la terra fu inferno nel nulla da cui canto è ancora più inverno". Mi ha riportato alla mente il verso "E libertà è un discorso per chi non sta in prigione" che Pierangelo Bertoli cantava in Leggenda antica. Sei stata tu a suggerire il tema a Matteo Passante?

Si, ho giurato a quella bimba che non l'avrei dimenticata, che l'avrei cantata. Ed è grazie a Matteo Passante e a Massimo Germini se ho potuto mantenere la promessa fatta.


Un'ultima domanda, o meglio una duplice domanda. Se non sbaglio tu nasci attrice e con gli anni sei diventata cantante, ma non sei una musicista, quanto è stato importante nel realizzare questo disco un personaggio come Massimo Germini? È vero che non sei una musicista, ma non ti è mai venuta voglia di provare a scrivere i testi delle canzoni che canti?

A dire il vero è entrata la musica per prima nella mia vita, dalla quale un certo punto ho preso una pausa. Il mio "personaggio" poco si sposava con ciò che volevo cantare. Troppo glamour e poco credibile per la canzone d'autore. Solo con gli anni ho acquisito credibilità. Per quanto riguarda i testi meglio affidarsi a chi lo sa fare, soprattutto se sei cresciuta a pane e Fossati. Mi chiedi quanto sia stato importante Massimo Germini? Senza di lui non esisterebbero questi album. È l'autore di gran parte delle musiche e arrangiatore di tutti i brani. Diciamo che musicalmente viaggiamo sulla stessa lunghezza d'onda. E non avrei potuto né voluto affidarmi a nessun altro che non fosse lui. È un grandissimo musicista e autore, dotato di particolare sensibilità. Vado orgogliosa di ciò che abbiamo fatto insieme. E gliene sono grata.

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giovedì, marzo 30, 2023

Ivan Franceso Ballerini: Racconti di mare (La via delle spezie), tra Salgari e Conrad

di Fabio Antonelli

Ivan Francesco Ballerini, toscano di Manciano, seppure non più un ragazzino, ha pensato bene di dedicarsi anima e corpo alla canzone d’autore e, dopo aver sfornato due rispettabilissimi album come “Cavallo Pazzo” (2019) un concept - album, interamente dedicato agli Indiani d’America e “Ancora libero” (2021), eccolo pubblicare negli ultimi mesi del 2022 “Racconti di mare – La via delle spezie (2022 Long Digital Playing). Tre album in soli quattro anni, ma non si pensi neppure lontanamente ad album seriali o peggio superficiali, anzi ci troviamo davanti ad opere di puro artigianato. Sentite cosa ci racconta del suo ultimo album.


Comincerei dalla copertina del disco se sei d’accordo. Il titolo Racconti di mare - La via delle spezie è stato il punto di partenza di questo concept album (perché credo sia a tutti gli effetti un concept) o è stata la sintesi perfetta del contenuto del disco? Mi ha colpito molto la scelta di una illustrazione in bianco e nero, quasi fosse uno sguardo al passato e la scelta del soggetto stesso, un uomo di spalle che, seduto sulla terra ferma, guarda lontano verso l'orizzonte osservando il mare agitato. L'essere sulla terra ferma mi ha riportato alla mente sia Emilio Salgari che pur non avendo mai viaggiato per mare scrisse avventure di mare incredibili, sia Joseph Conrad che, invece, fece del suo navigare la fonte di ispirazione per altrettanto fantastici racconti con protagonisti dubbi e paure dell'uomo. Come ti collochi rispetto al frutto della tua creatività?

Credo che il titolo Racconti di mare sia stata la sintesi perfetta, in quanto si tratta di storie tutte legate al "mare". La scelta del "bianco e nero", come scelsi il "virato seppia" per l'album Cavallo Pazzo è senza dubbio qualcosa che ci riporta indietro nel tempo, inoltre, credo che i colori avrebbero in qualche modo tolto l'attenzione dal soggetto principale: "un marinaio portoghese che sta contemplando il mare in burrasca". La copertina fa parte di uno dei 26 acquerelli che hanno dato vita al bellissimo video di Vasco Da Gama, video diretto dal regista e fotografo Nedo Baglioni. Appena vidi i disegni non ebbi esitazione a capire quale di queste tavole sarebbe stata la copertina. Pensa che stavo per concludere un disco che avrebbe dovuto intitolarsi Incontro al destino, in quanto ogni brano era legato a questo aspetto imponderabile della nostra vita. Poi però mi capitò di leggere una bellissima storia su Vasco Da Gama e il mio progetto iniziale è finito in un cassetto. Mi sono rimesso a scrivere un disco completamente nuovo, altri contenuti, altri soggetti. Alcuni brani di Incontro al destino sono riuscito a traghettarli, con dovute modifiche al testo delle canzoni, in Racconti di mare, questo a dimostrazione che c'è un legame fortissimo tra mare e destino. Rispondendo al tuo ultimo punto: molto spesso traggo ispirazione da racconti letti nel corso della mia vita. È successo con Cuore di tenebra e Tifone, bellissimi racconti di Joseph Conrad, da cui ho tratto spunto per scrivere il testo delle canzoni... ma insieme mescolo sempre molte mie esperienze personali, mie sensazioni e aspetti della mia vita e della mia fantasia.


Ecco, visto che hai citato proprio Vasco Da Gama come la scintilla da cui è partito tutto, mi piacerebbe parlassi della genesi di questo brano, in cui tu canti in prima persona le sue gesta e da cui emerge un personaggio con una limpida visione del proprio ruolo "questa è la mia missione / questo il tributo da saldare".

Potrei dirti che il brano, come successe per Cavallo Pazzo, si è scritto da solo. Poi però mentre scrivevo, non sapevo più scindere chi fosse il vero protagonista, se Vasco Da Gama o io. Direi che sono riuscito, almeno spero, a dare al testo e specialmente alla musica, quella giusta energia, necessaria per poter narrare le gesta e le imprese di un personaggio, ancora oggi, così incredibile, dotato di un carattere e di una potenza davvero ineguagliabili. Lui assieme ad altri navigatori, sono stati i primi veri scopritori del nostro mondo, con mezzi, che a pensarci oggi sembrano impossibili. I galeoni erano senza dubbio imbarcazioni meravigliose, ma erano pur sempre barche di legno, soggette a mille problematiche. Per non parlare del cibo, quasi completamente inesistente... acqua, vino e carne essiccata era il loro unico sostentamento. La maggior parte dei marinai moriva in navigazione a causa dello scorbuto, la mancanza totale di vitamina C. Era una morte lenta e dolorosa, dove le piaghe iniziavano a comparire su tutto il corpo, i denti vacillavano e cadevano, insomma si trattava di gente veramente tosta, che sapeva a cosa andasse incontro. Ma Vasco Da Gama sapeva, sapeva che con la sua impresa avrebbe scritto una delle più importanti pagine della storia: "arrivare per primo in India", potendo così impossessarsi di tutte le ricchezze che questa terra serbava.


Vasco Da Gama non è l'unico personaggio storico ad aver attratto la tua attenzione, vi è anche Pèro da Covilha, anch'egli portoghese e contemporaneo di Vasco Da Gama, che precedette Da Gama nella scoperta delle terre d'India "rischiando la tua vita, tu per primo scoprirai, le terre d'India al mondo mostrerai" e dedicò l'intera esistenza alla scoperta di nuove terre fino alla sua morte "nello Yemen per sempre ... dormirai". Cosa ti ha lasciato questo personaggio forse meno conosciuto di Vasco Da Gama?

Pèro da Covilha è stata la vera scoperta di questo mio lavoro discografico. Un portoghese dalle doti eccezionali: poliglotta, parlava perfettamente il Portoghese, lo spagnolo, l'arabo... un James Bond di altri tempi tanto per farsi capire. Quindi Giovanni II Re del Portogallo affida a lui l'impresa considerata impossibile di avventurarsi in India, alla ricerca della famosissima "via delle spezie"... e lui compiendo un viaggio rocambolesco tra terra e mare vi riesce... per primo... prima di Vasco Da Gama. Molto probabilmente la regina dell'Etiopia rimasta vedova si innamora di lui e non la lascia più tornare nella sua patria. Morirà esule e questo fatto ha toccato il mio cuore e credo, spero, si senta questa malinconia negli incisi di questo brano.

Si sente sì, ma si può dire che la malinconia pervada un po' tutto il disco, sin da "Una manciata di parole" il brano che apre il disco di cui è stato realizzato un video molto toccante e che racconta il dolore della lontananza dalla propria donna amata "Navigare, nella pioggia o sotto il sole, per trovare una manciata di parole, quelle giuste, per dirle che la ami", ma la ritroviamo in Cuore di tenebra il cui titolo richiama il racconto di Joseph Conrad e dove la realtà si fonde con la fantasia, il quotidiano con le pagine del libro, un amore finito che si fa lacerante perché i ricordi continuano a farsi vivi. È davvero così?

La malinconia è un sentimento poetico per eccellenza... chi ha vissuto una vita bella e piena, sa di cosa sto parlando. È un sentimento dai colori tenui... colori rosa. Una manciata di parole apre il disco con un leggero canto, quasi a ricordare il canto pericolosissimo delle sirene di Ulisse. Il marinaio in navigazione si trova da solo, e nella solitudine può concentrare i suoi pensieri alla sua donna amata. Vorrebbe trovare le parole giuste, semplici e dirette, per dirle quanto la ama. Il bellissimo video è stato ideato e diretto dal caro Paolo Tocco, mentre l’attore che recita è il bravissimo Luciano Emiliani. Lo stesso accade in Cuore di tenebra dove alle parole iniziali del libro di Conrad, ho ricamato addosso una storia d'amore, volando libero con la mia fantasia. Una cosa che mi è successa anche col brano Volare libero del mio disco precedente, brano col quale quest'anno ho già superato le selezioni iniziali del Tour Music Fest. Invece Racconti di mare parteciperà al Tenco, assieme ad un brano inedito che ho arrangiato col maestro Roberto Padovan e Luca Bonaffini: La guerra è finita.


C'è una canzone che, anche solo leggendo il testo, sembra essere una sceneggiatura per un corto, forse hai già capito di cosa stia parlando. Mi riferisco al brano Al bar del porto, tanto che non poteva non divenire quel bellissimo videoclip che è diventato. Una canzone che ha tutto, melodia scrittura e il desiderio di raccontare, lo stesso desiderio del protagonista della canzone per cui dici che "le storie raccontate da lui hanno un altro sapore". Questo personaggio fa parte della fantasia o, forse più realisticamente, è una proiezione di te stesso? I tuoi racconti sono sempre saporiti, questo è sicuro.

Al bar del porto l'ho scritta pensando a tutti coloro che avendo vissuto una vita ricca di emozioni, hanno qualcosa da raccontare. Mi ricorda un po’ la frase del film Novecento di Baricco, quando dice: "non sei mai morto quando hai una buona storia da parte e qualcuno disposto ad ascoltare". Parla di un marinaio che ha speso la sua vita in mare. Adesso non gli resta che raccontarsi ai frequentatori, usuali o di passaggio, che gravitano nel bar del porto dove lui ha lavorato e trascorso la sua vita. È un personaggio a cui piace parlare, ma non ama domande dirette... non si capisce se "sia triste o sia felice", un personaggio amabile ma enigmatico. Sotto molti aspetti sono io quel marinaio. Il videoclip vanta ancora una volta la regia di Nedo Baglioni, regia decisa e studiata con dovizia di particolari da me e Nedo, assieme al mio caro amico, e in questo caso arrangiatore del brano, Giancarlo Capo. È stato Giancarlo a spronarmi per realizzare questo video, girato al sorgere del sole nella splendida cornice di Porto Ercole sull'Argentario. È Giancarlo che ha saputo dare alle parole del testo un valore ancora più profondo, accostandovi una musica che è davvero struggente. L'attore che interpreta il ruolo di marinaio è invece il bravissimo Roberto Fazioli, che si è immedesimato perfettamente nella parte e nel ruolo di questo personaggio e da cui è nata una bella amicizia. Nell'arrangiamento, Giancarlo si è avvalso della collaborazione del grande fisarmonicista Stefano Indino.


C'è anche un'altra canzone, forse la più profonda e poetica dell'intero disco da cui hai tratto un video altrettanto intenso e significativo, mi riferisco ad Angoli dimenticati nelle vie del mondo, mi sembra che la canzone si muova su due piani paralleli, da una parte c'è la ricerca di nuovi luoghi da esplorare, dall'altra un viaggio interiore alla ricerca delle risposte sulla propria esistenza? È così o la mia interpretazione è una forzatura?

È esattamente così caro Fabio. Tu da persona sensibile quale sei hai colto subito il punto cruciale. Nella vita, per molti anni, ho viaggiato il mondo, sempre teso alla ricerca di qualche cosa da scoprire, ma posso dirti quasi con certezza, che i veri tesori da scoprire non sono quelli che puoi trovare fuori, ma vanno cercati a fondo dentro di noi, scavando nelle pieghe complicate dei nostri pensieri. Molti mi hanno rivolto la domanda di quale fosse il brano a cui mi senta più legato... ed è proprio questo. Il video, sempre diretto dal maestro Nedo Baglioni, ritrae me Alberto Checcacci (mio direttore artistico) e la splendida Lisa Buralli, in una rocca abbandonata ai piedi del monte Amiata. Abbiamo dovuto scavalcare un alto cancello chiuso per potervi entrare, ma credo ne sia valsa la pena.


Assolutamente, d'altronde i beni preziosi occorre cercarli, a volte con fatica, non sempre capita di incontrarli per casualità, proprio come mi sembra di evincere da questi tuoi versi "A braccia aperte vola incontro al tempo / come aquilone alzati nel vento / se sei arrivato qui, sicuro cercavi me / che da qualche parte vivo in te / che da sempre nel tuo cuore vivo in te" tratti da I segreti del mondo. Ritorna ancora una volta il concetto di ricerca dentro sé o sbaglio?

Assolutamente. La canzone l'ho scritta per un'amica che credevo non avrei mai più incontrato nella vita. Quindi in questa I segreti del mondo esorto tutti a non darsi mai per sconfitti... ma a nutrire sempre il cuore di speranza buona, e oggi Dio solo sa se ce n'è bisogno. Sempre mosso da questa spinta e verso qualcosa che porti un po’ di luce e di speranza, ho scritto "la guerra è finita", piccola anticipazione di quello che sarà il mio futuro progetto.

Non darsi mai per sconfitti, sembra un po' lo stesso sentimento che anima il protagonista della canzone Tra le braccia del mio amore, un uomo di mare così come lo sono stati tutti i suoi familiari e i suoi avi, che a notte fonda torna dalla propria donna "per ritrovare la pace, tra le braccia del mio amore, che a volte mi consola e a volte mi punisce, ma è la sola donna al mondo, che in fondo mi capisce. Essere compresi dalla persona che ci vive accanto, anche tra le difficoltà che la vita ci pone davanti, quanto ritieni sia importante? Quanto aiuta a non farsi sopraffare dalle avversità?

Aver vicino una persona che sia amica, amante, complice e ti sappia comprendere è una cosa molto rara, rara e preziosa. Non capita a tutti di avere questa fortuna e i fortunati devono sapersi tenere ben strette persone così, uomini o donne che siano. Il brano Tra le braccia del mio amore forse è il più toccante, il più struggente di questo disco... e come Non piangetemi mai nell'album Cavallo Pazzo, va a chiudere questo Racconti di mare. Sul finire del brano la voce di Lisa Buralli, sembra quasi voler urlare, gridare al mondo, che nonostante tutte le difficoltà, non potrebbe fare a meno del suo uomo... nonostante le assenze, nonostante le tentazioni che il mondo gli offre... nonostante tutto.


In questo viaggio senza un itinerario preciso attraverso le canzoni del tuo nuovo disco, ho tralasciato qualcosa, non per dimenticanza o, peggio, perché ritenuto meno importante, ma per lasciare a chi ci legge la curiosità di andare ad ascoltare ciò di cui non si è parlato. Vorrei invece spostare il discorso su un altro tema, quello della rappresentazione live dei brani di questo disco e, ovviamente anche dei due precedenti. In studio, si sa, si attinge a molti musicisti e altrettanti o più strumenti, perché credo che giocare con gli arrangiamenti sia il bello della realizzazione di un album, il vestire i brani a festa, ma si sa anche che nei live bisogna soprattutto fare i conti con il budget e gli spazi messi a disposizione dagli organizzatori. Come pensi di muoverti?

I miei brani non hanno bisogno di molte sovrastrutture, in quanto credo siano le parole, i testi, la parte fondamentale. Potersi esibire dal vivo è diventato oggi una cosa praticamente impossibile. I locali sono davvero pochi, i budget offerti sono spesso vergognosi, tuttavia, sto ultimando la mia pagina personale, il mio "official web site", curato dall'ing. Simone Gironi. Credo venga fuori un lavoro serio, semplice e curato, che mi rispecchia pienamente. Spero questa "vetrina sul mondo" mi porti ad effettuare alcune esibizioni live. Comunque, aldilà dei live, sto già lavorando su alcuni progetti a medio termine. Uno che ritengo molto bello sarà l'ultimazione del brano La guerra è finita e la presentazione, spero a giugno di un nuovo bellissimo video.


Questo tuo sguardo fiducioso al futuro potrebbe essere la chiusura perfetta di questa nostra chiacchierata ma, se me lo consenti, vorrei farti un'ultima domanda rivolta al presente, al tuo disco Racconti di mare. Se lo dovessi presentare in breve, durante un ipotetico passaggio a fine telegiornale della durata di un minuto o poco più, che parole useresti?

Si tratta di un viaggio, di questo si è trattato per me, un viaggio via terra e, soprattutto, via mare. Un viaggio tra passato e presente, che mi ha consentito di scavare dentro me stesso e di scoprire tanti nuovi amici, musicisti e no. Un viaggio in cui ho affrontato molti aspetti della vita di ognuno di noi: amore, malinconia, speranza, disperazione, voglia di libertà e desiderio di nuove scoperte. Un viaggio difficile, pieno di ostacoli a volte, faticosissimo e allo stesso tempo meraviglioso. Credo sia un bel mix non trovi?

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sabato, aprile 16, 2022

Claudia Pastorino – The Final Cut

di Fabio Antonelli

Nei giorni scorsi, curiosando nel mare di musica rappresentato dal web, faccio una visitina al sito ufficiale di Claudia Pastorino, docente a contratto all'Università degli Studi di Genova di Laboratorio di Linguaggi della Canzone, vocologa artistica, insegnante di Canto e di Cantoterapia, nonché apprezzata cantautrice, suo ultimo album pubblicato Claudia (Ed. Sugar 2015) e mi imbatto nel seguente comunicato.



“Nel 1990 ho cominciato la professione concertistica, come cantante di pianobar e come cantautrice.   Ripercorrendo la mia trentennale attività di cantautrice, ho spesso raccontato le difficoltà dei primi anni, causate dalla mia timidezza paralizzante di allora, ma soprattutto dall’ambiente cantautorale maschile e maschilista dei primi anni Novanta. Ma, come dicevo anche nel mio libro La Cura del Canto, nessuna forza contraria può spegnere una voce che vuole esprimersi cantando. E così sono stati trent’anni intensi, impegnativi, viaggianti, profondamente emozionanti, in cui ho avuto la gioia di collaborare con grandi Musicisti sia nell’ambito Popular che nell’ambito Classico. Nel 2020, a distanza di trent’anni da quegli inizi, ho sentito il bisogno di concludere le mie attività concertistiche e di dedicarmi al 100% alla didattica del Canto e della Cantoterapia. E, come scrive Barraqué - Quando ho smesso di cantare il mio canto è cominciato davvero -"

Scorrendo il tuo sito (www.claudiapastorino.it), alla ricerca di qualche data live da cogliere al volo o magari semplicemente pubblicizzare, mi sono imbattuto in questa tua lettera, in realtà pubblica nel 2020 (quindi immagino in pieno lockdown) in cui annunciavi di voler concludere l'attività concertistica, dopo trent'anni intensi e ricchi di collaborazioni, per dedicarti in maniera esclusiva alla didattica del Canto e della Cantoterapia? È proprio così? Vuol dire che non avremo più modo di ammirarti in nuove esibizioni live?

Sì, dopo trent'anni mi è proprio venuta meno la voglia di fare i concerti e così ho smesso. Ora in realtà canto come prima e più di prima, perché insegno Canto, Cantoterapia, Linguaggi della Canzone tutto il giorno e tutti i giorni della settimana e il canto è più libero e più divertito di prima, insieme ad allievi e studenti.



Il non voler più fare concerti implica anche il non scrivere e pubblicare più nuove canzoni?

Adesso sono molto concentrata nella scrittura dei libri: uno La Cura del Canto (Ed. Gribaudo 2021) l’ho pubblicato l'anno scorso e, il prossimo, dovrebbe uscire a fine anno o inizio anno prossimo. Però non si sa mai... se mi tornasse l'ispirazione di scrivere canzoni, le pubblicherei "artigianali" direttamente online…



Nell tua decisione finale, questo final cut, ha influito anche la pandemia in corso o la chiave di lettura è più da ricercarsi negli amari versi della tua Trent'anni: “E in questi panni ti faccio un po’ pena / coi miei trent'anni e la testa piena / di illusioni / che non ha senso star lì a soffrire / tanto a nessuno interessa sentire / queste canzoni"?

Un misto di entrambe le cose. Cantare, oltre a essere stata una professione bellissima, ha significato di più, è stata nello stesso tempo anche una terapia. E sono estremamente grata a chi lo ha reso possibile, venendo a un concerto o a decine di concerti. A presto ritrovarci sulle strade del Canto e della Cantoterapia.



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lunedì, aprile 11, 2022

Marco Ongaro – Solitari per caso o per vocazione?

di Fabio Antonelli

A tre anni di distanza da “Il fantasma baciatore”, il cantautore, scrittore e poeta veronese Marco Ongaro ha dato alle stampe, preceduto dal videoclip “Solitari” e dal singolo “A ritroso”, un nuovo album intitolato proprio “Solitari” (Vrec/Andromedarelix), fortemente voluto e supportato dal produttore Gandalf Boschini e suonato dalla band prog-rock dei Logos e altri musicisti di valore. Ne è uscito un disco di grande impatto sonoro, accolto dalla critica con entusiasmo e, credo, destinato a diventare un classico, soprattutto per le tematiche affrontate e per come sono state affrontate. Ma chi meglio dell’autore può permetterci di addentrarci nel suo mondo poetico?



Come sempre vorrei partire dalla copertina del tuo nuovo lavoro discografico Solitari, perché così come per un prezioso profumo il packaging costituisce il biglietto da visita dell'essenza stessa, così la copertina di un disco ben riuscita dovrebbe attrarre e al contempo suggerire il contenuto dell'intero album. Tratta dalle riprese del videoclip del brano omonimo che ne ha anticipato l'uscita, la fotografia dai colori desaturati molto vintage ti ritrae davanti a una Jaguar degli anni '80 con sullo sfondo l'amica Jesusleny Gomes, ormai non nuova alle collaborazioni video, con il figlio, entrambi di fianco a una datata Volvo 242. Copertina e titolo suggeriscono l'idea di un disco dalle sonorità vintage e un duplice significato, preziosità dei diamanti solitari ma anche solitari che infinite possibilità della vita possono far incontrare... Non ho capito nulla?

Direi che l'interpretazione è azzeccata. Entrambi i significati scaturiscono dall'immagine scattata durante la lavorazione del video con l'intenzione di coordinare il tutto ben chiara dal principio nella mente del produttore Gandalf Boschini. C'è sempre un margine di casualità e spirito dell'occasione a intervenire nel risultato finale, giacché l'amica Jesusleny Gomes ha fornito il contatto con l'ACI di Venezia per l'utilizzo delle auto in questione, contribuendo di fatto all'atmosfera generale desiderata dal regista Luca Sammartin, che è pure l'arrangiatore del disco. Un team ben affiatato tra programmazione e spontanea creatività. Non giurerei poi tanto sul vintage in merito alle sonorità dell'album, talvolta immerse in un clima anni 70 grazie all'apporto della prog-rock band dei Logos, certo, o con vaghi sprazzi anni 80, ma in generale ben in linea con timbri e groove delle produzioni di questo primo ventennio Duemila. Di vintage ci sono in verità soprattutto io, che scollino qui dal Novecento nell'imperterrita insistenza di restare vivo oltre la durata assegnata alla stagione dei cantautori, con l'impudenza di scrivere e proporre ancora brani inediti, senza mai riciclare un'esperienza dal vivo. Solitario anch'io, non fosse per la nuova linfa di giovani come Gandalf e Luca e gli altri, giovani o altrettanto ostinati, che si sono uniti nell'impresa. Tutti solitari in fondo, nella realizzazione di un disco in epoca pandemica, con registrazioni separate - alcuni partecipanti come Adam Clarke alla cornamusa, Giacomo Cazzaro al sax e Barbara Lorenzato ai cori mai li vidi né probabilmente li incontrerò - tra autocertificazioni e studi d'incisione sanificati e risanificati in giro per il Veneto, ma solitari che si riconoscono nella loro preziosa rarità. Guardando la copertina, più che un'impressione vintage in merito al tempo scorgo una idea di spazio circospetto, di separazione virtuosa nella coscienza di un'autonomia conquistata a fatica. Il tutto shakerato ma non mescolato a un mood nostalgico sul modo di vivere più che su quello di suonare. Torneremo a incontrarci o resteremo online? E l'incontro sarà fortuito o scelto su una piattaforma professional-sentimentale? Il tappeto verde su cui stiamo con le auto d'epoca in copertina è reale o virtuale? Jesus e suo figlio sono creature del Metaverso o persone in carne e ossa? In tal senso, il terzo video girato con lei, in cui non accadono cose massimaliste come nei precedenti, esalta il miracolo di essere semplicemente vivi e ritrovarsi su una strada di asfalto vero, per caso, bere vino di un rosso concreto e preferire alla meraviglia di un innamoramento programmato una più appagante comune conoscenza con lo scambio finale di un libro. La rarità cantata nel brano che dà il titolo all'album è paradossalmente l'assenza di eroismo virtuale, la speranza di tornare a una normalità troppo a lungo stravolta dalla ricerca di effetti speciali. Ma questo mi viene da rispondere oggi, sono pronto a offrirne domani una nuova interpretazione.

In attesa allora di una nuova altrettanto vera interpretazione, vorrei dare uno sguardo d'insieme al disco che si apre, oserei dire magnificamente per sonorità e atmosfera, con A ritroso per concludersi ancora con una ripresa in acustico, con lunga coda strumentale, dello stesso brano (così come probabilmente è stato concepito) in una sorta di viaggio, appunto, a ritroso. Il tuo recente saggio su Serge Gainsbourg mi ha insegnato che un poeta può nasconderne un altro e devo dirti che questa circolarità del disco mi ha riportato alla mente, in un gioco di rimandi, un film proprio di quegli anni di Theo Angelopoulos. Circolarità a parte, ciò che mi sembra trasparire nell'ascolto ripetuto è una compattezza quasi granitica del disco nella sua interezza, non è un concept album ma sembra quasi esserlo, è solo una suggestione?

Perché non citare allora Prima della pioggia di Milčo Mančevski o Pulp Fiction di Quentin Tarantino? La circolarità del tempo è l'essenza della "catena delle nascite e delle morti" di concezione buddista nonché platonica, si inserisce nelle età vichiane ed è patrimonio dell'umanità senza scomodare pure il decadentismo dandy di Joris Karl Huysmans che nel 1884 ha dedicato un romanzo intitolato A ritroso all'opportunità di revisione della propria esistenza risalendo verso un'origine mai conclusiva. Credo che l'imposizione di Gandalf Boschini nell'esigere un album non concettuale si sia rivoltata contro di lui senza che lo volessimo, creando l'ironia di una raccolta di singoli incorniciati da una canzone con ripresa come si usava ai tempi d'oro del prog, vedi King Crimson, tale da far risaltare i solitari come fossero parte di una parure incapace di far loro perdere la sostanza solitaria della rarità. L'effetto è straniante e curioso. Non è un concept album però ne suggerisce l'idea, tanto che poi si va in cerca del concetto che dovrebbe riunirne i brani e si seguono filoni privi di compiuta linearità. Potremmo chiamarla una "poesia della confezione", quanto a complessiva irriducibilità interpretativa: non si arriva mai a una decifrazione definitiva ma si continua a scovarne indizi. A ritroso ne è in effetti il contenitore ideale.

Hai ragione, avrei anche potuto citare allora Il cerchio di Jafar Panahi, ma il mio virare verso la Grecia trova il suo perché nel disco, impregnato direi di una certa ellenicità, se ben due canzoni Una signora per bene ad Atene e Parcheggiare a Delfi, non solo sono collocate geograficamente in Grecia, ma respirano nei versi aria di classicità, di mitologia, di filosofia. Sembrano già esse stesse dei classici, storia e presente si mescolano, aneliti divini si alternano ad umane miserie. Vorrei però la tua chiave di lettura, almeno quella di oggi...

Beh, la prima è il divertimento. Nei testi scritti nei luoghi narrati, cioè Atene e Delfi, con passaggio obbligato a Tebe, mi è piaciuto registrare la commistione tra passato e presente, così ben testimoniata dalla lingua greca moderna, tanto dissimile da quella antica da sembrare che sia un'altra senza però esserlo fino in fondo. L'esercizio all'oblio dei Greci sta tra l'ammirevole e il disdicevole, è senz'altro un espediente necessario alla prosecuzione dell'esistenza nel fluire delle ere. Lo shock culturale di ascoltare parole che riportano a etimologie di termini italiani in un continuo rifrangersi di metamorfosi tra il classico e il contemporaneo è occasione troppo ghiotta, straniante ed emotivamente densa. Graffiare a Tebe la macchina noleggiata e sistemare la faccenda assicurativa con 100 euro in franchigia ad Atene sembra, pur vissuto nella realtà, uno scherzo che ripropone nella ordinarietà veniale del quotidiano la creazione dell'Areopago per giudicare i crimini del matricida Oreste cantata in età classica. E scoprirsi a pregare Apollo per trovare un parcheggio nella scoscesa Delfi non è meno scioccante e ironico. La classicità aggredisce la mente nell'esatto momento in cui l'irrisorietà moderna la sgrava di consapevolezze che un tempo pesavano su ogni gesto in luoghi tanto roridi di trascendenza. Come gli Italiani abituati al Portico di Ottavia possono mangiarsi un panino nel ghetto senza rammentare nulla delle stratificazioni del tempo in un'area così antica, così i Greci sembrano non accorgersi che in ogni angolo della loro terra l'Olimpo continua a manifestarsi con prodigi ridimensionati costantemente dall'inaridimento occidentale dell’invisibilità immanente. Ma dal latino all'italiano il passo è molto più evidente che dal greco antico a quello moderno. Noi abbiamo cambiato le parole, loro i significati. La nostra “metafora” per loro è un “autobus”. Gli Olimpi sono morti soprattutto nella mente dei Greci, Gesù ha sostituito suo padre Zeus, come Egli temeva, ma io continuo a ringraziarlo quando su un'isola delle Cicladi trovo sollievo dal solleone grazie a una nuvoletta pluvia che in Italia farebbe invece pensare a Fantozzi. Se le cose sono superficiali quando le guardi in superficie, è bello cogliere la profondità dimenticata di un luogo sacro come la Grecia.



Vorrei continuare in questa sorta di gioco, abbinare una canzone a un'altra apparentemente senza nulla in comune, mi riferisco a L'atteso e Rimasta qui, sembrano anzi nei titoli presupporre due situazioni diametralmente opposte, in realtà mi sembrano giocare sulle relazioni temporali tra l'istante vissuto, quel che potrebbe divenire e ciò che è stato. Mi aiuti a far luce?

Innanzi tutto sono la seconda e la penultima canzone del disco, come posizione hanno un'analogia che dovrebbe finire lì. L'atteso è una figura imprendibile che non arriva mai ma continua a essere aspettato, comincia come un eroe e poi non si sa neanche se sia morto, il che senz'altro lo escluderebbe dal novero dei martiri, nonché delle persone attendibili oltre la loro esistenza terrena. Così atteso da sembrare quasi L'appeso dei Tarocchi, che in effetti imperversano in Rimasta qui, con la Madonna protopapessa che si stempera nel Matto in una festa di Arcani Maggiori di cui l'Eremita, simbolo della Vergine, scompare nel miracolo mistico dell'assunzione in Cielo mentre la comune mortale uscita dal mazzo come l'Amante, forse, o come qualunque altra carta, rimane in grembo, priva di destinazione trascendente. Si trovano collegamenti con qualunque cosa, l'analogia non scarseggia, e come pretesto per parlarne lo stratagemma funziona. Parliamo comunque di presunte individuazioni: L'atteso è inesorabilmente assente, Rimasta qui è presente ben oltre le aspettative, con ostinazione, anche quando in teoria non dovrebbe esserlo più. La prima è una forma di assenza molto presente nel pensiero, pensiero slanciato nel futuro per l'attesa, la seconda è una presenza che si protende nel tempo del ricordo, un pensiero rivolto all'indietro. Hai ragione sono speculari, diametralmente opposte. Entrambe ballate, rese musicalmente al massimo della loro ritmicità.

C'è una canzone, Ricominciando, che credo non a caso sia stata collocata a metà del disco tra le due A ritroso. Si ruota ancora intorno al concetto di tempo, o meglio alla ciclicità del tempo, al continuo ricominciare per cui "ogni incontro ha il suo motivo". È proprio così?

Il titolo già lo dice. Ricominciare indica un nuovo inizio, dunque c'è stata una fine, ragion per cui si ha occasione di iniziare nuovamente. Ma la fine dell'inizio e l'inizio della fine si confondono sempre, finché la faccenda non sarà davvero conclusa. In mezzo abbiamo il dubbio tra la reale cesura e quella percepita, un po' come per la calura estiva mista a umidità. Davvero è finito o è un'illusione? Davvero comincia o è un inganno? In una realtà in cui l'immagine conta più della sostanza, si può comprare una fontana per vendere un miraggio, senza dissetare nessuno. Si possono fare foto mirate a una sala spettacoli e fingere che fosse zeppa quando non c'era nessuno, si può guardare il mare e vedere solo ciò che di bello si immagina all'orizzonte. Niente morte per acqua, niente morte per fuoco, infine niente morte. Tutto riparte. Cosa è finito e cosa comincia? "L'inizio è sempre al buio" vuol dire questo: non è detto che non ci si stia aggirando ancora nella fine non consumata e chissà se si arriverà mai a vedere interamente chi si è incontrato. Ci sostiene il caso, con il suo carico di fatalità, a definire se la fine offerta in aperitivo non è che il preludio a un primo piatto o a un dessert. Insomma il vortice è tutto lì, nella terra di nessuno della madre di tutte le metafore, il tempo. Gira la carta un'altra volta e torna l'Appeso, l'Eremita, l'Amante o forse La Torre. La divinazione in fondo non è che una specie di bussola per aggirarsi in questa zona incerta, nella quale indugiare non è poi spiacevole. Una svolta è la fine di un modello e l'inizio di un altro, ma lascia i suoi rimasugli, frattali ripetuti dentro e fuori l'immagine. Ho molto amato come l'arrangiamento di Luca Sammartin ha stravolto la versione "iniziale", animando con batteria elettronica l'andamento da lenta ballata sottolineata dal pianoforte di Erik Boschini. La chitarra di David Cremoni ha inacidito il tutto dando l'impressione che un qualcosa di stabilito infine esista.



Anche in questo disco hai dato spazio a due belle traduzioni, una è La canzone di Prévert di Serge Gainsbourg che è legata a giro stretto al saggio da te appena dedicatogli in coincidenza con i trent'anni dalla sua morte, l'altra è Homburg dei Procol Harum che forse per la prima volta offre la possibilità di essere compresa nella sua pienezza. Entrambe sono reinterpretate in nuove vesti, la prima diventa un country folk la seconda un rock prog di ampio respiro. Entrambe direi mettono le minigonne e ringiovaniscono non di poco. Ti trovi concorde con questa mia visione?

Non so se le minigonne, ma l'arrangiamento sì le ha un po' ringiovanite anche se per me il fascino delle loro versioni originali rimane immenso. Alla canzone di Gainsbourg ho dedicato un capitolo intero del mio libro su di lui, la traduzione al confronto è un giochino, un gesto di affetto ammirato per un personaggio che mi è diventato molto familiare dopo aver passato insieme mesi di studio e interpretazione. Scrivere un saggio biografico ermeneutico su un creatore è un modo di assumerne la forma, addentrandosi nei meandri della sua mente e delle sue emozioni. Cantarlo, a quel punto, è come un momento di relax, un disimpegno in cui ti permetti di impersonarlo dopo averne dissezionato l'intimità estetica. La canzone di Prévert è un capolavoro di metacanzone, una esegesi in versi che merita di essere divulgata come lo meritano i brani dei Procol Harum, in cui il poeta Keith Reid ha dato il meglio di sé. Si tratta di due autori di origine ebraica, latori di una profondità non sempre così spontanea nei gentili. L'abitudine tradizionale a contrattare con Dio e a ridiscutere le alleanze sovrannaturali evidentemente dona loro una marcia in più nel manipolare il significato delle cose. Homburg è un momento di apocalisse su atmosfera classicheggiante di cui valeva la pena cercare di restituire il senso. Il declino e lo spaesamento di un ragazzo incasinato assumono dimensioni universali con pochi versi ben assestati. Altro che L'ora dell'amore.

Vorrei parlare ora di La paga, canzone che mi viene da accostare a Ciascuno ha il proprio festival del tuo precedente disco, magari non si vuole prendersi troppo sul serio, usando l'arma dell'ironia, ma in fondo qualche sassolino dalla scarpa ogni tanto è giusto toglierselo, è così? 

Chi si schermisce dietro a "un iban difettoso" per non pagare il giusto compenso merita una frecciata, ma principalmente La paga è un canto di giubilo, in cui un riff alla Deep Purple si apre poi nella festa dei soldi che arrivano in tutte le loro varie forme, dal bonifico al versamento, con moneta e divisa che si contendono la gioia finale del Signor Bonaventura. Il compenso sì, ma non solo, c'è anche la moglie generosa che alimenta l'immaginario dell'artista in ambasce per le mancate onoranze dei debitori. Se l'insegnante di scrittura creativa di Raymond Carver, John Gardner, suggeriva come soluzione di "vivere alle spalle del coniuge", chi sono io per sminuire una tale meravigliosa opportunità? Anziché rantolare come Baudelaire all'inseguimento di un'elemosina dall'esecutore finanziario del patrigno, è preferibile giocare a bridge sperperando i beni coniugali come Barry Lindon. Viva Bel Ami e muoiano tutti i Filistei.



Eccoci alla canzone che ho volutamente lasciato per ultima, cioè Metaforicabionda che sembra quasi essere un seguito di Bionda. Là la bionda in questione era la sigaretta come metafora della donna fatale, qui è una bionda in carne e ossa, neppure bionda, solo tinta ma metaforicamente bionda, di quel biondo che fa sbarellare gli uomini e forse anche le donne. Quella che sembra cominciare come una canzone d'amore sembra poi incentrarsi sui segni lasciati dal tempo "da troppe estati da troppi inverni" vissuti, sembra quasi una vendetta servita fredda alla Kill Bill o è solo una mia impressione?

Non c'è niente di freddo in questa canzone. È abbastanza rovente la "scorrettezza politica" che la imbionda, tinta a prima vista di una vaga misoginia. Naturalmente non si riferisce a una donna quanto invece a un atteggiamento, un comportamento, una propensione all'apparenza in un'epoca social in cui piattaforme di incontri consentono di rimorchiare dopo aver valutato l'aspetto e l'intelligenza presunta delle persone coinvolte. Così si cura il proprio charme in base a ciò che si è voluto mostrare via internet. Foto in posizione ed età favorevoli, acconciatura fresca di parrucchiera, sorriso che attutisce le rughe. Ma le rughe ci sono e i capelli non sono più biondi da parecchio tempo, in alcuni casi non lo sono stati mai. Il rimorchio da annunci sentimentali tipo "AAA cercasi" è camuffato da simpatico scrolling delle immagini su piattaforme apposite, cui seguono gli incontri non sempre all'altezza delle speranze. La bionda diventa metafora di questa ricerca un tempo destinata solo a pochi incapaci di trovare moglie o marito e ora di uso generale quale modo principe di conoscere qualcuno. Al bar o al ristorante ci si trova dopo aver già ben vagliato le credenziali e quel che sarà sarà. L'occasione favorisce l'occasionalità e il make-up fotografico deve poi reggere alla prova in presenza. "Il problema più importante per noi / è di avere una ragazza di sera", cantava Celentano. Non è più questo, il problema ora è di incontrarne una vera.   



 

Un'ultima domanda, rispettando quella circolarità di cui si è parlato, tornando a ritroso al punto di partenza, a Gandalf Boschini e ai Logos, quanto il non dover pensare agli arrangiamenti dei pezzi e all'impostazione sonora ti ha permesso di cantare con maggiore libertà, con risultati notevolissimi come anche le prime recensioni ricevute hanno sottolineato?

Ringrazio per i giudizi favorevoli. Libertà sì, nel senso di sgravio di responsabilità. La delimitazione del campo creativo, restringendo i confini alla costruzione di musica e testi senza badare alla veste e alle scelte stilistiche finali, corrisponde infine a una maggiore concentrazione sulla propria area di talento. Lasciarsi guidare è un po' delegare, un'abilità di per sé. La capacità di cedere parte del controllo, indispensabile all'orgasmo in amore, alla crescita imprenditoriale, all'aumento del tempo libero, è il risultato di un progresso che permette una più armoniosa attività in team. La voce stessa risulta maggiormente immersa nella musica, c'è meno ego, è parte di un felice sforzo comune che attribuisce al "solitario" una valenza tutt'altro che solipsistica. La demarcazione del proprio spazio contribuisce a una migliore visione d'insieme. Una lezione di maturità, meglio tardi che mai.



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venerdì, aprile 08, 2022

Oliviero Malaspina - Piccoli flash per raccontare di vita morte e amori

di Fabio Antonelli

Dopo ben sette anni di silenzio musicale, risale infatti al 2014 il suo ultimo album Malaspina (Hydra/Ukulati), il cantautore pavese Oliviero Malaspina a fine 2021 ha pubblicato uno splendido singolo dall’eloquente titolo “Il bisogno più profondo” (Tilt Music Production / SottileVerticale Music) accompagnato da un videoclip che intelligentemente sottolinea ogni singola parola di un testo meraviglioso. Quale occasione migliore per sentire cosa bolle in pentola…



Circa tre mesi fa hai pubblicato il singolo Il bisogno più profondo che sin dal primo ascolto mi ha segnato, scusa il gioco di parole, profondamente. Com'è nato questo splendido brano dopo tanto tuo silenzio musicale?

Caro Fabio, intanto i sette anni non sono stati una scelta ma sono stato gravemente malato nel 2015 e 2016, con quattro interventi e riabilitazioni. Musicalmente in questo periodo ho collaborato con diversi artisti, ultimi Phil Mer e Andrea Pavoni per Canzoni in verticale, in uscita. Mi sono poi dedicato alla narrativa, pubblicando La prossima volta saremo felici (Galata Ed. 2017) e Drammaturgia degli invissuti (Fallone Ed. 2019), scritto con Giuseppe Cristaldi, libro adottato dalla facoltà di Psicologia dall' Università Salesiana di Torino. Il bisogno più profondo nasce dall'esigenza di una catarsi interiore, piccoli flash per raccontare di vita morte e amori. Ho cercato un suono controcorrente alle esigenze del mercato e dell'editoria italiani, infatti, la mia casa discografica è la TILT Corporate London e la distribuzione Sony Music Usa. Presto uscirà un altro singolo e a settembre l'album.



Il silenzio era ovviamente riferito al tuo discorso musicale inteso in prima persona e la notizia di un tuo prossimo disco in uscita a settembre non può che farmi felice, così come credo tutti coloro che amano la musica di qualità. Il disco ha già un titolo? Sempre che si possa anticipare qualcosa ...

Non ancora. I titoli sono sempre un casino per me.

So che molti preferiscono sceglierlo per ultimo, in effetti, ma qualcosa in più si può saper del nuovo disco? Non è certo notizia di tutti giorni un tuo disco.

Sarà un disco molto duro e scuro. Tanti pianoforti concepiti cinematograficamente, in primo piano, campo lungo. Archi, elettronica con suoni creati. Molti musicisti bravi.



Quindi il singolo sembrerebbe uno dei pochi momenti di luce, un volere spiazzare l'ascoltatore?

No, è un corpus a parte.

Nel senso che non farà parte del nuovo disco o che rappresenterà un unicum all'Interno del nuovo lavoro per stile e scrittura?

Non credo farà parte dell’album così come il singolo che uscirà a maggio. Oltre al discorso sonoro e del momento vissuto, credo si debba essere corretti con chi ci segue e quindi evitare doppioni. Se fai caso alla mia discografia, io non ho mai fatto uscire singoli.

Non ci avevo mai fatto caso. Allora ti chiedo se per te ha ancora pienamente senso parlare di album in senso generale, come raccolta di canzoni e come supporto fisico in un mondo musicale sempre più virtuale, sempre più fluido...

Ha ancora più senso di prima. Le piattaforme vanno bene ma io amo il supporto fisico con libretto come in ogni mio lavoro. Non è musica al consumo, quindi ha un corollario importante sia in cd e vinile, 100 vinili numerati non ristampabili.

Su questo aspetto non puoi che trovarmi d'accordo, da feticista del disco, per me un album è fatto di musica, testi crediti, fotografie disegni, di pagine da sfogliare e consumare. Ci sarà qualche collaborazione in questo tuo nuovo lavoro? Tu che in passato hai collaborato a tua volta sia con Fabrizio sia con Cristiano De André, ma non solo...

No. Ci saranno tanti musicisti eccelsi e qualche talento scoperto in questi anni. Niente duetti.

Personalmente trovo comunque molto interessanti nell'ambito della canzone d'autore le collaborazioni, che non vuol dire necessariamente cantar poi i brani in coppia ma magari scrivere a quattro mani oppure progettare dei percorsi comuni. C'è qualche artista, al di là di coloro con cui hai già collaborato, con cui ti piacerebbe confrontarti, magari nel mondo musicale femminile che sembra quasi essere visto come un universo separato?

Sto scrivendo alcune musiche con Carlo Calegari. Un mostro di bravura. Non mi sono mai posto problemi di genere. Amo alcune cantautrici ma tendo a fare tutto da solo. Sto scrivendo un album per Fanya Di Croce, ci vedremo a fine aprile per confrontarci.

Le collaborazioni fanno sempre bene alla buona musica e le sinergie non possono che apportare nuova linfa.

Ho anche avuto contatti con Mina e Patty Pravo ma hanno trovato i testi, come dire, un po' troppo impegnativi e capisco bene. Anche se speravo che fossero più libere, vista la caratura dei personaggi.



Beh, forse è semplicemente più facile puntare sul già noto al grande pubblico, sarebbe però stato interessante vederne i risultati.

Sinceramente no. Vedo molte lamentele ma molta pigrizia. Tipico di noi italiani. Lamentarsi e non fare nulla. Io sono curioso quindi cerco di ascoltare tutto anche per imparare. Ho ascoltato cose molto interessanti. Ma anche molte banalità.  In più trovo che musicalmente e editorialmente ci sia una sproporzione immane tra offerta e domanda. Viviamo un momento di forte arretratezza culturale. Non stupiamoci se poi finisce tutto in sceneggiate e gossip anziché una forma d'arte dalle radici greche.

Tutto ciò che affermi è vero, la troppa offerta poi non fa che mescolare banalità a qualità e l'assuefazione dell'ascoltatore al brutto fa il resto. C'è, invece, un messaggio che vorresti lasciare alle onde del mare, chiuso dentro una bottiglia, magari a chi ancora non ha avuto modo di conoscerti musicalmente?

Sopravviveremo. Come sempre troveranno i nostri foglietti interessanti e da rivalutare. Al momento sono contento e terrorizzato di essere studiato in Università e in alcuni licei. Devo dire che i ragazzi hanno fatto elaborati molto profondi e questo è di buon auspicio.

Se me lo concedi allora, le parole da scrivere in quel biglietto, le rubo dal tuo nuovo singolo: “E un gran silenzio urla / Nei perché / Mi manchi e sei con me”.